Il fine anno difficile di Mps e Banca Carige

MARCELLA MERLO (ANSA) themeditelegraph.it 28.12.18

Milano – Mps fa i conti col suo passato alle prese con quasi 1,5 miliardi di euro di contenziosi aperti contro i disastri della gestione di Mussari e Vigni.

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Milano – Mps fa i conti col suo passato alle prese con quasi 1,5 miliardi di euro di contenziosi aperti contro i disastri della gestione di Mussari e Vigni e di quella più recente di Profumo e Viola. Ma su quest’ultima non teme di uscire sconfitta dai tribunali e non fa accantonamenti.Carige è invece alla prese col suo presente e con un salvataggio ancora da trovare dopo che l’astensione a sorpresa del suo primo socio Malacalza ha bloccato l’aumento di capitale necessario a rimborsare il bond sottoscritto per 320 milioni dal Fondo Interbancario di tutela dei depositi. La palla per trovare una soluzione, all’indomani degli incontri in Bce, è tornata in mano ai vertici dell’istituto genovese, il presidente Pietro Modiano e l’a.d Fabio Innocenzi, e dovrà passare per il suo imprevedibile socio, al 27,5%, la Malacalza Investimenti.

Per il piano di sistema finito in standby uno sbocco potrebbe essere rappresentato dalla conversione in azioni del bond che vedrebbe il fondo, dove a pesare di più sono le maggiori banche italiane Intesa e Unicredit, diventare socio al 49%. A quel punto il nome Intesa, alla luce dell’intervento nelle banche venete, appare il più verosimile, in caso di moral suasion da parte delle autorità di vigilanza, per prendere le redini dell’operazione. Ma per ora gli scenari sono soltanto immaginati nella ricerca di un possibile compratore mentre il titolo in Borsa è rimbalzato (+15% a 0,15 centesimi). Quanto a Siena, oggi in mano al Mef dopo il salvataggio fatto dal governo di Matteo Renzi, la banca su richiesta della Consob ha dato la cifra, pari a 1,48 miliardi, del petitum legato alle vertenze giudiziali, civili e penali, e alle richieste stragiudiziali relativi all’acquisto di strumenti finanziari emessi in occasione degli aumenti di capitale 2008, 2011, 2014 e 2015 o sui mercati sulla base di informazioni non corrette contenute nei prospetti informativi o nei bilanci o nelle informazioni price sensitive diffuse nel periodo 2008-2015. Mps ha spiegato di aver accantonato solo la cifra (non rivelata) che si aspetta di dover sborsare per gli anni sotto la guida di Giuseppe Mussari, mentre per il periodo del tentato rilancio prima del salvataggio, il 2012-2105 con presidente Alessandro Profumo, non ha fatto alcun accantonamento valutando il rischio di uscire sconfitta dai contenziosi come “non probabile”.

Carige, «con Chenavari accordo pessimo»: ascolta gli audio di Modiano e Innocenzi

themeditelegraph.com 28.12.18

Genova – «Questo è un contratto pessimo dal punto di vista della redditività e delle conseguenze sullo stato patrimoniale e sul conto economico di questa banca», ha detto il presidente Pietro Modiano.

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Genova – «Questo è un contratto pessimo dal punto di vista della redditività e delle conseguenze sullo stato patrimoniale e sul conto economico di questa banca. È un contratto la cui responsabilità in alcun modo può ricadere sul consiglio d’amministrazione in carica e su chi poi ha dovuto onorarlo. Era un contratto formulato in modo binding e che il tribunale ci ha imposto di firmare». Lo ha detto il presidente di Carige, Pietro Modiano, sabato scorso parlando all’assemblea degli azionisti a proposito dell’accordo con Chenavari per procedere al closing della cessione dell’80,1% delle azioni di Creditis entro il 28 marzo 2019. Carige procederà anche alla stipula di un contratto di distribuzione di lungo termine con Creditis.

ASCOLTA L’AUDIO DI PIETRO MODIANO 
ASCOLTA L’AUDIO DI FABIO INNOCENZI

«Abbiamo provato a modificare questo contratto, ma il risultato è stato un contenzioso con la società Cenavari – ha ricordato l’a.d. di Carige, Fabio Innocenzi – Abbiamo fatto una serie di udienze a Milano e alla fine abbiamo visto che l’unico modo per tutelare la nostra banca era dare esecuzione al contratto, sostanzialmente nelle forme previste». Innocenzi ha ricordato che «abbiamo ottenuto due modifiche: possiamo procedere nella cartolarizzazione e relativi pronti termine sugli attivi di Cenavari, cosa che dà respiro alla nostra banca. Poi abbiamo ottenuto di non avere il finanziamento alla controparte, quindi non saremo noi a finanziare l’acquisto della società, in modo da poter tenere i nostri crediti focalizzati su aziende del territorio». Modiano ha ricordato che l’operazione «non pregiudica in alcun modo considerazioni e relative azioni riguardanti la validità aborigena del contratto, ovvero se quando è stato fatto in condizioni di legittimità. La cosa è molto delicata – ha sottolineato il presidente di Carige – perché comporta l’accertamento di responsabilità da parte di tutte le due parti contrattuali, ma è ovviamente nostro compito accertare tutti i motivi per cui, eventualmente, questo contratto pessimo possa essere invalidato. La cosa è complicata, ma rientra nei tre punti dell’ampia ricognizione sul passato di questa azienda che abbiamo avviato».

È tempo di cambiare il calendario, una volta per tutte

Steve Hanke

Steve HankeContributor forbes.com 20.12.18

Per più di 500 anni il libro più popolare e influente dopo La Bibbia fu The Golden Legend di Jacobus de Varagine. Alla fine del XIII secolo, Varagine era alle prese con il modo in cui i cristiani medievali percepivano il tempo: mappava il calendario liturgico e le storie dei santi della festa ad esso associati. Il libro era bestseller.

Flash avanti ad oggi, ora sprechiamo una grande quantità di tempo armeggiando con il calendario Gregoriano imperfetto. Per prima cosa, i nuovi calendari devono essere stampati ogni anno. Che spreco di tempo e denaro.

Ma questo non è l’unico costo del nostro calendario gregoriano. In effetti, ci sono una serie di problemi e inefficienze associate a questo. Sotto il calendario gregoriano, la pianificazione dei giorni per le vacanze, gli eventi sportivi e gli orari scolastici – per citarne solo alcuni – deve essere rifatta ogni anno. Che spreco di tempo e denaro.

Il calendario gregoriano causa anche confusione quando si tratta dell’antica idea del “tempo è denaro”. Ad esempio, per determinare quanti interessi maturano per un’ampia gamma di strumenti – obbligazioni, mutui, swap, contratti a termine, ecc. – sono necessari i conteggi giornalieri. Il calendario attuale contiene le complessità e le anomalie che creano problemi di conteggio dei giorni. Di conseguenza, una vasta gamma di convenzioni si è evoluta nel tentativo di semplificare i calcoli sugli interessi. Per i titoli di stato statunitensi, gli interessi maturati tra due date si basano sul rapporto tra il numero effettivo di giorni trascorsi al numero effettivo di giorni tra i pagamenti degli interessi (effettivi / effettivi). Per comodità, le società statunitensi, i comuni e molti altri titoli di agenzia utilizzano la convenzione del conteggio dei 30/360 giorni. Queste diverse convenzioni creano le proprie complicazioni, inefficienze.

Nello specifico, le discrepanze tra le convenzioni di conteggio dei giorni effettivi / effettivi e di 30/360 giorni si verificano con tutti i mesi che non hanno esattamente 30 giorni. L’esempio migliore deriva dal calcolo degli interessi maturati tra il 28 febbraio e il 1 marzo in un anno non bisestile. Un’obbligazione societaria maturerebbe tre giorni di interessi, mentre un titolo governativo maturerebbe interessi solo per un giorno.

Altri problemi finanziari di calendario sono generati anche dal calendario gregoriano. Ad esempio, nel 2012, Apple è stata coinvolta in un fiasco di segnalazione trimestrale. Dopo l’annuncio dei guadagni del quarto trimestre 2012, Apple ha subito la peggiore perdita di un giorno in quattro anni, a causa del mancato rispetto delle aspettative di Wall Street da parte dell’azienda. Ciò è dovuto in gran parte a un semplice errore generato dal calendario – la maggior parte degli analisti non ha tenuto conto del fatto che il quarto trimestre di Apple 2012 è stato inferiore di una settimana rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente.

Alla radice di questo errore è il problema del trimestre di 13 settimane. Apple, come molte altre società, definisce i suoi trimestri fiscali in periodi di 13 settimane. Con il calendario gregoriano, ciò richiede l’aggiustamento (l’aggiunta di una settimana in più ogni cinque o sei anni). Apple ha aggiunto la settimana in più nel 2011 e molti analisti di Wall Street non sono riusciti a cogliere questo cambiamento di calendario tra il 2011 e il 2012.

Negli ultimi 400 anni abbiamo visto solo una manciata di sforzi coesi per standardizzare il calendario moderno o per appianare i nodi pratici del calendario gregoriano. Sfortunatamente, nessuno ha ancora avuto successo, risultando in un sistema la cui inefficacia è stata accettata fino al punto di non tenerne conto. Tuttavia, ci sono lezioni preziose da apprendere dai precedenti tentativi di riforma del calendario.

La crociata per la modernizzazione del calendario ha trovato uno dei suoi più importanti campioni nell’industriale del XIX secolo George Eastman, il fondatore della Eastman Kodak Company. Spinto dal desiderio di creare un calendario più business-friendly, ha sviluppato il “piano Eastman”. Era uno dei primi modelli convincenti di un calendario fisso (o permanente) ed è stato progettato per eliminare le inefficienze pratiche e finanziarie generate dal Sistema di calendario gregoriano. Nell’ambito del piano Eastman, ogni 1 ° maggio sarebbe un martedì, ad esempio, e ogni vacanza cadrebbe lo stesso giorno della settimana ogni anno.

Per quanto innovativo, il piano di Eastman era per molti aspetti grezzo, non riuscendo in modo cruciale a spiegare e preservare il Sabbath. Come molti tentativi passati di riforma del calendario, il piano di Eastman era condannato a non affrontare le preoccupazioni religiose e culturali. In effetti, una delle principali critiche a tali riforme del calendario è che interferivano con i giorni di riposo religiosi, che svolgono un ruolo fondamentale nell’organizzazione dell’attività economica, vale a dire “la settimana lavorativa”.

Per risolvere i problemi generati dal calendario gregoriano ed evitare il trabocchetto del Sabbath che affliggeva George Eastman, io, insieme al mio collega Johns Hopkins e al professore di astronomia dell’Accademia Richard Conn “Dick” Henry, sviluppai il Calendario permanente Hanke-Henry(HHPC).

PROF. STEVE H. HANKE E PROF. RICHARD CONN HENRY

L’HHPC offre un modello completo per la revisione del calendario gregoriano contemporaneo. Aderisce al principio base di un calendario fisso: ogni data cade ogni anno nello stesso giorno della settimana. Quindi, il giorno di Capodanno sarebbe sempre un lunedì. L’anno sarà diviso in quattro trimestri trimestrali. I primi due mesi di ogni trimestre sarebbero composti da 30 giorni; il terzo avrebbe 31 giorni. Quindi, ogni trimestre contiene 91 giorni risultanti in un anno di 364 giorni composto da 52 settimane di sette giorni. Questa è una caratteristica vitale dell’HHPC: preservando il ciclo del Sabbath di sette giorni – e quindi non inserendo “giorni extra” che spezzano il ciclo settimanale – eviterebbe le maggiori lamentele da parte ecclesiastica che hanno condannato tutti gli altri tentativi di calendario riforma.

Ci sarebbe una disparità tra la lunghezza necessaria del nostro calendario (364 giorni) e quella del calendario astronomico (365,24 giorni). L’HHPC avrebbe tenuto conto di ciò aggiungendo una settimana addizionale al quinto o al sesto anno. Quindi, ci sarebbero sette giorni in più aggiunti al calendario, ad esempio 2020, 2026, 2032 e così via. Questa settimana aggiuntiva servirebbe allo stesso scopo del giorno in più che contiamo in un anno bisestile nel sistema attuale e mantenere il calendario in linea con le stagioni.

L’introduzione dell’HHPC creerà alcuni costi di transizione. È quello che io chiamo “Problemi di transizione di Niagara Falls”. Quando gli è stato chiesto di descrivere la sua esperienza di andare oltre le cascate del Niagara in un barile, il temerario un po ‘stordito ha detto, “sopra e sotto le cascate, era calmo, ma la transizione era una cagna.” Sì, le transizioni possono essere difficili, specialmente quando arriva a qualcosa di radicato come la nostra concezione del tempo. Per esempio, e contrariamente alla credenza popolare, quando papa Gregorio XIII ordinò l’imposizione del calendario gregoriano, la transizione non fu immediata.

La storia del compleanno di George Washington fa luce su quanto tempo effettivamente ha avuto la transizione. Il tipico calendario americano ha il 22 febbraio come compleanno ufficiale del primo presidente della nazione, ma la Bibbia della famiglia Washington indica una data diversa. La data effettiva è stata registrata come “l’undicesimo giorno di febbraio 1731/32”. La differenza riflette la natura esitante delle colonie britanniche di accettare il calendario riformato di Papa Gregorio XIII. Come conseguenza della decisione di usare il sistema del calendario di Giulio Cesare, la Gran Bretagna e le sue colonie furono letteralmente “indietro nei tempi”.

Tuttavia, dopo molti anni di rifiuto, la Gran Bretagna e le sue colonie accettarono il calendario gregoriano, nel 1752, ammettendo che il loro sistema doveva essere cambiato. Non è stato fino al 20 ° secolo che la Russia e molti altri paesi hanno infine abbandonato il calendario giuliano. Questo spiega perché la Rivoluzione d’Ottobre del 1917 ebbe luogo davvero il 7 novembre. Questi aneddoti storici mostrano che i sistemi di calendario scadono, e alla fine sono accettati nuovi sistemi di calendario.

Non c’è motivo per cui il cambio di calendari non possa avvenire più rapidamente oggi. In passato, nuovi calendari erano stati affidati da imperatori, come Giulio Cesare, e autorità ecclesiastiche, come papa Gregorio XIII, e così via. Oggi abbiamo i social media. Se il Calendario Permanente di Hanke-Henry diventa virale, e questo potrebbe solo fare il trucco, si romperà la presa del consenso mondiale che abbraccia un calendario di second’ordine imposto da un Papa più di 400 anni fa.

Steve H. Hanke | Professore | Economista | Autore | Esperto di valuta | Alum Casa Bianca. 
Steve Hanke è professore di economia applicata presso la Johns Hopkins University e senior fellow presso il Cato Institute. Più di quattro decenni Hanke ha consigliato dozzine di leader mondiali da R …DI PIÙ

Scritto da Steve H. Hanke della Johns Hopkins University. Seguilo su Twitter @Steve_Hanke.

Campari nel 2018 regina del Ftse Mib, Azimut maglia nera. Tonfo banche

finanzareport.it 28.12.18

Fra le big ottengono una performance sopra il 10% anche Moncler e Poste Italiane, sotto tiro invece Prysmian e Stm. Bagno di sangue per le banche 

Campari prima in classifica del Ftse Mib nel 2018, Azimut ultima, in un anno che ha visto l’indice principale di Piazza Affari cedere il 16,15%, seppure in linea con la performance europea (circa -15% l’Eurostoxx dell’Eurozona). 

Questi alcuni dei verdetti statistici del 2018, che comprendono fra l’altro un tonfo per le banche quotate italiane del -31,3% sul Ftse Italia Banks, che diventa un -39,1% se paragonato alla chiusura del 15 maggio, quando è partita l’ondata di vendite che ha portato l’indice nei giorni scorsi sui nuovi minimi da novembre 2016. 

Tornando al Ftse Mib, il fatto che a primeggiare fra i migliori del 2018 sia stato un titolo difensivo come Campari (+14%) la dice lunga su quale sia stato l’umore degli investitori. 

Ancor meglio ha fatto la Juventus, con un +39% nel corso dell’anno, anche se la squadra di calcio bianconera ha debuttato su questo indice solo lo scorso 27 dicembre. 

Sopra il 10% solo altri due titoli, Moncler +10,9% che ha toccato un massimo storico a giugno di 42,55 euro (ma ora scambia a circa 29 euro per azione), e Poste Italiane +11,3%. 

Maglia nera del Ftse Mib ad Azimut -40% seguita da una big bancaria come Unicredit, le cui azioni hanno ceduto il 36,5%. Non è andata molto meglio alla rivale Intesa Sanpaolo -30%, Ubi -30,5%. 

Fra le altre blue chip che hanno perso almeno il 30% figurano inoltre società leader nei rispettivi settori come Prysmian e Stm, oltre a Tim e Atlantia, quest’ultima alle prese con le accuse e il braccio di ferro con la politica per il crollo del Ponte Morandi a Genova. 

Fuori dal listino principale spicca il caso di Eurotech +140%, mentre fra i peggiori con perdite di oltre l’80% figurano Banca Carige, Mondo Tv, Chl, Ovs. 

Sempre fra le banche, Mps ha ceduto nel 2018 il 61,9% e Creval il 59%.

B.Mps: petitum vertenze al 30/09 pari a quasi 1,5 mld

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Il petitum riconducibile alle vertenze giudiziali, in sede civile e penale, e alle richieste stragiudiziali di B.Mps al 30 settembre si attesta complessivamente a quasi 1,5 mld (1,487 mld). 

L’informazione è contenuta in una nota della banca emessa su richiesta della Consob in cui si precisa che il riferimento è alle comunicazioni rese dalla banca in merito al procedimento penale 955/2016 e più in generale ai rischi legali connessi al contenzioso derivante 

dalle informazioni finanziarie diffuse nel periodo 2008-2015. 

Con riferimento al petitum riconducibile alle vertenze giudiziali e alle richieste stragiudiziali concernenti l’acquisto di strumenti finanziari nel periodo 2008-2015, si evidenzia preliminarmente che alla data del 30 settembre 2018 non si sono registrate variazioni significative rispetto alle informazioni rese al 30 giugno 2018. 

Si ricorda che il procedimento n.29634/14 vede come imputati, tra gli altri, Giuseppe Mussari e Antonio Vigni e riguarda il periodo 2008-2011, mentre il procedimento n.955/16, in cui è imputata anche la banca, riguarda dedotte responsabilità di Alessandro Profumo, Fabrizio Viola e Paolo Salvadori e verte su vicende del periodo 2012-2015. 

In linea generale e in applicazione delle previsioni del principio contabile internazionale IAS 37, la banca, per quanto riguarda le vertenze legali, le costituzioni di parte civile nel procedimento penale 29634/14 e le richieste stragiudiziali aventi ad oggetto contestazioni relative al periodo 2008-2011, ha valutato il rischio di soccombenza come “probabile” e pertanto ha stanziato in bilancio fondi per rischi ed oneri. Le valutazioni effettuate in merito al rischio di soccombenza riflettono la decisione della Banca stessa nel marzo del 2013 di avviare le azioni di responsabilità nei confronti degli allora Presidente e Direttore Generale e delle banche straniere coinvolte e tengono altresì conto delle posizioni assunte sul tema – oltre che dalla Procura della Repubblica di Milano – dalle Autorità di Vigilanza, delle relative decisioni di costituirsi parte civile e delle sanzioni da queste comminate. 

Di contro, per le vertenze aventi ad oggetto il periodo 2012-2015, non è stato operato alcun accantonamento valutandosi il rischio di soccombenza come “non probabile”. Rientra in questo filone anche il procedimento penale 955/16 relativamente al quale la banca, lo scorso 12 luglio, ha diffuso un comunicato stampa con cui ha informato il pubblico in merito alla propria decisione di non costituirsi parte civile, non ritenendone sussistenti le condizioni, pur riservandosi ogni più ampia tutela in sede civile ove dovessero emergere eventuali elementi di responsabilità nei confronti degli imputati. Pure in questo caso, le valutazioni di rischio di soccombenza operate dalla banca hanno tenuto conto delle posizioni assunte dalle Autorità di Vigilanza e, in particolare, delle relative comuni decisioni di non costituirsi parte civile e di non comminare sanzioni amministrative. Certo rilievo ha parimenti avuto anche la posizione assunta dalla Procura della Repubblica di Milano che, pur obbligata a procedere dal Gip, ha ribadito il proprio convincimento circa l’infondatezza delle contestazioni, richiedendo in udienza preliminare una sentenza di non luogo a procedere nei confronti degli imputati. 

Con riferimento poi al procedimento penale 955/2016, il 6 novembre 2018 il Giudice ha ordinato l’esclusione di circa 390 parti civili, ammettendone 2272, di cui 349 hanno provveduto alla quantificazione del danno. E’ stata avviata la fase dibattimentale e la prossima udienza è prevista per il 18 marzo 2019. 

com/cce 

 

(END) Dow Jones Newswires

December 28, 2018 10:32 ET (15:32 GMT)

La nuova azione di classe, non più solo consumeristica, in una proposta di legge da non lasciar cadere

dirittobancario.it 12/18

Claudio Consolo, Ordinario di diritto processuale civile all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”; Marcello Stella, Assegnista di ricerca all’Università di Verona

Estremi per la citazione:

C. Consolo, M. Stella, La nuova azione di classe, non più solo consumeristica, in una proposta di legge da non lasciar cadere, in Riv. dir. banc., dirittobancario.it, 59, 2018

ISSN: 2279–9737
Rivista di Diritto Bancario

1.- Il 3 ottobre 2018 è stata approvata alla Camera la proposta di legge n. 791 presentata il 26 giugno 2018 ad iniziativa dell’On. Salafia e altri in materia di azione di classe. Il disegno di legge[1] passa ora al Senato, assegnato in sede redigente alle commissioni riunite Giustizia e Industria. Ossia al vaglio dei …controinteressati. Ed hic sunt leones.

L’auspicio è che questa volta (un precedente ddl era stato presentato già nel 2013, ed approvato nel 2015 alla Camera, salvo poi, per puro caso, certo, arenarsi sine die al Senato col n. 1950), non manchi la volontà politica ed il talento tecnico per passare dagli slogan ai fatti di un buon terzo conio. Per dotarci alfine davvero di uno strumento processuale vitale, non tanto e non solo per i creditori ma, a più largo raggio, per la società moderna: per tutta una serie di ragioni, da tempo studiate, imperniate sull’impatto, anche deterrente, che il diritto soggettivo di credito può suscitare su condotte e strategie di impresa allorché ne sia reso possibile l’esercizio in forma aggregata, rimossi quegli ostacoli che renderebbero diseconomica l’azione giudiziale individuale.

Non v’è un serio rischio di rendere il nostro Paese meno appetibile alle imprese straniere. Una rapida panoramica comparatistica mostra la debolezza di tale argomento. La class action è istituto ben noto anche fuori dagli Usa della Rule 23, ad es. anche in India e Brasile. Si tratta invece di dare piena attuazione all’art. 24 Cost.; di fornire ai cittadini lesi da micro-illeciti seriali una idonea forma di tutela giurisdizionale e di impedire alle imprese responsabili di (programmare tutto onde) avvantaggiarsi impunemente rispetto ai loro concorrenti più fair. In attesa di conoscere il tenore delle eventuali future emende senatoriali al ddl, che cosa cambierebbe rispetto alla attuale disciplina della azione di classe ex art. 140-bis cod. cons.?

2.- Si amplia, anzitutto, il campo di applicazione di tale istituto. L’azione di classe diventa rimedio a vocazione generale, non più astretto entro il codice del consumo. La sua disciplina è veicolata nel codice di procedura civile da un apposito Titolo VIII-bis inserito nel Libro IV, subito dopo la disciplina dell’arbitrato. L’upgrading della sedes materiae darà certo ossigeno alla tutelabilità di situazioni che, fino a ieri, avrebbero faticato ad inquadrarsi nella fattispecie asfittica dei contratti di consumo o delle pratiche commerciali scorrette, ma non implica un radicale mutamento della fisionomia delle situazioni giuridiche soggettive cui la nuova disciplina, pur resa più duttile, si dirige.

L’azione di classe è pensata essenzialmente per avere ad oggetto diritti soggettivi individuali omogenei, detti isomorfi, e così facilmente accertabili senza peculiarità individuali, di entità tendenzialmente assai piccola e tale dunque da giustificare il venir meno dell’obbligo di individuale partecipazione diretta e propria difesa tecnica e la – funzionalmente necessaria – privazione in capo ai class members che aderiscono alla azione (mediante l’economico deposito di un modello di adesione autoredatto: v. infra) dei tradizionali poteri processuali che sono prerogativa di chi è parte del processo civile. Un esempio, che viene dai recenti scandali nel settore bancario e finanziario riportati dalle cronache quotidiane. Si pensi al fenomeno di concessione di credito subordinata alla sottoscrizione di titoli azionari, oppure, ancora, alla negoziazione di strumenti finanziari – non si tratta, evidentemente, di contratti di consumo – incentivata da informazioni inesatte, ove non del tutto false. I crediti risarcitori che da tali prassi illecite fossero sorti in capo ad ignari sottoscrittori potrebbero davvero dirsi “omogenei”, secondo la impegnativa accezione che qualifica la disciplina dell’azione di classe e che campeggia nel nuovo art. 840-bis di questa nuova proposta di legge? Crediamo di no. Neppure sono piccoli e simili. Le variabili tra le fattispecie risarcitorie individuali non sarebbero soltanto quantitative (ciascun investitore avrà un diverso background, propensione al rischio, etc.). L’azione di classe non può e non deve esercitare appeal (o divenire occasione per fenomeni di free-ridingprocessuale) per coloro che, avuto riguardo alla entità del credito individuale ed alle peculiarità dell’episodio della vita da cui tale diritto sia scaturito, avrebbero già un genuino movente ad agire individualmente, nelle forme del processo ordinario di cognizione, per veder tutelato il proprio diritto.

3.- Veniamo subito al nodo cruciale della efficacia della sentenza di accoglimento della azione di classe.

La proposta di legge mantiene intatta la regola in Europa invalsa dell’opt-in. La sentenza che decide nel merito sull’azione di classe, sia essa di accoglimento o di rigetto, sarà dunque idonea a fare stato sempre e solo inter volentes: attore, impresa convenuta e soggetti aderenti alla azione. Non si avrà mai una efficacia di giudicato tendenzialmente universale. Sui class members che non abbiano espressamente aderito alla azione non vi sarà alcun onere per sottrarsi agli effetti del giudicato, così come invece avviene negli Usa che pretende un opt out.

Allo scopo di incoraggiare adesioni in massa ad azioni di classe fondate, la proposta di legge introduce tuttavia una sorta di correttivo rispetto al modello di opt-in puro, quale delineato dal vigente art. 140-bis cod. cons. Si prevede infatti la possibilità di aderire all’azione di classe anche dopo la pronuncia della sentenza di accoglimento. Dunque secundum eventum litis, e volta che la responsabilità dell’impresa convenuta per i fatti dedotti in giudizio sia già stata accertata dal tribunale. L’inserimento di codesta nuova finestra per adesioni “tardive” secundum eventum litis, pur col plauso del mondo consumeristico, suscita qualche perplessità. Smuovere dall’inerzia anche i class members più restii all’azione è obiettivo certo meritevole, ma le vie per raggiungerlo son altre e non si deve far premio su garanzie processuali basilari. Il principio di parità delle armi è a repentaglio allorché si consenta ad un soggetto di giovarsi di un giudicato inter alios solo se favorevole, senza aver partecipato al processo in cui è reso e senza aver corso il rischio della soccombenza (e senza che ricorra affatto qui la unicità della causa obligandi, che giustifica la peculiare regola dell’art. 1306 c.c.). La possibilità di aderire post sententiam, se si tramuterà in legge, farà comunque sì che le azioni di classe risultino quantitativamente poco temibili, all’esordio, perché saranno verosimilmente sorrette solo da uno sparuto numero di aderenti “precoci”. Assai a stento tale situazione favorirà la stipula di transazioni vantaggiose per la classe in tempi celeri. La entità della classe rappresenta variabile cruciale nel calcolo costi-benefici che le parti formali, e specie la impresa convenuta, son chiamate a compiere.

4.- Notevolmente allargato è il novero dei soggetti legittimati a proporre l’azione.

Oltre a ciascun appartenente alla classe, anche associazioni ed organizzazioni senza scopo di lucro potranno rendersi promotrici dell’azione, se tra i loro obiettivi statutari rientri quello di tutelare i diritti dei componenti della classe. Un poco sfuggente rimane peraltro la nozione di “organizzazione”. In ambito fiscale, dove essa è tipizzata dal d.lgs. 4 dicembre 1997, n. 460, tale nozione abbraccia le onlus ma anche i sindacati e varie persone giuridiche, dalle fondazioni alle società cooperative. Persino enti ecclesiastici e confessioni religiose. Gli enti collettivi testé passati rapidamente in rassegna, per godere di idonea legittimazione attiva, dovranno ottenere di essere iscritti in un apposito albo presso il MISE.

La proposta di legge demanda a un decreto ministeriale di fissare condizioni e criteri per l’iscrizione all’albo, sicché ogni valutazione è rimandata ad allora. Sin da ora può rilevarsi che subordinare il potere di azione all’assolvimento di eventuali oneri fiscali (es. contributo di iscrizione all’albo) rischia di ledere l’art. 24 Cost. Un altro caveat è poi il seguente. La associazione o l’organizzazione proponente quale diritto omogeneo farà valere in giudizio? Poiché l’azione di classe non è volta a tutelare interessi collettivi o diffusi “adespoti”, la persona giuridica attrice dovrà pur sempre individuare tipologicamente, e farlo già nell’atto introduttivo, a pena di inammissibilità della domanda, il soggetto titolare del diritto soggettivo individuale omogeneo a tutela del quale è promossa l’azione. In difetto, mancherebbe l’oggetto stesso di giudizio.

5.- Sul piano della disciplina del procedimento si registrano molte novità, talune meno utili di altre. Il conditor punta molto – e a ragione – sulla telematica per dare adeguata pubblicità alla azione di classe, agevolare le adesioni e, al tempo stesso, alleviare l’attore da siffatti oneri pubblicitari e di gestione e raccolta delle domande degli aderenti. È dunque prevista l’istituzione di un’apposita area pubblicamente accessibile nel portale telematico del Ministero della Giustizia nella quale, a seguito di deposito presso la cancelleria del tribunale adito, l’atto introduttivo dell’azione di classe verrà pubblicato a cura della cancelleria.

Ancor prima, dunque, del superamento del filtro di ammissibilità, l’azione di classe godrà di ampia pubblicità. Sempre per ossequio alla logica della parità delle armi, ma anche per consentire ai potenziali aderenti di maturare una più consapevole scelta, meriterebbe che anche la comparsa di risposta della impresa convenuta soggiacesse al medesimo regime pubblicitario (con un’ulteriore esternalità positiva: le difese, specie di merito, sollevate dalla impresa convenuta ne impegneranno in qualche modo la credibilità agli occhi del mercato e dei consumatori, specie se all’esito del processo risultino non veridiche). Quanto al rito applicabile, il conditor vorrebbe che il processo di classe si svolga secondo la disciplina del rito sommario ex art. 702-bis ss. c.p.c. Tali e tante sono però le deroghe tracciate rispetto al rito summenzionato, che la portata pratica del rinvio, in sé poco congruo, si riduce a ben poca cosa. Tutto sommato se ne potrebbe fare a meno, mantenendo ferma la previsione che l’istruttoria si svolga omessa ogni formalità non essenziale al contraddittorio. I poteri istruttori del giudice sono rafforzati, specie in materia di esibizione documentale, dove la proposta ha largamente attinto alla disciplina di cui al d.lgs. 3/2017 in tema di azioni risarcitorie per danni antitrust. Non si arriva dunque a lambire l’istituto della discovery latissima, all’americana per intendersi, ma la inottemperanza ad ordini di esibizione, che potranno disporsi anche per categorie di documenti, è aspramente sanzionata. Va da sé che i poteri istruttori attribuiti al giudice sono funzionali all’accertamento dei fatti costitutivi del diritto dedotto in giudizio e non possono trascendere tale finalità. Rimane dunque dubbio, come pure sarebbe auspicato dal mondo consumeristico, che la esibizione istruttoria si diriga alla acquisizione, ad es., di elenchi della clientela della impresa convenuta, al sol fine di consentire alla associazione od organizzazione attrice di conoscere la identità di tutti gli appartenenti alla classe.

Permane anche la fase di filtro. Contro l’ordinanza che decide se l’azione di classe è ammissibile o no, le parti potranno esperire reclamo avanti alla corte d’appello. L’ordinanza di reclamo non sarà invece impugnabile con ricorso per cassazione. E giustamente: l’ordinanza di reclamo che conferma o dichiara inammissibile l’azione non ne precluderà la riproposizione con un diverso attore formale e perciò non potrebbe ascriversi a tale provvedimento un contenuto autenticamente decisorio, sia pure nel più lato senso di privare la schiera dei componenti della classe dell’accesso all’unico rimedio processuale concretamente idoneo a soddisfare il loro bisogno di tutela. Per ovviare alla proposizione di plurime azioni di classe “de eadem re”, ossia deducenti gli stessi fatti illeciti e proposte nei confronti della medesima impresa convenuta, l’accorgimento previsto dalla proposta di legge è incentrato sulla regola della prevenienza: decorsi sessanta giorni dalla pubblicazione del ricorso introduttivo della azione di classe nata per prima, tutte quelle prevenute dovranno essere cancellate dal ruolo.

6.- Veniamo alla terza fase – dopo quella di filtro e di raccolta delle adesioni precoci – che si apre con la sentenza di accoglimento della azione e si chiude una volta che tutti gli aderenti siano stati soddisfatti.

Si avrà dunque una sentenza decisoria con due capi. Da un lato, la sentenza recherà la condanna della impresa convenuta nei confronti dell’attore individuale e, dall’altro, si avrà un capo di condanna generica nei confronti della classe. La sentenza definirà i caratteri dei diritti omogenei e indicherà la documentazione utile da presentare assieme al modulo di adesione per provare la titolarità del diritto. Infine, il tribunale nominerà un rappresentante comune degli aderenti, eleggendolo tra i soggetti che godono dei requisiti per la nomina a curatore fallimentare. Costui dovrà predisporre il “progetto dei diritti individuali omogenei” e rassegnare per ciascuno le sue motivate conclusioni. Innegabilmente il modello ispiratore è fornito dal processo concorsuale fallimentare. Se ne potranno mutuare le forme, non le tempistiche notoriamente non brevi.

Parrebbe dunque che al rappresentante comune competa una prima quantificazione del credito di ciascun aderente, e ciò in quanto sulla domanda di ciascun aderente dovrà provvedere in seguito il giudice delegato con decreto succintamente motivato. Il decreto potrà essere impugnato, con opposizione, avanti al collegio del tribunale (di cui non potrà far parte il giudice delegato), dalla impresa convenuta e dal rappresentante degli aderenti. Nessuna legittimazione autonoma ad impugnare il decreto spetta agli aderenti, che potranno però sottrarsi alla efficacia del provvedimento che accerta e quantifica i loro crediti revocando la adesione entro 30 giorni dalla comunicazione del decreto o prima della decisione sulla opposizione. Codesto diritto potestativo degli aderenti di sottrarsi agli effetti del provvedimento giurisdizionale, senza che l’impresa convenuta vi si possa opporre, del pari rappresenta una assoluta novità per l’ordinamento.

Quanto infine alla esecuzione forzata collettiva, cui si addiverrà in difetto di pagamento spontaneo delle somme indicate nel decreto, essa potrà essere promossa solo dal rappresentante comune, escludendosi quindi ogni potere d’azione esecutiva individuale degli aderenti.

7.- L’art. 840-quaterdecies della proposta di legge introduce infine uno speciale procedimento per la composizione transattiva della azione di classe. Per prima cosa si prevede che il tribunale, fino alla udienza di discussione orale della causa (che, dunque, abbia già superato il filtro di ammissibilità e la prognosi di non manifesta infondatezza in iure), possa formulare una proposta conciliativa avuto riguardo al valore della controversia (di nuovo: quanto la previsione di una doppia finestra per le adesioni potrà pesare su questa incognita?) e alla esistenza di questioni di facile e pronta soluzione in diritto.

Si replica dunque il dettato dell’art. 185-bis c.p.c. con scelta molto sensata. Le imprese convenute avranno di norma un forte interesse a transigere la lite per evitare che la condotta illecita venga accertata con sentenza giudiziale e resa pubblica: il conditor intercetta questa esigenza ed investe il giudice del compito di instradare la definizione amichevole della lite. La proposta del giudice, oltre che comunicata a ciascuno degli aderenti precoci, sarà pubblicata nel portale telematico, sicché un effetto catalizzatore di nuove adesioni lo produrrà anch’essa, pur se non ancora accettata delle parti del processo. Volta che attore e impresa convenuta valutino positivamente la proposta conciliativa e concludano la transazione, ciascun aderente potrà dichiarare di aderire all’accordo mediante dichiarazione da inserire nel fascicolo telematico. Per il caso, però, in cui non tutti gli aderenti alla azione di classe optino di accedere all’accordo, “ciascuno” dei dissenzienti potrà costituirsi in giudizio, con il ministero di un difensore, per assumere il ruolo di nuovo attore formale entro il termine, non superiore a 90 giorni, assegnato dal giudice: lo prevede l’art. 840-bis, co. 5. La figura del litisconsorzio attivo, tuttavia, non si addice alla azione di classe: meglio sarebbe consentire al giudice di valutare, quale sorta di nuovo mini-filtro, quale tra i più aderenti (indi, tra i rispettivi difensori) sia meglio in grado di figurare come nuovo attore formale.

La vera novità risiede però nella modalità di formazione ed attuazione dell’accordo transattivo successiva alla pronuncia della sentenza di accoglimento della azione, con accertamento della responsabilità della impresa convenuta, allorché la forza negoziale della classe sarà evidentemente maggiore (pur se ancora non si conoscerà il numero effettivo degli aderenti, stante la larga possibilità di adesione tardiva). La proposta di legge affida al rappresentante comune degli aderenti (nominato con la sentenza di accoglimento) il potere di “stipulare” (rectius, negoziare) uno “schema di accordo di natura transattiva”. Non un contratto, dunque, semmai un progetto di transazione. Qui la proposta di legge è informata alla logica dell’opt-out. Vale a dire: entro 15 giorni dalla comunicazione (via pec) agli aderenti dello schema di accordo transattivo, così come raggiunto da rappresentante comune e impresa convenuta, ciascun aderente potrà formulare “motivate contestazioni”. Quindi il giudice, esercitato un vaglio sullo schema di accordo che riteniamo non possa essere di opportunità (e così, non un sindacato sul quantum del corrispettivo della transazione) ma solo di legittimità, potrà autorizzare il rappresentante comune a stipulare l’accordo. Il provvedimento autorizzativo sarà pubblicato sul portale telematico e comunicato agli aderenti. Quelli che abbiano formulato contestazioni allo schema di accordo potranno a questo punto “privare” il rappresentante comune del potere di stipulare l’accordo mediante espressa dichiarazione. In difetto, l’accordo avrà ad oggetto i diritti degli aderenti ed impegnerà questi ultimi.


[1] Su cui amplius, spec. sui numerosi profili processuali di cui non possiamo in questa sede che accennare, C. Consolo, Nuove prospettive per una azione di classe (di terzo conio)?, scritto in onore di Guido Alpa, di prossima pubblicazione in Riv. dir. proc.

Genova: Autostrade, Governo ci usa come bancomat (Stampa)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

A quattro mesi dal crollo del ponte Morandi di Genova, Autostrade per l’Italia cala le sue carte giudiziarie. La concessionaria, scrive la Stampa, non solo respinge l’accusa, lanciata da premier e ministri, di essere unica responsabile dei 43 morti, ma denuncia una campagna mediatica ostile degli esponenti governativi, che accusa di aver trasformato un’azienda privata in un “bancomat” del Governo, violando non solo le leggi nazionali, ma anche la Costituzione e le norme europee. 

Nel ricorso di Autostrade al Tar Liguria, spiega il quotidiano, Autostrade chiama in giudizio il presidente del Consiglio, il ministro delle Infrastrutture e il commissario straordinario alla ricostruzione chiedendo l’annullamento di quattro provvedimenti: quello con cui Conte nomina il sindaco di Genova commissario e i successivi tre decreti dello stesso Marco Bucci che stabiliscono le regole per l’affidamento dei lavori. Autostrade premette di “non voler determinare alcun ritardo ovvero ostacolare le attività di demolizione e ricostruzione”, tanto che non chiede provvedimenti sospensivi, ma ciò non può precludere contestazioni sia per “tutelare diritti e interessi anche patrimoniali” degli azionisti, sia “a tutela della onorabilità delle migliaia di propri dipendenti”. 

L’azienda lamenta “una ingiustificata e ingiusta lesione dei propri diritti”, accusando direttamente gli organi costituzionali di aver manifestato con i loro provvedimenti, “in assenza di qualsiasi accertamento di responsabilità, intenti palesementi sanzionatori, resi ancora più evidenti dalle molteplici esternazioni di esponenti governativi”. La concessionaria sottolinea poi come “ad aggravare ulteriormente la già inusitata coartazione dei diritti si aggiunge un anatema ad excludendum”, dato dal divieto di chiamarla per demolizione e costruzione. “La concessionaria – prosegue – può dunque fare soltanto una cosa: pagare qualsiasi importo le richiederà il commissario senza alcun parametro quantitativo applicabile”, il che la trasforma “da concessionaria a bancomat”. 

rov 

 

(END) Dow Jones Newswires

December 28, 2018 02:53 ET (07:53 GMT)

Generali Re: punta su Monoprix (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Generali Real Estate ha completato, per conto di due entità del gruppo Generali Ass., l’acquisizione di un portafoglio di 53 immobili occupati da Monoprix (Gruppo Casino), nota catena francese operante nel settore della grande distribuzione organizzata, per circa 600 milioni di euro. Questa operazione, si legge in una nota, permette a Generali Real Estate di «rafforzare e diversificare ulteriormente la propria presenza in Francia, attraverso un portafoglio in grado di offrire redditi garantiti a lungo termine e una buona diversificazione geografica in location di primo piano». 

Circa il 47% del valore complessivo del portafoglio, scrive MF, è rappresentato da immobili situati a Parigi, il 27% da immobili nella regione parigina, e il restante 26% in altre città della Francia. Oltre a ciò, prosegue il comunicato, la società «si assicura una partnership a lungo termine con una realtà solida come Monoprix, leader di mercato a Parigi e nella regione dell’Ile de France». L’operazione è stata finanziata da tre gruppi bancari francesi: Société Générale , Crédit Agricole Cib e Natixis. Generali Real Estate è stata assistita da PwC, Catella, Workman Turnbull, Dla Piper, De Pardieu Brocas Maffei A.A.R.P.I e Etude Oudot. 

In seguito a questa acquisizione, il valore del portafoglio gestito da Generali Real Estate in Francia ammonta a circa 9,5 miliardi di euro, su un totale di circa 30 miliardi a livello globale alla fine del 2018. A giugno Casino aveva svelato un piano per cedere asset secondari per 1,5 miliardi di euro con l’obiettivo di ridurre l’indebitamento e contrastare il crollo dei corsi azionari a Parigi (-32% quest’anno). 

red/fch 

 

(END) Dow Jones Newswires

December 28, 2018 02:33 ET (07:33 GMT)

B.Carige: Bce in pressing su Malacalza (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Mentre in borsa il titolo è caduto del 18% con diverse sospensioni per eccesso di ribasso, ieri la Bce ha tentato di fare chiarezza sulla governance di Carige. 

I vertici della cassa genovese e della Malacalza Investimenti (primo socio al 27% e rappresentata ieri da Mattia e Davide Malacalza), scrive MF, hanno incontrato in due meeting separati i responsabili della vigilanza europea dopo il clamoroso flop dell’assemblea straordinaria. Secondo quanto si apprende lo spagnolo Ramon Quintana avrebbe ascoltato le ragioni dei Malacalza, esercitando una moral suasion sull’azionista per quanto riguarda modalità e tempistiche dell’aumento di capitale. La vigilanza intende infatti far rispettare la tabella di marcia concordata con il presidente Pietro Modiano e con l’amministratore delegato Fabio Innocenzi per arrivare quanto prima all’irrobustimento patrimoniale. Un obiettivo a cui però si oppongono i Malacalza che, nell’assemblea di sabato, hanno condizionato il via libera ad alcune precise richieste: un piano industriale, una completa stima dell’intero portafoglio crediti e la comunicazione dei risultati di bilancio 2018 e degli obiettivi patrimoniali per il 2019. Proprio l’assenza di questi elementi avrebbe spinto la famiglia ad astenersi dal voto, facendo di fatto saltare la delibera. 

Per esercitare la propria moral suasion la Bce avrebbe diversi strumenti a propria disposizione. A partire dalla contestazione di un ruolo di direzione e coordinamento, che costringerebbe i Malacalza a consolidamento la partecipazione nella cassaforte di famiglia, con un notevole costo in termini di capitale. Sotto la minaccia di questa spada di Damocle la famiglia potrebbe venire a più miti consigli e dare il proprio via libera all’aumento di capitale in una prossima convocazione di assemblea. Indicazioni puntuali dovrebbero comunque essere contenute nella lettera che Bce invierà a breve al board di Carige per comunicare i requisiti patrimoniali Srep. Il documento (atteso entro la prossima riunione del cda, attesa dopo Capodanno) potrebbe contenere una disamina della governance dell’istituto genovese, con alcune specifiche raccomandazioni. 

red/fch 

 

(END) Dow Jones Newswires

December 28, 2018 02:31 ET (07:31 GMT)

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