In anteprima esclusiva il testo che sabato 15 approda in Senato per le vittime di BPVi, di Veneto Banca e, non più?, delle quattro banche risolte

Di Giovanni Coviello fondatore VicenzaPiu.com 14.12.18

ArticleImage

Articolo in elaborazione Dopo aver presentato, tra le urla di chi non ama l’informazione, il 20 agosto 2018 in esclusiva il testo della bozza di decreto attuativo della legge 205 del 27 dicembre 2017 per le vittime di Banca Popolare di Vicenza, di Veneto Banca e delle quattro banche risolte e dopo aver reso noto per primi il 31 ottobre, dopo alcune bozze, la stesura iniziale dell’articolo 38 Capo III della legge di bilancio, pensato per le vittime di quelle banche come evoluzione della 205, in cui erano state poste le premesse per la destinazione allo scopo dei fondi dormienti, pubblichiamo qui in anteprima assoluta la formulazione, da leggere e su cui riflettere, dell’articolo 38 suddetto che ci risulta sia l’ultima al momento disponibile, successiva a quella provvisorio approvato alla Camera e prima della presentazione di domani, 15 dicembre, al Senato.

Non possiamo affermare con certezza che il testo non subirà ancora modifiche prima di quelle che potrebbero nascere dalla discussione parlamentare, magari in base alle osservazioni che nasceranno anche in base alla conoscenza anticipata del testo che qui vi rendiamo disponibile A TUTTI.

Nella foto del 27 novembre scorso, anch’essa esclusiva in quanto da noi scattata come unica testata ammessa all’incontro  con le associazioni e i legali della cabina di regia, a cui per alcuni minuti aveva partecipato anche il vice premier Matteo Salvini (Lega), mostriamo al lavoro, dopo l’incontro, lo staff dell’on. Alessio Villarosa (M5S, sottosegretario) che da tempo lavora all’articolo 38 senza rilasciare dichiarazioni dopo gli attacchi anche de Le Iene, in buona parte ingiusti secondo chi, come noi, conosce dal 2010 l’evoluzione dei fatti e non punta alla loro spettacolarizzazione, essendo in ballo le vite economiche e fisiche di centinaia di migliaia di risparmiatori azzerati.

Alla destra del Sottosegretario la foto mostra la dr.ssa Saveria Sechi – funzionario del Legislativo Movimento 5 Stelle alla Camera dei Deputati-, di fronte al Sottosegretario l’avv. Eugenio Piccolo – collaboratore del Sen. Gianluigi Paragone -, alla sinistra del sottosegretario il capo della Segreteria, dr. Raffaele Di Giglio, di fronte al quale c’è il funzionario della segreteria stessa, il dr. Augusto Cipollone.

Risparmiatori modifiche al Senato
CAPO III MISURE A TUTELA DEI RISPARMIATORI
Art. 38. (Fondo Indennizzo Risparmiatori)

1. Nello stato di previsione del Ministero dell’Economia e delle Finanze è istituito un Fondo Indennizzo Risparmiatori (FIR), di seguito denominato “Fondo”, con una dotazione iniziale di 525 milioni di euro per ciascuno degli anni 2019, 2020 e 2021. Il Fondo è istituito per la tutela del risparmio e per il rispetto del dovere di disciplinare, coordinare e controllare l’esercizio del credito.
Il Fondo eroga indennizzi a favore di risparmiatori come definiti al comma 2 che hanno subìto un depauperamento ingiusto da parte di banche e loro controllate aventi sede legale in Italia, poste in liquidazione coatta amministrativa dopo il 16 novembre 2015 e prima del 1° gennaio 2018, in ragione della violazione degli obblighi di informazione, diligenza, correttezza, buonafede oggettiva e trasparenza, di cui al decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58.

2. Hanno accesso alle prestazioni del Fondo i risparmiatori, persone fisiche, imprenditori individuali, anche agricoli o coltivatori diretti, Organizzazioni non lucrative di cui al DLgs 3 luglio 2017, n.117, e le microimprese, come definite dalla raccomandazione 2003/361/CE della Commissione del 6 maggio 2003, che occupano meno di 10 persone e realizzano un fatturato annuo o un totale di bilancio annuo non superiori a 2 milioni di euro, in possesso delle azioni e delle obbligazioni subordinate delle banche di cui al comma 1 alla data del provvedimento di messa in liquidazione, ovvero i loro successori e aventi causa.

3. Per risparmiatori, così come definiti al comma 2, si intendono gli investitori, diversi dalle controparti qualificate di cui all’articolo 6, comma 2-quater, lettera d), e dai clienti professionali di cui ai successivi commi 2-quinquies e 2-sexies, del decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58.

4.I soggetti detentori di strumenti finanziari di debito subordinato che hanno diritto alle prestazioni del Fondo di solidarietà di cui all’articolo 1, comma 855, della legge 28 dicembre 2015, n. 208, hanno accesso al Fondo Indennizzo Risparmiatori, ad incremento di tale ristoro, limitatamente al 15 per cento del valore di acquisto di tali strumenti.

5. La misura dell’indennizzo è pari al 30 per cento del valore contabile delle azioni nel bilancio di esercizio chiuso al 31 12 2011 per le banche aventi sede legale e operativa nella Regione Veneto, per le altre al 30 per cento del valore più elevato
raggiunto dalle azioni nel periodo di dieci anni anteriore alla messa in liquidazione della banca, entro il limite massimo complessivo di 100.000 euro per ciascun risparmiatore. La percentuale del 30 per cento, entro tale limite, può essere incrementata qualora in ciascuno degli anni 2019, 2020 e 2021 le somme complessivamente erogate per l’indennizzo secondo il piano di riparto siano inferiori alla previsione di spesa dell’esercizio finanziario, nel pieno rispetto dei limiti di spesa, della dotazione finanziaria del Fondo e fino al suo esaurimento, fermo restando quanto previsto al comma 7. Sono detratti dagli importi, di cui all’indennizzo, eventuali rimborsi ricevuti a titolo di transazione con le banche di cui al comma 1. Eventuali successivi rimborsi, conseguiti dai risparmiatori, comportano diritto di surroga e regresso del Fondo.
L’accettazione dell’indennizzo a carico del Fondo non equivale a rinuncia a qualsiasi azione o pretesa già radicata o da radicare.

6. Le somme erogate a norma dell’articolo 11, comma 1-bis, del decreto-legge 25 luglio 2018, n.91, convertito, con modificazioni, dalla legge 21 settembre 2018, n. 108, sono assegnate a titolo di indennizzo ai sensi del secondo periodo del comma 1. Conseguentemente, il Fondo è surrogato nei diritti del risparmiatore per l’importo corrisposto.

7. L’ indennizzo è corrisposto al netto di altre forme di ristoro, rimborso o risarcimento, nonché dei dividendi e delle cedole percepiti. A tal fine, i risparmiatori allegano alla domanda di indennizzo apposita documentazione o una dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà, di cui all’articolo 47 del D.P.R. 28 dicembre 2000, n.445, che attesti l’effettivo incasso di somme derivanti da altre forme di indennizzo, ristoro, rimborso o risarcimento, nonché dalla corresponsione di dividendi e cedole.

8. Il Fondo opera entro i limiti della dotazione finanziaria e fino a concorrenza delle risorse. Con Decreto del Ministro dell’Economia e delle Finanze, da emanare entra trenta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono definite le
modalità per la domanda di indennizzo nonché il piano di riparto semestrale delle risorse disponibili. Con il medesimo decreto è istituita una commissione tecnica per l’esame e l’ammissione delle domande all’indennizzo del Fondo, composta da 9 membri in possesso di idonei requisiti di competenza, onorabilità e probità. Ai relativi oneri, pari a 1,2 milioni di euro per ciascuno degli anni 2019, 2020 e 2021, si provvede mediante la dotazione del Fondo di cui al comma 1. La domanda di indennizzo, corredata di idonea documentazione attestante i requisiti di cui al comma 2 e della dichiarazione di cui al comma 5, è indirizzata al Ministro dell’Economia e delle Finanze entro il termine di 180 giorni dalla pubblicazione del citato Decreto. La prestazione di collaborazione nella presentazione della domanda, e le attività conseguenti, non rientra nell’ambito delle prestazioni forensi e non dà luogo a compenso.

9. I risparmiatori che documentano nella domanda di indennizzo un valore dell’indicatore della situazione economica equivalente (ISEE) inferiore a 35.000 euro nell’anno 2018 sono soddisfatti con privilegio a valere sulla dotazione del Fondo. Gli ulteriori beneficiari del Fondo sono liquidati ai sensi dell’art. 2741 codice civile.

10. L’autorizzazione di spesa di cui all’articolo 1, comma 1106, della legge 27 dicembre 2017, n. 205, è ridotta di 25 milioni di euro per ciascuno degli anni 2019, 2020 e 2021. Le risorse della contabilità speciale di cui all’articolo 7-quinquies, comma 7, del decreto-legge 10 febbraio 2009, n. 5, convertito, con modificazioni, dalla legge 9 aprile 2009, n. 33, sono versate per l’importo di 500 milioni di euro all’entrata del bilancio dello Stato entro il 30 marzo 2019 e restano acquisite all’erario. Le somme non impegnate al termine di ciascun esercizio finanziario sono
conservate nel conto dei residui per essere utilizzate negli esercizi successivi.

11. Non hanno accesso in ogni caso alle prestazioni del Fondo i soggetti che abbiano avuto, nelle Banche di cui al comma 1 o loro controllate, dal 1° gennaio 2007, l’incarico di componente del Consiglio di amministrazione e degli Organi di controllo e di Vigilanza,
inclusi gli Organi che svolgono funzioni di gestione del rischio e revisione interna; membro del collegio sindacale; consigliere delegato; direttore generale; vice direttore generale, nonché i loro parenti ed affini di primo e di secondo grado.

12. Entro il 30 giugno 2019, il Ministro dell’Economia e delle Finanze presenta al Parlamento una relazione relativa all’attuazione del presente articolo nella quale comunica

il numero dei risparmiatori indennizzati, delle risorse della dotazione del Fondo a tale scopo destinate, quelle accertate e disponibili per l’eventuale incremento dell’indennizzo a norma del comma 5, nonché il numero stimato dei risparmiatori che hanno titolo ad accedere alle risorse del Fondo. Con la medesima relazione il Ministro dell’Economia e delle Finanze comunica l’ammontare stimato delle risorse destinate all’indennizzo degli azionisti aventi titolo che conseguentemente sono iscritte nel bilancio di previsione dell’anno 2020.

Posizioni nette corte: OVS e UBI scalano la classifica dei più shortati

finanza online.com 14.12.18

Dall’ultimo aggiornamento di Consob del 14 dicembre 2018 sulle posizioni nette corte (PNC) si apprende che il titolo più shortato a Piazza Affari è Azimut con 11 posizioni short aperte per una quota pari all’10,17% del capitale sociale (8 PNC pari al 10,81% il 30 novembre).

Banco BPM si guadagna il secondo gradino più alto del podio con 8 PNC pari al 9,15% del capitale (8 PNC pari al 8,64% il 30 novembre).

UBI Banca si posiziona al terzo posto con 7 PNC per una quota pari al 7,11% del capitale (6 PNC pari al 6,59% il 30 novembre).

OVS manca il podio con 7 PNC per una quota pari al 6,15% del capitale (5 PNC pari al 5,12% il 30 novembre).

Per una visione complessiva su tutti i titoli shortati si veda la seguente tabella che mostra, in ordine decrescente, la classifica delle società quotate su Borsa Italiana in base alla quota di capitale su cui sono aperte PNC.

Si ricorda che le PNC sono un indicatore sintetico che riassume le posizioni corte (ossia le vendite allo scoperto sulle azioni e le posizioni corte in strumenti finanziari derivati e altri strumenti simili) al netto delle posizioni lunghe (ossia gli acquisti di azioni e le posizioni lunghe in strumenti finanziari derivati e altri strumenti simili). Confluiscono nel calcolo delle PNC tutte le operazioni effettuate nei sopracitati strumenti finanziari, anche eseguite all’estero e/o fuori mercato. Il sito internet della Consob è pertanto l’unica fonte ufficiale e affidabile dei dati su tali posizioni.

Si segnala infine che sono oggetto di pubblicazione le PNC che sono di entità pari o superiore allo 0,5% del capitale sociale della società quotata considerata; oppure hanno raggiunto la soglia dello 0,5% e sono state quindi pubblicate, ma successivamente sono diminuite al di sotto della soglia dello 0,5%. Queste PNC sono pubblicate un’ultima volta con l’indicazione dell’ultimo valore disponibile (sotto lo 0,5%).

Blackrock compra Btp, vende Bund dopo Draghi

Elena Dal Maso milanofinanza.it 14.12.18

Dopo il discorso ieri di Mario Draghi, il colosso americano Blackrock ha aggiornato il portafoglio obbligazionario. Il governatore della Banca centrale europea ha confermato la politica monetaria con la chiusura del programma di Quantitative Easing e il riacquisto dei titoli già in portafoglio (2.600 miliardi di euro nel complesso) per un periodo che gli analisti di Unicredit hanno interpretato in due anni, a fine 2020. Inoltre Draghi ha detto che la Bce “possiede strumenti per affrontare qualunque rovescio futuro” (Ecb has instruments to address any future downturn), una frase ripresa subito dai siti finanziari americani.

Se a questi due elementi si unisce il fatto che il governo italiano sta trattando in queste ore il rapporto deficit/Pil a Bruxelles al 2% dal precedente 2,4%, si può capire la politica di investimenti di Blackrock, che ha in gestione oltre 6mila miliardi di dollari in fondi comuni. Ovvero spread in calo, recupero del valore quindi dei Btp, mentre i Bund tedeschi continueranno a essere sotto pressione per i riacquisti della Bce.

Ed ecco quello che scrive Blackrock nella sua nota sul redito fisso emessa dopo il meeting di ieri della Bce: “In termini di posizionamento, manteniamo una piccola posizione lunga in titoli di Stato italiani, una corta invece sui Bund tedeschi e deteniamo posizioni selezionate in obbligazioni societarie europee”. Gli americani continuiamo a favorire alcuni asset per generare reddito. “Rimaniamo tattici sulle obbligazioni societarie e i bond di attività cartolarizzate, con una forte attenzione ai fondamentali e una preferenza per i titoli azionari che offrono un rendimento interessante adeguato al rischio”. Blackrock conferma poi di detenere alcune posizioni selezionate nel debito dei mercati emergenti.

“Come previsto”, scrive il colosso del risparmio gestito, “la Bce ha mantenuto i tassi di interesse chiave ai livelli attuali e ha mantenuto il proprio linguaggio ancorato al fatto di non aspettarsi di cambiarli fino all’estate del 2019. Ha anche annunciato la fine del programma di allentamento quantitativo e ha emesso nuove indicazioni relative al reinvestimento delle obbligazioni in scadenza, compreso l’annuncio che quest’ultimo continuerà per un periodo prolungato dopo il primo rialzo dei tassi”.

La Banca centrale europea ieri ha anche abbassato le previsioni di inflazione e crescita del pil per l’eurozona nel 2019 all’1,6% e all’1,7%, rispettivamente. Inoltre Mario Draghi ha osservato durante la conferenza stampa che fra i rischi generali che incombono sui mercati vi è la minaccia di protezionismo, la volatilità dei mercati finanziari e i rischi geopolitici. Infatti la crescita economica nella zona euro è rallentata in un contesto caratterizzato da un deterioramento delle condizioni commerciali, da un inasprimento di quelle finanziarie e da un crescente rischio politico in alcune aree. Blackrock ritiene quindi che la Bce terrà un approccio cauto e misurato prima di ritirarsi in maniera definitiva dalla politica monetaria espansiva.

“Non ha un buon profumo:” Perché gli ex partner di Goldman si stanno facendo largo su 1MDB

zerohedge.com 14.12.18

Appena due mesi fa, è apparso che l’ex presidente e amministratore delegato di Goldman Sachs, Lloyd Blankfein, aveva consolidato la sua eredità come uno dei leader più efficaci, accorti e esperti nella storia di 150 anni della banca d’affari.

Quello era prima delle accuse.

Da allora, il Dipartimento di Giustizia ha incriminato due dipendenti Goldman Sachs con sede nel Sud-Est asiatico – uno dei quali era un partner e top dealer dell’azienda – per il coinvolgimento in uno schema per frodare il popolo malese di $ 4,5 miliardi, l’importo che il Dipartimento di Giustizia sostiene è stato sottratto al 1MDB, un fondo sovrano che è stato seminato con circa $ 6 miliardi di capitale raccolto da Goldman in una serie di offerte obbligazionarie. Tim Leissner, l’ex topmakerdella banca nel sud-est asiatico e l’impiegato che ha contribuito all’accordo, ha dichiarato in una dichiarazione giurata che l’alta direzione della banca era colpevole di aver promosso l’accordo, ignorando le preoccupazioni sollevate dal dipartimento di compliance della banca – e ha affermato che era indicativo di una “cultura della corruzione” a livello di impresa.

Blankfein

Poco dopo l’arresto di Leissner, i resoconti dei media hanno rivelato che un dirigente “misterioso” anziano di Goldman che ha partecipato alle riunioni con l’ex primo ministro malese Najib Razak (attualmente in prigione in attesa di un processo per accuse di corruzione) e il finanziere corrotto Jho Low (che è attualmente latitante dalla giustizia dopo essere stato incriminato negli Stati Uniti e in Malesia come la presunta mente dello schema) era nientemeno che Blankfein stesso. Per contribuire a garantire l’accordo, Blankfein ha anche invitato Low alla sede della 200 West Street della banca per un incontro privato one- to -one.

In precedenza, a Blankfein era stato attribuito il merito di aver contribuito a ricostruire la reputazione della banca a seguito di un accordo del 2010 sulle spese che avrebbe ingannevolmente confuso gli investitori che avevano acquistato obbligazioni ipotecarie subprime durante la preparazione della crisi finanziaria. Ora, questa reputazione è in pericolo, minacciata dall’1MDB fino a un livello che non era presente negli altri contrattempi legali della banca dopo la crisi.

In un segnale di come la percezione del possesso di Blankfein sta iniziando a cambiare, Bloomberg ha riferito che molti degli ex partner della banca sono seriamente preoccupati per l’accordo. Durante un recente incontro di alunni Goldman in un hotel a Lower Manhattan, lo scandalo 1MDB sembrava dominare la conversazione. E molti danno la colpa dello scandalo ai piedi dell’esecutivo.

Molti vedono 1MDB come “la più grande minaccia alla reputazione di Goldman” dalla crisi.

Basta scandalizzare gli ex soci ben collegati della compagnia, che si sono riuniti in un hotel vicino alla sede centrale di Manhattan, mercoledì sera, per la loro cena annuale. Sebbene il gruppo tenda a criticare la critica popolare, molti veterani sono turbati dal fatto che l’azienda presumibilmente abbia ignorato o perso le bandiere rosse e siano infastiditi dal colpo alla sua immagine, secondo interviste con 10 ex partner, inclusi i membri del potente comitato di gestione. Per loro, è la più grande minaccia per la reputazione di Goldman dalla trasformazione post-crisi dell’azienda.

“È una cosa terrificante”, ha detto Michael Dubno, che è stato responsabile della tecnologia prima di partire nel 2005 ed è ora un inventore. “Siamo stati più attenti, più puliti, quindi ogni volta che vedi qualcosa di simile è molto inquietante.”

Mentre le azioni di Goldman hanno in gran parte attenuato altri scandali (come quando Goldman è stato citato in giudizio da un ex fondo di investimento libico), le perdite sostenute sulla scia dell’MBD si sono ostinatamente persiste. Ciò è servito solo a convalidare i reclami degli ex dipendenti che la banca avrebbe dovuto esercitare una supervisione più rigorosa. 

Negli anni passati, quando sorsero polemiche sulle offerte di Goldman dalla Libia alla Grecia, l’indignazione esplose. Ma il mercato azionario e anche alcuni dei più accaniti difensori di Goldman stanno trattando in modo diverso.

“Non ha un buon odore, ma semplicemente non lo so”, ha detto Dennis Suskind, che ha assunto Blankfein presso l’unità J. Aron & Co. di Goldman ed è stato un socio. “Il fatto è che avrebbero dovuto controllarlo più da vicino.”

Altri due ex top partner hanno affermato che l’ammontare di denaro che Goldman Sachs ha tratto da operazioni di bond relativamente semplici avrebbe dovuto essere un chiaro avvertimento ai suoi più alti dirigenti. Un terzo socio, che sedeva nel comitato di gestione, fu colpito dal fatto che l’azienda era l’unica a competere per un grasso giorno di paga. Goldman ha detto che parte di ciò che guadagnava dalle offerte era un equo compenso per il rischio che stava assumendo.

Non sorprende che un portavoce della banca abbia rinunciato alle denunce dei precedenti soci come “maldicenze” tra ex dipendenti.

Secondo il portavoce della banca Jake Siewert, Blankfein ha ricevuto una standing ovation a pranzo la scorsa settimana da altri dirigenti aziendali tra cui il fondatore del Bloomberg LP Michael Bloomberg. “Questa affermazione pubblica da parte dei nostri clienti di vecchia data”, ha affermato Siewert, “è più significativa della maldicenza e della seconda ipotesi degli ex dipendenti”.

E quando è stato chiesto due settimane fa che cosa significhi lo scandalo 1MDB per Goldman, Blankfein ha dichiarato: “Beh, non va bene”.

Ma mentre il DOJ approfondisce il coinvolgimento di Goldman e il ruolo dei senior executive nel consentire la frode, la prossima volta che Blankfein commenta 1MDB, potrebbe scegliere un tono più serio.

Crisi Astaldi: guerra fra “poveri” per bondisti retail, Pekao viola par condicio creditorum

Alessio Trappolini money.it 14.12.18

Gli obbligazionisti retail, senza rappresentante comune da due anni, sembrano impegnati per lo più a fare bagarre fra di loro. Nel frattempo alcune banche creditrici corrono ai ripari con mezzi non proprio ortodossi. In Polonia Bank Pekao avrebbe “distratto” 37 milioni dalla massa creditoria violando il principio della par condicio creditorum

Crisi Astaldi: guerra fra “poveri” per bondisti retail, Pekao viola par condicio creditorum

La crisi di liquidità del general contractor Astaldi ha fatto incrociare i destini di centinaia di obbligazionisti retail che volenti o nolenti si sono ritrovati in mano la patata bollente dei due bond in circolazione della società.

Solo fra qualche giorno sapremo se i giudici della sezione fallimentare del Tribunale di Roma opteranno per la dichiarazione ufficiale di fallimento oppure concederanno ulteriori 60 giorni per la stesura del piano così come da richiesta della società stessa.

Intanto però la massa creditoria è in fermento, e non solo quella composta da piccoli investitori privati. Anche fra i grandi istituti di credito c’è stato chi ha tentato di distrarre alcuni crediti vantati nei confronti di Astaldi. Vediamo chi e come.

Bank Pekao ha bloccato i conti di Astaldi in Polonia

Nella prima relazione finanziaria relativa al periodo 28 settembre – 31 ottobre (il primo mese sotto la procedura di concordato preventivo, ndr), Astaldi ha infatti denunciato il blocco dei conti correnti detenuti in Polonia presso Bank Pekao (ex controllata di UniCredit).


Estratto dalla Prima relazione sulla situazione finanziaria di Astaldi relativa al periodo 28 settembre – 31 ottobre

Astaldi ha rivelato che la banca polacca Pekao aveva bloccato l’accesso della società a 37,5 milioni di euro (43 milioni di dollari), e usato questi soldi per compensare i prestiti bancari erogati alla società per operare nel Paese.


Estratto dalla Prima relazione sulla situazione finanziaria di Astaldi relativa al periodo 28 settembre – 31 ottobre

Questa azione è stata denunciata da alcuni media polacchi e giustamente riportata dagli avvocati dell’Astaldi al Tribunale di Roma perché, come scrivono questi ultimi nella relazione, “è un atto che viola il principio della par condicio creditorum”.

Seeking Alpha che ha portato la questione sotto i riflettori dopo i media polacchi, denuncia che questa mossa di Pekao ha avuto ripercussioni sociali in Polonia, in quanto subappaltatori di Astaldi hanno recentemente occupato e bloccato una linea ferroviaria per protestare per le incertezze che circondano il loro futuro: sembrerebbe a rischio anche la costruzione della seconda linea della metropolitana di Varsavia.

Retail senza rappresentante comune degli obbligazionisti da due anni

Non navigano in acque tranquille neanche i retail, divisi in numerosi comitati di rappresentanza che fino ad ora non hanno prodotto grossissimi risultati e sono stati impegnati per lo più a fare bagarre fra di loro.

L’ultima polemica è stata scatenata dal consulente indipendente e responsabile nazionale Aduc per la tutela del risparmio Giuseppe D’Orta, il quale ha paventato un presunto conflitto d’interessi fra lo studio Legance Avvocati Associati e Astaldi stessa in quanto sarebbe stato incaricato e pagato – a detta di D’Orta -da Astaldi per le eventuali controversie di diritto italiano.

Lo studio Legance ha prontamente risposto di esser stato coinvolto unicamente in relazione all’emissione del Prestito 2020 e di aver svolto, in tale contesto, assistenza legale in favore dei cosiddetti ‘Initial Purchasers’, ossia le banche sottoscrittrici e non in favore di Astaldi.

Quel che fa specie è però un altro fatto. Mentre i diversi comitati si fanno la guerra fra loro, da circa due anni non esiste nessuno che rappresenti gli interessi degli obbligazionisti verso la società. L’incarico era stato inizialmente svolto da HSBC e poi venuto meno per decorso del termine triennale a fine 2016 senza esser poi rinnovato.

L’avvocato Daniele Geronzi dello Studio Legance, contattato da Money.it ci ha informato di aver sollecitato con un’istanza il Tribunale di Roma a nominare un nuovo rappresentante comune degli obbligazionisti.

“EUROGENDFOR” / TUTTI I MISTERI DI UNA POLIZIA PARALLELA EUROPEA ANTI PROTESTE POPOLARI

 di: Andrea Cinquegrani lavocedellevoci.it

Emmanuel Macron

Francia sempre in ebollizione. Oggi sono i gilet gialli a cavalcare una più che giusta protesta contro il dispotismo macroniano. Scendono in piazza per denunciare tasse e carovita, nonché una spregiudicata gestione del potere da parte di roi Macròn.

Il quale non è nemmeno in grado di arginare il terrorismo, come dimostrano gli ultimi fatti di sangue al mercatino di Natale a Strasburgo.

Ma non va dimenticato che ben 15 anni fa, per la precisione nel 2003, fu il ministro francese della Difesa, Alliot-Marie, durante un incontro dei ministri della Difesa dell’Unione europea a Roma, a lanciare l’idea di creare un corpo di Polizia europeo. La Voce, con un articolo di Antonella Beccaria del 2010 (qui sotto allegato), fu una delle prime testate a darne la notizia e a lanciare l’allarme per un’iniziativa del tutto spregiudicata e ai confini della legalità.

I PRIMI VAGITI DI EUROGENDFOR

L’anno seguente, nel 2004, in Olanda cinque rappresentanti di altrettanti Paesi europei (Francia, Italia, Olanda, Spagna e Portogallo) hanno firmato una prima bozza per quella che hanno chiamato “EuroGendFor”, ovvero una Forza di Gendarmeria Europea. In tal modo quelle nazioni si impegnavano nel mettere a disposizione le proprie polizie militari per partecipare all’iniziativa.

Passiamo a gennaio 2006. Viene tenuto a battesimo il quartier generale, che viene ubicato a Vicenza. E’ quindi il nostro Paese a farsi carico, in prima fila, di una simile operazione più che ‘border line’.

Parata militare di EuroGendFor alla base di Vicenza. In alto gli scontri di Parigi e, nell’altra foto, il parlamentare del M5S Elio Lannutti

Infatti, il compito di quelle forze internazionali di polizia non era e non è quello di addestrarsi per contrastare i terrorismi, oppure la pericolosità di eventi criminosi, come le mafie internazionali, i traffici di armi e droga, la tratta delle schiave e la prostituzione, ma per un compito che riguarda “il controllo della folla”. Della gente, dei cittadini che civilmente scendono in strada e osano protestare.

Nell’ottobre del 2008, poi, i cinque Paesi siglano il Trattato di Velsen, che dettaglia scopi, caratteristiche e finalità della stessa organizzazione militare. Di cui vengono precisati gli scopi: “costituire una forza di Gendarmeria Europea e operativa, preorganizzata, forte e spiegabile in tempi rapidi, composta unicamente delle forze di polizia a statuto militare delle Parti, al fine di eseguire tutti i compiti di polizia previsti nell’ambito delle operazioni di gestione delle crisi”.

Ecco quindi scendere in campo, e allertate per arginare le eventuali, giuste proteste dei cittadini, caso mai incazzati per quanto combinano i malgoverni di quei Paesi, la Gerdarmerie francese, i Carabinieri italiani, la Guardia civil spagnola, la Guardia nacionalportoghese, la Marechausseè olandese.

Abbiamo mai saputo qualcosa circa tali attività che più ‘coperte’ non si può? I cittadini sono stati informati dai rispettivi governi di tali manovre assai poco trasparenti? Niente, una cortina di silenzio assoluta. Allineati e coperti i media, embedded i giornalisti.

I 5 STELLE VOGLIONO CHIAREZZA 

Adesso i 5 Stelle vogliono vederci chiaro e presentano un’articolata interrogazione parlamentare ai ministeri degli Esteri, degli Interni e della Difesa, primo firmatario il senatore Elio Lannutti, più una dozzina di colleghi grillini.

In particolare i 5 Stelle vogliono sapere “se il Governo ritenga accettabile la costituzione di un esercito permanente di Polizia militare con l’obiettivo primario di occuparsi di ordine pubblico, il cui quartier generale è in Italia, con la finalità di pronto intervento per domare le rivolte popolari, addestrata al ‘controllo della folla’”.

Ancora: “se il Trattato di Velsen, ratificato nel 2010, nel più assoluto silenzio dei media, che contempla immunità e impunità per eventuali reati compiuti a danno dei cittadini e dei bene dello Stato, sia in sintonia con le norme internazionali e la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, tra i quali i concetti basilari di libertà e uguaglianza”;

“se risulti al Governo che tale esercito di Polizia europea sia stato richiesto, ottenuto e prestato da qualche organizzazione internazionale, coalizione specifica, se sia stato utilizzato in Grecia per reprimere i moti di libertà del popolo greco, e più di recente in Francia, per tentare di domare le rivolte sociali del movimento dei ‘Gilet Gialli‘ contro il governo Macron, e quali siano stati i protocolli di autorizzazione”;

“se il Governo italiano ritenga necessaria l’immunità di cui gode ‘EuroGendFor‘ sia nelle registrazioni in sede giudiziale, che negli eventuali abusi sul territorio italiano, qualora, nell’adempimento del servizio, uccidano, commettano illeciti, senza potere essere accusati, e se accusati, non potranno venire condannati, se condannati poi la sentenza non potrà essere eseguita”;

“se non ritenga opportuno attivare le procedure ispettive e conoscitive previste dall’ordinamento, anche al fine di prendere in considerazione ogni eventuale sottovalutazione di significativi profili di accertamento che potrebbero profilare palesi violazioni di leggi, ordinamenti e norme di rango costituzionale”.

Basta per avere, dopo tanti anni, un po’ di trasparenza in un campo tanto delicato dove l’Italia si è impegnata in prima linea?

L’articolo per la Voce di Antonella Beccaria del novembre 2010

art Beccaria

Tlc: Elliott punta al bis, Telefonica dopo Tim (Expansion)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Elliott Management potrebbe presto bissare l’affondo in uno dei principali gruppi europei di tlc. Dopo la battaglia che a maggio di quest’anno ha visto il fondo attivista avere la meglio su Vivendi (23,94%) nell’assemblea Tim e a sovvertire i pesi in Consiglio, nelle mire di Paul Singer potrebbe finire infatti Telefonica. 

Secondo quanto scrive Expansion, Elliott sarebbe intenzionato ad acquistare una quota che consenta al fondo americano di esercitare un’influenza significativa nella gestione dell’incumbent spagnolo, ricalcando di fatto l’azione già vista in Italia quando grazie a una proxy fight era riuscito a coagulare diversi azionisti di peso a sostegno del progetto industriale che aveva proposto. Tra i principali azionisti di Telefonica figurano oggi Bbva (5,17%), Criteria Caixa (5,01%), Blackrock (4,22%), Vanguard (2,61%), Norges Bank (1,69%) e Deutsche Bank (1,02%) 

Tra i punti che spingono Elliott a scommettere forte nelle tlc ci sono un’estrema frammentazione del settore, una forte regolamentazione e la necessità di sostenere cospicui investimenti per lo sviluppo delle reti di quinta generazione. 

Nel ripercorrere le vicende di Tim dal ribaltone di maggio a oggi, Expansion mette tuttavia in rilievo come i corsi del titolo siano andati progressivamente in calando. Una spirale che, stando ai conti del giornale spagnolo, ha visto flettere le quotazioni del 32% circa – sui minimi degli ultimi cinque anni – con la capitalizzazione che si è ridotta nel frattempo da 17,2 a 11,55 miliardi di euro. Solo negli ultimi giorni, con la sostituzione di Amos Genish e l’avvicendamento con Luigi Gubitosi alla guida del gruppo, Tim ha ritrovato un po’ di ossigeno a piazza Affari, dove i titoli oggi sono tornati sopra la soglia psicologica dei 50 centesimi e scambiano ora a 0,5598 euro. 

ofb 

oscar.bodini@mfdowjones.it 

 

(END) Dow Jones Newswires

December 14, 2018 06:58 ET (11:58 GMT)

Nel risiko Intesa spunta la Mattioli

Stefano Rizzi lospiffero.com 14.12.18

Nella partita sui nuovi assetti della banca entra in gioco l’attuale numero due della Compagnia: per lei sarebbe pronta la poltrona di vicepresidente di Ca’ de Sass qualora Torino fosse costretta a rinunciare al vertice. Il (doppio) gioco di Profumo

first_picture

Non saranno un partito, come Francesco Profumo ha tenuto a precisare in una recente intervista al Sole 24Ore parlando delle fondazioni azioniste – in primis quella che lui presiede – di Intesa Sanpaolo, ma il clima che si respira in vista della nomina del presidente della banca pare quello di un congresso, con correnti in lotta e candidati che spuntano, spariscono e rispuntano.

Capita di tutto. Anche che la poltrona data ormai come più che traballante e non più disponibile a continuare ad accogliere, in un secondo mandato, Gian Maria Gros-Pietro, finisca per essere puntellata e, magari, riservata per quanto possibile all’attuale titolare grazie alle attenzioni (alla propria) del ceo Carlo Messina, a sua volta non certo tranquillizzato dalle voci ricorrenti circa l’idea cullata da Giuseppe Guzzetti di piazzare alla presidenza dell’istituto bancario l’ex numero uno di Cassa Depositi e Prestiti, il milanese e bocconiano Claudio Costamagna.

Un po’ risiko, un po’ gioco dell’oca, la partita per la presidenza di Intesa e, degna di altrettanta attenzione, quella non slegata della successione di Guzzetti al vertice di Acri, è non solo tutt’altro che chiusa ma pare addirittura destinata a riservare ancora colpi di scena.

Un colpo basso, sia pure ammantatato di fair play, nel frattempo, è parsa la risposta che nella già citata intervista ha dato il numero unodella Compagnia di San Paolo richiesto di un giudizio sul presidente di Intesa: “Il consiglio ha lavorato bene”, ha detto Profumo, senza né citare per nome, né dire una sola parola di più su Gros-Pietro.

Tanto basta, ma probabilmente non c’è solo quello, a suffragare i rumors secondo i quali a succedere all’attuale presidente della banca punterebbe lo stesso ex ministro e già rettore del Politecnico di Torino. Un incarico, quello in scadenza, che prassi consolidata vuole sia ricoperto da un torinese, normalmente bilanciato da un amministratore delegato di espressione milanese, come accade ora con il ticket tra Gros-Pietro e Messina. Una coppia rodata, senza tensioni. Cosa che sarebbe difficile riconfermare a priori nell’eventualità che alla presidenza arrivasse il dinamico e arrembante Costamagna, figura assai diversa dal 76enne Gros-Pietro e per questo guardata con più di un motivo di sospetto e forse preoccupazione dall’attuale ceo, il cui incarico non è in discussione.

In questo continuamente mutevole scenario resta da capire anche il perché di quello che appare un abbandono o pur solo un disinnamoramento del vecchio leone della finanza bianca per quello che pareva il suo candidato in pectore per la banca: l’attuale vice, Andrea Colombo. Per il manager lombardo dal curriculum prestigioso e con passati appoggi da parte degli allora ministri Giulio Tremonti e Domenico Siniscalco e presenti ottimi rapporti con l’eminenza grigia (e potentissima) leghista Giancarlo Giorgetti, si tratterebbe di una promozione e un trasloco da una stanza all’altra. Ma Guzzetti non sembra più convintissimo di questa soluzione, ammesso che lo sia mai stato.

L’ottuagenario dominus di Cariplo (dove, in vista dell’abbandono di Guzzetti sembrano scendere le quotazioni di Giovanni Gorno Tempini, altro buon amico di Giorgetti) non smette di stupire e, secondo alcuni, di celare le sue vere intenzioni anche per quanto concerne la sua successione al vertice dell’associazione tra le fondazioni di origine bancaria e le Casse di Risparmio. È vero che le sue parole nei confronti di Profumo – “è una persona più che adeguata per fare il presidente” – sono state lette quasi come un viatico, ma resta il quasi. E rimangono anche quegli equilibri territoriali tra Piemonte e Lombardia a rendere più difficile incasellare i nomi. Nel tourbillon c’è pure quello dell’attuale vicepresidente di Confindustria Licia Mattioli.

L’imprenditrice torinese è la vice di Profumo in Compagnia e, raccontano in corso Vittorio Emanuele, non disdegnerebbe di trasferirsi a Ca’ de Sass, magari come numero due. Tra lei e l’ex ministro non c’è quel che si dice un grande feeling. Ma il problema non si porrebbe nell’eventuale nuova veste di uno o dell’altra. Una soluzione che decreterebbe la perdita di Torino della poltrona più alta in Intesa (dopo quella di ad, ovviamente). Così, se prevalesse la linea di Guzzetti e si interrompesse la prassi della presidenza a un torinese, per la donna cui Vincenzo Boccia ha affidato il settore dell’internazionalizzazione in viale Astronomia, le possibilità potrebbero aumentare. A quel punto la questione con il numero uno della Compagnia non sarebbe certo di feeling.

Ubi B.: pronta l’alleanza tra i soci (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

I grandi azionisti di Ubi Banca si preparano al rinnovo del consiglio di amministrazione previsto per la prossima primavera. Una prova generale di quell’appuntamento molto atteso andrà in scena oggi a Brescia, quando l’assemblea straordinaria sarà chiamata a integrare il consiglio di sorveglianza con la nomina di Alberto Carrara. 

Per questa occasione, scrive MF, è stato siglato un accordo parasociale che vincola le tre maggiori forze in campo, cioè il bresciano Sindacato Azionisti Ubi (12,5%), il bergamasco Patto dei Mille (3,1%) e la fondazione Cr Cuneo (5,9%). Un’alleanza in cui qualche attento osservatore ha visto un primo passo verso la creazione di un nocciolo che blindi il 21,5% del capitale. “Questo accordo è un segnale molto positivo perché rappresenta l’anticamera di quell’accordo più ampio che da tempo auspichiamo”, ha dichiarato Giandomenico Genta, presidente della fondazione Cr Cuneo, che in questi mesi si sta facendo promotore di un vasto rassemblement nel capitale della banca lombarda. “Dato il passaggio al monistico deciso dall’assemblea di ottobre, ora è prioritario trovare un consenso degli azionisti stabili sulle strategie della banca ed è quindi prematuro parlare di nomi e professionalità che possano supportare il percorso futuro della banca”, aveva dichiarato. 

red/lab 

 

(END) Dow Jones Newswires

December 14, 2018 03:03 ET (08:03 GMT)

Milan: cordata di soci-vip nel capitale (Sole 24 Ore)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Un gruppo di imprenditori, avvocati e banchieri tifosi del Milan si sta attrezzando per creare un nocciolo duro a fianco dell’azionista di maggioranza Elliott. 

Lo scrive il “Sole 24 Ore” precisando che in tutto sarebbero circa una cinquantina e potrebbero crescere con altri ingressi con l’obiettivo di arrivare a detenere una maggiore quota di minoranza del club. Tra questi figurano: Maurizio Tamagnini, a.d. di Fsi; Roberto Italia, presidente di Avio; Sergio Iasi, Chief restructuring officer di Trevi; Marco Patuano, a.d. di Edizione oltre che già consigliere del Milan e Nicola Ricolfi, fondatore di Nextam Partners. 

gug 

 

(END) Dow Jones Newswires

December 14, 2018 02:32 ET (07:32 GMT)

Moda: Renzo Rosso punta su Cavalli (Sole 24 Ore)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Otb, la holding attiva nella moda dell’imprenditore Renzo Rosso, punta su Roberto Cavalli. 

Lo scrive il “Sole 24 Ore” precisando che una decina di gruppi, oltre a Otb, starebbero visionando il dossier ma la cassaforte di Rosso può contare su una relazione storica con la maison oggi controllata da Clessidra (che l’ha rilevata nel 2015 per 350 mln): è infatti licenziataria del marchio Just Cavalli fin dal 2011. Le trattative sono gestite da Rothschild che sta valutando le offerte. 

gug 

 

(END) Dow Jones Newswires

December 14, 2018 02:41 ET (07:41 GMT)

SPY FINANZA/ Draghi e la balla sul Qe finito

Nonostante le apparenze, il Qe della Bce non finisce affatto. Mario Draghi si prepara a farlo proseguire sotto altra forma

14.12.2018 – Mauro Bottarelli il sussidiario.net

Mario Draghi
Mario Draghi (Lapresse)

Il bello è che ci sarà qualche scienziato che oggi dirà che il Qe è finito. D’altronde, se la gran parte di tg e giornali avrà titolato così il pezzo relativo al board della Bce e alla conseguente conferenza stampa di Mario Draghi, si sentirà legittimato a farlo. Ma in cuor loro, anche i negazionisti più negazionisti (o gli ignoranti più ignoranti, etimologicamente parlando), sanno che il Qe non finisce affatto. Prosegue soltanto sotto altra forma. E, anzi, nel corso della primavera subirà quasi certamente un morphing, questo sì tutto da decifrare, visto che sarà direttamente legato agli sviluppi a livello globale, Fed e guerra commerciale Usa-Cina in testa. 

Perché se è vero che dal 1° gennaio cesseranno gli acquisti, il governatore della Bce è andato ben al di là di un messaggio da colomba nel suo discorso: di fatto, ha detto chiaro e tondo che la politica monetaria europea resterà accomodante a lungo. Molto a lungo. E non solo con i tassi, i quali non saliranno assolutamente da quota zero almeno fino alla fine del suo mandato, ottobre 2019 – at least through the summer of 2019, la formula utilizzata nel comunicato ufficiale del board -, ma che anche la guidance del programma di acquisto, di fatto, prosegue appunto in altra maniera.

Draghi ha detto chiaro e tondo che il reinvestimento del capitale rimborsato dei titoli in scadenza acquistati nel corso del Qe proseguirà non solo per lungo tempo – giova ripeterlo, almeno fino a ottobre, quando cambierà guida all’Eurotower -, ma anche dopo l’avvio del rialzo dei tassi e, comunque, finché sarà necessario per mantenere liquidità sufficiente nel sistema. Mettete insieme le due cose, ora. Nel comunicato si dice chiaro che i tassi resteranno a zero per tutta l’estate, il che significa che il primo ritocco sarà in autunno. Ma vi pare che Draghi possa preventivare con certezza, oggi, che il suo ultimo atto prima dell’addio sarà il primo rialzo dei tassi, con mezzo mondo che si è finalmente svegliato e parla non solo di fine del ciclo, ma, addirittura, di rischio recessione per il 2019? Un mondo che in due mesi ha visto mutare completamente la narrativa riguardo lo stato di salute dell’economia mondiale, a vostro avviso se è così convinto che tutto sia perfetto, sente il dovere di blindare per quasi tutto il 2019 la politica di costo del denaro a zero? 

Cosa significa, questo, sapendo leggere fra le righe? Che la situazione è così grave da aver imposto a Mario Draghi di ipotecare addirittura non solo il timing del primo atto operativo del board che opererà sotto la guida del suo successore, ma anche che, nonostante questo, il reinvestimento di massa del capitale rimborsato proseguirà: di fatto, una netta presa di posizione politica di medio periodo, se non lungo. Qualcosa che non ti aspetti da un governatore cautelativo, formale e conservatore fino al ritualismo come Mario Draghi. Qualcosa che tradisce la serietà della situazione: non facendosi capire dal grande pubblico – e nemmeno dal 90% della stampa, che infatti nelle edizioni on-line puntava tutto sulla fine del Qe come tappa storica – il numero uno dell’Eurotower ha voluto – e dovuto – rassicurare il mercato. Perché contemporaneamente a questo atto operativo, ha dovuto tagliare le stime 2019 sia della crescita che dell’inflazione: insomma, dopo che per tre anni si è comprato come non ci fosse un domani, arrivando a un delirio di monetizzazione del debito de facto come questo, la situazione è tutt’altro che rassicurante. 

Tanto che, rispondendo alle domande dei giornalisti, Draghi ha dovuto parlare di rischi al ribasso che stanno crescendo, sfruttando ovviamente l’occasione per ribadire come sia necessario, in una situazione simile, ridurre l’indebitamento da parte di quei governi che abbiano a che fare con ratio preoccupanti. Ogni riferimento all’Italia era puramente voluto. 

E che Draghi abbia detto chiaro e tondo che la fine del Qe è, di fatto, solo formale, lo dicono anche altre due cose. Primo, alle 13 di ieri, prima della comunicazione del board sui tassi e prima che il governatore parlasse, lo spread italiano era a 261 punti base, in netto ritracciamento dal dato già calante del giorno prima. Quando la conferenza stampa è finita, era a 264. Di fatto, fermo. Il mercato aveva già prezzato Draghi? Sì, ma dal giorno prima e in mattinata, ora prende fiato e attende che il peggiorare della situazione globale “costringa” la Bce ha operare il morphing delle misure relative alla guidance post-Qe. Ovvero, garantire uno scudo al debito corporate, direttamente o – più facilmente – attraverso aste di rifinanziamento a lungo termine per le banche, quasi certamente questa volta vincolate a prestiti verso le imprese in quota parte fissa, con penali all’atto del rimborso in caso si scenda sotto il livello minimo: esattamente come fece la Bank of England per stimolare la riattivazione del meccanismo di trasmissione del credito all’economia reale nel post-Lehman. 

Volete la riprova? Alle 9 del mattino, Pierre Moscovici aveva già bocciato la manovra riveduta e corretta del Governo italiano – quella che faceva scendere il deficit dal 2,4% al 2,04% -, giudicandola sulla buona strada, ma non ancora sufficiente. In base alla logica che vedrebbe il nostro spread legato alla trattativa con la Commissione Ue, a quel punto lo spread sarebbe dovuto esplodere al rialzo. Invece, ha continuato a scendere. Della manovra a chi investe davvero, professionalmente, a questo punto non frega più nulla, per il semplice fatto che gli epicentri di crisi sono talmente cambiati da aver portato il mondo intero a temere una recessione anticipata: non sarà, a questo punto, lo 0,4% italiano a cambiare le dinamiche, questo è certo. 

Secondo, il reinvestimento del capitale dei titoli in scadenza proseguirà sui base giurisdizionale: ovvero, al netto del mantenimento del principio di bilanciamento da capital key all’interno dei vari Paesi dell’eurozona in base al loro “peso” economico, l’Italia potrà godere di uno scudo anti-spread che coprirà una fetta considerevole delle necessità di rifinanziamento per il 2019. Ovvero, ad acquisti del Qe formalmente finiti. E come funziona lo scudo anti-spread? Semplice, nella pancia della Bce resterà per lungo tempo ancora una mole tale di debito pubblico italiano da sconsigliare a chiunque sano di mente un attacco speculativo di ampio raggio, a meno che il nostro Governo non decida qualche altra alzata d’ingegno propagandistca sui conti in vista delle europee. Vi pare un caso che ieri mattina il tasso del Btp a 2 anni in asta sia crollato allo 0,45%? O pensate che sia per la moral suasion di Conte verso Juncker, stroncata di fatto prima dell’emissione di quel titolo dal commissario Moscovici in persona? 

Come mai il rendimento non è esploso, se tutto ruota attorno solo alla trattativa sui conti con l’Europa? Inoltre, se come appare quasi certo si darà vita almeno a un’asta Ltro di rifinanziamento per le banche, ecco l’ulteriore cuscinetto anti-spread, visto che a far salire il nostro differenziale è il cosiddetto doom loopfra capitale e detenzioni obbligazionarie sovrane all’interno del nostro sistema bancario. Il quale, però, se potrà finanziarsi a costo zero di liquidità a Francoforte, patirà meno a livello patrimoniale il carico dei Btp a bilancio e, con effetto auto-alimentante e di fatto psicologico, fungerà da deterrente contro la speculazione borsistica al ribasso sui titoli bancari italiani, ciò che finora ha alimentato il grosso dell’erosione di capitalizzazione di Piazza Affari. 

Alla luce di tutto questo, ancora sicuri che il Qe sia finito?