Carige, sull’aumento di capitale prove di dialogo Malacalza-vertici

FRANCESCO FERRARI – DICEMBRE 29, 2018 themeditelegraph.com

Genova – Il tempo a disposizione non è molto: «Se arriviamo a marzo ci ammazzano», si era lasciato scappare in una pausa dell’assemblea il presidente Pietro Modiano.

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Genova – Il tempo a disposizione non è molto: «Se arriviamo a marzo ci ammazzano», si era lasciato scappare in una pausa dell’assemblea il presidente Pietro Modiano. E la posizione della Bce, emersa dopo gli incontri andati in scena giovedì a Francoforte, è netta: Carige non può fare a meno dell’aumento di capitale da 400 milioni necessario al rimborso dell’obbligazione sottoscritta dal Fondo Interbancario. È per questo doppio motivo che, nelle ultime ore, i vertici della banca e la famiglia Malacalza hanno ripreso a dialogare. L’obiettivo è evitare choc traumatici nel momento più difficile della centenaria storia della Cassa di Risparmio. Il punto di caduta della trattativa, che fonti definiscono «tutt’altro che semplice, considerate le posizioni contrapposte esplose in assemblea», è la convocazione una nuova adunata dei soci da deliberare «entro la prima metà di febbraio». E, in quella sede (possibilmente in primavera), dare il via libera alla ricapitalizzazione richiesta dalla vigilanza e stoppata, il 22 dicembre scorso, dai Malacalza.

Ad accelerare il riavvicinamento tra management e azionista, come anticipato ieri dal Secolo XIX, il fascicolo aperto dalla Consob sul presunto controllo “di fatto” che il primo azionista, col suo 27,5% del capitale, eserciterebbe sulla gestione di Carige. Con i fari di Bce, Bankitalia e Consob puntati addosso, il titolo che a Piazza Affari ha perso quasi l’82% del valore in un anno e l’allarme scattato tra le banche che hanno aderito alla sottoscrizione del bond – le quali “rischiano” di ritrovarsi azioniste di riferimento dell’istituto ligure -, vertici e famiglia Malacalza «sono sostanzialmente obbligati a parlarsi», come spiega una fonte finanziaria. Che aggiunge: «Sfidare Francoforte, nelle condizioni in cui si trova la banca, non conviene a nessuno. Le possibilità di arrivare a un’intesa ci sono, a patto che i Malacalza rinuncino a una parte delle richieste e che il cda ne accolga la parte rimanente».

Ma quali sono queste richieste? «Manca una completa e definitiva stima dell’intero portafoglio crediti – aveva denunciato in assemblea Paolo Ghiglione, in rappresentanza dell’azionista, motivando l’astensione della famiglia – non è dato sapere se l’autorità di vigilanza ha intenzione di svolgere ulteriori assessment sulla banca e imporre ulteriori prescrizioni, non sono noti i risultati di bilancio 2018 e si è ancora in attesa degli obiettivi patrimoniali che saranno dati a Carige nel 2019».

Le incognite 
Sulle trattative in corso pende, tuttavia, più di un’incognita. La prima è l’atteggiamento che la Bce (il cui primo obiettivo resta in ogni caso l’aggregazione) riserverà al caso Carige: dal 1° gennaio a capo della vigilanza, con l’uscita di scena di Danièle Nouy, subentrerà l’italiano Andrea Enria, le cui severe posizioni nei confronti delle banche zavorrate dagli Npl sono note. Ma c’è attesa anche sul fronte politico: ad oggi, complice la non semplice gestazione della manovra, il governo non ha ancora affrontato il dossier della banca ligure, ma non è affatto escluso che nei prossimi giorni la questione finisca sul tavolo della presidenza del Consiglio. Affrontare un’emergenza bancaria, tanto più se dovesse sfociare in un impopolare salvataggio pubblico, è un’eventualità che il Mef eviterebbe volentieri. Ed è per questo che a Roma si tifa silenziosamente per un armistizio all’interno della banca.