SPY FINANZA/ Draghi e la balla sul Qe finito

Nonostante le apparenze, il Qe della Bce non finisce affatto. Mario Draghi si prepara a farlo proseguire sotto altra forma

14.12.2018 – Mauro Bottarelli il sussidiario.net

Mario Draghi
Mario Draghi (Lapresse)

Il bello è che ci sarà qualche scienziato che oggi dirà che il Qe è finito. D’altronde, se la gran parte di tg e giornali avrà titolato così il pezzo relativo al board della Bce e alla conseguente conferenza stampa di Mario Draghi, si sentirà legittimato a farlo. Ma in cuor loro, anche i negazionisti più negazionisti (o gli ignoranti più ignoranti, etimologicamente parlando), sanno che il Qe non finisce affatto. Prosegue soltanto sotto altra forma. E, anzi, nel corso della primavera subirà quasi certamente un morphing, questo sì tutto da decifrare, visto che sarà direttamente legato agli sviluppi a livello globale, Fed e guerra commerciale Usa-Cina in testa. 

Perché se è vero che dal 1° gennaio cesseranno gli acquisti, il governatore della Bce è andato ben al di là di un messaggio da colomba nel suo discorso: di fatto, ha detto chiaro e tondo che la politica monetaria europea resterà accomodante a lungo. Molto a lungo. E non solo con i tassi, i quali non saliranno assolutamente da quota zero almeno fino alla fine del suo mandato, ottobre 2019 – at least through the summer of 2019, la formula utilizzata nel comunicato ufficiale del board -, ma che anche la guidance del programma di acquisto, di fatto, prosegue appunto in altra maniera.

Draghi ha detto chiaro e tondo che il reinvestimento del capitale rimborsato dei titoli in scadenza acquistati nel corso del Qe proseguirà non solo per lungo tempo – giova ripeterlo, almeno fino a ottobre, quando cambierà guida all’Eurotower -, ma anche dopo l’avvio del rialzo dei tassi e, comunque, finché sarà necessario per mantenere liquidità sufficiente nel sistema. Mettete insieme le due cose, ora. Nel comunicato si dice chiaro che i tassi resteranno a zero per tutta l’estate, il che significa che il primo ritocco sarà in autunno. Ma vi pare che Draghi possa preventivare con certezza, oggi, che il suo ultimo atto prima dell’addio sarà il primo rialzo dei tassi, con mezzo mondo che si è finalmente svegliato e parla non solo di fine del ciclo, ma, addirittura, di rischio recessione per il 2019? Un mondo che in due mesi ha visto mutare completamente la narrativa riguardo lo stato di salute dell’economia mondiale, a vostro avviso se è così convinto che tutto sia perfetto, sente il dovere di blindare per quasi tutto il 2019 la politica di costo del denaro a zero? 

Cosa significa, questo, sapendo leggere fra le righe? Che la situazione è così grave da aver imposto a Mario Draghi di ipotecare addirittura non solo il timing del primo atto operativo del board che opererà sotto la guida del suo successore, ma anche che, nonostante questo, il reinvestimento di massa del capitale rimborsato proseguirà: di fatto, una netta presa di posizione politica di medio periodo, se non lungo. Qualcosa che non ti aspetti da un governatore cautelativo, formale e conservatore fino al ritualismo come Mario Draghi. Qualcosa che tradisce la serietà della situazione: non facendosi capire dal grande pubblico – e nemmeno dal 90% della stampa, che infatti nelle edizioni on-line puntava tutto sulla fine del Qe come tappa storica – il numero uno dell’Eurotower ha voluto – e dovuto – rassicurare il mercato. Perché contemporaneamente a questo atto operativo, ha dovuto tagliare le stime 2019 sia della crescita che dell’inflazione: insomma, dopo che per tre anni si è comprato come non ci fosse un domani, arrivando a un delirio di monetizzazione del debito de facto come questo, la situazione è tutt’altro che rassicurante. 

Tanto che, rispondendo alle domande dei giornalisti, Draghi ha dovuto parlare di rischi al ribasso che stanno crescendo, sfruttando ovviamente l’occasione per ribadire come sia necessario, in una situazione simile, ridurre l’indebitamento da parte di quei governi che abbiano a che fare con ratio preoccupanti. Ogni riferimento all’Italia era puramente voluto. 

E che Draghi abbia detto chiaro e tondo che la fine del Qe è, di fatto, solo formale, lo dicono anche altre due cose. Primo, alle 13 di ieri, prima della comunicazione del board sui tassi e prima che il governatore parlasse, lo spread italiano era a 261 punti base, in netto ritracciamento dal dato già calante del giorno prima. Quando la conferenza stampa è finita, era a 264. Di fatto, fermo. Il mercato aveva già prezzato Draghi? Sì, ma dal giorno prima e in mattinata, ora prende fiato e attende che il peggiorare della situazione globale “costringa” la Bce ha operare il morphing delle misure relative alla guidance post-Qe. Ovvero, garantire uno scudo al debito corporate, direttamente o – più facilmente – attraverso aste di rifinanziamento a lungo termine per le banche, quasi certamente questa volta vincolate a prestiti verso le imprese in quota parte fissa, con penali all’atto del rimborso in caso si scenda sotto il livello minimo: esattamente come fece la Bank of England per stimolare la riattivazione del meccanismo di trasmissione del credito all’economia reale nel post-Lehman. 

Volete la riprova? Alle 9 del mattino, Pierre Moscovici aveva già bocciato la manovra riveduta e corretta del Governo italiano – quella che faceva scendere il deficit dal 2,4% al 2,04% -, giudicandola sulla buona strada, ma non ancora sufficiente. In base alla logica che vedrebbe il nostro spread legato alla trattativa con la Commissione Ue, a quel punto lo spread sarebbe dovuto esplodere al rialzo. Invece, ha continuato a scendere. Della manovra a chi investe davvero, professionalmente, a questo punto non frega più nulla, per il semplice fatto che gli epicentri di crisi sono talmente cambiati da aver portato il mondo intero a temere una recessione anticipata: non sarà, a questo punto, lo 0,4% italiano a cambiare le dinamiche, questo è certo. 

Secondo, il reinvestimento del capitale dei titoli in scadenza proseguirà sui base giurisdizionale: ovvero, al netto del mantenimento del principio di bilanciamento da capital key all’interno dei vari Paesi dell’eurozona in base al loro “peso” economico, l’Italia potrà godere di uno scudo anti-spread che coprirà una fetta considerevole delle necessità di rifinanziamento per il 2019. Ovvero, ad acquisti del Qe formalmente finiti. E come funziona lo scudo anti-spread? Semplice, nella pancia della Bce resterà per lungo tempo ancora una mole tale di debito pubblico italiano da sconsigliare a chiunque sano di mente un attacco speculativo di ampio raggio, a meno che il nostro Governo non decida qualche altra alzata d’ingegno propagandistca sui conti in vista delle europee. Vi pare un caso che ieri mattina il tasso del Btp a 2 anni in asta sia crollato allo 0,45%? O pensate che sia per la moral suasion di Conte verso Juncker, stroncata di fatto prima dell’emissione di quel titolo dal commissario Moscovici in persona? 

Come mai il rendimento non è esploso, se tutto ruota attorno solo alla trattativa sui conti con l’Europa? Inoltre, se come appare quasi certo si darà vita almeno a un’asta Ltro di rifinanziamento per le banche, ecco l’ulteriore cuscinetto anti-spread, visto che a far salire il nostro differenziale è il cosiddetto doom loopfra capitale e detenzioni obbligazionarie sovrane all’interno del nostro sistema bancario. Il quale, però, se potrà finanziarsi a costo zero di liquidità a Francoforte, patirà meno a livello patrimoniale il carico dei Btp a bilancio e, con effetto auto-alimentante e di fatto psicologico, fungerà da deterrente contro la speculazione borsistica al ribasso sui titoli bancari italiani, ciò che finora ha alimentato il grosso dell’erosione di capitalizzazione di Piazza Affari. 

Alla luce di tutto questo, ancora sicuri che il Qe sia finito?