FIRENZE / DARIO NARDELLA RIELETTO SINDACO A BOTTE DI TRAMVIE VELOCI & TAV ?

 di: Andrea Cinquegrani lavocedellevoci.it

Firenze si è trasformata in un cantiere in ebollizione. Una sfilza di infrastrutture per i trasporti ne stanno modificando profondamente l’assetto ambientale e urbanistico, con un forte impatto sul delicato tessuto del territorio (e del sottosuolo cittadino). Tramvie veloci, restyling dell’aeroporto, nodo TAV tra le chicche che il sindaco Dario Nardella intende presentare agli elettori su un piatto d’argento in vista del voto amministrativo, e quindi per il rinnovo della sua poltrona, nel prossimo maggio.

Mentre il suo patròn Matteo Renzi presenta con ascolt flop le meraviglie di Firenze per un programma della Nove (è certo più adatto per un quizzone), l’amico Nardella gioca sulle infrastrutture che caratterizzeranno il futuro della città nei prossimi 50 anni. Ma è proprio tutto oro quel che luccica? Andiamo a vedere.

ARRIVANO I COMMISSARI DI TONINELLI

Giorni caldi, questi prenatalizi, perchè sbarca a Firenze la commissione tecnica del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (arrivo previsto in città per il 18 dicembre), vale a dire l’USTIF (Ufficio speciale trasporti a impianti fissi). La commissione dovrà fissare a stretto giro il calendario per il collaudo delle due linee di tramvia veloce, la 2 e la 3. Solo dopo potrà arrivare l’ok ministeriale e poi quello della Regione.

Rassicura Nardella: “Abbiamo finito i lavori come promesso. Ora anche la linea 2 è pronta. Per la partenza aspettiamo il timbro finale degli ingegneri del ministro Toninelli. Dal 18 dicembre ci auguriamo che la commissione lavori pancia a terra per consegnare l’opera, ormai finita, a città e regione”.

Il ministro Danilo Toninelli. In apertura Dario Nardella

Evidenti i toni polemici con Toninelli (l’ironia sul ‘pancia a terra’), sospettato di voler rallentare i tempi di avvio, e quindi di far saltare i cronoprogrammi elettorali di Nardella. Che tanto per far intendere aggiunge: “Mi auguro che non ci siano interferenze politiche nell’attività della commissione ministeriale, che non può che essere tecnica, in collegamento con la Regione Toscana e con la società concessionaria. Se ci fossero – mette le mani avanti – sarebbe di una gravità inaudita”. Capito Toninelli? Niente scherzi.

Ma vediamo più da vicino chi ha svolto i lavori, a quanto pare fino ad oggi costati, per le due linee, quasi 400 milioni di euro.

In campo la società Tram Firenze spa, che presenta una complessa struttura azionaria. Le quote maggiori sono detenute dal fondo francese Meridian con il 24,1 per cento e dalla rappresentanza nostrana di un’altra sigla transalpina, Rapt Dev Italia con il 24,9 per cento. La restante metà è suddivisa in quote tra Grandi Lavori Fincosit (14 per cento), Ansaldo Breda (13,5), le francesi Alstom Trasport (6,1) e Alstom Ferrovie (3,8), poi Ansaldo Sts (3,8).

La gestione spetta a Gest, tanto per cambiare anch’essa transalpina. Perciò, le fila del gioco sono tutte in mani ai francesi, a noi le briciole (poco più di un quarto azionario). Che bellezza.

TUTTE LE “IMPRESE”, DA UN CRAC ALL’ALTRO

A questo punto occorre fare un salto indietro, quando l’opera, parecchi fa, è iniziata (il riferimento è alla Linea 2, che conduce dall’aeroporto di Firenze Peretola a Piazza dell’Unità d’Italia; mentre la linea 3 va da Careggi a Santa Maria Novella). Un tragitto che più travagliato non si può, il primo.

Ad iniziare i lavori è un consorzio di imprese fiorentine che all’epoca andavano per la maggiore: Baldassini, Tognozzi e Pontello, unite sotto l’ombrello di BTP e un santo protettore, Denis Verdini. Ma la festa dura poco perchè un’inchiesta sulle opere pubbliche decapita i vertici aziendali e porta le imprese verso il crac.

Ma spunta un salvagente che si chiama “Impresa”, la quale decide di rilevare il ramo lavori di BTP, e nel portafoglio ordini c’è anche la ghiotta Linea 2 del tram veloce tanto voluto dal fresco sindaco di Firenze Matteo Renzi. Il quale viene immortalato al taglio del nastro in compagnia di Raffaele Raiola, napoletano, presidente di “Impresa spa”.

Denis Verdini

Un rapido sguardo all’azionariato di Impresa. A far la parte del leone due giovanotti di belle speranze, Ludovico eMaria Grazia Greco, rampolli di Vincenzo Maria Greco, l’inossidabile faccendiere e storico braccio destro di Paolo Cirino Pomicino fin dai tempi del dopo terremoto del 1980 in Campania, passando per i progetti dell’Alta Velocità e quindi coprire tutto l’arco dei lavori pubblici. Anche Raiola è stato tra i primattori della ricostruzione post sisma, avendo tra l’altro rilevato una patata bollente, la Sorrentino Costruzioni Generali, finita sotto sequestro giudiziario per collusioni camorristiche e molto vicina a ‘O Ministro. Anche Impresa è finita in crac e sotto i riflettori della magistratura gigliata.

Terzo passaggio del testimone e arriviamo a Fincosit Grandi Lavori. Non fa neanche in tempo a metter mano a ruspe e betoniere che da Venezia arriva la doccia fredda: Fincositrecita un ruolo di primo piano nel Consorzio Venezia Nuova, per la realizzazione del Mose, finito anch’esso nel mirino della magistratura lagunare, “una grande tangentopoli”, secondo il pm Carlo Nordio. Quindi anche il presidente di Fincosit finisce in galera e arriva, come “salvatore”, Vito Gamberale.

Ma per poter continuare le opere, tra continui stop and go, occorre rafforzare la struttura del concessionario Tram Firenze spa: per questo l’ingresso massiccio dei francesi che portano oggi a termine i lavori.

Nardella è inarrestabile. Vuole “tramviare” tutta Firenze, per la disperazione di tanti commercianti costretti a chiudere i propri negozi e degli stessi cittadini, obbligati ad acrobazie nel traffico.

“La mia amministrazione – gongola il primo cittadino – intende estendere il sistema tramviario veloce, e per questo siamo in attesa di altri 40 milioni dall’Unione europea”. Fondi, a quanto pare, per allungare le linee su entrambi i versanti: da una parte in direzione Campi Bisanzio e Sesto Fiorentino, dall’altra in direzione Rovezzano e Bagno a Ripoli. Lo start sarebbe previsto per il 2020.

Ecco le ultime parole prenatalizie del sindaco renziano: “Sulle opere infrastrutturali bisogna che il governo non ci blocchi. Non sarebbe un dispetto personale a Nardella, ma allo sviluppo dei prossimi 50 anni della città”.

IL NODO TAV, TRA MONNEZZE TOSSICHE E SIGLE IN CRAC

A chi gli chiede della stazione Foster, uno dei pomi principali della discordia sul fronte dello snodo TAV, Nardella risponde sicuro: “Per la stazione Foster siamo a metà dei lavori, sono stati già investiti 700-800 milioni di euro. Chi potrebbe mai fermare, e con quale logica, adesso i lavori?”.

Il presidente ANAC Raffaele Cantone

E chissenefrega se l’impatto ambientale è devastante, se le ruspe dei Casalesi sono state tra le protagoniste dei lavori e ancora una volta s’è aperta una maxi inchiesta giudiziaria. Bazzecole, pinzellacchere per il primo cittadino ormai tutto proiettato verso la rielezione a maggio. E che trova il tempo, a metà dicembre, di tenere a battesimo la “Festa della Luce” organizzata al Palacongressi di Firenze dal Grande Oriente d’Italia.

Val la pena di ricordare che i lavori per l’Alta velocità a Firenze vennero affidati in prima battuta a Coopsette, poi finita sotto amministrazione controllata. Il testimone è passato a una delle big nazionali, la storica Condotte. Ma anche stavolta il copione drammaticamente si ripete: la società va in concordato preventivo. E’ di giorni fa la notizia che Condotte è stata molto generosa – a botte di consulenze – con la famiglia Renzi.

Intanto aspettiamo di conoscere novità dalla magistratura gigliata, che sei anni fa aveva iniziato ad indagare soprattutto sul fronte del movimento terra, scoprendone di tutti i colori. In particolare che i lavori erano stati affidati ad alcune sigle casertane riconducibili al clan dei Casalesi, le quali avevano provveduto ad interrare vagonate e vagonate di rifiuti tossici.

Come mai nessuno aveva controllato? E’ intervenuta – e in che modo – l’Anac guidata da Raffaele Cantone?

Per saperne molto di più sulle svariate infrastrutture fiorentine (in particolare Tav, Tramvie e Aeroporto) potete andare sul sito di Idra (www.idraonlus.it), un’associazione in campo da ben 24 anni (è nata nel 1994) proprio per la tutela dei territori, in particolare ovviamente quello fiorentino, dalle aggressioni della speculazione. Hanno seguito passo passo le vicende dell’Alta Velocità e continuano a farlo con grande impegno civile.

Banche: Sileoni (Fabi), oggi con Abi strappo difficile da ricucire

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

“Con la scusa della presentazione di un’analisi tecnica del settore oggi a Milano in Abi si è consumato uno strappo che sarà difficile da ricucire: è una pugnalata alle spalle. L’Abi sostiene che si dovrà passare per il contenimento delle spese di amministrazione e dei costi del lavoro in particolare oltre che per una maggiore diversificazione dei ricavi che risulta però complessa in un contesto economico ancora in lento sviluppo”. 

Lo dichiara in una nota il segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni. 

“Noi al contrario – aggiunge Sileoni – siamo convinti che alla distribuzione di importanti dividendi agli azionisti debba corrispondere un adeguato aumento economico ai lavoratori, che la stagione dei tagli al personale è conclusa e che, in un clima come quello che viene costruito dall’indagine odierna di Abi, lo scontro sul rinnovo del contratto sarà inevitabile. Oggi le banche hanno fissato dei paletti, per tentare di condizionare la trattativa del contratto nazionale. Paletti che non trovano giustificazioni né politiche né organizzative né economiche. Se qualcuno cerca di orientare a proprio favore il rinnovo di questo contratto, troverà pane per i suoi denti. E rappresenta una vera vergogna che si sia preferita una dichiarazione unilaterale che doveva e poteva avere un altro contesto ufficiale, quello delle relazioni sindacali in Abi. Infine, il tema delle pressioni commerciali e dell’applicazione dell’accordo di febbraio in Abi, rappresenta il vero tallone d’Achille delle banche che continuano a vendere prodotti rischiosi alla clientela”. 

com/cce 

 

(END) Dow Jones Newswires

December 18, 2018 12:32 ET (17:32 GMT)

B.P.Bari: da Consob sanzione da 170 mila euro

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

La Consob ha deliberato una sanzione da 170 mila euro nei confronti della Banca Popolare di Bari. 

In base a quanto emerge dal bollettino Consob si tratta di sanzioni amministrative pecuniarie per violazioni del combinato disposto degli articoli 114, comma 1, e 116 del D. Lgs n. 58/1998, ovvero quelli relativi alle comunicazioni al pubblico e agli strumenti finanziari diffusi tra il pubblico. 

Nello specifico – in base a una delibera del 29 novembre resa nota solo oggi – la banca è stata sanzionata per 40 mila euro per omessa comunicazione al pubblico del processo di determinazione del prezzo dell’azione fissato dal Cda nella seduta del 9 aprile 2014. Un’ulteriore multa da 40 mila euro è relativa all’omessa comunicazione delle modalità di determinazione del prezzo di emissione delle azioni B.P.Bari nell’ambito dell’aumento di capitale del 2014. Infine altri 50 mila euro sono attribuibili alla mancata comunicazione del processo di determinazione del prezzo dell’azione fissato dal Cda nella seduta del 25 febbraio 2015, nonchè dei criteri e delle modalità di determinazione del prezzo di emissione nell’ambito dell’aumento di capitale del 2015, 

cce 

 

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December 18, 2018 12:35 ET (17:35 GMT)

I partner di Goldman hanno ignorato le “bandiere rosse” pur perseguendo le offerte 1MDB: WSJ

zerohedge.com 18.12.18

Mentre il controllo legale che affronta il famigerato “Vampire Squid” si intensifica (e le azioni della banca languiscono ai minimi di due anni), lentamente ma inesorabilmente, maggiori dettagli sulle scorciatoie di conformità e – in alcuni casi, per pura negligenza – supportate dai dipendenti più anziani di Goldman durante il perseguimento da parte della banca delle offerte obbligazionarie 1MDB che hanno atterrato Goldman al centro di uno dei più grandi scandali finanziari di frodi nella storia, stanno lentamente scagliando.

E nella sua ultima esposizione, il Wall Street Journal , che ha contribuito a esporre lo scandalo nel 2015 con una serie di rapporti rivoluzionari che collegano il denaro in un conto bancario controllato dall’ex primo ministro malese Najib Razak al fondo in bancarotta, ha pubblicato ulteriori dettagli su come I partner di Goldman, che tradizionalmente hanno avuto ampia libertà di operare senza restrizioni, hanno consentito ai principali banchieri della banca del Sud-Est asiatico di elaborare un accordo in cui Goldman avrebbe agito da finanziere e consulente per il fondo, ignorando le preoccupazioni sulla corruzione sollevate dalla conformità della banca Comitato.

Salomone

David Solomon

Le prime indennità sono state fatte durante una riunione di partner senior a Hong Kong nel 2012, dove hanno esaminato l’accordo. Tra le preoccupazioni evidenziate vi era il “controllo da parte dei media” a causa della mancanza di un track record e del potenziale per ottenere la corruzione. 

La spinta di Goldman Sachs Group Inc. nei confronti delle imprese asiatiche e la negligente supervisione dei partner hanno portato la banca a respingere i segnali di pericolo nei suoi rapporti con un fondo di investimento malese corrotto, documenti interni e interviste con le persone coinvolte nelle transazioni.

Quando il fondo, 1Malaysia Development Bhd., Cercò per la prima volta l’aiuto di Goldman per raccogliere fondi, l’accordo sulle obbligazioni venne presentato ad un comitato di banchieri senior a Hong Kong nel 2012 per un giro chiave di controllo. Tra le preoccupazioni delineate nell’agenda della riunione: “potenziali mezzi di informazione e controllo politico”, l’insolito ruolo di Goldman come finanziere e consulente, il guadagno colossale guadagnato su quella che avrebbe dovuto essere una transazione modesta, e quanta parte di quella retata avrebbe dovuto essere descritto. Non disponibile per la discussione: la scarsa esperienza del giovane fondo.

L’accordo è comunque successo. Ha intrappolato Goldman in una delle più grandi frodi finanziarie della storia e ha oscurato i primi giorni del suo nuovo amministratore delegato, David Solomon.

Tutto ciò contrasta con la tesi di Goldman secondo cui una manciata di dipendenti “canaglia” ha indotto la banca a perseguire l’affare estremamente redditizio per arricchirsi. Tim Leissner, l’ex partner Goldman che ha organizzato l’accordo 1MDB, ha ammesso di aver rubato $ 200 milioni dall’1MDB per corrompere i funzionari governativi per assicurarsi che Goldman abbia vinto l’attività del fondo. Ma i dettagli riferiti dal WSJ rivelano che Leissner è stata favorita dai partner senior della banca, che hanno sostenuto l’incessante ricerca di Leissner come una vittoria cruciale per la banca, preoccupata che fosse in ritardo in Asia.

Andrea Vella, un altro partner Goldman che è stato messo “in congedo” dalla banca, è anche nel mirino del DOJ per i sospetti di essere a conoscenza del potenziale di corruzione all’interno di 1MDB, ma ha continuato ad aiutare Leissner a eludere i controlli interni di Goldman.

Un secondo socio Goldman, Andrea Vella, ha guidato la strutturazione degli accordi 1MDB ed è stato messo in congedo dopo la dichiarazione di colpevolezza di Leissner. I pubblici ministeri affermano che sapeva che le tangenti venivano pagate e aiutava Mr. Leissner a eludere i controlli di Goldman. Non è stato accusato di un crimine e il suo avvocato ha contestato le accuse.

Un comitato di partner ha informato Leissner su questioni che la compliance intendeva sollevare riguardo all’accordo. La corrispondenza di un funzionario responsabile della conformità ha rivelato che la banca potrebbe ignorare le preoccupazioni relative al coinvolgimento del finanziere malaysiano Jho Low in un altro accordo (Low è un latitante dopo essere stato accusato dai pubblici ministeri malesi e statunitensi con l’amministrazione della frode, e si crede che si nasconda in Cina ) fino a quando Low ha svolto “un ruolo minore”.

Le lacune nei sistemi di conformità di Goldman e una spinta post-crisi nei mercati emergenti mettono Goldman in rotta di collisione con 1MDB, secondo dozzine di interviste e una revisione dei documenti governativi e interni di Goldman.

In Asia, alcuni membri di un comitato progettato per tenere Goldman al riparo da accordi incerti hanno messo in guardia il signor Leissner e altri su questioni che probabilmente sarebbero emerse, hanno detto persone che hanno familiarità con la questione.

Mr. Low è stato rifiutato per un conto bancario nel 2011 perché i funzionari di conformità non potevano verificare la fonte della sua ricchezza. Eppure, quando i banchieri Goldman perseguirono accordi che coinvolgevano Mr. Low, i funzionari di conformità offrirono lievi proteste, ma non i blocchi stradali.

“L’aspetto di Jho Low non è il benvenuto”, un responsabile della conformità ha scritto a un banchiere nel 2013 quando il signor Low si è unito a un cliente Goldman per acquistare una compagnia petrolifera con sede a Houston. “Ma se è in un ruolo molto minore … allora potremmo essere in grado di conviverci.” Quel patto, un’acquisizione di Coastal Energy mediata da Goldman, è oggetto di indagine da parte dei pubblici ministeri statunitensi.

La Malesia sta cercando circa $ 3 miliardi di multe (molto più del profitto di $ 600 milioni che Goldman ha ottenuto) e i presunti crimini portano sanzioni fino a 10 anni di carcere e multe di $ 240.000, secondo la Reuters. Ma anche più grandi dei costi monetari, la prospettiva che la banca sia coperta da condanne penali – e la prospettiva di ancor più dei suoi stimati clienti di fondi sovrani in partenza per altre banche – potrebbe avere conseguenze durature per la banca.

E giustamente.

Bastogi: accordo con banche, ridefiniti tempi per rientro debiti

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Di comune accordo con il sistema bancario, Bastogi ha ridefinito la propria situazione debitoria, allungando i tempi utili per rientrare dall’esposizione. 

In particolare, si legge in una nota, sono stati ridefiniti i termini di rimborso delle linee chirografarie, complessivamente pari a 7,5 milioni di euro, secondo un piano di ammortamento di cinque anni e un tasso fisso dell’1,5%. 

Per quanto riguarda la controllata Sintesi, è stato sottoscritto un accordo con Banco Bpm, Unicredit e Intesa Sanpaolo che ridefinisce i termini del finanziamento in pool da 55,6 milioni di euro, di cui 46 milioni di euro in linea capitale e circa 9,6 milioni di euro in conto interessi e commissioni. 

Secondo l’intesa raggiunta, la scadenza del finanziamento è stata ridefinita al 31 ottobre 2020, gli interessi scaduti sono stati consolidati su una linea infruttifera ed è stato ridefinito il tasso, riducendo lo spread a 150 punti base. Gi interessi matureranno per la sola esposizione in linea capitale di Banco Bpm. 

Per i profili legali dell’operazione, Bastogi e Sintesi sono state assistite dallo Studio Lombardi Segni e Associati, con un team composto da Mara Fittipaldi e Pietro Paolo D’Ippolito. 

com/ofb 

 

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December 18, 2018 11:21 ET (16:21 GMT)

Azimut, titolo pesante dopo le dimissioni di Albarelli

Roberta Castellarin milanofinanza.it 18.12.18

Il titolo Azimut accelera al ribasso a Piazza Affari, fa segnare un -2,46% a 10,49 euro. Paga la notizia che il ceo, Sergio Albarelli, lascerà la società, con effetto dal 25 gennaio. Infatti, l’ad e il direttore generale ha risolto oggi il rapporto di lavoro con effetto al 25 gennaio 2019 e i rapporti di amministrazione intercorrenti con il gruppo, per scelta personale e in pieno accordo con gli organi sociali.

Il cda ha ringraziato Albarelli per la collaborazione prestata e gli ha formulato i migliori auguri per il suo futuro personale e professionale. A seguito delle dimissioni, il board ha nominato per cooptazione Gabriele Blei, conferendogli la carica di amministratore. Fino alla nomina del nuovo amministratore delegato, prevista con l’assemblea degli azionisti di aprile 2019, la società conferma e ulteriormente rafforza le deleghe già attribuite ai componenti del cda per consentire la gestione ordinaria e straordinaria del gruppo.

Albarelli detiene 99.835 azioni Azimut Holding. Inoltre, ai sensi dell’accordo e in linea con la politica di remunerazione attuale, la società gli corrisponderà, oltre all’erogazione di quanto già maturato a titolo di retribuzione, emolumenti fissi, ratei e competenze di fine rapporto, con riferimento alla risoluzione consensuale del suo rapporto di lavoro dirigenziale con Azimut Holding, la somma di 700.000 euro lordi, subordinatamente al soddisfacimento di determinate condizioni; e con riferimento alla risoluzione consensuale dei rapporti di amministratore la somma di 233.000 euro lordi, subordinatamente al soddisfacimento di determinate condizioni. E’ previsto, altresì, un accordo di non concorrenza.

“Il percorso svolto in Azimut”, ha commentato Albarelli, “è stato un percorso di successo che ha visto nascere oltre 60 progetti di ammodernamento dei processi interni e di introduzione di nuovi. Un articolato lavoro, che doterà il gruppo a luglio 2019 di uno dei più avanzati sistemi informatici in grado di garantire un servizio ancora più efficiente sia verso la clientela che verso la rete distributiva. Dall’ottobre 2016 a oggi le masse gestite ed amministrate dal Gruppo Azimut sono passate da 42 a 52 miliardi con oltre 11 miliardi di raccolta netta di cui 7 all’estero”.

“La forte presenza internazionale è frutto di un processo strutturato ed è l’esempio più significativo della validità di un progetto di crescita, non solo domestico, avviato diversi anni fa che ha registrato traguardi importanti e vede oggi un quarto del business di gruppo al di fuori dell’Italia”, ha proseguito Albarelli, ringraziando il presidente Giuliani “per l’opportunità che mi è stata offerta e tutto il team manageriale che ha contribuito quotidianamente a costruire ed impostare le solide basi per il futuro di Azimut”.

Arrestato l’immobiliarista Statuto

Andrea Montanari milanofinanza.it 18.12.18

Dopo Danilo Coppola e Stefano Ricucci, anche l’ultimo dei cosiddetti “Furbetti del quartierino”, al secolo Giuseppe Statuto, è finito nelle maglie della giustizia. L’immobiliarista casertano è stato arrestato questa mattina dai militari del Comando provinciale della Guardia di finanza di Roma in seguito alle indagini coordinate dalla Procura capitolina.

Statuto, in particolare, è finito agli arresti domiciliari su richiesta del gip del tribunale romano (anche il collaboratore Massimo Negrini ha subito la stessa misura cautelare) perché ritenuto responsabile della bancarotta fraudolenta della società Brera srl a lui riconducibile. L’imprenditore, precisa la Gdf, “ha orientato il proprio business, nel tempo, verso la gestione di alberghi di lusso nelle città di Venezia, Milano e Taormina”.

Dagli approfondimenti investigativi effettuati nel corso degli ultimi mesi è emerso che gli arrestati hanno distratto dal patrimonio della fallita oltre 8 milioni, relativi a un credito vantato verso la società controllante, Michele Amari, trasferendolo fittiziamente a due società con sede in Lussemburgo appartenenti allo stesso gruppo e rendendolo “di fatto irrecuperabile, mediante un complesso intreccio di negozi giuridici fraudolenti, indice dell’elevata professionalità degli indagati”.

Nello specifico, il credito, inizialmente costituito da somme giacenti su un rapporto di conto corrente cointestato alla Brera e alla Michele Amari è stato trasformato in un finanziamento fruttifero infragruppo concesso, in successione, a due persone giuridiche anonime lussemburghesi con una situazione economico-patrimoniale estremamente compromessa. “Tale condotta non è stata occasionale o sporadica, si legge nell’ordinanza del gip del tribunale di Roma, “in quanto rientrante in un più ampio disegno criminoso attuato dagli indagati mediante la creazione di società a mero scopo speculativo, le quali sono state sistematicamente ed in maniera preordinata portate al fallimento, come di fatto sta avvenendo per numerose societa’ del ‘gruppo Statuto”.

I fatti contestati a Statuto e Negrini, i quali, allo scopo di impedire agli investigatori di risalire alle proprie responsabilità, hanno occultato parte della documentazione contabile, hanno provocato il dissesto e il successivo fallimento della Brera dichiarato nel 2016, con un passivo pari a oltre 32 milioni, gran parte dei quali nei confronti del Fisco.

Nomine: Consob, salta Minenna. Tre candidati per l’Antitrust

Franco Locatelli furato Line.info 18.12.18

Disco rosso del Quirinale per la promozione dell’euroscettico Marcello Minenna alla presidenza della Consob, che resta in bilico tra nomina interna o, più probabilmente, esterna e si intreccia con quella del nuovo presidente dell’Antitrust, dove spiccano tre candidature

Nomine: Consob, salta Minenna. Tre candidati per l’Antitrust

Marcello Minenna, il direttore dell’Ufficio Analisi Quantitative della Consob ed ex assessore della Giunta grillina di Roma, non diventerà presidente dell’Authority che vigila sulla Borsa e sui mercati finanziari. Minenna, che era sostenuto soprattutto dai Cinque Stelle, è inciampato all’ultimo miglio perché la sua nomina, proppsta dal Governo, non ha mai convinto il Quirinale per almeno due ragioni. In primo luogo perchè sarebbe curioso affidare la presidenza della Consob a una personalità che non ha mai fatto mistero del suo euroscetticismo e in secondo luogo perchè Minenna ha animato la battaglia interna contro il presidente Mario Nava, che ha indotto quest’ultimo a dimettersi e che ha profondamente lacerato la Consob.

Ora si torna in alto mare non solo perché bisogna riavviare le procedure di nomina, ma anche perché quella della Consob, nel manuale Cencelli di lottizzazione degli incarichi pubblici del Governo gialloverde, andava di pari passo con quella dell’Antitrust, dove la scelta del numero uno spetta ai presidenti delle due Camere, che finora non hanno trovato la quadra.

Proprio i dubbi istituzionali sull’euroscetticismo di Minenna sembrano sbarrare la strada anche a un altro candidato alla presidenza della Consob, l’economista Antonio Maria Rinaldi, sponsorizzato dal ministro per gli Affari Europei, Paolo Savona, che è già incorso una volta nel veto del Quirinale, che non esitò a bloccarne la nomina al Tesoro.

Il fatto che anche la scelta dei nuovi vertici dell’Antitrust sia in alto mare potrebbe rimescolare le carte e far rientrare in area Lega anziché Cinque Stelle l’indicazione del futuro presidente della Consob. Se così fosse, la nomina potrebbe cadere su un economista bocconiano ben conosciuto dal sottosegretario alla presidenza Giancarlo Giorgetti e dalla comunità finanziaria milanese. I nomi che circolano sono tre e sono quelli di Alberto Dell’Acqua, di Donato Masciandaro e di Carlo Maria Pinardi.

Se invece la scelta per la presidenza dovesse cadere su un membro interno della Consob, i più papabili sarebbero il giurista Giuseppe Maria Berruti e l’economista Paolo Ciocca, ma al momento la scelta interna non è quella che sembra godere dei favori dei pronostici. Tuttavia, se la soluzione del rebus dovesse complicarsi, non si può escludere una scelta del tutto nuova, sia perché femminile sia perché dall’altro profilo istituzionale come quella di Magda Bianco, responsabile del servizio per la tutela del consumatore e l’antiriciclaggio della Banca d’Italia.

Molto dipenderà dalla china che prenderà la battaglia per la nomina del nuovo presidente dell’Antitrust. Qui la rosa dei papabili è per ora ristretta a tre candidati tutti autorevoli come Anna Maria Tavassi, presidente della Corte d’Appello di Milano, il presidente del Consiglio di Stato Alessandro Pajno e l’ex segretario generale dell’Antitrust Alberto Pera, che è anche presidente dell’Associazione Antitrust Italiana. Ma i giochi sono più aperti che mai e tutto lascia pensare che i nuovi presidenti della Consob e dell’Antitrust arriveranno l’anno prossimo.

Unicredit: con Bond Italia altri 300 mln finanziamenti a imprese italiane

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

UniCredit ha collocato sul mercato un nuovo portafoglio di finanziamenti garantiti dal Fondo di Garanzia per le Pmi, dell’importo di 300 milioni di euro, a condizioni agevolate e garantito dal Fondo di Garanzia per le Pmi (a valere sulla Riserva PON IC), denominato Bond Italia 7. 

Il plafond di finanziamenti, informa una nota, prevede un pre-ammortamento e un periodo di ammortamento fino a 60 mesi e consentirà alla banca di finanziare: investimenti, crescita e liquidità delle aziende (acquisto scorte, pagamento fornitori, spese per il personale). 

Il Fondo di Garanzia per le Pmi, al fine di agevolare l’accesso al credito delle imprese sia piccole e medie che small mid cap, interviene concedendo garanzie su portafogli di finanziamenti, a copertura di una quota delle prime perdite sui portafogli medesimi. 

Il nuovo Bond Italia 7, giunto alla settima edizione garantirà credito ad aziende localizzate nel Centro-Nord Italia e si affiancherà al Bond del Mezzogiorno, lanciato lo scorso 15 novembre nell’ambito di Sme Initiative allo scopo di incentivare gli investimenti delle Micro, Piccole e Medie imprese in Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Sicilia, Abruzzo, Molise e Sardegna. 

“Con la nuova edizione di Bond Italia 7 – afferma Andrea Casini, Co-Head per l’Italia di UniCredit – completiamo una tranche di finanziamenti al sistema produttivo italiano, confermando il ruolo di UniCredit quale partner strategico sull’intero territorio nazionale per le imprese che vogliono finanziarsi. UniCredit è leader sul mercato, avendo già erogato oltre 2 miliardi di finanziamenti agevolati al sistema produttivo italiano- aggiunge Giovanni Ronca, Co Head per l’Italia di UniCredit – Questa operazione, conferma l’attenzione della Banca alle piccole e medie imprese italiane”. 

com/fch 

 

(END) Dow Jones Newswires

December 18, 2018 05:07 ET (10:07 GMT)

Trussardi: disco rosso al piano del fondo Cdp (Mess)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Torna in alto mare il destino di Trussardi. Il fondo Quattro R, facente capo ad alcuni investitori tra cui Cdp, da mesi sta provando a confezionare un piano di rilancio muovendosi tra la cassaforte della famiglia Trussardi (Finos) e le banche creditrici. Ma giovedì 13 i rappresentanti di Bnl, Unicredit, Intesa Sanpaolo, Ubi, Banco Bpm, Mps, i sei istituti che il 5 marzo 2018 hanno sottoscritto un contratto di finanziamento di 51,5 mln, avrebbero respinto la waterfall, cioè la scala di priorità della proposta concordata fra Trussardi e Quattro R. 

Il piano prevede che il fondo inietti circa 54 mln di equity in aumento di capitale di Trussardi Spa, con esclusione del diritto di opzione di Finos. Ma per procedere in questa direzione è necessario il via libera delle banche che hanno ottenuto da Finos il pegno sul marchio. Oltre alla rinuncia della garanzia, gli istituti dovrebbero concedere una corsia prioritaria nel rimborso all’intervento di Quattro R trasformandolo in una sorte di prestito super senior, e alle banche verrebbe rilasciato un floor, cioè una soglia minima del 20% nominale di recupero garantito. 

Una proposta ritenuta penalizzante e di fronte alla quale Unicredit avrebbe assunto posizione contraria. Nella proposta di Quattro R è previsto che a fine piano (2022) la griffe milanese possa rivedere un Ebitda di 32 mln. Al momento però le banche guidate da Unicredit ritengono che così dovrebbero farsi carico di un sacrificio sulla base di valutazioni che puntano a conservare una quota del 20% nel portafoglio della Finos dei Tussardi. Con le banche non è possibile riaprire il dialogo a queste condizioni: una via d’uscita potrebbe essere a metà tra Quattro R che rivede i termini del piano complessivo di rimborso. 

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(END) Dow Jones Newswires

December 18, 2018 03:49 ET (08:49 GMT)

Genova: a Fincantieri-Salini Impregilo la ricostruzione del Ponte (stampa)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Sarà la cordata formata da Fincantieri-Salini Impregilo a ricostruire il Ponte di Genova, e la scelta sarebbe arrivata nella tarda serata di ieri. 

E’ quanto riportano i quotidiani di oggi anticipando che la decisione verrà annunciata, salvo colpi di scena, oggi alle 16h00 dal sindaco di Genova e commissario Mario Bucci. 

Fino all’ultimo, per la verità, riporta la stampa, Bucci ha tentato di coinvolgere anche l’altra cordata guidata da Cimolai (che aveva presentato un progetto che, almeno a livello tecnico, era stato molto apprezzato dalla commissione che ha selezionato i progetti presentati) ad essere della partita, ma non è riuscito ad arrivare ad un’intesa. 

In queste ore i contatti con Palazzo Chigi e il dicastero delle Infrastrutture sono stati febbrili per chiudere il cerchio. E, come detto, la scelta è caduta sulla cordata che vede Fincantieri tra i protagonisti. L’obiettivo di Bucci, che ha trattato sino a notte fonda, scrive Il Messaggero, era quello di evitare ricorsi di tipo e, ovviamente, eventuali ritardi nella ricostruzione del viadotto che, secondo alcune stime, costerà circa 470 milioni di euro. Soldi che, a giudizio del ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli e dello stesso esecutivo, dovrebbero essere pagati da Autostrade ma che lo Stato è pronto ad anticipare qualora la società del gruppo si opponga. 

Non è un mistero, riporta La Stampa, che il commissario punti a riunire sotto uno stesso “cappello” la cordata che gestisce la demolizione (Fagioli-Omini-Vernazza- Ireos e altri) e chi dovrà occuparsi di ricostruire. Ma l’esperienza del piano di demolizione (elaborato da 10 aziende poi rimaste in cinque) dimostra che sino all’ultimo potrebbero esserci sorprese. E da definire rimane anche il ruolo di Renzo Piano: al suo disegno si è ispirato il progetto di Salini-Fincantieri, ma il commissario vorrebbe coinvolgere l’archistar anche in un ruolo “ufficiale” nella ricostruzione. 

E poi c’è il nodo dei tempi: Bucci vuole il ponte costruito e “percorribile” entro Natale del prossimo anno. Ma questo comporterà una contrazione dei tempi previsti inizialmente dalla cordata. 

In fin dei conti il vicepremier Luigi Di Maio e il ministro per le Infrastrutture Danilo Toninelli hanno sempre assicurato che la ricostruzione avrebbe avuto un impronta ‘statale’: “I lavori a Fincantieri e a Cassa depositi e prestiti», avevano dichiarato il 28 

agosto, a pochi giorni dal crollo della vigilia di Ferragosto. 

red/fch 

 

(END) Dow Jones Newswires

December 18, 2018 03:06 ET (08:06 GMT)

Ovs: le banche aprono il dossier (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

L’ultimo campanello d’allarme risuonato con la pubblicazione dei conti al 30 settembre (ricavi a 1 miliardo ed ebitda rettificato di 104 milioni, -24,56%) ha destato l’attenzione del mercato, degli investitori e delle banche creditrici. 

Il dossier Ovs è uno dei più caldi e sarà l’osservatore speciale dei prossimi mesi, anche perché come già evidenziato da MF-Milano Finanza, in borsa c’è una particolare attenzione nei riguardi del gruppo di abbigliamento guidato dall’ad Stefano Beraldo, se è vero che solo nell’ultimo mese è stato scambiato oltre il 44% del capitale. 

E se al momento, il fondo Bc Partners che detiene il 17,8% dopo il collocamento a Piazza Affari (ipo avvenuta il 4 marzo 2015 a un prezzo di 4,1 euro) a questi prezzi non può smobilizzare la sua partecipazione, non è da escludere che altri fondi o investitori speculativi stiano valutando la scalata. Senza trascurare il fatto che nella partita Ovs potrebbe entrare in campo un fondo di debito, come Pillastone. 

Ma per ora i soggetti più interessati al gruppo retail sono gli istituti di credito esposti per 440 milioni. Il pool di banche, capitanato da Intesa Sanpaolo , a partire da gennaio, secondo quanto risulta a questo giornale, aprirà formalmente il tavolo per lavorare assieme alla società, al management e agli advisor, alla definizione di un’operazione complessiva di ristrutturazione finanziaria. 

red/fch 

 

(END) Dow Jones Newswires

December 18, 2018 03:01 ET (08:01 GMT)

Amarcord 2: prima del flop di Veneto Banca 1.570 soci hanno venduto a 39.50 euro 900.000 azioni, ma le comprò JP Morgan

Rassegna Stampa Vicenzapiu.com 18.12.18

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Hanno venduto a 39,50 euro il 13 febbraio 2015 alla banca che poi ha traferito le azioni (900 mila in tutto) a Jp Morgan per ripagare un pacchetto di mutui vitalizi. Le sanzioni Consob, la policy seguita dalla banca

C’è anche l’ex sindaco di Treviso Gian Paolo Gobbo tra gli ultimi 1.570 fortunati soci che sono riusciti a liquidare le proprie azioni Veneto Banca a 39,50 euro. In extremis, prima del blocco del fondo azioni, prima della svalutazione di aprile 2015 a 30,50. Prima del recesso di dicembre a 7,30. Prima dell’azzeramento dei titoli a 0,10 centesimi.

Le vendite datano 13 febbraio 2015. Sono 900 mila azioni divise tutte in lotti da meno di mille pezzi ciascuno. Ma ci sono anche vendite doppie che sommate arrivano quasi a 1.800 azioni. Si parla di lotti inferiori ai 40 mila euro di controvalore. Ma c’è chi ha venduto anche solo 7 azioni.
Stando all’elenco inedito riprodotto nelle pagine che seguono alcuni sono riusciti a liquidare completamente l’investimento: a maggio 2016, prima dell’ingresso di Atlante non risultano più a libro soci. Altri invece sono rimasti ma hanno liquidato parte dell’investito.

Era il 10 febbraio 2015. Il Cda di Veneto Banca – allora il presidente era Francesco Favotto, con Vincenzo Consoli direttore – approvava l’acquisizione di un pacchetto di prestiti vitalizi ipotecari da Jp Morgan che a sua volta si impegnava a sottoscrivere 900 mila azioni della banca. Nel verbale del 13 gennaio 2015 si leggeva già che il Cda aveva dato «ampio mandato alla direzione generale (Consoli, ndr) di predisporre e firmare tutti gli atti e i contratti necessari». Il collegio sindacale non vede bene l’operazione e sottolinea «debolezze e criticità». A dicembre 2015 sull’affare con la banca Usa verrà accantonato a bilancio un onere del credito di 4,5 milioni di cui 3,8 milioni solo di deteriorati. Jp Morgan intanto diventa quarto socio della banca prima delle Generali.

Quel pacchetto scambiato conteneva 1.100 mutui vitalizi (prestiti concessi agli over 65 a fronte di un’ipoteca) per un controvalore di 205,5 milioni: 170 pagati da Veneto Banca in contanti e 35,5 milioni con il trasferimento di 900 mila titoli. Ma di chi erano quelle azioni? I nomi erano sconosciuti. Ora non più. L’ex sindaco di Treviso Gian Paolo Gobbo ha liquidato 750 azioni ma a portafoglio gliene sono rimaste 500: «Ho chiesto di vendere oltre due anni fa l’intero pacchetto ma mi hanno detto: “Adesso si può arrivare fino a qui, il resto dopo”. Visto quello che è successo, posso solo che ringraziare» spiega. A vendere c’è anche Denise Cimolai, consigliere della Nice: ne ha vendute 907, conservandone 119, un cinese di nome Hu Lili, e anche un Mario Polegato di Crocetta del Montello. Ma non è mr. Geox bensì un suo omonimo. Ci sono Unione Fiduciaria Spa, società fiduciaria e di servizi alle Popolari (750 azioni), la trevigiana Agorest Srl ed Esedra Srl di Vedelago e alcune società in liquidazione come Tecnica Servizi Srl o Safla Spa, di Conegliano. C’è pure la milanese Yellow Tax multiservice per le richieste di taxi nella City: ha venduto 497 azioni.

Di fatto quella fu l’ultima vendita. Pochi giorni prima il 6 febbraio, Jp Morgan concludeva un’altra operazione relativa al dossier Veneto Banca: forniva le garanzie per un finanziamento da 29 milioni a un veicolo irlandese che avrebbe dovuto acquisire da Montebelluna il 10% di Bim. Il veicolo (Duet) faceva parte della cordata, stoppata a giugno dalla Bce, che avrebbe riportato Bim in mani torinesi. Dopo pochi giorni, il 17 febbraio 2015, la Gdf irrompeva a Montebelluna: finivano indagati Consoli e l’ex presidente Flavio Trinca per ostacolo alla vigilanza. Il 27 aprile 2015, due mesi dopo, Consob avviava una verifica ispettiva, proprio sulla cessione dei crediti conclusa con Jp Morgan. L’ispezione si è chiusa il 18 dicembre 2015. Gli esiti sono stati resi noti a Veneto banca a maggio 2016 e sono arrivate le prime sanzioni. Siamo già nella fase delle contestazioni che si dovrebbero concludere nel 2017. Si parla di multe da 5 mila a 500 mila euro sulle singole condotte per «violazione della disciplina in materia di comunicazioni al pubblico». Ma si stanno ricostruendo gli ordini di vendita ed essendo questa l’ultima uscita di massa, alcuni soci hanno posto il dubbio. Più di qualcuno si è già rivolto ai legali per l’ipotizzato scavalcamento.

La policy della Banca. Il primo a rivelare pochi dettagli dell’operazione era stato Cristiano Carrus il 10 dicembre 2015. In una conferenza stampa aveva accennato a una vendita tra gennaio e febbraio 2015 con una «controparte internazionale» che ha «esaudito alcune vendite di clienti che erano in lista con importi delimitati». Ci sono voluti alcuni mesi per arrivare a Jp Morgan, e fummo i primi a darne notizia. Carrus già allora aveva anticipato che quella compravendita era «oggetto di controlli Consob» ma aggiungeva: «Si tratta di un’operazione regolare. Tutti i soci erano in coda, nessuno è stato bypassato». A guardare la lista dei piccoli tagli e il grande numero di soci liquidati, con molti che nonostante la vendita sono comunque rimasti azionisti, viene da chiedersi quale criterio sia stato applicato. Stando a una qualificata fonte che apparteneva al Cda di allora, a febbraio 2015 la banca seguì una policy interna condivisa. Questa policy era allineata, spiega la nostra fonte, all’identità della banca e quindi alla sua natura «popolare». Significa, spiega la fonte, «partire dal più basso e cercare di esaudire la quantità maggiore di azionisti». Il meccanismo di compravendita aveva già dato nel 2014 segni di intoppo. E la via scelta fu: partire dalle richieste di liquidazione più basse -da qui gli importi di 7, 20, 35 azioni che significa piccoli azionisti – per poter far uscire dalla compagine il numero più alto possibile di soci. Il tetto l’aveva definito Jp Morgan con quell’impegno a rilevare 900 mila azioni, non una di più. E da lì si partì. Dunque nessuno sopra quota mille azioni, il massimo è infatti 990. Salvo eccezioni.

Quantità e cronologia. Nella lista soci che abbiamo visionato risultano anche vendite doppie su singole posizioni di soci. In caso di analoghe quantità potrebbe trattarsi, spiega anche la nostra fonte, di un semplice errore di battitura a libro soci. Ci sono però nominativi con doppie vendite e importi diversi. I casi di doppioni sono circa una ventina, e se si sommano le cifre si sfora quella soglia di mille. Qualche furbetto potrebbe esserci stato, in una qualche filiale. Lo possiamo solo supporre, ma il dubbio lo insinua anche la nostra fonte. Se così fosse stato, sarebbe venuto meno quel criterio da policy. Ma c’è un nodo forse ancora più importante: il criterio della quantità (piccola) ha superato in questo caso quello della temporalità. Quindi non fu rispettato l’ordine cronologico delle richieste di vendita.

Eppure il timing è stato fondamentale per alcuni nomi big le cui uscite di scena hanno fatto infuriare chi nel bail-in delle azioni ci è rimasto invece intrappolato. Il colpo fortunato l’ha fatto Bruno Vespa a luglio 2013. Ha venduto anche Cattolica Assicurazioni ad agosto 2014 incassando 67 milioni di euro. Tra i fortunati anche la Sg Ambient del Gruppo Grafica Veneta di Fabio Franceschi, Bim Fiduciaria, Giampaolo Buziol imprenditore della marca Replay. Tra 2014 e 2015 si sommano oltre 7.600 vendite. Vendono anche Fineco e Deutsche Bank. La prima 5 azioni, la seconda solo una.

di Eleonora Vallin, da Il Mattino di Padova

 del 22 luglio 2016

Bcc, ecco la bomba contabile sotto i bilanci di Iccrea, Cassa centrale e Raiffeisen

  startmag.it 18.12.18

Che cosa temono le capogruppo delle banche di credito cooperativo. Fatti, numeri, indiscrezioni, commenti e scenari

Le Bcc premono per sventare il pericolo. La politica è sensibile e vuole evitare una catastrofe per le capogruppo delle banche cooperative. Il Tesoro pensa e studia una soluzione tecnica. Bankitalia mugugna per una disparità di trattamento fra banche.

Il casus belli è una bomba: una bomba contabile che può minare il primo bilancio delle costituende capogruppo delle Bcc: Iccrea, Cassa centrale banca e Raiffeisen.

Una bomba – secondo stime divulgate ieri dal Fatto Quotidiano – da circa 2,5 miliardi di euro.

La riforma, varata per decreto dal governo Renzi a inizio 2016 sotto dettatura di Banca d’Italia, imponeva a tutte le circa 300 vecchie casse rurali di entrare in una holding, strutturata in società per azioni, con almeno un miliardo di euro di capitale.

Quando nel 2019 scriveranno il primo bilancio, le holding dovranno obbligatoriamente registrare tutti gli attivi (a partire dai titoli di Stato italiani) al “valore di mercato” anziché a quello di carico usato nei bilanci delle controllate.

Questo vuol dire che i Btp a bilancio delle Bcc andranno conteggiati al loro valore attuale – risentendo dunque dell’effetto spread – e lo stesso potrebbe accadere coi crediti deteriorati e “deteriorandi”.

Tra Tesoro e Bankitalia – secondo il Fatto – circolano previsioni sulle svalutazioni per il sistema del credito cooperativo pari a circa due miliardi e mezzo di euro.

Per questo governo e Parlamento – secondo le indiscrezioni raccolte da Start Magazine – puntano a sventare questa eventualità, respingendo nuovamente gli emendamenti sui Principi contabili nazionali (Pcn) per sterilizzare gli effetti dello spread sul bilancio consolidato e restando nell’ambito dei principi contabili internazionali.

Per passare ai Pcn – sottolinea a Start Magazine il commercialista Marco Bindelli, esponente del mondo cooperativo – “il problema non è l’assenza di un principio contabile nazionale che disciplini la fase transitoria ma la condivisione della Vigilanza della Banca d’Italia: se il problema è solo quello dei Titoli di Stato, il nodo si può sciogliere anche restando negli IAS/IFRS“.

Ciò non toglie – mugugna un banchiere del mondo cooperativo che chiede l’anonimato – “che in ambito bancario (specie cooperativo) si perseguano sempre le vie più agevoli per le Autorità di vigilanza e quelle più complicate per le Bcc”.

L’Istituto centrale governato da Ignazio Visco preferirebbe – secondo rumors finanziari – che tutte le banche italiane e le capogruppo redigessero il bilancio con i medesimi principi, specie se la sterilizzazione può essere perseguita anche restando nell’ambito dei principi internazionali

Alla Banca d’Italia, in sostanza, come si dice anche in ambienti della maggioranza di governo, si auspica che tutte le banche redigano il bilancio allo stesso modo.

Anche perché – come evidenziato da un’analisi di Bindelli – cambiare i principi contabili significherebbe (implicitamente) aver sbagliato la scelta fatta dal legislatore nel 2005 (che la Banca d’Italia suggerì).

Unicredit: accordo con Caius per chiudere vicenda Cashes

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

UniCredit e Caius Capital hanno raggiunto un accordo definitivo e transattivo della controversia relativa ai Cashes e, di conseguenza, UniCredit ha rinunciato agli atti del giudizio avviato nei confronti di Caius e dei fondi da esso gestiti. 

E’ quanto si legge nel comunicato stampa congiunto delle due societa’. Lo scorso 6 agosto, Unicredit aveva annunciato di aver citato Caius Capital e i fondi Caius presso il Tribunale di Milano chiedendo il risarcimento di danni per circa 90 milioni di euro in conseguenza delle iniziative assunte nel corso degli ultimi mesi da Caius Capital e dai fondi sul tema dei Cashes. 

La nota spiega che “sebbene i termini dell’accordo transattivo siano confidenziali, tale accordo prevede fra l’altro che Caius, senza che ciò comporti riconoscimento di responsabilità, faccia la seguente dichiarazione pubblica per mettere fine alle preoccupazioni sollevate da Caius in relazione ai Cashes. 

-“Lo scorso 20 luglio 2018, l’Autorità Bancaria Europea (Abe) non ha accolto la richiesta di Caius di aprire un’indagine per violazione del diritto Ue rispetto al trattamento regolamentare dell’operazione Cashes; 

-“Caius prende atto della posizione assunta da UniCredit, ossia di aver sempre agito correttamente in relazione alla classificazione dei suoi strumenti di capitale sulla base delle approvazioni e delle indicazioni fornite a UniCredit stessa da parte delle autorità competenti; 

– “Caius non intende intraprendere ulteriori iniziative pubbliche, legali o regolamentari in relazione a UniCredit o ai suoi strumenti finanziari. Caius si impegna inoltre ad astenersi da ulteriori discussioni o dichiarazioni pubbliche in relazione a UniCredit o ai suoi strumenti finanziari; 

-In conformità a tale posizione, Caius ha chiuso con effetto immediato il sito internet che conteneva le sue precedenti comunicazioni e dichiarazioni pubbliche in relazione all’operazione Cashes. 

-Senza che ciò comporti riconoscimento di responsabilità, Caius conferma inoltre di aver versato un importo omnicomprensivo a favore di UniCredit. 

Caius, conclude il comunicato, “continua a ritenere che UniCredit sia un leader del settore bancario europeo con una solida capitalizzazione. Nessuna comunicazione o dichiarazione pubblica effettuata da Caius in relazione all’operazione Cashes era finalizzata a suggerire il contrario, né allora né successivamente”. 

com/fch 

 

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December 18, 2018 02:12 ET (07:12 GMT)