Carige, domani cda straordinario dopo il flop dell’aumento

Luca Gualtieri milanofinanza.it 22.12.18

Banca Carige

Sono ore concitate al vertice di Carige . Dopo il flop dell’assemblea in cui la famiglia Malacalza ha fatto saltare l’aumento di capitale, domani il consiglio di amministrazione della banca si riunirà in una seduta straordinaria per studiare le prossime mosse. Si tratterà quasi di un board al buio perché in queste ore sono ancora molti gli scenari aperti per la cassa genovese. 

La soluzione più semplice sarebbe rimandare la ricapitalizzazione in attesa di trovare un intesa con l’azionista Malacalza. Ma si tratta anche della strada più pericolosa perché ancora venerdì Bce insisteva sulla tempistica serrata del salvataggio. Francoforte starebbe seguendo da vicino i concitati eventi delle ultime ore e, tra le ipotesi, si fa strada la possibilità che possa contestare al primo socio una funzione di direzione e coordinamento sull’assemblea. In tal caso Malacalza potrebbe vedersi costretto a consolidare la partecipazione o, secondo alcune interpretazioni, anche a lanciare un’opa sulla banca.

Un’altra soluzione è che il cda decida la conversione immediata del bond subordinato da 400 milioni emesso alla fine di novembre e già sottoscritto per 320 milioni dallo Schema Volontario del Fitd. In questo modo la banca potrebbe ricostituire immediatamente la dotazione di capitale richiesta dalla Vigilanza e dunque uscire dall’impasse che si è creato. 

Al momento insomma sono molte le ipotesi sul tavolo. Quel che è certo è che le previsioni peggiori si sono realizzate. La famiglia Malacalza si è astenuta dal voto, esprimendo forti perplessità sull’operazione. Una mossa che ha fatto mancare i numeri necessari per approvare la ricapitalizzazione.

«Quanto all’urgenza dell’intervento richiesto sul capitale della banca, rileviamo che, a quanto abbiamo potuto comprendere dalle informazioni disponibili, la banca sarebbe stata per il momento posta in sicurezza grazie al prestito obbligazionario sottoscritto dal Fondo Interbancario, consentendo dunque di rinviare l’assunzione della decisione su una possibile nuova operazione sul capitale a una prossima assemblea, che potra’ essere convocata, anche nei tempi più brevi, una volta che saranno stati forniti agli azionisti i necessari elementi di valutazione, oltre a tutti i termini e alle condizioni dell’eventuale operazione di emissione, che ci attendiamo di veder discussi e deliberati in assemblea», ha spiegato Paolo Ghiglione, legale della Malacalza Investimenti parlando agli azionisti riuniti al Tower Hotel di Genova.

Inoltre, secondo quanto evidenziato dalla Malacalza Investimenti, «non sono ancora noti i risultati di bilancio 2018 e si è ancora in attesa degli obiettivi patrimoniali che saranno dati a Carige  nel 2019; infine, mentre il consiglio di amministrazione ha deliberato di perseguire anche una possibile operazione di aggregazione, su raccomandazione della Bce, la proposta di aumento di capitale è presentata in modo del tutto indipendente rispetto a tale eventualità, e gli azionisti non sono oggi posti in grado di valutare la sorte dell’ulteriore investimento che verrebbe loro richiesto (pena, in mancanza di tale investimento, la loro diluizione) nell’eventualità che segua un’operazione di aggregazione, di cui oggi non si conoscono termini e condizioni».

A questo punto si fa molto probabile un intervento d’urgenza della Vigilanza che potrebbe contestare alla Malacalza Investimenti una funzione di direzione e coordinamento sull’assemblea, come era emerso nei giorni scorsi. Ma non si può escludere che la gravità della situazione possa vanificare lo sforzo del salvataggio e riportare d’attualità lo spettro di una risoluzione.

Appalto truccato, condannato il presidente dei costruttori

lospiffero.com 22.12.18

Un anno di reclusione a Provvisiero, titolare della Secap e numero uno dell’Ance, tra gli animatori del cartello di imprese a sostegno della Tav. La sua società avrebbe ottenuto i documenti di un bando di gara per due residenze universitarie prima che fossero pubblici

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La sua società avrebbe ottenuto i documenti di un bando di gara per due residenze universitarie prima che fossero pubblici, in vantaggio rispetto ai possibili concorrenti. Un appalto truccato, in sostanza. Per questo Giuseppe Provvisiero, amministratore delegato della Secap e presidente dell’Ance Piemonte, da mesi in prima fila per la battaglia politica a favore di Tav e infrastrutture, è stato condannato dal Tribunale di Torino a un anno di reclusione col divieto di contrattare con la pubblica amministrazione per un anno, pene sospese con la condizionale. Venerdì pomeriggio il giudice Milena Chiara Lombardo lo ha ritenuto responsabile di turbativa d’asta. Una batosta che potrebbe rappresentare un ostacolo ai piani, piuttosto ambiziosi, che secondo alcuni starebbe coltivando: nelle scorse settimane, infatti, il suo nome era circolato negli ambienti del centrodestra quale possibile candidato alla presidenza della Regione Piemonte, in caso di soluzione civica.

Con Provvisiero sono stati condannati anche l’ingegnere Giorgio Gaviglio e una dipendente, Piera Maimone. Il primo, assistito dall’avvocato Ezio Audisio, ha ottenuto una pena di un anno. La seconda, difesa dall’avvocato Andrea Cianci, ha avuto la condanna più lieve: sette mesi. Anche per loro il giudice ha stabilito la sospensione condizionale.


Carige, Malacalza si astiene e blocca l’aumento di capitale

Telenord.it 22.12.18

Modiano: “Non c’è tempo, ci ammazzano tutti”, l’avvocato: “Far luce sul management passato”

Malacalza si mette di traverso e frena il piano pensato dall’ad Fabio Innocenzi per Banca Carige, il socio forte dell’istituto genovese non è disposto a diluirsi né a investire di nuovo ‘al buio’. “Non è una bocciatura per il cda” sottolinea ma, astenendosi dalla votazione sull’aumento di capitale con il suo 27,5%, fa mancare il quorum (era presente il 40% del capitale sociale) per rimandare la decisione sull’aumento a dopo la presentazione del piano, atteso a febbraio.

Se la bocciatura mette in crisi il piano di risanamento è presto per dirlo, il bond da 320 milioni sottoscritto dal Fondo Interbancario nell’immediato l’ha messa in sicurezza: “Dobbiamo riflettere, ora presidente e ad devono parlarsi” dicono i vertici al termine dell’assemblea. Una mossa che potrebbe costare molto cara a tutti i soci: “La prima metà dell’operazione comporta un onere di 17 milioni se l’operazione viene approvata nel suo intero che diventano 51,2 all’anno per 10 anni se dovesse essere interrotta da questa assemblea” ha spiegato Innocenzi che per non far naufragare il progetto era disposto anche a vincolare in qualche modo la delega all’aumento.

“Non c’è tempo, non si può fare a marzo, ci bocciano, ci ammazzano tutti” si è lasciato andare il presidente di Carige Pietro Modiano, durante una pausa dell’assemblea. Un eventuale futuro aumento di capitale non sarà più garantito e la decisione della Bce e gli outlook migliorati “sono entrambi basati sull’insieme del rafforzamento patrimoniale e non solo sulla prima gamba” spiega Innocenzi ma non basta a convincere Malacalza che “non è contrario per principio” dice ma che dopo aver investito oltre 400 milioni(che oggi valgono in Borsa circa 70 milioni, ndr) non intendono impegnarsi oltre senza prima “fare piena luce sulle vicende e l’operato del precedente management”(un’azione di responsabilità potrebbe arrivare con l’assemblea di bilancio, al termine dell’istruttoria in corso). I soci di Banca Carige finora hanno sottoscritto aumenti per 2,2 miliardi di euro, tutti bruciati e “le informazioni disponibili non sono sufficienti per sapere se questo avrà la stessa sorte”.

“Manca il piano industriale – fa notare Malacalza – manca una completa e definitiva stima dell’intero portafoglio crediti, non è dato sapere se l’autorità di vigilanza ha intenzione di svolgere ulteriori assesment sulla banca e imporre ulteriori prescrizioni, non sono noti i risultati di bilancio 2018 e si è ancora in attesa degli obiettivi patrimoniali che saranno dati a Carige nel 2019″. Tutto vero, è lo stesso Innocenzi ad ammetterlo che però come contropartita indica: “Non possiamo permetterci di mettere 512 milioni sulle spalle della banca come interessi, un aumento senza garanzia, di rinunciare al capital conservation plan e magari all’outlook positivo”.

L’aumento era secondo il manager l’unica soluzione possibile “in un sentiero stretto e con tempi che dovevano essere rapidi”. “Una banca dedicata al territorio, al risparmio delle famiglie e alla crescita della piccola medio impresa” con un nuovo partner che avrebbe potuto accelerare il percorso di ripresa di valore liberando un ‘tesoretto’ da 2 miliardi di euro. Se si trovasse una banca con modelli avanzati di valutazione del rischio Carige avrebbe molto più capitale a disposizione, circa 500 milioni di euro; potrebbe sfruttare un add on inferiore (quello di Carige al 3,25% pesa per 500 milioni) e beneficiare dei crediti fiscali che valgono oltre 1 miliardo di euro, ha portato come esempi Innocenzi. Questo era il disegno che il manager aveva in mente ma Malacalza, niente ha potuto Mincione con il suo 5%, vuole avere certezze prima di garantire il suo sostegno.

LA REAZIONE DEI SINDACATI

“Il Governo non consenta che la comunità di cittadini, imprese, risparmiatori e lavoratori di Genova e della Liguria siano funestati anche dalla distruzione di Banca Carige”. Così il segretario generale di First Cisl, Giulio Romani, a seguito dell’esito dell’assemblea di Banca Carige. “Se ciò accadesse – aggiunge – sarebbe questa volta facile individuare i responsabili diretti di questo nuovo disastro ma, insieme ad essi, nessuno potrebbe chiamarsi fuori dalla responsabilità di non aver fatto nulla per fermarli. Sono anni che i lavoratori di Carige devono sopperire con il loro sacrificio alla sostanziale assenza di governance imposta da gruppi di controllo che definire volubili è un eufemismo: chiediamo che il sindacato non sia lasciato solo nella loro difesa e, con loro, delle migliaia di famiglie messe a rischio da questa assurda situazione”.

Il testo bollinato dal Mef della legge per risparmiatori e microimprese vittime di BPVi, Veneto Banca e altre 9 banche: dopo fiducia serale brindino con associazioni e legali “costruttivi”, governo e… Alessio Villarosa!

Di Giovanni Coviello (Direttore responsabile VicenzaPiù) 22.12.18

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Ecco in anteprima assoluta il testo, estratto dalla legge di bilancio 2019 (la manovra completa è scaricabile da qui) bollinato dal Mef (appena presentata al Senato per la discussione e il voto di fiducia previsto in nottata) per gli articoli che, finalmente e, bisogna dirlo, in maniera “rivoluzionaria” vanno a indennizzare, come da noi anticipato in questi giorni, partendo dal 30%, col valore di calcolo basato sul prezzo di acquisto e con una platea allargata di risparmiatori azzerati di Banca Popolare di Vicenza  Veneto Banca, Banca dell’Etruria e del Lazio, CariChietiBanca delle MarcheCaRiFe, Banca CredivenetoBanca Padovana di Credito CooperativoPopolare Province CalabreBCC Paceco e Bcc Brutia.

A beneficiare della legge, se approvata, come ormai più che prevedibile, visto che la manovra sarà votata in blocco con la fiducia, saranno  anche le microimprese, come definite dalla raccomandazione 2003/361/CE della Commissione del 6 maggio 2003, che occupano meno di 10 persone e realizzano un fatturato annuo o un totale di bilancio annuo non superiori a 2 milioni di euro” oltre che ai già previsti beneficiari cioè i risparmiatori, persone fisiche, imprenditori individuali, anche agricoli o coltivatori diretti, Organizzazioni non lucrative di cui al DLgs 3 luglio 2017, n.117. Sono, inoltre e fondamentalmente, esclusi tutti i vertici delle banche e sono azzerati i costi legali per la procedura di richiesta dell’indennizzo, queso grazie anche allo sviluppo delle nostra proposta “taglia costi legali” abbracciata anche dal senatore Pierantonio Zanettin. con un odg bocciato ma ora rimesso in gioco

Se sarà, come appare, semplice la procedura per la richiesta dei fondi, che ammontano, almeno in partenza, a 1.5 miliardi, prelevati, come prevedeva originariamente la legge 205, dai fondi dormienti il governo del cambiamento avrà completato, estendendola al massimo, l’opera lì abbozzata grazie alla collaborazione costruttiva di gran parte delle associazioni, coordinate con grandi sforzi, fisici e mentali, da Patrizio Miatello, e dei legali più significativi, con in testa il prof. Rodolfo Bettiol, per i suggerimenti tecnici, e, anche per il numero di rappresentati reali, l’avv. Sergio Calvetti (bisogna dare atto a questo tris senza nulla togliere agli altri) e all’impegno che va riconosciuto al lavoro dello staff di governo, del Mef e soprattutto,  di Alessio Villarosa (sottosegretario in quota M5S), che ci ha messo più volte la faccia anche di fronte alle telecamere di Le Iene “accese” da accuse immeritate da parte delle residue e residuali associazioni di don Torta – Arman e Ugone, fin troppo faziose e non proprio cristalline nei loro comportamenti.

Ecco, quindi, il testo ma per commenti e riflessioni leggiamolo ancora una volta, magari con calma, prima di festeggiare il S. Natale al voto del Senato e, poi, il Capodanno dopo il passaggio finale alla Camera insieme con centinaia di migliaia di risparmiatori che recupereranno parte dei propri soldi e, soprattutto, gran parte di una riscoperta fiducia nelle Istituzioni.

 

256. Per la tutela del risparmio e per il rispetto del dovere di disciplinare, coordinare e controllare l’esercizio del credito, nello stato di previsione del Ministero dell’Economia e delle Finanze è istituito un Fondo Indennizzo Risparmiatori (FIR), di seguito denominato “Fondo”, con una dotazione iniziale di 525 milioni di euro per ciascuno degli anni 2019, 2020 e 2021. Il Fondo eroga indennizzi a favore dei risparmiatori come definiti al comma 257 che hanno subìto un pregiudizio ingiusto da parte di banche e loro controllate aventi sede legale in Italia, poste in liquidazione coatta amministrativa dopo il 16 novembre 2015 e prima del 1 ° gennaio 2018, in ragione delle violazioni massive degli obblighi di informazione, diligenza, correttezza, buona fede oggettiva e trasparenza, di cui al decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58.

257. Hanno accesso alle prestazioni del Fondo i risparmiatori, persone fisiche, imprenditori individuali, anche agricoli o coltivatori diretti, le organizzazioni di volontariato e le associazioni di promozione sociale di cui agli articoli 32 e 35 del decreto legislativo 3 luglio 2017, n.117, e le microimprese, come definite dalla raccomandazione 2003/361/CE della Commissione del 6 maggio 2003, che occupano meno di 10 persone e realizzano un fatturato annuo o un totale di bilancio annuo non superiori a 2 milioni di euro, in possesso delle azioni e delle obbligazioni subordinate delle banche di cui al comma 256 alla data del provvedimento di messa in liquidazione, ovvero i loro successori e aventi causa.

258. Sono in ogni caso esclusi dall’accesso alle prestazioni del Fondo le controparti qualificate di cui all’articolo 6, comma 2-quater, lettera d), e i clienti professionali di cui ai successivi commi 2-

quinquies e 2-sexies, del medesimo articolo 6 del decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58.

259. La misura dell’indennizzo per gli azionisti di cui al comma 257 è commisurata al 30 per cento del costo di acquisto, entro il limite massimo complessivo di 100.000 euro per ciascun risparmiatore. La percentuale del 30 per cento, entro tale limite, può essere incrementataqualora in ciascuno degli anni 2019, 2020 e 2021 le somme complessivamente erogate per l’indennizzo secondo il piano di riparto siano inferiori alla previsione di spesa dell’esercizio finanziario, nel pieno rispetto dei limiti di spesa, della dotazione finanziaria del Fondo e fino al suo esaurimento, fermo restando quanto previsto al comma 262.

260. La misura dell’indennizzo per gli obbligazionisti subordinati di cui al comma 257 è commisurata al 95 per cento del costo di acquisto, entro il limite massimo complessivo di 100.000 euro per ciascun risparmiatore. La percentuale del 95 per cento, entro tale limite, può essere incrementata qualora m ciascuno degli anni 2019, 2020 e 2021 le somme complessivamente erogate per l’indennizzo secondo il piano di riparto siano inferiori alla previsione di spesa dell’esercizio finanziario, nel pieno rispetto dei limiti di spesa, della dotazione finanziaria del Fondo e fino al suo esaurimento, fermo restando quanto previsto al comma 262.

261. Le somme erogate a norma dell’articolo 11, comma 1-bis, del decreto-legge 25 luglio 2018, n.91, convertito, con modificazioni, dalla legge 21 settembre 2018, n. 108, sono assegnate a titolo di indennizzo ai sensi del secondo periodo del comma 256. Conseguentemente, il Fondo è surrogato nei diritti del risparmiatore per l’importo corrisposto.

262. L’indennizzo di cui al comma 259 è corrisposto al netto di eventuali rimborsi ricevuti a titolo di transazione con le banche di cui al comma 256 nonché di ogni altra forme di ristoro, rimborso o risarcimento. A tal fine, il Fondo Interbancario di Tutela del Deposito (FITD), attraverso la collaborazione del sistema bancario e delle banche in liquidazione, documenta il costo di acquisto, l’incasso di somme derivanti da altre forme di indennizzo, ristoro, rimborso o risarcimento.

263. L’indennizzo di cui al comma 260 è corrisposto al netto di eventuali rimborsi ricevuti a titolo di transazione con le banche di cui al comma 256 nonché di ogni altra forme di ristoro, rimborso o risarcimento, nonché del differenziale cedole percepite rispetto a titoli di stato di durata equivalente. A tal fine, il Fondo Interbancario di Tutela del Deposito (FITD), attraverso la collaborazione del sistema bancario e delle banche in liquidazione, documenta il costo di acquisto, l’incasso di somme derivanti da altre forme di indennizzo, ristoro, rimborso o risarcimento, nonché del differenziale tasso di rendimento delle cedole percepite rispetto a titoli di Stato con scadenze equivalente.

264. Il Fondo opera entro i limiti della dotazione finanziaria e fino a concorrenza delle risorse. Con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze, da emanare entra trenta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono definite le modalità di presentazione della domanda di indennizzo nonché il piano di riparto semestrale delle risorse disponibili. Con il medesimo decreto è istituita una commissione tecnica per l’esame e l’ammissione delle domande all’indennizzo del Fondo, composta da 9 membri in possesso di idonei requisiti di competenza, onorabilità e probità. Con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze viene determinato il compenso da attribuire ai componenti della commissione tecnica. Ai relativi oneri, pari a 1,2 milioni di euro per ciascuno degli anni 2019, 2020 e 2021, si provvede mediante corrispondente riduzione della dotazione del Fondo di cui al comma 256. La domanda di indennizzo, corredata da idonea documentazione attestante i requisiti di cui al comma 257, è inviata al Ministro dell’economia e delle Finanze entro il termine di 180 giorni dalla pubblicazione del citato decreto. La prestazione di collaborazione nella presentazione della domanda, e le attività conseguenti, non rientra nell’ambito delle prestazioni forensi e non dà luogo a compenso.

265. I risparmiatori che documentano nella domanda di indennizzo un valore dell’indicatore della situazione economica equivalente (ISEE) inferiore a 35.000 euro nell’anno 2018 sono soddisfatti con priorità a valere sulla dotazione del Fondo.

266. L’autorizzazione di spesa di cui all’articolo 1, comma 1106, della legge 27 dicembre 2017, n. 205, è ridotta di 25 milioni di euro per ciascuno degli anni 2019, 2020 e 2021. Le risorse della contabilità speciale di cui all’articolo 7-quinquies, comma 7, del decreto-legge 10 febbraio 2009, n. 5, convertito, con modificazioni, dalla legge 9 aprile 2009, n. 33, sono versate per l’importo di 500 milioni di euro all’entrata del bilancio dello Stato entro il 30 marzo 2019 e restano acquisite all’erario. Le somme non impegnate al termine di ciascun esercizio finanziario sono conservate nel conto dei residui per essere utilizzate negli esercizi successivi.

266-bis. Il Fondo di ristoro finanziario disciplinato dall’articolo 1, commi da 1106 a 1108, della legge 27 dicembre 2017, n. 205, è sostituito dal Fondo istituito dal comma 256 del presente articolo. All’articolo 1, comma 1107, della legge 27 dicembre 2017, n. 205, il primo e il secondo periodo sono soppressi.

267. Non hanno accesso in ogni caso alle prestazioni del Fondo i soggetti che abbiano avuto, nelle Banche di cui al comma 256 o loro controllate, dal 1 ° gennaio 2007, l’incarico di componente del Consiglio di amministrazione e degli Organi di controllo e di Vigilanza, inclusi gli Organi che svolgono funzioni di gestione del rischio e revisione interna; membro del collegio sindacale; consigliere delegato; direttore generale; vice direttore generale, nonché i loro parenti ed affini di primo e di secondo grado.

267-bis. Al comma 3, dell’articolo 9, del decreto legge 3 maggio 2016, n.59, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 giugno 2016, n. 119, le parole: “L’importo dell’indennizzo forfetario è pari all’80 per cento del corrispettivo pagato per l’acquisto degli strumenti finanziari” sono sostituite dalle seguenti: “L’importo dell’indennizzo forfetario è pari al 95 per cento del corrispettivo pagato per l’acquisto degli strumenti finanziari”. In conseguenza il Fondo Interbancario di Tutela del Deposito (FITD) integra i rimborsi già effettuati entro il 31 dicembre 2019.

267-ter. Entro il 30 settembre 2019, il Ministro dell’Economia e delle Finanze presenta al Parlamento una relazione relativa all’attuazione dei commi da 256 a 267-bis nella quale comunica il numero dei risparmiatori indennizzati, delle risorse della dotazione del Fondo a tale scopo destinate, quelle accertate e disponibili per l’eventuale incremento dell’indennizzo a norma del comma 259, nonché il numero stimato dei risparmiatori che hanno titolo ad accedere alle risorse del Fondo. Con la medesima relazione il Ministro dell’economia e delle finanze comunica l’ammontare stimato delle risorse destinate all’indennizzo dei risparmiatori aventi titolo che conseguentemente sono iscritte nel bilancio di previsione dell’anno 2020.»

Buone feste…

MANOVRA, ECCO IN FORMATO PDF IL MAXIEMENDAMENTO BOLLINATO. CON I PROVVEDIMENTI ‘AGRICOLI’ PIU IMPORTANTI

agricolae.eu 22.12.18

Made in Italy, Xylella, montagna, filiera del legno, pesca. Questi alcuni dei temi del maxiemendamento bollinato che andrà al vaglio dell’aula di Palazzo Madama e che AGRICOLAE riporta a pie di pagina integralmente in formato PDF.

Ulteriori 90 milioni di euro per il potenziamento della promozione del made in Italy e l’attrazione degli investimenti in Italia. All’articolo 103. All’articolo 368 interventi per favorire lo sviluppo socioeconomico delle aree rurali.

Ma non solo: anche il contrasto alla Xylella all’articolo 371 e investimenti di Cassa Depositi e prestiti all’articolo 372. Previsto il reimpianto  delle piante tolleranti o resistenti akla Xylella all’articolo 374-bis mentre il 375 istituisce il fondo per la gestione delle foreste. Il ripristino della filiera del legno all’articolo 378. Catasto frutticolo italiano al 379. E l’articolo 380 prevede il rifinanziamento del fondo per la distribuzione delle derrate alimentari.

E ancora: l’articolo 381 prevede il rafforzamento del sistema dei controlli per la tutela delle produzioni agroalimentari. Mentre l’articolo 384 prevede sostegno all’apicoltura. All’articolo 385 è previsto il sostegno al reddito per i pescatori per fermo biologico. Al 386-bis le concessioni demaniali. All’articolo 387 le accise sulla birra. All’articolo 389 i terreni agricoli dei comuni prealpini. Bonus occupazionale per le giovani eccellenze al 390.

Poi ancora: All’articolo 429-bis lo stanziamento per il fondo per la mobilità delle fiere. All’articolo 448 la riduzione del contributo alle Nazioni Unite mentre al 456 la riduzione dello stanziamento per l’attuazione dell’adesione dell’Italia al sistema Shengen.

All’articolo 466 interventi relativi alla terra dei fuochi e ad eventuali bonifiche. All’articolo 469 il trasferimento alle imprese per l’attività di pesca del bonus diciottenni.

All’articolo 574 il Fondo per la valorizzazione e la promozione delle aree svantaggiate confinanti con le regioni a statutio speciale e al 575 il Fondo nazionale per la montagna.

Qui di seguito il maxiemendamento bollinato in formato PDF:

maxi pdf

Aumento di capitale Carige, la famiglia Malacalza si astiene: il provvedimento non passa

Francesco Ferrari ilsecoloxix.it 22.12.18

Malacalza all’assemblea dei soci (foto Il Secolo XIX)

Malacalza all’assemblea dei soci (foto Il Secolo XIX)

Genova – Come anticipato questa mattina dal Secolo XIX, la famiglia Malacalza ha deciso di astenersi in merito alla proposta di aumento di capitale da 400 milioni di euro per Banca Carige: lo ha annunciato intorno alle 15.30 il legale rappresentante della Malacalza Investimenti (che controlla il 27,5%), l’avvocato Paolo Ghiglione, nell’intervento all’assemblea dei soci dell’istituto di credito genovese.

Senza il voto del principale azionista, che da solo vale il 69% circa del capitale presente al Tower Hotel, l’aumento non potrà essere finalizzato e il rendimento del bond da 320 milioni acquistato dallo Schema volontario del Fondo interbancario salirà dal 13 al 16%.

L’Ad: aumento, unica soluzione possibile
Prima del voto sull’aumento di capitale, l’amministratore delegato della banca genovese, Fabio Innocenzi, aveva ammesso che il provvedimento «comporta una diluizione fortissima», dicendo però che «è l’unica soluzione possibile». Ancora: «Questo aumento comporta un grande sacrificio, ma ci consente di guardare al futuro, fare leva sui riconoscimenti ricevuti nell’ultimo periodo, lavorare sul nuovo piano industriale e poter venire finalmente alla prossima assemblea a parlare di banca».

L’Ad ha anche spiegato che Banca Carige affida il rilancio a «snellezza di procedure e processi», “pilastri” del nuovo piano cui si sta lavorando, dicendo che un partner può accelerare questo processo, arrivando a “liberare” 2 miliardi di euro: «Lavoriamo per portare ai nostri azionisti una gamma di opportunità che loro, nella loro sovranità, dovranno decidere se cogliere oppure no».

“Sì” alla riduzione delle riserve
A fine mattinata, invece, i soci di Carige avevano approvato, dopo quasi 2 ore di discussione, il primo punto all’ordine del giorno, ovvero la riduzione del capitale sociale per perdite, e anche di ridurre e non ricostituire le riserve: «Questa presidenza non può che prendere atto (della necessità di ridurre il capitale, ndr) e condividere il rammarico dei soci, anche quello morale», ha detto il presidente, Pietro Modiano.

Alla votazione, secondo quanto spiegato da Modiano, era presente il 40,5% del capitale sociale (0,09% i contrari, 0,11% gli astenuti e 0,18% i non votanti).

Modiano: vogliamo capire perché sono stati “bruciati” gli aumenti
Prima della prima votazione, il presidente Modiano aveva detto che «vogliamo capire cos’è successo e come mai gli aumenti di capitale di questa banca siano stati “bruciati”: appena avremo una ricostruzione ineccepibile proporremo le “terapie” e tutte le iniziative del caso». Quanto alla richiesta di alcuni soci di un’azione di responsabilità contro l’ex Ad, Paolo Fiorentino (più sotto i dettagli), Modiano ha lasciato intendere che alla prossima assemblea di bilancio lo stesso Cda potrebbe chiederla, anche se oggi la presidenza l’ha respinta: «È stato un atto dovuto della presidenza, che si deve attendere alla legge, non nel merito – ha detto Modiano – In sede di bilancio, l’ampia “ricognizione” avrà dato i suoi frutti… e potremo prendere una decisione».

Modiano sulla cessione di Creditis: «Contratto pessimo» 
Banca Carige ha perso l’arbitrato con Chenavaris sulla cessione di Creditis ma anche questa vicenda rientra nell’ispezione che il nuovo cda della banca ha avviato sulla passata gestione dell’istituto: «Questo contratto è pessimo da tutti i punti di vista – ha detto il presidente, Pietro Modiano – della redditività e per le conseguenze sullo stato patrimoniale: la responsabilità non può ricadere sul cda in carica e su chi ha dovuto onorarlo» precisa Modiano, ricordando che il Tribunale «ci ha imposto di firmarlo». Banca Carige ieri ha confermato di aver raggiunto un accordo con Chenavaris per procedere al closing della cessione dell’80,1% delle azioni di Creditis entro il 28 marzo 2019 e alla stipula di un contratto di distribuzione di lungo termine con Creditis. Chenavaris ha ricevuto l’autorizzazione dalla Banca d’Italia il 3 ottobre. «Questo non pregiudica relative azioni riguardanti la validità ab origine del contratto, comporta accertamento responsabilità, ovviamente nostro compito per accertare se possa essere invalidato. Abbiamo affidato ampia ricognizione a società, speriamo di ricavare qualche ristoro, anche se non sarà facile», ha concluso.

La richiesta dei “piccoli”
In apertura dei lavori, il “piccolo azionista” Luigi Barile ha chiesto di mettere ai voti l’azione di responsabilità contro l’ex Ad, Paolo Fiorentino, per avere «mentito ai consiglieri», provocando «un “buco” di 188 milioni di euro». Questa la replica del presidente della banca, Pietro Modiano: «Abbiamo ascoltato con interesse, ma faccio presente che tale azione può essere deliberata eventualmente solo in sede di votazione di bilancio».

Chi c’era all’assemblea
Oltre ai Malacalza, all’assemblea era presente anche il terzo socio della banca (il secondo è Volpi, con il 9,087%), il finanziere romano Raffaele Mincione , che controlla il 5,428%: «Io voto (l’aumento di capitale, ndr), e voto a favore», ha detto; in totale, sono presenti 270 azionisti, che rappresentano poco meno del 41% del capitale.

Un’Italia da Export: intervista con iGuzzini

exportiamo.it 28.9.16

Un’Italia da Export: intervista con iGuzzini

Nella nostra rubrica “Un’Italia da Export” abbiamo il piacere di ospitare i contributi delle eccellenze targate Made in Italy che con competenza e coraggio si affacciano sui mercati internazionali. Tra queste c’è iGuzzini, azienda che dal 1959 è impegnata a favore di sviluppo positivo della vita e delle società attraverso la luce. Nell’intervista rilasciataci da Massimiliano Guzzini – vicepresidente e Direttore Business Innovation Network della società – si spiega come la mission di iGuzzini sia promuovere un uso responsabile dell’energia presso le organizzazioni pubbliche, i protagonisti dell’architettura, dell’industria e del commercio, a supporto delle città, per un reale miglioramento della vita sociale…

Ci racconti brevemente la storia della sua azienda…

La iGuzzini illuminazione viene fondata nel 1959 con il nome di Harvey Creazioni da mio padre, insieme ai suoi 5 fratelli maggiori. Utilizzando le tecniche dello stampaggio dei materiali plastici, tecnologia in cui si erano specializzati cominciando per passione, in uno scantinato, nella produzione di lampade per il settore domestico. Il passo successivo, la seconda intuizione vincente, è stata collaborare con i designer (a partire da Luigi Massoni), in un periodo in cui il design cominciava a muovere i primi passi a Milano, passi che faranno la storia del design italiano. Subito si sono visti i risultati in termini di crescita di fatturato e numero di addetti. La crisi petrolifera della metà degli anni Settanta, togliendo possibilità di sviluppo alla produzione di oggetti in materiale plastico, ha accelerato la trasformazione dell’azienda nel settore dell’illuminotecnica (che all’epoca non esisteva in Italia), rendendoci di fatto la prima azienda italiana a operare in questo settore. Questo primato ha comportato un importante processo di trasformazione culturale, industriale e strategico. Passare all’illuminotecnica significava innanzitutto creare le basi culturali di un settore nuovo, pertanto siamo stati i primi a creare una cultura della luce, attività che peraltro continuiamo a operare date le continue innovazioni che portiamo sul mercato. In parallelo, è stato necessario cambiare anche la rete distributiva: il prodotto non era più finalizzato al consumatore finale, ma al prescrittore. L’azienda ha così cominciato a caratterizzarsi per la cultura dell’architettura e del design, culminata in quel periodo (parliamo degli anni Ottanta) con la collaborazione con Renzo Piano per la ristrutturazione del Lingotto. Nel tempo queste collaborazioni sono continuate sia con architetti di fama conclamata come Santiago Calatrava, Rem Koolhaas, Oscar Niemeyer, Richard Meier, Norman Foster, Daniel Liebeskind sia con architetti emergenti nel panorama internazionale come Snøhetta, MVRDV, UN Studio, GMP. Oggi iGuzzini è una comunità internazionale al servizio dell’architettura e dello sviluppo della cultura della luce. È un polo produttivo con una forte e radicata vocazione all’innovazione; un centro di eccellenza dedicato allo studio, alla gestione della luce nelle sue diverse forme e al supporto per i professionisti del settore. Produciamo sistemi di illuminazione per interni ed esterni in collaborazione con i migliori architetti, lighting designer, studi di ingegneria, università e centri di ricerca in tutto il mondo. Le nostre aree di applicazione su scala globale sono i luoghi della cultura (architetture, musei, opere d’arte), del lavoro, del retail, delle città, delle infrastrutture e dell’hospitality&living.

Quali sono gli elementi e le condizioni che hanno decretato il successo della sua azienda sul mercato attuale?

Design, ricerca, tecnologie, prodotti, mercati, internazionalizzazione sono discipline che abbiamo da sempre coltivato e sviluppato a partire dai valori di una solida etica industriale. Credo che il fattore massimo di successo sia proprio il mix di innovazione e cultura progettuale che, da un lato, ci permette di dialogare sulla base di un linguaggio comune con architetti e committenti e, dall’altro, ci pone in una posizione pionieristica rispetto a tematiche oggi definite innovative. Per esempio, quella che viene chiamata LEDification (l’utilizzo esclusivo dei Led, in sostituzione delle altre tecnologie a maggiore impatto ambientale). Tra le nostre linee guida, la scelta “Only LED” risale al 2013, così come la luce intelligente è un argomento che, collegato all’elettronica del LED, ci ha consentito di esplorare argomenti come la luce adattiva già dal 2009. Gestire la luce attraverso sensori di presenza e movimento, regolarne temperatura e intensità in base ad algoritmi preimpostati a seconda di esigenze collettive e individuali, o dei mutamenti della luce naturale è un esempio fattivo di sensibilità nei confronti di temi come efficienza, sicurezza, comfort e sostenibilità ambientale che oggi viene ritenuto una chiave di volta nell’ambito smart places (smart city, smart home, smart building, smart retail, smart culture). La luce e in modo particolare i punti luce sono un elemento della piattaforma infrastrutturale più diffusa per l’Internet of Things (IoT): la luce diventa elemento per la trasmissione dei dati e il corpo illuminante diventa un mezzo per la comunicazione su protocolli WCL, Li – Fi, Beacon, gestibile attraverso diversi devices. La luce si scopre elemento per creare nuovi servizi basati sulle velocità di trasmissione delle informazioni, a vantaggio degli utenti: per esempio durante la visita di un museo, grazie all’attivazione di sensori, permette di ottenere informazioni intelligenti attraverso app; ci dà informazioni di videosorveglianza in tempo reale per il traffico e i parcheggi all’interno della città; rileva i flussi di occupancy all’interno dei luoghi di lavoro, dove l’ottimizzazione degli spazi è oggi vitale, e nel retail può essere utile per conoscere determinati comportamenti di acquisto. Allo stesso modo, quello che oggi è uno dei temi nodali per il futuro della luce, identificato come Human Centric Lighting, ovvero come la luce influisce biologicamente sul benessere degli esseri umani, in iGuzzini ha radici lontane (fine anni 80), nonostante i limiti delle tecnologie dell’epoca. Le nostre sperimentazioni nel campo della foto-biologia sono infatti iniziate nel 1988 e gli studi sulla luce biodinamica condotti insieme a una delle massime autorità internazionale in materia, il Lighting Research Center di Troy (USA, 1992), basati sulle relazioni fra le variazioni della temperatura e dell’intensità della luce e i ritmi circadiani degli esseri viventi, hanno dato origine a un brevetto e un sistema d’illuminazione biodinamica chiamato SIVRA (Sistema di Illuminazione Variabile a Regolazione Automatica). Questo sistema è in grado di riprodurre in luoghi artificiali il naturale modificarsi della luce solare, ed è in grado non solo di migliorare le qualità di vita e di lavoro in ambienti confinati, ma anche di coadiuvare le attività riabilitative delle persone uscite dallo stato di coma. Già nel 2003 abbiamo infatti collaborato a un progetto di ricerca con l’Ospedale Maggiore di Bologna e il Centro Ricerche e Studi per il Coma per studiare l’efficacia della luce biodinamica nella riabilitazione dal coma. I risultati hanno dimostrato che la luce biodinamica ha la capacità di aumentare il livello di concentrazione dei pazienti, favorendo la riabilitazione. Alcune applicazioni di People Centric Lighting in ambito lavorativo sono il nuovo edificio di Scuderia Ferrari progettato da Jean-Michel Wilmotte, nel cuore del complesso di Maranello, e chiamato GES (Gestione Sportiva Ferrari), dedicato alla progettazione, realizzazione e sviluppo della monoposto di F1; la sala di controllo della raffineria Motel di Marsiglia e il call center della Virgin a Londra.


Il nostro sguardo proiettato verso il futuro è focalizzato sul messaggio Social innovation through lighting, che decliniamo nei diversi ambiti in cui veniamo chiamati a operare. Social innovation through lighting è stato restituire all’Ultima Cena di Leonardo Da Vinci lo splendore che meritava, perso da tempo, grazie a un nuovo progetto di luce. Rendere visibile l’opera d’arte al pubblico di oggi e di domani, garantendo la migliore fruizione e preservando l’opera dal deterioramento. L’intervento presso il Cenacolo Vinciano di Milano nel 2015, durato sei mesi, ci ha visto impegnati a fianco dell’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro, coinvolgendo tutti gli esponenti delle Sovrintendenze, e il risultato ottenuto non è stato solo il radicale miglioramento della resa cromatica assimilabile a un’opera di restauro (tanto da poter essere definito restauro percettivo), ma anche la riduzione del fattore di rischio che consentirà a 45.000 visitatori in più ogni anno di vedere l’opera. Allo stesso modo, negli ultimi vent’anni abbiamo operato a Galleria Borghese (Roma), Piazza del Duomo e Piazza San Giovanni (Firenze), Centre Pompidou (Parigi), Ponte di Mostar (Bosnia-Erzegovina), Mercato di Colon (Valencia), San Pietroburgo (Russia), il progetto di illuminazione dalla città di L’Avana e in tanti altri luoghi. Ora stiamo lavorando al restauro percettivo della Cappella degli Scrovegni di Giotto a Padova. Social innovation through lighting è collaborare con la London School of Economics a un progetto che ha come obiettivo creare un manuale destinato ai lighting designer, in cui il piano della luce non sia solo un calcolo illuminotecnico (livelli di illuminamento, rispetto delle normative etc.), ma sia basato sulle metodologie delle scienze sociali. Così, attraverso la luce, abbiamo realizzato un progetto di riqualificazione di un quartiere degradato di Londra e siamo appena tornati da Muscat, dove grazie alla luce è stata fatta un’operazione analoga nel Souq ai margini della città. Nei prossimi mesi, sono già in programma nuovi workshop in altre città del mondo, a partire da Sydney. Social innovation through lighting è aver ricreato il sole, la luna e la loro luce in Islanda, in uno dei centri di ospitalità più rinomati al mondo, per offrire alle persone la possibilità di avere la luce preferita in diversi momenti della giornata, in un luogo della terra dove i giorni sono scanditi da molta luce e brevi notti in estate, e periodi di buio più lunghi in inverno.
L’innovazione deve essere anche innovazione di processi. Dal 2014, in iGuzzini l’industria manifatturiera è World Class Manufacturing. Zero difetti, zero guasti, zero incidenti e zero scorte sono gli obiettivi di questo programma di miglioramento continuo che qualifica i più importanti produttori di beni e servizi mondiali. Sviluppata negli USA negli anni ’90 e introdotta in Italia attorno al 2005 da una collaborazione tra il Gruppo FIAT e specialisti giapponesi del settore (Yamashima), WCM coinvolge in uguale maniera ogni figura all’interno dell’azienda.

Quale metodologia di ingresso ha adottato per fare business all’estero e in quali mercati siete oggi presenti?

L’internazionalizzazione è stata individuata da subito come elemento strategico strutturale per la crescita dell’azienda e per il suo radicamento in Europa attraverso le filiali e i distributori esclusivi.
Negli anni Sessanta sui mercati di più facile penetrabilità, come quelli europei, avevamo creato dei distributori esclusivi. La scelta strategica di andare ad operare su mercati qualificati e selettivi piuttosto che su mercati meno qualificati, anche se più remunerativi come per esempio il Medio Oriente, era basata sullo studio dei flussi d’importazione e di esportazione dell’arredamento e dell’illuminazione nei paesi in cui si concentrava la domanda e l’offerta (Inghilterra, Francia Germania). Si era individuato un profondo legame tra la potenzialità del mercato e l’alto livello di vita. Proprio nei principali mercati europei, in seguito, il rapporto con i distributori esclusivi si è evoluto nella creazione di filiali che noi abbiamo cominciato a definire come “multinazionali tascabili”. Le filiali sono dei nodi vitali, che generano tutta una rete di rapporti con altre aziende e con gli opinion leaders delle attività professionali e culturali legate alla nostra attività, naturalmente non solo nel paese in cui si trovano, ma anche poi con l’Italia e con la nostra sede di Recanati. Oggi iGuzzini illuminazione S.p.A. ha il controllo su diciassette società, una delle quali con sede in Italia e sedici site all’estero, in paesi dell’Unione Europea (Germania, Francia, Spagna, Regno Unito e Finlandia), in Norvegia, Svizzera, Cina, Singapore, Canada, Stati Uniti, Russia, Qatar ed Emirati Arabi Uniti.

Qual è il peso delle attività internazionali oggi sul suo business?

Dal 2000 in poi abbiamo continuato a investire nell’internazionalizzazione. Oltre allo stabilimento in Italia, ne abbiamo un altro in Cina per il mercato asiatico e delle linee di assemblaggio a Montreal, in Canada, per il mercato nordamericano. In tutto abbiamo 23 filiali nel mondo. Storicamente siamo forti in Europa. Per la prima volta, nel 2015 abbiamo ottenuto il 20% del fatturato tra America e Asia-Oceania, le aree extra europee più importanti, insieme con il Medio Oriente. Il fatturato complessivo del 2015 è stato di 223,5 M €, con un + 8,8% rispetto all’anno precedente (il fatturato negli ultimi tre anni è cresciuto complessivamente di oltre il 20%), ed è composto dal 75% di export.

Nel vostro percorso di espansione all’estero siete stati supportati da strutture pubbliche e/o da società di consulenza private?

In Europa abbiamo agito prevalentemente attraverso società private, anche perché siamo presenti sui territori con sedi che svolgono attività a trecentosessanta gradi: tecniche, di marketing/comunicazione, amministrative, logistiche e ovviamente commerciali. Normalmente i nostri partner istituzionali sono stati prevalentemente ICE ed Ambasciate, anche se oggi abbiamo una rete di professionisti in grado di seguirci nelle varie problematiche. Un discorso a parte deve essere fatto per la creazione della nostra filiale in Cina, dove mi sono trasferito personalmente per 5 anni per avviare la società. Nel 2006 abbiamo costituito la iGuzzini Lighting China Ltd. che svolge anche attività di produzione per il mercato asiatico e, tramite la sua controllata Shanghai iGuzzini Trading China, di commercializzazione. L’insediamento cinese si integra in una strategia di sviluppo del mercato sud-est asiatico e dei mercati limitrofi (Oceania, India), perché ci garantisce una più efficiente gestione della logistica e del servizio a questi mercati. Questo insediamento produttivo inoltre ci permette di essere competitivi anche nel mercato dello street lighting, tradizionalmente caratterizzato da grandi volumi e bassa marginalità. In questa operazione ci siamo avvalsi delle società di consulenza private Ambrosetti e Barbatelli & Partners, a cui ha fatto seguito il felice ingresso nel nostro board (di cui fa tuttora parte) di Cristiana Barbatelli, una delle più qualificate sinologhe, con oltre 30 anni di esperienza nella gestione di investimenti complessi in Cina. In Cina non è percorribile l’idea di entrare per fare “semplicemente” business. L’attività industriale o commerciale è strettamente legata alla capacità delle aziende di comprendere gli aspetti culturali e sociali del pianeta Cina. Quindi è stato fondamentale avere dei consulenti che ci aiutassero in questa attività di mediazione culturale. In un primo momento inoltre abbiamo valutato anche se acquisire, piuttosto che creare una nuova impresa da zero, e alla fine abbiamo avuto optato per la seconda soluzione. I consulenti ci hanno accompagnato attraverso le fasi di entrata graduale nel business: Rappresentative Office, Branch e infine Company, fornendoci consulenze di tipo fiscale, legale, amministrativo, e relativo alla gestione delle risorse umane. La struttura creata è completamente di proprietà del gruppo e si è deciso che questa nuova impresa fosse seguita da personale italiano, in modo da poter definire piani di carriera che potessero prospettare una certa stabilità e sicurezza. Una parte del capitale per l’internazionalizzazione è stato ottenuto grazie a SIMEST, ed è stato importante avere un partner istituzionale soprattutto nella fase di Start Up. Ci ha qualificato ed anche facilitato proprio tutte quelle pratiche burocratiche che in questo modo hanno avuto un garante istituzionale e pubblico, importante in un paese come la Cina. Alla fine, il break even point è stato raggiunto con motivata soddisfazione in tre anni.

Com’è il rapporto con la burocrazia all’estero e, più in generale, quali sono state le principali difficoltà riscontrate?

Anche in questo caso si deve fare un discorso particolare per la Cina dove il problema principale è stato riuscire a comunicare e far conoscere il nostro nome al target di riferimento, composto da architetti e da Lighting designers e soprattutto farlo in lingua cinese, non passando quindi attraverso l’inglese che d’altra parte non è nemmeno così “praticato” in Cina. Siamo partiti quindi, ragionando attorno al payoff “Better Light for a Better Life”, da cui il nostro logo iGuzzini era sempre accompagnato dal 2002. Primo immenso scoglio: gli ideogrammi. Può sembrare banale ma nessuno della nostra struttura in Cina aveva una conoscenza abbastanza approfondita dell’inglese per poter ragionare approfonditamente su questa traduzione. Gli ideogrammi inoltre possono cambiare significato a seconda di come vengono combinati. Per questo ci siamo rivolti ad un’agenzia di comunicazione specializzata che ci aiutasse in questo lavoro di “naming” e “branding”. Siamo partiti dallo studio di cosa avevano scelto aziende entrate prima di noi sul mercato cinese, indipendentemente dal settore in cui operavano. Abbiamo fatto una verifica di quale era l’approccio delle diverse aziende, dividendo fra le aziende della moda e del lusso rispetto ad aziende che propongono prodotti consumer. Dalle analisi fatte abbiamo individuato che i grossi marchi del lusso e del settore del design avevano scelto di mantenere il loro marchio senza tradurlo, a differenza delle aziende che lavorano nel mondo del consumer, come Coca Cola per esempio, che aveva scelto di tradurre il proprio marchio con un significato ben preciso e caratteri che significano letteralmente “permettere alla bocca di essere in grado di rallegrarsi”, più semplicemente “gradevole e che rende felice.” Quindi noi abbiamo scelto di lasciare il nostro logo senza traduzione, ma di tradurre il nostro payoff che trasmetteva alcuni valori legati al nostro brand, ma soprattutto al nostro modo di lavorare. Nel momento della scelta ci siano confrontanti anche con i professionisti (architetti e lighting designers) legati alla nostra attività e fidelizzati al nostro brand. Insieme abbiamo valutato una serie di ideogrammi visto che per il nostro payoff erano state individuate 40 diverse possibilità di traduzione. Il Focus Group organizzato è servito per individuare il claim che fosse più vicino al vero significato inglese perché fare un errore in questa fase avrebbe significato non trasmettere correttamente quelli che sono i valori della nostra azienda. Per arrivare al miglior risultato finale, abbiamo dovuto tenere conto di diversi fattori, come la facilità di lettura e di memorizzazione, la gradevolezza del suono (in Cina il suono delle parole è estremamente importante), e che fosse composto da ideogrammi conosciuti (basta pensare che gli ideogrammi sono 56.000, e che un laureato di primo livello ne conosce mediamente 5000/6000 per capire come può essere facile fare una scelta di comunicazione sbagliata.

Quali sono i vostri piani futuri di sviluppo? Avete già in mente nuovi mercati da conquistare?

Il progetto di espansione prevede, salvo imprevisti, la quotazione in borsa attorno al secondo semestre 2018. In questo percorso, abbiamo un partner eccellente nella investment-merchant bank TIP di Giovanni Tamburi, che ha portato in Piazza Affari 35 aziende tra cui Moncler, Interbump, Amplifon, Prysmian. Peraltro, sempre con il coinvolgimento diretto di TIP, è stata portata a termine anche la razionalizzazione dell’azionariato di Fimag, la holding di famiglia a capo del gruppo, nell’ottica di consolidare una leadership gestionale e di rafforzare ulteriormente la governance del gruppo. Strategicamente, ci muoviamo su due direttrici: da un lato abbiamo la possibilità di svilupparci in maniera più accelerata in Nord America, dove nei prossimi 5 anni ci attendiamo una crescita più forte che altrove. Ma, parlando di acquisizioni, ci interessa anche una società che, nella Vecchia Europa, possa integrarsi velocemente con il nostro portafoglio prodotti e darci una nuova spinta come rete di relazioni con contractor, studi di architettura, lighting designer, studi di ingegneria. Ci piacerebbe un marchio tedesco, vedremo.

Quale consiglio si sente di dare agli imprenditori che intendono affacciarsi nello stesso contesto estero?

L’internazionalizzazione è un processo che va perseguito con forte determinazione e forte continuità. Per il successo dell’operazione, il primo passo da fare è individuare prima di tutto il mercato potenziale di riferimento, evitando di disperdere investimenti su più fronti contemporaneamente. Anche perchè c’è una sorta di pregiudizio nei confronti dell’imprenditore italiano che viene spesso stereotipato nella logica del “mordi e fuggi”, quindi non ritenuto affidabile, perciò bisogna dimostrare da subito invece di essere fortemente motivati e determinati. Poi, come si diceva prima, occorre non limitarsi solo a logiche commerciali, e approfondire invece i meccanismi culturali e sociali del Paese target, per entrare veramente a far parte di quel contesto.

Fonte: a cura di Exportiamo, di Marco Sabatini, redazione@exportiamo.it

Maggio Prepara il Piano di Brexit “Segreto” B per evitare l’Armageddon “No Deal”

zerohedge.com 22.12.18

Sono passate tre settimane e siamo di nuovo al “Piano B”.

Dopo mesi di pressioni su un accordo appoggiato dall’UE che non ha quasi nessuna possibilità di passare il Parlamento (almeno fino ad ora), Theresa May sta studiando le strategie mentre cerca di rimanere senza parole fino a quando il giorno della Brexit non sarà un incubo: May ci prova i parlamentari si dimettono, o minacciano di dimettersi, i rapporti fluttuano dicendo che maggio e il suo governo stanno prendendo in considerazione un secondo referendum / Piano B / che chiama fuori Brexit, queste relazioni sono prontamente smentite, maggio può chiedere all’UE di saperne di più concessioni, l’UE le dice di morire, e poi siamo tornati a montare voti per la bozza di piano.

Theresa May è rimasta in stato neutrale per settimane, dopo essere sopravvissuta a un voto di sfiducia, e Labour si è tirato indietro su una sfida formale al suo governo, May ha chiesto un voto sul suo accordo il 14 gennaio – un voto che, sebbene è stato riferito che il margine è stato ridotto a soli 20 MP, è ancora ampiamente previsto che fallisca.

Brexit

E mentre il governo di minoranza di maggio lotta per ottenere il sostegno dei 10 deputati DUP che hanno contribuito a sostenere il governo di minoranza (e che hanno esercitato un’influenza eccezionale sul processo dal momento che la scorsa estate le mestruazioni elettorali di maggio hanno provocato un disastro per i conservatori), riferisce stanno nuovamente circolando che May & Co. stanno considerando una varietà di alternative “drammatiche” nel caso in cui il suo accordo venga sconfitto – compreso un possibile accordo sulla Brexit del Piano B che getterebbe le basi per un accordo commerciale “Super Norvegia”, ritardando il “Brexit Day” o chiede un secondo referendum.

La squadra senior di Theresa May sta lottando con la stessa domanda: che cosa dovrebbe fare se il suo accordo viene buttato fuori? In privato, le opzioni sul tavolo sono drammatiche e includono il rinvio del divorzio dall’Unione Europea, la convocazione di un altro referendum o addirittura l’annuncio di nuove elezioni nazionali.

In meno di 100 giorni, il Regno Unito lascerà l’UE, adempiendo al mandato del referendum del 2016 e segnerà il culmine di due anni di negoziati tra Londra e Bruxelles. C’è un enorme ostacolo nel percorso del primo ministro: il Parlamento non accetterà i termini che ha concordato.

May sta provando tutto il possibile per ottenere sostegno da parte di legislatori sempre più sospettosi per l’impopolare accordo sul divorzio che ha negoziato. È stata costretta a ritirarsi dal voto l’11 dicembre e ora ha rinviato il ballottaggio per la settimana del 14 gennaio.

In pubblico, May e tutti i suoi ministri sono fermamente convinti che il suo accordo di uscita sia l’unico disponibile per evitare il potenziale caos economico e sociale. Stanno mettendo tutto il loro impegno per vincere il voto in Parlamento.

Dietro le porte chiuse, la sua cerchia ristretta sta discutendo le opzioni se fallisce.

In effetti, leggere tra le righe dei palloncini di prova di origine anonima e le osservazioni pubbliche di May è diventato un’abilità in sé e per sé.

Leggere tra le righe di ciò che May dice è la chiave per cercare di capire l’ultima riflessione di un primo ministro che è diventato U-passato nel passato per uscire da un vincolo politico. Il commento più recente di maggio non esclude un cambiamento di opinione.

In primo luogo, vi è l’idea che mentre ora potrebbe non essere il momento di cercare un’estensione, potrebbe essere necessario in seguito. In secondo luogo, lei insinua che se il Parlamento non riesce a consegnare la Brexit sostenendo l’accordo, a qualcun altro – forse l’elettorato britannico – potrebbe essere chiesto di decidere.

I funzionari di May hanno cercato di minimizzare le notizie che negli ultimi giorni potrebbe esserci un altro referendum. Il suo ufficio ha reso noto che non riuscirà a sostenere una replica del voto del 2016 finché sarà al potere. Ma le persone che hanno familiarità con la faccenda sono chiari che la stessa May potrebbe non essere in grado di decidere.

Un randello che May sta cercando di maneggiare è la nozione secondo cui, se il suo patto viene respinto, potrebbe dare al Labour un’apertura per forzare attraverso un’altra elezione generale, chiamando e vincendo, un voto di sfiducia nel governo. Il timore di Corbyn di vincere il potere potrebbe essere sufficiente per ottenere il sostegno per l’accordo di maggio da parte di alcuni Brexiteers.

Sanno che se alla fine il suo accordo verrà respinto, la campagna per un secondo referendum acquisterà slancio. Un modo per fermarsi sarebbe quello di innescare un’elezione. Questa è una minaccia che alcuni nel governo di maggio stanno usando per cercare di persuadere il piccolo partito a sostenere la sua amministrazione di minoranza per tornare a bordo.

La squadra di maggio ritiene che questa argomentazione potrebbe essere particolarmente efficace nel conquistare il DUP, che si oppone all’attuale accordo Brexit sull’intervento, che teme potrebbe portare il Regno Unito a diventare uno stato “vassallo” dell’UE lasciandolo definitivamente legato all’UE unione doganale.

Il Partito unionista democratico dell’Irlanda del Nord non vuole elezioni, in parte perché avvicina la minaccia di un governo laburista guidato da Jeremy Corbyn.

Ma il DUP sta promettendo al momento di opporsi all’accordo che May ha ottenuto con l’UE. Senza il sostegno del partito, May non ha la maggioranza nella Camera dei Comuni. Il DUP dice che è pronto a votare contro maggio e far cadere il suo governo a meno che non si possano apportare importanti modifiche all’affare Brexit.

Il premier ei suoi ministri stanno montando un’offensiva di fascino per corteggiare il DUP, mentre May è impegnata in un disperato tentativo di persuadere l’UE a spostare la posizione sulla parte più controversa del pacchetto di divorzi.

Se il DUP tornerà a schierarsi, la squadra di May crede che sia possibile che un numero sufficiente di suoi stessi Tories – che si sono anche impegnati a votare contro l’accordo – si iscriveranno anche per dare all’accordo una minima possibilità di sopravvivere.

Se tutto il resto fallisce, c’è sempre “Project Fear”, l’ultima iterazione di cui è apparso sul Times of London Friday in un rapporto che avvertiva i britannici di prepararsi a “cambiare dieta” per far fronte a possibili carenze di cibo a seguito di un “no deal” Brexit (mentre il governo non si aspetta scarsità di cibo all’ingrosso, alcuni prodotti deperibili come frutta e verdura potrebbero essere più difficili da trovare).

I funzionari stanno pianificando di dire ai britannici di cambiare ciò che mangiano in caso di una caotica Brexit perché la Whitehall prevede che alcune fonti di cibo fresco provenienti dai paesi dell’Unione Europea verrebbero tagliate. Il governo ha iniziato una pianificazione dettagliata delle forniture alimentari se la Gran Bretagna lasciasse un accordo e ha identificato un numero di siti per imponenti hangar per accumulare cibo, tra cui uno vicino a Carlisle e altri in Scozia e sulla costa meridionale.

Secondo i piani rivelati al Times, i funzionari non credono che ci sarà una carenza di cibo in generale. Tuttavia, vi è un problema con alcuni prodotti deperibili che provengono dall’UE. I frutti provenienti dalla Spagna o dai Paesi Bassi potrebbero essere bloccati da ritardi alla frontiera se l’UE limita gli scambi o se devono essere sottoposti a severi controlli.

Con il percorso in avanti così confuso, c’è ancora molto spazio per colpi di scena inaspettati (come May che si dimette o viene espulso, nonostante sia sopravvissuto alla sua gara di leadership Tory). Anche se una cosa sembra sempre più chiara: qualunque cosa accada, probabilmente non succederà fino all’ultimo minuto.

In effetti, l’invocazione di un ministre di una classica citazione di Winston Churchill da parte di un ministro offre una valutazione scoraggiante della strategia negoziale di maggio (che i suoi pari europei hanno recentemente criticato come “caotico” e “disorganizzato”:

“Il Partito conservatore sulla Brexit mi ricorda quello che ha detto Winston Churchill sugli americani”, ha detto il ministro. “Puoi sempre contare su di loro per fare la cosa giusta – dopo aver provato tutto il resto.”

Il progetto europeo è giunto al termine

zerohedge.com 22.12.18

Via GEFIRA,

La fine dell’UE e dei Balcani mentre il punto d’appoggio della Cina in Europa cresce …

Sebbene la fine dell’Unione europea sia inevitabile, i sostenitori di un ulteriore superstato federale o federale sono impegnati a compiere un ultimo sforzo per raggiungere il loro obiettivo.

L’opposizione al progetto sta crescendo ogni giorno. L’Europa soffre di stagnazione economica e sta affrontando una calamità demografica.

L’ultima speranza dell’establishment europeista è stata il neoeletto presidente francese Emanuel Macron, che avrebbe ravvivato l’economia e integrato l’Unione europea sotto la guida della Francia. Gefira era dell’opinione che tutte queste aspettative fossero malriposte. La grande nazione una volta è rotta oltre ogni possibilità di riparazione. I problemi della Francia sono molto peggiori di quelli dell’Italia. Sebbene l’Italia abbia un rapporto debito / PIL più elevato rispetto alla Francia, la Francia ha un deficit di bilancio più ampio, e la differenza è che mentre l’Italia ha un surplus commerciale la Francia ha un deficit commerciale, quindi il paese non può pagare le sue importazioni.

Mentre il “populista” italiano Mateo Salvini sta guadagnando il rispetto della nazione, la popolarità di Emmanuel Macron è ai minimi storici. Tutta la Francia è inghiottita da rivolte, disordini civili e saccheggi. In città dopo città, villaggio dopo villaggio, i manifestanti si scontrano con la polizia da settimane mentre il presidente Macron non ha nulla da offrire per placarli, a meno che non violi il limite del deficit di bilancio del 3%.

Come una volta era l’Unione Sovietica, la Francia è un grande esperimento socio-multiculturale e, come i negozi vuoti nei paesi comunisti, i cambiamenti demografici in Francia sono visibili in ogni parte della società, ma nessuno osa nominarli. Una volta tutto il mondo ha visto che la squadra francese che giocava alla Coppa del Mondo FIFA era composta quasi esclusivamente da africani, e persino su Twitter gli africani si sono vantati di questo. Eppure, l’establishment francese ha insistito sul fatto che quegli africani erano genuinamente francesi. I dissidenti venivano etichettati come razzisti o nazisti.

L’università e l’establishment politico e imprenditoriale negano ciò che è chiaro da vedere per tutti. La società francese ha perso la sua forza economica e il suo spirito. Il paese un tempo era noto per i suoi primi treni ad alta velocità (TGV) e Concorde, ma ora è noto per la distopia sociale e gli attacchi islamici.

Per dimostrare che hanno ragione, le élite francesi ed europee spingeranno ulteriormente la società multiculturale firmando il Global Compact per una migrazione sicura, ordinata e regolare. Anche il rapporto intitolato: “Migrazione sostitutiva: è una soluzione per una popolazione che invecchia” è il piano globale delle Nazioni Unite per sostituire la popolazione europea.

La Quinta Repubblica è giunta al termine e non ci aspettiamo che il presidente Macron finisca il suo mandato. Il collasso socio-economico della Francia trascinerà l’Unione europea nell’abisso.

Ora che il cuore dell’Europa è ingovernabile, le sue periferie non andranno meglio.

La Bosnia multiculturale e multireligiosa non è sostenibile. I confini della regione verranno nuovamente ridisegnati, con un prezzo. Una guerra tra musulmani e cristiani nei Balcani si ripercuoterà nei sobborghi di Parigi, Amsterdam e Berlino a causa delle grandi minoranze musulmane presenti. L’establishment europeo ha permesso all’Islam di crescere in Europa, e, abbastanza strano, hanno creduto che i musulmani europei si sarebbero sentiti grati per tale generosità.

Dal punto di vista delle potenze extraeuropee, i Balcani sono una testa di ponte per cui vale la pena lottare. Nel diciannovesimo secolo erano gli europei ad espandersi in Cina, ora sono i cinesi che stanno cercando di ottenere un punto d’appoggio in Europa. Gli investimenti e l’influenza cinesi stanno crescendo nei Balcani. Per secoli questa parte dell’Europa è stata il campo di battaglia tra il cristianesimo (ortodosso e cattolico) dall’altra e l’islam dall’altra. Ora un nuovo attore globale è emerso nella regione: la Cina. Per molti europei questa parte dell’Europa sembra poco importante, ma pensiamo che ignorare i Balcani sarà un errore fatale.I conflitti sono lungi dall’essere risolti e l’Occidente attraverso la sua ignoranza delle complessità della storia dei Balcani sta alimentando il fuoco con le soluzioni che implementa lì.

500 euro di biglietti trovati nei bagni: il bottino offerto ai dipendenti

lesechos.fr 21.12.18

Billets de 500 euros retrouvés dans des WC : le butin offert aux employés
Mentre aspettava di trovare i suoi proprietari, il bottino scoperto era stato tenuto dalla polizia di Ginevra 
– Fabrice COFFRINI / AFP

Nella primavera del 2017, fasci di banconote strappate da 500 euro sono state trovate nelle toilette di diversi caffè e ristoranti a Ginevra.

L’anno scorso, l’incredibile storia dei servizi UBS si è intasata con banconote da 500 euro in giro per il mondo. Dopo oltre un anno di indagini, la giustizia svizzera è appena finita, con una conclusione degna di un bel racconto di Natale. Verranno infatti offerti circa 100.000 euro ai dipendenti che hanno scoperto il denaro.

Nel maggio 2017, i dipendenti della banca UBS avevano effettivamente scoperto che i servizi igienici della loro agenzia, situata a Ginevra, erano intasati da biglietti strappati a 500 euro. Erano riusciti a recuperare per quasi 40.000 euro, ma il resto era fuggito nei tubi.

Hanno poi restituito i soldi alla polizia. Lo stesso giorno, impiegati di una sala da tè situata nello stesso edificio della banca, avevano anche scoperto delle banconote strappate nei loro bagni. In totale, hanno recuperato 8.500 euro. In un ristorante vicino, era la governante, aiutata dal cuoco, che aveva trovato 26.000 euro nel water.

Distruzione dei biglietti legali in Svizzera

Ma la storia non si è fermata qui. Un mese dopo, i servizi igienici di una pizzeria vicino alla banca erano traboccanti. I dipendenti hanno quindi rimosso i ticket massicci per un totale di 60.000 euro.

Mentre aspettava di trovare i suoi proprietari, il bottino scoperto era stato tenuto dalla polizia di Ginevra. Fino a quando uno spagnolo arriva agli investigatori per dire che il denaro apparteneva alla famiglia di sua moglie. Avendo ricevuto minacce da criminali in Spagna, ha preferito proteggere il tesoro in Svizzera.

L’uomo non ha spiegato il motivo per cui i biglietti sono stati strappati e gettati via, ma ha pagato sull’unghia i proprietari delle tre istituzioni che si erano lamentati per i danni alla loro impianto idraulico.

La Tribuna di Ginevra si chiede se la famiglia spagnola non sia stata presa dal panico dopo l’adozione in Svizzera della legge sullo scambio automatico di informazioni bancarie. Resta il fatto che il cittadino spagnolo non è stato preoccupato dalla giustizia perché la distruzione delle banconote non è illegale in Svizzera.

E dato che la famiglia spagnola non ha richiesto la restituzione del bottino, la giustizia di Ginevra ha deciso di donare ai “scopritori”, che riceveranno tutti i nuovi biglietti.

Fonte AFP

Quando il lavoro non ferma la povertà

Massimo Baldini e Giovanni Gallo la voce.info 21.12.18

Il governo sembra avere una lettura semplicistica del problema povertà. Il lavoro è senza dubbio la via d’uscita principale, ma i dati ci dicono che per un numero significativo di famiglie aumentare il numero di occupati potrebbe non essere così facile.

Reddito di cittadinanza e povertà

Secondo la lettura principale che ne dà il governo, il reddito di cittadinanza è una misura per accompagnare le persone fuori dalla povertà. Si dà loro un sussidio che perdono se rifiutano più di due offerte di lavoro. Lavoro e povertà sono visti come dimensioni alternative: se il beneficiario del trasferimento, grazie ai centri per l’impiego, troverà un lavoro, il problema della povertà sarà risolto. È una visione troppo semplicistica, perché in molte famiglie povere vi sono persone che lavorano.

La tabella 1 contiene la suddivisione delle famiglie in base al numero dei loro membri che lavorano. A sinistra, le statistiche sono relative a tutte le famiglie in povertà, mentre nella parte destra si riferiscono solo a quelle povere senza membri con almeno 60 anni. La povertà è definita come reddito inferiore al 60 o al 40 per cento del reddito mediano. La prima definizione è quella di povertà relativa Eurostat, la seconda è più severa e produce un numero di poveri simile a quello della povertà assoluta calcolata da Istat. Con qualche approssimazione, la linea al 40 per cento individua la platea interessata – in termini di numero di beneficiari attesi – dal reddito di cittadinanza. Definiamo per semplicità queste famiglie come povere assolute.

Considerando proprio la soglia più bassa, tra tutte le famiglie in povertà il 44 per cento ha membri occupati (40 per cento un occupato, 4 per cento due), mentre solo tra le famiglie senza membri anziani, cioè quelle più facilmente attivabili, la quota con almeno un lavoratore sale al 56 per cento. In circa la metà dei casi la povertà è dovuta alla mancanza di lavoro, ma nell’altra metà sembra dipendere dalla mancanza di un secondo reddito da lavoro.

Tabella 1 – Distribuzione delle famiglie povere per numero di lavoratori in famiglia

In quante famiglie può aumentare il lavoro

Una conferma di questi dati proviene dalla variabile relativa alla low work intensity: in una famiglia c’è bassa intensità di lavoro se i suoi membri con età tra 18 e 59 anni (esclusi studenti fino a 24 anni) lavorano nel complesso meno del 20 per cento del tempo di lavoro potenziale. Tra le famiglie povere assolute senza membri anziani, solo il 50 per cento è a bassa intensità di lavoro. Ciò significa che nella metà dei nuclei in povertà assoluta i membri adulti sono già occupati per almeno il 20 per cento del loro tempo potenziale.

Vediamo dunque in quante famiglie povere senza membri anziani sarebbe possibile aumentare il numero di occupati. Dividiamole in due gruppi:

  • Famiglie in cui il numero delle persone che lavorano è uguale al numero delle persone 18-59. In queste famiglie non è possibile aumentare il numero dei lavoratori.
  • Famiglie in cui il numero delle persone che lavorano è inferiore a quello delle persone 18-59 anni.

Per le famiglie del gruppo 1 “il lavoro non basta”.

Tabella 2 – Suddivisione delle famiglie povere tra famiglie in cui NON è possibile aumentare il numero dei lavoratori (gruppo 1) e famiglie in cui è possibile (gruppo 2)

La tabella 2 mostra che in un quarto delle famiglie povere non vi sono membri adulti occupabili e la percentuale è probabilmente sottostimata perché non basta avere l’età giusta per essere occupabili. Inoltre, tra le famiglie del gruppo 1 i membri adulti occupabili sono già attivi lavorativamente per il 70-80 per cento del loro tempo potenziale ed è difficile credere che tale intensità possa crescere con semplicità. Una persona con età 18-59, infatti, può non lavorare – del tutto o in parte del suo potenziale – non solo perché non riesce a (o non vuole) trovare un impiego, ma anche a causa di condizioni personali che le rendono difficile lavorare, ad esempio una cattiva condizione di salute, oppure la presenza in casa di familiari con pesanti invalidità che richiedono assistenza.

Definiamo in cattiva salute una persona che abbia risposto “molto male” alla domanda “come va la tua salute?” o che sia fortemente limitata nelle sue attività da problemi di salute. Assumiamo che una persona in cattiva salute non possa lavorare, se ora non lo fa già. Teniamo conto anche della presenza di invalidi in famiglia, assumendo che se ce n’è uno, allora vi sono bisogni di cura che impediscono di aumentare l’offerta di lavoro. Aggiungendo queste nuove condizioni, la percentuale di famiglie in cui il lavoro non può aumentare (gruppo 1) passa al 35 per cento sia per la povertà relativa che per quella assoluta (passerebbe al 30 per cento aggiungendo solo la condizione di cattiva salute individuale). Al Sud, dove la domanda di lavoro da parte delle imprese è già più bassa, la quota di famiglie con problemi ad aumentare il numero di occupati raggiungerebbe il 41 per cento (tabella 3).

Tabella 3 – Percentuale di famiglie in povertà assoluta che si trovano nel gruppo 1 (il numero di occupati non può aumentare) per area

Il lavoro è senza dubbio la via d’uscita principale dalla povertà, ma questi dati ci dicono che in molte famiglie povere il lavoro è già presente, e che per molte aumentare il numero di occupati potrebbe non essere facile come si crede. Per le famiglie con membri “occupabili”, d’altra parte, il problema numero uno è la scarsa domanda di lavoro da parte delle imprese, in particolare nel Meridione. Nelle dichiarazioni del governo i centri per l’impiego avranno un ruolo fondamentale nel favorire l’occupazione per queste famiglie, un’ipotesi discutibile perché ovunque il lavoro si trova di solito per altre vie. In ogni caso, non si vede come i centri per l’impiego possano diventare più efficaci: tutti condividono l’impressione che abbiano bisogno di essere riformati e potenziati anche con nuovo personale, però per quasi tutto il 2019 le assunzioni nella pubblica amministrazione saranno bloccate dal maxiemendamento alla legge di bilancio in approvazione. Aumentando il rischio che, anche ai poveri che potrebbero lavorare, arrivi solo denaro e non lavoro.

Ginevra, un anno fa. Così è morto il segreto bancario svizzero

angelomincuzzi.blog.ilsole24ore.com/2018/12/22

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Ginevra, 22 dicembre 2008. Dieci anni fa. Dieci anni in cui tutto è cambiato. In una città che si preparava al Natale, quella mattina gli agenti della polizia svizzera si presentarono nella sede della Hsbc Private Bank, in quell’epoca la più grande banca del mondo, per arrestare un giovane ingegnere informatico accusato di aver violato il segreto bancario. Hervé Falciani, nato a Montecarlo ma con passaporto francese e italiano fu portato in commissariato e momentaneamente rilasciato dopo un lungo interrogatorio. Nella notte tra il 22 e il 23 dicembre fuggirà in Francia.
A Ginevra era in corso da tempo un’operazione segreta, alla quale Falciani partecipava, per prelevare l’intero archivio della banca e svelare gli enormi capitali frutto di evasione fiscale depositati nella Hsbc. Un’operazione che segnò la fine del segreto bancario svizzero.
Nei mesi scorsi una mole imponente di informazioni bancarie è arrivata in Italia grazie alle nuove norme internazionali sullo scambio automatico di informazioni. Se questo è accaduto lo si deve, anche, grazie a Hervé Falciani.
Quello che segue è un articolo che ho scritto sul Sole 24 Ore a gennaio di quest’anno e che ripercorre i retroscena di quella operazione.

Ginevra, il quadrilatero delle spie. Così è stato sconfitto il segreto bancario svizzero

di Angelo Mincuzzi

Rue des Noirettes, quartiere Carouge, Ginevra. Palazzi moderni, aiuole curate, uomini in cravatta e abito blu. Una strada tranquilla di periferia. Nel grande edificio di marmo e acciaio al numero 35 non ci sono più tracce di ciò che è accaduto dieci anni fa. Ma se c’è un luogo che identifica la fine del segreto bancario svizzero è questo palazzo. Nel 2008 qui c’era la sede della più grande banca del mondo, la Hong Kong & Shanghai Banking Corporation, meglio conosciuta come Hsbc. All’epoca il maggior conglomerato del credito sulla faccia della terra. E qui, dieci anni fa, una decina di persone cominciarono a risucchiare dai suoi archivi ciò che c’è di più prezioso per una banca dopo i soldi. Risucchiarono informazioni, dati, stringhe alfanumeriche, codici cifrati. La vita e il cuore della Hsbc, aspirati e sepolti nel buio del deep web, lì dove i motori di ricerca non arrivano. Fu la più grande rapina in banca della storia. E da lì nacque la “lista Falciani”.

Hervè Falciani, 46 anni, ingegnere informatico nato a Montecarlo ma con passaporto francese e italiano fu il volto di quell’operazione, i cui contorni saranno forse svelati tra molti anni, quando gli archivi delle agenzie di intelligence americane ed europee cancelleranno la scritta “top secret” dai loro documenti. Dietro quello che è conosciuto come l’affaire SwissLeaks” c’erano infatti equilibri geopolitici che si modificavano e che come tali erano destinati a lasciare sullo scenario del conflitto vincitori e sconfitti: Stati Uniti da una parte, Svizzera dall’altra.

Intrigo internazionale 

Fu un intrigo internazionale quello che si svolse tra il 2004 e il 2008 nella città di Calvino. Una partita sotterranea giocata prevalentemente all’interno di un quadrilatero di un chilometro quadrato i cui punti estremi erano il 35 di Rue des Noirettes, quartier generale della Hsbc, il numero 9 di Rues des Mouettes, abitazione privata di Falciani, il Parc des Bastiones e la Piscine des Vernets. Quattro punti distanti tra loro fra 700 metri e un chilometro e mezzo. Basta un’ora di cammino, oggi, per percorrere il quadrilatero e rivivere il film che portò alla fine del segreto bancario svizzero.

L’altro fronte: Birkenfeld e l’Ubs

Le immagini di Ginevra si intrecciano in quegli anni con un’altra battaglia combattuta sul territorio americano. Un’operazione che ha come vittima la più importante banca svizzera, l’Ubs. Alla fine del 2007 Bradley Birkenfeld, un americano di Boston, fino al 2006 brillante gestore di Ubs, viene convocato a Washington davanti alla Sottocommissione permanente d’inchiesta del Senato Usa presieduta dal senatore Carl Levin e rivela i sistemi utilizzati dal colosso bancario elvetico per consentire a migliaia di contribuenti americani di evadere il fisco.

Come altre 7mila istituzioni straniere, anche Ubs aveva firmato nel 2001 con le autorità fiscali statunitensi l’accordo sullo statuto di Qualified Intermediary (Qi), che obbligava i firmatari (banche e altri intermediari) a comunicare agli Stati Uniti la presenza di conti offshore intestati a contribuenti Usa. Ma nonostante questo impegno, Ubs aveva continuato a proteggere gli evasori fiscali americani.

In quei mesi del 2007 agli Stati Uniti proprio non va di essere presi in giro. E dichiarano guerra (in senso figurato) alla Svizzera.
Il 7 maggio 2008 Birkenfeld viene arrestato e decide di collaborare con la giustizia Usa. È un arresto che infliggerà, come vedremo, un colpo decisivo al segreto bancario svizzero. L’ex gestore di Ubs si farà due anni e mezzo di carcere e verrà ricompensato, dopo aver ricevuto dalla Sec lo status di whistleblower, con 104 milioni di dollari, il 30% di quanto avrà fatto incassare agli 007 dell’Internal revenue service americano, il Fisco Usa.

Con la confessione di Birkenfeld, gli Stati Uniti partono all’attacco di Ubs, che il 18 febbraio 2009 accetta di pagare un’ammenda di 780 milioni di dollari e di trasmettere i primi 225 nomi di clienti americani alle autorità degli Stati Uniti. Poche settimane dopo, il 13 marzo 2009, la Svizzera comunica che aderirà agli standard dell’Ocse sullo scambio di informazioni fiscali a richiesta.

La banca violata

Il 2008 è dunque un anno di svolta. È l’anno in cui le autorità svizzere scoprono che una banca presente sul loro territorio è stata infiltrata e i suoi segreti violati. Per la Confederazione è un affronto senza precedenti. Mai si era arrivati a tanto.
Cosa è davvero successo quell’anno lo chiariranno solo in parte le indagini svolte successivamente dal magistrato di Nizza, Eric de Montgolfier, e poi dal giudice del pool finanziario di Parigi, Renaud Van Ruymbeke.

Dopo che i dati sono stati prelevati dalla banca nel corso del 2007 e dei primi due mesi del 2008, Falciani compie un misterioso viaggio in Libano, sotto il falso nome di Ruben Al-Chidiak, con l’obiettivo di far scattare l’allarme delle autorità svizzere su una possibile violazione del segreto bancario.

Il piano elaborato dalla “rete” di agenti che da anni lavora all’operazione è quello di far fuggire Falciani in Francia con i dati e aspettare che la magistratura elvetica chieda alle autorità francesi di sequestrarli. A questo punto i file saranno in possesso ufficialmente anche della procura di Nizza, che avvierà un’inchiesta in Francia. E i dati della Hsbc potranno diventare pubblici.

I magistrati svizzeri arrivano quasi subito sulle tracce di Falciani e la mattina del 22 dicembre 2008 fanno irruzione nella sede della Hsbc, lo fermano e lo interrogano. Lo rilasciano la sera con la promessa di riprendere l’interrogatorio il giorno seguente. Ma le cose non andranno così.

La fuga da Ginevra

«Appena rientrato cercai il telefono, un apparecchio speciale che mi era stato consegnato dagli uomini dei servizi segreti – scrive Falciani nel suo libro-confessione “La cassaforte degli evasori” (Chiarelettere), tradotto recentemente anche a Pechino dalla China Renmin University Press -. Era un dispositivo di emergenza bianco, dalle dimensioni di una carta di credito, tanto sottile da poter essere nascosto in un libro e privo di tastiera. Mi avevano spiegato che era un cellulare “pulito”: non lasciava tracce e sfuggiva alle intercettazioni (…). Alle quattro del mattino, quando arrivò la chiamata, la voce dall’altra parte dell’apparecchio confermò che era tutto sotto controllo e che c’erano due macchine pronte in un parcheggio poco lontano da casa (…). Stavo lasciando Ginevra per sfidare una delle banche più grandi e più potenti del mondo».

La casa al numero 9 di Rue de Mouettes è un edificio di cinque piani di intonaco grigio in gran parte annerito dal tempo, all’angolo con Rue Caroline. Un ferramenta-calzolaio al piano terra, un ingresso anonimo, il parcheggio della fuga quasi di fronte. Quartiere tranquillo e ordinato con alcuni ristoranti italiani. Poco traffico. Un buon posto per viverci.

In questo edificio ogni sera, quando tornato dal lavoro Falciani collegava il suo computer alla rete, accadeva qualcosa di stupefacente. Migliaia di piccoli frammenti di file nascosti in altrettanti computer sparsi in tutto il mondo, si ricomponevano e apparivano sullo schermo. Erano i dati prelevati dalla Hsbc, sminuzzati da un software sofisticato e immagazzinati nei pc di ignari internauti, in base alle regole del peer-to-peer. Anche noi potremmo avere, ancora oggi e senza saperlo, nei nostri computer alcuni pezzi degli archivi segreti della Hsbc. Falciani li analizzava e doveva verificarne la veridicità. Un lavoro portato avanti per tutto il 2007 e per i primi mesi del 2008, prima del viaggio in Libano.

Snowden, la piscina e l’intelligence

Da Rue des Mouettes si supera il Parc des Acacias, si oltrepassano le caserme des Vernets e in dieci minuti di cammino si arriva al complesso sportivo dove sorgono le piscine, la pista di pattinaggio e lo stadio di hockey. Dall’altra parte del piazzale ci sono gli edifici in vetro verde del quartier generale della Rolex sormontati dalla corona gialla, simbolo del più rinomato brand di orologi del mondo.

In questa piazza Falciani ha incontrato per la prima volta gli uomini dei servizi di intelligence (presumibilmente) francesi e poi quelli (presumibilmente) americani che preparavano l’operazione destinata a scardinare il segreto bancario e a mettere la Svizzera sotto pressione. In quegli anni a Ginevra c’era anche Edward Snowden, l’informatico che nel giugno 2013 ha rivelato le informazioni su programmi dell’intelligence americana segretati, tra cui il programma di intercettazione telefonica tra Stati Uniti e Unione europea. Riparato in Russia, Snowden ha raccontato che in quegli anni lavorava per la Cia nella città svizzera e sapeva che gli agenti dell’intelligence lavoravano per infiltrare alcune banche e per convincere alcuni dipendenti ad aiutarli. Il sistema di software utilizzato per prelevare e conservare i file della Hsbc, attraverso un cloud e servendosi del deep web, era un sistema sofisticato che richiese anni per essere realizzato e fu terminato nel 2007. Pronto per essere utilizzato all’interno della Hsbc.
Calvino e il Parc des Bastions

Poco più di un chilometro separa le piscine des Vernets dal Parc des Bastions, proprio sotto la città vecchia. Alberi secolari, un edificio dove sorge la facoltà di lettere dell’università di Ginevra e l’imponente monumento di marmo ocra dedicato ai padri della Riforma protestante. Al centro, le statue alte cinque metri di Guglielmo Farel, Giovanni Calvino, Teodoro di Beza e John Knox incutono un certo timore. Poco lontano, all’ingresso del parco ecco le grandi scacchiere dipinte di bianco e nero sull’asfalto dove si gioca a dama e a scacchi con le pedine giganti. Era uno dei luoghi di incontro dove gli uomini della “rete” si incontravano senza dare nell’occhio per scambiarsi informazioni e preparare l’operazione. In piedi, davanti a quelle scacchiere, un altro pezzo del segreto veniva sbriciolato.

Nascita e morte del segreto bancario

Si torna indietro superando il ponte sul fiume Arve, di nuovo a Carouge, di nuovo davanti all’edificio dove sorgeva la Hsbc Private Bank. Oggi qui ci sono le insegne dell’Ubs. Di fronte c’è ancora la sede della Banque Pictet, storica e blasonata banca privata ginevrina. Una banca con una storia e con clienti importanti.

Nel 1713 il Gran consiglio di Ginevra approvò un regolamento in cui si stabiliva che i banchieri dovevano conservare un registro della loro clientela e delle operazioni effettuate ma gli era fatto assoluto divieto di diffondere queste informazioni. È uno dei primi documenti che attesta la nascita del segreto bancario già prima della nascita della Confederazione. Ma gli scherzi della storia hanno voluto che proprio a Ginevra una banca fosse pesantemente violata. Qui è nato e qui è morto il segreto bancario.

Uomini in abito scuro camminano veloci nel grande atrio dominato da una gigantesca scala a chiocciola. L’attività ferve come sempre a Ginevra, incurante degli avvenimenti di dieci anni fa.

Il mistero dei dati mai emersi

Falciani è stato accusato dalla magistratura svizzera di aver sottratto dalla memoria della banca – così recita l’atto di accusa – «almeno 13.619 file per un totale di 67 gigabyte, pari al 75% dei conti aperti presso la Hsbc Private Bank (Suisse) alla fine del 2006». Nel novembre 2015 è stato condannato a cinque anni di reclusione per spionaggio economico ma è stato assolto dall’accusa di aver sottratto i dati. Ancora oggi i magistrati svizzeri ammettono di non aver capito chi prelevò materialmente i file e soprattutto in che modo i conti cifrati e le altre informazioni sono state portate fuori dalla Hsbc. Un mistero destinato a rimanere tale.

Nel 2015 il Consorzio internazionale giornalisti investigativi ha ottenuto e ha diffuso sui giornali di tutto il mondo 3,3 gigabyte di dati provenienti dalla Hsbc, con i nomi di politici e uomini d’affari che hanno evaso le tasse. Falciani ha però affermato che dalla banca sono stati sottratti ben 800 gigabyte di file. Dove sono finiti gli altri 796,7 gigabyte? È un altro grande mistero.

Cosa resta del segreto bancario

Secondo i dati del Dipartimento federale delle Finanze svizzero, nel 2006 nella Confederazione erano presenti 331 banche. Alla fine del 2016 il loro numero era sceso a 261, con un calo del 21%. I dipendenti del settore finanziario erano 195.600 dieci anni fa. Nel 2016 erano scesi a 144mila, il 26% in meno. Secondo una stima della società di consulenza PwC, dal 2008 al 2014 sono defluiti dalla Svizzera 350 miliardi di franchi gestiti dagli istituti bancari elvetici.

Ginevra, Zurigo, Lugano e le altre piazze finanziarie della Svizzera hanno accusato il colpo. L’adesione della confederazione agli standard Ocse sullo scambio automatico di informazioni fiscali, ha certamente allontanato dal paese una parte dei capitali che vi erano affluiti ma non ha intaccato il primato della Svizzera.

Gli Stati Uniti hanno vinto la loro battaglia. Dopo la maximulta pagata da Ubs nel 2009, un’altra dozzina di istituti bancari svizzeri sono stati messi sotto accusa e hanno pagato sanzioni milionarie. La Banca Wegelin, l’istituto più antico della Svizzera, ha dichiarato fallimento e il suo nome è stato cancellato. Decine di migliaia di contribuenti americani hanno aderito al programma di voluntary disclosure portando oltre 4,4 miliardi di dollari nelle casse del Fisco americano.

Ma il traffico della sera e i negozi di lusso di Rue du Rhone sembrano non conservare nessuna memoria degli echi di questa guerra. Jimmy Choo, Prada, Zegna, gioiellerie, orologi di lusso, banche, società finanziarie, studi di avvocati e di fiduciari. A Ginevra i soldi scorrono come fiumi. Il segreto bancario è morto. Viva il segreto bancario.

Questo il link all’articolo “Ginevra, il quadrilatero delle spie. Così è stato sconfitto il segreto bancario svizzero”

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Twitter: @Angelo_Mincuzzi

Vi racconto scopi, bizzarrie e magagne della Vigilanza Bce

startmag.it 22.12.18

Fatti, commenti e analisi su pensieri e azioni della Vigilanza della Banca centrale europea nell’approfondimento di Giuseppe Liturri

Tempi duri per la Vigilanza della Banca Centrale Europea.

Il Sole 24 Ore ha pubblicato il 19 e 20 dicembre due clamorosi articoli di Alessandro Plateroti che hanno svelato un interessante carteggio tra Danièle Nouy, capo della Vigilanza della Bce, e Wolfgang Schauble, che non ha bisogno di presentazioni.

Il quadro che emerge è sconfortante ed abbastanza noto: quando, tra Francoforte, Berlino e Bruxelles, si sono resi conto che un’unione monetaria senza unione bancaria non poteva stare in piedi, hanno dovuto correre frettolosamente ai ripari. Dei tre pilastri che costituiscono l’Unione Bancaria (supervisione bancaria, risoluzione delle crisi e garanzia dei depositi), la supervisione unica è l’unico che può dirsi completato.

L’organismo unico per la risoluzione delle crisi bancaria (Single Resolution Board) è costituito e funzionante ma dispone di risorse limitate; il terzo pilastro, la condivisione dei rischi, è tuttora in alto mare, perso nelle nebbie della diffidenza tedesca che vede come il fumo negli occhi la condivisione dei rischi delle banche italiane con quelle tedesche. C’è il fondato dubbio che, con i guai che affliggono Deutsche Bank, tra poco saranno gli italiani ad avere timore di condividere i rischi…

Quando si è trattato di costituire l’organismo di supervisione unica (operativo nel corso del 2014) bisognava fare in fretta, partendo purtroppo da zero. E di chi poteva avvalersi la Signora Nouy? Chi conosceva i bilanci delle banche e poteva fare i cosiddetti stress test (simulazioni sui bilanci bancari in presenza di particolari condizioni avverse, come rialzo dei tassi, caduta del Pil) in tempi rapidi? La risposta, ça va sans dire, era già nella domanda. Bastava rivolgersi a coloro che, per mestiere, studiano i conti delle banche per un unico motivo: ne comprano e vendono le azioni. Sinergia perfetta. Se non fosse per il clamoroso conflitto di interessi, per nulla attenuato dalla formale presenza di “chinese wall” adottati da chi fa consulenza/ricerca e chi fa trading di titoli. La credibilità ed affidabilità di tali strumenti di separazione è stata infatti fortemente messa in dubbio dagli scandali che hanno coinvolto numerose istituzioni finanziarie negli ultimi anni.

Nello stesso giornale Marco Onado ha correttamente sottolineato: ‘Va riconosciuto che alla Banca Centrale Europea è stato assegnato, nei giorni frenetici in cui ci si è accorti che un’unione monetaria senza unione bancaria non poteva funzionare, il compito tremendo di vigilare direttamente su oltre cento banche di rilievo sistemico e indirettamente su tutti i sistemi bancari dell’eurozona. Il tutto con tempi ristretti di rodaggio, a differenza di quanto era avvenuto per l’attività di politica monetaria e nel pieno della crisi finanziaria, globale ed europea’.  Insomma, ancora una volta, bisognava ‘fare presto’ a scapito dell’efficacia dei risultati e della trasparenza delle attività.

Fin qui, nulla di nuovo rispetto a quanto pubblicato dal Sole e ripreso da molti organi di stampa.

Ma il 16 dicembre scorso il Financial Times aveva pubblicato un’interessante intervista alla stessa Nouy in cui ella candidamente confermava le condizioni in cui il suo organismo era partito e, soprattutto, le condizioni in cui era stato costretto ad operare. Giova commentarne di seguito alcuni dei passaggi più interessanti:

‘At that time, Mrs. Nouy had just four people in her team. By the end of that year she would need a further 1,000 to join her in a monumental challenge: to make the eurozone’s banks safe again’.

Fu costretta a partire con 4 persone, dicasi quattro. Per giungere in pochi mesi ad uno staff di oltre 1.000 addetti.

‘but first she had to find the right people to join her. “When I think back to that first day, it was like being part of a tiny start-up operating within this powerful incubator of the ECB. Everything was ready for us to begin recruiting” ’

Trovare rapidamente le persone che potessero costituire la squadra, fu il primo compito. Fu come avviare una piccola start-up. Da restare basiti. La vigilanza sulle 118 banche più grandi dell’eurozona costruita in pochi mesi, come se si trattasse di avviare una start-up.

“The early relationship between the SSM and national supervisors was far from smooth…Insiders and antipathy towards the SSM was particularly severe from middle and senior managers, often earning much less than Frankfurt-based counterparts”

I rapporti con la vigilanza nazionale non furono agevoli, anche perché spesso erano meno pagati dei loro colleghi di Francoforte. La Nouy racconta la sua versione, qui invece la versione dei regolatori italiani. Non si trattava di invidia per essere meno pagati, quanto di opporsi alla sistematica svalutazione delle sofferenze, che la Vigilanza BCE voleva eseguire secondo criteri non condivisi dai regolatori italiani, ben consapevoli dell’eccezionalità della situazione e della inopportunità di adottare criteri standard.

“If you want people to give you their best contribution, they need to see your face. I have to explain that there is no national bias and why we need to be European”

Nell’affermare l’assenza di pregiudizio basato sulla nazionalità, la Nouy afferma proprio il vizio strutturale del suo operato: affrontare, secondo regole uniformi, situazioni nazionali che presentano enormi difformità. Come puoi valutare allo stesso modo degli NPL di un Paese come l’Italia, scosso da una doppia recessione che li ha portati al 18% dei crediti, e della Germania o della Francia? La cosa drammatica è che la Vigilanza pretende di farlo. Allo stesso tempo, quando si trattava di essere ugualmente scrupolosi con La banca tedesca, nemmeno Padoan era così sicuro che ciò avvenisse.

Arriva quindi l’ammissione più interessante, che conferma, con incredibile candore, quanto rilevato da Plateroti.

“during an extensive health check of the region’s most important banks in 2014… the SSM turned outside for help. At first we tried to get the national authorities on board, but when that was not possible we used consultants. It would have been totally impossible to do the Comprehensive Assessment without them”

Furono costretti a rivolgersi all’esterno perché non ce la facevano, nemmeno facendosi affiancare dalla Vigilanza nazionale. Altrimenti non sarebbe stato possibile completare gli stress test.

Sono due le cose che lasciano senza parole:

Il fatto che sia avvenuto. Come è stato possibile far eseguire tali attività a chi, come BlackRock, era in palese conflitto di interessi? Per non voler parlare del potenziale problema dell’utilizzo di informazioni riservate.

La giustificazione della fretta. Da sempre cattiva consigliera. Ed i risultati sulle banche italiane, costrette a svendere decine di miliardi di sofferenze ad un oligopolio di pochi operatori internazionali, mentre il recupero diretto forniva percentuali ben superiori, sono proprio là a dimostrarlo.

PALLADIO, RIASSETTO COMPLETATO.

andreagiacobino.com 21.12.18

Si completa il riassetto del salotto buono veneto che ruota attorno a Palladio Holding (Ph). Qualche giorno fa, infatti, si è chiuso l’aumento di capitale della cassaforte Sparta Holding che controlla il 65% di Pfh1 a sua volta detentore del 50,4% di Ph, da nominali 14,2 milioni di euro a 18,8 milioni che era stato varato a giugno scorso col voto favorevole di tutti gli azionisti eccetto Veneto Banca, finita nel frattempo in liquidazione coatta amministrativa, che aveva circa il 10% di Sparta Holding e una quota analoga in Ph. Giorgio Drago e Roberto Meneguzzo, fondatori di Ph, hanno messo sul piatto 85,5 milioni per far uscire l’istituto di Montebelluna sia dalla cassaforte sia da Ph, oltre a rilevarne gli strumenti finanziari partecipativi nel fondo Venice European Investment Capital (di cui Assicurazioni Generali è il secondo azionista), in Vgh (veicolo d’investimento in infrastrutture) e nella stessa Sparta Holding. Il libro soci di Sparta Holding, così, è cambiato con l’uscita di Veneto Banca. Primo azionista è diventata la Kite, di cui Jacopo Meneguzzo (figlio di Roberto) salita dal 18% al 28,7%, Meneguzzo junior come persona fisica si è diluito dal 33,3% al 25%, la Viris di Antonio Trigiani ha arrotondato la quota dal 18% al 20% mentre Meneguzzo senior e Drago sono scesi, rispettivamente, dal 9% al 6,85% e dal 4,3% al 3,3%.

Esistono affinità elettiva tra i gilet GIALLI e la componente grillina del governo GIALLO-verde? Francesi più credibili (e la Lega sta dissipando un patrimonio di voti)

mittdolcino.com 22.12.18

Mi sono chiesto più volte quale sia stata la vera genesi dei gilet gialli, movimento di protesta francese che sembra nato dal nulla; e che poi ha catalizzato grandi rivolte di piazza in terra francese. Come abbiamo visto in passato, esistono seri dubbi sul fatto che i Gilet gialli siano un fenomeno propriamente spontaneo; certamente possiamo dire che – comunque –  è stato ben “incanalato”, o così sembra (sotto all’Arco di Trionfo durante le proteste in barba a qualsiasi controllo delle forze dell’ordine non ci si arriva per caso, ma solo perchè è stato “permesso” da qualcuno). Non posso fare a meno di ricordare una massima di un mio grande maestro del passato: le rivolte violente di piazza avvengono solo se ci sono finanziatori occulti. Ecco, forse – senza andare oltre  – abbiamo dato un significato più concreto al fenomeno gilet, rispetto a quanto probabilmente sta dietro la cortina (…).

Pensandoci bene, lo stesso dubbio sulla genesi  me lo sono posto anche per il Movimento 5 Stelle di grilliana memoria. A ben guardare, mi sovvengono alcuni articoli facilmente reperibili in rete che riportano come, durante un’intervista di Mentana del 1992, giornalista che fu vicinissimo all’ambasciatore USA Reginald Batholomew (plenipotenziario USA durante Tangentopoli), Beppe Grillo venne scorto scendere dal famoso Britannia, nel 1992, vedasi un LINKfra tanti. A tale evento si dice abbia partecipato il fior fiore dell’intellighenzia italica, “…Mario Draghi, Mario Monti, Emma Bonino, Giuliano Amato, vari esponenti della famiglia Agnelli, il presidente della Banca Warburg, Herman van der Wyck, il presidente dell’ Ina, Lorenzo Pallesi, Jeremy Seddon, direttore esecutivo della Barclays de Zoete Wedd, il direttore generale della Confindustria, Innocenzo Cipolletta e decine di altri manager ed economisti internazionali, invitati dalla Regina Elisabetta in persona…”

Capito chi c’era sul Britannia, anche le fulgide carriere che sono seguite forse si spiegano meglio  (…).

Ma non sviamo dall’argomento. Abbiamo intravisto alcune interessanti correlazioni (…). Che poi Beppe Grillo sia stato (spesso) vicino all’ambasciata britannica in Italia lo conferma il comico stesso, ad esempio in una intervista al Corriere della Sera del 21.03.2014. Non fraintendete, nulla di grave ad avere legami di così alto bordo; quello che voglio evidenziare è che, sì, effettivamente il movimento dei grillini ha visto il suo fondatore molto vicino a certi ambienti inglesi in Italia (per uno che conosceva la famiglia di Edgardo Sogno – come chi scrive -, questo significa qualcosa).

La parte più interessante sta però nella definizione: chi ha battezzato il governo attuale GIALLO-verde? Come i Gilet GIALLI, battezzati invece all’estero?Certamente non chi scrive, che aveva invece preferito un più materiale “Governo di Steve Bannon”.

Possibile cotanta casualità? Giallo su Giallo? Estero su Italia?

Molto strano, in effetti andrebbe verificato chi per primo affibbiò la definizione GIALLO-verde al nuovo governo italiano, giusto per fare qualche considerazione più conclusiva.

Ma, analizziamo la genesi ed il fine dei vari movimenti GIALLI, colore che accomuna – per ora – la protesta violenta della Francia alla protesta politica ovvero pacifica dell’Italia (possiamo scommettere che il GIALLO si espanderà presto ad altri Paesi, certamente al Belgio, forse anche oltre): diciamo che altri movimenti di protesta organizzata nasceranno, ne sono certo. Restando all’Italia, dobbiamo chiederci chi ha finanziato il movimento grillino… O meglio, chi ha “organizzato” il M5S? E da chi costui traeva il denaro necessario, parlo della Casaleggio ed Associati naturalmente?

Vi prego di fare attenzione, sto solo facendo delle domande anche a me stesso, sebbene con metodo (quello di Giovanni Falcone, per intenderci).

Sul movimento francese non possiamo ancora sapere nulla di preciso ma possiamo fin d’ora azzardare che ambienti militari francesi abbiano strizzato l’occhio ai gilet gialli durante la protesta, come candidamente ammesso da un paio di generali francesi in pensione, se non sbaglio. Addirittura è stata ventilata la possibilità lato gilet di sostituire il capo del Governo con il generale De Villiers, precedentemente defenestrato da Macron.

La domanda se le proteste francesi siano state organizzate ad arte come vedete non l’abbiamo nemmeno posta in quanto al momento è impossibile dare/avere una risposta. Certamente invece, per il M5S, la nascita del movimento GIALLO italico ha avuto fin dall’inizio l’obiettivo di incanalare la protesta italica proprio per evitare che si facesse quanto fatto dai colleghi francesi, andare a strillare in piazza armati di bastone, fionde ed anche di peggio.

Notasi che le proteste extra EU si chiamavano primavere arancioni, colore tutto sommato simile ma riservato ai paesi non EU, sembrerebbe.

Mi fermo, forse potendo azzardare che la matrice da cui sono nati i due movimenti GIALLI in Francia e Italia possa essere molto prossima se non addirittura la stessa; ma con la scelta di due approcci diversi, i più adatti ai rispettivi paesi oggetto di trattamento.

Aggiungo solo due note di cronaca: in questi giorni di voto della legge di bilancio al Parlamento italiano, abbiamo visto un’inaspettata debacle del governo GIALLO-verde vis a vis con l’EU, governo che inopinatamente ha mollato praticamente su tutto. Una vergogna, proprio mentre invece i gilet GIALLI – anche con la violenza di piazza– hanno ottenuto molto da Macron. Ossia, abbiamo la conferma che il M5S ha la sua ragion d’essere proprio nell’aver evitato gli scontri fisici aperti, come in Francia (restando però con un pugno di mosche).

In secondo luogo sembra che stiamo assistendo al suicidio organizzato della Lega, che per bocca del suo Capitano Matteo Salvini – vicinissimo alla francese “nera” Marine Le Pen – si è tragicamente rimangiato tutto quanto promesso solo poche settimane prima, perdendo molta credibilità. Temo sarà una lunga guerra di posizione, ben sapendo che il tempo gioca a sfavore del legista ossia dell’Italia.

Sembra davvero una trama già scritta, che dite?

Mitt Dolcino

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