Al populismo serve una tradizione politica

di Diego B. Panetta – 29 dicembre 2018 lintellettualedissidente.it

È giunto il momento decisivo, quello di ‘farsi grande’ e di avere alle proprie spalle una saldezza in termini politici e ideali; è giunta l’ora di passare ai fatti: il ribellismo non paga più, serve una visione del mondo.

Da anni ormai le voci di intellettuali, professori, politologi o semplicemente appassionati delle dinamiche che attraversano la politica odierna, si sprecano nel tentativo di definire compiutamente il “populismo”, d’individuarne i caratteri principali, di comprenderne le ragioni e, soprattutto, di fornire una spiegazione di come esso abbia inciso e stia incidendo nella società di questo inizio XXI secolo. Partiamo, quindi, col tentare di darne una definizione che sia quanto più possibile esauriente.

Il prof. Marco Tarchi, illustre politologo, nel suo Italia Populista. Dal qualunquismo a Beppe Grillo (Il Mulino) ne dà la seguente spiegazione:

La mentalità che individua il popolo come una totalità organica artificiosamente divisa da forze ostili, gli attribuisce naturali qualità etiche, ne contrappone il realismo, la laboriosità e l’integrità all’ipocrisia, all’inefficienza e alla corruzione delle oligarchie politiche, economiche, sociali e culturali e ne rivendica il primato come fonte di legittimazione del potere, al di sopra di ogni forma di rappresentanza e di mediazione.

Il popolo inteso come “totalità organica” è uno dei capisaldi sui cui si reggono le società politiche precedenti lo scompaginamento causato dalla rivoluzione francese. Il prof. Roberto de Mattei, storico, già vicepresidente del C.N.R., esprime tutto questo nei seguenti termini:

Gli Stati e le nazioni del Medioevo e dell’Ancien Régime costituiscono “società organiche” formate non da un insieme d’individui ma da un insieme di famiglie e di corpi intermedi, posti tra il semplice individuo e il vertice dello Stato. Il termine “organico”deriva dal paragone con gli esseri viventi, dotati di organi e parti funzionali che, pur essendo sottomessi all’influenza di un unico principio, godono tuttavia di un carattere distintivo e di una propria relativa autonomia. Almeno fino allo scoppio della Rivoluzione Francese, l’Europa cristiana può essere definita come una società formata da una pluralità di corpi intermedi e di “ordini” ciascuno dei quali è caratterizzato da libertà, diritti e privilegi diversi ma sempre inserito nel quadro di una concezione del mondo unitaria e organica. (R. DE MATTEI, Plinio Correa de Oliveira. Apostolo di Fatima. Profeta del Regno di Maria, Edizioni Fiducia)

A tale visione segue una concezione della politica rigorosamente subordinata all’etica. Etica, purtroppo ferita – ai giorni d’oggi – dal fendente mossole dal relativismo valoriale, nella prospettiva post-moderna che segna la radicale disfatta del pensare una concezione del vivere che vada oltre il banale istinto o l’utile a sfondo nichilista.

Oggi, nelle rivolte parigine dei gilets jaunes, piuttosto che nell’asse Lega-M5S che è al governo in Italia, troviamo – oltretutto – espressa una fluidità di opzioni politiche che fanno molta fatica a stare incollate alle classificazioni tradizionali che la scienza politica ha inteso dare sin qui alla destra ed alla sinistra. Il popolo italiano, francese, statunitense avverte l’esigenza della politica, di una buona politica che cozza irrimediabilmente con le divisioni artificiose create ad arte per dividere il popolo. Dal punto di vista storico-politico entrambi i concetti – destra e sinistra – nascono con la Rivoluzione francese e con il sorgere di uno spazio politico “profano”, ossia – come dicevamo prima – non subordinato all’etica ma esclusivamente all’atto di forza di una parte o dell’altra, ciascuna intenta esclusivamente a procacciarsi la maggioranza dei voti, in nome del quale si imporranno le scelte politiche sotto l’egida di quella categoria astratta che Rousseau definisce volontà generale.

Se Marco Tarchi individua alcuni elementi di fondamentale rilievo relativi all’essenza del populismo ed alla richiesta di una “nuova politica”, è il filosofo Alain De Benoist, teorizzatore della Nouvelle Droite, a marcarne il contenuto in termini ancor più rigorosi:

Il populismo è un modo di articolare la domanda politica e sociale che parte dalla base e, da una prospettiva contro-egemonica, si leva contro le élites (politiche, finanziarie o mediatiche) considerate come un’oligarchia separata dal popolo. Un’oligarchia preoccupata unicamente dei propri interessi. Da questo comprendiamo come il populismo sostituisca la vecchia divisione destra-sinistra, che è una divisione “orizzontale”, con una divisione “verticale”: quelli che stanno sotto, contro quelli che stanno sopra.

La fotografia di ciò che sta accadendo nei vicoli e nelle piazze di mezza Europa e d’oltreoceano è propria questa, e si misurerà precisamente su questa traiettoria il trionfo o il declino dei populismi. Saranno in grado i populismi di “liberare” i popoli da uno stato di asservimento subdolo alle agenzie di rating ed ai nuovi mostri incarnati dallo spread? Saranno in grado di rimettere al centro del discorso la politica? Dipende, secondo noi non bastano più le grida molto spesso sbraitate al vento, né la demagogia – di cui si è fatto ampio uso in passato – può bastare per tenere a freno i nervi di chi non riesce più ad avvertire i governanti come dei buoni padri di famiglia.

In un’intervista rilasciata a La Verità (10.12.2018), Marcello Veneziani afferma che il sovranismo è la scuola media del populismo, è il salto di qualità che la nuova politica messa all’angolo dalle oligarchie, decide di intraprendere affinché dalla ribellione si transiti all’interno della proposta politica, mettendo al centro le identità: identità nazionale, culturale, storica, politica, religiosa. Certamente non tutti i populismi sono sovranisti: il M5S e gli Indignados, per esempio, hanno un aspetto radicale, più che nazionale. Ed è anche a seguito di una tale differenza di scolarizzazione, che all’interno della formazione grillina troviamo un coacervo di opinioni politiche su temi che spaziano dall’immigrazione alle questioni etiche, capitolo quest’ultimo della massima importanza:

Le divisioni interne al governo su questi temi sono gravissimi e insormontabili. […] Se non si legifera contano le sentenze della Corte Costituzionale, della Corte Europea, del magistrati d’assalto. […] Se su temi come il fine vita o le adozioni gay c’è una fioritura di giurisprudenza creativa, è meglio prendersi il rischio di aprire una discussione per arrivare a una legge. (M. VENEZIANI)

Ma per costruire delle élite, occorre un nuovo passo avanti che integri il sovranismo con una weltanshauung bendefinita nelle coordinate essenziali e libera nelle scelte da attuare rispetto alle contingenze, di per sé sempre nuove e mutevoli. Una élite che guidi il popolo fuori dalla palude in cui si trova la politica nostrana e che sappia fare tesoro della lezione della scuola elitista italiana di inizio ‘900 (Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto, Roberto Michels).

Studiando la politica come una “scienza”, questo filone di pensiero ha documentato come in tutte le società umane la direzione politica della società è sempre affermata da una minoranza organizzata, che essi definiscono élite. […] Quando una classe dirigente si corrompe, da élite si trasforma in oligarchia, finanziaria, partitocratica, o di altro genere, ma sempre caratterizzata dal fatto di perseguire egoisticamente gli interessi personali o di un gruppo. L’élite è al contrario una classe dirigente che subordina i propri interessi a quelli del bene comune della Nazione.