Carige, il cda si spacca. Palla alla Vigilanza

Luca Gualtieri milanofinanza.it 23.12.18

Sono ore concitate al vertice di Carige . Dopo il flop dell’assemblea in cui la famiglia Malacalza ha fatto saltare l’aumento di capitale, domenica 23 il consiglio di amministrazione della banca si è riunito per decidere le prossime mosse. La discussione, descritta dai presenti come «molto accesa», non ha però definito una strategia alternativa, limitandosi a prendere atto della clamorosa decisione del primo azionista e delle dimissioni della vice presidente Lucrezia Reichlin e del consigliere Raffaele Mincione. In una nota Reichlin ha dichiarato di non poter più svolgere il ruolo «accettato per dare un contributo al risanamento della Banca, con l’impegno e la convinzione che lo stesso richiede».

Nel board si sarebbero riaperte le contrapposizioni tra sostenitori e detrattori dei Malacalza, mentre il presidente Pietro Modiano e l’amministratore delegato Fabio Innocenzi avrebbero ribadito la propria indipendenza. Quel che è certo è che adesso la palla passerà alla Vigilanza Bce con esiti ancora tutti da definire. La soluzione più semplice sarebbe rimandare la ricapitalizzazione in attesa di trovare un’intesa con l’azionista Malacalza. Ma si tratta anche della strada meno plausibile visto che, ancora venerdì, Francoforte insisteva sulla tempistica serrata del salvataggio. La banca centrale potrebbe insomma chiedere una nuova convocazione dell’assemblea, mettendo questa volta Malacalza nella condizione di non opporsi alla ricapitalizzazione. La quota del socio di maggioranza, a cui qualcuno in cda contesta una funzione di direzione e coordinamento, potrebbe ad esempio essere sterilizzata. 

Un’altra soluzione è che Bce chieda la conversione forzosa del bond subordinato da 400 milioni emesso alla fine di novembre e già sottoscritto per 320 milioni dallo Schema Volontario del Fitd. In questo modo la banca potrebbe ricostituire immediatamente la dotazione di capitale richiesta dalla Vigilanza e dunque uscire dall’impasse che si è creato.

Ma, vista la gravità del quadro, non si può escludere un intervento più drastico che porti al commissariamento dell’istituto. Nel ruolo di commissario straordinario potrebbe essere confermato lo stesso Modiano il cui operato in questi mesi è stato molto apprezzato da Bce per l’equidistanza dai soci e il rigore della condotta. In questo caso il peso degli azionisti verrebbe annullato eCarige  potrebbe essere rapidamente traghettata verso l’aumento di capitale e un’eventuale fusione. 

Nelle ultime ore sono tornati a circolare rumors su una possibile opa dei Malacalza o su trattative in corso con un fondo internazionale ma, al momento, la consistenza di tali ipotesi appare molto dubbia.

Al momento insomma sono molte le ipotesi sul tavolo. Quel che è certo è che nell’arco del fine settimana le previsioni peggiori si sono realizzate. In assemblea la famiglia Malacalza si è astenuta dal voto, esprimendo forti perplessità sull’operazione. Una mossa che ha fatto mancare i numeri necessari per approvare la ricapitalizzazione.

«Quanto all’urgenza dell’intervento richiesto sul capitale della banca, rileviamo che, a quanto abbiamo potuto comprendere dalle informazioni disponibili, la banca sarebbe stata per il momento posta in sicurezza grazie al prestito obbligazionario sottoscritto dal Fondo Interbancario, consentendo dunque di rinviare l’assunzione della decisione su una possibile nuova operazione sul capitale a una prossima assemblea, che potra’ essere convocata, anche nei tempi più brevi, una volta che saranno stati forniti agli azionisti i necessari elementi di valutazione, oltre a tutti i termini e alle condizioni dell’eventuale operazione di emissione, che ci attendiamo di veder discussi e deliberati in assemblea», ha spiegato Paolo Ghiglione, legale della Malacalza Investimenti parlando agli azionisti riuniti al Tower Hotel di Genova.

Inoltre, secondo quanto evidenziato dalla Malacalza Investimenti, «non sono ancora noti i risultati di bilancio 2018 e si è ancora in attesa degli obiettivi patrimoniali che saranno dati a Carige  nel 2019; infine, mentre il consiglio di amministrazione ha deliberato di perseguire anche una possibile operazione di aggregazione, su raccomandazione della Bce, la proposta di aumento di capitale è presentata in modo del tutto indipendente rispetto a tale eventualità, e gli azionisti non sono oggi posti in grado di valutare la sorte dell’ulteriore investimento che verrebbe loro richiesto (pena, in mancanza di tale investimento, la loro diluizione) nell’eventualità che segua un’operazione di aggregazione, di cui oggi non si conoscono termini e condizioni».

A questo punto si fa molto probabile un intervento d’urgenza della Vigilanza che potrebbe contestare alla Malacalza Investimenti una funzione di direzione e coordinamento sull’assemblea, come era emerso nei giorni scorsi. Ma non si può escludere che la gravità della situazione possa vanificare lo sforzo del salvataggio e riportare d’attualità lo spettro di una risoluzione.

Carige. Malumore diffuso contro Malacalza. E a Francoforte… (di C. Meier)

farodiroma.it 23.12.18

Ai piani alti di Banca Carige si registra un diffuso malumore a seguito del mancato quorum in assemblea che ad oggi ha bocciato l’aumento di capitale di 320 milioni. 

Malacalza Investimenti ha reso noto tramite l’avvocato del gruppo Paolo Ghiglione: “Ci asteniamo, dobbiamo fare luce su alcune vicende del management passato”. La strategia di astensione di Malacalza, funzionale a rimandare al prossimo febbraio la propria decisione, anche a seguito della presentazione di un nuovo piano di risanamento, rischia però di mettere a repentaglio lo stato in sicurezza dell’Istituto genovese. Difatti ha dichiarato il presidente di Carige Pietro Modiano: “Non abbiamo tempo fino a marzo, ci boccerebbero il piano, ci ammazzano tutti”.

Intanto parrebbe anche che la Bce si stia attivando per procacciare degli investitori o una banca in grado di assorbire Carige. Il problema che va risolto riguarda il generale rafforzamento dello stato patrimoniale, sul quale pesano ancora le immobilizzazioni incagliate e i crediti deteriorati per circa 2 miliardi. Intanto si aspettano nuovi segnali da Malacalza, il quale sempre per voce dell’avvocato Ghiglione ha sottolineato: “Non si tratta di una bocciatura per il CdA”. Ora il timore è la corsa agli sportelli. Francoforte è avvisata.

Christian Meier

Vaccini e la valanga inarrestabile….

Marcello Pamio disinformazione.it 23.12.18


Marcello Pamio

Lo sapevo con assoluta precisione matematica che le analisi chimiche e biologiche effettuate dall’associazione Corvelva, avrebbero scoperchiato il Vaso di Pandora e dato la spintina iniziale alla pallina di neve che si trovava in cima alla montagna innevata…
Una piccola pallina che sta diventando una valanga inarrestabile, e quando arriverà a valle si trascinerà dietro molte cose e molte persone.
Il vecchio farà posto al nuovo paradigma…

Un enorme plauso va al Presidente dell’ordine dei biologi, Vincenzo D’Anna, perché la sua presa di posizione ufficiale è a dir poco epocale e va contro ogni previsione.
L’establishment è stato spiazzato e per questo sta attaccando con ogni mezzo.
La cosa certa è che D’Anna non può essere additato con l’etichetta tanto amata e usata dal Sistema, quella di No-Vax, anche perché lui, da biologo crede eccome all’efficacia dei vaccini. Il presidente specifica nell’intervista del quotidiano Tempo di oggi 23 dicembre 2018, che «non è manco a tema l’utilità o meno dei vaccini, in queste analisi di laboratorio. L’indagine è stata sulla qualità della realizzazione dei prodotti messi in commercio».

Le analisi hanno «rilevato decine di impurità in più lotti. E al momento sono state individuate 43 sostanze improprie, nel senso che lì non si sarebbero dovute trovare». Sostanze come anticrittogamici, diserbanti, antibiotici, antimalarici…
La conclusione di D’Anna è coerente e assolutamente condivisibile: «bisogna che le agenzie ripetano queste analisi, facciano i controlli e rendano pubblici sia i risultati che il loto giudizio».
Per agenzie s’intendono quegli enti (Ema, Aifa, Iss, ecc.) che dovrebbero (il condizionale è d’obbligo dopo quanto sta venendo fuori) controllare i farmaci e i vaccini prima che entrino in commercio.

Ed è esattamente quello che tutti si auspicano, a parte i soliti «cervelli-non-in-fuga»…
Personaggi come il «diversamente-umile» Roberto Burioni e il collega «gine-bunker» Salvo Di Grazia, non si smentiscono mai e prendono posizioni prone al Sistema a prescindere.


Di Grazia ama riempirsi la bocca di «bufale», non campane, ma mediatiche.
«Un quotidiano riprende i ridicoli risultati di una pseudo analisi di vaccini per farne notizia», e si lancia nella classica invettiva a dir poco risibile: «ora o i produttori denunciano chi sparge queste falsità o la magistratura controlla o stanno manipolando la realtà».
Innanzitutto definire «ridicoli» dei risultati di analisi biologiche e chimiche eseguite da un serio laboratorio, senza avere per le mani dei controesami che dimostrino la loro fallacità, è da arroganti e irresponsabili. Se poi teniamo conto che a parlare è un medico iscritto a un ordine, è ancora più grave dal punto di vista deontologico.
Di mezzo c’è la salute pubblica di milioni di persone, bambini e neonati in primis, per cui il principio di precauzione dovrebbe essere sacrosanto.

Secondo, forse il Di Grazia troppo preso dall’embolo, non ha capito che sarebbe auspicabile da tutti una denuncia da parte dei produttori, così in tribunale sarà possibile fare maggiore chiarezza.
Quindi al distratto ginecologo posso dire che NESSUNO è così fesso da denunciare qualcuno, anche perché i produttori sanno perfettamente che ciò sarebbe controproducente e non solo per l’immagine…
La bella notizia per noi è che se invece le analisi saranno confermate, la denuncia civile e penale potrebbe interessare proprio il dottor Di Grazia in persona, per aver da una parte denigrato («ridicoli risultati», «pseudoanalisi») i lavori, e dall’altra, in quanto medico, aver partecipato, con il suo comportamento, a mettere a rischio la salute pubblica.

Con il dottor Gianni, non può mancare il dottor Pinotto.
Burioni, da maestro venerabile quale è, supera tutti quanti.
«I nostri vaccini, quegli stessi usati in tutto il mondo, sono efficaci, sicuri, puliti e non contaminati».
Punto. Se lo dice il medico che passa il tempo a offendere il mondo intero, come non crederci? In fin dei conti lui è l’oracolo di Pesaro.
Peccato che nessuno di questi presentino prove, documenti, studi, conferme scientifiche della sicurezza vaccinale. Tutti sanno che sono sicuri per default.
Quindi loro non devono presentare nulla, ma lo pretendono da tutti gli altri. Come mai questa dissonanza?

Continua Bubù, «le prove così presentate – riferendosi alle analisi vaccinali – non sono inoppugnabili, sono semplicemente ridicole e, per chi se ne intende anche solo minimamente, fanno tenerezza per l’ingenuità di chi ha condotto queste ricerche».
Il «Roberto-tenerone» quindi, senza portare alcuna prova documentale, si abbarbica in pseudogiri di parole che mostrano per l’ennesima volta la sua vacuità scientifica.
La chicca, come il caffè, arriva sempre alla fine: «i vaccini sono sicuri ed efficaci fino a prova contraria». Chiaro? Ma la prova contraria non esiste e non esisterà mai, perché qualsiasi analisi venga presentata è «un concentrato di sciocchezze ed errori sperimentali, dei quali qualcuno dovrà presto vergognarsi, perché presto verranno smascherate e sbugiardate».
Anche se il termine «vergogna» non esiste nel suo dizionario, vale per Burioni la stessa cosa detta per Di Grazia: se non saranno «smascherate e sbugiardate» le analisi, e quanto prima, sarà responsabilità loro, professionale e giuridica…

In conclusione, dato che gli enti di controllo (Aifa, Ema, Iss) sono del tutto assenti o fanno orecchie da mercante, ci auguriamo che quanto prima un magistrato o un procuratore prenda la siringa al balzo innescando una serie di controlli in laboratorio seri e doverosi.
Mi auguro che anche gruppi come i Nas, invece di essere usati per scovare il piccolo untore negli asili, possano venire usati per scoprire le adulterazioni in prodotti che verranno inoculati su milioni di esseri umani. Visto che da gennaio del 2017 hanno costituito il Nucleo Carabinieri Aifaper la tutela della salute, e possono svolgere accertamenti e verifiche sulle «spesa farmaceutica e sulla tracciabilità del farmaco per la prevenzione ed il contrasto alle truffe in danno del Servizio Sanitario Nazionale e regionali» e «monitorare gli eventi avversi connessi l’uso dei farmaci».
In questo caso se le analisi saranno confermate abbiamo a che fare con prodotti farmaceutici non conformi alla legge, e quindi rientrano, oltre in un quadro di pericolosità, anche nel «danno al servizio sanitario»…

L’ORO D’ITALIA (con aggiornamento frattalico: inevitabile “slancio” tea-party salmonato)

orizzonte48.blogspot.com 4.12.13

Cominciamo col dire che non si bene dove sia materialmente depositato. E che nello stato patrimoniale di Bankitalia la voce “oro e crediti in oro” ammonta a € 99.417.221.610,000.
Dopo di che, come e perchè la nuova “privatizzazione“, in forma di public company – il “public” è riferito alla diffusione dell’azionariato privato e non certo a un vincolo posto nell’interesse generale- inevitabilmente coinvolga anche questo oro, risulta una cosa di una gravità ordinamentale senza precedenti nella storia delle democrazie contemporanee.
Al riguardo, consiglio di leggere questo articolo di Mario Esposito. Con molta attenzione.
Aggiungiamo alcune considerazioni:
1. diversamente dall’articolo, non condividiamo che rispetto ad una moneta “fiduciaria” (c.d. “fiat”, ontologicamente diversa da quella “merce” basata sul “gold standard”), le riserve in oro servano a garantire l’emissione monetaria. Questa è in sè garantita dalla ricchezza della Nazione, che la funzione monetaria dovrebbe, attraverso l’intervento dello Stato, contribuire ad incrementare. Tuttavia, certamente, quell’oro è un potente mezzo di intervento sui corsi valutari, qualora vi fosse necessità di difendere il livello di cambio della moneta. E questo conterebbe moltissimo, ove si ritornasse ad una moneta nazionale e sovrana, in un regime di cambi flessibili: specialmente nella prima fase, gli interventi del titolare della funzione monetaria, pubblica e sovrana (e quindi coessenzialmente democratica), mediante l’utilizzo delle riserve in oro, potrebbero rivelarsi importantissimi;
2. quell’oro figura nel patrimonio di Bankitalia, ma non gli appartiene; esso appartiene allo Stato , inteso come ente esponenziale della sovranità popolare e dunque come bene dal regime sostanzialmente demaniale di assoluta indisponibilità , comunque “funzionalmente” disponibile e cioè “se non nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi” (art.823 cod.civ.) che riguardino tale bene;
3. le “leggi” che coinvolgano tali modi e limiti non potranno che riflettere il vincolo a perseguire la funzione di primario interesse generale propria dell’oro, nei termini sopra indicati, direttamente attinenti ad un aspetto fondamentale della sovranità, che, in questo caso più che mai, è esercizio necessitato di potere nell’interesse del popolo sovrano (art.1 Cost.). L’art.822, comma 2, include nei beni demaniali anche alcune tipologie di beni mobili di interesse pubblico considerato assolutamente preminente, facendo in conclusione riferimento, oltre che a quelli (essenzialmente storico-archeologici) menzionati, agli “altri beni che sono dalla legge assoggettati al regime proprio del demanio pubblico“;
4. se le leggi che regolano “modi e limiti” di disposizione dell’oro deragliassero dal vincolo a perseguire l’interesse della Nazione, e quindi non assoggettasero l’oro “al regime proprio del demanio pubblico”, risulterebbero contrarie alla Costituzione;
5. ed infatti, l’oro di proprietà originariamente acquisita in mano pubblica, a seguito di operazioni derivanti dall’esercizio di pubbliche funzioni necessitate (come le operazioni della banca centrale o quelle del preesistente Ufficio Italiano Cambi- UIC), non può che essere vincolato alla sua “funzione sociale”, unica logicamente e legittimamente proponibile. Dunque Bankitalia, di tale oro, è semplice depositaria e gestore “tecnico”, in nome e per conto del popolo sovrano, asservita agli obiettivi di interesse generale che deve obbligatoriamente perseguire; 
6. ciò discende inoppugnabilmente dall’art.42 Cost. in virtù del quale “la proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto. di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti“;
7. In virtù di tale disposizione, se la funzione sociale necessitata di un bene di proprietà pubblica, come l’oro dello Stato, può soltanto rispondere all’interesse generale essenziale del popolo sovrano – la sua proprietà non può essere, direttamente o indirettamente, trasferita a privati se non per obiettivi strettamente e costantemente legati all’esercizio della funzione pubblica monetaria. Quindi non per ragioni legate a manovre fiscali, per di più derivanti da vincoli internazionali costituzionalmente illegittimi. La funzione sociale di quel bene, in sintesi, può essere solo pubblicistica e di conseguenza il suo regime di proprietà
8. In conclusione, non avendo più la titolarità della funzione monetaria, unico titolo legittimo per adottare atti di disposizione da parte dell’Istituto, ora mero depositario, essendo essa devoluta alla BCE in base ai trattati UE-UEM (artt.127-133 TFUE):
a) Bankitalia non può disporre di quell’oro, anche indirettamente, a favore di soggetti privati (peggio ancora se “vigilati” dallo stesso Istituto o dall’autorità monetaria in genere, di cui l’Istituto è comunque componente);
b) lo Stato non può autorizzarla a farlo consentendo mutamenti contra constitutionem dello Statuto Bankitalia (o anche consentendo il permanere di un assetto azionario privato che coinvolga la proprietà di tale oro), e tantomeno mediante una legge contraria all’art.42 Cost.
APPENDICE FRATTALICA: in vista del 25 luglio, ecco il mezzo riposizionamento tea-party del Sole 24 ore. 
L’austerità non ci fa crescere, e siamo discriminati nei giudizi €uroburocratici, ma è giusto così. Infatti, siccome c’è molto risparmio e patrimonializzazione da mungere (perchè questo è avere un deficit basso, o il pareggio di bilancio, con un surplus delle partite correnti), non soffriamo il simultaneo forte avanzo primario, intanto che si colma il gap della deflazione salariale (rispetto alla grande Germania) con le indispensabili riforme. E tagli della spesa pubblica. Vedremo quanto a lungo conserveranno il proprio lavoro, gli zeloti che credono che ci sia “un’Europa risanata”, visto che la correzione salariale si fa solo in un modo. Che non depone certo bene per i consumi di giornali. 
Attendessero che i limiti al deficit siano fatti rispettare pure alla Francia ed alla Spagna, e poi vediamolo l’ombrello tedesco. Il gesto de…

Carige, dopo la mossa di Malacalza cda straordinario. Mincione e Reichlin si dimettono

genova24.it 23.12.18

Il board alla ricerca di un piano B. L’astensione del socio più pesante dell’istituto di credito all’assemblea di ieri azzoppa il piano di rafforzamento chiesto dalla Bce

Genoa. E’ in corso da questa mattina il consiglio di amministrazione straordinario di Banca Carige dopo che l’astensione della famiglia Malacalza sull’aumento di capitale da 400 milioni ha comportato la bocciatura del piano di rafforzamento. Il board è riunito in via straordinaria per capire il da farsi viste le pressioni della Bce rispetto al piano che dovrebbe mettere al sicuro i conti dell’istituto di credito. 

Lucrezia Reichlin, vice presidente di Banca Carige, presidente del Comitato nomine e governance, nonché Membro del Comitato rischi e del Comitato remunerazione e Raffaele Mincione si sono dimessi subito dopo l’assemblea di ieri. Lo si legge in una nota.

Da Malacalza Investimenti, socio di Banca Carige con il 27,5%, la motivazione dell’astensione: “prima di ulteriori sacrifici bisogna far luce sulle vicende e sul management passato”.

M5s prepara la resa sulla Tav: “Tutta colpa dell’Europa”

lospiffero.com 23.12.18

Scontato l’esito dell’analisi costi-benefici: boccerà l’opera. Il parere giudico-legale su penali, risarcimenti e trattati offrirà il primo spiraglio. Poi la “condivisione” con la Francia e le imposizioni dell’Ue faranno il resto. Ecco l’exit strategy

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La Tav si farà, “per colpa dell’Europa”. L’ennesima, ma anche a più difficile, exit strategy del M5s rispetto ai suoi proclami e alle sue promesse pare ormai delineata: noi ci abbiamo provato, la commissione costi-benefici ne ha attestato l’inutilità, ma Bruxelles ancora una volta ci impedisce di fare quel che sarebbe giusto. Difficile che le parole del ministro Danilo Toninelli – se al momento cruciale sarà ancora lui il titolare delle Infrastrutture, dicastero su cui altri grillini hanno da tempo posato lo sguardo – si discosteranno di molto da questo canovaccio. Che già circola, come ipotesi più che probabile, negli ambienti che a vario titolo hanno a che fare con la Torino-Lioneo, in alcuni casi, ne sono protagonisti.

Bruxelles più che Parigi val bene non solo una messa, ma anche una via d’uscita per i Cinquestelle che già proveranno a scaricare sull’Europa quella misura palesemente nel mirino degli aiuti di Stato vietati dall’Ue che è il risarcimento monstre alle vittime dei crack bancari inserita in manovra con la consapevolezza di finire stoppata.

Insomma un Sì-Tav quello che i grillini sono pronti ad addossare alla solita Europa, con le solite pressioni dei signori del cemento e degli appalti che seguirà per molti aspetti percorsi già tracciati come un sentiero verso Canossa dei Cinquestelle: dal gasdotto Tap in Puglia al recente via libera, dopo la bocciatura di prammatica della commissione, per il Terzo Valico tra Liguria e Piemonte.

La Lega porterà a casa il risultato evitando di bruciarsi le penne al Nord come facilmente avverrebbe nelle urne in caso di uno stop definitivo all’opera e i grillini cercheranno nell’immagine di Jean-Claude Juncker la faccia del nemico, amico dei poteri forti, capace di impedire quanto promesso da una delle due parti del governo del popolo.

Ormai allenati a cadere da cavallo spiegando che volevano scendere, i Di Maio boys al governo, in questo caso dovranno mettere in conto il peso elettorale di una sconfitta. Le avvisaglie sono già arrivate chiare proprio con il via libera al Terzo Valico che ha scatenato insulti e promesse di vendette nelle urne da quei movimenti che nell’opposizione all’opera credevano di aver trovato nel M5s il loro paladino giallo.

È anche (e soprattutto) per questo, per cercare di doppiare senza scuffiare la boa delle elezioni europee che Toninelli cerca di spingere la decisione più in là. A fine anno, massimo inizio gennaio, ha annunciato, arriverà il verdetto della commissione presieduta da Marco Ponti e il cui esito appare oltremodo scontato: un no da sbandierare come scalpo. Per qualche tempo, però. Perché il ministro ha già messo le mani avanti spiegando che c’è un altro parere da attendere: quello relativo agli aspetti legali, adempimenti, penali, trattati internazionali e altro ancora. Ma non sarebbe finita lì. Il ministro ha aggiunto che tutto dovrà esser discusso con la Francia. E sì, come se nessuno lo avesse mai immaginato. Come se i francesi dopo aver scavato chilometri di galleria rispondessero al no di Toninelli con un generoso voilà notre belle cave, ecco la nostra bella cantina che riempiremo di bottiglie di champagne. Lui, comunque, ci prova ad allungare il brodo. Con scarso successo a quanto risulta ascoltando autorevoli fonti sia d’Oltralpe, sia quelle non meno importanti comunitarie secondo cui i tempi non subiranno le sperate (dal ministro italiano) dilazioni. Quelle che Toninelli ha cercato di vendere come gentili concessioni sui tempi dei bandi da parte della sua collega francese Elisabeth Borne, paiono nodi ben presto in arrivo ai denti del pettine di Parigi.

Nel frattempo, Toninelli viene chiamato a rispondere dalla deputata ligure del Pd Raffaella Paita su alcune circostanze non proprio chiare: “Il ministro ci spieghi immediatamente se è vero che i consulenti da lui nominati hanno conteggiato volutamente il minor introito dei concessionari autostradali per dimostrare le tesi strampalate dei 5 stelle e di chi sostiene le loro politiche anticicliche”. Incrociando binari e corsie, la parlamentare dem definisce “inquietante il rapporto confidenziale esistente tra il professor Ponti e l’ad di Autostrade per l’Italia Giovanni Castellucci. Per quale ragione Ponti, via mail comunicava con Castellucci parlando proprio degli esiti dell’analisi costi benefici prima di averla fatta e anticipandone gli esiti, definiti divertenti?”

“Visti i fatti di Genova – osserva Paita – viene da pensare male, perchè i proclami di Di Maio e Toninelli sulla revoca della concessione ad autostrade per l’Italia si sono rivelati un clamoroso bluff. Nessun atto concreto, nessuna iniziativa reale. Dopo essere andati a Genova nel tragico agosto a cercare applausi con dichiarazioni ad effetto i Cinquestelle e questo governo si stanno dimostrando i maggiori alleati di Autostrade per l’Italia”.

“Per colpa dell’Europa, la Tav si farà”. Se il disco verde arriverà in maniera definitiva prima o dopo le europee non è particolare di scarso rilievo per Di Maio e i suoi. E chissà se sarà ancora ministro Toninelli o la sua poltrona, indicata tra le più traballanti di quelle grilline, reggerà oppure dall’imbottitura una molla farà alzare senza troppi complimenti il signornò delle grendi opere, per far posto a qualcuno meno intransigente.

Non è un mistero che il dicastero di piazzale di Porta Pia faccia gola da tempo all’attuale sottosegretaria al Mef Laura Castelli. Dicono che né il ministro Giovanni Tria, né il sottosegretario leghista Massimo Garavaglia scoppierebbero in lacrime per una sua partenza dal palazzo di via XX Settembre. Lei, del resto, ha sempre rappresentato la punta più trattativista dei Cinquestelle al governo sulla Tav, suoi sono stati contatti riservatissimi con i massimi livelli di Telt. Il profilo giusto, secondo alcuni, per gestire il prosieguo dei lavori della Tav, che si farà. Per colpa dell’Europa, ça va sans dire.

DALLA COSTRUZIONE DELL’ITALSIDER AL DISASTRO DELL’ILVA: STORIA DI TARANTO

minimaetmoralia.it 26.11.18

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Ripubblichiamo questo articolo di Alessandro Leogrande per ricordare, a un anno dalla sua scomparsa, un grande giornalista e scrittore italiano. Alessandro era anche un nostro collaboratore e amico, e ci manca molto. Questo pezzo è forse tra i più belli che ha scritto: apparso inizialmente su Pagina 99 nel gennaio 2016, lo avevamo postato qui su Minima&Moralia il 16 ottobre 2017. (Fonte immagine)

di Alessandro Leogrande

«Taranto è una città perfetta. Viverci è come vivere nell’interno di una conchiglia, di un’ostrica aperta. Qui Taranto nuova, là, gremita, Taranto vecchia, intorno i due mari, e i lungomari.» Così, nel luglio del 1959, la descrive Pier Paolo Pasolini. È in viaggio da settimane a bordo di una Fiat Millecento per ultimare uno dei long form più geniali che siano mai stati concepiti sulla stampa nostrana: raccontare l’estate degli italiani percorrendo l’intera litoranea da Ventimiglia a Trieste, senza mai tagliare verso l’entroterra. Tutto il Tirreno verso sud, e tutto l’Adriatico verso Nord: in mezzo lo Jonio, per Pasolini un mare «non nostro», spaventoso. Al centro di quella «lunga striscia di sabbia» sorgeva Taranto, l’indecifrabile Taranto, che vista in un pomeriggio di luglio poteva benissimo apparire come «un gigantesco diamante in frantumi».

In quella città brulicante di vita, voci, corpi, i bagni e le cabine nascevano direttamente sul lungomare, alle spalle del Borgo umbertino costruito a cavallo tra Ottocento e Novecento. Nelle pagine di Pasolini, la simbiosi tra mare e città, tra il mare e i suoi abitanti, nell’alternarsi dell’eterno gioco dei sessi tra le onde e gli scogli, appare perfetta.

Esattamente un anno dopo, il 9 luglio 1960, viene posata la prima pietra dell’Italsider, il più grande stabilimento siderurgico italiano. Per la sua costruzione vengono estirpati decine di migliaia di alberi d’ulivo; un popolo di formiche viene impiegato nell’edificare una cattedrale industriale a pochi passi dalle estreme propaggini della città.

Il primo altoforno entra in funzione il 21 ottobre 1964, il secondo il 29 gennaio 1965. Dopo una fase di rodaggio, il 10 aprile 1965 il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat inaugura ufficialmente il quarto centro siderurgico del paese (quarto in ordine di tempo, dopo quelli di Cornigliano, Piombino e Bagnoli), il più grande di tutti.

Quando, l’anno scorso ho condotto su Radiotre una trasmissione sulla costruzione del siderurgico, mi è capitato di recuperare, tra i vari materiali, anche le parole pronunciate da Saragat quella mattina. «Io sono qui», disse il Presidente della Repubblica, «per solennizzare l’entrata in funzione di un grande stabilimento industriale. E anche in questa occasione voglio recare agli italiani del Mezzogiorno l’assicurazione che lo Stato ha preso effettivamente e seriamente coscienza della realtà meridionale e si adopera per mutarla».

Mutare la realtà meridionale, piegare il legno storto fino a tenderlo, in senso contrario, come un arco… Installare l’industria pesante laddove (non solo a Taranto, ovviamente, ma in un’area molto più ampia) la riforma agraria non aveva dato i suoi frutti, non potendo assicurare un lavoro a tutti, né tanto meno arrestare l’immigrazione verso il Nord… Ecco cosa si poteva leggere chiaramente, dietro le parole del primo presidente socialista democratico.

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Quando si decise di costruire un altro stabilimento siderurgico nel Sud, dopo quello di Bagnoli, la scelta ricadde su Taranto in modo quasi naturale. C’era il porto, ovviamente. Ma soprattutto c’era già una città militar-industriale di 170mila abitanti sorta intorno alla base della Marina e all’Arsenale, e attraversata da una violenta crisi occupazionale. Il disfacimento della produzione bellica e il ridimensionamento dei cantieri navali avevano già segnato la città moderna sorta pochi decenni prima accanto alla città vecchia in cui per secoli la vita era stata racchiusa, proprio come in un’ostrica, in un dedalo di vicoli e in un gomitolo di case accatastate le une sulle altre.

Lo slogan «Taranto non vuole morire», che ciclicamente rispunta come un mantra a segnare la politica e le mobilitazioni cittadine fu coniato proprio allora, come scriverà Tommaso Fiore in quel grande affresco del Sud della metà degli anni cinquanta che è Il cafone all’inferno.

Per non morire, allora Taranto chiese in massa il Quarto centro siderurgico. Chiesero in massa la sua edificazione la città vecchia e quella nuova, gli operai e i pescatori, i proprietari dei terreni e i mediatori politici, una borghesia da sempre apatica e un Curia da sempre supplente di altri poteri. Chiesero tutti la manna dal cielo di decine di migliaia di «posti fissi» sotto le ciminiere. L’allora sindaco democristiano Angelo Monfredi l’ha spiegato in seguito meglio tutti, con il candore repentino che solo i politici dc di lungo corso sanno avere: «Lo avremmo costruito anche al centro della città».

Il centro siderurgico costò quasi quattrocento miliardi di lire. Finì con l’occupare prima 600 e poi 1500 ettari di superficie, per un’estensione pari al doppio dell’intera città. Da quel momento in poi fu la città a crescere e modellarsi intorno alla fabbrica. Furono i tempi e i ritmi della fabbrica a scandire i tempi e i ritmi del tessuto urbano. Il mito dell’industria – mentre il capoluogo mutava – si radicò e rafforzò ulteriormente. È stato così fino alla fine degli anni ottanta, quando il sistema della partecipazioni statali, che reggeva l’industrializzazione di Stato, ha iniziato a mostrare le sue crepe. La percezione del disastro ambientale, invece, è divenuta cosa comune solo in seguito.

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Benché viva lontano da Taranto ormai da vent’anni, torno spesso in città. Ci torno per lavoro, ci torno per trovare i miei genitori che vivono ancora qui. A Taranto ho dedicato due libri e una infinità di articoli, specie dopo l’esplosione del bubbone Ilva nell’estate del 2012. A Taranto (cosa che tutti i miei amici considerano assurda, e quelli più stretti l’indizio di qualche profondo trauma psicologico) ho ancora la residenza.

Negli ultimi tempi, ogni volta che sono tornato in città, mi è capitato di pensare a quelle poche pagine di Pasolini poi raccolte, insieme al resto del reportage, nel volume Una lunga striscia di sabbia (ora ripubblicato da Contrasto). Come se, su quella città remota che non ha lasciato dietro di sé il minimo reperto archeologico, al di là delle poche righe scritte da un poeta che l’ha attraversata a bordo di una Millecento, ne sia stata innestata un’altra, profondamente diversa, separata dal mare che la bagna, all’interno del quale, da allora, non è stato più possibile immergersi. Qualcosa di simile (un’intera città che ne soppianta un’altra, senza che i suoi abitanti se ne accorgano) l’avevo letta in un romanzo fantascientifico di Philip Dick, La città sostituita.

Mi è capitato di pensarci, ultimamente, ogni volta che dal terrazzo di casa dei miei, dal terrazzo della casa in cui sono cresciuto e da cui è possibile scorgere l’intero arco del golfo, ho potuto percepire tutta la maestosa invadenza del Moloch d’acciaio. Oggi Taranto mi appare una città molto fragile, incapace di gestire l’industrializzazione caotica che l’ha permeata. Ma perché – mi chiedo – solo col tempo ho visto tutto ciò con maggiore chiarezza? Perché solo col passare degli anni mi sono accorto di cosa effettivamente comportasse il fatto che l’enorme area industriale sia stata costruita in una posizione realmente attaccata alla città, senza soluzione di continuità, senza una zona cuscinetto ad arginarne l’impatto? Perché la percezione della insostenibilità di tutto ciò, anche per i suoi abitanti, si è fatta strada solo in seguito – con il dilagare, in particolare, di malattie che paiono legate al ciclo della produzione?

Eppure ci sono state nel corso del tempo delle letture diverse di quanto stava accadendo. Ecco almeno tre esempi, ma potrei citarne tanti altri.

Nel giugno del 1965 Alessandro Leccese, ufficiale sanitario negli anni in cui l’Italsider venne costruito, scrisse nel suo diario privato: «Quando, per l’aggravarsi della situazione, sono intervenuto, in qualità di Ufficiale Sanitario, con un’ordinanza indirizzata al Direttore del Centro Siderurgico e al Presidente dell’area di Sviluppo Industriale, è successo il finimondo, perché quest’ultimo, che, tra l’altro, è segretario provinciale della Dc, si è sentito leso nella sua insindacabile sovranità. Si ritiene tanto potente da poter condizionare anche le decisioni del Prefetto, come accadeva all’epoca del “famigerato regime”, tra il Federale e il Prefetto. Per lui non conta la tutela della città da un grave danno ecologico, contano la difesa del prestigio personale e gli interessi di alcuni esponenti politici, che ritengono di poter disporre a loro piacimento delle sorti del nostro territorio, come si trattasse di una colonia africana da sfruttare.» È stato Mimmo Nume, presidente dell’Ordine dei medici di Taranto, a farmi leggere le pagine del diario di Leccese, rimaste in un cassetto del suo studio, per anni, dopo la morte. Con tutta evidenza, le basi del disastro ambientale, e della concomitante devastazione politica cittadina, sono state gettate allora.

Nel 1971 Antonio Cederna scriveva sul Corriere della Sera che quello tarantino gli appariva a tutti gli effetti «un processo barbarico d’industrializzazione. Un’impresa industriale a partecipazione statale, con un investimento di quasi 2000 miliardi, non ha ancora pensato alle elementari opere di difesa contro l’inquinamento e non ha nemmeno piantato un albero a difesa dei poveri abitanti dei quartieri popolari sotto vento». Ciononostante, alla metà degli anni settanta, si procedette al raddoppio del centro siderurgico che portò gli assunti diretti al numero esorbitante di oltre ventimila dipendenti, e quelli dell’indotto a oltre quindicimila. Il raddoppio estese ulteriormente la superficie della fabbrica. Le basi del vero gigantismo industriale, che oggi rendono di fatto complicatissima qualsiasi via d’uscita del caso-Taranto, sono state gettate allora.

Il primo a rendersene conto, mentre tutto ciò si andava inverando, fu Walter Tobagi. In un altro articolo uscito sul Corriere il 15 ottobre del 1979 scrisse che il vero protagonista della storia dell’industrializzazione in riva allo Jonio è il «metalmezzadro»: «È metalmeccanico, lavora nello stabilimento Italsider grande due volte e mezzo la città. Abita nei paesi della provincia e trova il tempo per coltivare il pezzo di terra. Su trentamila stipendiati della più grande industria del Sud, almeno la metà appartiene alla categoria dei metalmezzadri.»

Quella classe operaia, che aveva comunque raggiunto all’interno della fabbrica di Stato un alto tasso di sindacalizzazione (oltre il 90%), era in realtà molto dissimile dalla classe operaia che nelle fabbriche del Nord aveva attraversato gli anni successivi all’autunno caldo. Tobagi coglieva qualcosa di vero, ma col tempo ho finito per pensare che avesse ragione solo in parte. Quella di Taranto è stata in realtà una classe operaia a metà. Meno politicizzata, e integrata, di quella della Fiat, per intenderci. Ma, in fondo, per quelle decine di migliaia di ex braccianti o piccoli contadini strappati ai campi e gettati nelle periferie della città che si ingrandiva (così come per coloro i quali sono rimasti a vivere nei paesi di provincia e hanno passato una vita a bordo delle corriere che li congiungono allo stabilimento) la fabbrica non è stata solo un mito. È stata anche un luogo all’interno della quale quali, nei momenti migliori, hanno preso consapevolezza dei propri diritti, tenendosi alla larga dai gorghi del non-lavoro.

Ciò su cui Tobagi, invece, aveva pienamente ragione è il carattere di «cattedrale del deserto» dello stabilimento tarantino. L’indotto che si è creato intorno, e che sarebbe dovuto essere il volano dello sviluppo locale, ha assunto le sembianze di una metastasi parassitaria sempre più ramificata. L’azienda-tipo ai piedi dell’Ilva non ha mai pensato alla trasformazione dell’acciaio, piuttosto si è limitata a fornire manutenzione, pulizie, servizi secondari alla grande madre, e questo fotografa impietosamente il grado di passività dell’imprenditoria locale.

Quando alla metà degli anni novanta il sistema implose, l’unica soluzione fu quella di consegnare lo stabilimento al Gruppo Riva, che impose da subito un nuovo modo di governare il colosso industriale, tra il ricorso sistematico alle nuove assunzioni (previa assicurazione che i nuovi assunti non si iscrivessero ai sindacati), l’incentivo degli straordinari, e la clamorosa istituzione di un reparto-confino per i dipendenti recalcitranti all’interno della Palazzina Laf.

Chi come me ha iniziato a scrivere o fare radio in quegli anni si è trovato a narrare questa mutazione in atto. Lo abbiamo fatto con articoli, trasmissioni, corrispondenze… Ciò che più ci sorprendeva e indignava, in questa bolla di anomia industriale che si andava rapidamente edificando, non era tanto il disastro ambientale (che è divenuto pienamente inaccettabile solo in seguito), ma l’alto numero di incidenti – spesso mortali, spesso incredibili nelle loro dinamiche – al suo interno. Ciò che più ci stupiva era il silenzio dei nuovi operai, i figli e nipoti dei «metalmezzadri» di Tobagi. Una volta, davanti ai cancelli della portineria D, prima dell’ingresso del turno delle 6,00 del mattino, mi sono sentito dire da un nuovo assunto in cokeria che preferiva un posto di lavoro al tumore («tanto il tumore, se ti viene, ti viene dopo; e comunque, se vivi qui, te lo prendi anche se non lavori»).

La nuova Ilva si è subito creata come una fabbrica silente intorno al nuovo modo di produzione. E tale è rimasta fino a quando non è esplosa la protesta ai margini della fabbrica contro l’inquinamento.

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Non c’erano alternative, né pubbliche né private, alla svendita al Gruppo Riva alla metà degli anni novanta, a meno che non si volesse procedere da subito alla dismissione come a Bagnoli. Così, almeno, allora si disse. Oggi, dopo diciassette anni di sistema-Riva e tre di commissariamento dell’azienda, il nodo scorsoio della storia sembra ristringersi esattamente nello stesso punto. Il grande stabilimento siderurgico è più una patata bollente di cui liberarsi, che non il possibile fulcro di una progettazione più ampia.

Per chi pensa che la fabbrica possa essere ancora trasformata (e che da tale trasformazione possa discendere il raggiungimento di un punto di equilibrio tra difesa dell’occupazione e tutela della salute), un percorso di bonifiche e interventi è stato tracciato, ed è stata paventata anche la creazione di un sistema «ibrido» che affianchi all’attuale ciclo integrale cokeria-agglomerato-altoforno, uno nuovo che prevede l’utilizzo del pre-ridotto e dei forni elettrici. Negli ultimi decreti Ilva sono stati stanziati 800 milioni di euro: un investimento comunque massiccio, se si pensa che il premier aveva ritenuto possibile recuperare 1.200 milioni di euro sequestrati ai Riva in Svizzera in un processo per frode fiscale, prima che il Tribunale di Bellizona si è opponesse al trasferimento.

Il vuoto imprenditoriale che Taranto vive oggi, esattamente come vent’anni fa, è semmai un altro. Da una parte, il governo ha annunciato la vendita dello stabilimento entro giugno prossimo, e per agevolare la cosa (oltre a un prestito ponte per i futuri acquirenti) ha stabilito il rinvio dell’applicazione del piano ambientale. Dall’altra però non ci sono – almeno al momento – grossi gruppi italiani o stranieri disposti a rilevare l’Ilva così com’è per realizzare tutte le trasformazioni auspicate e rimetterla sul mercato. Nessun imprenditore dalle spalle tanto larghe si è finora fatto seriamente avanti.

Così, alle spalle di questo vuoto istituzionale e imprenditoriale, la città sembra pervasa da una strana calma. Apparentemente apatica, Taranto è una città che sa accendersi per poco. Basta cogliere i segni. E ricordare i modi in cui lo spaesamento collettivo può sempre trasformarsi in protesta improvvisa.

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«C’è preoccupazione in fabbrica», mi dice Francesco Brigati, Rsu Fiom dello stabilimento. «La sensazione è che, qualsiasi cosa accada, non si riusciranno a mantenere gli stessi livelli occupazionali. Ci saranno degli esuberi.»

Al momento in Ilva lavorano 11.200 dipendenti, a cui vanno aggiunti i tremila dell’indotto. Poiché, in seguito alla fermata di alcune aree della fabbrica, si producono 17 mila tonnellate al giorno (anziché 30 mila), il contratto di solidarietà ha riguardato negli ultimi anni oltre 4 mila dipendenti.

Nonostante il ridimensionamento rispetto alla fabbrica di Stato, l’Ilva continua a essere il primo insediamento industriale del paese, e poiché intorno c’è una provincia, in cui la somma di disoccupati e inoccupati supera stabilmente la soglia del 50% dell’intera forza-lavoro, quello che un po’ eufemisticamente si continua a chiamare «ricatto occupazionale» assume da queste parti tinte fosche. Anche per questo, per l’assenza di alternative concrete, è molto difficile da progettare un futuro che vada al di là della «monocultura siderurgica».

Brigati mi ripete che il sindacato deve avere «il coraggio di confrontarsi con la trasformazione della fabbrica». Ma poi mi dice subito quanto sia maledettamente difficile mettere oggi in piedi una assemblea sindacale all’interno dello stabilimento. «L’incertezza produca indifferenza, passività, più che rabbia.»

In questi ultimi anni, poi, quelli del commissariamento, all’incertezza sul futuro si è aggiunta quella percepita dagli operai nella gestione quotidiana della fabbrica. Con il cambiare dei commissari, sono stati costantemente rinnovati anche gli alti vertici della fabbrica. «Un management a lungo rimasto stabile di colpo non lo è stato più, e questo vuoto gli operai lo percepiscono. Aggiungi, poi, che l’azienda ha deciso di mettere in solidarietà, per fare cassa, anche gli addetti alla sicurezza. Non è un caso che gli incidenti siano ripresi con una certa frequenza.»

Ha passato da un po’ i trent’anni, Francesco. La sua intera vita lavorativa si è svolta dopo la privatizzazione della fabbrica, eppure ogni volta che lo sento parlare penso che Taranto è uno di quei posti in cui alcuni punti fermi novecenteschi (e tutto un modo di parlare intorno al lavoro di fabbrica) sono più duri ad evaporare che altrove. E, che nella grande trasformazione in atto, finiscono per essere anche dei punti fermi a cui molti si aggrappano.

Poi Francesco mi dà l’elenco degli incidenti mortali in Ilva dal 1995 a oggi.

Sfogliando i fogli bianchi, mi accordo che sono morti 22 operai tra i dipendenti diretti dell’acciaieria e 12 tra quelli dell’indotto. Dal 2012, da quando sono iniziati i vari commissariamenti, i morti sono stati rispettivamente 4 nello stabilimento e 2 nell’indotto.

Leggo le scarne descrizioni degli ultimi due in ordine di tempo. “8 giugno 2015. Durante il colaggio ghisa su AFO/2 in regolare marcia, si verificava una improvvisa ed inattesa reazione dal foro B con conseguente fuoriuscita di ghisa. L’addetto al prelievo della temperatura, Morricella Alessandro, il quale operava sul campo di colata, venendo investito dai fusi provocati dalla reazione predetta, riportava ustioni di 3° grado sul 90% del corpo. È deceduto il 12 giugno 2015.” E poi: “17 novembre 2015. Durante la fase di rimozione delle brache tessili uno dei tratti di condotta si sbilanciava e nel cadere dal pianale stesso colpiva il dipendente Martucci causandone il decesso.”

Ripenso a una delle mie corrispondenze dai cancelli dell’Ilva dopo la morte di due ragazzi, caduti da una gru nell’area dei parchi minerari. Mi accorgo che sono passati più di dieci anni, non molto è cambiato.

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Poi c’è la questione sanitaria, che in tutti questi mesi sembra essere rimasta in un angolo, per quanto sia stata impietosamente fotografata dall’inchiesta Sentieri. I dati relativi al periodo 2003-2009 sono impressionanti: +14% di mortalità per gli uomini, e +8% per le donne, per tutte le cause di malattia rispetto alla media in Puglia. Per gli uomini, in particolare: +14% per tutti i tumori, +14% per le malattie circolatorie, +17% per quelle respiratorie, +33% per i tumori polmonari, +419% per i mesoteliomi pleurici. Per le donne: +13% per tutti i tumori, +4% per le malattie circolatorie, +30% per i tumori polmonari, +211% per il mesotelioma pleurico. Per i bambini si registra un incremento del 20% della mortalità nel primo anno di vita rispetto alla media pugliese, che diventa 30-50% per la contrazione di malattie di origine perinatale che si manifestano oltre il primo anno di vita.

Ne parlo ancora una volta con Mimmo Nume, come periodicamente mi capita di fare da qualche anno a questa parte. Questa volta Mimmo è più duro del solito. «Credo che ormai il luogo comune del “coniugare salute e lavoro” si sia ampiamente dimostrato un approccio inefficace quanto dannoso», mi dice subito. «In realtà, se ci pensi, si continuano a misurare due valori tra loro incompatibili con un unico metro, mentre invece ciascuno di essi esprime grandezze differenti.»

Lo stato delle cose, comunque lo si voglia guardare, rimane grave. «C’è un oggettivo incremento di patologie legate all’inquinamento ambientale, soprattutto in età pediatrica; e purtroppo l’approccio epigenetico fa presagire un lento e progressivo incremento”. Se ne ammaleranno sempre di più, in buona sostanza, ma a dispetto di tutto ciò l’offerta di salute sul territorio è ancora strutturalmente inadeguata. «Per questo ti dico: le coniugazioni spettano ad altri, ammesso che siano capaci di declinarle. Noi medici possiamo auspicarle, certo, a patto però che non siano mai espresse in termini di “rischio accettabile”.»

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Una cosa pare comunque chiara a molti, almeno da un paio danni a questa parte. Che la fabbrica resti al suo posto o venga chiusa, che venga svenduta a una cordata italiana o a qualche multinazionale asiatica in ascesa, Taranto deve comunque uscire dalla «monocultura siderurgica» che nell’ultimo mezzo secolo non ha fatto altro che alimentarsi dalle sue stesse viscere.

Ma come se esce davvero, al di là dei facili slogan?

Quando incontro il presidente dell’Autorità portuale Sergio Prete, e lo sento snocciolare dati e progetti, penso che la città è davvero in mezzo al guado di un fiume.

Il porto è in crisi, dal momento che il 75% della sua movimentazione era generato proprio dall’Ilva. Con il netto calo della produzione, le ripercussioni sono state inevitabili. A ciò va aggiunto che i cinesi della Tct, gestori del terminal, hanno preferito sbaraccare e andarsene al Pireo.

Così negli ultimi anni il volume dei movimenti si è praticamente dimezzato. Ciononostante, tra gli investimenti su Taranto varati ultimamente, vanno annoverati anche i 420 milioni per gli interventi nell’area portuale: la nuova piattaforma logistica è già stata inaugurata in dicembre.

Prete ha le idee chiare: «Bisogna intensificare le operazioni di import-export e le attività logistiche nell’area retroportuale. Occorre attrarre nuove imprese che decidano di lavorare nell’area, e non puntare solo sull’imprenditoria locale.»

L’altro tassello su cui puntare è la riutilizzazione delle vaste aree della Marina militare ormai cadute in disuso. Ciò che spesso si dimentica è che la Taranto moderna è stata pensata dalla Marina nel primo Novecento, molto più che dall’Italsider nel secondo. Prova ne è che per buona parte della città l’accesso al Mar piccolo, il mare interno, è da sempre vietato da un Muraglione alto diversi metri che separa l’Arsenale e la base dal resto dell’abitato. Oggi che la Marina sta progressivamente dismettendo la propria presenza lungo il Mar piccolo, concentrandosi invece in una zona del Mar grande, una vasta area finora rimasta bloccata (e allo stesso tempo esente dalla speculazione edilizia) verrà liberata. La stessa Autorità portuale sta lavorando a un progetto che riguarda la vecchia Stazione torpediniere. L’obiettivo è quello di farne una nuova stazione dove far attraccare barche private e yacht. Non solo: allo stesso tempo è possibile utilizzare l’area alle spalle delle banchine per un Museo del mare e l’organizzazione di mostre.

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«Taranto ha smarrito i suoi legami identitari. Ma soprattutto ha perso ciò che la legava al mare.» Di questa enorme lotta contro l’oblio del proprio passato, come se sia impossibile riafferrare la città sostituita dal sistema-Ilva, parlo con Eva Degl’Innocenti, da dicembre nuovo direttore del Museo Archeologico, il Marta.

Il passato della «città sostituita» è lunghissimo. Non coincide solo con la fondazione spartana della città e con gli ori e gli arredi funerari dell’età classica o ellenistica, ma si dipana nei secoli successivi, perennemente in equilibrio tra oriente e occidente. Degl’Innocenti mi parla di come rendere il museo un luogo vivo, della caffetteria che vorrebbe costruire nell’antico chiostro, dei laboratori con i bambini sui giochi dell’antichità, su come abbattere (in innumerevoli modi) quella sorta di «quarta parete» che si è andata creando tra reperti fuori da tempo e il presente della città, delle app da fare per il museo digitale, di microcredito sul modello di Lula per risistemare con iniziative dal basso gli enormi spazi vuoti e pericolanti della città vecchia… Mi parla anche di un progetto di street art sui miti greci da realizzare proprio sulle grige e smorte pareti del Muraglione. «Dal momento che per ora rimarrà lì, tanto vale renderlo un posto più vivo, proprio come fu fatto con il Muro di Berlino.»

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Dopo aver visitato il primo piano del Museo, sono uscito nel gelo della prima vera domenica d’inverno. Nei paesi limitrofi, in Valle d’Itria, è già scesa la neve. Gironzolo un po’ per via Pitagora e per le vie del Borgo umbertino spazzata dal vento, quelle stesse strade che si stringono intorno al mio vecchio liceo, l’Archita, un palazzone rosso e tribunalesco al centro della città, oggi privo di vita perché trasformato in un cantiere sempiterno. Dopo aver scoperchiato il tetto dell’immobile ottocentesco in cui studiò anche Aldo Moro, lo hanno lasciato in balia delle intemperie.

Taranto è una città sventrata, porosa, corrosa dai vuoti urbani. Ci sono le scuole in disuso e le aree dismesse della Marina, i vicoli della città vecchia in preda al degrado, intere file di palazzi sfitti nel Borgo, e poi cantieri bloccati nel tempo, vecchi hotel abbandonati e non più protetti dalle lamiere di cinta… Lo spopolamento sta afferrando anche il cuore nevralgico della città.

Approfittando dell’assenza del traffico, prendo la macchina e faccio un lungo giro per le periferie, dai Tamburi fino a Paolo VI, l’estrema banlieue della città. Al volante, mi ricordo all’improvviso, di quando una volta un vecchio politico cittadino mi spiazzò confidandomi che Taranto, in realtà, è solo un’enorme periferia anonima e sgraziata: «Chiunque voglia governarla deve averlo bene in testa».

A Paolo VI, dopo aver costeggiate le case del Cep, un tempo attraversate da una barbara guerra di mafia, mi fermo davanti a ciò che resta della Scuola Media Ungaretti. Qui mio padre ha insegnato per trent’anni, nella periferia della periferia, a due passi dalle ciminiere dell’Ilva. Ci stava da mattina a sera, la scuola è sempre stata per lui un luogo aperto a tutti, non solo ai ragazzi, ma anche ai genitori dei ragazzi e all’intero quartiere, ben al di là delle ore di lezione. Aveva fatto anche un orto, e un laboratorio di scienza. Ora l’Ungaretti non c’è più. Dopo che mio padre è andato in pensione, la dirigenza scolastica ha deciso di accorpare le ultime classi rimaste in un altro plesso, privando così le «case bianche» del loro unico istituto scolastico. In poche settimane, il lavoro di trent’anni è stato saccheggiato e vandalizzato. Sono rimasto a lungo a osservare lo scheletro vuoto della scuola. Non è rimasta una sola porta, un solo vetro alle finestre, una sola tazza del cesso, una sola sedia, una sola lavagna, un solo infisso. Perfino i mattoni e il ferro sono stati famelicamente strappati.

A poche centinaia di metri da qui sorge l’Ospedale Nord, da cui si abbraccia in un unico sguardo tutta città, i due mari, il porto, le ciminiere del siderurgico. A settembre vi ho accompagnato mio padre per il primo giorno di chemio.

IL RE È NUDO, MA TUTTI GUARDANO DA UN’ALTRA PARTE

minimaetmoralia.it 22.12.18

il re è nudo

di Davide Gatto

Non mi piace alimentare la forma prima di intrattenimento dell’Italia, ovvero la politica-spettacolo di talk show, informazione paludata e maligna e girandola di commenti social che farebbero impallidire gli avventori di un vecchio Bar dello Sport.

Eppure stavolta qualcosa voglio dirla. Voglio dire qualcosa perché per la prima volta vedo con chiarezza un disegno dietro le vicende politiche degli ultimi mesi rappresentate dai media, il disegno ben orchestrato di neutralizzare il progetto di cambiamento della forza politica che alle ultime elezioni ha pressoché doppiato la percentuale di consensi dei suoi diretti avversari (32.7 contro rispettivamente 18.7 e17.4).

Gli argini alla marea montante erano stati costruiti già prima della consultazione elettorale, quando la maggioranza parlamentare uscente approvò la nuova legge elettorale – il cosiddetto Rosatellum, dal nome dell’allora deputato del partito che avrebbe poi ottenuto il 18.7-: la conta dei voti sarebbe avvenuta per coalizione, non per singola forza politica, ben sapendo che il movimento del futuro 32.7 sarebbe stato l’unico a correre da solo.

Di fatto l’argine cedette sotto la spinta delle preferenze, dato che il successo del movimento solitario finì per impedire che una delle due coalizioni raggiungesse la maggioranza parlamentare assoluta (50% + 1). L’operazione successiva è stata quindi quella di legare a corda doppio il corpo estraneo della politica italiana (annoto solo che in una democrazia compiuta non dovrebbe essere neppure concepibile l’idea di un corpo estraneo) con un compagno di cordata organico all’assetto politico tradizionale: la forza del 32.7 è stata posta sotto la tutela del partito del 17.4.

Non bisogna dimenticare che questa strana coppia dell’attuale esecutivo è pervenuta alla sua unione di fatto solo dopo che il partito del 18.7 ha pervicacemente negato il suo appoggio, nonostante gli innumerevoli addentellati programmatici che almeno la sua piattaforma ideologica avrebbe potuto consentire con le linee progettuali del movimento del 32.7.

Qualche esempio? La lotta contro i privilegi (taglio degli stipendi dei parlamentari, delle pensioni d’oro, tetto alle liquidazioni milionarie dei manager etc.), la redistribuzione del reddito a favore delle classi più deboli (quota 780 euro sia per il reddito di cittadinanza che per le pensioni minime), la salvaguardia dei diritti fondamentali (salute, lavoro, ambiente), il ripristino delle condizioni di legge in tutti gli ambiti (leggi lotta alla corruzione, all’evasione etc.). Ribadisco, a scanso di equivoci, che questi punti sono riconducibili alla piattaforma ideologica del partito del 18.7, non necessariamente al partito del 18.7.

Messa nell’angolo da queste manovre da burattinai consumati, la forza politica del 32.7 ha verosimilmente accettato l’abbraccio subdolo del partito del 17.4 per non disperdere un capitale elettorale che difficilmente avrebbe resistito agli attacchi, ai ricatti, alle lusinghe paternalistiche che sono il bagaglio storico di tutte le forze della restaurazione, del potere consolidato. Ha accettato questo abbraccio perfido sperando che la protezione di un contratto pubblico firmato da entrambi i contraenti fosse sufficiente a evitare la sua trasformazione in abbraccio mortale.

Di fatto è avvenuto nei mesi successivi e fino ad oggi un fenomeno distorsivo della rappresentazione dei fatti, come se i fatti fossero filtrati attraverso un prisma capace di deviare la loro effettiva paternità in modo da riconoscere al partito del 17.4 i meriti delle iniziative virtuose, a quello del 32.7 la responsabilità delle politiche più ciniche e riprovevoli. Gli esempi emblematici di questo processo – a mio giudizio non casuale – sono da una parte l’abbattimento del quartiere abusivo dei Casamonica realizzato dopo dieci mesi di istruttoria dalla sindaca romana della forza politica del 32.7, ma mediaticamente devoluto come un tributo al capo del partito del 17.4 in sella ad un bulldozer (fosse stato qualche decennio fa avrebbe forse esibito il petto nudo e un piccone…), dall’altra l’astio ideologico del decreto Sicurezza imputato a quella maggioritaria tra le due forze di governo, che ha dovuto tollerarlo a forza per non buttare – come si dice – il bambino insieme all’acqua sporca.

Oltre che caratterizzata da questo peculiare effetto prismatico, la rappresentazione dei fatti appare sottoposta anche a un particolare filtro di potenziamento selettivo, per cui l’uomo del bulldozer risulta ubiquo e pressoché onnipotente, la variante odierna del superuomo che i nostri anticorpi civili hanno tante volte in passato debellato ma che giace latente nel nostro organismo come una maledizione: la sua parola è l’ultima, la sua figura giganteggia in tutte le cronache, si tratti di vaccini, di infrastrutture, di appalti, di Europa, di giusto processo e naturalmente di autoscatti personali e di altrettanto personale ménage amoroso.

Qualcuno dice che viviamo in tempi di grossolanità trionfante, e alla fine deve essere vero se nessuno fa più caso a sproporzioni che sembrano parossistiche, come quella tra un partito sulla cui truffa ai danni dello Stato per 49 milioni di euro la rappresentazione mediatica tace, e una forza politica messa alla sbarra perché il padre del suo responsabile incaricato avrebbe fatto interventi edilizi abusivi su una catapecchia (disabitata) di proprietà e avrebbe corrisposto al figlio dei soldi in nero per la sua collaborazione estiva nell’azienda di famiglia: se in quest’Italia dell’illegalità diffusa tutti possiamo specchiarci nel secondo, il primo è un caso unico nella sua abnormità.

La rappresentazione generalizzata proietta dunque un cono di luce potente sul capo del partito del 17.4 (mi ostino a ritenere i fatti, il risultato elettorale, più importanti delle proiezioni statistiche, cioè gli attuali sondaggi elettorali), mentre lascia nell’ombra o distorce il profilo del responsabile incaricato della forza politica del 32.7 (tralascio le considerazioni sul Primo ministro, finalmente uno che studia e lavora invece che fare il giro delle sette chiese televisive). Perché?

Perché, banalmente, il partito del 17.4 è il partito della conservazione, da qualunque parte lo si voglia guardare: il nazionalismo è retrò, lo sviluppo legato alle grandi opere e ai grandi operatori economici è retrò, la famiglia tradizionale, la paura dell’immigrato e la noncuranza per l’ambiente sono retrò, è retrò in primo luogo la data delle sua costituzione (1988), che affonda le sue radici ben addentro a una stagione politica sconfessata da anni di movimenti dal basso e ora dal civismo confluito nella forza politica del 32.7.

D’altra parte, non vedo come si possa misconoscere la visione futuribile di quest’ultima. L’elenco sarebbe lunghissimo, ma merita almeno citare l’emancipazione dalle fonti energetiche fossili e inquinanti (è giusto spingere la transizione verso l’auto elettrica), il potenziamento della raccolta differenziata (nessuno vorrebbe un inceneritore vicino casa), il reddito di cittadinanza (sono i sociologi ad avvertire che l’efficientamento della automazione industriale richiederà misure stabili di sostegno del reddito), lo sviluppo di reti infrastrutturali ecosostenibili (banda larga, ferrovie) che rendano finalmente unita l’Italia invece che sacrificarne una parte perché l’altra possa sedere nel salotto buono e sempre più ristretto dei potenti d’Europa (a chi servono davvero TAV e TAP?); e potrei continuare a lungo.

Non si tratta qui di essere d’accordo con tutti i punti di questo programma politico, ma di coglierne la posizione dialettica rispetto all’italianissimo e gattopardesco “tutto cambi perché nulla cambi”. Dopo il crollo – colpevole – del ponte Morandi a Genova, la vecchia politica avrebbe continuato ad affidare al gestore inadempiente le autostrade italiane, con grande sconcerto di tutti noi.

Ebbene, ieri sono accaduti due fatti che mi hanno spinto a scrivere queste considerazioni. La sovraesposizione del leader del partito del 17.4 si è arricchita di due nuove tessere del mosaico strapaesano dell’uomo dei miracoli: l’abbiamo visto prima accondiscendere indebitamente alle richieste dell’associazione degli industriali, notoriamente favorevoli alla TAV e alle grandi opere, il giorno dopo il successo torinese della manifestazione no-TAV (subito scomparsa dalla scaletta dei TG), poi chiedere alla sua piazza l’investitura a trattare con l’Europa quando proprio il governo di cui fa parte come socio di minoranza ha in corso esattamente questo tipo di trattativa.

Mi si dirà che il leader del partito del 17.4 si rivolgeva al suo popolo in vista delle elezioni europee, ma la rappresentazione che dell’evento è stata data pareva sottintendere un giudizio di attuale inefficacia e una promessa di futura risoluzione di tutte le vertenze vantaggiosa per l’Italia.

E quindi ho sciolto le mie riserve, ho chiuso il mio periodo di osservazione e di valutazione: l’uomo del partito del 17.4, il piccolo uomo (politicamente) che la grancassa dei poteri consolidati ha trasformato sugli schermi in un gigante è l’antidoto programmato contro ogni evoluzione di questa nostra asfittica dimensione sociale, culturale, economica, politica. Niente di strano se tra qualche mese farà mancare il suo appoggio al governo per formarne uno nuovo con le forze di destra e di fanta-sinistra schierate per il ripristino dell’ordine, dell’inerzia e del privilegio originari.

In questo malaugurato caso il virus fascistoide e neoliberista, ora depotenziato dal contratto di governo e dalla forza politica del 32.7, sprigionerà tutti i suoi funesti effetti, di cui l’occhiolino a più riprese strizzato alle grandi lobby economiche (vedi la vicenda del Ponte Morandi e il sì alle grandi opere, inceneritori compresi) e ai grandi evasori (vedi il no alla tracciabilità di tutte le transazioni economiche con carta e il sì alla prescrizione), per non parlare della protezione offerta a Casa Pound, non è che il segno premonitore.

A fronte di questo quadro mi stupisce invece – forse questo è l’ultimo residuo di ingenuità che mi consento – che le battaglie contro l’illegalità, contro la disuguaglianza, contro il privilegio, per i valori costituzionali, per la partecipazione civica, per i diritti, che indubbiamente la forza politica del 32.7 ha ingaggiato con una intransigenza che ha a tratti il sapore di altri tempi, non vengano fatte proprie da chi è da sempre ideologicamente allineato sugli stessi valori di fondo: se il fine è lo stesso, sembra folle non collaborare alla definizione dei modi per raggiungerlo.