Calvetti: come recuperare risparmi in BPVi e Veneto Banca » VicenzaPiù

L’avv. Sergio Calvetti (Tlc Lawyers Calvetti & Partners di Treviso), con cui abbiamo polemizzato sul tema delle costituzioni di parte …
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Scappati di casa e dal deficit, ma i danni resteranno

phastidio.net 13.12.18

Non si conoscono ancora i dettagli del nuovo rapporto deficit-Pil che ieri il premier italiano ha offerto al presidente della Commissione Ue. Conosciamo solo un numerino piuttosto bizzarro: 2,04%, in luogo dell’ormai familiare 2,4%. Come si giunga a quel numero non è ancora dato sapere: i più maliziosi ipotizzano che si tratti di una “astuta” mossa italiana per far leva sull’analfabetismo funzionale e computazionale degli orgogliosi connazionali e far credere che assai poco sia cambiato. Ma forse è davvero cambiato poco e non cambieranno neppure gli esiti.

Si diceva 2,04%, come annunciato da Giuseppe Conte, il Gran Negoziatore. Da oggi “si lavora” (e ci mancherebbe) per i dettagli cosiddetti tecnici. Ma sono pur sempre 7 miliardi in meno a misure bandiera che vengono ridotte a due monconi di un ponte verso il nulla. Ma pur sempre due monconi che si riveleranno inutili, se non controproducenti.

Oggi sui giornali si legge un po’ di tutto. Ad esempio, che gli italiani sarebbero andati da Jean-Claude Juncker a offrire ancora più Iva dal 2020, in pratica ripristinare la “dotazione” iniziale, che era stata solo scalfita per il 2019. E chissà chi ci crederà. Si parla poi di “ulteriori dismissioni”, perché è così facile vendere immobili pubblici, signora mia. Sono 18 miliardi e mezzo: che faccio, lascio?

Né sappiamo ancora quanta parte dei tagli offerti risulterà strutturale, e quindi in grado di incidere sul deficit-Pil corretto per il ciclo economico, che l’Italia aveva deciso di portare da 0,9% a 1,7% e lì lasciarlo, per un intero triennio. Ovviamente le dismissioni immobiliari non partecipano ai saldi strutturali, ma penso e spero che qualche odiato burocrate della Ragioneria lo abbia sussurrato all’orecchio dei rappresentanti del Popolo sovrano.

Come sarà il cosiddetto reddito di cittadinanza, che sin d’ora promette (ma solo nel migliore degli esiti) di essere un reddito d’inclusione con più risorse, ammesso e non concesso di non fare casini? E da quando? Archiviata la “stampa dei 5-6 milioni di tessere”, si cerca disperatamente il nuovo spin di perline colorate da vendere ad elettori con anello al naso. Sperando non si accorgano della contraddizione tra rinvio delle misure e proclami sulla poderosa spinta all’occupazione che le medesime produrranno. Tranquilli: non si accorgeranno.

Sulle pensioni, boh. I travet pubblici pareinizieranno a uscire da ottobre del prossimo anno, poi ci saranno “finestre mobili ed allungabili”, che solo l’immagine ti strappa un sorriso in grado di lenire, per qualche secondo, la preoccupazione e l’avvilimento per l’inarrestabile decomposizione di questo paese. Conte resta ma i conti continuano a non tornare. Tutto verterà sulla natura strutturale o una tantum delle misure previste, incluso l’impatto sul debito.

Alla fine, e solo se saremo incredibilmente fortunati, potremo avere un Rei potenziato ed una salvaguardia agli steroidi per esodati. Cioè misure finanziariamente contenute e non tali da impattare in modo permanente sul debito pensionistico, cioè su quello pubblico. Se le cose stanno in questi termini, però, il programma da seguire e perseguire era altro. Ad esempio, questo.

A parte ciò, restano domande a cui sarà data risposta nei prossimi giorni (forse). Su tutte, ripeto, dove si collocherà il rapporto deficit-Pil strutturale, e quale sarà l’impatto delle misure su quello debito-Pil. Il mio sospetto è che i nostri scappati di casa stiano tentando di negoziare con la Commissione un calo di quest’ultimo fatto con misure una tantumcome le leggendarie dismissioni. Ovviamente è minestra riscaldata e rancida, oltre che regolarmente fallita, da molti anni a questa parte. Ma soprattutto, capisco essere analfabeti funzionali, ma pensare di rettificare un dato strutturale con misure one-off dovrebbe essere un po’ troppo anche per il governo del Cambiamento.

Ma soprattutto, ciliegina su questa torta avariata, che ne sarà delle previsioni di crescita? Resterà quell’esilarante 1,5% per il 2019, implicando quindi dei moltiplicatori palestrati, oppure scenderà pure quello? Anche lì, vedremo. Personalmente, sono curioso di capire per quali vie si ridurrà il rapporto deficit-Pil strutturale. Sulla base di quanto leggo in giro, non vedo come né di quanto.

In sostanza, un numerino assai stupido, che tuttavia fornisce la cifra dell’esecutivo più stupidamente nocivo della storia repubblicana. Un numerino inutile, che potrebbe tuttavia bastare alla Commissione ed agli altri paesi Ue, perché l’architettura istituzionale della Ue è quella che è, e non è possibile ingerirsi troppo nei parlamenti nazionali. Così, la storia si ripete: basta la quantità, per la qualità ci attrezzeremo. Che la campagna elettorale riprenda, i guitti da talk televisivo non hanno mai smesso di dimenarsi sulle assi del teatrino. 

Moscovici, idolo UE amato dagli italiani dei poteri marci, ancora contro l’Italia

silenziefalsita.it 13.12.18

moscovici

Oramai Pierre Moscovici, umiliato e annichilito nella sua patria dove il meno che potrebbe accadergli è di non essere considerato da nessuno, gioca a fare il provocatore professionale.

Oggi ha rilasciato contemporaneamente due dichiarazioni. 

Con la prima affermava che la riduzione del deficit italiano “non è ancora sufficiente”.

Con la seconda invece dava per scontato che le misure di Emmanuel Macron per placare i Gilet Gialli, che potrebbero portare il disavanzo al 3,4% nel 2019 e forse anche di più, possano ottenere il beneplacito della Commissione UE. Si è limitato ad aggiungere una postilla che significa nulla sul piano pratico: ‘Ciò che è desiderabile è che questo superamento sia il più limitato possibile’.

La sfrontatezza, l’inconsistenza e l’arroganza di questo inetto d’oltralpe è oltremodo provocatoria e mira a gettare discredito sul Governo Conte.
Sa che non può negare all’Italia di Conte ciò che ha già accordato alla Francia di Macron. Ciononostante, sapendo che ormai Macron e lui sono politicamente dei rifiuti da buttar via per i francesi, si ostina nell’azione mediatica contro l’Italia. 

Ha l’obbiettivo di insinuare il dubbio tra gli italiani che sostengono il Governo Conte e che hanno dato il voto a 5 Stelle e Lega, che vengano mantenute le promesse che sono state fatte loro al momento delle elezioni del 4 marzo scorso. A noi italiani che sosteniamo il Governo Conte interessa solamente che le due misure più importanti – Reddito di Cittadinanza e abolizione della Fornero con quota 100 – vengano realizzate con le modalità e con i tempi indicati e confermati ad ogni occasione. 

Al riguardo il Governo è assolutamente compatto. 

Gli ormai ‘giornalini’, amici di Macron e di Moscovici e nemici dell’Italia, puntano e fanno di tutto per far apparire il contrario con azioni di vera e propria falsificazione delle notizie, mediante il riporto delle stesse in maniera parziale o distorta o con commenti e i cosiddetti ‘retroscena’ inventati di sana pianta: come si può smentire una fonte se questa non viene rivelata? Ma la realtà vera è altra cosa da come viene rappresentata da costoro. 

Intanto Conte ieri sera subito dopo la riunione con Moscovici ha fatto presente l’essenziale per noi cittadini: “non tradire la fiducia degli italiani”, e rispettare “gli impegni presi con le misure che hanno maggiore impatto” come “quota 100 e reddito di cittadinanza“.

Il Presidente Conte stamattina fa anche sapere di essere fiducioso e orgoglioso per la proposta che ha illustrato ieri sera a Bruxelles e ha deciso di non prestare il fianco alla ridicola provocazione di Moscovici e perciò non gli ha replicato. Conte, ha fatto sapere che “pure in una responsabile riduzione del rapporto deficit/Pil”, la proposta che ha portato a Bruxelles “lascia invariati reddito di cittadinanza e quota 100, coerentemente con quanto sempre promesso”.

Se questo non bastasse i vice premier Di Maio e Salvini hanno rilasciato una dichiarazione congiunta che toglie qualsiasi dubbio a chi avesse dato retta alle disinformazioni delle centrali media dei poteri marci: “Continuiamo a sostenere con convinzione la nostra proposta. Piena fiducia nel lavoro di Conte”,e ribadiscono vieppiù che “teniamo fede a ciò che avevamo promesso ai cittadini, mantenendo reddito di cittadinanza e quota 100 invariati”. E concludono così: “Manterremo tutti gli impegni presi dal lavoro alla sicurezza, dalla salute alle pensioni senza penalizzazioni, dai risarcimenti ai truffati delle banche al sostegno alle imprese”.

C’è da chiedersi come possa pensare l’inetto e spaccone Moscovici di influenzare negativamente gli italiani sull’operato del governo.
Presto detto. 

Le sue quinte colonne in Italia sono i poteri marci con i loro media TV, web, radio, giornali che fanno da megafono alle sue inutili parole. Per i loro interessi non avrebbero esitazione a compiere qualsiasi azione indegna. Sono al capolinea, stanno tirando le cuoia, ma faranno ancora di tutto per continuare ad ingrassarsi a nostre spese. 

Non facciamoci prendere in giro da loro e dai loro pennivendoli che remano contro l’Italia.

Dietrofront a briglia sciolta

 di: Luciano Scateni lavocedellevoci.it

Se stipuli una polizia assicurativa sulla vita, se chiedi un prestito a società di finanziamento o alle banche, ti chiedono garanzie sul tuo stato di salute, sulla tua solvibilità futura, garantita da proprietà immobiliari, dall’entità di stipendi e pensioni. In politica, nella fase cruciale che precede le elezioni, i contendenti gareggiano impunemente in smargiassate prive di controllo. I leader sparano a salve impegni e promesse: posti di lavoro a milioni, colpi di ghigliottina sulle tasse, moralizzazione della politica, lotta spietata all’evasione fiscale, colpi mortali alla corruzione. Grullini e carrocciari di Pontida sono andati molto oltre, tanto che costa? e hanno proclamato la linea dura antieuropeista, il miracolo del reddito di cittadinanza, il sollievo della flat tax.

Il “Ce l’aveva duro” Salvini ha minacciato la Ue. “Non recediamo di un millimetro, se la nostra manovra di bilancio non le garba. Chi se ne frega. Giù le tasse? Chi se ne frega”. I fatti? Condono per gli evasori e nuova accisa sul carburante in Liguria.

Il “figlio di papà” Di Maio, un mese fa: “Inaccettabile scendere sotto il 2,4%, Smentisco, a nome di tutto il governo, qualsiasi forma di ripensamento”. Motivo? “Scendere sotto il 2,4% avrebbe significato non fare il reddito di cittadinanza, abbandonare l’obiettivo di quota 100 per le pensioni, non rimborsare i clienti truffati dalle banche.”

Messi alle strette da Moscovici e Junker, i Castore e Polluce in gialloverde hanno imboccato la strada del futuro prossimo a passo di gambero, in retromarcia. E allora, Tria in un angolo, per non dar voce alle preoccupazioni del loro ministro dell’economia e furbizia delle furbizie, e incarico a Conte – premier che non pronuncia una parola se non legge quanto gli hanno scritto i due vice con la consulenza di Casalino – a trattare con la Ue per evitare la procedura d’infrazione. Se il ridimensionamento del deficit al 2, 04 dovesse bastare (ma Moscovici ha già detto che non basta), il tandem Salvini-Di Maio, sarebbe chiamato a legittimare il dietrofront con le rispettive basi, prospettiva per nulla agevole considerate contestazioni della base grillina ed esodi in crescendo. Se poi la retromarcia convincesse i vertici delle Commissione Di Maio con quale faccia ne risponderebbe comunque ai grullini?

La base del M5S: “Sei mesi di baggianate e fanfaronate, per poi calare le braghe, siete dei codardi, traditori e pusillanimi. Ma che cagata infinita avete combinato”. E il leghisti: “Dove sono finiti i ‘Tireremo diritto’, ‘me ne frego’, dal 2,4 non si arretra”.

La Boschi, Pd: “Era tutto uno scherzo, tanto pagano gli italiani”. Berlusconi: “È una buffonata ma ben venga il fatto che non ci sia una procedura di infrazione”.

Cresce la tensione tra gialli e verdi. Le risorse per le promesse di Lega e M5S si riducono e la coperta è molto corta. I due soci del cosiddetto contratto la tirano dalla propria parte e rischiano di strapparla. Fino al l’azzeramento della coalizione e a nuove elezioni? Politologi ed economisti scommettono nel divorzio.

Eni: citata con Shell da governo Nigeria per 1,09 mld usd

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Il Governo della Nigeria ha presentato una richiesta di 1,09 mld usd contro Royal Dutch Shell ed Eni a Londra, aprendo un nuovo fronte in una disputa di lunga data su un accordo petrolifero del 2011. 

La rivendicazione riguarda l’Ool 245, una licenza per un blocco petrolifero in mare acquistato da Shell ed Eni nel 2011. La Nigeria afferma che le due major si sono impegnate in atti di corruzione e cospirazione illegale. 

“Questa richiesta riflette la determinazione e gli sforzi in corso della Repubblica Federale della Nigeria per recuperare le somme molto significative perse per corruzione e attività illegale di Shell ed Eni nella transazione”, ha detto Tom Hibbert, avvocato del Governo nigeriano. 

L’accordo Opl 245 è già oggetto di un procedimento giudiziario in Italia e di un’indagine nei Paesi Bassi. Shell ed Eni hanno entrambi negato ogni accusa. 

Un portavoce di Shell ha ribadito che l’accordo è stato frutto di una transazione legale. “Dato che la questione è davanti al Tribunale di Milano, non sarebbe appropriato per noi commentare in dettaglio le nuove affermazioni che sono state fatte dalla Repubblica Federale della Nigeria. Tuttavia, sulla base del nostro esame del fascicolo del Procuratore di Milano e di tutte le informazioni e i fatti a nostra conoscenza, non crediamo che ci sia motivo di rispondere”, ha detto il portavoce. Eni non ha risposto a una richiesta di commento. 

red/est/gug 

 

(END) Dow Jones Newswires

December 13, 2018 11:51 ET (16:51 GMT)

Stefanel: presenta domanda concordato con riserva

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Il Cda di Stefanel ha analizzato e approvato le linee guida del progetto di riorganizzazione aziendale e ha valutato e deliberato, al fine di ottenere gli effetti protettivi del patrimonio della Società previsti dalla normativa applicabile a tutela di tutti gli interessi coinvolti, di presentare – entro domani – domanda di ammissione al concordato preventivo “in bianco” o “con riserva”, procedura nell’ambito della quale si riserva di procedere al deposito della proposta, in alternativa, di domanda di omologazione di un accordo di ristrutturazione dei debiti. 

Le linee guida del progetto di riorganizzazione e rilancio aziendale, spiega una nota, sono dotate di una forte discontinuità con il passato e tendono ad allineare il modello di business di Stefanel ai cambiamenti nel modello di consumo in corso nel settore retail – tra cui riduzione del traffico nei negozi, aumento del ruolo dei canali digitali nella scelta di acquisto, declino del cosiddetto total look a favore di marchi con maggiore specializzazione. 

Le linee guida sono caratterizzate dal ridisegno della collezione, a partire dall’autunno inverno 2019, effettuata anche con il supporto della società Brave New World, per rafforzare l’impronta stilistica della collezione, verso uno stile contemporary con una maggiore caratterizzazione sul knitwear ed il jersey ed un miglioramento della qualità del prodotto, per migliorare il value for money percepito dal cliente; dalla modernizzare la supply chain, passando da un modello incentrato su due collezioni annuali (autunno/inverno e primavera/estate), con forte accumulo di capitale circolante e rischi di invenduto, ad un modello basato su una linea di articoli continuativi, caratterizzata da più consegne nell’arco dell’anno, integrate da otto consegne di articoli fashion/stagionali in corso d’anno, per riflettere in modo rapido e flessibile i trend di stagione; dall’introduzione di un modello di distribuzione ‘omnichannel’ con sviluppo di un sistema distributivo incentrato su 4 canali integrati tra loro, con un significativo aumento del livello di servizio e di raggiungibilità del brand: negozi di prossimità con un nuovo formato, più piccoli, più tecnologici e con un design interno rinnovato, per servire bacini di clientela fidelizzata; pop-up store ed event sul territorio, per avvicinare nuovi clienti potenziali o clienti precedentemente serviti in aree in cui è stato chiuso negli ultimi anni il negozio Stefanel; rafforzamento del servizio di personal shopper, uno dei più apprezzati dalla clientela Stefanel, per aumentare il contenuto di consulenza stilistica ed integrarlo con servizi di consegna a domicilio del prodotto in linea con le ultime tendenze del settore retail; rafforzamento del canale digitale inteso sia come vendita diretta e-commerce che come presenza sui diversi marketplace europei e mondiali. Inoltre puntano alla razionalizzazione dello shop network tramite chiusure di alcuni negozi non profittevoli, sia in Italia che all’estero; e relocation dei negozi non in linea con il nuovo modello di negozio di prossimità, poiché troppo grandi e/o in location non adeguate; alla riorganizzazione dei costi fissi in Italia e nelle società estere del Gruppo, per ridurre in modo molto significativo il punto di break even della società. In previsione della riorganizzazione societaria ed organizzativa la società ha deciso di chiedere l’utilizzo di ammortizzatori sociali. 

Il progetto di riorganizzazione e rilancio sarà sostenuto, tra le altre cose, dai proventi della valorizzazione di alcuni asset del gruppo, anche attraverso eventuali accordi di licenza del marchio Stefanel per l’area asiatica – per i quali è stato conferito un mandato a Mediobanca per individuare potenziali soggetti interessati -, oltreché dai proventi derivanti dalla cessione di key money di punti vendita non più coerenti con il futuro formato di negozio, per i quali sono già stati individuati diversi soggetti interessati all’acquisto. 

Il Cda, inoltre, ha approvato la situazione economico patrimoniale di Stefanel al 30 settembre 2018, dalla quale emerge una perdita di 20.984 migliaia di euro e un patrimonio netto di 7.536 migliaia di euro, e ha riscontrato che, sulla base dei dati economico patrimoniali aggiornati a data successiva al 30 settembre 2018 in conseguenza a quanto sopra deliberato, la società rientra attualmente nella fattispecie di cui all’art. 2447 del Codice Civile e, pertanto, ha deliberato di convocare l’Assemblea già fissata per il 15 (16/1 2* conv.) del prossimo anno. 

com/lab 

 

(END) Dow Jones Newswires

December 13, 2018 09:17 ET (14:17 GMT)

Le capre e i cavoli salvati da Conte e Juncker nella trattativa sulla manovra. I Graffi di Damato

startmag.it 13.12.18

Come va la trattativa sulla manovra tra Conte e Juncker secondo il notista politico Francesco Damato

CHE COSA SUCCEDE A BRUXELLES TRA CONTE E JUNCKER

Pur di cultura e ispirazione dichiaratamente morotee, non foss’altro per onorare le comuni origini pugliesi con lo statista italiano ucciso 40 anni fa dalle brigate rosse, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha mostrato una scaltrezza di stampo un po’ andreottiano nella trattativa con la Commissione Europea per scampare alla procedura d’infrazione rischiata col deficit al 2,4 per cento del prodotto interno lordo: quello festeggiato con imprudente spavalderia sul balcone di Palazzo Chigi dal vice presidente grillino dello stesso Consiglio, Luigi Di Maio. Seguirono feste pentastellate, quella sera di settembre, anche sui barconi lungo il Tevere per la cosiddetta “manovra del popolo”.

GLI ANDREOTTISMI LATENTI

Evoco il compianto Giulio Andreotti in questa complessa vicenda politica ricordando una vignetta che gli dedicò Giorgio Forattini negli anni d’oro del suo potere. E che il leader democristiano, contraccambiando l’ironia, esibì in un incontro pubblico per tradurre in una schienadritta – tutta una parola – la sua famosissima, inconfondibile gobba. Che una leggenda attribuiva a un danno procuratosi dall’ancora giovanissimo sottosegretario di Alcide De Gasperi infilandosi con troppa forza, o paura, sotto un banco parlamentare, al Senato, durante i tumulti provocati dai comunisti contro la legge elettorale passata alla storia come “truffa”.

LE MEMORIE DEL PASSATO

Tale fu considerato un premio di maggioranza -pensate un po’- a favore di chi avesse raccolto nelle urne un voto in più del cinquanta per cento. Avrebbe dovuto beneficiarne nelle elezioni del 1953 la coalizione centrista, ma il premio non scattò per qualche decina di migliaia di voti. E il presidente democristiano del Consiglio De Gasperi, per evitare ulteriori tensioni politiche, si oppose ad una verifica in un vasto campione di seggi propostagli dal ministro dell’Interno e collega di partito Mario Scelba, straconvinto che fossero stati i brogli a determinare il fallimento della nuova legge.

I NUOVI NUMERI DELLA MANOVRA

La “schienadritta” di Conte è quella che, trattenendosi a stento dal lamentarsene in pubblico, debbono avere avvertito i suoi due vice di fronte allo sconto sul deficit offerto dal capo del governo italiano al presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker: dal 2,4 della festa di Di Maio al 2,04, pari a qualcosa fra i 7 e gli 8 miliardi di euro. Che si tradurranno in tagli e diluizioni ai trofei, formalmente salvati, del cosiddetto reddito di cittadinanza e della quota 100 per l’accesso alla pensione, sommando l’età agli anni di contributi versati. La verità sulla consistenza delle rinunce verrà fuori quando si appronteranno i provvedimenti di attuazione delle due misure, che sono state le bandiere della campagna elettorale, rispettivamente, dei grillini e dei leghisti.

IL RUOLO INDIRETTO DI MACRON

A favorire, visto l’ottimismo avvertito a Bruxelles, il negoziato di Conte -condotto con una delega, o “procura”, come ha preferito chiamarla l’interessato, concessagli nei giorni scorsi con un comunicato congiunto dei suoi due vice- ha sicuramente contribuito l’evoluzione imprevista della situazione sociale e politica in Francia. Dove il presidente della Repubblica Emmanuel Macron di fronte alle proteste durissime dei cosiddetti giubbotti gialli ha dovuto allargare la borsa prenotando uno sforamento dei limiti e delle regole comunitarie tale da non giustificare la severità inizialmente chiesta all’Italia con la bocciatura del suo 2,4 di deficit rispetto al prodotto interno lordo.

LA QUESTIONE DELLO ZERO

Così, pur essendo il debito pubblico dei due Paesi molto a vantaggio della Francia, quello zero premesso al 4 per fare scendere il deficit italiano quasi al 2, pur sempre superiore all’1,6 o all’1,9 per cento del pil originariamente chiesto al ministro dell’Economia Giovanni Tria, dev’essere apparso a Juncker un salvagente utile a Conte e al suo governo, ma in fondo anche alla Commissione Europea. Mai uno zero, anche a costo di scatenare adesso i vignettisti, è stato sinora più fortunato in Italia per un presidente del Consiglio e per la sua compagine ministeriale, a dir poco, inquieta e problematica.

TUTTI I GRAFFI DI DAMATO

La moltiplicazione degli Tsipras

scenarieconomici.it 13.12.18

Gli italiani non vogliono mai farsi mancare nulla: anche di Tsipras ne hanno voluti due!

Questa è la breve considerazione che mi ha fatto un amico stamattina. Dunque, si era partiti da un deficit battagliero al 3%, poi portato al 2.4%. Ieri si è scesi al 2%. Ma non al 2% preciso, no: sperando che gli italiani non capiscano – visto che molti concittadini hanno fatto giusto le scuole di base, se le hanno fatte  la furbizia italiana lombardo-campana ha escogitato addirittura il 2.04%, ben sapendo che lo zero in mezzo magari non si vede o non si capisce. Tradotto, magari la gente magari non se ne accorge.

La stessa furbizia – faccio notare – che ci ha cacciati, assieme all’ignavia ed all’innata attitudine a vendersi al miglior offerente, nella palude di tasse, rigore e bassa crescita attuale. Da cui non se ne esce.

Alla fine devo riconoscere che i francesi, i tedeschi, gli inglesi, gli americani, presto o tardi pensano al bene della loro gente. E dunque inevitabilmente sottraggono ricchezza agli stranieri per mantenere il proprio tenore di vita in patria, quello che precisamente succede nell’EU da tanti anni ormai. Da qui le famose colonie (anche se va detto che gli americani non sono colonialisti nel senso classico del termine, visto che sono e saranno ricchissimi, …) .

I governanti italiani invece no: se possano puntano alla ricchezza del “prossimo italiano”, al concittadino, “mai fosse che si fa arrabbiare lo straniero di turno e ci salta la consulenza famigliare….“. O qualcosa del genere.

Alla fine pensateci bene, sebbene con i dovuti distinguo non ci vado troppo lontano. Diciamo che oggi – non ancora almeno – i gialloverdi se certamente non sono arrivati al parossismo interessato dei predecessori di sinistra potrebbero arrivarci a tempo debito (follow the money: guardare please lavori, consulenze a figlie nipoti e lavori ottenuti a fine carriera da parte di politici “passati” famiglia inclusa, soprattutto se ex). Appunto, ovunque -ed in Italia soprattutto – alla fine tutti tengono famiglia….. (qualche dotto saggiamente lo chiamava “familismo amorale”).

Tristissimo per me fare queste considerazioni oggi, credetemi.

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Ma cosa è cambiato negli scorsi giorni tra il governo gialloverde e l’EU? Come è possibile una cotanta, tragica, subitanea resa? Diciamo che tra Giggino – col padre che puntualmente è stato scoperto fare sospetti piccoli abusi edilizi – e magari anche il compagno di avventura del nord che a forza di selfie e di feste – come il Corriere ci illustra, feste romane – speriamo non abbia fatto qualche click di troppo (personalmente mi sono preoccupato quando ho visto i selfie della “ex” Isoardi con il capitano, a letto): Andreotti docet, vere o false che siano – nessuno lo hai mai capito con il Giulio – una volta che certe cose diventano al 70% di pubblico dominio, zac, sei fregato.

Volendo trovare una soluzione seria – e non è il caso italiano – ad un problema certamente grave, in questi casi l’unica carta da giocare, parlo per neutralizzare un sistema marcio, è il metodo russo: sostituire nottetempo il potere rappresentativo dandolo in mano ad un perfetto sconosciuto, ma che sia illibato. La stessa cosa che fece la Russia post Yeltsin, ben sapendo che tutto l’entourage politico Yeltsiniano era corrotto. Il KGB, ossia il sistema, tirò fuori una sua persona, anonima, dell’apparato, perfetto sconosciuto, preparatissimo, senza scheletri, per il bene del Paese. I risultati sono davanti agli occhi di tutti.

L’Italia invece ricicla continuamente gli stessi, che man mano accumulano scheletri. E poi si arriva a giornate disonorevoli come quella di ieri, in cui le speranze si dissolvono….

(Non che non me lo aspettassi, lo si intuiva da giorni…)

Ora un po’ di dovuto pragmatismo: era chiaro a tutti che NON si sarebbe potuto resistere alle pressioni esterne dell’EU asimmetrica ed ingiusta, quella che permette alla Francia di sforare impunemente ed invece all’Italia no (ricordando però che i francesi si sono sporcati le mani andando a protestare per i loro diritti; gli italiani invece hanno preferito vedere gli scontri in TV). A maggior ragione se le “armate” degli interessi stranieri erano infarcite di insider italiani: diciamolo, la magistratura è in costante attacco, non esistendo più la ragion di Stato (guarda caso le sue pensioni d’oro non sono state toccate dai gialloverdi), i media di proprietà dei miliardari anche, l’opposizione sembra difendere interessi non italiani… Ecco che alla fine la soluzione resta sempre la stessa, la resa. Ossia, far pagare il conto a quelli che hanno poco ma non nulla……

Pensateci un attimo per favore, state coi piedi per terra. Vi cito un esempio illuminante: dato che si è sull’orlo del baratro, si era detto di tagliare le pensioni altissime, superiori a 4000-4500 euro mensili, iniziando da quelle che non hanno contributi sufficienti a copertura. Il risultato è invece che, sì, ci sarà un taglio per le pensioni di 90’000 euro lordi, chissenefrega se coperte da contributi versati o meno, pari a qualche decina di euro mensili, forse si arriva in certi casi al centinaio…. (ieri Repubblica spiegava bene la situazione). Domandatevi chi prende le pensioni statali più alte in Italia? Notai? Generali in pensione? Professori? No, la magistratura! Appunto….

"Ecco dunque le cifre fascia per fascia di quanto si perde. Per chi ha un reddito annuale che oscilla tra i 90mila e i 130mila euro lordi arriva una sforbiciata del 10 per cento. Ad esempio per chi percepisce 91mila euro l'anno al mese perderà circa 8 euro al mese per un totale di circa 100 euro all'anno. "

E nel mentre si obbliga di fatto il popolino a cambiare la “vecchia” (10 anni o anche meno) auto Euro4 diesel per una nuova, pagando il 23% di IVA (per su un’auto nuova da 12’000 euro, bisogna pagare circa 2500 euro di tasse, ben più del costo del taglio delle pensioni altissime citate sopra….).

In tutto questo gioco di ricatti e contro-ricatti quello che almeno si sarebbe chiesto è la decenza: evitare il 2.04%, facendo il giochetto dei numeri. E soprattutto dire agli italiani che si è stati messi contro voglia con le spalle al muro, “siamo stati costretti dall’EU” [è vero!], “è l’EUropa che ci costringe”. Mentre alla Francia si permette tutto o quasi….

Evidentemente se non l’hanno fatto è perchè non possono (…).

Paese finito, non vi resta che emigrare. L’unica residuale speranza sta in un macro-evento, che solo gli USA di Trump possono determinare, ma a loro vantaggio (sempre ricordare che il Donald non ha parenti italiani, please)

Auguri di buon Natale, io per un pezzo in Italia ho finito di scrivere.

Mitt Dolcino


Npl: Deloitte; in 2019 stop a mercato grandi cessioni, crescita contenuta

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Tra il 2018 e il 2019 si chiuderà il periodo delle grandi cessioni e la partita delle Non performing Exposure si giocherà sul mercato secondario. 

È quanto emerge da uno studio di Deloitte elaborato a partire da dati pubblici e presentato al Funding & Capital Markets Forum 2018 promosso dall’Abi. 

Tra il 2016 e il 2018 c’è stata una crescita eccezionale del mercato (+69%) trainata prevalentemente da cessioni straordinarie di sofferenze di banche medio-grandi. Tra il 2019 e il 2022 è invece attesa una crescita ordinaria e costante di circa il 4% su base annua, prevalentemente legata a cessioni routinarie di nuovi stock di crediti deteriorati generati dal mercato primario. 

cce 

 

(END) Dow Jones Newswires

December 13, 2018 05:54 ET (10:54 GMT)

Il gruppo francese Bolloré è stato incriminato nell’ambito di un’inchiesta su presunte tangenti pagate in Africa nel 2010

Il post.it 13.12.18

Il gruppo francese Bolloré – una delle società più grandi del mondo, con interessi e attività in tantissimi ambiti diversi – è stato incriminato per corruzione di funzionari stranieri, concorso in abuso di fiducia e falso, nell’ambito di un’inchiesta su presunte tangenti pagate in Africa nel 2010. Il sospetto dei magistrati è che tramite la società controllata Havas, Bolloré abbia fornito consulenze a prezzo di favore a due candidati presidenti in altrettanti paesi africani, Togo e Guinea, in cambio di favori commerciali, e cioè la concessione per sfruttare due importanti porti commerciali. In un breve comunicato stampa la holding Bolloré SA ha fatto sapere di essere estranea ai fatti.

Circa sei mesi fa era stato incriminato, con le stesse accuse mosse oggi al gruppo, Vincent Bolloré, uno degli uomini più ricchi di Francia che ha iniziato la sua carriera gestendo la cartiera di famiglia e che negli anni ha acquistato partecipazioni in aziende di vari settori, dai trasporti alle comunicazioni. Oggi ad esempio è il principale azionista di Vivendi, una grossa azienda francese di telecomunicazioni che a sua volta è l’azionista di maggioranza di Tim. Ma Bolloré è anche chiamato “il re dell’Africa”, perché gestisce decine di infrastrutture nel continente.


Legge bilancio: Moscovici, su deficit Italia ancora non ci siamo

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

“L’Italia dovrebbe compiere ulteriori sforzi per il bilancio 2019”. 

Lo ha detto il commissario europeo agli Affari economici, Pierre Moscovici, commentando l’annuncio da parte del governo italiano di un deficit al 2,04% per il prossimo anno. “È un passo nella giusta direzione, ma ancora non ci siamo, ci sono ancora dei passi da fare, forse da entrambe le parti”, ha aggiunto Moscovici. 

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(END) Dow Jones Newswires

December 13, 2018 04:48 ET (09:48 GMT)

Editoria: Crimi, chiarezza su divieto incroci tv-giornali

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

“Cambia il tema ma continuano a sparare fake news. Questa volta il bersaglio è il divieto di incrociare in un’unica proprietà tv nazionali e giornali, appena inserito in manovra. Facciamo un po’ di chiarezza, allora, per quei difensori del pluralismo a intermittenza, anzi a convenienza, che si strappano i capelli”. 

Lo scrive su facebook il sottosegretario con delega all’editoria Vito Crimi, spiegando che “il divieto, per chi possiede tv nazionali, di acquisire partecipazioni in imprese editoriali esiste dal 2005”, è in vigore da 13 anni e la norma prevedeva che per cinque anni (fino al 2010) non si potessero possedere contemporaneamente tv nazionali e giornali. 

Ora, è dal 2010 che l’Agcom e l’Agcm (le Autorità garanti delle Comunicazioni e della Concorrenza e del Mercato) denunciano che se questa norma dovesse cessare i suoi effetti, il pluralismo sarebbe in pericolo. Dal 2005, tutti i governi di centro destra e centro sinistra hanno sempre prorogato questo sacrosanto divieto. 

“Ora che Il MoVimento 5 Stelle è al governo, sarebbe toccato a noi ripetere quel che hanno fatto tutti i governi fino ad oggi, ovvero prorogare il divieto di un altro anno, semplicemente. Ma arrivati a questo punto, se il divieto sopravvive da 13 anni ed è indispensabile per tutelare il pluralismo, perché dovremmo limitarci a prorogarlo di un solo anno? Possiamo fare di meglio, puntare alla semplificazione e renderlo definitivo”, spiega Crimi secondo il quale non c’è niente di straordinario in questo “eppure è bastato questo semplice ragionamento a far impazzire i difensori del pluralismo. Forse qualcuno sperava in una svista, che ci sfuggisse. Forse qualcuno sperava che gli “incompetenti” al governo facessero un errore e non vedessero la norma, così da poter allargare il suo già grande potere di controllo sui media. Beh, avete fatto male i calcoli. Non c’è più trippa per i vostri comitati d’affari”, conclude il sottosegretario. 

pev 

 

(END) Dow Jones Newswires

December 13, 2018 04:36 ET (09:36 GMT)