DEFICIT E POLITICA/ La trappola pronta per l’Italia dopo l’accordo con l’Ue

Se l’Italia taglierà il deficit e raggiungerà un accordo con l’Ue non potrà evitare un nuovo rialzo dello spread e una nuova botta di austerità

15.12.2018 – Paolo Annoni il sussidiario.net

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Pierre Moscovici (LaPresse)

Nelle ultime settimane lo spread e il Btp hanno dato segnali di miglioramento; non sappiamo quanto durerà, ma intanto siamo passati da uno spread di 330 del 20 novembre ai 270 di ieri. Una diminuzione “misurabile”. La ragione è abbastanza semplice: il Governo italiano ha deciso di venire incontro in modo significativo alle richieste della Commissione europea e questo significa, almeno nelle intenzioni di questo Governo, il supporto delle “istituzioni comunitarie”. Le conseguenze sono chiare a tutti: speculare contro il Btp diventa un mestiere più difficile.

Mentre queste notizie occupano tutti i giorni le prime pagine dei nostri quotidiani, l’economia italiana continua a dare segnali brutti: l’Istat ieri ha stimato un declino congiunturale del fatturato dell’industria a ottobre dello 0,5%, la Banca d’Italia ha rivisto al ribasso la stima del Pil italiano per il 2018 in modo significativo. Il rallentamento è evidente sia in Germania che in Francia e le ragioni sono quelle che scriviamo da mesi: scontro Usa-Cina, rialzo dei tassi della Fed, ecc. Il rallentamento globale in Europa e nell’Unione Europea ha effetti molto particolari rispetto a qualsiasi altra area del globo. Infatti in Europa, giusto o sbagliato che sia non ci interessa, le politiche fiscali dei governi sono decise dalla Commissione europea sulla base dello stock di debito. Un parametro assurdo, ovviamente, perché significa togliere alle economie indebitate, scegliendo un indicatore senza tenere conto di altri (i debiti privati per esempio), la possibilità di fare politiche anticicliche oppure di obbligare a farne molto meno.

In nessun altra parte del mondo si decide in questo modo, semplicemente perché nessun altra valuta o unione monetaria ha tali dinamiche politiche interne. Come abbiamo già avuto modo di spiegare su queste pagine, in ogni fase di rallentamento globale la periferia europea va a scatafascio e si colonizza. Questo è un fatto. Non solo. Siccome le istituzioni di governo e monetarie comunitarie non rispondono in ultima analisi a un Parlamento, ma rispondono nei fatti a un preciso equilibrio in cui i “forti” contano molto di più, si apre lo spazio perché certe scelte seguano il percorso di una competizione interna che può essere anche molto cattiva. È chiaro che se può essere così, per via dell’assetto istituzionale europeo, allora sarà sicuramente così. Se c’è un’arma di questo tipo, qualcuno a un certo punto la userà e in Europa questa arma è già stata usata.

La questione si pone in questo modo: il rallentamento del 2019 con ogni probabilità renderà “false” le stime di crescita di tutte le economie dell’area euro e in particolare di quelle più esposte alle esportazioni. Quindi le stime dell’Italia, come quelle di ogni altro singolo Paese europeo, sono troppo ottimistiche ed è molto probabile che tra qualche settimana l’Italia sarà tecnicamente in recessione. E quindi? 

Quindi a un certo punto la Commissione europea riaprirà il dossier del deficit italiano, il mercato lo anticiperà come sempre e si riaprirà la rumba dello “spread”. Lo spread in risalita perché il mercato anticipa uno scontro tra l’Italia e le sue istituzioni politiche e monetarie, quelle comunitarie che contano si intende, avverrà in una situazione di crisi globale che in Italia si farà sentire di più, via spread e via impossibilità di fare politiche anticicliche.

È la riproposizione perfetta della crisi del 2011-2012, quella che ci ha regalato il governo Monti e un paio di centinaia di miliardi di euro di debito in più, solo che l’Italia è molto più fragile; l’Europa ha più poteri, si veda la decisione inquietante dell’altro ieri sull’Esm e lo scontro più cruento. Le scelte del governatore della Bce sul timing dei nuovi stimoli monetari non è indifferente per i nostri destini; sappiamo perfettamente che farla partire oggi, tra sei mesi o tra dodici mesi non è indifferente. Il “whatever it takes” pronunciato nell’estate del 2012 è avvenuto dopo che si era fatta passare l’Italia per una macelleria che ne ha devastato l’economia e quindi e proprio per questo anche i conti pubblici.

Oggi Moscovici ci spiega che la Francia si può permettere l’ennesimo sforamento del 3% come “una tantum”. E qualcuno non capisce o fa finta di non capire cosa sta succedendo. Gli stimoli fiscali di Macron, la spesa pubblica più “ignorante” e “assistenziale” che ci sia, compenseranno il calo dell’economia globale finendo tutti nel Pil e mascherando la salute dell’economia francese che ha uno spread ridicolo nonostante le non riforme, nonostante la grave indisciplina fiscale e nonostante la volatilità politica. Nel lungo termine saremo tutti morti, ma intanto la Francia preserva la sua economia, le sue imprese e la sua pace sociale ed evita che le cicatrici della crisi siano troppo profonde e troppo brutte. La Germania intanto macina surplus commerciali a tutto spiano da anni con una valuta svalutata e sfascia l’Europa e la periferia disobbedendo alle regole sul surplus commerciale interno che sono fondamentali per uno sviluppo equilibrato dell’Unione almeno come quelle su deficit e debito. Quindi quando non potrà più farne a meno spenderà a tutto spiano per evitare di farsi sbriciolare dai populismi. Ma un secondo dopo aver vinto la partita interna europea, e non un secondo prima.

L’Italia invece si sta apprestando ad approvare una manovra restrittiva, con il deficit più basso degli ultimi dieci anni proprio alla vigilia di un rallentamento globale che rischia di essere molto cattivo. E i provvedimenti più importanti non arriveranno prima di marzo. Questo significa che tra tre mesi ci autocondanneremo e ci infileremo in una situazione tremenda. Le rigidità di Moscovici che su le Parisien insulta l’intelligenza italiana probabilmente non è estranea a questo scenario, perché nascondere le proprie magagne dietro l’Italia, venduta e stupida, è lo sport continentale.

Questo “scenario” non è, purtroppo, fantafinanza, non è, purtroppo, un sintomo grave di “sovranismo” e nemmeno un rigurgito populista, ma è la mera estrapolazione di dinamiche che sono già in corso. Il Governo italiano ne è consapevole? Ha in mano un accordo complessivo? Perché se non è così, allora forse è meglio ribellarsi subito, fare anche noi il 3,5% dal primo gennaio con la spesa più “ignorante” che si possa pensare o, e sarebbe molto meglio, un taglio fiscale con l’accetta a ogni cosa che respiri.

Sempre ammesso che non ci abbiano già venduti, perché un certo europeismo ha fatto comodo a moltissimi e la costruzione dell’Europa, contro la gente, sembra proceda verso un progetto perfetto per le “élites” finanziarie e burocratiche e micidiale per tutti gli altri. Queste cose non finiscono sui giornali ma si vedono, già adesso, benissimo e chi difende la Commissione europea in questa fase di chi fa il gioco? Non vorremmo augurarci la fine traumatica dell’euro il prima possibile se l’unica alternativa è la troika che ci lascerebbe devastati peggio di una guerra. E chi ci dice che non bisogna fare deficit per evitarla o non ha capito niente o è in malafede. Se non si fa deficit c’è la recessione e a quel punto non c’è debito che tenga. La garanzia del debito è solo l’economia italiana.

Per una volta impariamo dai francesi che è dieci anni che ci fanno fessi. Altrimenti se la partita è persa, se l’Italia farà una manovra restrittiva alla vigilia di una recessione per poi trovarsi con lo spread a 500 via “polemica” con le istituzioni europee ce lo dicano chiaramente e ci finanzino un corso di tedesco. Ma almeno leviamoci la farsa delle elezioni.