B.Carige: svolto incontro vertici/Bce; Malacalza in meeting separato (fonte)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Si è tenuto nel pomeriggio di oggi l’incontro tra i vertici di B.Carige, l’a.d. Fabio Innocenzi e il presidente Pietro Modiano, e la Vigilanza Bce, dopo lo stop all’aumento di capitale dettato dall’astensione del primo socio Malacalza Investimenti giunto nella recente assemblea degli azionisti. 

E’ quanto riferito da una fonte a MF-Dowjones. La fonte ha aggiunto che è in calendario per oggi anche l’incontro con Malacalza Investimenti ma che si tratta di un meeting separato. 

L’istituto ligure dovrebbe tornare a riunire il Cda dopo Capodanno per esaminare la posizione della Bce dopo lo stop all’aumento di capitale da 400 mln. 

cce 

 

(END) Dow Jones Newswires

December 27, 2018 11:54 ET (16:54 GMT)

Crediti fiscali di BPVi e Veneto Banca per circa due miliardi acquisiti da Intesa Sanpaolo: un altro bonus?

Redazione Economica VicenzaPiù – 27.12.18

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Il tema dei crediti fiscali è piuttosto articolato per cui, dopo aver cercato di capirne con degli esperti, proviamo a spiegare cosa significa che Banca Intesa Sanpaolo abbia acquisito insieme alle “parti buone” di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca anche un notevole ammontare, appunto, di crediti fiscali (per l’esattezza 1.9 miliardi di euro). Anzitutto dobbiamo chiarirci sul termine “Crediti fiscali”, che è nella la voce 100 “Attività fiscali” dell’attivo di stato patrimoniale del bilancio delle banche. Questa voce si compone a sua volta di due sottovoci: a) Attività fiscali correnti; b) Attività fiscali anticipate.

Nelle Attività fiscali correnti figurano i Crediti verso l’Erario che possono nascere, a titolo esemplificativo, da i) versamenti di acconti d’imposta; ii) eccedenze di acconti versati rispetto all’effettivo debito per imposte dovute; iii) crediti d’imposta chiesti a rimborso; iv) crediti d’imposta a fronte di contenziosi fiscali favorevoli alla banca in attesa di rimborso; v) crediti d’imposta derivanti dalla trasformazione delle attività per imposte anticipate ex L. 214/2011; ecc.
Nelle Attività fiscali anticipate figurano invece le Attività per imposte anticipate (cd. Deffered Tax Asset– DTA) che derivano da differenze temporanee deducibili connesse a componenti negative di reddito sostenute nell’esercizio ma deducibili ai fini fiscali negli esercizi successivi (in forza di norme fiscali che prevedono limitazioni alla deducibilità di costi, accantonamenti e/o rettifiche di valore). Sono esempi di differenze temporanee deducibili: i) gli accantonamenti per rischi ed oneri, i quali diventeranno deducibili nell’esercizio in cui si realizzerà l’esborso per cassa del relativo onere; ii) le rettifiche di valore su crediti per la quota eccedente la quota deducibile nell’esercizio (N.B.: tale fattispecie è residuale in quanto l’art. 106, comma 3, del TUIR che limitava la deducibilità delle rettifiche di valore su crediti è stato riformulato a decorrere dall’esercizio 2014); iii) le svalutazioni (impairment) di avviamenti riconosciuti fiscalmente, le quali sono deducibili nell’esercizio in misura non superiore a 1/18 del valore degli stessi; iv) ecc. 
Le Attività per imposte anticipate derivano, oltre che dalle differenze temporanee deducibili (determinanti un minor carico fiscale futuro), anche dal riporto a nuovo di perdite fiscali (art. 84 del TUIR).
Per contro non sono oggetto di rilevazione tra le Attività per imposte anticipate le differenze permanentitra imponibile fiscale e risultato del bilancio d’esercizio, in quanto dette differenze non si riverseranno nei futuri esercizi successivi. Sono esempio di differenze permanenti: i) le spese di rappresentanze che eccedono i limiti previsti dall’art. 108, comma 2, del TUIR); ii) le minusvalenze realizzate su partecipazioni aventi i requisiti di cui all’art. 87, comma 1, lettere b), c) e d) del TUIR; iii) ecc.
A scanso di equivoci le Attività per imposte anticipate (sia derivanti da differenze temporanee deducibili sia da perdite fiscali riportate a nuovo) NON rappresentano Crediti d’imposta, non potendo le stesse mai dare luogo ad un rimborso da parte dell’Erario se non limitatamente alla quota parte delle stesse che sono trasformabili in crediti d’imposta ai sensi della L. 214/2011 (fattispecie questa ormai residuale essendo non più prevista la trasformabilità in crediti d’imposta delle nuove rettifiche di valore su avviamenti e su crediti).

E SE CONSOLI AVESSE RAGIONE? (parte seconda)

27.12.18 Paolo Politi

LAPRESSE

Continuo a leggere delle cose incredibili su Veneto Banca – il bellissimo articolo del Direttore Giovanni Coviello di Vicenzapiu.com pubblicato oggi ci fa comprendere tante cose fino ad oggi sconosciute e nascoste.

Riporto nuovamente l’articolo per commentarlo:

Veneto Banca targata Atlante e Viola riconobbe 16 milioni di euro ai Ferrarini e a loro gruppo: chi risponderà? E chi ne risponderà se la transazione rientrasse nel reato di “bancarotta preferenziale”?

Di Giovanni Coviello (Direttore responsabile VicenzaPiù) | 27 minuti fa | 0 commenti3

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Ha dell’incredibile un documento che riguarda la gestione di Veneto Banca ben dopo l’epoca, criminalizzata da Bankitalia & c., di Vincenzo Consoli e con in sella Atlante, il fondo che, sembra sempre più ipotizzabile, ha aperto la strada all’affare di inizio terzo millennio per Intesa Sanpaolo: è l’atto transattivo tra la famiglia Ferrarini (il gruppo reggiano dei prosciutti) e Veneto Banca. Ai signori Ferrarini la banca riconosce la bellezza di 16,5 milioni di euro (dovuti?) ma la cosa stupefacente è la data dell’atto transattivo: 3 maggio 2017. L’operazione ha dell’incredibile per non poche ragioni che proviamo ad illustrarvi chiedendo chiarimenti a chi è interessato.

Oltre che, quindi e in primis, ai beneficiari della transazione, i Ferrarini, che rientrerebbero secondo la commissione parlamentare di inchiesta sulle banche tra i maggiori debitori di Veneto Banca in come riporta ReggioOnLine, chiediamo delucidazioni anche a chi di dovere, gli ex amministratori nominati da Atlante, tra cui il presidente del comitato strategico e poi commissario liquidatore Fabrizio Viola, e i giudici, civili e penali, sui seguenti punti:

1) l’accordo transattivo del 3 maggio 2017 (qui il testo originale) è di due mesi successivo alla chiusura dell’OPT (Offerta pubblica di transazione, peraltro escludente le società) che riconosceva 9 euro per ogni azione acquisita dal 2007, di fatto il 15% dell’importo investito. 

2) il 17 giugno 2017 con decreto legge viene fatta slittare la scadenza di un Bond Veneto Banca, su “sollecitazione” del board dell’ex popolare montebellunese perché voleva evitare di rischiare la “bancarotta preferenziale” nel caso la banca avesse avuto, come poi è successo, problemi. 
3) il 25 giugno 2017 col famigerato decreto legge 99 viene dichiarata la liquidazione coatta amministrativa.

La famiglia Ferrarini, in via personale per parte dei vari membri e tramite proprie società, come da dettagli presenti nella transazione in oggetto, deteneva 1.136.906 azioni per un controvalore di circa 40 milioni di euro di azioni: di quelle  686.874 erano state acquisite con fondi propri per un controvalore all’epoca degli acquisti di 26.904.004 euro mentre 450.012 erano state acquistate tramite “assistenza finanziaria” della banca (erano baciate) per un controvalore di 16.178.157 euro.

La transazione ha, quindi, riguardato in toto le azioni baciate per un importo complessivo di 16.500.000 di euro di cui 16.178.157 finanziati più gli interessi forfettari per 321.843 euro.  Con la transazione, quindi, sembra che la banca abbia complessivamente riconosciuto ai soggetti circa il 40% dell’ammontare totale detenuto a vario titolo a fronte di una Opt del 15%, nel caso e per la parte che fosse applicabile, offerta pubblica a cui contestualmente i beneficiari della transazione ad hoc rinunciano. Domanda: come mai ai soci il 15% e ai signori Ferrarini il 40%?

La seconda domanda è questa: ma se il 21 giugno 2017 c’era il timore di incorrere nel reato di bancarotta preferenziale pagando il bond in scadenza perché mai non c’è stata remora alcuna nel siglare questo accordo transattivo solo pochi giorni prima, il 31 maggio 2017?

Ad abundantiam c’è da rilevare, lo si trova anche semplicemente facendo ricerche su Internet, il sig Luca Ferrarini, il titolare di riferimento del gruppo e tra i beneficiari dell’accordo, era già nel 2002 Consigliere di Amministrazione della Bipop – Carire, una delle prime 10 banche del sistema (che nel 2000 capitalizzava quanto la Fiat). Quindi non certo una persona sprovveduta…

Secondo fonti attendibili, infine, Ferrarini avrebbe “concambiato” azioni Unicredit in azioni Veneto Banca nel lontano 2007 quando Veneto Banca acquistava la Banca Popolare di Intra (di cui i Ferrarini erano clienti) per cui è lecito avanzare qualche dubbio, che sta a interessati e a chi di dovere sciogliere, che le predette azioni “baciate”, in toto o in parte, non fossero effetto di un’assistenza finanziaria ma di un semplice concambio.

Comunque e per concludere: questo accordo transattivo è veramente “esplosivo” e forse classificabile tra le operazioni a rischio di “bancarotta preferenziale” che per i comuni mortali sarebbe un reato.

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Penso che molti soci – obbligazionisti – clienti di Veneto Banca leggendo questo articolo – ma soprattutto l’allegato della transazione firmato dal Capo Area Veneto Banca di Monza e Milano Sig. Marco Maffei ( oggi assunto in Intesa San Paolo) siano veramente ancora piu’ arrabbiati .

Ma la domanda che viene spontanea e’ perche’ all’assemblea avvenuta il 28 aprile 2017 “http://www.gazzettaufficiale.it/atto/parte_seconda/caricaDettaglioAtto/originario;jsessionid=EFA1E9PSOMUDNbWFpwozlQ__.ntc-as3-guri2b?atto.dataPubblicazioneGazzetta=2017-04-06&atto.codiceRedazionale=TX17AAA3565%20%20%20%20” i soci non sono stati messi al corrente della delibera del 28 marzo 2017? L’ACCORDO SOTTOSCRITTO E’ DEL 31 MAGGIO 2017 E VIENE RIPORTATO AL PUNTO 10 “LE PARTI S’OBBLIGANO A MANTENERE RISERVATI LA SOTTOSCRIZIONE E IL CONTENUTO DEL PRESENTE ATTO” . ( E’ UN FATTO DI UNA GRAVITA’ ASSOLUTA). Quindi la decisione assunta doveva essere comunicata a tutti i soci in quanto la RISERVATEZZA e’ stata sottoscritta solo il 31 Maggio 2017.

Ma andiamo avanti – il Dott. Lanza e’ stato nominato Presidente nel Novembre 2016 :

Massimo Lanza presidente Veneto Banca

Ha 70 anni e ha ricoperto incarichi in istituti Usa e Italia

 © AP

© ANSA/AP+CLICCA PER INGRANDIRERedazione ANSAMILANO11 novembre 201619:27NEWS

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(ANSA) – MILANO, 11 NOV – Massimo Lanza è il nuovo presidente di Veneto Banca. La nomina, viene spiegato in una nota, è arrivata dopo che il cda della banca “ha preso atto delle dimissioni dalla carica di presidente del dottor Beniamino Anselmi”.
    “Il consiglio e la direzione – ha sottolineato il neopresidente – continueranno il profondo lavoro di riordino e rilancio”. Lanza, 70 anni, è ingegnere chimico e, viene ricordato, ha ricoperto “ruoli di crescente importanza in Italia e negli Stati Uniti in realtà quali The Chase Manhattan Bank, Cariplo e Banca Intesa. Dal 2004 al 2011 è stato direttore della Fondazione di Venezia, per divenirne in seguito consigliere di amministrazione”.

La vigilanza europea ha incontrato oggi Viola per BPVi e Veneto Banca, c’era anche Carrus. A breve ufficializzate perdite di Montebelluna

Di Giovanni Coviello (Direttore responsabile VicenzaPiù) | Giovedi 30 Marzo 2017 alle 22:19 | 0 commenti14

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Dopo la maxi perdita da 1,9 miliardi di euro riportata nell’esercizio 2016 dalla Banca Popolare di Vicenza e le scure previsioni per il 2017 si è ancora in attesa di conoscere quella di Veneto Banca, di certo superiore al miliardo, visto che fonti interne al sistema bancario da tempo parlano di un rosso complessivo di almeno tre miliardi per le due banche venete, ultimi petali superstiti ma rinsecchiti di una margherita che comprendeva realtà, tutte sacrificate su altari foresti, come le “ecclesiastiche” Banca Cattolica del Veneto, prima, e Banca Antoniana, poi, che aveva già assorbito la “laica” Popolare Veneta. Il bilancio di Montebelluna è ancora ignoto perchè, ce lo assicura l’Istituto da noi interpellato, “mentre, la Popolare vicentina aveva statutariamente l’obbligo di approvare il progetto di bilancio entro il 31 marzo, questo vincolo non esiste per Veneto Banca“, che dovrà rispettare semplicemente gli obblighi di legge per cui “entro una o due settimane” gli adempimenti civilistici verranno adempiuti.

Se questa è la motivazione ufficiale, e non c’è ragione di dubitarne, di certo non dispiace al presidente Massimo Lanza e all’Ad Cristiano Carrus poter portare all’approvazione del Cda il progetto di bilancio sapendo qualcosa in più sulla “continuità aziendale” della banca totalmente legato alla fusione con Vicenza, secondo la strategia complessiva, ma, soprattutto, all’ok europeo alla ricapitalizzazione precauzionale da parte dello Stato.

È questa ormai l’unica possibilità rimasta a Veneto Banca e alla BPVi per evittare la risoluzione e il bail-indopo le note al bilancio vicentino in cui era escluso ogni intervento futuro nel capitale di Atlante che, anche per bocca del Ceo di Intesa S. Paolo, Carlo Messina, ha confermato che le risorse residue saranno impegnate esclusivamente per l’acquisto di NPL .

D’altronde gran parte degli Istituti sottoscrittori del fondo hanno già fortemente svalutato le loro quote con Unicredit arrivata a mettere una “pietra sopra” sull’80% di quanto dato ad Alessandro Penati, il dominus di Quaestio e del fondo, che aveva promesso un rendimento addirittura del 6% abbagliato dalle luci di quella che poi ha definito una horror story, della cui sceneggiatura gli ad di Vicenza, Francesco Iorio, e di Montebelluna, Cristiano Carrus, dovrebbero saperne un bel po’.

Non resta, quindi, che sperare in un’accelerazione del percorso che porterà alla ricapitalizzazione precauzionale da parte dello Stato ammesso che l’amministratore delegato della Popolare di Vicenza nonchè presidente del Comitato stategico di Veneto Banca, Fabrizio Viola sia totalmente sincero quando si mostra professionalmente fiducioso come ha fatto capire a margine dell’incontro avuto  oggi insieme a Carrus con  le autorità di vigilanza europee.

Che lo sembrano un po’ meno.

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Perche’ il Lanza – il Carrus – Il Viola non hanno sottoscritto loro una transazione del genere in quel preciso momento ? Ma hanno rilasciato procura a tre poveri dipendenti ( per modo di dire ) un Capo Area Marco Maffei – ad un dipendente Davide Testa – Palini Marco Vittorio promoter mutui –

Questo e’ il quadro desolante.

Quindi chi e’ venuto dopo Consoli – come sta emergendo dai fatti come in questa vicenda ( SQUALLIDA E DESOLANTE PROFESSIONALMENTE ) non deve ritenersi indenne da colpe – anzi proprio perche’ conoscendo la situazione finanziaria di Veneto Banca hanno definitivamente portato allo stadio terminale l’Istituto ingannando le persone piu’ deboli e questo e’ ancora peggio.

E concludo questa seconda parte – ma uno dei tanti Manager che voleva rivoluzionare Veneto Banca dove lo troviamo oggi?

IL MATTINO DI PADOVA 05.02.18

L’ex ad di Veneto Banca Cristiano Carrus torna in Banco-Bpm con il ruolo di advisor

VERONA. Cristiano Carrus torna a casa. Da gennaio, l’ex ad di Veneto Banca, ha un nuovo ufficio in piazza Nogara nella sede centrale veronese del Banco-Bpm. Prima dell’incarico a Montebelluna, il…05 FEBBRAIO 20180

VERONA. Cristiano Carrus torna a casa. Da gennaio, l’ex ad di Veneto Banca, ha un nuovo ufficio in piazza Nogara nella sede centrale veronese del Banco-Bpm. Prima dell’incarico a Montebelluna, il manager veneziano, 59 anni, ha lavorato trent’anni nel gruppo scaligero (pre-fusione con piazza Meda) ricoprendo diversi incarichi, anche all’estero, fino a divenire dg del Credito Bergamasco. Carrus era entrato in Veneto Banca a ottobre 2014 per affiancare Vincenzo Consoli in qualità di vicedirettore generale e responsabile divisione Finance. Il 13 ottobre 2015 è diventato ad della ex Popolare. Carrus, che si dice ben voluto dal presidente Carlo Fratta Pasini, è ora per il Banco-Bpm un advisor prezioso. Il suo compito è quello di portare alla banca nuova clientela selezionata (e.v.). 

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Condivido in pieno il pensiero del Direttore di Vicenzapiu Dott Coviello.

Veneto Banca targata Atlante e Viola riconobbe 16 milioni di euro ai Ferrarini e a loro società: chi risponderà? E chi ne risponderà se la transazione rientrasse nel reato di “bancarotta preferenziale”?

Di Giovanni Coviello (Direttore responsabile VicenzaPiù) 27.12.18


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Ha dell’incredibile un documento che riguarda la gestione di Veneto Banca ben dopo l’epoca, criminalizzata da Bankitalia & c., di Vincenzo Consoli e con in sella Atlante, il fondo che, sembra sempre più ipotizzabile, ha aperto la strada all’affare di inizio terzo millennio per Intesa Sanpaolo: è l’atto transattivo tra la famiglia Ferrarini (il gruppo reggiano dei prosciutti) e Veneto Banca. Ai signori Ferrarini la banca riconosce la bellezza di 16,5 milioni di euro (dovuti?) ma la cosa stupefacente è la data dell’atto transattivo: 3 maggio 2017. L’operazione ha dell’incredibile per non poche ragioni che proviamo ad illustrarvi chiedendo chiarimenti a chi è interessato.

Oltre che, quindi e in primis, ai beneficiari della transazione, i Ferrarini, che rientrerebbero secondo la commissione parlamentare di inchiesta sulle banche tra i maggiori debitori di Veneto Banca in come riporta ReggioOnLine, chiediamo delucidazioni anche a chi di dovere, gli ex amministratori nominati da Atlante, tra cui il presidente del comitato strategico e poi commissario liquidatore Fabrizio Viola, e i giudici, civili e penali, sui seguenti punti:

1) l’accordo transattivo del 3 maggio 2017 (qui il testo originale) è di due mesi successivo alla chiusura dell’OPT (Offerta pubblica di transazione, peraltro escludente le società) che riconosceva 9 euro per ogni azione acquisita dal 2007, di fatto il 15% dell’importo investito. 

2) il 17 giugno 2017 con decreto legge viene fatta slittare la scadenza di un Bond Veneto Banca, su “sollecitazione” del board dell’ex popolare montebellunese perché voleva evitare di rischiare la “bancarotta preferenziale” nel caso la banca avesse avuto, come poi è successo, problemi. 
3) il 25 giugno 2017 col famigerato decreto legge 99 viene dichiarata la liquidazione coatta amministrativa.

La famiglia Ferrarini, in via personale per parte dei vari membri e tramite proprie società, come da dettagli presenti nella transazione in oggetto, deteneva 1.136.906 azioni per un controvalore di circa 40 milioni di euro di azioni: di quelle  686.874 erano state acquisite con fondi propri per un controvalore all’epoca degli acquisti di 26.904.004 euro mentre 450.012 erano state acquistate tramite “assistenza finanziaria” della banca (erano baciate) per un controvalore di 16.178.157 euro.

La transazione ha, quindi, riguardato in toto le azioni baciate per un importo complessivo di 16.500.000 di euro di cui 16.178.157 finanziati più gli interessi forfettari per 321.843 euro.  Con la transazione, quindi, sembra che la banca abbia complessivamente riconosciuto ai soggetti circa il 40% dell’ammontare totale detenuto a vario titolo a fronte di una Opt del 15%, nel caso e per la parte che fosse applicabile, offerta pubblica a cui contestualmente i beneficiari della transazione ad hoc rinunciano. Domanda: come mai ai soci il 15% e ai signori Ferrarini il 40%?

La seconda domanda è questa: ma se il 21 giugno 2017 c’era il timore di incorrere nel reato di bancarotta preferenziale pagando il bond in scadenza perché mai non c’è stata remora alcuna nel siglare questo accordo transattivo solo pochi giorni prima, il 31 maggio 2017?

Ad abundantiam c’è da rilevare, lo si trova anche semplicemente facendo ricerche su Internet, il sig Luca Ferrarini, il titolare di riferimento del gruppo e tra i beneficiari dell’accordo, era già nel 2002 Consigliere di Amministrazione della Bipop – Carire, una delle prime 10 banche del sistema (che nel 2000 capitalizzava quanto la Fiat). Quindi non certo una persona sprovveduta…

Secondo fonti attendibili, infine, Ferrarini avrebbe “concambiato” azioni Unicredit in azioni Veneto Banca nel lontano 2007 quando Veneto Banca acquistava la Banca Popolare di Intra (di cui i Ferrarini erano clienti) per cui è lecito avanzare qualche dubbio, che sta a interessati e a chi di dovere sciogliere, che le predette azioni “baciate”, in toto o in parte, non fossero effetto di un’assistenza finanziaria ma di un semplice concambio.

Comunque e per concludere: questo accordo transattivo è veramente “esplosivo” e forse classificabile tra le operazioni a rischio di “bancarotta preferenziale” che per i comuni mortali sarebbe un reato.

B.Carige: vertici scrivono a dipendenti, nessun passo indietro (fonte)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

L’a.d. di Banca Carige, Fabio Innocenzi, e il presidente, Pietro Modiano, hanno scritto ai dipendenti dell’istituto ligure assicurando che non ci sarà da parte loro e della banca alcun passo indietro. 

Le due figure apicali, spiega una fonte che ha riferito a MF DowJones i contenuti della comunicazione, hanno ricordato alcune delle azioni importanti condotte in porto nell’ultima settimana, tra le quali la chiusura dell’operazione di cartolarizzazione delle sofferenze del valore di quasi un miliardo di euro; la finalizzazione dell’accordo fra Carige e le altre banche interessate e il gruppo Messina sui crediti vantati dal sistema bancario; la nomina dell’esperto Fabio Massimo Genovese (ex JpMorgan, Nomura e Ubs) come nuovo Cfo. 

In un altro passaggio della lettera, Modiano e Innocenzi si sono soffermati sull’inatteso esito dell’assemblea dei soci, vale a dire il mancato via libera all’aumento di capitale da 400 milioni dovuto all’astensione da parte di Malacalza Investimenti. Hanno inoltre assicurato che ragionamenti e confronti con azionisti e autorità di Vigilanza stanno proseguendo. 

Nella lettera inviata alle maestranze si fa infine riferimento al senso di responsabilità sempre dimostrato dai dipendenti e all’attaccamento alla banca e si chiede agli stessi di continuare su questa linea. 

cce 

 

(END) Dow Jones Newswires

December 27, 2018 08:55 ET (13:55 GMT)

Generali Ass.: Del Vecchio supera 4%, Caltagirone al 4,8%

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Prosegue la crescita di Leonardo Del Vecchio e di Francesco Gaetano Caltagirone nel capitale delle Generali. 

Nel dettaglio, secondo quanto emerge da alcuni filing model di internal dealing trasmesso dalla compagnia triestina, lo scorso 20 dicembre l’imprenditore milanese ha acquistato sul mercato 440.000 azioni di Generali Ass., a un prezzo medio di 14,5892 euro. Il giorno successivo, Del Vecchio ha poi comprato altri 380.000 titoli a un prezzo medio di 14,4543 euro. Complessivamente, quindi, l’investimento a carico della holding Delfin ammonta a 11.911.882 euro e riguarda un pacchetto di circa lo 0,05% delle Generali che porta la quota complessiva appena oltre il 4%. In tempi recenti, Del Vecchio aveva dichiarato l’intenzione di rafforzarsi fino al 5% nel capitale del gruppo guidato da Philippe Donnet. 

Anche per Caltagirone gli acquisti non si sono arrestati durante le festività natalizie. Il 21 dicembre, Fincal ha infatti comprato per conto del vice Presidente vicario della compagnia 800.000 azioni – quota che anche in questo caso è pari a circa lo 0,05% del capitale – a 15 euro ciascuna, per un investimento di 12 milioni. L’imprenditore capitolino ha pertanto rafforzato a sua volta la posizione, portandola al 4,81% circa. 

ofb 

 

(END) Dow Jones Newswires

December 27, 2018 06:49 ET (11:49 GMT)

B.Carige: conversione bond aprirebbe nodo Fondo Interbancario (fonte)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Una delle ipotesi al vaglio per il salvataggio di Banca Carige è una conversione del bond da parte del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (Fitd) su richiesta della Vigilanza e contestuale ricerca di aggregazione con un altro istituto. Tale pista, tuttavia, aprirebbe un caso di non semplice soluzione in quanto il Fitd non può detenere la maggioranza del capitale di una banca. 

E’ quanto ha fatto notare una fonte a MF-Dowjones. In molti si chiedono in questo momento se basterebbe una modifica dello statuto sociale del Fondo per sanare la questione ma pare che quest’ultima sia più complessa e vada a scontrarsi anche con un quadro normativo rigido della Bce. Gli addetti ai lavori sono alla ricerca di soluzioni. 

Va ricordato che a fine novembre l’assemblea dello Schema volontario del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi ha deliberato la sottoscrizione del bond convertibile subordinato per 318,2 milioni di euro (per i restanti 1,8 milioni c’era stata la delibera favorevole di B.Desio). L’importo massimo dell’emissione è di complessivi 400 mln. Il bond subordinato Tier2 è stato emesso lo scorso 30 novembre. 

Le banche che hanno aderito al salavataggio di Carige tramite l’operazione condotta sotto la regia dello Schema volontario si dicono visibilmente colpite e irritate dall’esito della recente assemblea dei soci della banca che ha bocciato l’aumento di capitale a seguito del diniego del primo socio Malacalza Investimenti. 

cce 

 

(END) Dow Jones Newswires

December 27, 2018 05:22 ET (10:22 GMT)

doBank: affida a Fortress gestione portafoglio npl da 0,7 mld

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

doBank ha firmato un accordo con un veicolo di cartolarizzazione le cui notes sono riconducibili a fondi gestiti da Fortress Investment Group. 

In forza di questa intesa, doBank ha ricevuto l’incarico per la gestione di un portafoglio di crediti in sofferenza di valore pari a circa 680 milioni di euro (in termini di gross book value). In particolare, l’incarico di master servicer, cash manager ed administrative service provider è stato affidato a Italfondiario, mentre l’incarico di special servicer è stato affidato a doBank. 

I crediti oggetto dell’accordo, informa una nota, sono derivanti da contratti di credito ipotecario verso clienti corporate, piccole e medie imprese, originati da società del gruppo Unicredit e recentemente oggetto di cessione a Fortress, il cosiddetto ‘Progetto Milano’. Del portafoglio complessivo, circa 470 milioni di euro di crediti erano già affidati in gestione a doBank in forza dell’accordo quadro in essere con Unicredit. 

L’accordo, in linea con gli obiettivi del Business Plan 2018-2020 di doBank sia per l’ammontare che per i termini economici, conferma il ruolo dell’istituto come leader nel mercato italiano della gestione dei crediti. 

 

(END) Dow Jones Newswires

December 27, 2018 05:24 ET (10:24 GMT)

Unicredit: con Sace Simest supporta espansione Venchi in Asia

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Unicredit e Sace Simest hanno deciso di supportare l’espansione internazionale di Venchi, portabandiera del cioccolato e gelato Made in Italy di alta qualità. 

La storica azienda torinese, spiega una nota, ha lanciato un aumento di capitale da 9 milioni di euro a favore della controllata Venchi Greater China di Hong Kong, finalizzato a un rafforzamento nel continente asiatico. Nell’ambito dell’operazione, Simest ha aderito direttamente e attraverso il fondo di Venture Capital gestito per conto del Mise investendo complessivamente 4 milioni di euro e salendo al 44,4% del gruppo. 

Sace ha invece garantito un finanziamento da 4,5 milioni di euro, collegato all’aumento, erogato da Unicredit. 

Le nuove risorse sosterranno il programma di investimenti 2019-2023 dell’azienda italiana, che prevede un’espansione nel mercato asiatico attraverso l’apertura di negozi monomarca a controllo diretto. 

Venchi registra una crescita a doppia cifra da 20 anni, ed è progredita sia in Italia sia all’estero facendo conoscere la qualità dei suoi prodotti e aggiudicandosi importanti riconoscimenti nel settore. Oggi conta più di 100 negozi monomarca, di cui 47 in Italia, e nelle maggiori capitali mondiali, tra cui New York, Singapore, Pechino, Londra e Hong Kong. Il piano investimenti prevede il raddoppio dei negozi in 5 anni, con un focus particolare per la regione asiatica, Giappone e Cina in particolare. 

com/ofb 

 

(END) Dow Jones Newswires

December 27, 2018 05:27 ET (10:27 GMT)

Sulla Rc-auto scelte dettate dagli interessi politici

Donatella Porrini la voce.info 21.12.18

Il governo Conte interviene sulla Rc-auto con due proposte contraddittorie. D’altra parte, non è una storia nuova: le misure legislative sono state tante nell’ultimo decennio, ma nessuna ha cambiato il fatto che l’Italia ha le polizze più care d’Europa.

Interventi contraddittori sul settore

Recentemente il governo ha proposto alcuni interventi che riguardano il mercato assicurativo e in particolare il ramo della Rc-auto: riescono a correggere le anomalie del nostro paese?

Come emerge dal grafico 1, pubblicato dall’ultima relazione dell’Ivass (Ivass, Relazione sull’attività svolta dall’Istituto nell’anno 2017, p. 96), gli italiani pagano molto di più per la Rc-auto rispetto agli altri paesi europei, cui corrisponde una bassa domanda di altre coperture nel ramo danni. Dunque, siamo caratterizzati da una scarsa diffusione di polizze che potrebbero garantire risarcimenti utili in caso di eventi avversi della nostra vita.

Grafico 1

Il governo Conte aveva previsto circa un mese fa l’introduzione di una “tariffa unica” per uniformare i premi della Rc-auto su tutto il territorio nazionale e così eliminare la discriminazione territoriale per la quale gli automobilisti del Sud pagano molto di più di quelli del Nord. Poi, con un salto mortale, qualche giorno fa è stato approvato al Senato un provvedimento in virtù del quale ci sarà una punizione esemplare per chi verrà trovato senza copertura assicurativa.

La differenza tra i due interventi è abissale: la “tariffa unica” avrebbe consentito di abbassare il livello dei premi “d’imperio”, promuovendo una sorta di equità sociale a scapito delle strategie commerciali delle compagnie di assicurazione. Invece la proposta successiva interviene sul fenomeno dell’evasione dall’obbligo di assicurarsi che, tra l’altro, per i cittadini in difficoltà economica potrebbe essere collegata all’alto livello dei premi.

Anche in questo caso, si evidenzia la contraddizione politica del nostro attuale governo, che oscilla tra politiche di tutela delle classi economicamente più deboli (con un occhio di riguardo al Sud) e politiche di repressione dei comportamenti di micro-illegalità (per il consenso dell’elettorato del Nord).

Il ruolo dell’Autorità di vigilanza

D’altra parte, un’analisi degli ultimi dieci anni mostra come troppo spesso gli interventi nel mercato assicurativo dei nostri governi non abbiano avuto alcun effetto sullo status quo: l’Italia era – ed è rimasta – il paese con le polizze Rc-auto più alte d’Europa.

Pier Luigi Bersani e le sue “lenzuolate” cercarono solo teoricamente di abolire il monomandato, che poi di fatto ha continuato a essere il modello assicurativo più diffuso. Mario Monti varò addirittura l’imposizione di uno sconto per promuovere la diffusione delle scatole nere, innalzando a livello di legge una strategia commerciale delle compagnie.

E che dire degli interventi che si sono susseguiti promuovendo l’idea secondo cui la causa principale dell’alto livello dei premi sarebbero le frodi e che il governo dovrebbe aiutare le compagnie contro quei mascalzoni degli italiani che fanno sempre i furbetti? Eppure, anche se ormai da parecchi anni è stata avviata una stretta collaborazione con l’Ania, l’Associazione nazionale fra le imprese assicuratrici, per la raccolta di dati sulle frodi, non si è ancora arrivati a una quantificazione ufficiale della loro reale incidenza sul caro polizze e ancora meno a una definizione di politiche di contrasto efficaci.

Insomma, finora abbiamo assistito a interventi nel mercato assicurativo spesso contradditori e troppo influenzati da obiettivi politici.

E la nostra Autorità di vigilanza? Dopo il passaggio dall’Isvap all’Ivass (Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni) e l’incorporazione nella Banca d’Italia, l’Autorità mostra di confidare su fattori esterni, quali le regole internazionali e la tecnologia, per migliorare il funzionamento del nostro mercato nazionale. Nell’attuale situazione politica, però, si sente quanto mai la necessità che l’Autorità promuova interventi che attivino processi concorrenziali per spingere le compagnie all’abbassamento dei premi e che ritrovi la sua funzione di tutela degli interessi dei consumatori, ribadendo la sua autonomia rispetto a scelte troppo politiche.

TOP STORIES ITALIA: mercato boccia no di Malacalza; Consob vigila, palla a Bce

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Il mercato sta dicendo la sua sul fallito aumento di capitale di Banca Carige, bocciato dall’assemblea dei soci e in particolare dal primo azionista Malacalza Investimenti. Questa mattina il titolo dell’istituto ligure non ha aperto e ha segnato un calo teorico del 12,5%. Proprio per questo Consob – secondo quanto riferito da fonti – sta vigilando insieme a Borsa Italiana, ma non ha intenzione di sospendere l’azione in quanto “si ritiene che il mercato sia informato” sulla situazione della banca e che “non sia un problema di trasparenza”. 

E’ quanto ha riferito una fonte a MF-Dowjones. Pare scongiurata poi la corsa agli sportelli e anche qualora non lo fosse non sarebbe un tema di competenza dell’authority. Quest’ultima continua comunque a vigilare in quanto il titolo non riesce a fare prezzo. Stamani l’azione non ha aperto e ha segnato un calo teorico del 12,5%, aumentando poi il calo teorico a oltre il 18%. 

La situazione, secondo più osservatori, è critica in quanto l’aumento di capitale era parte di un piano più ampio di salvataggio costruito a 

novembre attorno allo Schema Volontario del Fondo Interbancario e necessario per rispettare i requisiti di capitale imposti dalle norme Bce. I vertici della banca, secondo quanto già riferito da indiscrezioni stampa, sono stati convocati in Bce e all’incontro potrebbero prendere parte anche alcuni esponenti della famiglia Malacalza. 

In queste ore, scrive MF, Modiano dovrà gestire una delicata mediazione 

tra gli stakeholder da un lato e le autorità di vigilanza dall’altro per 

definire le prossime mosse. Da un lato in assemblea i Malacalza hanno 

fatto richieste precise: un piano industriale, una completa stima 

dell’intero portafoglio crediti e la comunicazione dei risultati di 

bilancio 2018 e degli obiettivi patrimoniali per il 2019. Proprio 

l’assenza di questi elementi avrebbe spinto la famiglia (oggi primo 

azionista di Carige al 27%) ad astenersi, facendo di fatto saltare la 

delibera di aumento di capitale. 

È probabile che Modiano tenti di riportare il primo socio su posizioni piú ragionevoli, facendo magari qualche concessione sui temi sollevati in assemblea. La soluzione piú semplice sarebbe rinviare la delibera di qualche mese. Ma si tratta anche della strada meno plausibile, visto che ancora venerdì la Bce insisteva sulla tempistica serrata del salvataggio. La banca centrale potrebbe insomma chiedere una nuova convocazione dell’assemblea in tempi stretti, mettendo questa volta Malacalza nella condizione di non opporsi alla ricapitalizzazione. La quota del socio di maggioranza, a cui qualcuno in cda contesta una funzione di direzione e coordinamento, potrebbe ad esempio essere sterilizzata. 

Alcuni osservatori non escludono un possibile commissariamento della banca. Queste ore saranno cruciali per capire la sorte di Carige: la mediazione di Modiano e dell’a.d. Fabio Innocenzi sarà fondamentale per scongiurare un nuovo caso banche venete. 

cce 

claudia.cervini@mfdowjones.it 

 

(END) Dow Jones Newswires

December 27, 2018 05:05 ET (10:05 GMT)

Vw: addio ai bonus individuali (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Volkswagen dice addio ai bonus individuali per i manager. Dal 2019 la casa tedesca concederà gli eventuali premi extra per il lavoro svolto soltanto in base al raggiungimento di obiettivi di squadra. 

Il tutto, scrive MF, nel tentativo di creare una cultura di azienda più orientata ai risultati dell’azienda e al tema piuttosto che a traguardi personali. In particolare la remunerazione addizionale degli oltre 400 manager del colosso di Wolfsburg in giro per il mondo sarà basata sugli obiettivi raggiunti dalla società misurati con diverse variabili tra cui il valore del titolo in borsa e il risultato operativo. 

“Stiamo chiaramente ponendo l’enfasi sui risultati di gruppo», ha spiegato Gunnar Kilian, il responsabile del personale di Volkswagen . «La società, i brand (Volkswagen ne vanta 12 complessivamente, ndr) e tutte le aree geografiche in cui è suddivisa l’attività remeranno ora nella stessa direzione», ha continuato il manager. Secondo l’azienda questo cambio nella politica dei bonus porterà il senior management più vicino ai desiderata degli investitori. Il ceo Herbert Diess d’altronde, dopo lo scandalo del dieselgate che nel 2015 ha sconvolto Volkswagen , ha spiegato che la casa tedesca dovrà essere un gruppo «onesto e più trasparente». 

Sempre in tema di dieselgate intanto il chief financial officer di Wolfsburg Frank Witter ha spiegato che i costi legati allo scandalo sulle emissioni peseranno per 5,5 miliardi sul bilancio 2018 e dovrebbe ammontare ad altri 2 miliardi su quello 2019. Per poi calare a 1 miliardi nel 2020. L’anno che sta per iniziare per altro sarà importante per la casa di Wolfsburg. Nelle settimane scorse infatti la stampa tedesca ha rivelato che Volkswagen intende tagliare circa 7mila posti di lavoro negli stabilimenti di Hannover ed Emden in Germania. Una decisione legata al fatto che la spinta della società ad aumentare la produzione di veicoli elettrici infatti renderebbe superflui molti posti di lavoro in produzione 

red/fch 

 

(END) Dow Jones Newswires

December 27, 2018 03:15 ET (08:15 GMT)

B.Carige: a rapporto in Bce Innocenzi e Malacalza (Sole 24 Ore)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Tra oggi e domani sono attesi a Francoforte l’a.d. di B.Carige, Fabio Innocenzi, e il socio di maggioranza Malacalza. 

Lo scrive il “Sole 24 Ore” precisando che il summit tra la Bce e il management di Carige serve a fare il punto della situazione dopo l’assemblea di sabato scorso, che ha bocciato la ricapitalizzazione da 400 milioni della banca, a causa dell’astensione della Malacalza Investimenti. 

Sul tavolo dell’incontro ci sarà la richiesta, da parte dell’Authority europea, a procedere alla ricapitalizzazone nei prossimi mesi e, tra i fronti più caldi, ci sarà anche il nodo della governance dell’istituto. Secondo le indiscrezioni, a Francoforte dovrebbero fare tappa – sempre tra oggi e domani – anche esponenti della famiglia Malacalza, azionista di riferimento dell’istituto. 

gug 

 

(END) Dow Jones Newswires

December 27, 2018 03:07 ET (08:07 GMT)

Rcs, Intesa Sanpaolo, Blackstone e Recoletos. Tutte le vere ire di Urbano Cairo

startmag.it 27.12.18

L’approfondimento di Fabio Pavesi, giornalista di economia e finanza già al Sole 24 Ore

Chissà per quanto tempo avrà rimuginato su quella cessione del palazzo storico del Corriere in via Solferino e via San Marco avvenuta a fine del 2013, quando Rcs boccheggiava sull’orlo di una crisi senza precedenti. Attento come è ai costi e agli sprechi, Urbano Cairo, dominus della prima casa editrice italiana, conquistata con l’aiuto determinante di Intesa nell’estate del 2016, deve aver masticato amaro per lungo tempo per quella che considera una svendita colossale al re dei fondi d’investimento, quella Blackstone che comprò l’intero complesso storico del Corriere per 120 milioni.

Anche perché è lui che sta pagando l’oneroso canone d’affitto. Dieci milioni l’anno per i tre blocchi di Via Solferino e via San marco che il fondo Blackstone incamera ogni anno da Rcs. E proprio la sproporzione tra prezzo di cessione e rata d’affitto ad aver indotto Cairo a mettere in mora, 5 anni dopo, quella che lui considera un vero regalo al fondo americano.

Lo ha fatto con un’iniziativa senza precedenti lo scorso novembre: la richiesta di un arbitrato per chiedere l’annullamento dell’operazione. Cosa che ha mandato su tutte le furie il fondo Blackstone che era in procinto di vendere l’immobile al gruppo Allianz per un valore intorno ai 250 milioni, il doppio del prezzo pattuito solo 5 anni fa. L’iniziativa garibaldina di Cairo ha fatto ovviamente fuggire l’acquirente e Blackstone ha citato a sua volta Cairo al tribunale di New York chiedendo i danni per la mancata vendita.

Fin qui la cronaca che mette in profondo imbarazzo altri protagonisti della vicenda. Innanzitutto Banca Intesa o meglio il suo braccio operativo nel merchant cioè Banca Imi guidata allora da Gaetano Micchichè, che fu l’advisor finanziario dell’operazione vendita. Intesa socio storico di Rcs è anche la banca che più si è spesa per l’arrivo sulla tolda di comando di Cairo.

L’ha appoggiato in particolare lo stesso Miccichè, in quella contesa suon di Opa che vedeva nella primavera del 2016 Urbano Cairo contro Andrea Bonomi, il finanziere spalleggiato dal nucleo storico degli azionisti di Rcs e da Mediobanca. Una battaglia che sembrava persa in partenza per l’imprenditore alessandrino che è stato accompagnato nella presa di potere proprio da Intesa, non solo socio storico ma anche tra i principali creditori del gruppo editoriale.

Ecco perché quel j’accuse di Cairo sulla svendita, curata da Banca Imi, irrompe come uno schiaffo nei rapporti finora ottimi tra l’allievo di Berlusconi e la banca milanese. Cairo da par suo, che all’epoca della cessione era solo un piccolo socio di Rcs e che si oppose all’operazione, snocciola come sa fare lui pochi numeri ma significativi per avvalorare la tesi del “furto” ai danni di Rcs.

Quel canone complessivo di 10,3 milioni annui che ora da affittuario Rcs paga a Blackstone significano un rendimento dell’8,5% annuo. Un fior di rendimento difficile da trovare nell’immobiliare di pregio commerciale. I valori in genere per complessi in zone centrali si collocano al 5, massimo 6 per cento. Ed è proprio quel ricco contratto (per Blackstone) a sollevare tutte le perplessità di Cairo. Un rendimento del 5% vuol dire automaticamente valutare l’immobile almeno 200 milioni e non i 120 milioni cui è avvenuta la transazione. Si potrà obiettare che sono passati 5 anni e i valori sono saliti. Forse ma non certo così tanto, dicono gli esperti immobiliari.

Nel frattempo l’affare è evidente per Blackstone: dalla cessione a fine di qeust’anno ha già incassato 50 milioni di euro in rate d’affitto. Questo di fatto abbassa ulteriormente il valore pagato all’epoca. Di fatto con quel contratto il fondo Usa in soli 12 anni si portava a casa l’intero corrispettivo pagato. Dodici anni per portare a casa gratis gli immobili di pregio di via Solferino. Un colpo da maestri che rende felici i sottoscrittori del fondo americano. Rendimento garantito dell’8% per 12 anni e poi tutto l’incasso della futura vendita.

Vista così c’è poco da dire. Rcs si è privata di un bene patrimoniale e in 12 anni avrà restituito tutti i 120 milioni a Blackstone rimanendo senza cespiti. Un autogol colossale. D’altro canto la tesi di Blackstone e di chi allora procedette alla vendita pare smentire ogni illazione sull’usura perpetrata all’epoca ai danni della casa editrice. Fu fatto un bando, si presentarono più soggetti, ci fu una perizia indipendente da parte di Reag sul valore dell’immobile.

La proposta Blackstone risultò la migliore e il Cda di Rcs votò l’operazione. Tutto secondo i crismi quindi. Sostenere che il prezzo fu un regalo come fa Cairo pare anch’esso più che giustificato. Se 5 anni dopo il cespite viene valutato il doppio, qualcuno avrà sbagliato i conti. O Allianz disposta a pagare un extra-prezzo o chi vendette all’epoca che si fece turlupinare svendendo di fatto il complesso. E quel rendimento dell’8% è certo fuori mercato. Cairo pare avere quindi più di una freccia nel suo arco.

Ma forse non si considerano i tempi e il momento storico. Rcs era nel pieno della crisi più terribile della sua Storia. Tra il 2011 e il 2013 accumulerà oltre un miliardo di perdite. Si ritroverà nel 2012 ad avere debiti finanziari netti con le banche (Intesa in testa) per 845 milioni a fronte di un margine lordo azzerato e un patrimonio di soli 179 milioni. Una crisi debitoria che mette in allarme ovviamente i creditori.

Le banche in particolare, non dimentichiamocelo, sono nel pieno della crisi delle sofferenze. Troppi crac, troppe ristrutturazioni dei debiti mettono in ginocchio i conti delle banche. Permettersi un altro flop miliardario sarebbe stato esiziale. Andava tamponata la crisi finanziaria prima che travolgesse il gruppo editoriale. A fine del 2012, un anno prima della cessione, i soci del Corriere e le banche che lo finanziano sono nel panico. Occorrono misure drastiche.

Si lancia un aumento di capitale da 400 milioni che verrà sottoscritto a luglio del 2013, si rifinanzia Rcs con altri 600 milioni e si vende tutto il vendibile per fare cassa. Ecco il momento in cui matura la svendita della casa del Corriere. Nel 2013 il margine industriale diverrà negativo per 83 milioni, ma il complesso delle misure tra aumento di capitale, rifinanziamento e cessioni porta a dimezzare il debito finanziario e a riportare il capitale a 350 milioni. Una sospiro di sollievo da parte del nucleo storico dei soci.

Da Intesa a Fca a Mediobanca a Pirelli eccetera eccetera. In fondo lo stesso Cairo ammette che Rcs agì in condizioni di debolezza contrattuale nei confronti di Blackstone. Cairo stesso sostiene che Blackstone approfittò della debolezza estrema di Rcs per imporre le condizioni. Un copione ahimè visto molte volte. Si pensi alla crisi greca, si pensi alla svendita degli Npl da parte delle banche, si pensi all’elevato debito pubblico italiano che rende fragile il Paese nella contrattazione con i partner europei. In fondo la finanza è questa cosa qui. Più sei forte più imponi le tue condizioni, più sei prostrato più obtorto collo devi subire. E in fondo Rcs in quell’epoca era come la Grecia.

Vicina al crac e costretta a subire. Quel che nessuno oggi ricorda dell’affaire Cairo-Blackstone è la genesi della crisi finanziaria di Rcs. Che non è mai stata di natura economica. Ma esclusivamente figlia delle spericolate avventure intraprese pre-crisi dal management e dai soci storici. Di quel miliardi di perdite che Rcs segnerà tra il 2011 e il 2013 quasi 800 milioni sono il risultato delle svalutazioni dello shopping spagnolo effettuato nel 2007. Fu l’incauto e strapagato acquisto di Recoletos in Spagna a far affondare la corazzata Rcs.

Pagata 1,1 miliardi nel 2007 verrà alla fine svalutata insieme ad altre attività iberiche per 800 milioni. Un colossale fiasco perpetrato all’epoca dall’amministratore delegato Antonello Perricone e votato da un Cda che aveva come amministratori esecutivi il notaio Piergaetano Marchetti; Carlo Pesenti, Renato Pagliaro di Mediobanca e John Elkann. La crema della nobiltà degli affari che sbagliò clamorosamente il colpo, divenuto un boomerang micidiale per Rcs solo pochi anni dopo. Chissà se Cairo ora che ha risanato e riportato in utile il gruppo medita anche la vendetta su Recoletos? Sono passati dieci anni, troppo tardi.