Gilet gialli e la fame dei popoli in Europa. Altro che 5 Stelle…

 di: ROSITA PRAGA lavocedellevoci.it

Qualcuno, al primo esplodere della protesta nelle piazze di Parigi, aveva lanciato l’improvvida equazione: “In Italia non può succedere, per la semplice ragione che qui i Gilet gialli sono al governo”. Un chiaro assist all’esecutivo gialloverde, con i pentastellati sempre più spiaggiati nelle secche di un evanescente reddito di cittadinanza, sotto gli occhi allibiti di un elettorato che si sente già tradito, prim’ancora di poter annusare le agognate card.

Sarà bene  allora chiarire alcuni punti, prima di lasciar passare come un dato di fatto questa equazione di stampo elettoralistico.

Ben oltre ogni tentativo di sabotare la sacrosanta protesta del popolo francese (vedi gli svolazzi di agenzie estere, che ogni tanto parlano di manifestazioni “eterodirette”), alla base della rivolta sugli Champs Elyseés serpeggia quella fame – non “fame” di ideologie o di dialogo, ma proprio bisogno elementare di cibo per nutrirsi – che sta aleggiando come un oscuro fantasma di ritorno, cinquant’anni dopo, in tante parti dell’Europa, e in larghe fasce della stessa Italia. Per toccare con mano questa situazione, occorre avere la capacità e la voglia di guardare dentro le mura domestiche delle centinaia di migliaia di famiglie che, dall’ex florido nord est fino a Canicattì, solo fino a quattro-cinque anni fa riuscivano dignitosamente ogni giorno a mettere in tavola il necessario. Ed oggi, dopo essersi già private del sabato in pizzeria una volta al mese, di medicine e cure mediche, anche essenziali, dell’abbigliamento, molto spesso anche dell’auto, con un costo della vita alle stelle stentano a portare in tavola cibo sufficiente per tutti.

E’ così: in Italia, come in Francia, la gente ha fame. La differenza è che i nostri cugini d’Oltralpe non si lasciano più abbindolare. L’anziana ricamatrice di Arles, i genitori cinquantenni di un disabile con una piccola attività commerciale chiusa a Nantes e lo sfratto sul collo, la madre nubile di due bambine rimasta senza lavoro a Grenoble: questi francesi veri, che solo un coraggioso servizio televisivo ci ha mostrato, davvero nulla hanno a che vedere con i 5 stelle italiani e i loro governanti, se non – per ironia della sorte – il fatto che Di Maio & C. sono stati sfornati dalla Piattaforma intitolata a Jean Jacques Rousseau.

Piuttosto, come finalmente non pochi cominciano a far notare, l’immagine che si ricava dall’attuale ceto di governo è quella di una generazione “arrivata” al benessere economico dall’oggi al domani: fino a tre, quattro anni fa, molti di loro prendevano la paghetta dalla mamma. Oggi si sono sistemati.

Il punto, però, è proprio questo: come hanno fatto? Non sarà per caso che il benessere economico lo hanno conquistato a suon di mirabolanti promesse che hanno abbacinato proprio loro, il popolo degli affamati, silenziato, beffato e poi, con la scusa dell’Europa, brutalmente scaricato nel limbo delle buone intenzioni?

Da Panama ai tribunali: a due anni dall’inchiesta si muove la giustizia

Matteo Cavallito valori.it 14.12.18

Panama Papers: gli USA procedono con le prime incriminazioni. Deutsche Bank nel mirino in Germania. Ma l’elusione resta una zona grigia

Sono passati più di due anni dallo scoppio della vicenda Panama Papers. E per la giustizia sembra arrivato il momento di agire. Sulle due sponde dell’Atlantico l’attività degli inquirenti conosce un’accelerazione. Stati Uniti, Germania, poi chissà. La bomba sganciata nel 2016 dall’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ), con un’inchiesta diventata anche oggetto di un documentario proiettato oggi in anteprima nazionale a Milano, ha dimensioni mai viste. Sulle scrivanie degli inquirenti oltre 40 anni di operazioni sospette condotte dallo studio legale Mossack Fonseca di Panama City. Evasione e riciclaggio le più ovvie ipotesi di reato.

The Panama PapersUSA: arrivano le prime incriminazioni

Ai primi di dicembre si è mossa la giustizia USA che ha dato il via alle prime incriminazioni alla vicenda. Nel mirino del Dipartimento di Giustizia, per ora, sono finiti in quattro: gli ex dipendenti della Mossack Fonseca, Ramses Owens e Dirk Brauer, accusati di aver contribuito allo schema criminale messo in piedi dalla società panamense, un contabile statunitense, Richard Gaffey, e un presunto evasore, Harald Joachim Von Der Goltz. Per questi ultimi due le accuse sono particolarmente pesanti: evasione, frode e riciclaggio di denaro.

Panama City ripresa da Casco Viejo. Foto: Nico2panama Creative Commons (CC)

Un’operazione internazionale

«Gli imputati hanno fatto di tutto per eludere le leggi fiscali degli Stati Uniti e preservare la loro ricchezza e quella dei loro clienti» ha dichiarato il procuratore Geoffrey S. Berman, ripreso dall’ICIJ. Si parla di milioni di dollari evasi attraverso conti offshore e società di comodo. Decisiva, per gli arresti, la collaborazione delle autorità francesi (che hanno fermato Brauer a Parigi) e britanniche (Von Der Goltz, a Londra). Gaffey è stato bloccato a Boston, Owens – che è cittadino di Panama – è latitante.

Da Panama a Francoforte

Nel mirino delle autorità tedesca è finita invece Deutsche Bank. La “bomba” made in Panama è scoppiata a fine novembre quando sono scattate le perquisizioni negli uffici del più grande istituto tedesco, ex orgoglio nazionale diventato ormai fonte di crescente imbarazzo.

Il raid negli uffici della banca ha coinvolto 170 agenti impegnati a raccogliere materiale probatorio. L’accusa per l’istituto? Aver aiutato circa 900 clienti a creare società fittizie nei paradisi fiscali per riciclare denaro sporco.

L’ammontare presunto dei capitali finiti in lavanderia si aggirerebbe sui 311 milioni di euro. Markus Meinzer, direttore della divisione financial secrecy della Ong Tax Justice Network, ha ironizzato sulla lentezza della giustizia tedesca: «Sono sorpreso dal fatto che le autorità tedesche abbiano finalmente preso l’iniziativa» ha dichiarato, «hanno analizzato i documenti per due anni».

Zone grigie. Deplorevoli ma spesso non illecite

E gli altri presunti illeciti? Le operazioni sospette di banche e clienti emerse in quel marasma da 11,5 milioni di documenti scoperti dall’inchiesta giornalistica e tuttora consultabili? Tutti da valutare, e con un a certa cautela. Perché nel mare magnumdei Panama Papers, è bene ricordarlo, abbondano le operazioni borderline, zone grigie dove la legge non arriva.

È la solita vecchia storia dell’elusione, la pratica di ottimizzazione fiscale che sfrutta proprio le pieghe delle normative. Una sorta di evasione de facto molto spesso legale.

«Il vero scandalo è che molti dei casi scoperti dall’ICIJ sono moralmente deplorevoli ma non illegali» commentava allora la direttrice delle campagne di Oxfam Italia, Elisa Bacciotti. «L’elusione fiscale colpisce trasversalmente i contribuenti onesti, crea svantaggi competitivi per le piccole e medie imprese nazionali e priva le casse degli Stati di risorse essenziali per l’erogazione di servizi di base per i cittadini».

Abbiamo provato il metodo Lego per migliorare la creatività sul lavoro

Michele Razzetti wired.it 15.12.18

Brevettato un metodo di formazione che utilizza i mattoncini per stimolare l’inventiva e migliorare le relazionin in azienda. Lo abbiamo sperimentato

Lego (Getty Images)
Lego (Getty Images)

Se pensavate che i Lego servissero solo a riprodurre in scala ridotta l’Empire State Building, dovrete ricredervi. Già, perché i famosi mattoncini nati in Danimarca nel 1949, possono tornare utili anche a lavoro. Negli anni Novanta è iniziato lo studio di un’applicazione seria del celebre gioco, sfruttata per migliorare alcuni processi professionali.

Si chiama Lego Serious Play e coinvolge il funzionamento del nostro cervello. Com’è noto, è l’emisfero cerebrale sinistro quello che sovrintende le attività logiche, quelle più coinvolte nella nostra routine lavorativa. Questo metodo cerca di stimolare proprio l’altro emisfero, attivando la creatività e l’immaginazione che sono governate da questa parte del cervello.

Abbiamo preso parte a una sessione di Lego Serious Play, tenuta da Roberto Ceschina di Innovation Group nel coworkingtorinese Toolbox, per capire come funziona. I partecipanti sono seduti intorno a un tavolo cosparso di Lego. Attenzione: non solo mattoncini, ma anche altri elementi come omini, finestre, catene e alberelli.

Ci si può sbizzarrire, insomma.

LEGO Serious Play Tavolo InizialeVengono proposte una serie di attività in cui, come recita anche il claim di questo metodo, si pensa con le mani. Vengono sottoposti dei quesiti a cui occorre rispondere costruendo delle strutture o altre forme con i Lego. “L’idea del giocare seriamente è della business school Imd di Losanna, coinvolta nell’ideazione del metodo. Facendo lavorare l’emisfero destro, l’adulto non ricorre solo al ragionamento logico, ma sfrutta il potere delle metafore dei Lego”, spiega Ceschina.

Al termine della costruzione ogni partecipante è invitato dai facilitatori, un ruolo che richiede una certificazione specifica, a condividere il proprio punto di vista su quanto creato. È un modo originale per coinvolgere tutti nel processo. “Lego parte dall’osservazione che nelle riunioni parlano sempre i soliti membri. È la regola dell’80/20, il principio di Pareto secondo cui l’80% del risultato è prodotto dal 20% degli input. Grazie a questo metodo, invece, tutti interagiscono e quindi la proporzione si trasforma in 100/100”, prosegue Ceschina. Ognuno crea così una piccola storia sulla propria struttura e interagisce in modo leggero e divertente con gli altri partecipanti.

LEGO Serious Play Torre

Ogni sessione, che può durare da un paio d’ore a un’intera giornata, prevede una fase di riscaldamento. Alcuni esercizi che risvegliano le attività dell’emisfero destro Il primo in particolare svela alcuni effetti curiosi. Viene chiesto di costruire in tre minuti di tempo una torre. È curioso vedere come un incarico apparentemente così semplice produca risultati molto diversi fra loro. C’è chi opta per una torre bassa e tozza, chi inserisce elementi insoliti, chi aspira a improbabili impostazioni strutturali. Dopo la condivisione, viene chiesto di smontare la torre e qui succede qualcosa di imprevisto. Si scatena nella persona un senso di dispiacere che normalmente sarebbe immotivato per un’azione che è costata tre minuti appena. Una reazione che forse rivela il coinvolgimento emotivo che il produrre con le mani suscita.

Lego Serious Play condivide con l’esperienza che avevamo da bambini solo la parte ludica. Ma qui c’è molto di più. “Non è un gioco fine a se stesso. Finita la fase ludica, si cerca di stabilire un piano d’azione, cioè individuare la prima azione concreta che può scaturire dalla nuova consapevolezza”, aggiunge Ceschina.

Questo metodo può essere applicato a una serie di ambiti che spaziano dalla conoscenza fra i membri di un team all’innovazione dei processi decisionali. Un esempio pratico: partendo dalla missione aziendale, si chiede di immaginare possibili azioni innovative. A quel punto i partecipanti alla sessione devono dare forma a questo pensiero, lasciando “parlare” le mani. Spiega il docente: “Può succedere che nel modellino prenda forma qualcosa che non era neanche chiaro nella mente della persona”.

Ma ci sono addirittura startup che hanno realizzato il proprio business model canvas grazie al metodo dei mattoncini. “In questo caso, invece di scrivere, azione tipica dell’emisfero sinistro, hanno fatto ricorso alle potenti metafore che scaturiscono dall’impiego dei Lego. Si passa così dal bidimensionale al tridimensionale”. Alcuni riconoscono l’utilità di portare un po’ di caos e disordine nella razionalità a volte esasperata del lavoro. Ma questo metodo punta più che altro sull’immaginazione. Conclude Ceschina: “Sebbene non ci siano istruzioni, questo non è un metodo disordinato: è serio e crea un percorso che sfrutta l’enorme potere dell’immaginazione generativa”.

Dal reddito di Cittadinanza all’assistenza alla disoccupazione, l’esempio elvetico (di Tania Rancani)

scenarieconomici.it 16.12.18

Ne sentiamo di tutti colori di questi giorni, dai bancomat stampati alle poste, ad imprenditori che vorrebbero percepire il reddito di cittadinanza per creare occupazione; l’unica cosa sulla quale ce certezza è che nessuno sa di cosa si parla. Facciamo un po’ di chiarezza partendo da un esempio pratico, ossia il mio!

Mi sono diplomata in economia e commercio concludendo con un diploma di perito aziendale, grazie ad un percorso virtuoso, che coinvolse diverse parti dal datore di lavoro ad enti pubblici funzionanti e specializzati sul tema del lavoro e della formazione. Ovviamente non in Italia, ma in Svizzera, dove esiste un ente che si chiama “Arbeitslosenamt”, ossia “Ente per la disoccupazione”. Questo ente, che fa parte del ministero del lavoro elvetico, non si occupa solamente di problemi connessi alla disoccupazione, ma coinvolge tutte le parti che si occupano dello sviluppo personale dei cittadini. Nello stesso tempo però coinvolge anche le aziende, che hanno uno strumento in più non solo per reclutare il personale occorrente, ma anche per contribuire allo sviluppo personale di talenti già presenti in azienda, oppure per formare un esercito di nuovi tecnici, addetti, supervisori ecc. ecc.

Torniamo all’esempio pratico, mi diplomai come corrispondente in lingue estere (tanti anni fa) e da subito ovvero dai primi anni di lavoro, vidi che il ruolo da segretaria d’azienda o assistente amministrativa (in lingua moderna), non mi piaceva. Non mi piaceva essere dipendente, quindi avere quel ruolo assistenziale senza propria autonomia e creatività, senza potere decisionale, ma in un processo virtuoso trovi sempre qualcuno che individualizza i tuoi talenti, nota le tue qualità e decide che il tuo contributo può essere ben più sostanziale se incanalato in maniera opportuna. Ormai ero arrivata al massimo di quello che potevo ottenere con il mio titolo di studio, nel quadro di una grande azienda farmaceutica. Il mio superiore, mi prese per mano e mi spinse a tornare a studiare. Tramite un ufficio di “Talent scout”, con il quale definimmo un percorso individuale e che mi introdusse in questo sistema statale di formazione, presso l’ente di disoccupazione appunto, tornai sui banchi di scuola, dove in tempi rapidissimi mi diplomai e conclusi con il certificato statale. Seguì la specializzazione in servizi integrati, poi altri corsi come specialista di sicurezza aziendale, ancora un po’ di mangement trainig da capo progetto di processi d’integrazione industriale e poi… Ok, poi ho deciso di cambiar vita e tornare alle origini, ossia in Italia.

Come vedi, caro lettore, il percorso di un dipendente dev’essere di continuo sviluppo e accrescimento delle proprie facoltà. Non si finisce mai d’imparare e il ruolo fisso in questo percorso, può solo essere d’ostacolo alla propria cultura e ovviamente anche all’innovazione e lo sviluppo dell’azienda stessa. Ma occhio perché parlo del ruolo fisso, da non confondere con l’impiego fisso che è il solo vero propulsore di questo processo!

E in Italia? In Italia manca, ma manca tutto cominciando dai centri dell’impiego, dove pochi impiegati precari cercano di collocare tantissime persone disoccupate. Manca la condivisione dei dati tra una regione e l’altra, ma anche tra regioni ed enti statali. Manca un sistema integrativo delle diverse misure che già abbiamo a disposizione, come la cassa d’integrazione, il reddito d’inclusione, il sussidio di disoccupazione, ecc. Manca soprattutto la connessione tra percorso di formazione e di collocamento al lavoro. Manca anche una approfondita conoscenza dei dati statistici, anzi la rilevazione corretta di questi dati regione per regione. Come si fa a combattere un problema, se non lo si conosce?

Per assurdo in questo paese abbiamo tantissime cose da implementare e abbiamo tantissime persone disoccupate o sottoccupate, che potrebbero invece condurci a questa piattaforma infrastrutturale sulla quale si muove un economia sana. Quindi se dovessi sognare, ci sarebbe un unico organo che integra la problematica della disoccupazione a quella formativa, quella della lotta alle diseguaglianze all’IMPS, integrando così i nostri diversamente abili in processi lavorativi adatti alla loro disabilità, il processo di vera emancipazione, che non si basa su una assurda regolamentazione di quote rosa, che più che altro discrimina invece di integrare. Certamente parliamo di scelte politiche dispendiose, ma anche di cultura politica nella quale nessuno deve restare indietro, nessuno si deve sentire indesiderato, inutile e scoraggiato.

Magari qualcuno dirà che sono un idealista, un sognatore e allora facciamo un confronto. La disoccupazione nazionale elvetica secondo dati SECO (segretariato di stato per l’economia) è di 2.5%, pressoché piena occupazione, aggiungiamo il 2.1% di disoccupazione (reale) ossia di chi non cerca lavoro per vari motivi e arriviamo al 4.6%, (anche se questo dato non è veramente stabile ed assodato, quindi tendenzialmente esagerato). Quanto tempo resta una persona nel sistema del sussidio di disoccupazione? Si parla di una media di 6 mesi, includendo però anche quelle situazioni, che sarebbero difficilmente collocabili anche in situazione di piena occupazione, ossia persone con disabilità, tossicodipendenza, alcolismo ecc. Oppure quelle persone che sono in un processo di formazione e quindi usufruiscono del tempo massimo, in pratica di circa un anno e mezzo, ma anche le persone che ormai hanno raggiunto l’età pensionabile e hanno un livello di formazione medio bassa, anch’esse difficilmente ricollocabili.

Figli e figliastri? Per finta ignoranza i lamenti in gialloverde

 di: Luciano Scateni lavocedellevoci.it

“Mammina, perché dai le caramelle a Giggetto e a me no?” Il malefico tandem Salvini-Di Maio in conflitto con l’austerità della Ue emette lamenti da figlioletti discriminati da mammà. All’unisono chiedono piagniucolosi perché l’Europa sia benevola con la Francia e il suo deficit al tre percento e intransigente con l’Italia che si era proposta con un disavanzo del 2,4%.

Il deficit strutturale della Francia è stimato dalla Commissione in miglioramento dello 0,2%. La situazione italiana è decisamente diversa: all’Italia veniva chiesto un miglioramento del saldo strutturale dello 0,6%, ma il governo giallo-verde aveva presentato un documento che prevedeva invece un peggioramento dello 0,8%, quindi uno scostamento del 1,2% definito da Bruxelles “molto grave”.

I “bambini” arrabbiati che vestono in gialloverde battono i piedi per terra, e fingendo di non conoscere i perchè del differente atteggiamento di Junker e Moscovici, li accusano di agire come genitori che discriminano tra figli e figliastri.

I fatti, di là dalle chiacchiere: in termini di situazione economica e finanziaria una prima decisiva differenza l’esplicitano un paio di considerazioni di macroeconomia: il debito francese è vicino al 98%, quello italiano supera il 131%. Lo spread di Parigi oscilla intorno ai 40 punti base, quello italiani dopo l’impennata ad oltre i 300 è comunque sui 250 punti di base. Di rilievo sono anche il tasso di crescita e il suo potenziale della Francia, molto più alti dell’Italia. La concessione a Macron di superare è rigidamente temporanea, giustificata da contingenze eccezionali, stimate provvisorie, il 2,4 percento dell’Italia no. Decisivo per il differente comportamento della Commissione europea è considerato il rispetto delle norme Ue. Moscovici ha riscontrato nella manovra italiana una deviazione senza precedenti delle regole, Parigi ha ottenuto l’ok perché promossa. La Francia è stata sotto procedura d’infrazione per nove anni che si è conclusa nella scorsa primavera e ha presentato una manovra con deficit al 2,8%, per il 2019 che ha un impatto dello 0,9% del Pil. Senza questa misura una tantum, il deficit francese nel 2019 sarebbe all’ 1,9% e scenderebbe all’ 1,4% nel 2020. Il taglio del deficit strutturale della Francia, nella valutazione della Commissione comporterà un miglioramento dello 0,2%. Moscovici lo aveva chiesto all’Italia dello 0,6%. In risposta un documento che non solo non lo migliorava in quella dimensione, ma prevedeva al contrario un peggioramento dello 0,8% con un una differenza negativa dell’1,2% valutato da Bruxelles molto grave.

Per queste ragioni la Commissione adotta flessibilità nei confronti della Francia, si comporta come ha fatto con l’Italia in passato, quando ci ha finanziato per circa 30 miliardi negli ultimi 4 anni, a favore di riforme strutturali e investimenti, oltre che per le risorse una tantum destinate a migranti, sicurezza e terremoti.

Se tutto questo non bastasse, è diverso il giudizio sulle misura dei programmi italiani e francesi. Bocciate le riforme del governo gialloverde, per esempio la quota 100 per le pensioni, promosse quelle previste da Parigi per ridurre il costo del lavoro e favorire l’occupazione.

Ma chi lo spiega agli italiani?

Putin agente della Stasi? Ma “tasi”!

 

Precisato che in veneto “tasi” significa “stai zitto”, non si può rimanere indifferenti di fronte al finto scalpore, al sensazionalismo d’accatto, al solito refrain. Il mondo in questi giorni ha scoperto che il Presidente russo Vladimir Putin è stato un agente della Stasi (il servizio segreto della Germania Est), durante gli ultimi anni della Guerra Fredda. Tutti sapevano che era un ufficiale dell’esercito russo di stanza a Berlino e un agente kgb, ma non che fosse anche un agente segreto a libro paga della famigerata Stasi. 
L’ipotesi viene dal giornale Bild, secondo il quale sarebbe stato ritrovato un tesserino identificativo della polizia politica dell’ex Germania Est con il nome e la fotografia di Putin, giovanissimo. Queste notizie, sulle quali non vi è peraltro alcuna certezza, vengono veicolate periodicamente dalla stampa europea e americana nel puerile tentativo di far passare Putin per un agente dell’Impero del Male. Il nemico di James Bond.

La tesi da sostenere è questa: Putin ha sempre navigato nel torbido. E’ un agente dei servizi segreti. Un infiltrato.

La scuola del KGB russo è stata per lunghi anni la formazione più elevata alla quale un giovane russo “di belle speranze” potesse accedere. Putin è riuscito ad entrarvi e a formarsi a questa scuola di prestigio. Poi all’interno di essa ha lavorato per alcuni anni, ma non faceva parte di quelli che si travestono, mettono i guanti in pelle nera e strozzano le bionde in ascensore, con buona pace dei russofobici hollywoodiani che abitano in Occidente. Ma, praticamente, in cosa consisteva il suo lavoro? Putin era una sorta di tecnico, col vantaggio di parlare bene in tedesco. La sua routine era quelal di raccogliere dati interessanti (antiNato) e di trasmetterli a Mosca. Non lavorava sotto copertura, ma teneva i rapporti con gli agenti sotto ed il centro. Un lavoro importante, ma che si potrebbe quasi derubricare a”nulla” se paragonato a quello dell’appena scomparso Geroge H. W. Bush, direttore della Cia 13 anni prima di diventare Presidente degli Stati Uniti d’America. Su Putin banale funzionario Kgb, fiumi di parole. Su Bush capo della Cia, neanche una riga d’inchiostro.

Tornando alla Stasi, indipendentemente dagli scoop giornalistici, GeoPoliticalCenter ha appena fatto le seguenti considerazioni che, in qualità di studiosi di Putin e del pensiero putiniano, facciamo nostre. Eccovi un breve abstract.

Per capire chi è Putin non inizieremo dalla sua infanzia, anche se poi questa parte della sua vita sarà citata in questo nostro scritto. Inizieremo invece dal suo periodo di servizio come ufficiale del KGB in Germania.
Putin arrivò in Germania alla metà degli anni 80, parlava già un buon tedesco, nei mesi successivi divenne molto fluente nella lingua locale e un punto di riferimento per il collegamento tra la polizia per la sicurezza dello stato tedesco orientale (STASI) e il KGB. I suoi compiti in Germania erano quelli di aiutare, ed allo stesso tempo controllare, gli alleati della DDR e prevenire le attività straniere occidentali sul suolo tedesco e in particolare nell’area di Dresda.
All’epoca Putin aveva il grado di maggiore e assistette impotente al crollo dell’impero sovietico e alla dissoluzione del patto di Varsavia. Nei giorni tumultuosi dell’ottobre/novembre 1989, mentre la cortina di ferro collassava, a Dresda una folla inferocita minacciava l’area abitativa speciale dove risiedevano i militari russi e gli uomini della STASI. Temendo una possibile giustizia sommaria dei rivoltosi, che potesse anche mettere in pericolo le famiglie dei militari russi ivi residenti, Putin chiese aiuto alla guarnigione meccanizzata sovietica di stanza a Dresda. La risposta che gli arrivò dal comandante lo segnò per tutta la vita:” Compagno Maggiore, se Mosca mi desse l’ordine di uscire con i carri per difendervi mi muoverei in pochi minuti. Purtroppo Compagno Maggiore da Mosca arriva solo silenzio”.
Da Mosca arriva solo silenzio. Mosca taceva, non agiva, non sapeva cosa fare e nei fatti metteva in pericolo i suoi uomini in Germania, le loro mogli, i loro figli.
Putin non perdonerà mai a Gobaciov questo silenzio ed è questo choc ricevuto negli anni ottanta che segna una volta per tutte Vladimir Putin: Mosca non dovrà più restare in silenzio durante una crisi, e con lui al potere sarà così; costi quel che costi.

SANITA’ IN CAMPANIA / APPALTI PER “SOMMA URGENZA” NEL MIRINO DELL’ANAC

 di: Cristiano Mais lavocedellevoci.it

Sanità in Campania sempre nell’occhio del ciclone. Dagli appalti facili nelle aziende ospedaliere alla gestione delle Asl fino al regime commissariale che continua a tempo indeterminato. Per non contare i continui episodi di malasanità nei principali presidi cittadini, dalle formiche alla monnezza.

Partiamo dagli appalti facili. E’ l’Anac guidata da Raffele Cantone a suonare l’allarme: sotto i riflettori, in particolare, commesse da 1 milione 600 mila euro deliberate regolarmente “per somma urgenza” quando quell’urgenza non esisteva e finite 7 volte su 10 sempre alla stessa impresa.

Le commesse, da Napoli a Capri (dove c’è il Capilupi), hanno riguardato soprattutto lavori di impermeabilizzazione.

Ecco alcuni stralci dal j’accuse dell’Autorità Anticorruzione. Si parla di “consistente ricorso alle procedure di somma urgenza”, procedure adottate “in modo non appropriato, risultando disattese, sotto diversi profili, le disposizioni che regolano la materia”. E ancora: di esecuzione lavori affidata “ad impresa priva di attestazione lavori che, se correttamente stimati, non avrebbero potuto esserle assegnati”.

Nel corso dell’istruttoria Anac sono poi saltati fuori “verbali di somma urgenza perfettamente identici”. Non basta, perchè sono stati regolarmente violati “i principi di rotazione, trasparenza e parità di trattamento (tra le imprese, ndr), svuotando di significato l’applicazione dei criteri, il cui scopo, invero, è quello di evitare il consolidarsi di rapporti solo con alcune imprese”.

Conclusa l’istruttoria, Cantone ha inviato carte e documenti alla Procura della Repubblica di Napoli e alla Corte dei Conti, affinchè siano valutati tutti gli aspetti penali e amministrativi a carico di chi si è reso responsabile di queste situazioni.

Vincenzo De Luca

Secondo il Governatore-Commissario alla sanità, Vincenzo De Luca, invece è tutto rose e fiori. Imitando perfettamente se stesso nella versione Crozza, sottolinea con ardore ai microfoni della solita emittente amica di Salerno Lira Tv: “C’è una campagna mediatica. Soprattutto televisiva, che tende a sminuire le eccellenze della sanità. Mesi di una campagna di aggressione a puntate, una prima sulle formiche all’Ospedale San Paolo, poi al San Giovanni Bosco. Tutto al solo scopo di ridurre la sanità campana alle dimensioni di una formica. Senza nemmeno domandarsi se dietro le formiche non ci sia una azienda o una società di pulizie che non vuole gare trasparenti”. Formidabile.

Ma affronta di petto anche la questione commissariale, il governatore: “Il problema non è se il commissario deve essere il governatore, ma mettere un punto al commissariamento perchè non abbiamo più motivi per esserlo”. Risolto allora il problema, De Luca lascia l’incarico e viene nominato un normale assessore? Dalle parole che seguono non si capisce. Ragiona De Luca: “Abbiamo un bilancio in attivo e un avanzamento che ha del miracoloso rispetto alle griglie Lea, i livelli essenziali di assistenza. Non c’è alcun motivo per il commissariamento, mentre assistiamo solo ad atti di politica politicante”.

Si riferisce di certo alla norma, voluta dai 5 Stelle, che non consente ad un presidente di Regione di essere al tempo stesso commissario alla Sanità.

Perchè allora il super governatore non ha colto la palla al balzo e dichiarato ai microfoni di Lira Tv che lascia l’incarico seduta stante e domani viene nominato l’assessore alla sanità?

Misteri della “politica politicante”.

Le banche e l’oro alla patria: i rischi nascosti nel bilancio pubblico

 firstonline.info

14.12.18

L’indeterminatezza della manovra del Governo ha reso il bilancio pubblico sempre più una Sfinge indifferente allo spread e al debito pubblico: così si rischia di arrivare a una situazione di non ritorno nella quale le banche, in caso di crisi dell’economia e del debito sovrano, potrebbero dover donare l’oro alla patria con il consolidamento dello stock dei titoli pubblici che detengono

Le banche e l’oro alla patria: i rischi nascosti nel bilancio pubblico

Ha scritto il professor Amilcare Puviani nella sua opera del 1903, “Teoria della illusione finanziaria” (tradotta in lingua tedesca dal 1960), con riferimento al bilancio pubblico che “il bilancio dice assai più o assai meno, come si vuole. Esso resta una Sfinge impenetrabile alle grandi masse della Camera, a quelle masse che votano le leggi, che votano le spese, che votano le entrate”

Certo è che quando il professor Puviani scrisse tutto ciò non immaginava che la “Sfinge impenetrabile” si sarebbe trasferita, dopo oltre un secolo, dalle burocrazie ministeriali al governo gialloverde di oggi. Governo che, al 13 dicembre, deve ancora predisporre il bilancio da sottoporre alle Camere e alla Commissione europea: da tempo organismi ancora attoniti a fronte della “Sfinge impenetrabile che dice assai più o assai meno come si vuole”. Basti pensare alla mutevole composizione della manovra a seconda che la Sfinge si rivolga “al popolo da non tradire“ cui si promette più spesa o alla Commissione europea che anch’essa non va tradita promettendole parimenti meno spesa.

A fronte di siffatta Sfinge impressiona che, in occasione della Giornata del risparmio del 31 ottobre scorso, il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco abbia denunciato sia che all’ampliamento del premio per il rischio sui titoli di stato concorre l’incertezza sull’orientamento delle politiche di bilancio, sia che siffatto aumento del premio per il rischio sul debito pubblico produce perdite in conto capitale che in particolare peggiorano la situazione patrimoniale delle banche detentrici di circa il 40-45 per cento dello stock del debito pubblico italiano. Ma la Sfinge restò muta e impenetrabile al riguardo.

Più tardi, nel rapporto sulla stabilità finanziaria di fine novembre della Banca d’Italia, si sottolineava ancora una volta sia che il processo di rafforzamento dei bilanci delle banche è frenato dalle tensioni sul mercato del debito sovrano italiano, sia che la flessione delle quotazioni dei titoli di stato ha determinato una riduzione delle riserve di capitale e di liquidità e un aumento del costo della provvista all’ingrosso, sia infine che il forte calo dei corsi azionari degli intermediari ha provocato un marcato aumento del costo del capitale. Concludeva il rapporto che, se le tensioni nel mercato dei titoli di stato dovessero protrarsi, le ripercussioni sulle banche potrebbero essere rilevanti, soprattutto per alcuni intermediari di media e piccola dimensione.

Si aggiunga che prosegue il calo della raccolta obbligazionaria e che nei prossimi due anni giungeranno a scadenza obbligazioni bancarie per 110 miliardi e che il peso delle obbligazioni sulla raccolta delle banche italiane è pari al 10,2 per cento, a fronte del 13,7 e del 16,4 per gli intermediari tedeschi e francesi, rispettivamente.  Sono dati che, ad avviso di chi scrive, attestano unaridotta fiducia degli investitori sulla stabilità patrimoniale delle banche italiane gravate dallo stock di debito pubblico che detengono nei loro bilanci, rispetto agli intermediari tedeschi e francesi. Non a caso, il debito pubblico francese è ancora sotto il 100 per cento del Pil (percentuale che l’Italia ha raggiunto nel 1990 e da allora cresciuto fino al 130 per cento) e lo spread con il Bund tedesco è nell’ordine dei cinquanta punti base: un quinto o un sesto di quello italiano.

Nel mese di luglio scrissi su Firstonline che l’indifferenza della Sfinge per l’andamento dello spread e del debito pubblico in percentuale del Pil rischiava di portare ad una situazione di non ritorno che avrebbe richiesto di portare l’oro alla patria ai risparmiatori italiani. Oggi l’indifferenza della Sfinge per lo spread più elevato in Europa e per i suoi effetti sulla stabilità del sistema bancario, l’amore per lo Stato gestore mostrato nel caso Alitalia, la mal riposta tentazione di portare la Cassa depositi e prestiti a comportarsi come l’Iri ai tempi dei salvataggi bancari, la mai celata minaccia ai poteri forti identificati con le banche, la fame di posti da occupare, mi fanno porre la seguente domanda: se, smentendo gli oracoli della Sfinge, dovesse manifestarsi una nuova crisi dell’economia reale associata a quella del debito sovrano, sarà questa volta l’industria bancaria chiamata ad apportare l’oro alla patria con il consolidamento dello stock del debito sovrano che le banche detengono nei loro bilanci, con la conseguente e inevitabile nazionalizzazione dello stesso sistema bancario? Nulla di nuovo, è già successo.

Come la Germania cerca di non far scoppiare il bubbone Deutsche Bank

startmag.it 16.12.18

Fatti, numeri e commenti sulla probabile fusione tra gli istituti bancari tedeschi Deutsche Bank e Commerzbank

Germania in apprensionE per lo stato di salute di Deutsche Bank. Sta per scoppiare la bomba finanziaria in Germania?

E’ quello che si chiedono non sono a Berlino. Ecco che cosa sta succedendo con informazioni, numeri, commenti e analisi.

Venerdì scorso c’è stata una seduta all’insegna degli acquisti sul listino tedesco, che ha chiuso con un rialzo dell’1,56% a 10.949,17 punti.

A spiccare sono state soprattutto le performance dei titoli bancari e, all’interno del comparto, sono due gli istituti in particolare evidenza, Deutsche Bank e Commerzbank: la prima, che nelle ultime settimane ha più volte aggiornato i minimi storici, ha messo a segno un +5,81% fermandosi a 7,862 euro mentre la seconda ha guadagnato il 5,61% fermandosi a 6,943 euro.

Ad innescare gli acquisti è stata l’indiscrezione, riportata da Bloomberg, secondo cui il governo tedesco avrebbe intensificato gli sforzi per facilitare una fusione tra i due istituti. Portavoce delle due banche e del ministero dell’economia non hanno rilasciato dichiarazioni in merito.

Nonostante quello del matrimonio tra la prima e la quarta banca tedesca per asset siano piuttosto frequenti, nel 2018 le voci si sono intensificate.

“Il modello di business delle due banche sono complementari […]ed entrambe affrontano un periodo difficile”, ha commentato il Markus Kienle, vice CEO di SdK, un associazione che raggruppa i piccoli commercianti. Ma non ci sarebbero solo aspetti positivi. “I costi di ristrutturazione –continua Kienle – potrebbero bloccare per anni la distribuzione dei dividendi e per questo motivo riteniamo che gli svantaggi di una fusione al momento siano maggiori dei vantaggi”.

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ECCO UN ESTRATTO DELL’ANALISI DEL SOLE 24 ORE PUBBLICATA IERI E FIRMATO DA ISABELLA BUFACCHI:

DB ha toccato nei giorni scorsi in Borsa il minimo storico a quota 7,24 euro, ieri è rimbalzata a 7,84 (+0,6%) ma ancora sotto la soglia degli 8 e segnando un calo in un anno del 54%. I Cds di DB hanno chiuso ieri a 190 punti base, in miglioramento dai 220 dei giorni scorsi ma lontani dai 120 punti di settembre come sia pur lontani dai 275 della crisi del 2016 e i 325 della Grande Crisi del 2011. Anche i titoli ibridi coco-bond/AT-1 hanno acceso una spia rossa in questi giorni : il rendimento si è avvicinato al 12%, il doppio della cedola, anche se ieri ha chiuso lievemente migliorato all’ 11,26 per cento. La capitalizzazione di Borsa di DB, che ha attivi totali per 1.474 miliardi (in netto calo contro 2.000 miliardi del 2012 e 2.200 del 2008) è pari a 16,58 miliardi di euro contro 300 miliardi circa di JP Morgan, 140 di Hsbc, 120 di Citigroup e 50 di Bnp Paribas. DB batte però Commerzbank, che con una capitalizzazione di Borsa pari a 8,74 miliardi lo scorso settembre è uscita dalle 30 blue chip tedesche del Dax e ieri ha chiuso a 6,66 euro (-2,53%), un calo del 51% dal picco toccato quest’anno in gennaio.

lo Stato federale è il principale azionista in Commerzbank, con una quota azionaria del 15,6%: a differenza dei comuni e delle regioni-Land, a livello federale in Germania le partecipazioni nelle banche non sono ben viste e lo Stato si sarebbe volentieri sbarazzato subito della quota in Commerzbank se non fosse che per evitare di accollare ai contribuenti una perdita il prezzo in Borsa dovrebbe risalire attorno ai 20 euro, mentre adesso è sotto i 7 euro.

Per facilitare la fusione e soprattutto renderla meno onerosa, lo Stato starebbe addirittura pensando di flettere le norme e ridurre una tassa ad hoc. Ma stando a fonti bene informate

Come spiegare al contribuente tedesco, che vede male i banchieri d’affari, che i suoi soldi verrebbero usati per salvare una banca come DB che proprio di recente si è conquistata le prime pagine dei giornali per nuove perquisizioni clamorose legate allo scandalo dei Panama Papers e il riciclaggio di denaro sporco oltre i 100 miliardi nel dossier Danske bank?

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ECCO UN ESTRATTO DI UN ARTICOLO DEL QUOTIDIANO LA VERITA’ FIRMATO DA ANTONIO GRIZZUTI

Le voci si sono rincorse per mesi, ma adesso sembra quasi fatta. Pare infatti che le due banche più importanti della Germania, Deutsche Bank e Commerzbank, stiano per unirsi in matrimonio.

Secondo le indiscrezioni, dietro alla fusione ci sarebbe la «manina» dello stesso ministro delle Finanze tedesco, Olaf Scholz.

La presenza del rappresentante dell’ esecutivo guidato da Angela Merkel nella trattativa non deve stupire, dal momento che tra le soluzioni messe sul tavolo in queste ultime settimane ci sarebbe quella che prevede l’ingresso del governo federale in qualità di maggiore azionista di Deutsche Bank per un periodo propedeutico alla fusione che dovrebbe durare circa cinque anni. L’ operazione, a quel punto, si configurerebbe come una vera e propria nazionalizzazione per l’istituto guidato da Christian Sewing.

Certo, si tratterebbe di uno scenario molto distante dalla linea di pensiero che ha animato la politica europea in ambito bancario degli ultimi anni. Pensiamo al bail in, la normativa di risoluzione degli istituti in difficoltà approvata nel 2014, introdotta proprio al fine di evitare i salvataggi di stato. Ma nel recente periodo abbiamo assistito al continuo moltiplicarsi di regole in ambito creditizio.

Tutte novità che hanno reso difficile, se non quasi impossibile, la vita degli istituti di credito, in particolare quelli italiani. Una su tutte, l’ ossessione morbosa della Vigilanza e del suo capo, Daniele Nouy, per i crediti deteriorati.

E che dire dei derivati, strumenti finanziari ad alto rischio, per la quale la stessa Deutsche Bank è esposta per un valore nominale di 48.000 miliardi di euro (circa venti volte il nostro debito pubblico e quasi trenta volte il nostro prodotto interno lordo)? Non ci stupiremmo, dunque, se al momento dello scambio degli anelli tra Commerzbank e Deutsche, ancora una volta il regolatore scegliesse la via del silenzio.

Con un fatturato di 35 miliardi di euro e una forza lavoro di quasi 150.000 dipendenti, il nuovo soggetto sconterebbe sin da subito l’ incapacità strutturale di Deutsche di produrre utili. Solo nel 2017, l’ istituto di Francoforte ha chiuso con 500 milioni di perdite e il titolo è passato dai 16 euro di inizio anno ai 7 euro toccati in questi giorni.

Il timore che l’ istituto diventi la «nuova Lehman» spinge il governo federale a mettere in campo ogni soluzione possibile per salvare la baracca, che in caso di fallimento rischia di provocare una crisi finanziaria paragonabile a quella causata un decennio fa dallo scoppio della bolla immobiliare statunitense.

(estratto di un articolo pubblicato da La Verità)

DIETRO LE QUINTE/ L’errore di Juncker manda l’Ue (e l’Italia) in recessione

La trattativa tra Governo italiano e Commissione europea va avanti, ma nessuno sembra aver capito il vero rischio che incombe per tutta l’Ue

16.12.2018 – Stefano Cingolani il sussidiario.net

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Jean-Claude Juncker (Lapresse)

Primo trimestre 2018, mentre l’Italia politica fibrilla in vista delle elezioni, l’Italia economica cresce ancora dello 0,3% rispetto al trimestre precedente. Secondo trimestre, dalle urne esce un successo del centrodestra e del Movimento 5 Stelle, ma la Lega si stacca e si allea con i grillini per far nascere il Governo giallo-verde: il prodotto lordo nel frattempo rallenta e fa segnare un più 0,2%. Terzo trimestre, dal contratto di governo emergono il reddito di cittadinanza e una riduzione dell’età pensionabile, il ministro dell’Economia riscrive il Documento di economia e finanza, lo spread tra titoli di Stato decennali italiani e tedeschi balza oltre il 3%: il Pil fa registrare meno 0,2%. Quarto trimestre, comincia il braccio di ferro sulla politica fiscale tra il Governo italiano e l’Unione Europea, mentre le tensioni sui mercati dei titoli pubblici e privati colpisce la capitalizzazione delle banche e aumenta i costi del debito pubblico: non sappiamo come sta andando il Pil, per i primi tre trimestri i conti vengono dall’Istat, per quello in corso è ancora un’ipotesi basata però sull’andamento degli indici sulla produzione manifatturiera, tuttavia sembra che sia ancora in discesa.

Non vogliamo arrivare a nessuna conclusione, anche se la congiuntura politica ricade su quella economica. Tuttavia, una cosa è chiara: il ciclo si è invertito fin dall’estate, cambia profondamente l’intero palcoscenico sul quale recitavano a primavera gli attori della politica e dell’economia. Eppure sembra che nessuno se ne sia accorto. Come il cane di Pavlov, tutti continuano a comportarsi in base a un riflesso condizionato. Il Governo italiano ha il primato del pavlovismo, anche perché il rallentamento qui si sta trasformando in vera e propria recessione, mentre si continua a immaginare una crescita per l’anno prossimo dell’1,5% e si mette in cantiere la redistribuzione di un reddito che non è stato e quasi certamente non verrà prodotto. Ma nemmeno l’Unione Europea sembra consapevole di come e quanto velocemente stiano cambiando le variabili fondamentali.

Naturalmente, non siamo di fronte all’ineluttabile, è ancora possibile frenare la discesa se non proprio invertirla. Mario Draghi è preoccupato, ma non pessimista e la Bce non ritiene di dover rinviare la fine del Quantitative easing, anche se manterrà gli interessi ai minimi e i rubinetti della liquidità aperti per tutto l’anno prossimo. Draghi, che ieri ha bacchettato l’illusione sovranista ricordando che quando non c’era l’euro decideva il più forte, cioè il marco tedesco, conta di chiudere il suo mandato nel prossimo ottobre lasciando l’impronta indelebile della svolta, con la Bce convertita a una politica monetaria decisamente eterodossa (nemmeno la Federal Reserve si è spinta fino ai tassi d’interesse negativi). Dunque, la banca centrale continuerà a sostenere la domanda, ma non sarà sufficiente senza un sostegno della politica fiscale o di bilancio che dir si voglia.

Quel che c’è da fare, Draghi lo ha detto e ripetuto anche recentemente: i paesi ad alto debito debbono ridurlo, quindi non possono finanziare nuove spese in disavanzo; i paesi in equilibrio, o addirittura in attivo come la Germania, debbono allentare i cordoni della borsa. Draghi si è spinto al punto da sollecitare esplicitamente un aumento dei salari, quindi non lo si può accusare di snobbare la domanda per consumi, ma è altrettanto chiaro che per impedire la recessione occorre aumentare gli investimenti (privati e pubblici) e la produttività a cominciare dai paesi come l’Italia dove si è ridotta o dai settori economici (manifattura obsoleta e servizi) dove ristagna. Non spetta alla Bce la politica fiscale, che resta prerogativa dei governi nazionali, ma la ricetta è ovunque la stessa, anche se va somministrata in dosi e modi diversi. Purtroppo, è una ricetta che nessuno ama, né l’Italia, né la Commissione europea, né i paesi più forti.

In questo quadro, la trattativa defatigante tra Roma e Bruxelles diventa inattuale se non surreale: altro che cinque stelle, è una sceneggiata lunare. Con il 2,04% si è raggiunto il teatro dell’assurdo, Giovanni Tria e Pierre Moscovici sembrano gli Smith e i Martin nella più nota pièce di Jonesco, solo che questa volta la cantatrice calva entra in scena sotto forma di recessione. Se la Commissione avesse una chiara percezione di quel che sta accadendo dovrebbe tirare gli orecchi all’Italia non per lo zero virgola, ma per la qualità della manovra, per la mancanza di investimenti, per il nulla a proposito della produttività, per lo spreco di risorse e il sistematico rifiuto di non ridurre la spesa corrente che non genera crescita. Altro che keynesismo, siamo all’economia del voo-doo.

Non è solo l’Italia, né solo la Francia a dover essere messa sotto osservazione: spetta a Bruxelles pretendere che i paesi dell’Unione, a cominciare da quelli della zona euro, coordinino le loro politiche economiche in funzione anti-ciclica. La recessione non fa bene a nessuno. Va bene che la Commissione è in scadenza, ma era stata nominata promettendo un pomposo programma di crescita basata sugli investimenti e lascia con una decrescita per mancanza di investimenti. C’è ancora tempo per un riscatto sia pur tardivo. Juncker, se ci sei, batti un colpo nella giusta direzione.

Niente Acri né Cdp, Palenzona perde peso (politico)

Stefano Rizzi lospiffero.it 16.12.18

Tramontata l’ipotesi di succedere a Guzzetti e sbarrata la strada verso i vertici della cassaforte statale, al “camionista” di Tortona non resta che la Fondazione Cr Alessandria. Ma anche quella poltrona potrebbe sfumare. Ecco perché

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Più che a volte, quasi sempre ritornano. Senza, di fatto, essersene mai andati. Semmai, come nel caso di Fabrizio Palenzona, avendo continuato a navigare a mo’ di sommergibile tenendo appena appena fuori il periscopio nell’attesa di riemergere. Il banchiere, con il curriculum zeppo di incarichi (tutti asai prestigiosi e naturalmente altrettanto remunerati) si potrebbe scrivere non il collezionista di ossa, bensì quello di poltrone, da un po’ appare defilato dal Barnum della finanza e, ancora più da quella scena politica che lo vide esordire in giovane età prima di deviare sul fronte del business.

Uomo di peso, di fatto e in metafora, nel mondo del trasporto riuscendo a ricoprire contemporamente il vertice di chi le autostrade le gestisce (l’Aiscat) e chi le usa (Conftrasporto), il “camionista di Tortona”, a lungo nel board di Unicredit d cui è stato vicepresidente, attuale presidente di Prelios (ex Pirelli Real Estate), tenendosi sotto coperta nella tempesta sui concessionari autostradali seguita alla tregedia del ponte Morandi, rispunta adesso in riva al Tanaro, in quella sua Alessandria di cui è stato presidente della Provincia, occupando Palazzo Ghilini, proprio di fronte a quello dove Furbizio potrebbe arrivare aggiungendo un’altra poltrona alla sua infinita collezione.

“A prendere il mio posto sarà Fabrizio Palenzona”. L’annuncio del presidente della Fondazione Cr Alessandria, Pierangelo Taverna, non è quel che si dice una sorpresa, anche se questo non esclude che ne potrebbero saltare fuori altre da qui alla primavera quando avverrà il cambio al vertice della cassaforte mandrogna.

Il nome di big Fabrizio arrivato nell’inner circle della finanza dopo i primi passi in quella politica che lo avrebbe portato a fare il sindaco di Tortona della prima giunta anomala del Paese (DcPci) e poi il presidente della Provincia, non è affatto una novità che spunta all’ultimo minuto nei pronostici circa la successione di Taverna. Anzi di Palenzona come numero uno della Cr Alessandria si era parlato e probabilmente si tornerà a farlo associando quella poltrona a quell’altra che tra pochi mesi il grande vecchio della finanza bianca Giuseppe Guzzetti lascerà libera all’Acri.

Il borsino per la presidenza dell’associazione delle fondazioni e delle Casse di Risparmio non pare tuttavia segnare rialzi per l’ex vicepresidente di Unicredit e i suoi rapporti con il grande vecchio della finanza bianca non sarebbero tali da alimentare questa ipotesi. Il numero uno della Fondazione Cr Torino, Giovanni Quaglia, a lungo palenzoniano di ferro avrebbe trattato la nomina in Cdp direttamente con Guzzetti, avvalorando letture che descrivono il legame con Palenzona (anche in nome della comune origine e militanza nello scudocrociato) non più solido com’è stato per anni. Ma anche a stessa presidenza della fondazione alessandrina che Taverna spiega di aver proposto, ricevendo come risposta un sì, a Furbizio non pare essere così certa.

Insomma quel che pare già deciso oggi, potrebbe essere cambiato se non domani nel giro di qualche mese. Non è un caso che in alcuni ambienti alessandrini dove i ragionamenti e gli schemi spesso poi trovano traduzione pratica, giri con insistenza un altro nome per l’erede di Taverna: quello del suo attuale vice, il notaio Luciano Mariano.

Noto e stimato professionista alessandrino, Mariano pur essendo figura di peso negli ambienti alessandrini che contano – suo lo studio dove lo scorso agosto venne firmato un importante atto della complicata vicenda della Borsalino – non ha mai fatto politica e questo insieme al suo riconosciuto understatement potrebbe spianargli la strada su cui oggi, stando a quanto detto da Taverna, viaggerebbe il camionista.

I due nomi sono risuonati spesso in un incontro di notabili, qualche giorno fa, nella club house del golf club Villa Carolina, a Capriata d’Orba, piccolo Comune guidato da Giovan Battista Poggio, leghista e candidato in pectore per il consiglio regionale. Nulla più che una coincidenza, ma è anche guardando alla Lega e ai più che buoni rapporti di Mariano con esponenti di spicco del Carroccio che la strada appena citata, per il notaio, potrebbe farsi ancora più in discesa.

Di certo, visti i protagonisti e gli ambienti in cui si è già da tempo incominciato ad affrontare la questione della futura guida della fondazione (dai quali sarebbe ormai sparito il nome dell’attuale membro del board di CrTorino Massimo Bianchi, dato pure lui in corsa), semmai l’investitura di Palenzona dovesse lasciare il posto a quella di Mariano, non sarebbe certo frutto di scontri, ma di ulteriori valutazioni e ragionamenti.

Come quelli che vorrebbero per il quasi ex presidente un prosieguo della sua presenza nella Fondazione. Probabilmente con un ruolo onorifico. Certamente utile sia nel caso che a presiedere la Fondazione CR Alessandria arrivi il notaio, sia che quella poltrona vada ad arricchire la collezione di Furbizio, per nulla attratto dall’idea di una panchina.