10 miliardi in meno, i numerini che evitano le sanzioni europee

Francesco Daverilavoce.info 19.12.18

l governo cambia tattica e decide di fare i compiti per il 2019, limando il deficit al 2,04 per cento del Pil e la crescita all’uno per cento. Arriva una tregua natalizia che non risolve i problemi di una manovra di cattiva qualità.

Il giorno dei numerini

Tanto tuonò che non piovve. Dopo un’estate di proclami fiammeggiantie un autunno di sfida e di dileggio contro i burocrati e i numerini di Bruxelles, il Governo del Cambiamento – tenendo fede al suo nome – cambia tattica e vira su una manovra che porterà a un deficit di 2,04 punti di Pil con tagli per circa 10 miliardi. Il tutto pare sufficiente a salvare per ora capra e cavoli. La borsa sale e lo spread scende. Un sospiro di sollievo.

Il momento della verità comincia con il riconoscimento da parte del governo che – in linea con le opinioni espresse da tutti gli osservatori – la crescita 2019 sarà all’uno per cento, e non all’1,5 previsto nel documento di bilancio spedito a Bruxelles a fine ottobre. Si noti che la minor crescita attesa è causata anche dal peggioramento della congiuntura economica di questi mesi –peggioramento parzialmente attribuibile al netto calo autunnale della fiducia, a sua volta indotto dalla scelta di andare a un confronto muscolare con l’Europa.

Come si è arrivati ai “numerini buoni”

Indipendentemente dal perché e per come, di per sé, l’ammissione di una crescita del Pil più bassa porta con sé un’altra ammissione ovvero che nel 2019 ci saranno minori entrate fiscali del previsto e quindi un maggiore deficit atteso per il 2019, in ragione – stimano i tecnici – di mezzo punto circa di deficit in più per ogni punto di Pil in meno. Quindi, facendo i conti: una crescita 2019 inferiore di mezzo punto di Pil rispetto al previsto vuol dire un deficit atteso che dal 2,4 sale al 2,6 o 2,7 (qualcuno a palazzo Chigi forse scriverebbe 2,65, dato che da quando si è scoperto che 0,05 punti di Pil valgono circa 900 milioni di euro, nel governo è scoppiata una vera e propria passione per i decimali dei decimali!). A seguire, con un deficit in partenza al 2,6 o 2,7, cioè più elevato, per andare giù al 2 per cento auspicato – o almeno tollerato – dalla Commissione, ci vuole un aggiustamento di bilancio di circa 10,5 miliardi di euro. Da qui arrivano i 10,25 miliardi di tagli di bilancio – il numerino alla base dell’accordo con Bruxelles di cui hanno parlato anche il ministro dell’Economia Tria e il premier Conte.

Dieci miliardi non sono noccioline. Il vicepremier Matteo Salvini annuncia trionfale ai suoi che della legge di bilancio non è stata cambiata neanche una virgola. Difficile credergli. Ad esempio per trovare circa metà delle risorse necessarie il governo dovrà ridurre i fondi disponibili sul 2019 per il reddito e la pensione di cittadinanza (2 miliardi in meno) e 2,7 miliardi di quelli destinati alla controriforma delle pensioni (la cosiddetta quota 100). Come questo sia compatibile con le generose promesse elettorali e i proclami dal balcone di palazzo Chigi, rimane da vedere. Tra le altre voci i tagli includono altri 1,4 miliardi derivanti da maggiori dismissioni immobiliari (da aggiungersi a quelle già promesse in una precedente letterina di risposta a Bruxelles). Mentre altri tre miliardi circa arrivano dalla riduzione di dotazione di vari fondi destinati a finanziare le Ferrovie, lo sviluppo e la coesione territoriale, la parte nazionale del cofinanziamento di progetti europei. Tra i fondi ci sono anche i 100 milioni di risparmio derivanti dal rinvio al primo novembre della presa di servizio dei dipendenti del pubblico impiego e 150 milioni appostati alla web tax, finora rimasta sulla carta. L’insieme delle misure proposte fanno scendere l’aumento del deficit strutturale dallo 0,8 previsto a ottobre ad un più modesto 0,2 per cento che ci verrebbe ulteriormente “abbuonato” in considerazione del fatto che le catastrofi autunnali comporteranno spese eccezionali.

Una tregua, non la fine del conflitto con Bruxelles

Insomma, al di là dei dettagli (che pure conterebbero) vale il quadro complessivo, e cioè che lo sforamento dei deficit effettivo e strutturale promesso dal governo italiano per il 2019 si riduce, in linea con gli aumenti di spesa corrente preventivati in precedenza. Questo basta al governo gialloverde per confezionare un racconto su come la qualità della manovra rimanga la stessa e questo basta alla Commissione per dimostrare che un governo riottoso alle regole come il governo italiano è stato invece almeno obbligato a fare i conti con le regole. Lo sfondo della situazione francese e la tacita approvazione della signora Merkel e del governo spagnolo hanno così finito per mettere a tacere le proteste dei piccoli paesi del Centro e del Nord Europa.

La tregua raggiunta al posto delle sanzioni è in definitiva un risultato accettabile che consentirà ai litiganti una pausa di riflessione. Rimane che i problemi derivanti dalla cattiva qualità di una manovra italiana squilibrata verso la spesa corrente, dotata di coperture avventurose e che porterà ad un aumento netto – anziché a una riduzione – della pressione fiscale si ripresenteranno tali e quali nell’anno che viene. Ma almeno lo faranno in modo un po’ meno drammatico di come sarebbe stato sull’orlo di un default.

Perché la normale Italia non è (e mai potrà essere) la rivoluzionaria Francia.

ilborbonico.it 16.12.18

I gilet gialli francesi sono il simbolo dell’unità popolare che rivendica diritti e attenzione da parte di chi li governa. Quando un popolo unito si sente o viene tradito da chi lo dovrebbe rappresentare, scende in piazza e rivendica il tradimento. Ecco perché in Italia non potrà mai accadere. 

Non ho mai avuto simpatia per la Francia, né per i francesi e la loro “francesità” che ha uno spiccato riverbero nella piemontesità. 

Eppure c’è da riconoscere una cosa a questo popolo: non se la fanno menare per il naso! Gli italiani no; badano alla tasca, al benessere personale, ad arrangiarsi, perché finché sto bene io, degli altri poco m’importa. E proprio questa è la primaria differenza tra noi e loro, che suggerisce altresì il grado di unità percepito dai due popoli: i francesi uniti, noi separati, o meglio, mai uniti a causa di una congenita dicotomia che, nel tempo, si è tradotta in una forza centrifuga, su intenti e politiche nazionali, tale da creare due paesi in uno. Questo in Francia non c’è, non c’è mai stato e, a ragion veduta, mai ci sarà. C’è però tanto malessere sociale, come del resto qui da noi, che, a differenza nostra, sa esprimersi in proteste e rivolte contro l’establishment e i personaggi politici che dovrebbero tutelare il popolo, perorandone gli interessi. 

Sì, sto parlando dei gilet gialli sui quali già girano voci di divisioni, infiltrazioni, di pericolo terrorismo, il ché dovrebbe farvi capire come l’espressione del malessere di un popolo che arranca, venga puntualmente strumentalizzata dai media espressione, invece, del potere economico finanziario che soffoca tutta l’Europa e ha il suo portabandiera nella Germania. Ma quali sono le assurde richieste di questi balordi? Vediamole: zero poveri in strada: misura urgente; vantaggio progressivo sulle imposte; reddito minimo a 1300 euro netti; favorire i piccoli commerci delle città più piccole e del centro città per le metropoli, contro i grandi centri commerciali; un piano per migliorare l’economia domestica dell’energia e per salvaguardare l’ambiente; tasse più alte per le grandi multinazionali rispetto ai piccoli commercianti; sistema di sicurezza sociale uguale per tutti, compresi gli artigiani e i lavoratori autonomi; un sistema di pensioni sociale e sostenibile, niente pensione a punti; stop all’aumento delle tasse sul carburante; diritto, per i rappresentanti eletti, al salario medio e a rimborsi spese monitorati e giustificati; salari, pensioni ed indennità calcolati per tutti i francesi tenendo conto dell’inflazione; proteggere l’industria francese proibendo il trasferimento all’estero; abolizione del lavoro distaccato: una persona che lavora in territorio francese deve godere dello stesso stipendio e degli stessi diritti; limitare ulteriormente il numero di contratti a tempo determinato per le grandi aziende, privilegiando i tempi indeterminati; finanziamenti per l’industria automobilistica francese finalizzati allo sviluppo dell’auto ad idrogeno molto più rispettosa dell’ambiente, a differenza della macchina elettrica; ripagare interessi su debito e debito stesso senza prendere i soldi dai poveri ma perseguendo gli 80 miliardi di evasione fiscale; affrontare le cause della migrazione forzata; alloggio, sicurezza, cibo e istruzione per i richiedenti asilo e collaborare con l’ONU affinché i campi di accoglienza siano aperti in molti paesi del mondo, in attesa dell’esito della domanda di asilo; vietare il respingimento dei richiedenti asilo nel loro paese d’origine anche attraverso l’implementazione di una vera politica di integrazione perché vivere in Francia significa diventare francese e quindi vanno istituiti corsi di francese, di storia francese e di educazione civica con certificazione a fine del corso; aumento delle quote disabili nei posti di lavoro; limitazione del costo degli affitti e più alloggi a basso costo (soprattutto per studenti e lavoratori precari); divieto di vendere la proprietà statali (dighe, aeroporti); mezzi migliori concessi al sistema giudiziario, alla polizia, alla gendarmeria e all’esercito e pagamento o recupero degli straordinari delle forze dell’ordine; reinvestire i profitti dei pedaggi autostradali nella manutenzione di autostrade e strade in Francia e per la sicurezza stradale; nuova statalizzazione del gas e dell’elettricità al fine di far scendere in modo significativo i prezzi di gas e luce; benessere per gli anziani; limitare a 25 gli alunni per classe dalla scuola materna; inserire il referendum popolare nella Costituzione; ritorno a un termine di 7 anni per il Presidente della Repubblica; pensionamento a 60 anni e, per tutti coloro che hanno avuto un lavoro manuale, diritto alla pensione a 55 anni; promuovere il trasporto di merci su rotaie; eliminare le indennità presidenziali a vita.

Le rivendicazioni dei gilet gialli rendono testimonianza, dal punto di vista socio-economico, di dove la politica economica europea ci abbia condotto in un tale breve periodo. Mentre in Italia, in tutti i talk show di questi giorni, non si faceva altro che lodare la nostra rivoluzione del 4 marzo, simbolo di civiltà, perdendo di vista il fatto che un popolo esasperato non è incivile, ma incivile è colui che lo ha condotto a quel punto. 

Vi sembrano richieste assurde? Irrealizzabili? Se sì allora in Europa dobbiamo perdere ogni speranza per la realizzazione di una giustizia sociale degna di questo nome, dato che queste sono rivendicazioni che solo 20 anni fa non avrebbero avuto ragion d’essere. Esse rendono testimonianza, dal punto di vista socio-economico, di dove la politica economica europea ci abbia condotto in un tale breve periodo. E in Italia? In Italia, da questo punti di vista, purtroppo, non siamo francesi. In tutti i talk show che ho visto in questi giorni non si faceva altro che lodare la nostra rivoluzione del 4 marzo, simbolo di civiltà, perdendo di vista il fatto che un popolo esasperato non è incivile, ma incivile è colui che lo ha condotto a quel punto. Dove ci ha portato e dove ci porterà la nostra glorious revolution del 4 marzo? A far cambiare tutto affinché nulla cambi…quanto aveva ragione Tancredi! Affinché nulla cambi per il Sud, insomma, bisogna dargli la sua rivoluzione riaccendere la speranza e poi soffocarla lentamente da nord riportando tutto alla “normalità”. 

Il campanilismo leghista mortifica e annichilisce, come spesso è accaduto in questi mesi di governo, e accade continuamente da 158 anni, l’interesse nazionale che invece i 5 stelle, strenui difensori della Costituzione e dei diritti civili, dovrebbero tutelare. 

E l’ultimo episodio, in ordine cronologico, che ci indica quale sia la normalità italiana è quello, scusate il gioco di parole, della Normale di Pisa. Il campanilismo leghista che mortifica e annichilisce, come spesso è accaduto in questi mesi di governo, e accade continuamente da 158 anni, l’interesse nazionale che invece i 5 stelle, strenui difensori della Costituzione e dei diritti civili, dovrebbero tutelare. 

E così mentre il sindaco leghista di Pisa esulta per aver mantenuto integra la pisanità della scuola, credo insieme a buona parte dei suoi elettori, a Roma il ministro Bussetti, leghista anche lui, perde il treno della grande possibilità di unire davvero, almeno dal punto di vista universitario (sarebbe stato un primo importante passo), le eccellenze di questo paese.

Storicamente questo atteggiamento affonda le sue radici nella frammentazione che regnava sovrana al centro-nord nel periodo pre-unitario e che contrapponeva gli interessi dei grandi stati nazionali sul suolo italico attraverso piccoli regni, ducati e possedimenti. Differente era, invece, la situazione al Sud dove un grande stato nazionale esisteva ed era anche una realtà economica e sociale autonoma e potente. Distrutta e saccheggiata dall’unificazione in avanti, la nazione del Sud non è mai più risorta, principalmente non per propri demeriti quanto per gli ostacoli ed i paletti frutto di altrui interessi. 

E così mentre il sindaco leghista di Pisa esulta per aver mantenuto integra la pisanità della scuola, credo insieme a buona parte dei suoi elettori, a Roma il ministro Bussetti, leghista anche lui, perde il treno della grande possibilità di unire davvero, almeno dal punto di vista universitario (sarebbe stato un primo importante passo), le eccellenze di questo paese; si lascia sfuggire la possibilità di mettere in pratica le blaterazioni di circostanza, proferite a Napoli dal presidente del senato Casellati, circa il far rimanere le menti del Sud al Sud scongiurandone l’emigrazione. Di fatto, e come sempre, si è data maggiore importanza al campanile rispetto alle reali necessità di un paese che chi governa da Roma si ostina a considerare una nazione, quando nazione non è! 

Oppure, per dirla con Massimo Adinolfi su Il Mattino del 14 dicembre, sarebbe “più sensato dire che una politica senza un disegno strategico e un’idea di Paese, hanno prevalso rispetto a istanze di interesse generale di più ampio respiro e di più larghe vedute. Così sappiamo una volta per tutte quanta miopia si nasconda nella paroletta “territorio”, quanto corto sia il suo raggio, e quanto slabbrato e sdrucito sia un Paese che si riduca alla somma particolaristica ed egoistica dei suoi territori. Peggio: che quella somma proprio non la riesce a fare”.

Fonte di altrettanta preoccupazione, non meno grave, è quella che Vincenzo Romano, direttore della scuola pisana, definisce “un attentato all’autonomia decisionale della Scuola Normale di Pisa da parte del mondo politico locale che non avrebbe avuto alcun potere di interferenza”. E prosegue “La legge è stata cambiata su sollecitazione del sindaco di Pisa, non per volontà della Scuola Normale o della Federico II di Napoli. Credo sia davvero un precedente devastante per il mondo universitario” (fonte “Il Mattino”del 15/12/2018). 

Possibile che a Napoli nessuno abbia sostenuto il progetto federiciano? Possibile che dal M5S nessuno in Parlamento abbia opposto quattro parole alle obiezioni razziste del sindaco di Pisa? E come si sono sentiti gli esponenti leghisti meridionali in parlamento e coloro che al Sud li hanno votati, di fronte all’ennesima discriminazione proveniente dai loro colleghi nordisti? 

Tuttavia, se è comprensibile la deficienza di strategia leghista nel perseguire politiche di sviluppo per il Sud, conseguenza della miopia e dell’infame localismo caratteristico di quelle parti, non si capisce come dall’altra sponda interessata, eccetto il presidente De Luca, nessuno abbia alzato la voce insegno di protesta nei confronti di una simile stupidaggine. 

Possibile che a Napoli nessuno abbia sostenuto il progetto federiciano? Possibile che dal M5S nessuno in Parlamento abbia opposto quattro parole alle obiezioni razziste del sindaco di Pisa? E come si sono sentiti gli esponenti leghisti meridionali in parlamento e coloro che al Sud li hanno votati, di fronte all’ennesima discriminazione proveniente dai loro colleghi nordisti? 

Esistono invece molteplici interessi in molteplici territori che possono sicuramente dividere, ma certamente non sanno unire. È la storia della decadenza italiana che in ultima istanza ha portato un governo, in teoria rivoluzionario, ad abbassare ulteriormente la testa di fronte ai ricatti delle tecnocrazie europee abbandonando l’idea del deficit al 2.4% per un insulso 2,04%.

Questi, tra gli altri, i motivi che mi fanno sostenere come le parole di Tancredi nel romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, siano emblematiche di un’Italia che non vuole cambiare perché un’Italia da cambiare non esiste. Esistono invece molteplici interessi in molteplici territori che possono sicuramente dividere, ma certamente non sanno unire. È la storia della decadenza italiana che in ultima istanza ha portato un governo, in teoria rivoluzionario, ad abbassare ulteriormente la testa di fronte ai ricatti delle tecnocrazie europee abbandonando l’idea del deficit al 2.4% per un insulso 2,04%. È la storia di un nord oppressore e di un Sud oppresso e tradito (nuovamente anche da questo governo penta-leghista) che non reagisce, non si ribella non scende in piazza per rivendicare i suoi diritti, ma trova nell’adeguamento alle condizioni di vita o all’abbandono delle stesse verso altri lidi, l’unica soluzione per un dignitoso vivere.

Insomma la vicenda della Normale è sintomatica di quanto anormale sia questo paese. Anormale nel non rispetto dell’autonomia scolastica e universitaria; anormale nella sua incapacità di fare sistema, di creare sinergie e di mantenere unite tutte le sue parti; anormale nel non sapersi unire a vantaggio del bene comune.

Di buono resta che il progetto di una Scuola Superiore di eccellenza a Napoli andrà avanti perché i finanziamenti sono stati comunque stanziati. Si chiamerà Federico II? Non lo so, ma certamente si tratta di un risultato ancor più prestigioso se si considera che sarà completamente autonoma nei confronti della omologa pisana e quindi capace (si spera adeguatamente finanziata dal ministero, alla pari della Normale) di farle concorrenza e di guadagnare in autonomia e maggiore autorevolezza.

Insomma la vicenda della Normale è sintomatica di quanto anormale sia questo paese. Anormale nel non rispetto dell’autonomia scolastica e universitaria; anormale nella sua incapacità di fare sistema, di creare sinergie e di mantenere unite tutte le sue parti; anormale nel non sapersi unire a vantaggio del bene comune.

Ecco perché, da questo punto di vista, l’Italia non è la Francia né gli italiani i francesi, se per prima nelle coscienze di chi ci governa e poi di chi dovrebbe ribellarsi (il popolo), manca la sensibilità e l’intelligenza di considerarsi uno; manca l’audacia ed il coraggio di percepirsi destinati a qualcosa di più grande; manca, infine, la consapevolezza che lo sviluppo del Sud è lo sviluppo dell’Italia.

I gilet gialli italiani non ci sono e mai ci saranno. 

d.A.P.

APPALTI / LA LEGA VUOLE AFFIDAMENTI DISCREZIONALI FINO A 200 MILIONI

19 dicembre 2018 di: PAOLO SPIGA lavocedellevoci.it

Braccio di ferro tra Lega e 5 Stelle sul fronte degli appalti. A quanto pare, infatti, nella notte di domenica 16 dicembre è stato messo a punto un testo da brividi, che fa piazza pulita di regole e norme. Trapelata la notizia si muovono i grillini che non ci stanno e chiedono modifiche. Chi vincerà la singolar tenzone tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio? Staremo a vedere nelle prossime ore.

Ma cerchiamo di capire cosa propone la bozza finale al centro delle querelle. Il nodo-base è in una cifra, che passa da 40 a 200 milioni di euro. I leghisti vogliono che, per accelerare le procedure e tagliare i tempi, i Comuni possano decidere in modo del tutto discrezionale l’assegnazione di appalti per un importo fino a 200 milioni di euro, mentre oggi il tetto è fissato a 40 milioni.
Per la serie: commesse di notevolissimo importo potranno essere affidate senza gare, senza regole, senza uno straccio di trasparenza: quando sanno anche i bambini delle elementari che è questa una delle vie principali, già oggi, perchè mafiosi e faccendieri possano mettere mano alla torta dei lavori pubblici, tramite i rituali frazionamenti messi in atto da comuni, enti locali e amministrazioni pubbliche compiacenti (in particolare le Asl). Ora tutto è più semplice.

Fatti due calcoli, significa che i tre quarti delle commesse potranno essere deliberate in questo modo fai da te, in completo Far west, una deregulation senza confini. Il bottino, poi, non è da poco: si tratta di lavori per circa 7 miliardi di euro l’anno. Perchè mafia, camorra e ‘ndrangheta possano ricevere un ben regalo natalizio e stappare lo champagne.

Non basta, c’è una ciliegina sulla torta: non c’è alcun bisogno più di presentare il certificato antimafia (già insufficiente di per sé) per i lavori fino a 150 milioni. Un altro lasciapassare per la criminalità organizzata.

E chissenefrega se la Corte dei Conti mette in guardia sui “rischi della semplificazione e velocizzazione in un sistema privo di controlli”.

Forti dubbi avanza il numero uno dell’AnacRaffaele Cantone. “Si tratta di un meccanismo oggettivamente pericolosissimo – osserva – non solo sotto il profilo dei rischi corruttivi, ma anche per le potenziali infiltrazioni mafiose. Poi, si crea un danno alla concorrenza, perchè la maggior parte dei lavori verrebbero assegnati in base ad una totale discrezionalità. Insomma un enorme vulnus alla prevenzione, alla trasparenza e alla tutela della legalità”.

Sarà capace la Lega di convincere i 5 Stelle? E avrebbero la faccia, insieme, di portare in parlamento una normativa palesemente pro mafie?

CANALE 5 / CADEAU DI NATALE, “ULTIMO” CONTRO I NARCOS

19 dicembre 2018 di: MARIO AVENA lavocedellevoci.it



Regalo natalizio di Canale 5 ai suoi telespettatori. Nella prima serata di mercoledì 19 dicembre vanno in onda le mitiche imprese di Sergio De Caprio, al secolo il Capitano Ultimo, stavolta alle prese con “i due gruppi criminali più potenti e feroci del mondo uniti nel business del traffico di cocaina proveniente dal Sudamerica”, come pennella il “Teleraccomando” di Maria Volpe per la consueta striscia quotidiana del Corsera. Da leccarsi i baffi divorando pop corn.

Dopo le prodezze in cui l’indomito Raoul Bova interpretava l’Ultimo eroe a caccia della primula rossa, il super boss Totò Riina, riuscendo a catturarlo dopo mesi e mesi di lavoro con la sua super squadra del Ros, stavolta lo scenario cambia e dalla Sicilia – un confine ormai troppo stretto per tali titaniche imprese – ora la scena si allarga fino al Suadamerica. Ma il coraggio è sempre quello, la tempra non cambia, le prodezze si moltiplicano. A quando la prossima fiction su Nembo Kid-Ultimo-Bova?

Era già tornato alle cronache negli scorsi mesi e pochi giorni fa, il nostro Eroe. Primo, in merito allo scandalo Consip, perchè molto legato a Gianpaolo Scafarto, del quale era diretto superiore quando entrambi lavoravano nei Servizi. Poi perchè, dopo una decina d’anni, gli è stata tolta la scorta. Infine perchè di recente gli è stata bruciata un’Audi, di fronte alla “Tenuta della Mistica”, nella periferia est di Roma, dove svolge il nuovo incarico affidatogli dall’Arma dei carabinieri: al servizio del Comando dei carabinieri forestali, responsabile di Biodiversità e Parchi.

Gianpaolo Scafarto

Lontani una vita, ormai, i gloriosi anni al Ros, braccio destro del generale Mario Mori per tante operazioni, prima di tutte le cattura di Riina; poi quelli al Noe, il nucleo ambientale della Benemerita; quindi ai Servizi di casa nostra. Anche una parentesi “politica” sempre insieme all’inseparabile Mori: quando hanno ricevuto l’incarico di provvedere alla sicurezza di Roma dall’allora sindaco Gianni Alemanno.

La vicenda che, comunque, rimane più impressa nelle mente è quella rocambolesca cattura del capo di Cosa nostra. Le leggenda (incarnata da Raoul Bova) vuole che sotto la direzione del tandem Mori-De Caprio il Ros abbia compiuto un estenuante lavoro di oltre un anno: intelligence, appostamenti, intercettazioni, di tutto e di più, da veri 007e da autentici servitori dello Stato.

La realtà – documentata anche attraverso il processo che si è svolto per il mancato controllo del covo – è ben diversa. In primo luogo, la dritta per localizzare il super ricercato Riina venne dallo stesso Bernardo Provenzano, che in tal modo si sarebbe garantito una lunga latitanza senza troppi problemi. Ma il nodo sta nella mancata perquisizione e controllo del covo.

Quel covo, infatti, dopo due settimane venne trovato completamente “diverso”: tinteggiate di fresco le pareti, cambiati gli igienici, evidentemente asportata la cassaforte che conteneva il famoso (o famigerato) archivio dei 3000 nomi. La circostanza è emersa nel corso di un dibattimento processuale al tribunale di Milano, durante il quale lo stesso Ultimo sostenne di “non aver mai parlato di quell’archivio dei 3000 nomi”. Excusatio non petita…

L’assoluzione di Mori e De Caprio, comunque, pesa come una condanna: nelle motivazioni, infatti, si legge che, pur non trattandosi di comportamenti penalmente rilevanti, si tratta di comportamenti profondamente censurabili sotto il profilo morale, professionale, deontologico.

Ma quali furono mai le scuse addotte da Mori e Ultimo per giustificare quel clamoroso mancato controllo? “La truppa era stanca dopo tanti mesi di lavoro e di ricerche di quel covo”, disse Mori.

Aggiunse Ultimo: “preferimmo non controllare il covo per seguire le tracce di chi ne era uscito e vedere da chi ci portava”. Scuse da 113.

Sta di fatto che è poi cominciato il toto-boss, per capire in che mani fosse finito quell’archivio, ottimo e abbondante strumento di ricatto. Il più gettonato, di gran lunga, un nome: quello di Matteo Messina Denaro.

Questo è ciò che la Fed dirà oggi (secondo Goldman)

zerohedge.com 19.12.18

Solo una settimana fa Goldman , nella sua esagerazione sullo stato dell’economia statunitense, per la prima volta ha rivisto al ribasso le sue previsioni per il numero di rialzi dei tassi del 2019, da 4 a 3, non si aspettava più che la Fed aumentasse i tassi in l’incontro di marzo anche se oggi vede una probabilità del 95% di fare un’escursione alle 14:00.

Dopo aver gettato la spugna sulla sua tendenza al falco, Goldman ora si aspetta “una inclinazione accomodante nei confronti del procedimento”, riflettendo il sostanziale restringimento delle condizioni finanziarie (+ 80 pb su FCI da settembre ), una prospettiva di crescita leggermente più debole, inflazione moderatamente più morbida (core PCE ridimensionamento all’1,8%) e comunicazioni più prudenti della Fed (minore enfasi sulla necessità di una politica restrittiva).

Guardando il record storico, Goldman ha poi scoperto che la Fed ha storicamente espresso “sorprese accomodanti” a seguito di un inasprimento della FCI di 50 pb o più, con il rendimento biennale di 3bp in media sui giorni di dichiarazione FOMC associati, il che è strano perché finora , il 2Y è più largo di 1bps: il mercato obbligazionario ci dice qualcosa.

E anche quando il fondo hedge banca conserva ancora una visione sorprendentemente rialzista sull’economia, guardando la lingua dichiarazione specifica, Goldman si aspetta che l’istruzione post-riunione per essere meno ottimista rispetto a quelli di precedenti incontri di quest’anno, con il downgrade modesti al linguaggio di crescita e un adeguamento accomodante dell’orientamento politico.

Goldman si aspetta anche:

  • la caratterizzazione complessiva della crescita da declassare a “solida” da “forte”, visto che il ritmo di crescita del 3,8% a metà anno è probabilmente diminuito fino a un punto percentuale.
  • la caratterizzazione della crescita dell’occupazione da ridimensionare leggermente (da “forte in media, negli ultimi mesi” a semplicemente “forte in media”), un cenno implicito alle mancanze salariale in due degli ultimi tre mesi. È probabile inoltre che la dichiarazione riconosca che il tasso di disoccupazione è “rimasto basso” (contro “diminuito” nella dichiarazione di novembre).
  • una revisione accomodante delle prospettive politiche, con la lingua esistente sul percorso politico atteso dalla commissione (“ulteriori aumenti graduali nell’intervallo obiettivo …”) sostituita con qualcosa di meno impegnativo (come “alcuni ulteriori aumenti”).
  • linguaggio invariato per la crescita della spesa delle famiglie (“fortemente”), gli investimenti delle imprese (“moderato”) e l’inflazione (“quasi il 2%”). Non aspettatevi cambiamenti alle prospettive di inflazione (“previsto per il 2% simmetrico del Comitato” obiettivo nel medio termine “), poiché la crescita ancora al di sopra del potenziale e i mercati del lavoro un po ‘più stretti compensano l’inflazione leggermente più morbida degli ultimi tempi.
  • non aspettatevi un riferimento esplicito a condizioni finanziarie più rigide, con la dichiarazione che invece mantiene la FCI nella sua “lista di cose da fare” delle considerazioni (“prendete in considerazione … letture sugli sviluppi finanziari e internazionali”). Un’ulteriore enfasi sulle condizioni finanziarie invierebbe un segnale di politica troppo accomodante, a nostro avviso, e diversi funzionari della Fed hanno minimizzato l’importanza del sell-off (anche se lo stanno comunque incorporando nelle loro prospettive).
  • La dichiarazione del FOMC ha giudicato il bilanciamento dei rischi “approssimativamente equilibrato” da settembre 2016, con la qualifica “all’incirca” che implica che i funzionari della Fed non sono del tutto fiduciosi. Goldman sospetta che il modificatore “grosso modo” rimarrà, specialmente in considerazione di una più stretta FCI e di un rallentamento un po ‘più lento.
  • si aspetti che la nota di implementazione esegua un altro riallineamento aumentando l’IOER di 20 punti base anziché 25 punti base). Un tale cambiamento è stato fortemente suggerito nei verbali di novembre, e al 2,19% attualmente, il tasso effettivo dei fondi alimentati rimane a soli 6 punti base dall’estremità superiore dell’intervallo obiettivo. I funzionari discuteranno la politica di bilancio e il quadro operativo della Fed, compresi possibili tassi di politica alternativa come il tasso di finanziamento della banca overnight (OBFR) o il tasso di finanziamento overnight (SOFR) garantito.
  • Non aspettarti alcun dissenso, facendo coincidere l’unanimità dell’azione di rafforzamento di settembre. Anche gli elettori più accomodanti del Comitato saranno persuasi a sostenere un quarto e ultimo rialzo nel 2018.

Mettendo insieme tutto questo, questo è ciò che Goldman ritiene che la dichiarazione redlined di dicembre sarà simile a:

* * *

Infine, mentre Goldman si aspetta che la Fed riduca modestamente le sue prospettive economiche nel riassunto delle proiezioni economiche, che “potrebbe essere l’aspetto più accomodante dell’incontro della prossima settimana”, con riduzioni modeste al 2019 e al 2020, inflazione 2018 e 2019 e il disoccupazione di lunga durata …

… tutti gli occhi saranno puntati sulla trama dei punti , dove verrà rappresentato l’importante taglio da 3 a 2 aumenti dei tassi previsti nel 2019 (se non ce n’è uno, guarda sotto). Come notato sopra, Goldman ora prevede un aumento in meno nel 2019 – per la mediana del 2019 per indicare 2 aumenti in quell’anno (rispetto ai 3 indicati a settembre), due partecipanti aggiuntivi devono proiettare quel ritmo (o più lento). In altre parole, 9 dei 17 punti devono essere del 2.875% o inferiori (rispetto ai 7 dei 16 punti della riunione di settembre).

In termini di numero di aumenti nel 2019, 2020 e 2021, Goldman prevede un percorso di politica mediana del 2-1-0, in calo dal 3-1-0 del settembre SEP. In tal caso, il superamento previsto nel 2020 e nel 2021 rispetto a r * si ridurrebbe a solo un mezzo aumento. Per il momento, una tale linea di base sembra naturale, perché il Comitato probabilmente si aspetta che la crescita rallenti a un ritmo tendenziale a quell’orizzonte.

Un paio di parole finali: anche se probabilmente l’elemento più informativo della riunione della prossima settimana, la trama dei punti di dicembre è generalmente la meno utile dell’anno – secondo Jan Hatzius di Goldman – perché offre una visione minima delle riunioni imminenti specifiche. Riflettendo su questo, la conferenza stampa sarà particolarmente importante.

Come tale, Goldman si aspetta che Powell cogli questa opportunità per chiarire l’aria, riconoscendo un certo ammorbidimento nelle prospettive di crescita ma anche mettendo in evidenza la dipendenza dai dati . Una strategia del genere probabilmente allenterebbe le pressioni finanziarie a breve termine (ossia spingerebbe le scorte più in alto), preservando al tempo stesso l’opzionalità, compresa la riunione di marzo, nel caso in cui la crescita si stabilizzasse o l’inflazione rimbalzasse.

LETTERA APERTA A GIUSEPPE CASTAGNA – BANCO BPM

Paolo Politi 19.12.18

Egregio Sig Castagna ,

  • Giuseppe Castagna
  • Group CEO, Banco BPM

Leggo nei quotidiani odierni la diatriba con i vostri clienti sul caso “DIAMANTI” https://veronanetwork.it/economia/diamanti-da-investimento-con-adiconsum-la-risposta-alle-proposte-del-banco-bpm/ – rimango basito perché tutti gli altri Istituti di credito hanno correttamente adempiuti agli impegni assunti.

Ma non mi fermo qui – sono a venuto a conoscenza che il processo a carico dei vecchi Amministratori di Banco Popolare per il reato di “USURA” presso il Tribunale di Vicenza sia stato TRANSATO con una somma di Euro 150.000,00 e la chiusura del debito e remissione di querela (sarebbe importante capire per i soci la motivazione per cui e’ stata fatta – anche se ogni persona puo’ comprendere da sola i perché’) https://www.vvox.it/2015/06/06/vicenza-vertici-banco-popolare-a-processo/

Leggo articoli dei sindacati dal titolo “UNA BARCA FUORI CONTROLLO” – https://www.uilca.it/news/06-12-2018/gruppo_banco_bpm_una_banca_fuori_controllo/

E’ molto grave che i dipendenti non tranquilli possano trasmettere serenità alla clientela – Lei e’ manager navigato da milioni di Euro come stipendio cosa ne pensa?

Leggo che il Presidente del Comitato Esecutivo Pierfrancesco Saviotti e’ stato rinviato a giudizio dal Tribunale di Milano per Bancarotta Fraudolenta sul caso Porta Vittoria – Danilo Coppola ( cosa ne pensa di avere il proprio Presidente del Comitato esecutivo rinviato a giudizio per bancarotta?)- http://www.lavocedellevoci.it/2018/11/21/porta-vittoria-non-solo-coppola-ora-il-vertice-di-banco-bpm/

CASTAGNA COSA STA SUCCEDENDO? COME AL SOLITO LE RICORDO CHE LEI PER 1.508.000,00 EURO DI STIPENDIO E COME LEGALE RAPPRESENTANTE E’ TENUTO A RISPONDERE AI SOCI ANCHE PUBBLICAMENTE – INFATTI IO VOGLIO UNA RISPOSTA PUBBLICA E NON PERSONALE .

Attendiamo tutti con tranquillità ( non più di tanto – in quanto il TIME sta per scadere) una Sua cortese e gentile risposta ai quesiti posti.

La ringrazio

Paolo Politi

Non tutti i francesi sono bugiardi, ma Moscovici OUI

Massimo BordinBUFALOPOLI micidiale.it 19.12.18

UFALOPOLI 0

Pur di non essere secondi a nessuno, i francesi si sono inventati persino Asterix e Obelix. Tentativo puerile quanto significativo per lasciar credere di non aver subito l’annessione romana ai tempi di Giulio Cesare. Non dissimile quanto accaduto alla fine della Seconda Guerra mondiale, quando i galletti riuscirono a far credere al mondo di essere antifascisti e vincitori del conflitto, quando invece tutti sanno che in Francia si instaurò un governo nazista guidato dal generale Pétain e che l’unica capitale europea ove Hitler sfilò tronfio tra i suoi soldati fu Parigi. Ma è una tradizione lunga: persino dopo che Napoleone aveva dato in fiamme l’Europa, un suo ex diplomatico, Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord, riuscì a convincere i vincitori al Congresso di Vienna che la Francia fu vittima e non carnefice delle guerre napoleoniche.

L’ultimo bugiardo in ordine di tempo è Pierre Moscovoci, il commissario europeo per gli affari economici e monetari dell’Unione. Prima di arrivare all’accordo con il governo italiano sulla manovra finanziaria, infatti, Moscovici ha sostenuto a più riprese che la Francia può permettersi di derogare alle norme Ue sui bilanci perchè si trova in una fase eccezionale. 

Come dire: lo sforamento che l’Italia ci chiede è contro le regole Ue perchè l’Italia non si trova in una situazione particolare. La Francia si.

Prima della sua spiegazione “tecnica”, Moscovici era stato aiutato dai media europeisti – cioè dalla maggior parte dei media – secondo i quali la Francia può permettersi uno sforamento del 3,5% dato che ha un debito pubblico più basso ed un rapporto deficit/pil del 98 per cento. L’Italia, con un deficit/pil del 131%, invece, deve seguire un percorso più rigido. 

Persino Moscovici sa che questa è una stupidaggine, e dunque ha preferito seguire un’altra linea difensiva. Lo sforamento, infatti, è consentito solo a qui paesi che hanno un rapporto deficit/pil del 60% e non fa alcuna distinzione di rilievo tra chi supera questa percentuale. Sotto il profilo delle regole, il 98 ed il 131 sono numeri superiori a 60, e dunque per tutti vale la stessa regola.

A cosa si è attaccato, allora, il nostro euroburocrate per salvare il suo paese (la Francia) ed affossare il nostro?

“I deficit di Francia e Italia non sono comparabili. Ci sono due grandi differenze tra Francia e Italia: in Francia c’è un’emergenza sociale, misure eccezionali, con un anno di superamento temporaneo. È consentito dalle regole. Nel caso dell’Italia, esiste una politica di rilancio di 3 anni”.

Lo scandalo non consiste nel fatto che Moscovici – uomo della casta europeista – pronunci simili stupidaggini. E’ vergognoso che qualcuno ci creda.

In primo luogo, guardando ai più noti elementi di solidità finanziaria, l’Italia esce sempre meglio della Francia. Sono gli elementi di solidità elencati da Bankitalia. Vediamoli:

quota debito in mano estera,

avanzo primario,

saldo estero,

posizione netta su estero,

debito famiglie

debito imprese

DIETRO LE QUINTE DELLA DISFIDA CAIRO-BLACKSTONE: RCS COME LA GRECIA NEL TRIENNIO NERO 2011-2013 – COME E PERCHE’ E’ FINITA SVENDUTA LA SEDE STORICA DEL “CORRIERE” DI VIA SOLFERINO – LE RAGIONI DI URBANO E QUELLE DEL FONDO CHE AVEVA IL COLTELLO DALLA PARTE DEL MANICO. NESSUNO PERO’ RICORDA LA GENESI VERA DEI GUAI DI RCS (TRANNE DAGOSPIA). LO SHOPPING SPAGNOLO COSTATO 800 MILIONI DI PERDITE. QUELLA FU LA VERA FOLLIA CHE NESSUNO HA MAI PAGATO…

dagospia.com 19.12.18

Fabio Pavesi per Dagospia

URBANO CAIRO

URBANO CAIRO

Chissà per quanto tempo avrà rimuginato su quella cessione del palazzo storico del Corriere in via Solferino e via San Marco avvenuta a fine del 2013, quando Rcs boccheggiava sull’orlo di una crisi senza precedenti. Attento come è ai costi e agli sprechi, Urbano Cairo, dominus della prima casa editrice italiana, conquistata con l’aiuto determinante di Intesa nell’estate del 2016, deve aver masticato amaro per lungo tempo per quella che considera una svendita colossale al re dei fondi d’investimento, quella Blackstone che comprò l’intero complesso storico del Corriere per 120 milioni.

Anche perché è lui che sta pagando l’oneroso canone d’affitto. Dieci milioni l’anno per i tre blocchi di Via Solferino e via San marco che il fondo Blackstone incamera ogni anno da Rcs. E proprio la sproporzione tra prezzo di cessione e rata d’affitto ad aver indotto Cairo a mettere in mora, 5 anni dopo, quella che lui considera un vero regalo al fondo americano.

SEDE CORRIERE DELLA SERA

SEDE CORRIERE DELLA SERA

Lo ha fatto con un’iniziativa senza precedenti lo scorso novembre: la richiesta di un arbitrato per chiedere l’annullamento dell’operazione. Cosa che ha mandato su tutte le furie il fondo Blackstone che era in procinto di vendere l’immobile al gruppo Allianz per un valore intorno ai 250 milioni, il doppio del prezzo pattuito solo 5 anni fa. L’iniziativa garibaldina di Cairo ha fatto ovviamente fuggire l’acquirente e Blackstone ha citato a sua volta Cairo al tribunale di New York chiedendo i danni per la mancata vendita.

Fin qui la cronaca che mette in profondo imbarazzo altri protagonisti della vicenda. Innanzitutto Banca Intesa o meglio il suo braccio operativo nel merchant cioè Banca Imi guidata allora da Gaetano Micchichè, che fu l’advisor finanziario dell’operazione vendita. Intesa socio storico di Rcs è anche la banca che più si è spesa per l’arrivo sulla tolda di comando di Cairo.

gaetano miccichè

GAETANO MICCICHÈ

L’ha appoggiato in particolare lo stesso Miccichè, in quella contesa suon di Opa che vedeva nella primavera del 2016 Urbano Cairo contro Andrea Bonomi, il finanziere spalleggiato dal nucleo storico degli azionisti di Rcs e da Mediobanca. Una battaglia che sembrava persa in partenza per l’imprenditore alessandrino che è stato accompagnato nella presa di potere proprio da Intesa, non solo socio storico ma anche tra i principali creditori del gruppo editoriale.

Ecco perché quel j’accuse di Cairo sulla svendita, curata da Banca Imi, irrompe come uno schiaffo nei rapporti finora ottimi tra l’allievo di Berlusconi e la banca milanese. Cairo da par suo, che all’epoca della cessione era solo un piccolo socio di Rcs e che si oppose all’operazione, snocciola come sa fare lui pochi numeri ma significativi per avvalorare la tesi del “furto” ai danni di Rcs.

andrea bonomi

ANDREA BONOMI

Quel canone complessivo di 10,3 milioni annui che ora da affittuario Rcs paga a Blackstone significano un rendimento dell’8,5% annuo. Un fior di rendimento difficile da trovare nell’immobiliare di pregio commerciale. I valori in genere per complessi in zone centrali si collocano al 5, massimo 6 per cento. Ed è proprio quel ricco contratto (per Blackstone) a sollevare tutte le perplessità di Cairo. Un rendimento del 5% vuol dire automaticamente valutare l’immobile almeno 200 milioni e non i 120 milioni cui è avvenuta la transazione. Si potrà obiettare che sono passati 5 anni e i valori sono saliti. Forse ma non certo così tanto, dicono gli esperti immobiliari.

Nel frattempo l’affare è evidente per Blackstone: dalla cessione a fine di qeust’anno ha già incassato 50 milioni di euro in rate d’affitto. Questo di fatto abbassa ulteriormente il valore pagato all’epoca. Di fatto con quel contratto il fondo Usa in soli 12 anni si portava a casa l’intero corrispettivo pagato. Dodici anni per portare a casa gratis gli immobili di pregio di via Solferino. Un colpo da maestri che rende felici i sottoscrittori del fondo americano. Rendimento garantito dell’8% per 12 anni e poi tutto l’incasso della futura vendita.

FONDO BLACKSTONE

FONDO BLACKSTONE

Vista così c’è poco da dire. Rcs si è privata di un bene patrimoniale e in 12 anni avrà restituito tutti i 120 milioni a Blackstone rimanendo senza cespiti. Un autogol colossale. D’altro canto la tesi di Blackstone e di chi allora procedette alla vendita pare smentire ogni illazione sull’usura perpetrata all’epoca ai danni della casa editrice. Fu fatto un bando, si presentarono più soggetti, ci fu una perizia indipendente da parte di Reag sul valore dell’immobile.

La proposta Blackstone risultò la migliore e il Cda di Rcs votò l’operazione. Tutto secondo i crismi quindi. Sostenere che il prezzo fu un regalo come fa Cairo pare anch’esso più che giustificato. Se 5 anni dopo il cespite viene valutato il doppio, qualcuno avrà sbagliato i conti. O Allianz disposta a pagare un extra-prezzo o chi vendette all’epoca che si fece turlupinare svendendo di fatto il complesso. E quel rendimento dell’8% è certo fuori mercato. Cairo pare avere quindi più di una freccia nel suo arco.

sede rcs via san marco milano

SEDE RCS VIA SAN MARCO MILANO

Ma forse non si considerano i tempi e il momento storico. Rcs era nel pieno della crisi più terribile della sua Storia. Tra il 2011 e il 2013 accumulerà oltre un miliardo di perdite. Si ritroverà nel 2012 ad avere debiti finanziari netti con le banche (Intesa in testa) per 845 milioni a fronte di un margine lordo azzerato e un patrimonio di soli 179 milioni. Una crisi debitoria che mette in allarme ovviamente i creditori.

Le banche in particolare, non dimentichiamocelo, sono nel pieno della crisi delle sofferenze. Troppi crac, troppe ristrutturazioni dei debiti mettono in ginocchio i conti delle banche. Permettersi un altro flop miliardario sarebbe stato esiziale. Andava tamponata la crisi finanziaria prima che travolgesse il gruppo editoriale. A fine del 2012, un anno prima della cessione, i soci del Corriere e le banche che lo finanziano sono nel panico. Occorrono misure drastiche.

Si lancia un aumento di capitale da 400 milioni che verrà sottoscritto a luglio del 2013, si rifinanzia Rcs con altri 600 milioni e si vende tutto il vendibile per fare cassa. Ecco il momento in cui matura la svendita della casa del Corriere. Nel 2013 il margine industriale diverrà negativo per 83 milioni, ma il complesso delle misure tra aumento di capitale, rifinanziamento e cessioni porta a dimezzare il debito finanziario e a riportare il capitale a 350 milioni. Una sospiro di sollievo da parte del nucleo storico dei soci.

RECOLETOS

RECOLETOS

Da Intesa a Fca a Mediobanca a Pirelli eccetera eccetera. In fondo lo stesso Cairo ammette che Rcs agì in condizioni di debolezza contrattuale nei confronti di Blackstone. Cairo stesso sostiene che Blackstone approfittò della debolezza estrema di Rcs per imporre le condizioni. Un copione ahimè visto molte volte. Si pensi alla crisi greca, si pensi alla svendita degli Npl da parte delle banche, si pensi all’elevato debito pubblico italiano che rende fragile il Paese nella contrattazione con i partner europei. In fondo la finanza è questa cosa qui. Più sei forte più imponi le tue condizioni, più sei prostrato più obtorto collo devi subire. E in fondo Rcs in quell’epoca era come la Grecia.

PIERGAETANO MARCHETTI GIULIA MARIA CRESPI INAUGURAZIONE MITO ALLA SCALA FOTO FRANCO CORTELLINO

PIERGAETANO MARCHETTI GIULIA MARIA CRESPI INAUGURAZIONE MITO ALLA SCALA FOTO FRANCO CORTELLINO

Vicina al crac e costretta a subire. Quel che nessuno oggi ricorda dell’affaire Cairo-Blackstone è la genesi della crisi finanziaria di Rcs. Che non è mai stata di natura economica. Ma esclusivamente figlia delle spericolate avventure intraprese pre-crisi dal management e dai soci storici. Di quel miliardi di perdite che Rcs segnerà tra il 2011 e il 2013 quasi 800 milioni sono il risultato delle svalutazioni dello shopping spagnolo effettuato nel 2007. Fu l’incauto e strapagato acquisto di Recoletos in Spagna a far affondare la corazzata Rcs.

Pagata 1,1 miliardi nel 2007 verrà alla fine svalutata insieme ad altre attività iberiche per 800 milioni. Un colossale fiasco perpetrato all’epoca dall’amministratore delegato Antonello Perricone e votato da un Cda che aveva come amministratori esecutivi il notaio Piergaetano Marchetti; Carlo Pesenti, Renato Pagliaro di Mediobanca e John Elkann. La crema della nobiltà degli affari che sbagliò clamorosamente il colpo, divenuto un boomerang micidiale per Rcs solo pochi anni dopo. Chissà se Cairo ora che ha risanato e riportato in utile il gruppo medita anche la vendetta su Recoletos? Sono passati dieci anni, troppo tardi.    

JOHN ELKANN

JOHN ELKANN

«Esattore dei Casalesi arrestato nel trevigiano: infiltrazioni sottovalutate» „

TREVISOTODAY.IT 19.12.18


„L’appello di Andrea Zanoni, consigliere del Partito Democratico commenta l’operazione della Direzione investigativa antimafia di Trieste che ha portato all’arresto di sette persone“

«La favola che in Veneto la mafia non esiste non incanta più nessuno. Le infiltrazioni della criminalità organizzata sono una realtà, cresciuta anche grazie a una sottovalutazione del problema. E la Marca trevigiana non fa eccezione». Così Andrea Zanoni, consigliere del Partito Democratico commenta l’operazione della Direzione investigativa antimafia di Trieste che ha portato all’arresto di sette persone, tra cui un 56enne residente a Resana, accusate di estorsione aggravata dal metodo mafioso in favore del clan dei Casalesi.

«La Regione, per dare un segnale, prenda coraggio e si costituisca parte civile nel processo contro i mafiosi di casa nostra. Ma lo faccia sul serio e non come sul caso delle banche venete e delle migliaia di cittadini truffati. Il 30 giugno 2016  il Consiglio votò all’unanimità una relazione che impegnava Zaia in questo senso, ma alla fine è saltato tutto per una tempistica sballata. Un errore, ammesso sia tale, da dilettanti. I segnali della presenza della criminalità organizzata non sono arrivati oggi. Basti pensare ai frequenti incendi nei centri di gestione e trattamento rifiuti, quasi sempre di origine dolosa e allo smaltimento illecito, denunciato anche nel report della Commissione bicamerale sulle Ecomafie. L’ordinaria amministrazione non serve più, sono necessarie maggiori risorse: Zaia e la sua Giunta si muovano di concerto con il Governo amico per affrontare seriamente questo problema. Ma la cosa più importante è che ci sia consapevolezza della situazione. Gli indizi vanno invece in tutt’altra direzione. È sufficiente ricordare come la maggioranza abbia bocciato il nostro emendamento che prevedeva lo stanziamento di un milione per un Piano straordinario di controllo delle attività di smaltimento dei rifiuti in modo da contrastare le troppe attività illecite. Senza un vero cambio di mentalità, situazioni come quella emersa dall’inchiesta della Dia, sono destinate a ripetersi».

@@@@@@@@@@@@@@@@@

MA DOVE E’ LA PRIMA BANCA ITALIANA CHE HA ACQUISITO A 1 EURO LE BANCHE VENETE? E TUTTE LE PROMESSE FATTE DAL SUO AMMINISTRATORE DELEGATO DURANTE LE RIMBOMBANTI CONFERENZE STAMPA A VICENZA?????????

«Treviso, perdita delle banche favorisce criminalità organizzata»

vvox.it 19.12.18

Nella Marca trevigiana, «rimasta orfana di importanti banche del territorio, è più facile che la criminalità organizzata possa penetrare nel tessuto produttivo». Ne è certo il procuratore capo di Treviso Michele Dalla Costa (in foto), che intervistato da Giorgio Barbieri su La Tribuna a pagina 5, spiega: «ora le banche sono meno e di conseguenza possono sorgere dei problemi per gli imprenditori che, inevitabilmente, finiscono nelle mani di chi offre denaro senza chiedere particolari garanzie». Questo, aggiunge Dalla Costa, «è il primo passo per finire nelle mani della criminalità organizzata, che vuolepulire denaro sporco, e farsi portare via l’azienda».

çççççççççççççççççççççç

BISOGNA DIRE GRAZIE ALLA SGA BANCHE VENETE IN LCA – A COLEI CHE CON 1 EURO HA ACQUISITO LE PARTI BUONE DI POPOLARE DI VICENZA E VENETO BANCA – A BANCA D’ITALIA E A CONSOB.

B R A V I

Mariotti: le banche non decidono, in bilico il maxi-ordine Seabourn / IL CASO

GILDA FERRARI themeditelegraph.com 15.12.18

Genova – Negli uffici dei cantieri Mariotti di Genova da qualche tempo si lavora ai preparativi della costruzione della prima delle due navi da crociera di Seabourn.

foto


Cruise & Ferries  –  Shipyard and Offshore  –  Shipowners  –  Cruise and Ferries  –  Finance and Politics

Genova – Negli uffici dei cantieri Mariotti di Genova da qualche tempo si lavora ai preparativi della costruzione della prima delle due navi da crociera di Seabourn, il marchio del lusso e dell’esplorazione del gruppo Carnival. La prima unità dovrebbe essere consegnata a giugno 2021 e la seconda nel maggio 2022. L’ordine vale oltre 400 milioni di euro e, secondo le stime, è destinato nell’arco del quadriennio a produrre occupazione su territorio nazionale, genovese in particolare, per circa 800-1.000 persone, indotto compreso. Un pezzo del puzzle finanziario che nella cantieristica navale regge le commesse di questo genere, tuttavia, non è ancora andato a posto e se non lo farà in tempi brevi la costruzione delle navi potrebbe finire nelle mani di cantieri non italiani.

A lanciare l’allarme è Bruno Manganaro, segretario di Fiom Genova: «La commessa sembrava in dirittura di arrivo – spiega il sindacalista – ha anche ricevuto l’ok di Sace, che con la capogruppo Cdp rappresenta lo Stato italiano e garantisce i finanziamenti delle banche. Invece scopriamo che alcuni istituti di credito nicchiano e questo è grave. Un lavoro grande e importante per Genova e per il Paese non può impantanarsi per una questione finanziaria. Le commesse si perdono (purtroppo per l’Italia) sotto i colpi della concorrenza internazionale. Perderle perché un normale meccanismo di finanziamento della cantieristica non va in porto è inaccettabile». L’ordine delle nuove navi da crociera – piccole (170 metri di lunghezza, 264 passeggeri in 132 suite) ma lussuose – è stato incassato il 2 luglio scorso da Damen-Mariotti, nuova alleanza commerciale che permette agli olandesi di entrare nel settore delle crociere e a Mariotti di tornare, dopo le difficoltà finanziarie dovute anche al debito lasciato dal sultano dell’Oman, a lavorare con Seabourn, suo cliente storico.

***

L’industria navale funziona attraverso meccanismi finanziari sostenuti da banche e garanti. L’armatore anticipa di solito una cifra del prezzo complessivo delle navi e paga il saldo alla consegna. L’arco di tempo della costruzione fisica è sostenuto dai finanziamenti delle banche, che permettono di acquistare i materiali e pagare le forniture: una sorta di prestito finalizzato (il cantiere non può utilizzare quei soldi per fare altro), che viene rimborsato e remunerato non appena l’armatore salda il conto. Secondo fonti finanziarie del Secolo XIX-The MediTelegraph, a supporto dell’ordine incassato da Damen-Mariotti ci sarebbe un pool di banche guidato da Intesa Sanpaolo. 
A rallentare la firma della comfort letter – documento di garanzia siglato a uso dell’armatore – sarebbero Bnl e Unicredit, che si sarebbero raffreddate davanti all’investimento. «Se questa operazione non viene perfezionata le navi saranno costruite all’estero – sottolinea Manganaro – La finanza non può mettere in difficoltà l’industria. Se alcune banche non vogliono essere della partita si trovino altri istituti disponibili o intervenga il governo, visto che la Sace si è già espressa favorevolmente all’operazione. Tra l’altro stiamo parlando di Genova, del suo porto e di posti di lavoro. Dopo il crollo del Morandi, questo territorio non può permettersi di perdere occupazione perché chissà dove si inceppano».

Studio First Cisl Banche, Messina, gli sportelli chiudono i territori soffrono

firstcisl.it 19.12.18

Una recente ed articolata ricerca dell’ufficio studi di First Cisl, diretto da Riccardo Colombani, ha evidenziato il ridimensionamento dell’offerta bancaria sul territorio nazionale. Gli sportelli fisici sono progressivamente diminuiti creando disservizi a territori e comunità. Anche a Messina l’effetto si è sentito. Il sito online “mobmagazine” si è occupato della problematica titolando “Direttivo bancari Cisl: in atto processo di desertificazione . Nell’ultimo anno chiuso il 10% delle agenzie”.

“Metà dei comuni della provincia di Messina – dice il segretario provinciale di First Cisl Antonio Mangraviti – non sono serviti dalle banche. Nel 2018 sono proseguite le uscite di personale per gli effetti di piani industriali che puntano al contenimento del costo del lavoro e a cui sembra sfuggire una visione strategica di vicinanza al territorio nella funzione sociale di volano per lo sviluppo locale. Se nell’ultimo decennio si è avuta una diminuzione dei lavoratori bancari di circa il 35%, in alcune grandi banche, un tempo fortemente radicate, si è registrata, solo nell’ultimo triennio a Messina, una diminuzione del personale pari a circa il 25%. Per quel che riguarda invece la presenza sul territorio – ha aggiunto Mangraviti – sono state chiuse circa il 10% delle agenzie. A fronte di tutte queste uscite, si sono verificate solo sporadiche assunzioni, mentre, nella stragrande maggioranza delle aziende di credito, il turn over è completamente bloccato e da diversi anni non vi è stata alcuna assunzione di personale. L’obiettivo della digitalizzazione e delle canalizzazione della operatività su canali telematici, che le aziende di credito perseguono, dovrebbe ridurre, fino a farlo scomparire, il ruolo del “cassiere”; permangono invece file allo sportello e strutture informatiche ancora lungi dall’essere efficienti”.

Il sito “mobmagazine” riporta una serie di problematiche che riguardano anche Messina e provincia a partire dalla vertenza “Unicredit per la quale è in atto la mobilitazione nazionale e la possibilità di proclamare lo sciopero in caso di esito negativo della trattativa in corso”.

Forte preoccupazione pure “per il destino della sede operativa dell’Ircac di Messina, l’Istituto di credito regionale nato dalla fusione, per incorporazione, di Crias ed Ircac. Il provvedimento, attualmente al vaglio della Commissione Attività Produttive e della Commissione al Bilancio dell’A.R.S., se portasse alla chiusura della sede di Messina, distintasi per l’importante lavoro svolto ai fini dell’accesso al credito agevolato, creerebbe un danno alle imprese e alla nostra comunità”.

Su quest’altra emergenza il segretario generale di Cisl Messina Tonino Genovese ha dichiarato: “bisogna intervenire per evitare quello che è già successo, in modo irreparabile, con la chiusura della filiale di Messina della Banca d’Italia evitando in tal modo che il territorio sia depredato delle strutture finanziarie di cui dispone al servizio della collettività. Serve una vicinanza maggiore al nostro territorio e non ulteriori chiusure di agenzie”.

Le banche aprono il dossier Ovs

di Andrea Montanari mffashion.com 18.12.18

I principali istituti di credito, guidati da Intesa Sanpaolo, al lavoro sul debito. L’esposizione del gruppo di abbigliamento è di 440 milioni, a fronte di un ebitda di 104 milioni. Da gennaio via alle trattative per la ristrutturazione. In un mese scambiato il 44% del capital 

Le banche aprono il dossier Ovs

Una campagna Ovs

L’ultimo campanello d’allarme risuonato con la pubblicazione dei conti al 30 settembre (ricavi a 1 miliardo ed ebitda rettificato di 104 milioni, -24,56%) ha destato l’attenzione del mercato, degli investitori e delle banche creditrici. Il dossier Ovs è uno dei più caldi e sarà l’osservatore speciale dei prossimi mesi, anche perché come già evidenziato da MF-Milano Finanza, in borsa c’è una particolare attenzione nei riguardi del gruppo di abbigliamento guidato dall’ad Stefano Beraldo, se è vero che solo nell’ultimo mese è stato scambiato oltre il 44% del capitale.

E se al momento, il fondo Bc Partners che detiene il 17,8% dopo il collocamento a Piazza Affari (ipo avvenuta il 4 marzo 2015 a un prezzo di 4,1 euro) a questi prezzi non può smobilizzare la sua partecipazione, non è da escludere che altri fondi o investitori speculativi stiano valutando la scalata. Senza trascurare il fatto che nella partita Ovs potrebbe entrare in campo un fondo di debito, come Pillastone.

Ma per ora i soggetti più interessati al gruppo retail sono gli istituti di credito esposti per 440 milioni. Il pool di banche, capitanato da Intesa Sanpaolo, a partire da gennaio, secondo quanto risulta a questo giornale, aprirà formalmente il tavolo per lavorare assieme alla società, al management e agli advisor, alla definizione di un’operazione complessiva di ristrutturazione finanziaria.

In particolare, in vista della scadenza delle linee di credito (2020), tutti i soggetti coinvolti dovranno definire la modalità migliore per rinegoziare i finanziamenti in essere e trovare un accordo in merito al rifinanziamento della società. Al momento, tutte le opzioni sono aperte e sul tavolo anche perché il processo richiederà parecchi mesi prima di una sua definizione complessiva, anche perché il settore retail in Italia soffre parecchio, come dimostrano i numeri di Ovs, per la concorrenza delle grandi catene internazionali (Zara e H&M) e dell’e-commerce.

Va detto, poi, che come evidenziato da MF-Milano Finanza nell’edizione di sabato 15 dicembre, molti brand del settore moda di fascia media (StefanelSafiloGeox, Italia Independent) soffrono più delle grandi griffe e gruppi come Salvatore Ferragamo stanno affrontando un difficile periodo di transizione a livello di governance.

Nel caso, poi, di Ovs, non vanno trascurate neppure le recenti dichiarazioni dell’ad Beraldo, per il quale «il valore di borsa della nostra azione risulta fortemente penalizzato, crediamo anche a causa di fattori esterni, non ultimo la pressione ribassista esercitata da alcuni investitori». Ed è proprio su possibili speculazioni di borsa che si concentra l’attenzione del mercato. Anche perché Ovs, non avendo un socio di controllo, è potenzialmente scalabile. 

Mirafiori, dalle automobili agli ammortizzatori (sociali)

lospiffero.it 19.12.18

Cassa integrazione e pensionamenti anticipati. In attesa della riconversione dello stabilimento torinese con la Fiat 500 elettrica, i sindacati firmano l’intesa per l’uscita volontaria dal lavoro di oltre mille dipendenti. Per il polo del lusso inizia un anno di transizione

È stato siglato oggi al ministero del Lavoro da Fca e organizzazioni sindacali Fim, Uilm, Fismic, Ugl e Associazione Quadri l’accordo che garantirà i contratti di solidarietà per Mirafiori, Costruzione stampi, Presse, Fpt (ex Meccaniche) e Agap di Grugliasco e accompagnerà al pensionamento 800 operai e 250 impiegati che, su base volontaria, potranno accedere al contributo Naspi. In vista dell’avvio del nuovo modello Fiat 500 Elettrica, è previsto il trasferimento di due tranche di lavoratori dall’Agap a Mirafiori: 350 a gennaio e 450 a febbraio. I contratti di solidarietà alla Carrozzeria di Mirafiori, dal primo gennaio al 31 dicembre 2019, riguarderanno 2.755 dipendenti (di questi 1.653 in esubero temporaneo).

Con la fine della produzione dell’Alfa Romeo MiTo nello scorso mese di luglio e il calo delle richieste dei modelli Maserati (Ghibli e Quattroporte sono prodotte a Grugliasco mentre il Levante è prodotto a Mirafiori), nei mesi scorsi si è registrato un continuo ricorso alla cassa integrazione. E proprio per contenere le problematiche della riconversione, i sindacati, compreso la Fiom, hanno raggiunto l’accordo su un piano di pensionamento con incentivi e su base volontaria che coinvolgerà 1.050 dipendenti dell’azienda, operati e impiegati di tutti i reparti, carrozzerie, enti centrali, costruzione e stampi.

Il 2019 sarà, quindi, un anno di transizione per il Polo del Lusso. Tra cassa integrazione, contratti di solidarietà ed incentivi sul pensionamento, Fca punta a superare i prossimi 12 mesi preparando gli stabilimenti di Mirafiori e Grugliasco all’arrivo delle prossime novità previste dal piano industriale del gruppo per l’Italia. “Con questo accordo – spiega il segretario della Uilm di Torino, Dario Basso – abbiamo creato le condizioni per accompagnare i lavoratori all’uscita senza significative perdite economiche e il processo potrebbe agevolare la rotazione nell’ambito dei contratti di solidarietà. Si guadagnerà tempo per permettere la riqualificazione dei lavoratori in vista delle nuove produzioni”. Per la Fiom, invece, si tratta di “una toppa che noi giudichiamo non sufficiente a risolvere i problemi della piena occupazione e che gli addetti caleranno di 1.000 unità. Vogliamo il rilancio del settore dell’auto a Torino”, spiegano Edi Lazzi, segretario provinciale, e Ugo Bolognesi, responsabile di Mirafiori per l’organizzazione.

Il “Piano Italia”, annunciato da Mike Manley a fine novembre, prevede, come detto, l’avvio della produzione della Fiat 500 Elettrica, il primo modello a zero emissioni prodotto da Fca Italy, che poggerà su di una nuova piattaforma sulla quale, in futuro, il gruppo realizzerà nuove vetture elettriche. A completare le (poche) novità per il Polo del Lusso ci saranno le varianti ibride dei tre modelli Maserati.  Da sottolineare che, per ora, non ci sono informazioni in merito all’avvio della produzione dell’E-Suv Alfa Romeo, un progetto che, sino a poche settimane fa, era considerato quasi pronto al debutto a Mirafiori e che, invece, per ora sembra essere finito in standby in attesa di tempi migliori per l’avvio della produzione.

Non indifferente al mantenimento degli impegni è la questione dell’ecotassa che il Governo ha deciso di introdurre. “Nonostante la retromarcia, anche la nuova formulazione continua a penalizzare l’industria italiana dell’auto – ha affermato Rocco Palombella a Torino, in occasione del Consiglio provinciale Uilm –. Avevamo chiesto al governo di ritirare la misura e confrontarsi con noi per capire come sostenere, anziché ostacolare, il piano industriale di Fca ma anche per individuare insieme la strada migliore per accompagnare il sistema dell’auto italiana a una corretta riconversione all’ibrido e all’elettrico”. Palombella ha, infatti, spiegato che “è controproducente varare oggi una misura così delicata senza tener conto della carenza infrastrutturale del Paese e dei costi ancora troppo alti per l’acquisto di automobili elettriche. Di fatto, con i nuovi limiti fissati verrebbero penalizzati i consumatori e le produzioni locali, mentre verrebbero incentivate le produzioni straniere. In tutti i paesi industrializzati – ha concluso – si cerca di aiutare l’apparato produttivo a vincere la sfida della competizione internazionale; dopo molti anni di negligenza, è giunta l’ora che anche l’Italia riprenda a fare politiche industriali di sostegno all’impresa e al lavoro, quantomeno per cercare di giocare ad armi pari con i concorrenti stranieri”.

“Se la Fed alza i tassi di interesse oggi, dovrebbero essere licenziati per negligenza economica …”

zerohedge.com 19.12.18

Scritto da Michael Snyder tramite il blog The Economic Collapse,

La Federal Reserve è responsabile della creazione del boom del mercato azionario di cui siamo stati testimoni negli ultimi anni. Stanno anche preparando il terreno per un crollo del mercato azionario?

Dopo aver toccato un massimo storico all’inizio di quest’anno, il Dow ha perso  più di 3.000 punti  dal picco del mercato, e sembrerebbe che sarebbe estremamente irresponsabile per la Fed aumentare i tassi di interesse in un ambiente così caotico. Inoltre, le prove continuano a sostenere che l’economia statunitense  sta rallentando , e tutti sanno che l’innalzamento dei tassi di interesse tende a deprimere l’attività economica. Quindi sembrerebbe che non sarebbe logico per la Federal Reserve alzare i tassi di interesse in questo momento.   In effetti, l’economista Stephen Moore ha dichiarato a Fox Business che se la Fed aumentasse i tassi di interesse  “dovrebbero essere licenziati per negligenza economica” …

“La Fed è stata troppo stretta. Hanno fatto un grosso errore tre mesi fa con l’aumento delle tariffe. Ha causato una deflazione dei prezzi delle materie prime. E dirò questo, David,  se la Fed alzasse i tassi di interesse domani dovrebbero essere licenziati per negligenza economica “.

Se la Federal Reserve innalza i tassi di interesse e indica che nel 2019 arriveranno altri rialzi dei tassi, è abbastanza probabile che i mercati facciano un altro enorme capriccio.

Ma come  ha notato Jim Cramer , se la Federal Reserve fa la scelta giusta e lascia i tassi dove sono attualmente, potremmo potenzialmente assistere a un significativo rally di mercato …

“Oggi è stata una prova generale del tipo di raduno che possiamo ottenere se la Fed fa la cosa giusta domani e ripudia l’idea che abbiamo bisogno di una serie di aumenti dei tassi nel 2019, non solo di un altro domani”, ha detto Cramer martedì. “Se mettiamo la Fed a bordo, aspettiamo azioni più positive come quella che abbiamo avuto questa mattina prima che il mercato rinunci a gran parte dei suoi guadagni”.

Sfortunatamente, c’è un fattore che sta complicando le cose.

Nelle scorse settimane, il presidente Trump è stato estremamente critico nei confronti della Federal Reserve e del presidente della Fed Jerome Powell. Se la Fed decide di lasciare i tassi di interesse laddove sono, ciò potrebbe essere interpretato come ciò che dà a Trump esattamente quello che vuole, ed è probabile che non vogliano essere considerati come schierati con Trump.

Questo è ancora un altro motivo per cui dobbiamo porre  fine alla Fed .  La Fed è diventata solo un altro giocatore nel gioco della politica, e la verità è che la Federal Reserve è un’istituzione profondamente non americana. I nostri fondatori intendevano per noi avere un sistema capitalistico di libero mercato, ma invece abbiamo un gruppo non selezionato di pianificatori centrali che stabiliscono i nostri tassi di interesse e gestiscono la nostra economia.

Da quando la Federal Reserve è stata creata nel 1913, ci sono state 18 importanti recessioni economiche, e ora ci stiamo dirigendo verso un altro. La manipolazione del sistema bancario centrale causa continuamente cicli di boom and bust e, spero che questa volta il popolo americano possa finalmente decidere che ne basta abbastanza.

A causa delle perdite a Wall Street, gli hedge fund stanno iniziando a calare come i domino e questo causerà enormi problemi per alcune delle nostre più grandi istituzioni finanziarie. Ad esempio, abbiamo appena scoperto che Citigroup potrebbe potenzialmente perdere 180 milioni di dollari a causa di cattivi prestiti che ha fatto  ad un importante hedge fund asiatico …

Non sono solo gli hedge fund che stanno esplodendo a destra ea sinistra: così le banche che prestano loro denaro.

Citigroup si trova ad affrontare perdite fino a 180 milioni di dollari su prestiti concessi a un fondo di hedge asiatico senza nome che ha subito gravi perdite sulle sue operazioni in valuta estera. Secondo Bloomberg, una persona ha informato la persona in merito alla questione. L’hedge fund e Citi “stanno discutendo le posizioni e il modo in cui dovrebbero essere valutate”, che di solito è un brutto segno, perché quando si tratta di FX il mark to market è, almeno, istantaneo. Bloomberg aggiunge che la situazione è fluida e che le eventuali perdite potrebbero risultare inferiori a seconda di come vengono svolte le operazioni.

Non abbiamo visto nulla di simile in 10 anni e se la Fed aumentasse i tassi di interesse, questa nuova crisi finanziaria potrebbe iniziare ad aumentare rapidamente.

A questo punto, anche l’ex presidente della Fed, Alan Greenspan, esorta gli investitori a  “correre per la copertura” …

L’ex presidente della Federal Reserve, che notoriamente ha avvertito più di due decenni fa di “esuberanza irrazionale” nel mercato azionario, non vede i prezzi delle azioni andare più in alto di quanto non lo siano ora.

“Sarebbe davvero sorprendente vederlo stabilizzarsi qui e poi decollare”, ha detto Greenspan in un’intervista all’ancora CNN Julia Chatterley.

Ha aggiunto che i mercati potrebbero ancora aumentare ulteriormente, ma hanno avvertito gli investitori che la correzione sarebbe stata dolorosa:  “Alla fine di quella corsa, corri al coperto”.

I mercati sono stati più calmi martedì perché tutti erano in attesa di vedere cosa avrebbe fatto la Fed oggi.

La decisione dovrebbe essere ovvia, ma sfortunatamente le cose non sono mai così semplici.

Viviamo in tempi molto incerti, e lo scossone del nostro sistema finanziario è iniziato.