GERMANIA – ACHTUNG DERIVATI

 di: Giulietto Chiesa lavocedellevoci.it

“Banche, allarme derivati: valgono 33 volte il PIL Mondiale”. Questo il titolo che l’autorevolissimo Il Sole 24 ore, a firma Antonella Olivieri, ha recentemente pubblicato. 33 volte il PIL mondiale vuol dire 2,2 milioni di miliardi di euro, oppure, se volete, 2.200 trilioni di euro.

Che, essendo 33 volte il PIL mondiale, significa che questi strani “derivati” sono equivalenti a tutta l’attività umana del pianeta nel corso degli ultimi 33 anni. Cosa siano questi “derivati” è presto detto: sono dei pezzi di carta, chiamati titoli, che rappresentano l’ultimo grido in materia finanziaria. Ultimo grido è la parola giusta, perché adesso si comincia a gridare spaventati di quello che potrebbe succedere, come appunto dice Il Sole24ore. C’è solo da sperare che il grido non sia davvero l’ultimo.

Il fatto è che questa immensa massa di denaro, diciamo virtuale, si trova sul “Mercato” e pretende di essere valorizzata. Senza esagerare facciamo due calcoli: a un tasso d’interesse minimo del 2% i possessori di questa massa di denaro dovrebbero ricevere, sotto forma d’interessi, circa il 2/3 dl PIL mondiale di quest’anno. E questo dovrebbe ripetersi per i prossimi 33 anni. Insomma scopriamo di essere tutti mostruosamente indebitati per il resto delle nostre vite, nei confronti dei possessori di questi “derivati”.

Ma chi sono questi “possessori”? Le banche. Non tutte nello stesso modo, cioè nelle stesse quantità, ma sono proprio le banche. Secondo i dati forniti dalla Olivieri, che a sua volta usa quelli forniti da R&S Mediobanca, le prime 27 banche europee ne hanno, tutte insieme, per 283 trilioni (ovvero 283 mila miliardi di euro). Vediamo la classifica delle prime tre e cominceremo a capire meglio ciò che succede, anzi ciò che è già accaduto. Al primo posto tra questi possessori di derivati c’è la Deutsche Bank, con 48,26 trilioni; al secondo posto troviamo la Barclay (40,48 trilioni); al terzo posto c’è il Credit Suisse (24,53 trilioni). Se guardiamo alla situazione d’oltre Oceano, scopriamo che le prime tre banche americane riempite di derivati sono, nell’ordine, la JPMorgan (40,34 trilioni), la Citigroup (38,4 trilioni) e la bank of America (25,57 trilioni).Dal che si deduce che i banchieri americani sono stati relativamente meno “infettati” di quelli europei, ma è una magra consolazione. Il quadro è comunque davvero allarmante: circa dieci anni dopo la crisi del 2007-2008 il volume dei derivati si è più che triplicato. Erano allora circa 660 trilioni, cioè 11 volte il Pil mondiale, oggi sono 2.200 trilioni. Siccome già allora fu chiaro che si trattava di carta straccia, dovettero intervenire tutte le banche centrali principali (Federal Reserve, BCE, Banca d’Inghilterra, Banca del Giappone) per evitare il crollo generale della finanza mondiale. Lo fecero stampando moneta a più non posso, per comprare quella carta straccia con denaro fresco in modo da impedire che non ci fosse più la liquidità necessaria a far muovere la macchina dell’economia mondiale.

Fu il famoso quantitative easing, consistente nel comprare titoli fasulli, prestando denaro fresco a tasso zero. Qualcuno pensò, o finse, di fermare il disastro “educando” i banchieri a rapinare di meno. In realtà si accettò la regola del too big to fail (troppo grandi per fallire). Le grandi banche d’investimento, private come lo erano le banche Centrali, quindi loro alleate e sorelle, continuarono ad agire irresponsabilmente. Certe, le prime, che le seconde sarebbe intervenute a salvarle. Del resto avrebbe dovuto essere evidente che non si potevano educare i grandi banchieri mediante altri grandi banchieri.

Fallita dunque la “lezione pedagogica”, la Federal Reserve, due anni fa, ha deciso di terminare il quantitative easing. E la Banca Centrale Europea, tramite Mario Draghi, annuncia che farà altrettanto il 31 dicembre dell’anno in corso. Ma il problema che costoro hanno di fronte è lo stesso di dieci anni fa, soltanto che è da moltiplicare per quasi quattro volte.

E nessuno ha la ricetta per risolverlo. Basta prendere in esame, in Europa, lo stato della Deutsche Bank. La più grande banca della prima economia europea ha nelle sue casseforti virtuali titoli spazzatura (cioè non vendibili) per 15 volte il PIL dell’intera Germania. Ecco un caso clamoroso di too big to fail. La questione dunque si pone in termini diversi: non chi salverà la Deutsche Bank, ma piuttosto chi salverà la Germania. I “mercati” si comportano come se la prima fosse già tecnicamente fallita. La seconda sta fallendo politicamente. Un’azione DB vale oggi meno di 8 euro, a fronte del record di 116 euro del 2007. Gli asset nominali della banca si aggirano attorno a un trilione e mezzo, contro soli 15 miliardi di capitalizzazione. Il rapporto, del tutto insostenibile, e di 1/100.In questa situazione è anche il destino della Germania e dei sogni che furono della signora Angela Merkel. Sogni di una Europa “tedesca”. Con un Presidente americano che, per giunta, non vede l’ora di dare un colpo risolutivo alle velleità europee di autonomia. Vista da Washington la Germania di oggi ha nella Deutsche Bank il suo tallone d’Achille.

Unipol B.: Mb, Credit Suisse e City al lavoro su nozze con Bper (fonti)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Saranno Mediobanca e Credit Suisse gli advisor delle possibili nozze di Unipol Banca con Bper. 

Le due banche d’affari, secondo quanto hanno riferito alcune fonti di mercato a MF-Dowjones, sono state scelte dal gruppo assicurativo bolognese che ha deciso di accelerare sul dossier dopo la massiccia operazione di pulizia sugli Npl effettuata nel giugno 2017 e proseguita anche nei mesi scorsi. Anche Citi sarà della partita, in appoggio alla banca guidata dall’a.d. Alessandro Vandelli. 

I due gruppi sono già nei fatti “vicini”, in quanto la compagnia ha un piede nell’istituto emiliano dal 21 giugno scorso, quando aveva acquistato una prima quota del 5,2% investendo circa 120 mln di euro. Unipol è successivamente salita al 15% di Bper e ha già in tasca l’autorizzazione del regolatore per spingersi fino alla soglia del 19,9%. 

Non è escluso che l’operazione relativa alle possibili nozze venga presentata nel quadro del Piano industriale che Vandelli e la sua prima linea stanno mettendo a punto e che verrà ufficializzato nei primi mesi del 2019. 

Alla fine dell’ottobre scorso, in occasione della conference call sui risultati finanziari, l’a.d. e d.g. di Unipol, Carlo Cimbri, aveva ammesso per la prima volta che Bper avrebbe potuto rappresentare concretamente “un’opzione” per il matrimonio della controllata Unipol Banca, ormai ripulita dalle poste deteriorate che l’avevano penalizzata negli anni passati. 

cce/ofb 

 

(END) Dow Jones Newswires

December 20, 2018 13:12 ET (18:12 GMT)

Salini Impregilo: con ripresa Terzo Valico subito 600 occupati, 5.000 a regime

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Ripartono a pieno ritmo i lavori del Terzo Valico dei Giovi, dopo l’attivazione del V lotto costruttivo, e riparte l’occupazione con 600 nuove assunzioni nei prossimi mesi, che portano a 2.500 il totale occupato nel 2018 dal Cociv, da affidatari e da indotto, dati che saliranno a 4.000 unità nel 2019, 4.400 unita nel 2020, fino ad arrivare a 5.000 occupati a regime nel 2021. 

Le principali istituzioni finanziarie italiane, si legge in una nota di Salini Impregilo, sono al lavoro per supportare la realizzazione dell’opera ed i conseguenti positivi impatti istituzionali. 

Con l’obiettivo di contribuire a far ripartire un ciclo economico positivo su tutta la filiera produttiva nelle due regioni, il Cociv, general contractor incaricato della realizzazione del progetto, con Salini Impregilo nel ruolo di leader, subito dopo la comunicazione del Ministero delle Infrastrutture, relativa alla valutazione positiva sulla continuazione dell’opera, si è infatti subito attivato per assumere 300 persone in Liguria e 300 persone in Piemonte, confermando l’impegno di continuare a garantire stabilità occupazionale delle maestranze già impegnate sull’opera, e aumentare la forza lavoro, sia direttamente che tramite società terze. Marco Rettighieri è stato nominato Presidente del Consorzio Cociv. 

La grande infrastruttura ferroviaria rappresenta una grande opportunità di sviluppo per le due regioni, una rete ferroviaria lungo la quale transiteranno merci e persone a 250 chilometri orari, favorendo in questo modo non solo occupazione durante la fase di costruzione, ma anche, una volta completata, gli scambi nelle regioni del Nord, e i collegamenti tra queste e l’Europa. 

L’opera, una volta a regime, assicurerà il collegamento tra Genova e Milano in 50 minuti (rispetto a 1h e 39 minuti attuali) e tra Genova e Venezia in sole 3 ore e 5 minuti. L’infrastruttura si innesta sulle linee che passano per Torino e Milano e rappresenterà un collegamento strategico tra il sistema portuale ligure, i porti dell’Alto Tirreno, il Nord del Paese e il Centro e Nord Europa (Rotterdam, Anversa). 

Il Terzo Valico è stato inserito dall’Unione Europea tra i progetti prioritari da realizzare per il completamento della Ten-T, la rete ferroviaria ad alta velocità che collegherà alcune rotte strategiche all’interno dei paesi dell’Unione. E proprio nel corridoio Reno-Alpi, quello che dovrebbe unire Rotterdam con Genova, quindi dal Mare del Nord al Mar Mediterraneo, rientra il Terzo Valico dei Giovi. 

Nello specifico, oltre alla costruzione del tracciato principale ad alta velocità, il progetto prevede la costruzione di 4 interconnessioni, lunghe 14 chilometri e previste a Voltri, Genova Parco Campasso, Novi Ligure e Tortona, che permetteranno di collegare la nuova linea con quelle già esistenti. 

com/ofb 

 

(END) Dow Jones Newswires

December 20, 2018 13:25 ET (18:25 GMT)

Ubi B.: patto soci bergamaschi, bresciani e F.Cuneo per lista Cda

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

I soci bergamaschi e bresciani di Ubi Banca e la Fondazione Cassa Risparmio di Cuneo, hanno stipulato un patto di consultazione volto alla formazione e alla possibile presentazione e voto di una lista per la nomina del futuro Cda dell’istituto. 

L’assemblea per il rinnovo del Board è prevista nei primi mesi del 2019. Il patto, in base a quanto spiega una nota, aggrega 264 azionisti, che detengono il 21,518% del capitale; di questo il 12,50% fa capo al Sindacato azionisti con sede in Brescia, il 3,108% al Patto dei Mille, di Bergamo, e il 5,91% alla Fondazione Crc. Si tratta di istituzioni, famiglie imprenditoriali e professionisti che hanno l’obiettivo di sostenere lo sviluppo nel medio-lungo termine del gruppo Ubi. 

I soci del Patto, “oltre a garantire stabilità e coesione dell’azionariato, intendono continuare a sostenere le azioni degli amministratori e del management, nella loro opera volta ad offrire la miglior qualità dei servizi alle famiglie ed alle imprese clienti ed alla continua innovazione del modello di business, sempre nell’interesse generale di tutti gli stakeholder del gruppo e nel rispetto del contesto normativo di riferimento”. 

com/cce 

 

(END) Dow Jones Newswires

December 20, 2018 11:23 ET (16:23 GMT)

Mediobanca: rileva da Bper stock crediti deteriorati da 200 mln

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

MbCredit Solutions ha acquistato da Bper un portafoglio di 200 milioni d’euro di valore nominale di crediti deteriorati, prevalentemente non garantiti, originati da contratti di conto corrente e mutui ipotecari. 

Negli ultimi mesi, informa una nota, sono stati inoltre finalizzati gli acquisti di altri tre portafogli per un controvalore nominale ulteriore di 400 milioni 400 milioni. 

Nel dettaglio, si legge in una nota, nell’ambito di un accordo quadro di cessioni rolling siglato a giugno sono stati rilevati da Unicredit due portafogli di crediti deteriorati del valore nominale da 100 milioni. Si tratta di posizioni chirografarie individuali generate nel secondo semestre, legate a contratti di conto corrente e prestiti personali. 

Un ulteriore portafoglio di 300 milioni è stato rilevato da una banca italiana ed è anche in questo caso composto da crediti chirografari originati da contratti di finanziamento e carte di credito. 

Nelle operazioni, MbCredit Solutions è stata assistita per gli aspetti legali dal team di Emanuela Campari Bernacchi dello studio Gattai, Minoli, Agostinelli & Partners. 

Milano, 20 dicembre 2018 

com/ofb 

 

(END) Dow Jones Newswires

December 20, 2018 06:37 ET (11:37 GMT)

Tutta la città ne parla: chi va a Fondazione Cariplo?

ilfoglio.it 16.12.18

“Ma chi va al posto di Guzzetti?”. È la domanda di fine anno. Redazioni di giornali, ambienti politici, associazioni culturali, fondazioni non profit e i palazzi del potere milanese sono lì in attesa, vogliono capire che si siederà sulla poltrona ambitissima della Fondazione Cariplo, occupata dal 1997 dal presidentissimo Giuseppe Guzzetti, avvocato, ex presidente della Regione, ex senatore della Dc, uomo di grande levatura morale ma tuttora di attentissima attenzione al potere temporale. “Ma chi va al posto di Guzzetti?”. Parli con un medico impegnato nel sociale ti fa un nome, ma chissà dove l’ha sentito. Parli con l’opinionista di un giornale importante fa un altro nome, ma chissà dove l’ha sentito. Parli con il docente universitario e ti spara un altro candidato.

È il calciomercato, da molti mesi, nonostante la super riservatezza della Fondazione Cariplo, Guzzetti in testa, e le blindatissime regole di successione. “Nella rosa c’è Letizia Moratti”. “Ma no, Luca Vago (l’ex rettore della Statale, ndr.) è messo bene”. “Anche Grandi corre, il supermanager di Banca Intesa”. “Ma no, esce Gorno Tempini, quello della Fiera”. Mesi fa si era fatto il nome anche di Bobo Maroni, subito tramontato. Invece l’ipotesi Ferruccio de Bortoli  è lì: a Milano il nome di De Bortoli gira sempre. (Ora si vocifera anche alla direzione di Repubblica, per dire il gossip). Per ora fa il presidente di Vidas e questo lo può aiutare a scalare la Fondazione Cariplo.

Nomi, sussurri, convinzioni fantasiose. Ma non conoscono Giuseppe Guzzetti, pronto con la sua terna di candidati, ma anche pronto a un confronto con i veri grandi elettori, chiamiamoli così, in questo caso il sindaco di Milano, Beppe Sala e il presidente della Regione, Attilio Fontana. Ma più Sala che Fontana. È da questi incontri che uscirà l’uomo che dovrà gestire un bilancio da otto miliardi all’anno e una grande macchina di scelte e influenze. In assoluta trasparenza, senza privilegiare nessuno e soprattutto, capace di stare lontano dalla politica, o meglio, dai politici. Guzzetti in questi anni ha costruito una Fondazione Cariplo efficiente, con i conti a posto e una squadra competente. Fondazione Cariplo e il più importante ente filantropico d’Italia con più di mille progetti all’anno realizzati grazie ai contributi a fondo perduto. Dal 1991 ad oggi sono stati sostenuti oltre tremila progetti di organizzazioni non profit, pari a quasi 3,2 miliardi di euro. Per arte e cultura più di mille milioni, per i servizi alle persone anche, per la ricerca scientifica 472 milioni e per l’ambiente 178 milioni. Lì in via Manin, sede della Fondazione, girano i soldi, tanti. Bisogna spenderli bene.  Ma nessuno parla.

 

Solo Guzzetti sa. E, più o meno, l’identikit del suo successore potrebbe essere questo: sui sessant’anni, uomo o donna è indifferente, capace di dire dei no e, soprattutto, capace di gestire il patrimonio della Fondazione con un occhio alla macchina filantropica ormai oliata a dovere. Il profilo? Deve essere basso, assicurano chi conosce bene Guzzetti. L’invito è dunque a non pensare a nomi altisonanti, ma a chi sa far di conto. Un’altra cosa da tenere presente è questa: Guzzetti vorrebbe un presidente scelto all’unanimità. Sbagliato contarsi per una figura al di sopra delle parti. Ricucire, poi, potrebbe diventare un problema. Puntare, quindi, sulla competenza.

Intanto la macchina elettorale si è messa in moto. Il 30 aprile si voterà  il bilancio consuntivo 2018 e subito dopo si dovrà eleggere il presidente della Fondazione. Stanno arrivano le terne di candidati scelti dalle Province  lombarde, dalle Province di Novara e Verbania. Poi la Città metropolitana di Milano con  le associazioni culturali, il Forum del sociale, la conferenza dei rettori milanesi. Arriveranno sul tavolo di Guzzetti  più di ottanta nomi. Si passerà il mese di gennaio per stabilire l’eleggibilità, i requisiti e le competenze dei candidati. Dal setaccio usciranno 25 nomi, ma bisogna arrivare a 28 membri. Gli ultimi tre spettano per Statuto a Giuseppe Guzzetti.Azzardiamo: in quei tre nomi o in quelli del sindaco Sala uscirà il nuovo presidente della Fondazione. Per la prima volta la Commissione centrale di Beneficenza avrà 28 membri, anziché i 40 attuali. Giuseppe Guzzetti completerà la Commissione solo a marzo con i suoi tre candidati. Tre nomi pesanti. Bisognerà attendere ancora.

Guzzetti blinda le poltrone di Cariplo

Camilla Conti ilgiornale.it 19.12.18

Centrosinistra in trincea contro l’assalto della Lega. La Moratti in pole per la successione

Una leggina inserita tra le pieghe del decreto Milleproroghe ha cercato di anticipare la nomina di molti dei presidenti delle province da gennaio al 31 ottobre. Giusto un giorno prima dell’inizio della procedura lunga sei mesi per la selezione del nuovo Consiglio della Fondazione Cariplo nominato per metà dagli enti locali e, a cascata, del successore di Giuseppe Guzzetti, il patron dell’ente milanese dal 1997 e in scadenza a primavera del prossimo anno. Ma il blitz dei nuovi alleati di governo è fallito e il centrosinistra è rimasto in trincea. Perché l’avvocato di Turate ha giocato d’anticipo. E già il 25 settembre ha sollecitato le province coinvolte nel giro di poltrone a indicare le terne con le candidature, da cui poi scegliere i 28 nuovi organi dell’ente. Per fine anno gli 84 nomi delle terne dovrebbero essere pronti ma ci sarà tempo fino a marzo per spuntare i selezionati. Delle 14 terne di candidati pubblici da selezionare, in partenza 11 sarebbero attribuibili al centrosinistra, che così mantiene le posizioni (tra i veri grandi elettori c’è anche il sindaco di Milano, Beppe Sala), e 3 a Lega-centrodestra. Che sarebbero comunque «concertati», si dice, con lo stesso Guzzetti grazie agli ottimi rapporti con il sottosegretario del Carroccio, Giancarlo Giorgetti. Già in passato Guzzetti ha dimostrato di saper dialogare con la Lega, forte anche della presa sul territorio: è stato presidente della Regione Lombardia per 8 anni, infine senatore della Repubblica per due legislature. E nel ’97 ha conquistato la presidenza della Cariplo su indicazione della Provincia di Como, al tempo guidata proprio dal leghista Armando Selva, nonostante il veto espresso da Umberto Bossi.

Gli organi strategici e di gestione di Cariplo sono la Commissione Centrale di Beneficenza e il cda e scadono entrambi a fine aprile con l’approvazione del bilancio. Dopo il protocollo siglato tra Mef e Acri, il mandato dei consiglieri di Cariplo è sceso da 6 a 4 anni, il numero dei membri della Commissione è stato appunto ridotto da 40 a 28, quello dei componenti il consiglio da 9 a 7. Il meccanismo elettorale prevede un mix di nominati dagli enti locali e di selezionati tra esponenti della società civile. È stato, inoltre, introdotto un meccanismo di alternanza tra province minori. I membri della nuova Commissione Centrale saranno scelti da quella uscente guidata da Guzzetti che può contare anche sul consenso nelle associazioni e diocesi che nominano i 14 rappresentanti della società civile. Con questo meccanismo, insomma, sarà sempre Guzzetti – il cui mandato, confermato già due volte, non è più rinnovabile – a fare da regista alla nascita del prossimo governo della fondazione. Che così sarà comunque «guzzettiana».

Dai profili delle candidature che i vari enti locali inseriranno nelle terne, la Ccb uscente sceglierà alla fine il nuovo presidente. «Deve essere un presidente che abbia sensibilità sul sociale», ha detto Guzzetti. Il profilo immaginato sembra calzare a pennello per Letizia Moratti, ex sindaco di Milano, ora presidente del consiglio di gestione di Ubi, impegnata nella filantropia soprattutto con la Comunità di San Patrignano. Di certo, alla partita sulla Fondazione Cariplo, che si intreccia con quella sul vertice dell’Acri, è appesa quella sul rinnovo del cda di Intesa Sanpaolo previsto in primavera. Guzzetti vorrà avere l’ultima parola, forte del 4,6% in mano alla Cariplo, soprattutto sul nome del nuovo presidente di Intesa. Poi potrà lasciare il «trono». Difficile, però, immaginarsi Guzzetti ai giardinetti con i nipotini. Sarà impegnato nel fare da tutore ai suoi eredi e da garante ai progetti filantropici avviati: dal welfare «di comunità» all’housing sociale.

Quando il più pulito ha la rogna: gli stress test della BCE

scenari economici.it 20.12.18

Quando un’istituzione principio è indipendente, sciolta da ogni controllo e senza responsabilità verso alcuno, è slo questione di tempo, perchè, per quanto possa essere guidata dalle migliori intenzioni, abusi del proprio potere. Quando poi l’istituzione si occupa di denaro e non è mossa per nulla dalle migliori intenzioni, questo è anche più semplice.

Schaeuble, come riportato dal Sole, ex ministro delle finanzze ed ora presidente del Bundestag tedesco, ha aperto un fronto polemico nei confronti della BCE leato alla gestione degli Stress test bancari. Pur essendo la BCE una macchina enorme questi vengono affidati a società esterne. Su pressione dell’ex ministro la responsabile della vigilanza, la francese Nouy, ha dovuto rivelare quanto siano costati questi test, ed il risultato è stato veramente inquietante,  per molti versi:

  • Nel 2014 gli stress test sono stati condotti dalla società Oliver Wyman per la cifra stratosferica di 26 milioni di euro. Alla fine sono simulazioni computerizzate, mica hanno mandato sulla luna una sonda;
  • Nel 2016 sono stati pagati 8,3 milioni d a due aziende. Una è McKinsey, che ha ricevuto 1,5 milioni di euro l’altra è BlackRock, cioè il più grande gestore di fondi obbligazionari al mondo. Un incredibile, colossale, potenziale conflitto di interessi. BlackRock con le obbligazioni ci specula, e solo il fatto di conoscere in anticipo i risultati

Ora Schaeuble probabilmente mette in luce questi dati per porre in difficoltà Draghi, magari nell’ottica di favorire un futuro governatore della BCE “Nordico”, ma nello steso tempo, come direbbe Shakespeare, “Schaeuble è uomo d’onore” , come riconosciuto dallo stesso Varoufakis.  Nello stesso tempo si mette in luce come qualsiasi ente sciolto dal controllo della comunità, sotto forma di stato o di democrazia, non può che progressivamente corrompersi, come un corpo marcescente.

La legge di bilancio è una bomba: col timer al 2020

phastidio.net 19.12.18

Signori, è fatta: la Commissione Ue ci ha “promossi“. Questo per chi ci crede, ovviamente. Per tutti gli altri, ci sono i primi dettagli dei salti mortali fatti dal nostro esecutivo per tenere in vita le due misure-bandiera, che serviranno a nulla. In compenso, tra le coperture affiorano danni non lievi. Ma è tutto l’impianto della manovra che si rivelerà estremamente tossico-nocivo per questo povero paese. 

Nella sua informativa al Senato, il premier Giuseppe Conte snocciola il rosario delle micro-misure di cosiddetta copertura che daranno una quantità trascurabile di ossigeno ai conti pubblici ma solo per il 2019, spostando il grosso dei casini al 2020. Ad esempio per FS:

“Rimodulazione delle risorse finanziarie per 600 milioni nel 2019, prevedendo un incremento per ciascun anno dal 2022 al 2024 pari a 200 milioni, delle risorse destinate alla società Ferrovie dello Stato per la realizzazione di progetti previsti”

Traduzione: nel 2019 a FS mancheranno 600 milioni di fondi per investimenti. Con buona pace dei grandi progetti a beneficio dei pendolari eccetera eccetera. Però tranquilli, in compenso è in corso l’elaborazione del piano industriale per integrare Alitalia. E ancora:

“C’è l’abrogazione del credito d’imposta relativo alle deduzioni forfettarie in materia di Irap riconosciute in favore di soggetti passivi che impiegano lavoratori dipendenti a tempo indeterminato in alcune regioni”. 

E c’è di che essere orgoglioni di una misura del genere, in effetti. Come pure di questa:

“L’abrogazione dell’aliquota ridotta Ires in favore degli enti non commerciali”

Basta con queste aliquote ridotte, signora mia. In caso foste incontentabili abbiamo pure 

“L’abrogazione del credito d’imposta in favore di soggetti che compiono investimenti in beni strumentali nuovi”

Viva gli investimenti. Altra ciliegina, sempre parole e musica del Grande Negoziatore italiano:

“Nello stato di previsione del ministero dell’Economia ci sono misure volte a definanziare il fondo per favorire lo sviluppo per capitale immateriale, la produttività e la competitività pari a 75 milioni per il 2019 e 25 milioni di euro nel 2020″

Definanziate, definanziate: qualcosa resterà. Ma c’è qualcosa anche per il boom di occupazione atteso nella pubblica amministrazione. Ma si, la pubblica amministrazione: quella la cui titolare, Giulia Bongiorno, vagheggiava di assumere nel 2019 tutti i 450 mila travet derivanti da turnover triennale:

“Per le amministrazioni centrali si prevede un rinvio della presa di servizio degli assunti al 15 novembre 2019, ma limitato alle assunzioni derivanti dal turn over ordinario degli anni precedenti”

Cioè praticamente tutte le assunzioni. Avete letto bene: 15 novembre 2019. Ma scusate, non c’era una devastante emergenza occupazionale a cui rispondere subito, anzi ieri? Vai a saperlo. Dalla presa di servizio alla presa per i fondelli. 

Ma veniamo alle parole del vicepresidente della Commissione, Valdis Dombrovskis. L’uomo che ha acconsentito a venire incontro agli italiani, così determinati a farsi del male in modo non rimediabile. Dice il lettone:

“Nel 2020 e nel 2021 l’Italia intende compensare i costi delle  
principali misure espansive, cioè il reddito di cittadinanza e la retromarcia sulle riforme delle pensioni, attivando clausole di salvaguardia con l’aumento dell’Iva”

Ve lo traduco: gli italiani promettono di quadrare i conti degli sforamenti per reddito di cittadinanza e riforma delle pensioni aggiungendo altra Iva a quella già prevista. Traduzione: o si interrompono le due misure-bandiera o le medesime vengono rese inaccessibili, chiudendo la platea dei beneficiari; oppure ci si incapretta con ulteriori aumenti Iva o con qualche sceneggiata sovrana, perché il grosso degli oneri viene spinto dopo il 2019. Non ci sono coperture reali sul 2020. 

Ve la riformulo in altro modo, più comprensibile: la manovra 2020 parte con clausole di salvaguardia che passano da 13,7 a 24 miliardi di euro. Nel 2021 le clausole di salvaguardia salgono a 29 miliardi. 

Quanto al resto, il deficit strutturale resta invariato a 0,8%, anziché lievitare di 0,9%. La crescita 2019 scende a 1% e resta stima ottimistica, mentre Giovanni Tria ammette candidamente che nel 2018 il rapporto debito-Pil aumenta, “ma nel 2019 scenderà”. E così spero di voi.

La Commissione scalcia la lattina italiana, gli italiani ottengono un folle pasticcio che impila esplosivo C4 davanti alla porta di casa. In caso di recessione nel 2019, paese privo di cuscinetti di resistenza anti-ciclica. Sul 2020 viene posta una ipoteca che definire folle è eufemistico. Tutto per due misure inutili e controproducenti.

Un capolavoro sovrano di stupidità, a cui Bruxelles ha perfidamente acconsentito perché alla fine saranno gli italiani, con il loro patrimonio, a pagare i crimini della loro classe dirigente, oltre che per il fatto che l’attuale architettura istituzionale europea non consente di ingerirsi più di tanto nei conti nazionali. Resta una quadratura contabile che definire di pessima fattura è il più ipocrita degli eufemismi.

Un governo ed una maggioranza che cercano disperatamente di arrivare a maggio, andando all-in sul 2019 e senza coperture al 2020. Ci arriveranno a prezzo di aver incravattato un paese per gli anni a venire. 

Il giudizio finale è questo, e lo sottoscrivo:

E’ la peggiore legge di Bilancio mi sia capitato di dover esaminare professionalmente

Un concentrato di ignoranza arroganza incompetenza e delinquenza

Fine@ThManfredi @Phastidio @DeShindig @michelebold

Banche: Patuelli, paracadute Bce ancora aperto in 2019 (Mess)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Per le banche italiane “il 2018 è stato un anno di passaggio che, purtroppo, non ha visto consolidare e rafforzare la ripresa che timidamente si era evidenziata nell’anno precedente. Certamente non siamo tornati negli anni più acuti della crisi, ma dopo quasi un decennio di crisi l’Italia non ha ancora intrapreso la marcia alta”. Lo afferma il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, nello speciale outlook economia 2019 del Messaggero. 

In prospettiva “il paracadute della Bce continuerà anche nel 2019, poiché Bce e il sistema europeo di banche centrali, fra cui la Banca d’Italia, conserverà e rinnoverà l’ammontare totale dei titoli del debito pubblico che avrà acquisito entro il 31 dicembre 2018. Ciò darà un contributo assai forte di stabilizzazione a chi, come l’Italia, ha un assai urgente debito pubblico. Non possiamo pensare che la Bce possa comprare all’infinito titoli pubblici: occorre che gli Stati nazionali facciano anch’essi ogni sforzo per limitare al massimo ed evitare nuovi rischi per le prossime emissioni di titoli pubblici”. 

Secondo Patuelli, “l’Unione bancaria in particolare necessita non solo di manutenzione ordinaria, ma di innovazione straordinaria: occorre uniformare completamente la legislazione tutta del settore, compresa anche quella fiscale. Altrimenti l’Unione stessa rimarrà zoppa e la competizione fra i “sistemi paese” non sarà paritaria, con conseguenze che si possono facilmente immaginare”. 

L’Europa ha da poco varato il cosiddetto “pacchetto banche” che alleggerisce il percorso per cedere i crediti deteriorati e ridefinisce 

i cuscinetti di capitale e il presidente dell’Abi afferma che “dobbiamo studiare ogni aspetto del testo di queste modifiche per analizzare ogni potenzialità di combinati disposti con altre normative. 

Ad un iniziale esame, il giudizio dell’Abi è prevalentemente positivo, pur con alcune riserve”. 

Infine, sul cambio della guardia al vertice della Vigilanza Unica e l’arrivo di Andrea Enria al posto di Danièle Nouy Patuelli dichiara che “Enria è stato designato alla presidenza della Vigilanza per le sue doti di competenza e di indipendenza: confidiamo che non si ripetano le svolte brusche che hanno caratterizzato i primi anni di questo particolare organismodi controllo”. 

pev 

 

(END) Dow Jones Newswires

December 20, 2018 03:53 ET (08:53 GMT)

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MA PATUELLI VIVE A RAVENNA O A BRUXELLES? GLI ESAMI NELLA VITA SONO SULLA STRADA DI TUTTI I GIORNI NON NELLE IMMAGINAZIONI.

Banche venete: procedimenti su conto corrente aperto avviati prima dell’apertura della liquidazione e successione di Banca Intesa nel rapporto di contrattuale controverso

dirittobancario.it 20.11.18

Tribunale di Treviso, Sez. III, 11 novembre 2018 – G.U. Cambisegnalato da: Avv. Lorenzo Zanella

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ALLEGATI

Tribunale di Treviso, Sez. III, 11 novembre 2018

In materia di liquidazione coatta amministrativa della Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca, come regolata dal d.l. 99 del 25 giugno 2017, convertito in legge con la legge 121/2017, nel caso di un giudizio volto all’accertamento delle somme illegittimamente addebitate in conto corrente avviato in data anteriore all’apertura della liquidazione coatta amministrativa, e riassunto – a seguito del rilievo in giudizio dell’evento interruttivo del processo – nei confronti della Banca in liquidazione e di Banca Intesa quale cessionaria di rapporti giuridici in virtù del contratto di cessione del 26 giugno 2017, quest’ultima è titolare del rapporto contrattuale oggetto del giudizio, e subisce quindi gli effetti dell’accertamento ivi compiuto, in quanto: a) l’art. 3.1.2. lett. a) punto ii del contratto di cessione, ricomprende per l’appunto tra le «attività incluse» «i contratti attinenti la raccolta diretta […] ivi inclusi […] rapporti di conto corrente […] ed i relativi saldi, nonché tutti i diritti e gli obblighi derivanti dagli stessi»; b) si tratta di controversia sussumibile sotto l’art. 3.1.2. lett. b) punto vii) del contratto di cessione, che contempla tra le «passività incluse» «i contenziosi civili (e relativi effetti negativi, anche per oneri e spese legali) relativi a giudizi già pendenti alla data di esecuzione, diversi da controversie con azionisti delle Banche in LCA e con obbligazionisti convertibili e/o subordinati che abbiano aderito, non abbiano aderito ovvero siano stati esclusi dall’offerta di transazioni presentate dalla Banca in LCA e dai c.d. Incentivi Welfare».

Là dove la cessionaria alleghi l’assenza di titolarità del rapporto controverso per essere il saldo negativo del conto corrente classificato a incaglio, in virtù dell’art. 3.1.4 del contratto di cessione, secondo cui sono esclusi dalla cessione «i crediti di BPV classificati o classificabili in base ai Principi Contabili alla Data di Esecuzione come “sofferenze”, come “inadempienze probabili” (…) e/o come “esposizioni scadute” (…) e i relativi rapporti contrattuali», così come i relativi contenziosi, è suo preciso onere provare che il rapporto era già stato classificazione a sofferenza del rapporto al momento dell’apertura della liquidazione, e che tale classificazione era già stata comunicata al correntista prima della liquidazione.

Ovs: due cordate studiano riassetto (Messaggero)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Grandi manovre su Ovs che risente della crisi di vendite complessive del retail ma anche di una stagionalità sbagliata. Tamburi Investment Partners (Tip), investment bank molto attiva sul mercato, ha superato la soglia del 3%. Anche per effetto degli acquisti da parte della società di Giovanni Tamburi, negli ultimi giorni il titolo si è ripreso. Dopo lo stop di Hsbc al waiver per estendere dal 2020 al 2022 

la durata dei finanziamenti di un pool di 12 banche da complessivi 

475 milioni in due tranche da 375 e 100 milioni, si sarebbero intensificate le manovre sulla catena di cui il principale socio è Bc Partners con il 17%. 

Secondo quanto risulta al Messaggero, due cordate starebbero studiando un nuovo assetto, ma senza per il momento ipotizzare un’opa. Ci sarebbe una cordata formata di 3-4 imprenditori italiani liquidi che si vorrebbero fermare sulla soglia del 25%: potrebbe esserci Tip. E poi ci sarebbe Temasek, il fondo sovrano di Singapore che torna a valutare un investimento in Italia: di recente il suo nome sarebbe stato accostato 

a Illy Caffè alle prese con un riassetto interno tra i fratelli. 

I due consorzi comunque vorrebbero coinvolgere l’ad di Ovs, Stefano Beraldo, che è alla finestra, come le banche. I principali istituti creditori – Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco Bpm, Bnl – creando un club 

deal, dopola trimestrale potrebbero rinegoziare i prestiti per 475 milioni allungando le scadenze. 

pev 

 

(END) Dow Jones Newswires

December 20, 2018 03:27 ET (08:27 GMT)

BANCO -BPM VA ALL’INCASSO SU STATUTO (MF 20.12.18) – CONSIDERAZIONI

Paolo Politi

Leggendo l’articolo che ho pubblicato stamattina – rimango esterrefatto del comportamento di Banco Bpm – dell’Amministratore Delegato CASTAGNA – in quanto se questi sono i presupposti “andare all’incasso” – di una persona arrestata e che non si può’ nemmeno difendere siamo alla follia assoluta.

Infatti una persona normale si domanderebbe : ” perché’ il Banco Bpm non e’ passato all’incasso prima?” – e’ un classico di questo Istituto comportarsi in questo modo – la storia lo insegna – basta guardare quello che e’ successo a Porta Vittoria a Milano e ogni persona dotata di intelligenza si risponde da sola. Infatti oltre a tutti i disagi causati in questi anni a Porta Vittoria e chi ci abita – oltre che a non realizzare l’intero progetto con parchi – biblioteca (leggi i miei articoli) supermercati eccc.. – le persone che ci abitano e che dovevano andare ad abitarci hanno subito dei danni enormi – prova ne e’ che il Sig Pierfrancesco Saviotti allora Amministratore Delegato di Banco Popolare che ha acceso la miccia oggi si ritrova rinviato a giudizio per bancarotta :


21 novembre 2018 di: MARIO AVENA

PORTA VITTORIA / NON SOLO COPPOLA, ORA IL VERTICE DI BANCO BPM

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Nei piani si sarebbe dovuto trattare di una grande opera di riqualificazione urbana: ed invece, il progetto per il rilancio dell’immensa area di Porta Vittoria, a Milano, è fallito già da tempo miseramente, con il crac dell’omonima società. Protagonista in negativo di tutta la vicenda uno dei “furbetti del quartierino” saliti alla ribalta delle cronache una dozzina d’anni fa, Danilo Coppola. Il quale, a febbraio scorso, s’è visto affibbiare una condanna a 7 anni di galera.

Ma adesso si registra un nuovo, clamoroso sviluppo di tutta la vicenda. Il tribunale di Milano, infatti, sta mettendo alle corde un pezzo da novanta del credito made in Italy, ossia Pier Francesco Saviotti, attuale presidente del Comitato esecutivo di Banco BPM ed ex amministratore delegato del Banco Popolare.

I pm Giordano Baggio Mauro Clerici – della sezione reati finanziari alla procura milanese – gli hanno infatti notificato un avviso di conclusione indagini per concorso in bancarotta, vale a dire per aver “fornito nel 2010 a Porta Vittoria, mediante un mutuo di 80 milioni poi rimborsato da Porta Vittoria al Banco Popolare a fine 2011 con l’accensione di un nuovo mutuo da 210 milioni, la provvista per acquistare da società lussemburghesi riconducibili a Coppola due partecipazioni per 45 e 25 milioni, quando invece queste partecipazioni erano di valore nullo o del tutto incongruo”.

Per altri personaggi (consulenti, avvocati, commercialisti) che hanno ruotato intorno all’affare, invece, si pronostica una richiesta di archiviazione.

Nella foto Danilo Coppola”

Ora una persona intelligente e professionale attenderebbe i sviluppi di quanto accaduto al Sig Statuto (che non difendo) – almeno per le centinaia di posti di lavoro che da – ma purtroppo Castagna e Saviotti sono abituati ad agire in questo modo e la storia recente lo insegna.

Pertanto Caro (per modo di dire) Castagna – in primis cerca di rispondere velocemente alla mia “lettera aperta del 19.12.18 in secondo luogo prima da combinare altri disastri tu e i Tuoi compagni d’avventura Veronesi – RIFLETTI – il mio e’ solo un pensiero ma anche un consiglio visto gli errori successi in questo periodo – e Ti prego anzi Ti sollecito a rispondermi pubblicamente cosi’ ognuno di Noi potrà trarre le proprie conclusioni ma soprattutto AGIRE.

Cordialmente

Paolo Politi

Di Loreto: il marciume delle banche venete e il buonsenso manzoniano

quiBrescia.it 20.11.18


La Commissione Parlamentare di inchiesta sul sistema banca presieduta dall’on. Casini della decorsa legislatura, seppure sul piano delle decisioni assunte non abbia pilatescamente condannato nessuno, è tuttavia una fonte di precipue informazioni, che rendono chiaro ed adamantino il disastro combinato dalle banche venete: Banca popolare di Vicenza e Banca Veneta. Il quadro che è emerso è il seguente

1- Dall’anno 2013 su Veneto Banca vi è stata una carente gestione dei crediti in conflitto di interesse ad esponenti aziendali e loro congiunti per 70 milioni di euro.

2- Sono stati concessi sempre nella medesima banca “finanziamenti baciati” per 157 milioni di euro (Fonte ‘Il Sole 24 Ore’ del 3/11/2017).

Sono nulli i “finanziamenti baciati”, quelli concessi da una banca, anche in forma di aperture di credito, a propri clienti per l’acquisto di azioni della banca stessa, erogati senza la preventiva autorizzazione dell’assemblea straordinaria. Il Tribunale di Venezia in proposito con due ordinanze del 29 aprile e del 15 giugno dello scorso anno ha impedito a Banca Veneta la richiesta ai clienti del pagamento dei saldi passivi di alcuni conti correnti, su cui erano confluiti i finanziamenti concessi, in violazione ed in dispregio delle riserve disponibili e superiori al limite costituito dagli utili distribuibili.

Si desume, dalle deposizioni, il fatto grave che i prezzi delle azioni da comprare erano stabiliti in modo arbitrario e discrezionale, senza alcun controllo, sopravvalutate del triplo rispetto alle consistenze patrimoniali. I risparmiatori hanno comprato la fuffa, perché hanno perso 11 miliardi (Fonte “Il Fatto Quotidiano” del 3.11.2017).

3- Ha riferito Apponi- direttore generale della Consob-, in sede di deposizione alla Commissione Banca, che molti documenti necessari all’esercizio di vigilanza della Consob, Banca d’Italia non li metteva a disposizione, “costringendo a cercarceli da soli”. Tra l’altro non è neppure spiegabile il sistema delle “porte girevoli”: molti funzionari di Banca di Italia, quali controllori, sono stati assunti dalle banche controllate.

4- “È emerso un ecosistema doloso e collusivo volto ad occultare in maniera sistematica e fraudolenta informazioni al mercato ed alle Autorità di vigilanza. Questo perché ad opera del management delle due Banche vi era la chiara percezione di essere in una assoluta condizione di impunità. E’ stato impressionante il lavoro svolto dalle due banche per rappresentare un’immagine non veritiera”, dichiarò mestamente Apponi.

5- Secondo quest’ultimo, dunque, nel sistema di vigilanza qualcosa non ha funzionato, perché tra Banca di Italia e la Consob non vi è stato uno scambio proficuo di necessarie informazioni per tutelare il mercato: egli disse serafico: ”La Banca d’Italia è per la segretezza, la Consob per la trasparenza”.

Chi ci ha rimesso patrimonio e sacrifici di una vita sono stati 120 mila risparmiatori.

Il “Corriere della sera” del 24 novembre del 2017, dunque quasi un anno fa, pubblicava alcuni dati sconcertanti: da un’analisi dei bilanci di grandi gruppi imprenditoriali emergeva che le banche venete avevano effettuato prestiti per oltre otto miliardi di euro che giammai potevano essere recuperati.

La commissione banca alla Camera ha tra l’altro appurato: le linee di credito concesse a noti gruppi imprenditoriali che rappresentano per la Banca Veneta in liquidazione sofferenze e crediti deteriorati sono spaventose: tra il 2012 ed il 2017 il buco che si è constatato è pari ad euro 8 miliardi e 450 milioni, tra l’altro concessi con la compiacenza del consiglio di amministrazione.

Un fiume di denaro che ha portato al crac della banca e alla richiesta di rinvio a giudizio dell’amministratore delegato Vincenzo Consoli, dell’ex presidente Flavio Trinca e altri nove manager. L’elenco acquisito dalla Commissione parlamentare dimostra quanto estesa fosse la «rete» di clienti che hanno potuto godere di trattamenti particolari, senza fornire alcuna vera «copertura».

I nomi sono pesanti ed altisonanti ed è inutile ripeterli: sale lo sdegno e la rabbia, perché i poveri risparmiatori, che hanno perso il loro peculio, non godono di alcuna tutela, mentre “i ricconi” di converso, beneficiano di una protezione anche legale.

I risparmiatori truffati che hanno perso tutto sono 207 mila, per un totale di 15 miliardi di euro.

Mentre per esempio due volte il Gruppo Stefanel ha potuto accedere ai finanziamenti (nel dicembre 2013 quando ha ottenuto 11 milioni e 230 mila euro e due anni dopo quando la cifra è stata addirittura più alta, arrivando a 16 milioni e 300 mila euro), il povero risparmiatore, che ha comprato azioni con la liquidazione ottenuta dopo anni di lavoro, oggi ha perduto tutto.

Una domanda sorge spontanea: perché la SGA, la società di recupero che sta curando la liquidazione dei crediti deteriorati delle Banche Venete, non si prodiga ad attaccare giudizialmente questi grandi gruppi imprenditoriali (Gruppo Statuto, Ferrarini, del calciatore Bettega, Bialetti, Vismara, hotel Daniele di Venezia)?

Non è conveniente recuperare 8 miliardi (ma anche la metà), invece di venderli a fondi avvoltoi e ricavare un prezzo vile certamente di gran lunga inferiore?

Infatti deve essere noto che per ristorare (si fa per dire) i poveri risparmiatori, hanno deciso, i Soloni incompetenti, di attingere l’attivo dalla vendita a cessionari dei crediti deteriorati ad un prezzo irrisorio tra il 10 o 15 per cento della posta.

È assurdo, ma è purtroppo così: il buon senso suggerisce invece di recuperare questi crediti con un’iniziativa legale, esempio istanze di fallimento contro i debitori che hanno molteplici beni sui quali può essere proposta di poi un’espropriazione forzata. Il ricavato costituisce l’attivo da dividersi tra i risparmiatori.

Ma il buon senso diceva Manzoni “c’era, ma se ne stava nascosto per paura del senso comune”.

Brescia, 20.11.2018 Avv. Prof. Serafino Di Loreto

Ecco quali sono le banche più esposte al crack della società di Giuseppe Statuto

citywire.it 20.12.18

Ecco quali sono le banche più esposte al crack della società di Giuseppe Statuto

L’esposizione nei confronti di Giuseppe Statuto è uno dei dossier caldi ai piani alti di BancoBpm . L’istituto di credito guidato dall’ad Giuseppe Castagna, in seguito alla fusione tra la Bpm e il Banco Popolare, si era fatta carico di un fardello di oltre 900 milioni di crediti maturati nei confronti dell’immobiliarista casertano, finito ieri agli arresti domiciliari in seguito a un’inchiesta per bancarotta fraudolenta condotta dalla Procura di Roma che lo ha ritenuto colpevole (assieme al collaboratore Massimo Negrini) per il crack della società Brera srl. A scriverlo è Andrea Montanari su MF-Milano Finanza.

Il pressing del BancoBpm dura da tempo, se è vero che già lo scorso anno, l’immobiliarista era stato obbligato a cedere alcuni immobili per abbattere il debito nei confronti dell’istituto, sceso così a 730 milioni. Un percorso che, secondo quanto appreso da fonti finanziarie da MF-Milano Finanza, è proseguito anche quest’anno. Statuto di recente aveva definito la dismissioni di almeno altri due cespiti in portafoglio alle sue società. Due proprietà in centro a Milano il cui incasso è servito per abbassare ulteriormente l’esposizione nei confronti della banca guidata da Castagna.

Ma non va trascurato il fatto che anche Intesa Sanpaolo deve monitorare il dossier perché, con l’acquisizione di Veneto Banca, l’immobiliarista casertano si è ritrovato esposto per 126 milioni.

Statuto è osservato speciale anche del Monte dei Paschi di Siena, vantando un credito di 170 milioni.

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