Buffett punta i suoi jet su Linate

firstonline.info 25.12.18

In dodici mesi le ore volate dai jet privati di Warren Buffett in Italia sono cresciute dl 9,3% e il più abile finanziere del mondo punta a crescere ancora di più nel nostro Paese rafforzando la sua squadra all’aeroporto di Milano Linate 

Buffett punta i suoi jet su Linate

Quando si dice il tocco magico. Anche la sua compagnia di jet privati sta dando soddisfazioni a Warren Buffett, l’oracolo di Omaha, il più astuto finanziere del mondo. La sua NetJets, la compagnia di aerei privati di Buffett, sta dando buoni risultati anche nel nostro Paese.

In dodici mesi, come racconta la rivista Capital, le ore volate da NetJets, guidata da Mario Pacifico, sono  cresciute in Italia del 9,3% con una quota di mercatro pari al 9%.

Ma Buffett non si accontenta e alza l’asticella. Per questo l’irganico di NetJets in Italia verrà rafforzato e per questo si punterà soprattutto a incrementare i voli privati dall’aeroporto di Milano Linate.

SPY FINANZA/ La vera crisi che si vuol nascondere dietro una recessione

Comincia a rimbalzare anche sui grandi media l’allarme su un’imminente recessione. Quasi a nascondere la crisi finanziaria in arrivo

25.12.2018 – Mauro Bottarelli ilsussidiario.net

Lapresse

Prima di tutto, buon Natale a tutti voi e ai vostri cari. Secondo, bando alle smancerie ed entriamo nel vivo, visto che la situazione sta peggiorando rapidamente. E a vista d’occhio. Ma, altrettanto in fretta, chi di dovere ha approntato le sue contromosse. Guardate Donald Trump, per esempio. Appena l’economia e la sua appendice da casinò, ovvero Wall Street, hanno smesso di essere materiale da propaganda, ha immediatamente virato altrove. È tornato sul classico: l’isolazionismo forza quattro, l’America firstall’ennesima potenza. Non a caso, la battaglia campale è immediatamente ripiegata su quello che ha rappresentato la punta di diamante della campagna elettorale del 2016, ovvero il muro anti-clandestini al confine con il Messico. 

Ve ne eravate dimenticati, vero? Poco male, lo aveva fatto anche il Presidente, impegnato com’era a inventarsi allarmi nucleari con la Corea del Nord (sparita del tutto dai radar, ma, state certi, pronta a rientrare in gioco alla bisogna), baruffe con Cina e Russia a, soprattutto, a twittare tutto il giorno sui numeri record dell’occupazione e degli indici di Borsa. Poi, con i tonfi di Wall Street del mese di ottobre e l’approssimarsi del voto di mid-term di inizio novembre, ecco che una primo deja vù era tornato in campo: la carovana di migranti partita dal Guatemala e divenuta immediatamente l’emergenza nazionale numero uno. Tutto questo, mentre contemporaneamente i bond di General Electrics crollavano e venivano trattati sul mercato come junk, nonostante le tre sorelle del rating avessero letteralmente regalato all’azienda l’investment grade a fronte di 116 miliardi di debito consolidato e General Motors si preparava a dare il ben servito a qualche migliaio di dipendenti, operai e colletti bianchi.

La situazione necessitava un salto di qualità. Ed ecco il muro contro muro, mai come adesso questa metafora calza a pennello, con i Democratici in sede di discussione del Bilancio, passato indenne alla Camera, ma, di fatto, bocciato al Senato. Il motivo? L’assenza nel Budget dei 5,7 miliardi di dollari necessari appunto alla costruzione del muro con il Messico, motivo per cui Donald Trump non ha firmato e ha fatto scattare lo shutdown. Ed ecco la parola chiave di fine anno, ripetuta a macchinetta da tutti i tg e rilanciata in prima pagina da tutti i quotidiani, quasi l’America fosse sull’orlo della tragedia. 

Cos’è, in realtà, lo shutdown, scattato ufficialmente alle 6 del mattino ora italiana del 22 dicembre scorso? Di fatto, il blocco parziale delle attività federali, una sorta di esercizio provvisorio che in pratica e nel breve termine ha come unica conseguenza il fatto che 400mila dipendenti pubblici continueranno a lavorare senza essere pagati (ma lo saranno in seguito, non perderanno affatto i loro diritti retributivi relativi al periodo di “chiusura”), mentre per altri 200mila è scattato il congedo forzato (e anch’essi torneranno automaticamente in servizio, nessuno resterà a casa). Attenzione quindi a caricare di significati eccessivi ciò che, in realtà, per ora è solo un atto simbolico o poco più. Quello appena iniziato è infatti il 21mo shutdown negli ultimi 40 anni e l’eventuale rilievo di drammaticità dipenderà unicamente dalla durata, la quale di fatto può portare a un danno economico conclamato per il Pil del Paese. Ma, come avrete letto, già entro questa settimana si potrebbe arrivare a un compromesso sulla proposta avanzata dalla Casa Bianca di uno stanziamento da 2,5 miliardi di dollari e, comunque, i contatti fra le parti non si sono mai interrotti del tutto. 

Insomma, nessun baratro all’orizzonte. Tanto più che a oggi il campione del mondo in tal senso resta quel celebrato esempio di buon governo di Bill Clinton, con un blocco dell’attività federale durato 21 giorni, dal 16 dicembre 1995 al 5 gennaio 1996. Secondo Jimmy Carter con 17 giorni e terzo Barack Obama con 16: insomma, tutti Democratici finora sui tre gradini del podio. Qualcuno scatenò allarmi apocalittici? No, per il semplice fatto che la stampa era amica e che, soprattutto, l’accaduto garantiva l’occasione per criminalizzare l’atteggiamento di ostruzionismo cieco, bieco, guerrafondaio, razzista e chi più ne ha, più ne metta, dei Repubblicani. Propaganda, insomma. Anche perché, alla luce di uno shutdown di media ogni due anni, l’America non è certo andata in default, nel frattempo. Certo, in compenso, stava facendo andare in default tutto il mondo una decina di anni fa con i suoi giochini con i subprime. Ma questa è un’altra storia. Una storia che va silenziata, appunto, gettando in pasto all’opinione pubblica altre e più sanguinolenti emergenze (vi ricorda una schema consolidato anche qui, per caso?), come frotte di clandestini pronte ad assaltare i confini della Patria. Alla vigilia del mid-term, d’altronde, ha funzionato, nonostante la carovana fosse distante ancora centinaia di chilometri dal confine texano. 

E perché va silenziata? Perché, potenzialmente, potrebbe ripetersi. A breve. E anche in tono maggiore del 2008. Guardate questi due grafici e comincerete a entrare nel mood giusto per capire. Il primo ci mostra il Fear&Greed Index della CNN, il quale soltanto venerdì scorso ha toccato quota 5. Il minimo storico, ovvero il massimo della paura come sentimento prevalente sul mercato. Come vedete, esattamente un anno fa lo stesso indicatore era a quota 72, a ridosso dell’area di estrema avidità, quindi sentimento ultra-ottimistico per gli investimenti. E guardate l’ultimo tratto di schema grafico: un picco al rialzo dopo i tonfi di ottobre, speranza di un rally e poi lo strapiombo, dopo mesi e mesi di ottimismo a oltranza. 

Il secondo è paradossalmente ancora più interessante, dal nostro punto di vista. Ci mostra la ricorrenza della parola “recessione” nei servizi pubblicati da Bloomberg sui suoi terminali. Attualmente siamo ai massimi dalla prima settimana del 2017. Non so se avete visto il film Fight club ma la logica è la stessa: qual era infatti la prima regola del Fight club? Non nominare mai il Fight club. Si chiama profezia auto-avverante. O, nel nostro caso, qualcosa che somiglia molto al condizionamento mentale. Come siamo passati dall’ottimismo a oltranza di inizio autunno a questo pessimismo cosmico? Come siamo passati dalla ripresa globale alla recessione globale, nel tempo in cui le foglie sono stinte e cadute dagli alberi? Perché hanno voluto imporcelo a livello mentale: è una forma mentis, prima che un dato di fatto. 

Intendiamoci, i motivi per essere preoccupati ci sono – e ve li sto mettendo in fila da qualche trimestre, ormai, mano a mano che si dipanavano -, ma vi invito a ragionare su un fatto. Stando a un recente sondaggio della stessa Bloomberg, la maggioranza degli economisti interpellati al riguardo ha dato le possibilità di una recessione negli Usa per il 2019 al 15%, nell’eurozona al 18%, nel Regno Unito travagliato del Brexit al 20% e nel Giappone del Qe perenne che non sortisce risultati efficaci solo al 30%. Diciamo che non c’è tutta questa possibilità reale, almeno stando agli economisti. E cosa ci dice allora quella citazione continua e di massa della parola “recessione”? 

Tre possibili cose, più o meno antitetiche fra loro. Primo, le preoccupazioni per quello scenario sono sopravvalutate, forse per eccesso di cautela. Secondo, la gente non crede più agli economisti e alle loro previsioni, viste le cantonate prese dal 2007 in poi. Terzo, ci stanno preparando all’evenienza piano piano, un po’ alla volta, come una dose di virus che viene inoculata nel corpo per funzionare a mo’ di vaccino, quando ce ne sarà la necessità. Ci stanno, appunto, condizionando. Lo stesso identico procedimento che hanno usato per almeno 18 mesi in senso opposto, ovvero facendo credere alla massa che la ripresa fosse non solo globale ma sostenuta, sostenibile e addirittura sincronizzata, in un mondo totalmente interconnesso dalla finanza. 

Era così all’epoca? No, affatto. Siamo alle soglie della recessione, ora? No, se intendiamo per recessione la definizione economica che si offre a quello scenario macro conclamato. C’è però un problema: siamo alle soglie di una crisi finanziaria stile 2008. E occorre quindi parare il colpo senza però far andare la gente nel panico. E la parola “recessione” fa si paura, ma dà l’idea di un treno costretto a rallentare un po’, un intoppo passeggero. Il termine “crisi finanziaria”, invece, fa pensare al 1929, ai subprime, a Lehman Brothers, alle chiusure di Borsa a -5%. Soprattutto, alla gente che esce dai palazzi con gli scatoloni in mano. Non si può, troppo drastico. Troppo a rischio, soprattutto. Occorre preparare con calma, come un bravo medico che crea le condizioni migliori possibili per comunicare una brutta diagnosi. 

Quale? Guardate questo grafico: ci mostra come dal picco del gennaio scorso, la capitalizzazione di mercato bruciata a livello mondiale sia stata pari a 18 triliardi di dollari. Avete letto bene. Ma lo avete letto qui, non sui quotidiani in prima pagina. E non lo avete sentito nemmeno come prima notizia del telegiornale. Mai, nemmeno una volta. E sapete cosa c’è di peggio? Che 6,5 di quei triliardi sono stati bruciati da quando è in vita la cosiddetta “tregua” del G20 fra Stati Uniti e Cina, sancita a fine novembre a Buenos Aires. Alla faccia della tregua che doveva salvare il mondo dalla catastrofe! Nel frattempo, il Nasdaq delle mitiche azioni Faang è in territorio dell’Orso conclamato (-20% dai massimi a 52 settimane) e Dow Jones e Standard&Poor’s 500 stanno per raggiungerlo, rispettivamente a -16% e -17% dai massimi. Tutto in poche settimane, tutto senza fare – di fatto – notizia.

(1- continua) 

Babbo Natale stai lontano da me. Genova ha bisogno di lavoro e non di cadeaux (di R. Bobbio)

ilfarodigenova.it 25.12.18

Babbo Natale, se ci sei, vedi di portare qualche occasione di sviluppo e ricollocamento alle vittome dei numerosi licenziamenti che stiamo vivendo sotto il tuo albero di piazza De Ferraris.

Questo 2018, funestato dall’evento del ponte Morandi, non sarà ricordato solo per il crollo del 14 agosto scorso.

La “Rinascente”, che ha fatto la storia del commercio e dei grandi magazzini a Genova, ha chiuso il 4 novembre dopo 60 anni, crollando sotto il peso di un mercato ormai troppo frazionato in micro offerte e, non ultimo fattore, dall’espansione di Amazon, lasciando a casa una cinquantina di dipendenti diretti e impiegati nell’indotto..Le saracinesche abbassate nei grandi locali di via XII ottobre e la mancanza di luminarie, fanno ancora più impressione in questi giorni di acquisti natalizi.

E sono rimasti soffocati dalla montagna di debiti che il Patron Fogliani ha scaraventato addosso alla sua creatura, l’azienda genovese che produce ticket restaurant, gli oltre 300 dipendenti della QuiGroup.
Lavoratori che da settembre sono senza stipendio, che stanno vivendo sulla loro pelle una situazione drammatica, visto che, prima con la procedura fallimentare e poi con l’accordo raggiunto a fine novembre, da 4 mesi non vedono un euro se non per quei 20 giorni relativi al periodo pre fallimento di settembre 2018.

E fino a marzo 2019 continueranno ad essere senza reddito alcuno. E le critiche verso istituzioni locali sono crudeli “Regione e Comune millantano tavoli mai partiti e non sono riusciti a salvare un solo posto di lavoro. Solo rispetto alla Rinascente sembrava dovesse arrivare chiunque invece, anche a causa degli altissimi canoni di locazione che chiede Carige, proprietaria dell’immobile, sembra destinato a restare deserto

Anche il commercio locale vive il Natale più triste che Genova abbia mai visto.

Accanto ai casi noti delle grandi aziende che hanno chiuso ci sono le piccole imprese che chiudono ogni giorno e di cui i sindacati riescono a tenere traccia solo quando viene richiesto l’accesso agli ammortizzatori sociali.E’ uno stillicidio continuo dovuto in parte ai mancati guadagni o alla crescita dei costi a causa della viabilità post crollo del ponte: uno, due, tre posti di lavoro al giorno vengono polverizzati nel silenzio delle istituzioni”.

Intanto il comparto metalmeccanico piange uno tsunami costante,che nasce da molti mesi a oggi.
Se l’Ilva sembra essere scampata a quello che avrebbe potuto essere un disastro annunciato, la situazione di Piaggio Aero resta incerta, e non si è chiarita certo perchè gli stipendi di dicembre, dopo la manifestazione della settimana scorsa, sono stati pagati

Sarà triste anche il Natale dei 27 lavoratori della New Log che saranno formalmente licenziati il 31 dicembre, nonostante la lotta portata avanti per mesi contro il colosso Postel. Dopo il presidio di martedì proprio per denunciare che non erano stati pagati gli stipendi, l’azienda ha fatto sapere che oggi provvederà con un bonifico urgente, ma per Genova saranno altri 27 posti di lavoro in meno che difficilmente verranno recuperati.

Sotto il ponte Morandi ovviamente le cose non vanno meglio: Lamparelli, Vergano e Piccardo, tre aziende della zona rossa, hanno chiuso e ceduto gli spazi alla struttura commissariale lasciando a casa 19 dipendenti. Chiudendo hanno escluso che i loro dipendenti potessero accedere agli ammortizzatori sociali.
Gesto incomprensibile e che ha ulteriormente affollato il novero dei disoccupati genovesi.

Babbo Natale, per favore, stai lontano da me.

Roberto Bobbio

Bergoglio dice “Basta ingordigia”, ma nulla aggiunge sul mondo neofeudale da cui le più grandi ingiustizie derivano e traggono linfa

mittdolcino.com 25.12.18

Forse non casualmente abbiamo dovuto attendere 266 Papi per avere un Gesuita al Soglio di Pietro. Oggi Francesco afferma solennemente che in troppi non hanno pane. Vero.
Certamente si riferirà agli immigrati, poverini, strappati dalle loro terre per colpa delle multinazionali/avvoltoio sino-occidentali che sfruttano le loro risorse e rubano la loro terra. Peccato Francesco si dimentichi di aggiungere alcuni dettagli importanti, ad esempio che gli “indigeni indigenti” scappano verso il Mediterraneo e poi verso l’Europa dove incontrano i confini UE, che fanno da barriera. Anzi no, l’Unione Europea “asimmetrica”vorrebbe farli arrivare ma a condizione di farli poi restare solo in Italia e Grecia, infatti Parigi e Berlino desiderano fare filtro ai propri confini, vogliono evitare immigrati analfabeti e litigiosi…

Se aggiungiamo che le multinazionali che rubano le terre degli indigeni in gran parte risiedono precisamente oltre le Alpi – nell’EU fraterna ed amorevole, … – capiamo quanto parziale sia il messaggio di colui che è Papa in seconda (il primo [Bendedetto XVI], lo ricordo a tutti, tecnicamente NON si è dimesso […]; a scegliere io sto con Papa Benedetto XVI, tutta la vita!).

Nulla infatti Francesco dice sulla deriva neofeudale che il mondo globalista e globalizzato ha ingenerato. Dimenticandosi ad esempio di stigmatizzare il fatto che i miliardari globalisti, quelli che vogliono le migrazioni “con filtro”, selettive, sono gli stessi per cui Francesco ha tanta simpatia.
Sono sicuro che Bergoglio, lo stesso che della sua nomina romana non ha visitato nemmeno una volta il proprio Paese (caso più unico che raro, chissà come mai), implichi nelle sue prediche che tutti i cittadini, quelli che stanno “sul divano” dovrebbero contribuire ad aiutare i poveri, che so, con un contributo fisso; ad es. pagare 100 euro da parte di ogni cittadino per aiutare poveri ed immigrati. 100 euro, che tu sia miliardario o ex classe media, prendere un poco da tutti fregandosene che 100 euro per un operaio sono un problema mentre per un miliardario sono davvero nulla.

Perché Papà Francesco, assieme ai partiti di sinistra, non correggono la deriva neofeudale caratterizzata da esempi tipo la segretaria di Warren Buffet, uno degli uomini più ricchi del mondo, che paga aliquote di tassazione ben più alte del suo ricchissimo datore di lavoro? Tacendo su un concentrazione di ricchezza in mano di pochi mai vista nella storia umana moderna? (Ad es. l’Italianissima legge sui Paperoni, o legge Ronaldo voluta della sinistra di Matteo Renzi, che normalizza comportamenti da codice penale ad es. in Spagna, sdoganando l’ipotetica correttezza – in un ambito di crisi imperante – che chi ha moltissimo paghi aliquote di tassazione anche inferiori all’1% mentre la massa dei contribuenti deve corrispondere tra il 50 ed il 60% di tasse).

A me sembra tanto che dietro a tutto questo enorme caos fatto di migranti, MeeToo e di diritti universali comparsi dall’oggi al domani ci sia un piano ben congegnato, il più classico dei dividi ed impera a danno del 99.9% della popolazione.
Il motivo? Far scannare la massa dei cittadini, con lo scopo di mantenere intonse le ricchezze in mano ad un manipolo di mega miliardari globalisti, gli stessi che magari hanno messo in condizione Papa Benedetto XVI di dimettersi per far e spazio al El Papa, il Bergoglio che magari fu anche simpatizzante della giunta golpista argentina (ci sono opinioni contrastanti al riguardo). E dunque superando il concetto di destra e sinistra, visto che a pagare il conto devono essere gli appartenenti ad entrambi gli antichi schieramenti politici pre-neofeudali.
Non va infatti dimenticato che la lotta alla pedofilia nella Chiesa fu voluta fortemente dal predecessore di Bergoglio, l’attuale Papa in realtà la bloccò per anni addirittura nominando ad un posto chiave della Curia il cardinale anglosassone Pell , poi costretto alle dimissioni proprio per pedofilia!

La risposta a tutto quanto sopra è che il Papa (Bergoglio) che si presentò pubblicamente “dotato” dello stesso occhio nero più o meno in contemporanea al promosso Principe Filippo, assieme ai partiti che furono di sinistra, tifa per i megamiliardari, che difende e protegge.
Chi deve pagare anche secondo Bergoglio sono sempre gli stessi, la classe media! I miliardari neofeudali devono invece prosperare, visto che dovranno governare il mondo.

Sarà una Chiesa 2.0, non c’è che dire….

Buon Natale a tutti, ricordando con malinconia e tenerezza il Papato di Benedetto XVI.

Mitt Dolcino

Carige, i piccoli azionisti scrivono a Mattarella e Conte

ilsecoloXIX.it 25.12.18

Genova – L’associazione Piccoli azionisti di Banca Carige ha inoltrato ieri, vigilia di Natale, due lettere al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, «per rivolgere un appello a intervenire nella complessa vicenda di Banca Carige» ed «evitare gravi danni per il futuro della banca, azionisti tutti, territori ove opera, dipendenti e clienti».

La notizia è stata confermata dal presidente dei “piccoli”, Silvio De Fecondo.

GUZZETTI, SANGALLI, RIVOLTA: IL TRIANGOLO VELENOSO.

andreagiacobino.com 24.12.18

“Negano il futuro ai bambini”. Giuseppe Guzzetti, presidente di Fondazione Cariplo e dell’Acri, è stato ieri giustamente molto critico sulla manovra economica varata dal governo leghista e pentastellato che ha raddoppiato l’Ires sul terzo settore. Ma a parte chiedersi perché Guzzetti si sia accorto solo ora della pericolosità dell’esecutivo guidato in realtà da Matteo Salvini dopo che negli ultimi anni il presidente della Fondazione più importante del Paese ha lisciato il pelo ai vertici leghisti, sarà interessante vedere come si porrà l’ottantaquattrenne avvocato nativo di Turate in una partita che riguarda un centro nevralgico del potere: la presidenza di Confcommercio.

Il presidente Carlo Sangalli, ex democristiano “doc” proprio come Guzzetti, è infatti rimasto ancora in sella dopo essere inciampato in una brutta storia che ha coinvolto la sua ex segretaria Giovanna Venturini che lo ha accusato di molestie sessuali e l’ex direttore generale di Confcommercio Francesco Rivolta, licenziato in tronco da un incarico che ricopriva dal 2011. Le strade di Guzzetti e Sangalli si incrociano da sempre non solo per la vecchia militanza scudocrociata, ma anche perché lo stesso Sangalli è vicepresidente della Fondazione Cariplo dal 1998 e con l’avvocato, che ne è presidente da un anno prima, ha sempre coltivato ottimi rapporti.

L’ultima vicenda, però, ha lasciato una coda velenosa e Guzzetti ha addirittura diffidato Sangalli dal presentarsi negli uffici della Fondazione. Un atto di condanna morale? Forse, ma non solo. Di certo Guzzetti conosce benissimo Rivolta, che Sangalli ha accusato di essere il regista del fallito complotto ai suoi danni, perché anche in questo caso sono destini incrociati, questa volta all’ombra del grattacielo “Pirellone” che ospitava fino a poco tempo fa la sede della Regione Lombardia di cui l’attuale presidente della Fondazione fu presidente dal 1979 al 1987. E, guarda caso, il silurato ex dg di Confcommercio fu nominato direttore generale della Regione Lombardia il 12 giugno del 1981 e quattro anni dopo, sempre imperante Guzzetti al Pirellone, il consiglio regionale della Lombardia lo nominò assessore agli affari generali, personale e comitati di controllo (Coreco), incarico seguito da auelo di assessore alle Politiche Economiche.

Quali furono i veri rapporti in quegli anni tra Guzzetti e Rivolta? E’ vero che Guzzetti suggerì a Sangalli nella primavera scorsa di lasciare proprio a Rivolta la presidenza di Confcommercio, cosa che non avvenne scatenando l’ira del dg quando poi nella scorsa estate lo stesso Sangalli sommò la carica di presidente di Unioncamere? Queste sono domande interessanti tanto quanto sapere a chi corrisponde l’identikit del futuro presidente della Fondazione che Guzzetti ha già individuato per succedergli il prossimo anno.

Il triplice fuoco contro l’Italia: così fu fatto cadere Berlusconi

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 26-04-2011 Roma Politica Villa Madama, vertice governativo Italia - Francia, conferenza stampa Nella foto Nicolas Sarkozy, Silvio Berlusconi Photo Roberto Monaldo / LaPresse 26-04-2011 Rome Italy - France government summit, press conference In the photo The France's President Nicolas Sarkozy and the italian Prime Minister Silvio Berlusconi

Nelle ultime giornate, un Emmanuel Macron sempre più in crisi, schiacciato tra la vertiginosa caduta di consensi in Francia, l’appannamento della sua stella nel proscenio internazionale e le rivendicazioni dei gilet gialli, ha avviato uno stretto giro di consultazioni con gli esponenti del tradizionale establishment politico nazionale. Con quelli che Lucio Caracciolo ha definito “ottimati”, i rappresentanti di un’élite politico-economica che ha puntato su Macron come suo campione ma, al tempo stesso, come sua ultima risorsa. Se l’incontro con il Commissario europeo Pierre Moscovici ha fatto discutere, ancora più chiacchierato sarà il vertice con l’ex presidente Nicolas Sarkozy.

Ricevendo all’Eliseo il suo predecessore di centrodestra, Macron non punta solo a risultati politici immediati o a una legittimazione nell’elettorato dei Republicains. Certifica anche l’esistenza di un’identità trasversale all’establishment francese, uno spirito di corpo che la crisi apparentemente irrisolvibile di Macron appare destinato a fomentare. C’è aria da ultima ridotta, in Francia. E pensando a Sarkozy la mente non può non tornare a sette anni fa, ai tempi della tempesta finanziaria che sconvolse l’Eurozona nel 2011, portando al crollo del governo di Silvio Berlusconi in Italia sotto i colpi dello spread.

Tra i protagonisti del dramma dell’estate e dell’autunno 2011 Nicolas Sarkozy spicca assieme a pochi altri protagonisti. Tre per la precisione. Assieme alla Cancelliera Angela Merkel, due francesi: l’allora governatore della Bce Jean-Claude Trichet e la direttrice del Fondo monetario internazionaleChristine Lagarde. Lo spirito di corpo degli “ottimati” allora unì fortemente Lagarde, Sarkozy e Trichet. Che a una lettura chiara dei fatti appaiono come i principali responsabili delle dinamiche politiche ed economiche che sprofondarono nella crisi più nera l’Italia, portando alla caduta del governo.

La Francia protagonista dell’offensiva contro Berlusconi

Nella memoria collettiva riguardante quei mesi di acutissima tensione, il profilo del responsabile principale per l’offensiva finanziaria che mise in ginocchio l’Italia sembra coincidere con quello della Germania di Angela Merkel, i cui istituti giocarono invero un ruolo notevole: basti pensare alla vendita allo scoperto di 7 miliardi di titoli pubblici italiani da parte di Deutsche Bank, attuale mina vagante dell’economia europea, tra la fine del 2010 e il luglio 2011 che contribuì a portare i rendimenti dei Btp alle stelle.

Tuttavia, una lettura incrociata delle principali fonti sui fatti del 2011 rafforza i sospetti su Parigi e sui suoi uomini nelle istituzioni finanziarie internazionali. Mano a mano che si costituiva l’asse franco-tedesco in seno all’Eurozona, Nicolas Sarkozy si andava convincendo che solo attraendo l’Italia come satellite la Francia avrebbe potutoriequilibrare l’egemonia di Berlino. Da qui l’azione su due fronti. Sul versante mediterraneo, l’azione contro la Libia di Gheddafi, aperta sfida geopolitica a Roma a cui il governo Berlusconi fu costretto a partecipare dietro le pressioni del Quirinale. Sul fronte finanziario, la manovra accerchiante per costringere l’Italia ad accettare una manovra di “lacrime e sangue” e, in prospettiva, l’intervento della Troika. Premessa necessaria per una svendita massiccia di asset e un ridimensionamento economico del Paese di cui gli attori francesi avrebbero inevitabilmente tratto giovamento.

La pista francese della crisi del 2011

Quattro libri aiutano, incrociati l’uno con l’altro, a ricostruire lo scenario in maniera precisa. Lo ha fatto per primo Luca Ricolfi su Panoramain un’eccellente analisi a cui ora si vogliono integrare importanti prescrizioni per il presente. Si tratta delle autobiografie dell’ex premier spagnolo Zapatero (El dilema) e dell’ex Segretario al Tesoro statunitense Timothy Geithner (Stress Test) a cui bisogna aggiungere My Way, la biografia dello stesso Berlusconi curata da Alan Friedman e il recente saggio dell’ex direttore del Sole 24 Ore Roberto Napoletano, Il Cigno nero e il Cavaliere bianco.

La speculazione di Deutsche Bank, in questo contesto, resta sullo sfondo. Come ricorda Ricolfi, “fino al 5 agosto 2011, data di invio della famosa lettera Trichet-Draghi che intimava all’Italia di fare una decina di riforme e anticipare di un anno (al 2013) il pareggio di bilancio, l’azione del governo Berlusconi e del suo ministro dell’Economia (all’epoca Giulio Tremonti) aveva ricevuto solo lodi per la gestione dell’economia del Paese”, l’ultima delle quali espressa direttamente dal Consiglio europeo il 21 luglio precedente.

L’offensiva a tutto campo contro l’Italia e Berlusconi

A colpire al cuore le prospettive di ripresa dell’Italia non fu infatti la speculazione del colosso tedesco, quanto il combinato disposto tra la famosa lettera e la decisione della Banca centrale europea di Trichet di procedere a due incauti rialzi del tasso di sconto, che crebbe dall’1% all’1,50%, una manovra insensata nel pieno di una crisi economica che aveva portato a una carenza di liquidità nell’Eurozona e che tuttora rappresenta l’unico caso di innalzamento dello stesso dal 2008 in avanti.

“E un’analisi statistica dimostrerà, qualche anno dopo, che il livello del tasso di riferimento della Bce è fra i fattori cruciali che influenzano la dispersione dei rendimenti: alzarlo significa far esplodere gli spread fra Paesi periferici e Paesi forti”, sottolinea giustamente Ricolfi. Ma questo era solo l’inizio. Sul finire dell’estate quella che Zapatero ha definito “un’offensiva per terra, mare, aria” contro l’Italia e il governo Berlusconi sarebbe stata portata avanti con baldanza. E avrebbe avuto, guarda caso, dei protagonisti francesi.

Sarkozy e Lagarde attaccano Berlusconi al G20

Mentre, come già denunciato da IlGiornale, le divisioni nel governo italiano tra i fautori di una manovra d’emergenza (Romani, Brunetta, Mattioli, Calderoli) e i ministri chiave del governo (Tremonti, ministro dell’Economia e Frattini, Ministro degli Esteri) esacerbavano ulteriormente gli animi, il presidente della Repubblica, negando l’uso del decreto per l’approvazione della manovra economica che doveva tranquillizzare la Ue, mandò Berlusconi disarmato al G20 di Cannes del 3 novembre, ledendo l’autorevolezza del governo.

A Cannes, sotto l’egida di Sarkozy, presidente del summit, Christine Lagarde, direttrice del Fondo Monetario ed ex ministro nei suoi esecutivi, avanzò una serie di proposte draconiane per la risoluzione del “problema Italia”, culminanti nell’offerta di un prestito da 80 miliardi di euro che avrebbe messo, di fatto, il Paese sotto il controllo della Troika. Supportati dalla Merkel e dal superfalco del rigore Schauble, Sarkozy e Lagarde esercitarono indebite pressioni sul premier affinché accettasse le misure che, di fatto, il Quirinale aveva già avallato dopo i colloqui irrituali di Napolitano con i leader di Francia e Germania.

Lo spread travolge il premier italiano

Geithner ha scritto nel suo libro che al G20 di Cannes “alcuni funzionari europei con i quali interagivamo in quei meeting si avvicinarono con un piano per far cadere il primo ministro italiano Berlusconi. Volevano che noi rifiutassimo di sostenere i prestiti del Fmi fin quando se ne fosse andato”. Tuttavia, Obama e la sua amministrazione ebbero un comportamento molto più lineare e comprensivo delle richieste del governo italiano.

Nel comunicato finale del G20, in ogni caso, sparì l’accenno del prestito all’Italia e, di converso, l’ipotesi di uno scenario “greco” per il nostro Paese. Ma era troppo poco, evidentemente, per frenare il circolo vizioso di speculazione finanziaria abbattutosi sull’Italia. Appena una settimana dopo la fine del G20, infatti, Berlusconi si sarebbe dimesso sotto la marea montante di uno spread salito oltre quota 570. Nasceva in Italia il governo Monti: le pressioni del trio francese avevano contribuito a togliere il terreno sotto i piedi di Palazzo Chigi, ma non avevano portato al commissariamento dell’Italia e all’apertura di opportunità strategiche per la Francia nel Paese. Si confermava, come ha scritto Carlo Pelanda su Limes, “l’inutilità degli sforzi francesi per dominare l’Italia”.

Lezioni per il presente

Ciò che è accaduto nel 2011 può fornire istruttive lezioni per l’odierna situazione dell’Eurozona, in una fase che vede addensarsi all’orizzonte le nubi di una nuova crisi finanziaria. E il compattamento attorno a Macron di Sarkozy e alcuni dei suoi storici compagni di partito aiuta a capire la continuità nella linea di pensiero dei leader francesi.

Continuità che passa, tra le altre cose, per la ricerca di una vera e propria supremazia sull’Italia. Emmanuel Macron, con notevole miopia e un forte velleitarismo, ha più volte tentato di fare la voce grossa con Roma in diversi scenari. Dall’Eurozona alla Libia, passando per le dinamiche dei più importanti attori economici dei due Paesi e la crisi migratoria, la Francia ha messo particolarmente nel mirino l’Italia nell’ultimo anno.

Si ripropongono gli scenari tradizionali: junior partner in quello che ai media è presentato come “asse franco-tedesco” in seno all’Unione europea, ma che di fatto è arena di quasi esclusiva pertinenza di Berlino, Parigi non punta a riequilibrare i rapporti di forza con la Germania facendo leva sull’Italia come alleato in diversi campi, tra cui la fondamentale riforma dei trattati, ma esercita su Roma pressioni indebite per convincerla a entrare nella sua orbita.

Nel 2011 Sarkozy, Trichet e Lagarde scaricarono sull’Italia una potenza di fuoco devastante. Non ottennero il commissariamento di Roma da parte del Fmi, ma contribuirono al crollo dell’ultimo governo Berlusconi accelerando la spirale dello spread. Oggi, Macron considera la Francia come un Paese potenzialmente in grado di condizionare sul lungo periodo il posizionamento dell’Italia. E in assenza di una vera capacità di posizionarci adeguatamente negli scenari politici europei, resteremo sempre a rischio di nuovi tentativi di condizionamento. La lezione del 2011 è un utile ammonimento per il futuro.

Banche: calano i prestiti ma aumentano commissioni, polizze vita e prodotti a rischio. La pressione delle vendite sui dipendenti: “mail e minacce di trasferimento”

Rassegna Stampa Vicenzapiu.com 25.12.18

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L’obiettivo di vendita: “Incremento produttività fondi/Sicav e bancassicurazione, al fine di conseguire un ritorno commissionale in linea con il budget. Diventa fondamentale intervenire immediatamente sullo stock in essere di Fondo Arca Cash Plus e di Fondo Arca MM, con arbitraggio su Arca Risparmio e Consolida, la cui commissione di sottoscrizione è pari al 3%“. È la mail mandata da un “capo area” di una banca popolare (Arca è la società di gestione di fondi d’investimento che fa capo alle popolari) per esortare i suoi a trasferire i soldi dei clienti in fondi più remunerativi per la banca, e più rischiosi per i clienti. E non è di quelle particolarmente aggressive. 

I ricavi del settore bancarioAltre hanno questo tono: “Produzione commerciale inguardabile oggi: ben 13 filiali su 25 a zero. Non ho parole, ma cosa pensate di fare? Chi non ha voglia di scendere in campo lo dica subito”.

Traduzione: la maggior parte dei fondi comuni rende meno del mercato in cui investe, vuol dire che il risparmiatore guadagnerebbe di più (o perderebbe meno) facendo da sé. Ma il risparmio gestito consente alle banche lauti ricavi da commissioni, con cui rimediare al calo di quelli sui prestiti, falcidiati dai tassi ufficiali attorno allo zero. Secondo uno studio della Fabi (Federazione autonoma bancari italiani) appena pubblicato “le banche si stanno trasformando in supermarket finanziari. I dati dei cinque principali gruppi rivelano che i ricavi legati ai prestiti, che nel 2013 rappresentavano oltre la metà del totale (56,2%) sono calati al 48,8%, mentre sono saliti quelli derivanti da commissioni nette e da altre operazioni finanziarie”. Nel dettaglio, le entrate da margine di interesse (prestiti) sono scese di 110 milioni, mentre i ricavi da commissioni sono aumentati di 1,2 miliardi e quelli da altre operazioni finanziarie di 2,4 miliardi. I patrimoni gestiti sono passati da 413 miliardi a 473 miliardi, 60 miliardi in più. Allo sportello c’è inoltre il boom di vendita delle polizze vita. Sui circa 4 mila miliardi di ricchezza finanziaria delle famiglie, segnala ancora la Fabi, oggi mille miliardi sono impiegati in prodotti assicurativi finanziari, sui quali i margini di guadagno bancari sono ancora maggiori.

Le pressioni sembra abbiano raggiunto livelli tali da esasperare i dipendenti, tanto più nel contesto di riduzioni generalizzate del personale. Spiega un bancario: “Arrivano mail o messaggi vocali Whatsapp anche alle sette di mattina. Per chi raggiunge gli obiettivi di vendita ci sono i premi di produzione, in caso contrario, la minaccia più comune è quella del trasferimento ad altra sede”.

Oltre ai clienti, a rimetterci, in termini di stress, sono i bancari. Un’indagine su 458 impiegati fatta dalla Fabi dell’Umbria in collaborazione con Asl e Inail, ha rivelato che il 46% prova disagio per pressioni commerciali; il 21% degli intervistati dichiara malesseri psicologici, depressione, ansia e nervosismo, per cui ricorre a farmaci.

Due anni fa i sindacati bancari avevano raggiunto con l’Associazione bancaria italiana (Abi) un accordo per slegare gli incentivi ai dipendenti dalla vendita dei prodotti. Iniziativa forse non risolutiva, ma un primo passo: è rimasta lettera morta. “L’accordo – ha detto il segretario Fabi, Lando Maria Sileoni, durante una nuova riunione all’Abi di mercoledì scorso – è rimasto sostanzialmente inapplicato e ignorato, con due marginali eccezioni, dagli stessi gruppi bancari che nel frattempo hanno approvato gli accordi aziendali”.

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Natale di lotta e di speranza

lospiffero.com 25.12.18

Il vescovo di Tortona Viola celebra la messa di mezzanotte nel cortile della Pernigotti di Novi Ligure. “Non dobbiamo arrenderci, costruire reti di solidarietà”. E il sindaco Muliere ringrazia: “La sua presenza un dono straordinario”

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Un Natale speranza, di riscatto e di solidarietà è quello che il Vescovo di Tortona Vittorio Francesco Viola ha voluto significare celebrando la tradizionale Messa di mezzanotte non nella cattedrale ma a Novi Ligure, nel cortile della Pernigotti, per essere nuovamente vicino ai lavoratori della Pernigotti che stanno vivendo ore di ansia, in attesa di avere notizie sul loro futuro. “Il Bambino è venuto – ha detto monsignor Viola – a riportarci la dignità di ogni uomo, smascherando l’idolo falso del denaro. Mi sembra importante la testimonianza di solidarietà che la città ha dato e sta dando. Non dobbiamo arrenderci che il sistema è più grande di noi e che non potremo fare nulla. Va ripensato tutto il nostro vivere insieme scegliendo valori comuni dove riconoscerci dove al centro c’è la persona, la sua dignità. Vorrei che questo Natale – ha proseguito il Vescovo – potesse darci la speranza di poter costruire una società nuova. Non possiamo arrenderci”. “Se potessimo fare crescere il sentimento di solidarietà e potessimo fare crescere cose nuove tra di noi, e creare relazioni nuove tra di noi, non sarebbe meraviglioso? Noi vorremmo dirvi che siamo con voi, vicini, vi sosteniamo e preghiamo per voi, perché questo Natale porti speranza”.

I lavoratori, in presidio permanente da inizio novembre quando la proprietà turca ha comunicato di voler chiudere lo storico stabilimento, trascorrono tutte le festività in fabbrica. Già lo scorso 3 dicembre avevano ricevuto la visita di mons. Viola che aveva voluto manifestare il suo sostegno e la vicinanza della comunità diocesana e aveva promesso agli operai momenti di preghiera anche nel periodo delle feste natalizie, perché, come aveva detto loro, “l’unità è l’unica forza a cui attingere per continuare la lotta in difesa del lavoro”.

Il vescovo ha spiegato che la sua presenza a Novi Ligure vuole essere un’espressione di vicinanza attraverso la quale trasmettere un messaggio di speranza che segue l’apertura da parte della diocesi di Tortona di un conto bancario in favore dei lavoratori, che rappresenta un piccolo aiuto concreto. “Ho scelto – ha dichiarato mons. Viola – di stare dove c’è l’uomo che vive con le proprie fatiche, le proprie difficoltà e contraddizioni, proprio nel momento in cui Dio viene tra noi per dirci che ci è accanto”.

Il sindaco della cittadina alessandrina, Rocchino Muliere, presente alla celebrazione della Messa, ha ringraziato il Vescovo “perché questa sera ci ha fatto un dono straordinario alla nostra città, ai lavoratori che da due mesi sono qui al freddo in assemblea, per difendere il posto di lavoro e dare un futuro all’azienda. Questa sera ci ha rivolto parole importanti. Il valore del lavoro, della dignità e della persona”.

Credit foto: Radio Pnr diocesi di Tortona