Banche, Ft: Carige giovedì alla prova di riapertura mercati

askanews.it 26.12.18

Roma, 26 dic. (askanews) – La finanza italiana sta concludendo il 2018 in attesa di una svolta sul versante delle banche. Il recente fallimento nel tentativo di ricapitalizzare Banca Carige potrebbe portare l’istituto alla risoluzione l’anno prossimo. Rischiando di avere anche ripercussioni più ampie, aggiungendo nervosismo agli investitori sull’Italia e diffondendo la rabbia populista sulle banche e sulle grandi aziende. Lo riporta il Financial Times che, dopo aver ricordato il salvataggio da 8,8 miliardi di euro del Monte dei Paschi di Siena da parte dello Stato italiano avvenuto e la liquidazione delle due banche venete, avvenuti nel 2017, sottolinea come la ricapitalizzazione di Carige era la terza parte di un accordo concordato con i supervisori per mantenere in vita la banca. Un nuovo legame e un nuovo piano industriale erano già stati concordati. La Banca centrale europea aveva concesso a Carige fino alla fine dell’anno per ripianare il suo deficit di capitale o per trovare un acquirente. E il tempo – sottolinea la testata britannica – sta finendo.

Secondo il Finanzial Times insomma Carige potrebbe subire il destino delle banche venete, a meno che qualche cavaliere bianco – il governo o un acquirente – metta in salvo l’istituto nelle prossime settimane. Il primo test verrà dal mercato quando la borsa di Milano riaprirà giovedì. Il rischio rimane, naturalmente, “visto che i depositanti si muovono più velocemente del mercato quando le filiali della banca riapriranno lo stesso giorno. Gli investitori al dettaglio hanno già chiesto al governo un salvataggio statale. Un’altra possibilità – scrive ancora il Ft – è che il sistema bancario italiano, che possiede debito di Carige per 320 milioni di euro attraverso il fondo interbancario di garanzia, potrebbe convertirlo in azioni, assumendone di fatto la proprietà.

Carige, la decima banca italiana per patrimonio, non è il Monte dei Paschi, né le banche venete, in termini di dimensioni. Alla fine di settembre aveva un deposito di 16,3 miliardi di euro e il suo valore di mercato era di appena 89 milioni di euro.

Fidatevi solo della SCIENZA: quella che prima ha autorizzato e poi ritirato 150 farmaci nell’ultimo triennio!

Marcello Pamio disinformazione.it 26.12.18

Marcello Pamio

Come detto nell’articolo precedente, la slavina scatenata dalle analisi chimiche e biologiche su alcuni lotti vaccinali si sta avvicinando a valle! L’aria che tira sa di cambiamento…
Ma è una gran brutta aria per coloro che si abbarbicano e arrampicano sugli specchi dei grattacieli dell’establishment.
Nonostante le evidenze laboratoristiche e la richiesta da più parti di chiarimenti ufficiali, l’Aifa, l’Agenzia che paghiamo con i nostri risparmi e tasse, invece di basarsi sul precetto ippocratico più sacro per la medicina: «Primum non nocere», e sul «principio di precauzione» si limita a difendere il Sistema.

L’Aifa infatti, per voce del capo ufficio stampa Fabio Mazzei, scrive al direttore Il Tempo, il quotidiano colpevole di aver scritto il 23 dicembre scorso un articolo dal titolo: «Analisi choc su due lotti di vaccini» in cui hanno intervistato il Presidente dell’ordine dei biologi Vincenzo D’Anna.
L’Aifa prende subito le distanze specificando che «tutti i medicinali, devono rispettare gli standard di produzione previsti dalle autorità nazionali e internazionali che ne garantiscono l’elevata qualità e riproducibilità. In assenza di tali requisiti, nessun vaccino può essere autorizzato e immesso in commercio».

Come sempre, alle parole non seguono mai i fatti, i dati concreti, gli studi. Nulla di nulla. Solo citazioni dell’ortodossia scientista: “autorità”, “requisiti”, “certificati”… Il solito blablabla.
Perché la parola chiave è fiducia. I sudditi devono fidarsi del Sistema, per questo motivo il Sistema NON può essere messo in discussione, da nessuno.
L’Aifa quindi ricorda che «le autorità preposte effettuano controlli durante tutto il ciclo produttivo del vaccino. Inoltre, prima della distribuzione sul mercato, ogni singolo lotto è sottoposto a un ulteriore doppio controllo effettuato, in modo indipendente, sia dall’azienda produttrice che da una rete internazionale di laboratori accreditati, a loro volta controllati da altri enti (in Italia l’Istituto Superiore di Sanità)».
Risponde a tono il direttore Franco Bechisdicendo che da par loro non sono in discussione «i controlli effettuati dall’Istituto superiore della Sanità» e neppure la validità o meno dei vaccini.

Il punto cruciale – che come sempre non viene preso in considerazione – è che possano esserci in giro lotti o campioni di lotti vaccinali contraffatti e inefficaci per non dire dannosi per la salute pubblica.
«Basterebbe – conclude con semplicità Franco Bechis – ripetere quelle analisi con tutti i metodi che ritenete più opportuni e ogni dubbio sarebbe sciolto».
Sarebbe troppo complesso e troppo dispendioso per le casse pubbliche? Macché, sono scusanti per gli utili idioti: se le analisi le ha commissionate un’associazione come il Corvelva, rifarle per qualche laboratorio accreditato e con tutte le certificazioni del mondo sarebbe una passeggiata e non costerebbe nulla. Quello che manca è ovviamente la volontà!

Quindi torniamo alla parolina magica: fiducia.
Dobbiamo fidarci di coloro che permettono l’entrata in commercio di farmaci, anche se dopo moltissimi di questi vengono ritirati per aver danneggiato e/o ucciso persone.
Qualche banale esempio?

Secondo dati Aifa, nel 2016 sono stati ritirati in Italia i seguenti farmaci:[1]

Redoff, Clobetasolo Pierre Fabre, Almotriptan Sandoz, Sertralina Sandoz, Montelukast Teva Italia, Pantoprazolo EG, Potassio Cloruro FKI, Aria Sol, Enalapril Zentiva, Desogestrel Zentiva, Pergoveris, Helixate Nexgen, Kogenate Bayer, Nacrez, Enciela, Leponex, Irbentens, Ossigeno, Azitromicina Zentiva, Glucagen Hypokit, Lescol, Prostigmine, Itraconazolo EG, Cerchio Cuore SP, Diapatol – Diidergot – Ekuba – Indamol – Stemetil, Fluimucil, Visuglican, Yondelis, Adoport, Glucosio Baxter, Zorac, Enalapril Mylan Generics, Enalapril Teva Italia, Naprilene, Lanex, Rifadin, Biogermin, Cuprum Oxydulatum rubrum, Morfina Cloridrato S.A.L.F., Etacortilen, Taxotere, Netildex, Surfactal, Morfina Cloridrato, Locabiotal, Magnesio Solfato, Eugastran, Levogenix, Procalin e Mucosalin, Pantoprazolo, Miozac, Daktarin, Furosemide, Efracea, Pentacol

Nel 2017 sono stati ritirati in Italia i seguenti farmaci[2]:

Mundoson Fluido, Ibifen, Leustatin, Gentamicina Solfato, Acido Zoledronico, Colchicina Lirca, Biochetasi, Atorvastatina Pfizer, Gentamina B. Braun, Gentamina Solfato Italfarmaco, Gentomil, Riopan, Epaviten, Oxo, Pentaglobin, Uman Albumin – IgVena, Salazopyrin EN, Edronax, Furosemide Galenica Senese, Tiklid, Mirtazapina Zentiva, Lisomucil Tosse Mucolitico, Telmisartan e Idroclorotiazide Zentiva, Acido acetilsalicilico e vitamina C Angelini, Mucosolvan, Riopan, Halcion, Diclofenac Almus, Ecomì, Venosmine, Valeriana Arkocapsule, Talwin, Albiomin 5% e 20%, Fastjekt, Levofloxacina Krka, Ischemol A, Gentamicina Solfato Fisiopharma, Antispasmina colica, Mitomycin C, Telmisartan e Idroclorotiazide Zentiva, Annister, Aspirina – AlkaEffer, Guttalax, Paracetamolo Sandoz, Paracetamolo Pensa, Paracetamolo EG, Metformina EG, Metformina Mylan Generics.

Nel 2018, anno ancora incompleto, sono stati ritirati in Italia i seguenti farmaci[3]:

Buccolam, Bosentan Medac, Bicavera, Airol, Taxime, Aliflus, Zorias, Lynparza, Optimark, Zinbryta, Reminyl, Acido Zoledronico Medac, Toliman, Clorexan, Clorexidina e Alcool Etilico Sanitas, Broncomnes, Enterogermina, Zerinolflu, Valsartan Almus – Valsartan HCT Almus, Valsartan Pensa – Valsartan HCT Pensa, Valpression- Combisartan, Valsartan Alter, Valsartan e HCT Ranbaxy, Valsartan e HCT Teva Pharma, Valsartan Aurobindo, Cantensio – Valsartan DOC Generici – Valsartan e HCT DOC Generici, Valsartan Tecnigen – Valsartan e HCT Tecnigen, Valsartan EG – Valsartan e HCT EG, Valbacomp – Alsartir, Valsartan Zentiva – Valsartan e HCT Zentiva, Valsodiur Pressloval – Validroc, Valsartan Sandoz – Valsartan e HCT Sandoz, Intratect, Guttalax, Ambromucil, Palexia

Dobbiamo fidarci di questi individui?
I loro saranno pure prodotti «certificati e conformi alle procedure e ai requisiti condivisi a livello europeo e internazionale sulla base delle conoscenze scientifiche disponibili», ma sempre porcherie rischiose per la salute rimangono.
Stiamo parlando di 62 farmaci ritirati nel 2016, 54 nel 2017 e 40 nel 2018, quindi per un totale di oltre 150 farmaci ritirati dal commercio nell’ultimo triennio, per un qualche motivo.
Ricordo che tutti questi farmaci hanno superato i requisiti degli standard internazionali…

A questo punto qualcuno potrebbe ergersi dal letargo cerebrale dicendo che questi dati rappresentano la pistola fumante, cioè indicano senza dubbio che la farmacovigilanza funziona in Italia.
Peccato che la maggior parte dei lotti ritirati è avvenuto dopo segnalazione volontaria della ditta produttrice!
In conclusione non si capisce bene a cosa serva l’Agenzia italiana del farmaco, l’ente nazionale, pagato dai contribuenti che alla fin fine non controlla, come dovrebbe, i farmaci e i vaccini immessi nel nostro territorio.

Fonte:

[1] http://www.aifa.gov.it/content/difetti-di-qualità?fbclid=IwAR2SsvbsN5cvzdqZXiknZ4dYjiLKv7Rph7tDiSqbItXARQ-syulaWhVqf9s

[2] http://www.aifa.gov.it/content/difetti-di-qualità?fbclid=IwAR2SsvbsN5cvzdqZXiknZ4dYjiLKv7Rph7tDiSqbItXARQ-syulaWhVqf9s

[3] http://www.aifa.gov.it/content/difetti-di-qualità?fbclid=IwAR2SsvbsN5cvzdqZXiknZ4dYjiLKv7Rph7tDiSqbItXARQ-syulaWhVqf9s

I rischi del settore finanziario non bancario

Paolo Raimondi sputniknews.com 26.12.18

Trading

In un workshop organizzato a New York dalla Federal Reserve e dalla Banca d’Italia su “Post crisis financial regulation: Experiences from the two sides of the Atlantic”, si è cercato di analizzare la situazione del sistema finanziario globale per capire se sia effettivamente sotto controllo o se vi siano ancora seri rischi e minacce di instabilità.

In un workshop organizzato a New York dalla Federal Reserve e dalla Banca d’Italia su “Post crisis financial regulation: Experiences from the two sides of the Atlantic”, si è cercato di analizzare la situazione del sistema finanziario globale per capire se sia effettivamente sotto controllo o se vi siano ancora seri rischi e minacce di instabilità.    

Potrebbe sembrare strano, ma i documenti e gli interventi dei rappresentanti della nostra banca centrale sono stati i più precisi e concreti.

Vi è una lunga lista di nuovi e pericolosi rischi che, dieci anni dopo la Grande Crisi, dovremo ancora affrontare.

Prima di tutto vi è la vulnerabilità del “settore finanziario non bancario” che comprende una marea di istituzioni, quali le SIM, i gestori del risparmio, i fondi di investimento, gli hedge fund e altri organismi variamente propensi alla speculazione. Questi, di fatto, operano nell’intermediazione finanziaria come se fossero vere e proprie banche, senza, però, essere sottoposti alle regole e ai controlli bancari.

Come sappiamo, dove le regole sono poche o mancanti, purtroppo, si fa strada il “sistema ombra”.

Sistema di pagamento Swift

© FOTO : HTTPS://TWITTER.COM/SWIFTCOMMUNITY/Sta finendo la favola della finanza globaleSecondo il Financial Stability Board, l’organismo di controllo istituito dai governi e dalle banche centrali per cercare i rimedi agli sfaceli del 2008, gli intermediari finanziari non bancari alla fine del 2016 avevano asset, gli attivi, pari a 160.000 miliardi di dollari! Rispetto al livello del 2008 sono cresciuti una volta e mezzo, mentre gli attivi del sistema bancario sono rimasti più o meno gli stessi.

Alcuni dei rischi succitati sono simili a quelli che devono affrontare anche le banche: quelli legati alla liquidità necessaria per far fronte alla scadenza dei titoli e al rapporto di indebitamento, cioè alla leva finanziaria, il cosiddetto leverage.

Vi sono poi dei rischi derivanti dalla natura stessa del sistema finanziario non bancario, come l’utilizzo esagerato del sistema automatico di compravendita di titoli attraverso dei supercomputer che operano con logaritmi matematici sofisticatissimi. Il cosiddetto high frequency trading (hft). Sono meccanismi che possono far “detonare” l’intero sistema finanziario.

Al riguardo è stato ricordato ciò che accadde lo scorso febbraio quando un’innocua notizia circa l’aumento dei salari negli Usa portò al tracollo di Wall Street. Simili situazioni possono creare vendite a raffica fino a provocare un vero e proprio contagio e a mettere in discussione la stessa solidità degli intermediari finanziari.

Un’altra ragione di grande preoccupazione, secondo la Banca d’Italia, è data dalla forte crescita negli Stati Uniti del mercato dei cosiddetti collateralized loan obligation, cioè strumenti di debito emessi su un portafoglio di obbligazioni e altre forme di debito. Dal 2008 a oggi sono cresciuti del 130% per un totale di 600 miliardi di dollari.

Presidente Mario Draghi alla conferenza di ECB a Francoforte. Il 22 gennaio 2015

© REUTERS / KAI PFAFFENBACHDraghi, il nuovo ImperatoreDa qualche tempo, inoltre, sulla scena degli operatori finanziari è apparso un nuovo e più grave rischio legato alla digitalizzazione e ai profondi cambiamenti nella tecnologia che mette nuovi organismi, che operano fuori del sistema bancario, e grandi imprese tecnologiche digitali, la cosiddetta FinTec, in condizioni di offrire servizi di natura bancaria.

Sulla questione si è completamente in alto mare. Senza parametri e regole. Il sistema bancario, purtroppo, sta vivendo una crescente e pericolosa dipendenza dai gestori, i provider, di servizi para bancari e para finanziari.

In questi campi la proposta condivisibile della Banca d’Italia è applicare il corretto principio di “stesso business, stesso rischio, stesse regole”.

Non indifferenti sono le eccessive differenze nazionali nella realizzazione delle cosiddette riforme, creando così un’ulteriore frammentazione dei sistemi finanziari. Si ha la sensazione che finora sia stata persa l’occasione per una regolamentazione unitaria della finanza a livello globale, lasciando così mano libera a chi, invece, vorrebbe cancellare regole e controlli. 

Non si può, quindi, che concordare con la Banca d’Italia quando afferma che” ogni volta che le regole e i controlli sono stati deboli, si sono visti rischi eccessivi ed è aumentata la leva finanziaria, portando spesso a repentine svolte recessive nel ciclo finanziario”.

Speriamo che tale appello non venga lasciato cadere perché, altrimenti, presto o tardi la storia ci presenterà un conto molto salato.

L’opinione dell’autore può non coincidere con la posizione della redazione.

2019: l’anno europeo della vita in difesa

zerohedge.com 26.12.18

Scritto da Joschka Fischer tramite Project Syndicate,

Con il futuro delle relazioni UE-Regno Unito avvolte dall’incertezza e dalle crisi in Francia, Italia e altrove, il 2019 sarà un altro anno difficile per l’Europa. E se le forze populiste prevalgono nelle elezioni del Parlamento europeo a maggio, potrebbe essere impossibile.

Da una prospettiva europea, il 2019 promette di essere un altro anno difficile, dominato da grandi sfide che potrebbero facilmente trasformarsi in crisi minacciose. Salvo un’importante inversione, il 29 marzo il Regno Unito si ritirerà dall’Unione Europea. Si intensificherà la crisi economica e finanziaria in Italia, minacciando la stabilità dell’eurozona. E la Francia probabilmente rimarrà assediata dalle proteste populiste, diminuendo il suo potenziale di assumere un ruolo guida nel perseguire riforme a livello di UE.

Inoltre, le elezioni del Parlamento europeo di maggio potrebbero benissimo dare una maggioranza nazionalista o quasi a maggioranza, che determinerebbe quindi   i prossimi membri della Commissione europea, i leader del Consiglio europeo e della Banca centrale europea e l’Alto rappresentante per gli affari esteri e Politica di sicurezza Inutile dire che una vittoria nazionalista sarebbe un disastro per l’UE, perché farebbe deragliare le necessarie riforme e dividere ulteriormente gli Stati membri.

Qualunque cosa accada, il dramma politico interno dell’Europe si svolgerà in un contesto di turbolenze internazionali. Allo stesso tempo, che la Russia sta  intensificando  la sua aggressione in Ucraina orientale, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sta conducendo una guerra commerciale contro la Cina, e potrebbe espandere verso l’UE (che ha  ritenuto  un “nemico”). E, più in generale, l’economia globale si sta  indebolendo e la crescita continuerà a rallentare nei prossimi mesi.

Di fronte a queste prevedibili sfide, è in gioco la sopravvivenza del progetto europeo stesso.

Per quanto riguarda la Brexit, molto dipenderà dal fatto che il ritiro del Regno Unito avvenga in modo ordinato o caotico. In quest’ultimo caso, ci sarebbero dei perdenti dappertutto, e le relazioni UK-UE potrebbero essere avvelenate per molto tempo a venire. Nessuno su entrambi i lati del Canale della Manica dovrebbe desiderare questo risultato. La vita continua dopo il divorzio, ed è generalmente nell’interesse di entrambe le parti mantenere una relazione sana. Si spera che prevale il buon senso.

Come nel caso della Brexit, la leadership dell’UE a Bruxelles non può risolvere la crisi italiana, ma può e dovrebbe offrire una mano. L’Italia ha bisogno di crescita, che richiederà una modernizzazione su vasta scala della sua economia. Sfortunatamente, il suo attuale governo non sta perseguendo le politiche necessarie per raggiungere questo obiettivo e ha invece provocato uno scontro sulle regole del bilancio dell’UE. L’UE dovrà mostrare flessibilità, pur mantenendo i principi che sono alla base della sostenibilità dell’unione monetaria. Ciò suggerisce che i negoziati lunghi e strazianti si prospettano.

In Francia, i “giubbotti gialli” hanno articolato le loro richieste in gran parte in termini economici, dopo essere scesi in strada per protestare contro la proposta di una tassa sul carburante. Ma il movimento comprende anche forti  elementi “identitari” che hanno colto sentimenti di malcontento per la perdita dei modi di vita tradizionali nell’epoca della globalizzazione e dell’integrazione europea. Come nella maggior parte dei paesi occidentali, questi sentimenti sono concentrati tra gli elettori tradizionali della classe lavoratrice e della classe media che hanno concluso che il contratto sociale postbellico non è valido. Il duro lavoro non garantisce più sicurezza economica e mobilità ascendente.

Le élite occidentali non riguadagneranno la fiducia del pubblico finché non offriranno una risposta a questa perdita di fiducia, senza la quale la democrazia e le sue istituzioni centrali non saranno in grado di funzionare. Complicando ulteriormente le questioni, l’equilibrio globale del potere si sta rapidamente spostando da ovest a est, la crisi climatica si sta intensificando, le nuove tecnologie digitali stanno rivoluzionando il modo in cui viviamo e lavoriamo, e le ondate migratorie e dei rifugiati stanno aggiungendo carburante alla reazione populista.

Ma se le forze populiste hanno un piano che consentirebbe al loro oggetto del desiderio – lo stato-nazione tradizionale – di affrontare queste sfide crescenti, l’hanno tenuto segreto.

In realtà, solo un’Europa unita è all’altezza del compito, motivo per cui le elezioni europee del prossimo anno sono così importanti. Se vince il populismo, l’Europa perde.

Non aiuta che la maggior parte dei grandi cambiamenti nell’ordine internazionale degli ultimi decenni siano venuti a scapito dell’Europa. L’ascesa della Cina e la rivoluzione dell’intelligenza artificiale sembrano lasciare l’Europa ai margini. Finora, il Vecchio Continente ha dormito al volante. Se non si sveglia presto, avrà perso la possibilità di sfruttare le forze del cambiamento per il suo bene.

È iniziata una nuova era, che diventerà sempre più chiara nel corso del prossimo anno. I dibattiti europei tradizionali non possono più dare per scontato la forza dell’alleanza transatlantica o un costante progresso verso “un’unione sempre più stretta”. L’America di Trump ha detto addio e il vecchio modello sociale europeo è rotto, senza alcuna sostituzione. Né la  nostalgia  per un passato mitico né il modello autoritario di governo cinese rappresentano un’alternativa praticabile.

Le crisi che minacciano l’Europa si svolgeranno implacabilmente e per tutti da vedere. Nel migliore dei casi, il 2019 sarà un anno di manovre difensive, piuttosto che l’inizio di un rinnovamento europeo. Ma nel lungo periodo, un’Europa ricostruita è l’unica opzione. Questa contraddizione definirà questa epoca di transizione, che non sopporta scorciatoie o panacee.

Credito ai poveri, e nacque il banchiere più grande al mondo.

01.03.18 libreidee.org

C’era una volta un uomo. Era un uomo vero, di quelli d’un tempo, e sarebbe divenuto il banchiere più grande del mondo. Uno di quegli uomini che dicevano “non voglio diventare troppo ricco, perché nessun ricco possiede la ricchezza, ma ne è posseduto”. All’epoca – si era in California, nell’America dei primi del Novecento – le banchedavano soldi solo alle imprese già affermate. Nessuno dava credito alle piccole imprese. Quell’uomo decise di aprire la sua banca, ma non aveva una sede. Rilevò allora da una signora che voleva ritirarsi in pensione il contratto di affitto di un bar, in un incrocio, per 1.250 dollari. Non aveva clienti, e così iniziò un modo di fare banca diversa da tutte le altre dell’epoca. Si mise a girare per le strade, offrendo piccoli prestiti a chi voleva aprire un capannone, un piccolo ristorante, un esercizio commerciale. Nei primi del Novecento, era impossibile in America avere credito dalle banche, se eri una micro-impresa: vi era una regola per la quale non si davano prestiti inferiori ai 200 dollari. In pratica, per le somme minori ci si doveva rivolgere agli usurai. Quell’uomo iniziò a finanziare piccole cose, dando prestiti a partire da 25 dollari. Divenne famoso per la sua nuova cultura di banca.

Io per finanziare un uomo – era solito dire – voglio guardarlo negli occhi e vedere i calli sulle mani. A proposito del fatto che oggi tanto si parla di riforma delle banche popolari, ricordo che quell’uomo volle per la sua banca un azionariato diffuso, un Amadeo Peter Gianniniazionariato popolare. Si occupò personalmente di andare a proporre le azioni a gente che non era mai stata in una banca: fornai, lattai, droghieri, ristoratori, idraulici, barbieri. Oggi si parla di austerity, di termini inglesi come “leverage” (il rapporto tra capitale e prestito), di rigore. Ricordo che anche allora si dicevano le stesse cose: in due mesi aveva raccolto 70.000 dollari, ma ne aveva impiegati 90.000 e i suoi soci erano preoccupati. Come faremo? – strillavano. Bisogna avere fiducia nella gente – rispondeva lui agli altri. La gente la ripagò, la sua fiducia. Cominciò ad andare nella banca che permetteva loro di finanziare una bottega, di avere un reddito dignitoso, di comprare una casa, di metter su famiglia, di mandare i figli a scuola. In un anno, quei 70.000 dollari divennero 700.000, e la banca continuava a crescere e a dare fiducia.

Nel 1906 a San Francisco avvenne un fatto terribile. Il terremoto distrusse la città e la gente si aggirava disperata per le strade, avendo perso tutto, casa e lavoro. Quell’uomo, mentre gli strozzini si aggiravano per le strade, andò sul molo della città, mise un tavolaccio di legno appoggiato su due barili, in mezzo alla folla dei disperati, ci salì sopra ed espose un cartello, con il titolo “Banca di (X), aperto ai clienti” (il nome della “X” ve lo dirò alla fine di questa storia). Resta il fatto che quell’uomo mise un sottotitolo che aveva lui stesso dipinto sul cartello quella notte: “Prestiti come prima, più di prima”. Quell’uomo si chiamava Peter, e stava realizzando il suo sogno di aprire una banca per i piccoli imprenditori, i diseredati, gli emigranti. La “banca” venne assalita da persone che avevano idee per ricostruire la città e lui prestava soldi con il suo metodo, guardando le persone negli occhi e osservando i calli sulle mani. Segnava i crediti su un quadernetto, annotando nomi e cifre. Girava con un carretto ed elargiva prestiti sulla fiducia, senza garanzia, a persone che non avevano potuto andare a scuola e che per lo più firmavano con una croce. Li valutava fidandosi della loro parola e del loro onore. Lui dava fiducia a quelli che avevano delle idee, dei Bank of Americaprogetti, non a quelli che avevano dei soldi o proprietà da dare in garanzia.

I suoi consiglieri gli dicevano che era un pazzo, che sarebbe finito in rovina. Invece, successe una cosa che nessuno si sarebbe aspettato. Quei piccoli imprenditori tornarono da lui, portando tanti altri amici, gente che toglieva i propri pochi depositi dalle altre banche e li andava a investire da Peter, l’uomo col carrettino. Pochi depositi, ma erano milioni di persone. Tutti gli immigrati della California, i nuovi piccoli imprenditori, vennero presto a conoscere la storia dell’uomo col carrettino e il nome di Peter divenne in breve mito, e da mito leggenda. Successe che l’uomo che dava fiducia al prossimo ricevette fiducia dal prossimo e i suoi conti crebbero, perché tutti volevano portare i propri risparmi alla banca di Peter. La sua politica era diversa da quella di tutte le banche dell’epoca ed era volta a dare soldi ai piccoli, agli artigiani, ai commercianti, agli agricoltori, ai piccoli imprenditori. La banca di Peter negli anni crebbe in tutta la California, aprendo filiali a San Francisco, a Los Angeles, fino ad attraversare l’immensa giovane nazione ed arrivare, nel 1919, a New York. Otto anni dopo, quella banca cambiò nome, e divenne la Bank of America.

All’epoca, i consiglieri della banca proposero un premio al suo fondatore, di addirittura 50.000 dollari. L’uomo, che aveva già guadagnato nella sua carriera quasi mezzo milione di dollari, restando fedele al suo detto di quando, da giovane, aveva deciso di creare una banca, per evitare di “essere posseduto dalla ricchezza” rifiutò il premio, dicendo che chiunque desiderasse avere più di 500.000 dollari doveva farsi vedere da un dottore. La smania di denaro è una brutta cosa – disse una volta – io non ho mai avuto quel problema. Detto da uno che a sette anni aveva visto il padre ucciso dopo un litigio per un dollaro, c’era da credergli. Infatti, fece devolvere più volte vari premi alla ricerca scientifica. Oggi le bancheaborrono progetti innovativi e la finanza moderna pretenderebbe che non si investa in progetti originali e non consolidati, senza patrimoni dell’imprenditore e adeguate garanzie. Pensate allora a cosa doveva voler dire, all’epoca, finanziare una cosa sconosciuta e incredibile che si Valerio Malvezzichiamava cinematografo: follia, per i suoi colleghi. Peter, a differenza di tutti gli altri banchieri, prestò i suoi soldi a un geniale innovatore, consentendo nel 1921 a tutto il mondo di conoscere “Il Monello”, il meraviglioso film di Charlie Chaplin.

Anni più tardi, finanziò Walt Disney, che gli parlava di finanziare un’altra incredibile rivoluzione tecnologica e cioè i cartoni animati. Il mondo conobbe così la favola di “Biancaneve e i sette nani.” Ancora, finanziò un visionario siciliano, Francesco Rosario Capra, rimasto senza lavoro per la crisi del ’29, rivelando così al mondo il genio del celeberrimo regista Frank Russel Capra. Così, mentre gli esperti di finanzainsegnavano l’importanza di adottare regole restrittive, Peter finanziava i piccoli imprenditori guardandoli negli occhi e alla fine, tirando i conti, si scoprì che il 96% dei prestiti della banca erano stati rimborsati, senza alcuna garanzia. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, la banchetta nata in un bar, proseguita su un carrettino, che ora si chiamava Bank of America, superò per depositi la First National Bank e la Chase Manhattan Bank, le due più grandi banche di New York, diventando così la più importante banca del mondo. Dopo la fine della guerra, Peter volle che la Bank of America si impegnasse in prima persona nel piano Marshall, cioè nel gigantesco piano di ricostruzione che ha consentito anche al nostro paese di ripartire, finanziando così, indirettamente, milioni di nostri piccoli imprenditori.

Quando, nell’ottobre del 1945, lasciò la presidenza della banca, lasciò i cassetti aperti, affermando che “né lui, né la sua banca, avevano nulla da nascondere”. Quando morì, quattro anni più tardi, dall’inventario dei suoi beni si scoprì che aveva mantenuto la sua parola, e pur essendo stato il banchiere della banca più grande del mondo, il suo patrimonio ammontava esattamente a soli 489.278 dollari, meno del mezzo milione per cui, secondo lui, uno sarebbe dovuto farsi vedere da uno psichiatra. Può sembrare una favola, ma è storia vera. L’ho raccontata perché oggi, se mi guardo intorno, io non vedo una situazione abissalmente diversa dal disastro di San Francisco del 1906 o dalla crisi del ’29. Mentre i politici parlano di riforma della legge elettorale, le imprese chiudono ogni giorno, la gente è a spasso, molti restano senza lavoro e senza speranza. Allora, esistevano uomini di banca come Peter. Oggi i piccoli imprenditori sono disperati. Le banche ripetono il mantra appreso da Giannini da giovanedocenti, banchieri e politici che parlano in lingua inglese, chiedono garanzie, e si sente a ogni angolo la parola “austerity”. Gli anglosassoni ci vengono a insegnare come si fa il mestiere di banchiere e i tedeschi ci insegnano il rigore.

Ora, io avrei un sogno. Vorrei che in una nostra città, una qualunque, tra le macerie della nostra economia, un banchiere italiano, un politico italiano, uno statista, prendesse un tavolaccio, lo mettesse in mezzo a una strada e poi ci salisse sopra. Vorrei che ci posasse sopra un cartello con una scritta a mano in cui si leggesse: “Da oggi, prestiti all’economia, come prima, più di prima”. Sottotitolo: “Colleghi, l’austerity ve la potete mettere in quel posto”. E poi, vorrei che quest’uomo cominciasse a ridisegnare le regole del gioco della finanza mondiale, per insegnare a tutti che noi italiani non abbiamo bisogno di lezioni da nessuno, sul come si fa a fare il mestiere del banchiere. Il vero banchiere non chiede le garanzie, ma guarda i calli sulle mani. Questo, sarebbe il mio sogno. Perché sul cartello che quell’uomo aveva scritto di suo pugno, su quel tavolo in mezzo alla strada, c’era il nome della sua banca: Bank of Italy. Questo era il nome originario di quella che sarebbe divenuta, molti anni dopo, la più grande banca del mondo: la Bank of America. Il suo fondatore, l’uomo che guardava gli altri negli occhi e finanziava guardando i calli delle mani, l’uomo che si alzò in piedi insegnando al mondo a rialzarsi in piedi, l’uomo che insegnò a tutti che fare banca non significa chiedere regole, ma dare fiducia, non era un anglosassone. Peter era il secondo nome di Amadeo Giannini, in cerca di fortuna nell’America di fine ottocento, figlio di poveri migranti dell’entroterra ligure. C’era una volta un banchiere. Era un uomo vero. Era un italiano.

(Valerio Malvezzi, “L’incredibile storia del banchiere più grande del mondo”, dal sito “Win The Bank”, 2018).

Risparmio gestito, ciò che Mediobanca non dice

Beppe Scienza ilrisparmiotradito.it 20.12.18

distruzione di ricchezza

il Fatto Quotidiano del 19-12-2018 pag. 17

Quasi in sordina è uscito l’annuale aggiornamento dell’indagine sui fondi comuni dell’ufficio studi di Mediobanca: Dati di 1308 fondi e sicav italiani (1984-2017). È la 27a edizione della ricerca, uscita la prima volta nel 1992 per iniziativa di Fulvio Coltorti allora a capo del centro di ricerca, ora docente all’Università Cattolica di Milano.

L’opera è ponderosa e con l’aggiunta quest’anno delle performance, ovvero dei rendimenti, anche per i singoli fondi dell’universo esaminato. Ma il confronto principe resta quello fra fondi comuni e Bot, presi come pietra di paragone in quanto investimento (quasi) senza rischio.

Le analisi elaborate e la metodologia non sono cambiate e i dati relativi al 2107 non modificano sostanzialmente i confronti. In sé l’anno è andato benino per i fondi con un dato modestamente positivo (+2,2%), per altro già annullato e ribaltato in negativo coi primi dieci mesi del 2018. Ma anche fermandosi alla fine dell’anno scorso, non vi sono grandi sorprese: i dati resi pubblici di per sé forniscono solo conferme a brutte cose già note. Brutte per gli sventurati clienti del risparmio gestito.

Le novità sono nello stile, nelle parole, nei documenti divulgativi ecc. con cui la ricerca è stata presentata. Non vi si legge più che il risparmio gestito “distrugge ricchezza” o espressioni analoghe, tutte rigorosamente vere. Dove ovviamente con distruzione di ricchezza si intende che essa viene sottratta ai risparmiatori per arricchire venditori, gestori e i gruppi bancari e/o assicurativi che li controllano. Al contrario viene dato risalto al confronto Bot-fondi comuni sui 15 anni, questa volta eccezionalmente positivo.

Le sole testate ad ampia diffusione ad aver riferito sulla ricerca, ovvero il Corriere della Sera e il Sole 24 Ore, si sono così potute prodigare a decantare per l’ennesima volta il risparmio gestito. E si sono guardate bene dal sollevare obiezioni o porre domande. Noi invece lo faremo e alle domande daremo risposta.

Perché la presentazione di Mediobanca della ricerca non estende il confronto a un periodo più tondo, in particolare 20 anni? Ma soprattutto perché quest’anno nella presentazione della ricerca non appare più il confronto fra i Bot e i fondi italiani, da quando esistono, ovvero dal 1984? Questo è il confronto classico che Mediobanca evidenzia dalla prima edizione della ricerca. C’era ancora l’anno scorso e quest’anno invece no. Curioso, vero? Non è un problema di spazio, perché la “Tab. 1 – Fondi comuni aperti: rendimenti al netto d’imposte” è rimasta nella nuova edizione, ma le colonne sono più distanziate per riempire la pagina, tolto il confronto “dalla nascita” dei fondi di diritto italiano. Provvediamo quindi noi a riportare tale comparazione, grazie proprio ai dati di Mediobanca (vedi tabella).

Scopriamo così che resta pesantemente negativo il risultato di lungo termine: dal 1984 un 432% per i risparmi gestiti rispetto al +497% ottenuto coi banalissimi Bot. Analogo discorso sui 20 anni, ovvero il periodo 1998-2017: +43% col fondi, +55% coi Bot.

periodorendimento totaleminus dei fondi
fondiBot
Dalla nascita dei fondi comuni italiani 1984-2017432%497%-65%
Ultimi 20 anni 1998-201743%55%-12%

Elaborazioni su dati dell’Ufficio Studi di Mediobanca.
* Definizione ripresa dalle precedenti presentazioni degli stessi confronti da parte di Mediobanca.

La fortuna dell’industria parassitaria del risparmio gestito è purtroppo che, nella sua interezza, la preziosa indagine sui fondi di Mediobanca resta sconosciuta ai diretti interessati, cioè ai risparmiatori. E i giornali che ne parlano, di regola lo fanno ad usum Delphini.

Beppe Scienza

https://www.ilrisparmiotradito.it/news/454/risparmio-gestito-cio-che-mediobanca-non-dice

Gli scienziati avvertono le Nazioni Unite dell’imminente fallimento del capitalismo

comedonChisciotte.org 26.12.18

DI NAFEEZ AHMED

medium.com

Un discostamento dai combustibili fossili, favorito dal cambiamento climatico,significa che per l’economia mondiale ci sarà in sostanza necessità di mutamento

Il capitalismo come lo conosciamo è finito. Così suggerisce una nuova relazione commissionata da un gruppo di scienziati, nominati dal Segretario Generale delle Nazioni Unite. Il motivo principale? Stiamo passando rapidamente a un’economia globale radicalmente diversa, a causa del nostro sfruttamento sempre più insostenibile delle risorse ambientali del pianeta.

Il cambiamento climatico e le estinzioni di specie stanno accelerando,proprio mentre le società stanno subendo disuguaglianze crescenti, disoccupazione, crescita economica lenta, aumento dei livelli del debito e governi impotenti. Contrariamente al modo in cui i politici di solito pensano in merito a questi problemi, il nuovo rapporto afferma che queste non sono affatto crisi distinte.

Piuttosto, queste crisi fanno parte della stessa transizione cruciale verso una nuova era, caratterizzata da produzione inefficiente di combustibili fossili e da crescenti costi del cambiamento climatico. Come riporta il documento, il pensiero economico capitalista convenzionale non può più spiegare, prevedere o risolvere il funzionamento dell’economia globale in questa nuova era.

 Transizione energetica

Queste sono le forti implicazioni di un nuovo documento scientifico preparato da un gruppo di biofisici finlandesi. Alla squadra dell’Unità di ricerca del BIOS in Finlandia è stato chiesto di fornire uno studio, che possa promuovere la stesura del Global Sustainable Development Report(GSDR) delle Nazioni Unite che sarà pubblicato nel 2019.

Per la “prima volta nella storia umana”, si legge nel documento, le economie capitaliste stanno “passando a fonti energetiche meno efficienti dal punto di vista energetico”. Questo vale per tutte le forme di energia. Produrre energia utilizzabile (“exergia”)(1) per continuare a dare spinta alle “attività umane di base e non di base” nella civiltà industriale “richiederà più sforzo, non dimeno”.

“Le economie hanno esaurito la capacità degli ecosistemi planetari di gestire gli scarti generati dall’energia e dall’uso dei materiali”

La quantità di energia che possiamo estrarre, rispetto all’energia che stiamo usando per estrarla, sta diminuendo “su tutto lo spettro – gli oli non convenzionali, il nucleare e le energie rinnovabili restituiscono meno energia nella [fase di] produzione, rispetto agli oli convenzionali, la cui produzione ha raggiunto il picco – e le società hanno bisogno di abbandonare i combustibili fossili a causa del loro impatto sul clima”, afferma il documento.

Il passaggio alle rinnovabili potrebbe aiutare a risolvere la sfida climatica, ma per il prossimo futuro non genererà gli stessi livelli di energia come il petrolio convenzionale a basso costo.

Nel frattempo, la nostra fame di energia sta determinando ciò che il documento definisce “costi sommersi”. Maggiore è il consumo di energia e materiali, maggiore è la quantità di rifiuti che generiamo e quindi maggiori sono i costi ambientali. Anche se possono essere ignorati per un po’, alla fine quei costi ambientali si traducono direttamente in costi economici, poiché diventa più difficile ignorare il loro impatto sulle nostre società.

E il “costo sommerso” più grande, ovviamente, è il cambiamento climatico:

“Anche i costi sommersi stanno aumentando; le economie hanno esaurito la capacità degli ecosistemi planetari di gestire i rifiuti generati dall’energia e dall’uso di materiali. Il cambiamento climatico è il costo sommerso che spicca di più”, afferma il documento.

L’autore principale del documento, il dott. Paavo Järvensivu, è un “economista biofisico” – un tipo emergente di economista che esplora il ruolo dell’energia e dei materiali nel promuovere l’attività economica.

Il documento del BIOS suggerisce che gran parte della volatilità politica ed economica, che abbiamo visto negli ultimi anni, ha una causa alla radice della crisi ecologica. Poiché i costi ecologici ed economici del consumo eccessivo industriale continuano ad aumentare, la costante crescita economica a cui siamo abituati ora è a rischio. Questo, a sua volta, ha esercitato una pressione enorme sulla nostra politica.

Ma le questioni sottostanti sono ancora non riconosciute e ignote alla maggior parte dei decisori politici.

“Viviamo in un’era di turbolenze e profondi cambiamenti nelle basi energetiche e materiali delle economie. L’era dell’energia a basso costo sta volgendo al termine”, dice il documento.

I modelli economici convenzionali, notano gli scienziati finlandesi, “ignorano quasi completamente le dimensioni energetiche e materiali dell’economia”.

“L’energia più costosa non porta necessariamente al collasso economico”, mi ha detto Järvensivu. “Certo, le persone non avranno le stesse opportunità di consumo, non c’è abbastanza energia a basso costo disponibile per questo, ma non sono automaticamente condotte sia alla disoccupazione e alla miseria”.

Gli scienziati si riferiscono al lavoro pionieristico dei sistemi dell’ecologista, Professor Charles Hall della State University di New York con l’economista Professor Kent Klitgaard del Wells College. All’inizio di quest’anno, Hall e Klitgaard hanno pubblicato un’edizione aggiornata del loro libro fondamentale, Energy and the Wealth of Nations: An Introduction to Bio Physical Economics.

Hall e Klitgaard sono molto critici nei confronti della teoria mainstream dell’economia capitalista, che dicono essere separata da alcuni dei principi fondamentali della scienza. Si riferiscono al concetto di “Ritorno energetico sull’investimento [energetico]” (EROI) come indicatore chiave dello spostamento verso una nuova era di energia difficile. EROI è un semplice rapporto che misura la quantità di energia che utilizziamo per estrarre più energia.

“Per il secolo scorso, pompare sempre più petrolio dal terreno era quanto dovevamo fare”, affermano Hall e Klitgaard. Decenni fa, i combustibili fossili avevano valori EROI molto elevati: veramente poca energia ci consentiva di estrarre grandi quantità di petrolio, gas e carbone.

Ma come ho già segnalato per Motherboard, questo non è più il caso. Ora stiamo usando sempre più energia per estrarre quantità minori di combustibili fossili. Il che significa maggiori costi di produzione per produrre ciò di cui abbiamo bisogno per mantenere l’economia in movimento. La materia è ancora lì nel terreno – miliardi di barili che con certezza hanno valenza, abbastanza facilmente,per friggere più volte il clima.

Ma ciò è più difficile e più costoso da ottenere. E i costi ambientali per farlo stanno aumentando drasticamente, come abbiamo intravisto con l’ondata di caldo globale dell’estate appena passata.

Questi costi non sono riconosciuti dai mercati capitalisti. Non possono essere, nel vero senso della parola, considerati dai modelli economici prevalenti.

“Siamo di fronte a una forma di capitalismo che ha rafforzato la sua attenzione alla massimizzazione del profitto a breve termine, con un interesse apparente minimo o nullo nel bene sociale.”

All’inizio di agosto, l’investitore miliardario Jeremy Grantham – che ha alle spalle una serie di ciò che con coerenza viene definito bolle finanziarie – ha pubblicato un aggiornamento dell’analisi di aprile 2013, “The Race of OurLives”.

Il nuovo documento, ‘The Race of OurLivesRevisited’, fornisce un’accusa brutale sulla complicità del capitalismo contemporaneo nella crisi ecologica. Il verdetto di Grantham è che “il capitalismo e l’economia tradizionale davvero non possono affrontare questi problemi”, vale a dire l’esaurimento sistematico degli ecosistemi planetari e delle risorse ambientali:

“Il costo di sostituzione del rame, del fosfato, del petrolio e del suolo – e così via – che usiamo non è nemmeno preso in considerazione. Se lo fosse, è probabile che gli ultimi 10 o 20 anni (per il mondo sviluppato, in ogni caso) non si sia visto alcun vero profitto, nessun aumento di reddito, ma il contrario”, ha scritto.

Gli sforzi per spiegare queste cosiddette “esternalità” nel calcolare i loro costi effettivi sono stati ben intenzionati, ma hanno avuto un impatto insignificante sull’effettiva operatività dei mercati capitalisti.

In breve, secondo Grantham, “ci troviamo di fronte a una forma di capitalismo che ha irrigidito la sua attenzione alla massimizzazione del profitto a breve termine con un interesse apparente, minimo o nullo, nel bene sociale “.

Tuttavia, nonostante tutta la sua preveggenza e le sue intuizioni critiche, Grantham non coglie il fattore fondamentale nel grande disfacimento in cui ora ci troviamo: la transizione verso un basso [parametro] EROI per il futuro, in cui proprio non si potranno estrarre gli stessi livelli di energia e surplus materiale, come abbiamo fatto già da decenni.

Molti esperti ritengono che stiamo andando oltre il capitalismo, ma non sono d’accordo su quale sarà il risultato finale. Nel suo libro Postcapitalism: A Guide to Our Future, il giornalista di economia britannico Paul Mason teorizza che la tecnologia dell’informazione sta aprendo la strada all’emancipazione del lavoro, riducendo a zero i costi della produzione della conoscenza e potenzialmente altri tipi di produzione che saranno trasformati dall’IA, dalla blockchain, e così via. Quindi, dice, emergerà un’età utopica “postcapitalista” di abbondanza di massa, al di là del sistema dei prezzi e delle regole del capitalismo.

Sembra una prospettiva rosea, ma Mason ignora completamente la colossale infrastruttura fisica in aumento esponenziale per l’”internet delle cose”. La sua rivolta digitale è proiettata a consumare sempre più grandi quantità di energia (fino a un quinto dell’elettricità globale entro il 2025), producendo il 14% delle emissioni globali di carbonio entro il 2040.

Verso un nuovo sistema operativo dell’economia 

La maggior parte degli osservatori, quindi, non ha idea delle realtà biofisiche evidenziate nel documento di riferimento,per il quale è stato dato mandato all’IGS (Independent Group of Scientists) del Segretario Generale dell’ONU: la forza trainante della transizione al post-capitalismo è il declino di ciò che ha reso possibile, in primo luogo, un “capitalismo della crescita all’infinito”: energia a basso costo in abbondanza.

Il Global Sustainable Development Report delle Nazioni Unite è stato redatto da un gruppo indipendente di scienziati (IGS), incaricato dal Segretario Generale delle Nazioni Unite. L’IGS è supportato da una serie di Agenzie delle Nazioni Unite, tra cui il Segretariato delle Nazioni Unite, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura, il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite, la Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo e la Banca Mondiale.

Il documento, che il Dr Järvensivuha scritto insieme con il resto del team del BIOS, è stato commissionato dall’IGS delle Nazioni Unite, in modo specifico per promuovere il capitolo ‘Transformation: the Economy’. I documenti di riferimento, richiesti formalmente, sono usati come base del GSDR, ma ciò che finisce nella relazione definitiva non sarà noto fino a quando il rapporto finale sarà pubblicato l’anno prossimo.

“Nessun modello economico ampiamente applicabile è stato sviluppato specificamente per l’era imminente”

Nel complesso, il documento afferma che siamo entrati in uno spazio nuovo, imprevedibile e senza precedenti in cui la cassetta degli attrezzi dell’economia convenzionale non riesce a dare soluzioni. Con il sobbollire lento della crescita economica, le Banche Centrali hanno fatto ricorso a tassi di interesse negativi e all’acquisto di enormi quantità di debito pubblico, per mantenere le nostre economie in attività. Ma cosa succede dopo che queste misure si sono esaurite? I governi e i banchieri stanno finendo le opzioni.

“Si può affermare con sicurezza che non sono stati sviluppati modelli economici, in larga parte applicabili per l’era imminente”, scrivono gli scienziati finlandesi.

Identificato il divario, espongono le opportunità per la transizione.

Nell’ambito di questo basso [parametro] EROI per il futuro, dobbiamo proprio accettare il fatto avverso che non saremo in grado di sostenere gli attuali livelli di crescita economica. “Raggiungere i livelli attuali o crescenti di fabbisogno energetico nei prossimi decenni, con soluzioni a basse emissioni di carbone, sarà estremamente difficile, se non impossibile”, si legge nel documento. La transizione economica deve comportare sforzi “per ridurre il consumo totale di energia”.

Le aree chiave per raggiungere questo obiettivo includono trasporti, cibo ed edilizia. L’urbanistica deve adeguarsi alla promozione del camminare e andare in bicicletta, al passaggio al trasporto pubblico e all’elettrificazione dei trasporti. Case e luoghi di lavoro diventeranno più connessi e localizzati. Nel frattempo, il trasporto merci internazionale e l’aviazione non possono continuare a crescere ai tassi attuali.

Come per quanto riguarda i trasporti, il sistema alimentare globale dovrà essere modernizzato. Il cambiamento climatico e l’agricoltura intensiva [con l’utilizzo] di petrolio hanno portato alla luce i rischi dei Paesi dipendenti dalle importazioni di cibo, proveniente da alcune delle principali aree di produzione. Sarà essenziale un cambiamento verso l’autosufficienza alimentare sia nei Paesi più poveri che in quelli più ricchi. E alla fine, i latticini e la carne dovrebbero lasciare spazio a diete per lo più a base di vegetali.

L’attenzione del settore dell’edilizia per la costruzione ad alta intensità energetica [che] è dominata dal calcestruzzo e dall’acciaio, dovrebbe essere sostituita con materiali alternativi. Il documento del BIOS raccomanda un ritorno all’uso di edifici in legno a lunga durata, che possono aiutare a immagazzinare carbonio, ma potrebbero essere efficaci anche altre opzioni come il biochar.

Ma i mercati capitalisti non saranno in grado di facilitare i cambiamenti richiesti – i governi dovranno mettersi in gioco, e le istituzioni dovranno modellare attivamente i mercati per soddisfare gli obiettivi della sopravvivenza umana. In questo momento, le prospettive per ciò appaiono ridotte. Ma il nuovo documento sostiene che, in ogni caso, il cambiamento sta arrivando.

Il fatto che il sistema emerga o meno comprende, comunque, una forma di capitalismo che è in definitiva una questione semantica. Dipende dalla definizione di capitalismo.

“Il capitalismo, in quella situazione, non è come il nostro attuale”, ha detto Järvensivu. “L’attività economica è determinata dal significato – mantenere le stesse possibilità per la vita dignitosa, riducendo al contempo le emissioni in modo drastico – piuttosto che il profitto, e il significato è politicamente realizzato in modo collettivo. Bene, penso che questo sia il miglior caso possibile in termini di Stato moderno e istituzioni di mercato. Tuttavia, ciò non può accadere senza una significativa riformulazione del pensiero economico-politico.”

 

Il Dr. Nafeez Ahmed è l’editore fondatore di INSURGE intelligence. Nafeez è un giornalista investigativo da 17 anni, originariamente per The Guardian, in cui ha riferito della geopolitica delle crisi sociali, economiche e ambientali. Nafeez riferisce sul “cambiamento del sistema globale” per Motherboard di VICE e sulla geopolitica regionale per il Middle East Eye. Ha scritto articoli su The Independent on Sunday, The Independent, The Scotsman, Sydney Morning Herald, The Age, Foreign Policy, The Atlantic, Quartz, New York Observer, The New Statesman, Prospect, Le Monde diplomatique, tra gli altri. Ha vinto due volte il Project Censored Award per il suo report investigativo; due volte è stato inserito nell’elenco dell’Evening Standarddei 1.000 più influenti Londinesi; e ha vinto il Premio Napoli, il più prestigioso premio letterario italiano istituito dal Presidente della Repubblica. Nafeez è anche un accademico interdisciplinare ampiamente pubblicato e citato, che applica all’impeto dell’ambiente e della politica l’analisi di sistemi complessi. È ricercatore presso il Schumacher Institute.

Fonte: https://medium.com/

Linkhttps://medium.com/insurge-intelligence/scientists-warn-the-un-of-capitalisms-imminent-demise-a679facac985

19.10.2018

 

Scelto e Tradotto per http://www.comedonchisciotte.org da NICKAL88

Nota a cura del traduttore

  • In termodinamica l’exergia di un sistema è la massima frazione di energia di prima specie (meccanica, potenziale, cinetica…) che può essere convertita in lavoro meccanico mediante macchina reversibile ed è un concetto utilizzato per definire i fenomeni termodinamici senza introdurre il concetto di entropia. L’exergia si conserva nei processi reversibili e diminuisce nei processi irreversibili. L’exergia è impiegata in ambito della termoeconomia per valutare il valore economico di un flusso energetico.

Nello studio dei processi termodinamici il concetto di exergia si lega con quello di anergia, definita come quella parte di energia che in una trasformazione irreversibile si trasforma in calore.

Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Exergia

Cosa insegna «Una Poltrona per Due»

Massimo Bordin micidial.it 24.12.18

Questa sera alle 21, come accade alla vigilia di Natale di ogni anno da oltre 30 anni, la televisione riproporrà «Una poltrona per due», il capolavoro comico di John Landis. Pochi sanno, però, che il titolo originale del film in inglese è «Trading places», e che pertanto riserva alla compravendita di Borsa un ruolo dominante fin dal titolo. E’ possibile prepararsi alla visione del film in un modo più disincantato di quanto facevamo da bambini.Una poltrona per due contiene infatti  una serie di insegnamenti semplici e utili, attuali ancora oggi che il mondo della finanza è stato completamente digitalizzato.

LA STORIA. La storia è nota, ma noi la ripeteremo brevemente a scanso di equivoci. Louis Winthorpe III (Dan Aykroyd) è un broker di successo che lavora per i fratelli  Randolph e Mortimer Duke, di cui sta per sposare la nipote. I due fratelli nei giorni precedenti al Natale, ispirati da un articolo che parla dell’influenza dell’ambiente sulla persona, scommettono un dollaro sul fatto che Louis, privato degli agi, della sua rete e della sua reputazione, si troverà a dover viver di espedienti, proprio come il barbone Billy Ray Valentine (Eddie Murphy) che si finge cieco proprio nei pressi della società di investimento. Non solo, la sommessa riguarda anche Billy. L’altra parte dell’esperimento prevede infatti che, anche un barbone, circondato da agi, reputazione e rete, possa fare un gran salto di qualità, tramutandosi in solerte e onesto lavoratore. In una girandola di gag che i due protagonisti della scommessa, inizialmente inconsapevoli, si alleano e riescono a vendicarsi dei fratelli Duke, mettono le mani sul rapporto annuale del ministero dell’agricoltura e, grazie a un vero e un falso insider trading, con una memorabile speculazione sui derivati del succo d’arancia, mettono a tappeto i due fratelli Duke.

Nel dipanarsi delle gag e di un pizzico di tensione, seppur immersi nel trucco e parrucco anni Ottanta, emergono a ben guardare 5 lezioni sul mondo finanziario. Certo, le grida di Borsa appartengono ormai all’archeologia della finanza, ma gli spunti accennati da Landis sono ancor oggi utilissimi nel trading 2.0. Vediamoli insieme.

PRIMA LEZIONE

Gli insider trading esistono (ma non siete voi). Molti sono convinti che si tratti di dietrologia, invece, i mercati sono spesso soggetti a fonti di informazione interna più o meno manipolata. Nel film, i fratelli Duke usano un insider, una sorta di informatore, in grado di conoscere in anticipo i dati sulla produzione del succo d’arancia, un prodotto che può essere acquistato in un mercato di Borsa apposito. Se la produzione di succo sarà alta, il prezzo delle quote si abbasserà; se, invece, la produzione sarà scarsa, il prezzo si alzerà. Ebbene, i Duke possono contare su un servizio di insiede trading. Poi le cose nel film andranno come andranno, ma l’insider trading esiste anche nella realtà. Anche se l’insider trading è illegale, spesso i grandi investitori hanno qualche spunto in più rispetto agli investitori retail. Nonostante questo, però, e come insegna il film, non sempre paga correre dietro ai grandi: anche i colossi possono sbagliare. L’insegnamento da trarre è che se non si ha accesso a notizie davvero privilegiate, e che peraltro sono illegali, occorre razionalizzare la scelta di investimento basandosi su calcoli personali. Se i Duke avessero tradato tramite conti propri, forse non avrebbero fatto un botto, ma di certo non si sarebbero rovinati del tutto.

SECONDA LEZIONE

Non è vero che la finanza “immateriale” non ha nulla a che fare con le materie prime e con l’alimentazione di miliardi di persone. Non esistono solo azioni, titoli di Stato, oro, valute e petrolio. C’è tutto un comparto su cui si possono fare soldi (e…anche finire in miseria): le commodies (beni di consumo), tra cui appunto il succo d’arancia congelato della trama. Dove comprare, ad esempio, il succo d’arancia di Borsa? In Italia non  è possibile, ma all’estero esistono diversi mercati. Il più noto è il Cbot di Chicago. Insieme a caffé, tè, zucchero e cacao, il succo d’arancia fa parte delle cosiddetto breakfast commodities. Sono mercati molto volatili, ma interessanti, perchè la logica che sta dietro a questi prodotti è più chiara di quella degli altri prodotti societari. A modificarne il prezzo, ad esempio, contano variabili come il tempo metereologico. Gli specialisti tengono sempre un occhio di riguardo sulle commodities e non è un caso che Landis abbia scelto proprio quelle per parlare di finanza. Inoltre, con una visione forse un po’ romantica, si può affermare che questi sono beni riferiti a cose reali, imprescindibli per l’essere umano e che se gli uomini un bel giorno potranno anche superare cose come la fibra ottica, il personal computer o il petrolio, ciò non accadrà per i beni di prima necessità come il riso o il mais.

TERZA LEZIONE

I soldi che girano in campo finanziario sono così tanti perchè non è necessario che un bene o una cosa esistano per essere commercializzati. I soldi della finanza possono essere usati per farne un tesoro da stivare o per comprare beni fisici, ma non nascono dal mondo produttivo, come invece pensa (e si fa fregare) la gente comune. Il film ci fa vedere che si possono comprare o vendere anche cose che non esistono, o non esistono ancora. Il mercato ha a che fare molto di più con la fiducia e con il “credere” che con la produzione. Forse, questo è l’insegnamento più importante del film: la Borsa si basa molto su opinioni, la moda del momento, la fede, le promesse, i contratti, le aspettative, le ambizioni. La matematica può misurare questi sentimenti, ma meno, molto meno, la finanza ha a che fare con il lavoro concreto che c’è dietro ad un bene. Louis e Billy mandano in rovina i fratelli Duke contrattando la compravendita del succo d’arancia congelato a gennaio per aprile. Le negoziazioni a cui si assiste nel film riguardano gli impegni presi di fornire ad aprile la merce al prezzo fissato a gennaio, a prescindere quindi dal prezzo a cui la merce varrà da lì a quattro mesi.  Ovvero si parla di futures, derivati (strumenti finanziari il cui valore deriva da un’attività sottostante le cui variazioni, a sua volta, fanno cambiare il valore del derivato stesso) tra i più semplici che consentono di scommettere sul bene futuro. In poche parole ci si impegna a comperare o vendere un bene entro una data futura a un determinato prezzo, scommettendo sulla differenza di prezzo rispetto al presente. Di fatto si contratta con un  margine: non occorre disporre dell’intero valore del contratto, ma è sufficiente versarne una percentuale (margine iniziale). L’effetto moltiplicatore è quindi evidente. L’insegnamento da trarne è che i soldi in finanza si basano su regole, su relazioni, su fiducia e sfiducia, non tanto sulla produzione reale di beni.

QUARTA LEZIONE

Il merito esiste, ma…. a premiare e a consegnare le patenti di merito sono sempre i soliti e, spesso, sono loro stessi scarsi di merito. Nel film si vede che un barbone può diventare un miliardario e che un miliardario può diventare un disgraziato. E’ PROPRIO COSI’! E non è affatto vero, come sostiene qualche parere interessato, che il merito si vede dallo status, dalle attività che uno svolge. E’ una panzana, lasciata girare ad arte da chi sa in cuor suo di non valere più degli altri e difende il suo fortino, quando basterebbe una operazione verità per farne cadere rovinosamente le mura. Altrimenti non si spiegherebbe come mai, ad esempio, grandi scrittori o pensatori o scienziati, vengono letti e studiati e celebrati ossessivamente solo dopola loro morte, mentre magari in vita nessuno se li filava e magari erano morti in miseria (Keplero, Van Gogh …). Il film ci insegna, anche, che tutti possono fare trading e guadagnare, a patto di averne la forza di volontà e la disciplina.

QUINTA LEZIONE

La raccolta dei soldi altrui è l’attività più redditizia che ci sia (pià del trading). Questa la potete capire solo rivedendo il film più volte.

FINANZA E POLITICA/ Le tre crepe pronta a far crollare l’Ue

Il Governo ha ceduto a un’Europa sempre più fragile. E si intravvedono i prodromi di una crisi piuttosto seria dell’economia reale

26.12.2018 – Giovanni Passali ilsussidiario.net

Giuseppe Conte, presidente del Consiglio, e Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea (LaPresse)

Più ci penso e più non riesco a capacitarmi della debolezza con cui il nostro Governo ha trattato con l’Ue per la Legge di bilancio, sulla quale dopo mesi di discussione e di modifiche (e incertezze sociali) alla fine si sta riducendo ad approvarla all’ultimo giorno a colpi di fiducia. Non riesco a capacitarmi di questa debolezza perché l’unico pericolo serio che può venire all’Italia non viene dallo spread, totalmente gestibile con l’aiuto della Bce e perfino senza. Il pericolo più grande potrebbe venire dalle agenzie di rating, le quali potrebbero mettersi d’accordo e declassare il debito italiano, il quale andrebbe deprezzato per questo motivo nei bilanci e quindi mettere in difficoltà le banche italiane. 

Ma alla fine un Governo con gli attributi potrebbe affrontare anche questo problema, soprattutto perché il benessere dei cittadini e la relativa sovranità italiana non può dipendere da quattro agenzie di rating. E questo pericolo, seppur grave, non sarebbe nemmeno di facile attuazione, perché pure le agenzie di rating sono strettamente legate (o incestuosamente legate) con importanti fondi finanziari, i quali potrebbero non gradire un declassamento del debito italiano che magari posseggono in quantità non indifferenti.

Ma soprattutto non riesco a capacitarmi di questa debolezza nella trattativa perché l’altra parte, quella europea, si trova in una situazione di debolezza acuta e a trattare con simili personaggi si rischia di cadere insieme a loro, senza averne alcuna colpa. Si diventa in qualche modo “colpevoli” di aver dato retta a simili personaggi, di aver dato loro credito, di aver dato credito a posizioni politiche debolissime e a posizioni economiche sbagliate, che la storia giudicherà con durezza.

Sono ben tre i punti di fragilità dei potentati europei. Il primo è la fragilità interna, cioè la debolezza politica dei vari personaggi, che in patria continuano a incassare sonore sconfitte elettorali o a dover arretrare continuamente rispetto ai proclami elettorali. La seconda fragilità è la vicenda della Brexit, sulla quale hanno sbagliato e continuano a sbagliare i conti. D’accordo, la finanza viaggia a una velocità maggiore dell’economia reale, ma questa prima o poi si adegua e si mette in moto per cercare la soluzione migliore. E si muove magari negando quegli spazi alla finanza sui quali questa contava di speculare. E se finisce la speculazione, finiscono i giochi e si bloccano i profitti, con gravi conseguenze.

Stanno iniziando ad accorgersene in Germania, dove alcuni economisti stanno lanciando l’allarme: in caso di Brexit dura, senza accordi specifici, in Germania si perderanno circa 750 mila posti di lavoro, per mancate esportazioni, che verranno sostituite in Gran Bretagna da produzione locale. La grande forza esportatrice della Germania subirebbe così un colpo durissimo. Infatti, nei confronti di Londra, Berlino ha un surplus commerciale (spropositato) di 54 miliardi, un quinto di tutto l’export tedesco. E con 750 mila veicoli l’anno, si tratta del mercato di auto tedesche più grande. Una riduzione di questo mercato sarebbe un colpo durissimo non solo per le case costruttrici, ma anche per tutto il settore dei subfornitori. Al contrario le aziende inglesi in difficoltà potrebbero essere sostenute dal Governo: questo è il vantaggio di una esecutio non succube e della sovranità monetaria: ma sembra che i tedeschi, ottusamente chiusi nella loro ideologia dell’austerità, non ne abbiano tenuto conto. Loro rimarranno bloccati dalle ottuse regole europee, mentre gli inglesi saranno liberi di agire.

Il terzo punto di fragilità è quello che io precisamente vado sostenendo da circa dieci anni (e da otto anni con i miei pezzi sul Sussidiario): siamo in guerra. Questa negazione della realtà porta a non considerare gli effetti devastanti delle ultime decisioni della Fed e della Bce: la prima continuando a rialzare i tassi di interesse (come ha fatto settimana scorsa, portando il tasso di interesse al 2,5%) come se ormai la ripresa fosse solida e se l’inflazione fosse un pericolo; la seconda promettendo di smettere col denaro facile dal primo di gennaio. In questo modo stanno preparando l’avvento della nuova inevitabile fase della crisi finanziaria, che ormai prenderà l’avvio nel 2019. E l’economia reale sta già presagendo l’inizio di questa crisi, con gli indicatori economici tutti in ribasso e con il Pil in arretramento. Come conseguenza gli indici di borsa di tutte le maggiori borse mondiali sono in pesante arretramento, con il Dax che ha perso circa il 30% dai massimi segnati quest’anno. 

E la mancata consapevolezza che siamo in guerra porta a non comprendere il fatto che le mosse delle banche centrali sono l’inizio della guerra dei poteri monetari contro l’economia reale. Una guerra che sta facendo vittime anche illustri. La maggiore banca tedesca, Deutsche Bank, è al collasso e potrà essere salvata solo con un pesante intervento pubblico. E Bankitalia ha operato in extremis per il salvataggio della fallita Carige.

La crisi non è passata, la medicina usata è esattamente il veleno che ha causato la crisi e che per un po’ di tempo ha nascosto il problema senza risolverlo: il problema della produzione di moneta debito per coprire il problema oggi (il problema dell’eccessivo debito privato) e spostarlo nel futuro. Si parla tanto del debito italiano, ma il mondo intero ha un debito pari a oltre il 200% del Pil mondiale. A questo non c’è soluzione, se non la catastrofe finanziaria. Esattamente quello che si sta affacciando all’orizzonte, complici le banche centrali.

Tutto questo accade mentre il nostro Governo si trastulla sui decimali di deficit e si mostra balbettante con l’Ue. 

Rivisitare i temi del 2018 (nello stile cruciverba di Goldman Sachs)

zerohedge.com 25.12.18

Via Goldman Sachs,

Mentre ci dirigiamo verso la fine dell’anno, Goldman’s Allison Nathan continua la tradizione dell’azienda di fare il punto sui grandi temi di un cruciverba.

Sulla scia di un 2017 caratterizzato da bassa volatilità, crescita robusta e performance elevate su attività rischiose, il 2018 ha (sfortunatamente) espresso il contrario. Fattori politici, economici e tecnici hanno contribuito ad aumentare vertiginosamente la volatilità , dalle vendite di titoli azionari nel primo e quarto trimestre fino allo scoppio degli spread delle obbligazioni sovrane italiane in giugno e alle recenti variazioni dei prezzi del petrolio. Episodi come questi hanno sollevato dubbi sulla liquidità e fragilità del mercato, e hanno solo intensificato il deterioramento del sentiment di rischio verso la fine dell’anno. In effetti, il 2018 si sta chiudendo su una nota pessimistica, con la maggior parte delle principali classi di attivi che registrano rendimenti negativi per l’anno. (Per quelli che lo mancavano, persino l’ottimismo sulle criptovaluteè svanito, con bitcoin in calo del 73% da inizio anno.)

Pur non essendo l’unico driver, le tensioni commerciali hanno indubbiamente contribuito all’ansia del mercato. L’agenda commerciale del Presidente Trump ha guadagnato vigore durante tutto l’anno, con azioni specifiche per prodotti e materie prime seguite da diversi cicli di tariffe USA-Cina e dalla minaccia statunitense di misure su automobili straniere. Nonostante l’attuale pausa nelle tensioni tra Stati Uniti e Cina, il rischio commerciale rimane nelle carte il prossimo anno. Vediamo un’ulteriore escalation come leggermente più probabile che non prima che Washington e Pechino raggiungano un accordo a lungo termine. E mentre le tariffe auto non sono il nostro caso base, ci aspettiamo altre misure come le quote o restrizioni all’esportazione nel 2019 (ma, in una nota più positiva, ci aspettiamo anche che la sostituzione del NAFTA diventi legge).

Da nessuna parte l’incertezza del commercio è stata più importante della Cina , soprattutto tra ulteriori segnali di rallentamento della crescita. Ma con gli stimoli mirati che stanno entrando in azione, pensiamo che la crescita riprenderà un po ‘entro la metà del 2019, portando con sé asset rischiosi nella regione (e prodotti esposti dalla Cina). Detto questo, il commercio continuerà a rappresentare un rischio primario, in particolare per lo yuan, che potrebbe violare 7.0 contro il dollaro USA se i negoziati collassano (ma dovrebbero rimanere al di sotto di 7.0 mentre sono in corso).

L’altra grande preoccupazione degli investitori è stata il rallentamento della crescita, che si è esteso ben oltre la Cina, sollevando timori riguardo al rischio di recessione . In effetti, il nostro CAI globale è sceso a circa il 3,5% finora a dicembre da quasi il 5% all’inizio dell’anno. Questo, a sua volta, ha guidato la continua svendita delle azioni (portando a un sostanziale inasprimento delle condizioni finanziarie – una crescita di vento contrario di per sé). Di conseguenza, i mercati hanno ridotto le loro aspettative per gli aumenti della Fed del prossimo anno a solo un mezzo aumento (rispetto a due prima di questo autunno); e, a causa del calo dei prezzi del petrolio, il mercato dei titoli obbligazionari che ha caratterizzato gran parte del 2018 ha invertito il corso, con rendimenti dei Treasury a 10 anni inferiori a 45 punti base rispetto al picco di ottobre.

Anche noi abbiamo adeguato la nostra visione della Fed, e ora prevediamo una pausa a marzo. Tuttavia, riteniamo che sia necessario un ulteriore inasprimento per evitare il surriscaldamento del mercato del lavoro. Su base ponderata in base alle probabilità, prevediamo 1,6 aumenti netti l’anno prossimo, rallentando la crescita a circa la nostra stima del potenziale-1,75% entro la fine dell’anno. Ma con gli squilibri finanziari ampiamente sotto controllo e senza un evidente catalizzatore in vista, riteniamo che il rischio di una recessione negli Stati Uniti nel 2019 resti basso (10%).

Inoltre, non vediamo i maggiori rischi derivanti dalle elezioni di medio termine degli Stati Uniti , che hanno prodotto l’esito previsto di un Congresso diviso. Ci aspettiamo che la direzione generale della politica rimanga intatta, con poche modifiche in termini di tasse o infrastrutture. Ma gli investitori dovrebbero tenere d’occhio l’assistenza sanitaria, dal momento che i democratici probabilmente perseguiranno la legislazione in materia di prezzi dei farmaci e altre questioni. Inoltre, le preoccupazioni sulla privacy dei dati potrebbero richiedere nuove azioni sulla regolamentazione tecnologica . Un’altra chiave da tenere d’occhio: la scadenza per l’innalzamento del limite del debito – molto probabilmente nell’agosto 2019 – che potrebbe rivelarsi dirompente, e forse ancor più perché il disavanzo del bilancio federale supera $ 1 t nell’anno fiscale 2011.

Per quanto controversi possa essere la situazione fiscale degli Stati Uniti, l’Europa ha già vinto il premio per le preoccupazioni fiscali. Dopo mesi di intensi negoziati, l’Italia ha raggiunto un accordo sul suo bilancio con Bruxelles. Ma prendiamo le notizie con un pizzico di sale; fino a quando il governo italiano non ridimensiona ufficialmente le promesse politiche chiave o conferma tagli di spesa altrove, restiamo cauti sulle prospettive del paese. Nel frattempo, gli investitori stanno anche osservando le promesse della Francia di allentamento fiscale in risposta al movimento populista “gilet giallo”. In effetti, tra le deboli valutazioni del presidente Emmanuel Macron, la possibilità di elezioni anticipate in tutto il continente e la decisione di Angela Merkel di dimettersi come Cancelliere tedesco nel 2021, il rischio politico in Europa non mostra segni di diminuzione.

Su quella nota, non dimentichiamo Brexit , dove la politica del Regno Unito ha lasciato tutte le opzioni – una Brexit ordinata, una Brexit disordinata, o nessun Brexit a tutti – ancora sul tavolo. Data la mancanza di un’alternativa unificante, il nostro caso base rimane il primo di questi; ma le settimane che precedono il voto del Parlamento britannico sull’accordo (ora fissato per metà gennaio) si riveleranno decisive … restate sintonizzati.

Quindi, in che modo tutto questo lascia le nostre opinioni sugli asset verso il 2019? A breve termine, i problemi di crescita e il pessimismo del mercato potrebbero persistere. Tuttavia, a medio termine, riteniamo che una crescita globale più lenta ma solida continuerà a portare l’rialzo azionario tra i principali indici, i rendimenti obbligazionari più elevati nel G10, la forza delle materie prime e la debolezza del dollaro USA. Vediamo anche uno stretto sentiero verso la performance per i mercati emergenti (EM) dopo un anno difficile.

Detto questo, ci aspettiamo una maggiore volatilità, crescenti venti contrari e crescenti rischi di coda. Raccomandiamo quindi il posizionamento per una corsa potenzialmente sconnessa: innalzamento della qualità, utilizzo di siepi e sovrappeso in contanti.

* * *

Attraverso :

4. Un importante punto critico che circonda Brexit è l’____ irlandese (numero 70).

7. Alcuni partecipanti al mercato sostengono che l’aumento del ____ degli scambi azionari statunitensi ha reso i mercati più fragili (numero 68).

10. Gli attivi dei mercati emergenti hanno sovraperformato nel periodo 2004-2006, nonostante ____ aumenti consecutivi dei tassi da parte della Fed (numero 69).

12. La forza economica degli Stati Uniti ha storicamente coinciso con il restringimento ____, il che rende la chiusura di quest’anno così insolita. (Numero 71).

14. Storicamente, il “trio” doloroso per i mercati emergenti (EM) è stato superiore a ____ degli Stati Uniti, l’aumento dei prezzi del petrolio e un dollaro statunitense più forte (n. 69).

15. Il settore che rischia di essere maggiormente colpito dai democratici che assumono il controllo della Camera nelle elezioni di medio termine degli Stati Uniti. (Numero 73).

18. Durante la svendita di giugno sui titoli di stato italiani, il ____ sembrava esacerbare le mosse del mercato, proprio come durante il “flash crash” delle azioni statunitensi nel 2010 (numero 68).

19. Oggi, i bilanci ____ appaiono più sani dei bilanci aziendali, il che è il contrario di ciò che abbiamo visto affrontare nella crisi finanziaria globale (numero 72).

22. Molti orsi obbligazionari citano un aumento del Tesoro ____ per finanziare il crescente deficit di bilancio degli Stati Uniti come motivo per aspettarsi rendimenti del Tesoro più elevati nei prossimi anni (numero 65).

23. Alcune azioni del presidente Trump sul commercio ricadono sotto le disposizioni commerciali degli Stati Uniti che sono in conflitto con le regole ____ (numero 66).

24. Regolamento europeo sulla protezione dei dati che è entrato in vigore il 25 maggio 2018 e può riscuotere una sanzione pari al 4% del fatturato annuale di un’azienda (numero 67).

27. Secondo Mohamed El-Erian, Chief Economic Advisor di Allianz, il fatto che “____” gli investitori siano più numerosi degli investitori “locali” significa che continueranno i deflussi di capitali dai mercati emergenti (numero 69).

28. Una piattaforma di criptovaluta che consente la creazione di “contratti intelligenti” (numero 64).

29. Una soglia più bassa per dimostrare ____, l’equivalente europeo del potere monopolistico, è uno dei motivi per cui l’Europa è stata generalmente più attiva sulla regolamentazione tecnologica rispetto agli Stati Uniti (n. 67).

30. La ricerca della GS dimostra che l’espansione fiscale nei paesi altamente indebitati come l’Italia fa poco per aumentare ____ (numero 71).

Giù:

1. A differenza della maggior parte delle materie prime, il bitcoin richiede poca memoria fisica. Anche un floppy disk da 3½ pollici può contenere quasi 30.000 ____ privati ​​(numero 64).

2. Il de-risking deliberato del settore finanziario in Cina ha rallentato il flusso di credito verso il settore privato, portando a un aumento di ____ (numero 74).

3. Gli osservatori citano il ____ di criptovalute come impedimento alla loro adozione più ampia da utilizzare come valuta (numero 64).

5. Negli Stati Uniti, ____ ha giurisdizione sul commercio estero, ma ha delegato gran parte della sua autorità in materia di commercio al presidente nel corso degli anni (numero 66).

6. L’abbreviazione di una società di marketing che tipicamente pubblica gli ordini per comprare e vendere in rapida successione (numero 68).

8. Il mercato del lavoro ____ potrebbe essere un fattore scatenante della recessione (questione 72).

9. Aumentare il debito ____ nel 2019 potrebbe rivelarsi controverso come nel 2011 e nel 2013, quando anche il governo / Congresso era diviso (numero 73).

11. Molto probabilmente aumenterà la concorrenza tra Stati Uniti e Cina in questo settore (numero 74).

13. I tweet del Presidente Trump quest’anno hanno puntato i riflettori sulle tariffe postali e sulle pratiche fiscali di questa compagnia (numero 67).

16. L’esperto politico britannico Anand Menon ha sostenuto che un secondo ____ complicherebbe ulteriormente la situazione intorno alla Brexit (n. 70).

17. Paul Tudor Jones, co-presidente e CIO di Tudor Investment Corp., non è convinto che la perturbazione tecnologica continuerà a portare ____ (numero 65).

20. Le politiche volte a frenare il ____ bancario hanno contribuito al rallentamento della crescita in Cina quest’anno (numero 74).

21. Una sostanziale crescita nel mercato del debito ____ ha suscitato preoccupazione da parte dei legislatori preoccupati per il rischio sistemico (numero 72).

25. Un “no deal” ____ del Regno Unito dall’UE potrebbe essere una possibilità se il parlamento britannico non dovesse approvare l’accordo di ritiro negoziato tra il PM maggio e Bruxelles (numero 70).

26. La professoressa della scuola di Harvard Kennedy, Carmen M. Reinhart, sostiene che alti livelli di ____ sono stati storicamente associati a una minore crescita economica (n. 71).

Soluzione sotto (non imbrogliare)

Speriamo che tu non abbia imbrogliato …

Il più grande banchiere cinese mette in guardia contro l’acquisto di proprietà “Perché non c’è più denaro da fare”

zerohedge.com 25.12.18

Nel 2017, abbiamo spiegato perché “il destino dell’economia mondiale è nelle mani della bolla immobiliare cinese “. La risposta è stata semplice: per la popolazione cinese, e per la classe media in crescita, per mantenere elevata la spesa e il prestito elevato, bisognava sentirsi a proprio agio e fiduciosi che la sua ricchezza avrebbe continuato a crescere. Tuttavia, a differenza degli Stati Uniti dove il mercato azionario è il barometro definitivo dell’aumento di fiducia “effetto ricchezza”, in Cina si è sempre trattato di abitazioni come tre quarti delle famiglie cinesi. sono parcheggiati nel settore immobiliare, rispetto al solo 28% negli Stati Uniti, con il resto investito attività finanziarie, che è anche il motivo per cui è stato tradizionalmente il dovere di Pechino di assicurarsi che i prezzi delle case si apprezzino anno dopo anno, anche se l’economia più ampia sta facendo male.

Questo è il motivo per cui un recente avvertimento da parte di un alto banchiere cinese che i giorni di costante apprezzamento dei prezzi delle case sono finiti, dovrebbe venire come l’ultimo allarme rosso lampeggiante di più turbolenze per venire prima per la nazione più popolosa del mondo e alla fine, il resto del mondo.

Domenica, il presidente di una delle principali banche statali cinesi ha avvertito gli investitori cinesi di non acquistare proprietà ora perché “non ci sono soldi da fare” a causa degli alti prezzi e dei tassi di posti vacanti allarmanti (uno sviluppo minaccioso che abbiamo discusso il mese scorso in ” The” Nightmare Scenario “Per Pechino: 50 milioni di appartamenti cinesi sono vuoti “).

Tian Guoli, presidente della China Construction Bank, che fornisce mutui a milioni di famiglie cinesi, è stato citato dal portale cinese Sina.com che la stanza per ulteriori aumenti dei prezzi immobiliari è stata limitata ed è stato imprudente acquistare a tassi correnti.

Tian Guoli, presidente della China Construction Bank

Offrendo un consiglio sorprendentemente rapido che sembrerebbe controproducente per il suo modello di business – dopo tutto Guoli è incentivato a fare il maggior numero di ipoteche possibili – Tian ha detto che ” non ci sono soldi da fare se si acquista un appartamento al giorno d’oggi. a casa, non sei intrappolato nell’alto livello dei prezzi? ” Il presidente del CCB stava parlando a un forum organizzato dalla scuola di management Guanghua dell’Università di Pechino.

Come riferisce l’SCMP, l’avvertimento di Tian, ​​che è un membro supplente del Comitato centrale del Partito Comunista, è arrivato in un momento in cui il paese è in acceso dibattito sul ruolo del mercato immobiliare – se porterà a un fallimento o se può aiutare a sostenere l’economia.

Alla Conferenza sul lavoro economico centrale, recentemente conclusa, che ha deluso i mercati senza fornire misure di stimolo aggiuntive concrete, la leadership suprema ha promesso di costruire un meccanismo a lungo termine per il mercato immobiliare, sulla base del fatto che “la proprietà è per la vita, non per la speculazione” , aggiungendo che i regolamenti potrebbero variare da città a città.

A dire il vero, il fascino della Cina per le abitazioni è comprensibile: negli ultimi vent’anni la proprietà si è rivelata uno dei migliori investimenti in Cina, ed è la ragione per cui, a differenza del mercato azionario, la maggior parte della ricchezza della Cina è investita in abitazioni. È anche il motivo per cui, nonostante gli occasionali interventi del governo – dalle restrizioni all’acquisto e dai limiti di vendita ai vincoli dei mutui ipotecari – il prezzo medio è aumentato vertiginosamente, rendendo le proprietà a Pechino e Shanghai costose come Londra o Tokyo.

Tuttavia, tra le notizie sui massicci posti di lavoro vacanti, come i costruttori cinesi che negli anni scorsi hanno sbandato per sostenere il PIL con oltre 50 milioni di appartamenti vuoti, c’è stata anche una crescente preoccupazione che una crisi del mercato immobiliare colpisse duramente famiglie, banche e sviluppatori – e questo a sua volta sarebbe una seria minaccia per le banche statali e gli enti locali, le cui entrate sono legate al mercato immobiliare. Nel frattempo, anche le più piccole turbolenze sul mercato potrebbero scatenare una furiosa sparatoria quando i costruttori cercano di scaricare le proprietà libere: in Cina, circa il 22% del totale delle abitazioni non è occupato , circa il doppio rispetto alle altre economie sviluppate .

Nel frattempo, il debito che tiene a galla la bolla immobiliare cinese continua a crescere, con il valore dei prestiti immobiliari in sospeso – inclusi mutui e prestiti per lo sviluppo – che raggiungono 38 trilioni di yuan (US $ 5,5 trilioni) entro la fine di settembre 2018, ovvero il 28% del totale dei prestiti, secondo i dati del governo, mentre i mutui casa personali in Cina sono esplosi in sette volte da 3 trilioni di yuan ($ 430 miliardi) nel 2008 a 22,9 miliardi di yuan nel 2017, secondo i dati di PBOC.

Entro la fine di settembre, il valore dei mutui ipotecari in circolazione era salito di un altro 18% Y / Y a 24,9 trilioni di yuan, risultando in una tendenza che, come osserva Caixin , ha trasformato molte persone in cosiddetti “schiavi ipotecari”.

La buona notizia è che per ora il valore della garanzia è più alto in quanto il valore combinato delle proprietà in Cina, ha avvertito Tian, ​​ha raggiunto 40 trilioni di dollari, più grandi di 30 trilioni di dollari negli Stati Uniti; di conseguenza qualsiasi diminuzione dei prezzi delle abitazioni porterebbe a gravi menomazioni.

Inoltre, aggiungendo al problema del posto vacante, mentre molti speculatori immobiliari in Occidente preferiscono affittare le loro proprietà per garantire un reddito da locazione, in Cina è più comune mantenere vuote le nuove costruzioni perché le proprietà abitative perdono parte del loro valore.

Tian ha detto che la Cina è ancora un’offerta sufficiente di abitazioni, con una penuria limitata a poche grandi città. Tuttavia, in questi casi ha affermato che era importante assicurarsi che ci fossero abbastanza immobili disponibili.

“È molto necessario che le grandi istituzioni finanziarie statali penetrino nei mercati degli affitti immobiliari”, ha affermato.

Nel frattempo, l’ultimo sondaggio sulla finanza delle famiglie in Cina condotto dalla Southwest University of Finance and Economics, pubblicato la scorsa settimana, ha rilevato che il numero di case urbane abbandonate in Cina è salito a 65 milioni di unità nel 2017 da 42 milioni di unità nel 2011, con il tasso di posti vacanti sale al 21,4 per cento dal 18,4 per cento del periodo.

Le piccole città cinesi hanno avuto problemi di posti vacanti più gravi di quelli più grandi, ha rilevato il centro di ricerca, facendo eco al discorso di Tian. I dati del National Bureau of Statistics hanno mostrato che la superficie media della vita dei residenti urbani cinesi ha già raggiunto 36,6 metri quadrati nel 2016.

* * *

La cosa più inquietante, e ciò che può aver spinto l’avvertimento di Tian, ​​è che nonostante i prezzi delle case relativamente stabili, le fondamenta dietro il mercato immobiliare si stanno rompendo. Come recentemente riferito dal WSJ , all’inizio di dicembre un gruppo di proprietari di case ha invaso l’ufficio vendite del loro complesso di Shanghai, “Central Washington”, il cui sviluppatore, Shanghai Zhaoping Real Estate Development, pubblicizzava nuovi appartamenti ad una frazione dei prezzi di quelli venduto all’inizio dell’anno. Un proprietario dell’appartamento ha detto che i nuovi prezzi suggerivano che il valore dell’appartamento acquistato dallo sviluppatore a marzo era sceso del 17,5% circa.

“Ci sono persone che hanno acquistato più case che ora stanno cercando di venderne una per ripagare il mutuo su un’altra”, ha detto Ran Yunjie, agente immobiliare. Uno dei suoi clienti ha comprato un appartamento l’anno scorso per circa $ 230.000. Per trovare un acquirente ora, il cliente dovrebbe abbassare il prezzo del 60%, secondo Ran.

Nel frattempo, in una dimostrazione veramente preoccupante di ciò che accadrà quando la bolla scoppierà, il mese scorso abbiamo riportato che i proprietari di case arrabbiati che pagavano il prezzo pieno per le unità del progetto residenziale Xinzhou Mansion a Shangrao hanno attaccato l’ufficio vendite Country Garden nella provincia orientale dello Jiangxi la scorsa settimana , dopo aver scoperto di aver offerto sconti a nuovi acquirenti fino al 30%.

“La proprietà rappresenta circa il 70% delle risorse totali delle famiglie cinesi urbane – una casa è allo stesso tempo ricchezza e status.Le persone non vogliono che i prezzi aumentino troppo velocemente, ma non vogliono che cadano troppo velocemente “, ha detto Shao Yu, chief economist presso Oriental Securities. “Le persone sono così abituate ad aumentare i prezzi che non è mai venuto in mente che potrebbero cadere anche loro. Non dovremmo aggiungere a questa illusione ” , ha aggiunto Shao , facendo eco a Ben Bernanke nel 2005 .

Ma la sorpresa più grande una volta che la musica si ferma alla fine potrebbe essere che – come un affascinante rapporto WSJrivelato un anno fa –  la crisi immobiliare in Cina è probabilmente molto, molto peggiore di quanto sembri, come sotto la direzione di Pechino  più di 200 città in tutta la Cina per l’ultimo tre anni hanno acquistato appartamenti in eccedenza da promotori immobiliari e trasferiti in famiglie da condomini e villaggi vicini . Il ministero degli alloggi della Cina, che è dietro gli acquisti, ha dichiarato che intende continuare il programma fino al 2020. La strategia, sostenuta dal prestito bancario del governo centrale, ha salvato gli imprenditori edilizi e sollevato il mercato immobiliare.

In altre parole, mentre la Cina ha già un record di 50 milioni di appartamenti vuoti, il numero reale – escludendo gli acquisti furtivi di inventario in eccesso – è probabilmente molto più alto. È questo, e non il mercato azionario cinese, che è stata a lungo la più grande bomba a tempo per Pechino, e se Trump e Peter Navarro vogliono davvero annientare la Cina nella loro guerra commerciale in corso, dovrebbero concentrarsi sulla destabilizzazione del mercato immobiliare: il titolo cinese il mercato era e rimane solo una distrazione.

Riassumere:

  • La Cina ha più di 50 milioni di appartamenti vacanti
  • I mutui ipotecari sono cresciuti di 8 volte negli ultimi dieci anni
  • I prezzi sono mantenuti costanti grazie agli acquisti statali costanti di inventario in eccedenza
  • Il principale banchiere dei mutui della Cina sta sollecitando i suoi potenziali clienti a non acquistare perché l’apprezzamento del prezzo è limitato
  • I prezzi delle case stanno già scoppiando, con alcuni costruttori costretti a tagliare i prezzi del 30%.
  • La rivolta degli acquirenti di case, la formazione di milizie infuriate e gli uffici dei mercanti di tempeste quando i prezzi calano

Per ora, la Cina è stata in grado di mantenere l’illusione di stabilità per preservare l’ordine sociale. Tuttavia, se il rallentamento delle abitazioni dovesse accelerare in modo significativo e decine di milioni di unità vuote colpirebbero improvvisamente il mercato, allora la ” insurrezione della classe operaia ” che la Cina si sta preparando dal 2014 …

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