Il Gruppo Kipre di San Daniele alza bandiera bianca, sconcerto dei sindacati

studionord.news 29.12.18

Una delle aziende simbolo del comparto agroalimentare del Friuli Venezia Giulia, il Gruppo Kipre, che molti conoscono per i marchi del prosciutto crudo di San Daniele, Principe e King’s, attraverso un avviso a pagamento diffuso ieri dal Sole 24 Ore, ha annunciato la rinuncia al progetto del piano industriale per un rilancio dei rispettivi stabilimenti, a causa del mancato sostegno economico da parte di un istituto di credito all’interno del gruppo di banche che invece erano pronte ad investire.

“Nell’ultimo periodo abbiamo sostenuto un piano industriale che, finalmente, prevedeva la crescita – hanno scritto gli imprenditori Mario e Sonia Dukcevich – un progetto di ampio respiro, oculato, minuziosamente pianificato e duramente collaudato, che ha ricevuto da subito il consenso del ceto creditizio. Per tutti questi motivi abbiamo deciso di investire nel nostro Gruppo affidando il piano di sviluppo al mondo bancario e, per il lavoro svolto, vogliamo ringraziare in particolare Banco BPM, Friuladria, Prima Cassa e Anthilia che hanno approvato di sostenere finanziariamente il nostro progetto, e tutte le altre banche che ci hanno sempre sostenuto. Al contrario – aggiungono i Dukcevich – chi per prima aveva assicurato consenso e sostegno, senza nemmeno una spiegazione né alcuna comunicazione, ha reso vano ogni nostro sforzo. Per questo io e mia moglie, compagna di una vita, abbiamo deciso di non dare esecuzione a nessun progetto e abbiamo consigliato ai nostri figli, Paola e Vladimir, di andarsene all’estero”.

Oggi il gruppo KIPRE, dopo l’acquisizione della King’s nel 1999, ha sedi a Trieste, San Daniele del Friuli, Vicenza e nella provincia di Parma, dove vengono prodotti i preaffettati dop in vaschetta. Esporta in Austria, Germania, Regno Unito e nei mercati scandinavi ma anche Giappone e Stati Uniti. Circa 500 i dipendenti, di cui 130 a San Daniele e una settantina a Trieste, per un fatturato di circa 170 milioni di euro. I titolari dei prosciuttifici hanno voluto ringraziare maestranze e collaboratori ma “dalla settimana prossima il Gruppo sarà gestito da professionisti da noi incaricati a tutelare i diritti di chiunque e per valutare tutte le opzioni finanche quella della cessione delle aziende, nel solo interesse della continuità aziendale”.

Si dichiarano “attoniti” i sindacati, in quanto una simile ipotesi “non era mai stata neppure lontanamente palesata in questi ultimi mesi, in cui i sindacati si sono più volte confrontati con la proprietà. Questa totale mancanza di comunicazione – hanno aggiunto – è di per sé un atto irrispettoso nei confronti delle maestranze, che in questi mesi si sono rese disponibili a lavorare in un regime di flessibilità, dimostrando forte responsabilità per andare incontro alle esigenze dell’azienda”. La Flai-Cgil di Udine tutto il suo disappunto per le modalità con cui l’azienda ha ritenuto di rendere note le sue scelte e i sindacati, da parte loro, si sono immediatamente attivati chiedendo un incontro urgente alla proprietà. “Chiederemo inoltre l’intervento della Regione Fvg. Resta inteso che se l’azienda non rispondesse in tempi brevi, attiveremo da subito ogni azione utile finalizzata alla salvaguardia occupazionale e al mantenimento sul territorio di una realtà di grande importanza per il distretto di San Daniele e per tutta l’industria agroalimentare regionale” hanno concluso.

“Grande preoccupazione per la situazione del gruppo e soprattutto dei molti lavoratori che vi sono impiegati. Seguiamo con attenzione gli sviluppi, in contatto con le rappresentanze sindacali”. Così il segretario regionale Pd Fvg Cristiano Shaurli a proposito dell’annuncio dei coniugi Dukcevich, i quali hanno resa nota l’insostenibilita’ delle condizioni finanziarie del gruppo cui fanno capo, tra le altre, le società Principe e King’s, famose per la produzione di prosciutti.

“Si tratta di aziende di rango nazionale che hanno fatto la storia – spiega Shaurli – di un ramo alimentare e il cui marchio è affermato ed in questo caso anche molto legato ed identificato con il nostro territorio Auspichiamo l’immediato intervento di Regione, a chiarire la gravità della situazione e ad approntare piani di intervento, se necessario col supporto del Governo. È chiaro che la cessazione dell’attività non può essere nemmeno ipotizzata: sarebbe – conclude – l’ennesimo duro colpo per il manifatturiero triestino”.

Chi comanda in Carige? Anche la Consob in campo / IL RETROSCENA

GILDA FERRARI – DICEMBRE 28, 2018 themeditelegraph.it

Genova – La famiglia Malacalza, proprietaria del 27,5% del capitale della banca, è in condizione di esercitare un controllo “di fatto” su Carige?

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Genova – La famiglia Malacalza, proprietaria del 27,5% del capitale della banca, è in condizione di esercitare un controllo “di fatto” su Carige? A questa domanda, ricorrente anche negli uffici della vigilanza europea, stanno cercando di dare una risposta in questi giorni i tecnici della Consob. Secondo quanto risulta al Secolo XIX , l’organismo di controllo della Borsa – presente sabato scorso al Tower Hotel di Genova, dove è andata in scena l’assemblea degli azionisti che ha bocciato il ricorso a un aumento di capitale da 400 milioni – starebbe acquisendo documentazione per capire se i Malacalza abbiano o meno un’influenza dominante sulla gestione ordinaria e, nel caso dell’ultima adunata dei soci, straordinaria dell’istituto.

I riferimenti normativi a cui si riferisce la Consob sono l’articolo 2539 del codice civile e l’articolo 93 del Testo unico della finanza (Tuf). Il primo prevede la fattispecie del “controllo azionario di fatto”, che si concretizza quando una società, pur non disponendo della maggioranza dei voti esercitabili nell’assemblea ordinaria, dispone di voti sufficienti per esercitare un’influenza dominante sull’altra società. Il secondo stabilisce che si è in presenza di un controllo quando “un socio, in base ad accordi con altri soci, dispone da solo di voti sufficienti a esercitare un’influenza dominante nell’assemblea ordinaria”. Il tema, che secondo diverse fonti è stato al centro di un acceso dibattito all’interno del cda della banca, è quanto mai di attualità, soprattutto dopo le richieste di chiarimento arrivate dalla vigilanza europea. E non è casuale che la Consob sia stata allertata proprio in prossimità di un’assemblea che ha visto la famiglia Malacalza protagonista assoluta: con il 69% del 41% del capitale rappresentato, il primo socio della banca ha condizionato addirittura il quorum costitutivo.

Il precedente di Tim-Vivendi 
Va ricordato che nel settembre del 2017, intervenendo sul caso Tim-Vivendi, la Consob aveva rilevato il sostanziale controllo del gruppo francese su Tim in considerazione della “effettiva disponibilità dei voti che consentono di ottenere la maggioranza nell’assemblea ordinaria”. In quel caso, la Commissione aveva sottolineato come Vivendi, pur disponendo “solo” del 25% delle azioni, in virtù della “presenza di investitori istituzionali e di vasto flottante” aveva la “ragionevole certezza di poter esercitare un’influenza dominante in assemblea”. Una situazione che molti analisti riconducono a quella creatasi a Genova, dove il primo azionista della banca è riuscito, da solo, a stoppare una ricapitalizzazione che rappresentava il terzo pilastro di un piano di rafforzamento richiesto dalla Bce e votato all’unanimità dal cda. 
Se la Consob dovesse riscontrare, in Carige, una condizione di controllo sostanziale da parte dei Malacalza, potrebbe scattare la richiesta di un’Opa. Ma al momento non vi è certezza né dell’esito dell’esplorazione né tantomeno delle sue conseguenze. Così come non trovano conferma voci di una preventiva moral suasion della vigilanza su Intesa Sanpaolo in caso della conversione in azioni del bond da 320 milioni sottoscritto dal Fondo Interbancario.

Intanto, il giorno dopo la missione a Francoforte dei vertici della banca e degli azionisti Davide e Mattia Malacalza, il titolo della banca è tornato a respirare mettendo a segno un +15,38%. A Piazza Affari sono passate di mano 505 milioni di azioni: a dispetto del volume, il valore delle contrattazioni ha superato di poco i 750 mila euro. Sempre ieri, sul caso Carige è intervenuta la Fisac Cgil: «Appare chiaro come l’unica soluzione che possa garantire il futuro della banca sia l’aggregazione con un altro istituto di credito. Comprendiamo le perplessità dell’azionista di riferimento, che ha investito ingenti somme di denaro, ma crediamo che vada tenuta in considerazione la preoccupazione dei lavoratori che in questi anni hanno sopportato tanti sacrifici. Non si possono lasciare lavoratori e risparmiatori in questa condizione di incertezza: le soluzioni vanno adottate subito e riteniamo inaccettabile e da contrastare con ogni mezzo qualsiasi operazione che possa avere come obiettivo la messa in liquidazione dell’azienda».

Linea di credito revolving per 40 milioni di euro alla Zonin spa per le esigenze di cassa dopo i 65 milioni di Benetton versati come capitale

Di Giovanni Coviello (Direttore responsabile VicenzaPiù) 29.12.18

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Allen & Overy e Latham & Watkins hanno assistito rispettivamente Casa Vinicola Zonin e gli istituti finanziari nella revolving credit facility (linea di credito revolving) da 40 milioni di euro, della durata di tre anni (estendibile ad altri due), sottoscritta dalla società e altre controllate della stessa. La nuova linea di credito diverrà la fonte principale per il finanziamento dell’attività corrente del gruppo vinicolo andando a sostituire e rifinanziare l’indebitamento finanziario a breve termine del gruppo. Il precedente indebitamento complessivo di 180 milioni aveva già portato alla necessità di cercare un partner finanziario poi individuato nella 21 Invest di Alessandro Benetton che ha versato 65 milioni in aumento di capitale per avere il 36% del gruppo.

Allen & Overy ha affiancato Casa Vinicola Zonin con un team guidato dal partner Stefano Sennhauser (in foto), con il supporto dell’associate Luca Maffia. Gli aspetti fiscali dell’operazione sono stati seguiti dal senior associate Elia Ferdinando Clarizia.

Latham & Watkins ha assistito le banche finanziatrici e l’agente con un team composto dal partner Andrea Novarese con l’associate Tiziana Germinario.

Samp, l’ex ad di Carige Fiorentino il nuovo vice presidente vicario del club

ilsecoloXIX.it 28.12.18

Paolo Fiorentino

Paolo Fiorentino

Genova – Definito il nuovo cda della Sampdoria. Vicepresidente vicario è stato nominato l’ex amministratore delegato di Banca Carige Paolo Fiorentino, che si occupò della Roma come rappresentante di UniCredit prima della cessione agli americani. Diventa vice presidente Antonio Romei, braccio destro di Massimo Ferrero fino ad oggi come legale rappresentante della Sampdoria.

«Ho voluto fare questa operazione per dare un segnale. Sono un presidente molto serio ma anche bizzarro e la Sampdoria è la mia vita. Sto rilanciando il club e voglio ringraziare anche tutti i tifosi che mi offendono tutte le settimane», ha detto Ferrero a Radio1Sport.

Al posto dei consiglieri dimissionari Vanessa Ferrero, Giorgio Ferrero e Andrea Diamanti sono entrati l’avvocato Gianluca Tognozzi, il commercialista Adolfo Praga, il medico Paolo Repetto attualmente nel Cda dell’Istituto Gaslini e Giovanni Invernizzi, 23 stagioni in blucerchiato, campione d’Italia con la Sampdoria, attuale responsabile del Settore Giovanile della società.

2018 RISVOLTI CRACK BANCHE VENETE -Ferrarini, Sga in pressing sui crediti ex Venete. La famiglia vende ai Pesenti

Di Luca Spoldi 
e Andrea Deugeni affariitaliani.it 13.12.18

Ferrarini, Sga in pressing sui crediti ex Venete. La famiglia vende ai Pesenti

Pesenti sta per mettere le mani sul prosciutto Ferrarini (e i salumi Vismara). Potrebbe a breve cambiare padrone il gruppo di Reggio Emilia, impresa tipica del capitalismo familiare italiano con la seconda generazione alla guida(dopo il capostipite Lauro, le redini sono state prese dai figli Luca, Licio, Licia, Lisa e Lia), azienda che è tra le più importanti imprese europee attive nel settore alimentare, in particolare nella produzione di prosciutto e salumi (è proprietario, tra l’altro, del marchio lombardo Vismara) oltre che di Parmigiano Reggiano e aceto balsanico.

Il made in Italy di qualità insomma. Finora l’azienda è rimasta saldamente sotto il controllo della famiglia omonima, tramite le holding lussemburghesi Elle Effe Sa, e Agri-Foods Investments Sa, ma da qualche tempo il gruppo Italmobiliare, che fa capo alla famiglia Pesenti e che dopo l’uscita da Italcementi si ritrova con 700 milioni da investire in gruppi italiani in grado di ambire ad una leadership di mercato almeno a livello europeo, ha messo gli occhi sul gruppo emiliano.

Ferrarini è leader assoluto del mercato italiano del prosciutto cotto e dà lavoro a oltre 1.000 persone(700 in Italia e 300 all’estero) e vanta una forte presenza sia sul mercato nazionale (con 300 mila punti vendita) sia oltre confine, grazie a 10 mila negozi, 6.000 ristoranti e 10 sedi commerciali che consentono di presidiare Spagna, Svizzera, Inghilterra, Giappone, Hong Kong e Sudest asiatico.

Dopo aver chiuso il 2016 con circa 253 milioni di euro di ricavi e un Ebitda di poco meno di 23 milioni a fronte di un debito finanziario netto di 142,8 milioni, avendo tra l’altro quotato all’ExtraMot due minibondFerrarini ha visto i ricavi volare nel 2017 a 335 milioni e l’Ebitda salire a 29,5 milioni.

Veneto Banca 2

Insomma, il business non ha particolari problemi, anzi, tanto che Lisa Ferrarini, consigliere delegato del gruppo (e vicepresidente di Confindustria per l’Europa sia nella presidenza Squinzi sia in quella Boccia– è in carica dunque), ha potuto spingere sulla leva dell’innovazione investendo ogni anno il 5% del fatturato.

Per sostenere la crescita, però, il gruppo emiliano ha fatto ricorso al debito che è salito a 250 milioni circa, di cui 112 milioni circa facenti capo alla società operativa. Di questi, una trentina si riferiscono a prestiti concessi da Unicredit, altrettanti da Veneto Banca (le cui passività sono poi state girate a Sga), una ventina a Intesa Sanpaolo, una decina a Banco Bpm ed importi minori verso Carisbo, Credit Agricole Cariparma e Banca del Mezzogiorno.

Da notare anche che dei 138 milioni circa di debito che gravano su altre società del gruppo, un centinaio sarebbe stato concesso sempre da Veneto Banca e poi finito in pancia a Sga, che è dunque il principale creditore del gruppo. Finanziamenti che sarebbero almeno in parte riconducibili a operazioni “baciate” (ossia concessi in cambio di sottoscrizione di titoli dell’istituto emittente) della stessa Veneto Banca, di cui il gruppo emiliano, nel 2016 ammesso anche al progetto Elite di Borsa Italiana (che sarebbe potuto sfociare in una futura quotazione), era uno dei cento più importanti debitori.

E proprio da Sga, soggetto in pressing impegnato nel recupero dei crediti deteriorati e delle passività girategli da BpVi e Veneto Banca, e dagli altri creditori dovranno passare Italmobiliare e il fondo QuattroR, nato con l’intenzione di entrare nel capitale di gruppi italiani di medie dimensioni, con marchi forti e riconoscibili ma colpiti da squilibri finanziari o patrimoniali (come nel caso di Fagioli, di cui QuattroR ha rilavato il 48% lo scorso dicembre, con opzioni per salire al 90%) per poter ottenere il via libera al loro possibile ingresso nel gruppo emiliano con una quota di maggioranza (si parla del 90% complessivo), previa conclusione positiva della due diligence che dovrebbe partire a breve.

lisa ferrarini ape

La quota verrebbe infatti suddivisa su base paritetica tra Italmobiliare e QuattroR e deriverà, una volta definiti gli accordi con Sga e gli altri creditori finanziari coinvolti, in parte dall’acquisto di quote dei Ferrarini, in parte dalla sottoscrizione di un aumento di capitale destinato a ridurre l’esposizione debitoria, per un investimento complessivo di circa 100 milioni. Investimento che giunge dopo che altri gruppi alimentari italiani sono passati di mano, come Parmacotto (la cui maggioranza è stata rilevata da Giovanni Zaccante, già cofondatore di Saeco e Caffeitaly), Caffè Borbone (il 60% è stato rilevato proprio da Italmobiliare poche settimane fa) e Forno d’Asolo (il controllo è stato girato da 21 Investimenti a BC Partners giusto ieri).

E’ la conferma che situazioni di tensione finanziaria – innescate in questo caso dal crack delle banche venete – che coinvolgono aziende sane e con prospettive di crescita possono generare certamente preoccupazioni nei lavoratori e nelle istituzioni locali (oltre che nei creditori coinvolti), ma continuano a fare gola a molti investitori di private equity. Soggetti con cash pronto cassa desiderosi di subentrare a proprietà in affanno soprattutto nei tradizionali punti di forza del “made in Italy”, come il food. Senza la valanga del credito che ha coinvolto PopVicenza e Veneto Banca, la storia della famiglia Ferrarini sarebbe stata probabilmente diversa. 

Il tuo regno per un rublo

Micol Flammini ilfoglio.it 29.12.18

Il tuo regno per un rublo

Marine Le Pen (foto LaPresse)

Roma. Secondo Mark Galeotti, esperto di sicurezza russa dello European university institute di Firenze, siamo un esperimento. Tutti noi, nessuno escluso. Chiunque abbia nel suo territorio un partito pronto a dichiarare che l’Europa o la Nato dovrebbero avere un approccio diverso nei confronti della Russia può diventare oggetto di interesse da parte dei russi. Ma non c’è una strategia, manca uno schema, un piano. Così è successo con il Rassemblement national, quando ancora si chiamava Front national e sperava di vincere le elezioni presidenziali. Era il 2014 e Marine Le Pen aveva bisogno di denaro, diverse banche francesi si rifiutarono di prestare soldi a un partito che si dichiarava di ultradestra, con tendenze xenofobe. Vennero accusate di discriminazione e la leader chiese ai funzionari del partito di trovare questo denaro altrove. Fu Jean-Luc Schaffhauser, eurodeputato da sempre sostenitore di un’alleanza tra Europa e Russia, a prendere i contatti con Alexander Babakov, inviato speciale del Cremlino per gli affari russi all’estero. Schaffhauser, alla ricerca di un prestito, sosteneva che la Russia sarebbe stata il miglior alleato, e Babakov glielo offrì. La proposta riguardava una banca semisconosciuta fondata in Repubblica ceca e trasferitasi a Mosca, la First Czech Russian Bank, nata come joint venture tra una banca statale e un prestatore russo che all’inizio del 2000 divenne parte di una compagnia per la costruzione di un gasdotto russo, acquistato successivamente da Gennady Timchenko, oligarca amico di Vladimir Putin. La First Czech acconsentì subito a versare al Front national 9,4 milioni di euro a un tasso di interesse del 6 per cento, da restituire entro il 23 settembre 2019.

Fu la rivista francese online Mediapart a parlare per la prima volta degli aiuti russi al Front national, venne in possesso di una serie di documenti riservati che spiegavano la trattativa e che rivelavano come nel 2016 la banca iniziò a perdere risorse dopo che Elvira Nabiullina, capo della Banca centrale russa, avviò un’inchiesta e ordinò la chiusura di una serie di banche che avevano intrapreso degli investimenti discutibili, e anche il prestito esteso alla leader francese fu ritenuto discutibile. Circa cento istituti finanziari nel 2016 sono stati chiusi perché minacciavano la stabilità economica della Russia e tra questi c’era anche la la semisconosciuta First Czech, che venne posta sotto la gestione di amministratori provvisori. L’istituto decise di vendere il prestito a una compagnia russa ancora più torbida e sconosciuta della banca, che poi lo trasferì alla Aviazapchast, una società storica di forniture di aerei, erede dell’istituto di aviazione sovietico che oggi tra i suoi clienti vanta Bashar el Assad. Non è chiaro perché l’Aviazapchast abbia deciso di farsi carico del prestito, il suo proprietario è un uomo d’affari russo che ha un appartamento vicino all’Arco di Trionfo a Parigi.

La fine della vicenda politica di Marine Le Pen già la conosciamo, ha perso le elezioni nel 2017, nonostante il soldi russi, e il Front national non esiste più. Al suo posto è stato creato il Rassemblement national. Il Cremlino, che sperava di conquistare una roccaforte nel cuore dell’Europa per portare avanti i suoi interessi, ha perso assieme a Marine Le Pen, ma quel debito la leader russofila dovrà pur ripagarlo. Quattro anni dopo il lancio del sogno delle presidenziali, la First Czech non esiste più, ma esiste ancora il prestito che il tesoriere del partito sta ripagando a una sconosciuta. L’ignota signora Romanova che il tesoriere ha ammesso di non conoscere.

La saga del prestito al Front national è un paradigma che mostra, secondo l’Alliance for Securing Democracy e il C4ADS, due gruppi per la difesa citati dal Washington Post, come la Russia sia disposta a sfruttare reti finanziarie illecite per scopi politici. Mosca non ha un piano, il suo è un esperimento al quale i partiti che ovunque chiedono intervento a aiuti russi si concedono.

Prosciuttificio Principe, la famiglia Dukcevich annuncia l’addio e accusa le banche

messaggeroveneto.geolocal.it 28.12.18

In una nota pubblicata sul Sole24Ore, i titolari della storica azienda alimentare comunicano la rinuncia al piano industriale e accusano le banche per il mancato sostegno al piano. Tra le ipotesi anche quella della cessione

SAN DANIELE. Un’azienda fiore all’occhiello del comparto alimetare d’eccellenza del Friuli rischia di essere ceduta. E’ il caso del gruppo Dukcevich di Trieste, che tra i tanti marchi ha pure il “Principe” di San Daniele e altri sempre legati al prosciutto di casa nostra.

Come un fulmine a ciel sereno Mario e Sonia Dukcevich hanno pubblicato un comunicato sul Sole24Ore in cui annunciano “la rinuncia al progetto del piano industriale per un rilancio dopo il durissimo periodo di crisi economica attraversato a causa del mancato sostegno economico da parte di un istituto di credito all’interno del gruppo di banche che invece erano pronte ad investire. Dalla settimana prossima, si legge nel comunicato, l’azienda sarà gestita da professionisti per valutare tutte le possibilità, tra cui anche la cessione, nel solo interesse della continuità aziendale. Tra le ipotesi quella di un concordato, ma ancora i titolari della principe non si sono espressi.

73 ANNI DI STORIA. Dalle sue origini nel 1945, quando la Principe di San Daniele Spa era un piccolo laboratorio artigianale, il salumificio triestino Dukcevich, l’azienda è cresciuta e oggi, assieme alle altre consociate del gruppo Kipre, rappresenta una delle più efficienti e moderne industrie alimentari d’Italia con sedi produttive a Trieste, San Daniele del Friuli, Vicenza e nella provincia di Parma.

Dopo aver acquisito nel 1999 da Nestlè la King’s, rinomata azienda alimentare vicentina specializzata nella produzione di prosciutto di San Daniele, di Speck e del prosciutto Val Liona che nel 2007 ha celebrato i 100 anni di storia dalla fondazione, nel 2005 è infatti nata Kipre, la holding di partecipazioni e di servizi della famiglia che controlla il Gruppo Kipre, del quale la Principe di San Daniele Spa fa parte.

LA SOCIETA’. Il nuovo assetto societario ha aperto prospettive di grande interesse soprattutto in un mercato fortemente frammentato come quello dei salumi e ha contribuito ad aumentare le sinergie tra le aziende del Gruppo. Grazie all’acquisizione di King’s, oggi il gruppo Kipre è il principale produttore di Prosciutto di San Daniele con 430.000 cosce salate.

La strategia di espansione del gruppo è concentrata sull’Europa, con una forte presenza in Austria, Germania, Regno Unito e mercati scandinavi. Interessanti incrementi anche in Giappone e Stati Uniti , dove la Kipre opera con il distributore Principe Foods Inc.

Grazie ad un accorta politica di investimenti e di crescita, nel 2010 la Kipre ha acquisito un centro di stagionatura e un centro affettamento siti nella provincia di Parma; quest’ultimo permette di far fronte alla crescente esigenza di soddisfare uno dei suoi principali segmenti di produzione: i preaffettati in vaschetta. Questo comparto, che negli ultimi anni ha dato un considerevole impulso allo sviluppo aziendale, oggi rappresenta il 20% del fatturato Kipre 2009.

Fiore all’occhiello di questa gamma di prodotti è l’innovativa linea di vaschette dall’originale forma ovale che ha contribuito a far sì che Principe rappresenti la prima azienda produttrice di prosciutto crudo Dop preaffettato.

Non solo Carige: ecco perché le banche sono (di nuovo) il primo problema dell’Italia

linkiesta.it 29.12.18

Monte Paschi, la Popolare di Vicenza, Veneto Banca e ora l’istituto genovese: le piccole banche italiane sono cadute l’una sull’altra, ma a pagare per i loro errori è sempre stato qualcun altro. E adesso in Europa cominciano a essere davvero preoccupati

Un caso isolato? Anche il tracollo della Carige? Lo avevano detto per il Monte dei Paschi di Siena, poi per la Popolare di Vicenza e la Veneto Banca, erano casi isolati anche le quattro banche popolari del centro Italia, e così via. Di eccezione in eccezione, i casi sono diventati un domino. Le banche locali, per lo più popolari ed ex casse di risparmio, hanno cominciato a cadere l’una sull’altra. E la risposta è stata sempre la stessa: far pagare agli altri i propri fallimenti. Gli altri sono i contribuenti come per il Montepaschi e in parte minore le stesse banche venete, gli azionisti delle banche salvatrici (non tutte le operazioni sono buoni affari), i clienti che contribuiscono con i loro depositi al fondo interbancario. E così via, di salvataggio in salvataggio.

Tutto questo nell’illusione di puntellare il modello italiano basato su due pilastri: 1) la pubblicizzazione delle perdite e la privatizzazione dei profitti: 2) il nanismo sistemico delle banche locali, piccole, ma troppo importanti per fallire, visto che su di loro si basa l’edificio del consenso clientelar-elettorale.

La fragilità del sistema bancario nazionale si inserisce in uno scenario difficile, potenzialmente critico, che coinvolge nel loro insieme le banche europee. Nel corso di quest’anno hanno perso in borsa mediamente il 34% rispetto al 23% di quelle americane e il 2019 non s’annuncia migliore, al contrario, scrive il Wall Street Journal, “tassi di interesse molto bassi e incertezze politiche si estenderanno ancora nei prossimi mesi. Le banche europee hanno da perdere più delle loro pari”.

L’unica speranza viene da un aumento del costo del denaro, tuttavia la Bce non è intenzionata, per ora, a cambiare strategia: l’inflazione è troppo bassa e nel frattempo la crescita sta rallentando in modo preoccupante. Ma le nubi non vengono solo dalla macroeconomia: rispetto a quelle americane le banche europee hanno un business model che le espone di più ai venti della congiuntura, sono meno produttive, offrono pochi servizi ad alto valore aggiunto, sono piene di crediti putrescenti o, come nel caso della Deutsche Bank, di derivati ad alto rischio.

La fragilità del sistema bancario nazionale si inserisce in uno scenario difficile, che coinvolge nel loro insieme le banche europee. Nel corso di quest’anno hanno perso in borsa mediamente il 34% rispetto al 23% di quelle americane e il 2019 non s’annuncia migliore

Politica monetaria, inefficienza, non performing loans, arretratezza tecnologica, incertezze politiche: per le banche italiane è una miscela esplosiva. Anche per le più grandi. Sul mercato continuano a diffondersi analisi secondo le quali Unicredit, l’unica banca sistemica nell’area euro, avrebbe bisogno di chiedere altro capitale nonostante abbia superato gli stress test della Bce. I 13 miliardi di euro raccolti l’anno scorso, non sarebbero sufficienti a compensare il fardello degli npl e la zavorra dei titoli di stato. A fine novembre Unicredit ha emesso un bond da 3 miliardi di dollari, per renderlo appetibile ha dovuto pagare il 4,2% in più rispetto al tasso swap a 5 anni, il che vuol dire una cedola del 7,83%. Ciononostante, ha trovato un solo acquirente: Pimco la società americana di servizi finanziari controllata dalla compagnia tedesca Allianz la quale detiene circa il 2% di Unicredit. Come dire: un aiutino da un parente.

“Anno nuovo vecchi problemi”, ha scritto il Financial Times. Peggio ancora, perché alle costanti storiche del modo italiano di fare banca si è aggiunta la retorica sull’ignaro investitore, obbligazionista o piccolo azionista che dir si voglia; in altre parole tutti quelli che negli anni di vacche grasse hanno approfittato delle opache gestioni intascando dividendi fasulli e adesso corrono a indossare anche loro i gilet gialli.

Il sindaco di Genova Marco Bucci (centro-destra) esprime perfettamente lo spirito dei tempi; quando è intervenuto il fondo interbancario di garanzia ha annunciato trionfante: “Abbiamo salvato Carige”; ora che tutto torna in discussione proclama: “La banca non fallirà”, evocando l’intervento del governo, cioè di chi ha pagato le tasse e non ha ricevuto il minimo beneficio dalla gestione truffaldina che ha portato Carige al collasso. E che cosa ne dice Beppe Grillo? Lui che pontifica su tutto non si è mai espresso sulla principale banca della sua città. A consultare l’archivio dell’Ansa non si trova una parola, tanto meno un vaffa, eppure non regnava l’onestà se è finito in galera nientepopodimeno che il plenipotenziario Giovanni Berneschi condannato per truffa a 8 anni e due mesi.

Come per Mps, anche in Carige clientele e relazioni sono state coltivate attraverso la Fondazione dove dentro c’era di tutto. E, proprio come a Siena, la fondazione ha pagato il prezzo del dissesto: ben 926 milioni di euro

Non si può giudicare quel che sta accadendo in questi giorni, il fallito aumento di capitale e l’azzeramento del valore di borsa, se non si fa un passo indietro ricordando perché siamo arrivati a questo punto, come la banca ha “fatto sistema” diventando il supporto di politici locali e nazionali di destra (gli onnipresenti Scajola) e di sinistra (Claudio Burlando), dei potentati economici, della curia e di ogni genovese che conta. Come per Mps, anche in Carige clientele e relazioni sono state coltivate attraverso la Fondazione dove dentro c’era di tutto.E, proprio come a Siena, la fondazione che possedeva quasi il 50%, ha pagato il prezzo del dissesto: ben 926 milioni di euro, con un patrimonio sprofondato da oltre un miliardo di euro ad appena una novantina di milioni.

La cornucopia si è trasformata in una fornace brucia-soldi anche per gli investitori privati.Vittorio Malcalza entra nel 2015 e sembra che cominci una nuova vita: da allora ad oggi l’industriale trasformatosi in finanziere spende 400 milioni, cambia tre amministratori in tre anni e adesso è alla resa dei conti anche con i nuovi vertici: Pietro Modiano e Fabio Innocenzi. Malacalza, che oggi possiede il 27,7% delle azioni, non ha aderito all’aumento di capitale (altri 400 milioni di euro) provocando le dimissioni di due consiglieri: Raffaele MIncione e Lucrezia Reichlin, vicepresidente, considerata molto vicina alla Bce.

Il pallino a questo punto sembra in mano proprio alla Banca centrale europea i cui emissari si sono incontrati con Mattia e Davide Malacalza, i figli di Vittorio. Il mancato aumento di capitale rimette in discussione anche il bond di 320 milioni sottoscritto dal sistema bancario, che potrebbe essere trasformato in azioni bilanciando così i Malacalza. La Bce ha sollecitato da tempo un matrimonio con un’azienda creditizia più solida, si era parlato della Ubi la quale, però, non ne vuol sapere, almeno nelle attuali condizioni. Il problema è sempre lo stesso: chi tappa i buchi del passato? Come evitare che il contagio si estenda e ancora una volta la banca cattiva distrugga quella buona? Siamo tornati, così, al punto di partenza. Carige, Montepaschi, Popolare Vicenza, Banca dell’Etruria, e quant’altro, si sono fatte male da sole; leghisti e pentastellati vogliono far credere il contrario, ma la lunga recessione ha fatto cadere ogni velo, poi l’euro, il bail-in, la riforma delle popolari e delle casse di risparmio hanno aperto il vaso di Pandora.

L’arrivo della crisi del credito

zerohedge.com 28.12.18

Scritto da Alasdair Macleod tramite GoldMoney.com,

Quelli di noi che seguono da vicino il ciclo del credito non dovrebbero essere sorpresi dall’attuale situazione dei mercati azionari. Stava per succedere lo stesso. I tempi erano diventati di recente evidenti, e all’inizio di agosto sono stato in grado di scrivere quanto segue:

“I tempi per l’inizio della crisi del credito sembrano essere in qualsiasi momento durante l’ultimo trimestre del 2018, a pochi mesi di distanza, entro e non oltre la metà del 2019”.

La crisi sta arrivando al momento giusto e ci si può aspettare che si evolva in qualcosa di molto più cattivo nei prossimi mesi. I mercati delle obbligazioni societarie si sono bloccati, dandoci un segnale che è davvero arrivato. È giunto il momento di considerare come si svilupperà la crisi del credito. Comporta alcune congetture, quindi non possiamo farlo con precisione, ma possiamo estrapolare dalle basi conosciute per supportare alcune conclusioni importanti.

Se fosse stato solo in America senza ulteriori cicli di feed-back, ora possiamo suggerire che i seguenti sviluppi sono probabili per l’economia statunitense. Avvertimenti su un rallentamento economico stanno persuadendo la Fed ad ammorbidire la politica monetaria, un processo recentemente messo in moto e prefigurato dai rendimenti del Tesoro USA che si stanno attenuando. Tuttavia, l’inflazione dei prezzi, che viene temporaneamente soppressa dal calo dei prezzi del petrolio, inizierà probabilmente ad aumentare dal secondo trimestre del 2019. Ciò è dovuto alla combinazione dell’eredità della precedente espansione monetaria e alle conseguenze delle tariffe del Presidente Trump sui prezzi al consumo.

Dopo una breve pausa, indotta principalmente dalla minaccia di un inarrestabile crollo dei prezzi azionari, la Fed sarà costretta a continuare ad alzare i tassi di interesse per contrastare le pressioni inflazionistiche dei prezzi, che porteranno all’aumento del CPI fortemente soppresso verso e poi attraverso 4 %, probabilmente entro la metà dell’anno. Il recente sequestro nei mercati delle obbligazioni commerciali e il ritiro dei prestiti bancari ai fini del capitale circolante mettono in moto un classico svincolo dei disinvestimenti. La disoccupazione inizia ad aumentare drasticamente e la fiducia dei consumatori va in retromarcia.

I prezzi azionari continuano a scendere, poiché la liquidità viene drenata dai mercati finanziari da investitori preoccupati, ma l’inflazione dei prezzi rimane ostinatamente alta. Di conseguenza, i prezzi delle obbligazioni continuano a indebolirsi sotto una combinazione letale di dollari di proprietà straniera venduti, aumentando i deficit di bilancio e diminuendo la fiducia degli investitori nel futuro potere d’acquisto del dollaro.

Gli Stati Uniti entrano in una grave recessione, che ha un carattere simile al periodo 1930-1933. La differenza degna di nota è rappresentata da un dollaro a tasso fisso puro, che essendo costituito da depositi rigidi (attualmente il 67% del PIL rispetto al 36% del 2007), innesca un tentativo di inversione dell’accumulo di depositi. Il potere d’acquisto del dollaro diminuisce, anche perché oltre 4 trilioni di dollari di questi depositi sono di proprietà di stranieri attraverso banche corrispondenti.

Un po ‘di buone notizie è che il sistema bancario statunitense è meglio capitalizzato rispetto all’ultima crisi ed è improbabile che venga colto di sorpresa tanto dalla crisi di Lehman. Di conseguenza, è probabile che le banche statunitensi agiscano più prontamente e in modo deciso per proteggere il loro capitale, portando l’economia non finanziaria in una recessione più rapida, ricorrendo a prestiti. L’inflazione dei prezzi non diminuirà, perché ciò richiede una contrazione del credito sufficiente a compensare la diminuzione della preferenza per detenere denaro rispetto alle merci. Qualsiasi contrazione del credito sarà scoraggiata dalla Fed, cercando di evitare un crollo più profondo seguendo i rimedi monetari stabiliti.

Il margine di manovra della Fed sarà severamente limitato dall’aumento dell’inflazione dei prezzi, che può solo combattere con tassi di interesse più elevati. I più alti tassi di interesse diventeranno una trappola del debito che si chiude saldamente sulle finanze pubbliche, costringendo la Fed ad acquistare titoli del Tesoro USA sotto la copertura di stimoli monetari. La vera ragione del QE sarà che con un deficit di bilancio in rapido aumento che supera 1.5 trilioni di dollari e oltre, la Fed vorrà sopprimere i costi di finanziamento rispetto a quello che il mercato richiederà. Le condizioni economiche saranno diagnosticate come un grave caso di stagflazione. In realtà, gli Stati Uniti saranno intrappolati in una trappola del debito dalla quale la linea di minor resistenza accelererà l’inflazione monetaria.

Risulterà difficile per i banchieri centrali neo-keynesiani capire l’apparente contraddizione che un’economia può subire nello stesso momento un crollo e un’escalation dell’inflazione dei prezzi. È, tuttavia, la condizione di tutte le fluttuazioni monetarie e iperinflazioni subite dalle economie con monete fiat indifferenti. La scelta sarà quella di riscrivere i libri di testo, scartando il pensiero di gruppo corrente o il soldato. Possiamo essere certi che i neo-keynesiani si eserciteranno, perché sono intellettualmente incapaci di riformare la politica monetaria esistente in un modo accettabile per loro.

Questo sarebbe il probabile risultato della crisi del credito in via di sviluppo se non fosse per fattori esterni. C’è un precedente per questo, e possiamo aspettarcelo da un’analisi puramente teorica. Sarebbe una crisi continua, peggiorando progressivamente, passando da sei mesi a un anno per svolgersi, seguita da un periodo di ripresa economica. Ma c’è un’enorme difficoltà con questa analisi per l’economia statunitense, e questa è la politica monetaria statunitense che è stata a lungo coordinata con le politiche monetarie di altre importanti banche centrali attraverso forum come la Banca per gli accordi internazionali, le riunioni del G20 e del G7.

L’elezione a sorpresa del presidente Trump ha sconvolto questo carrello delle mele con il suo inatteso stimolo di bilancio e lo scempio che sta scatenando nel commercio internazionale. Il risultato è che la Fed non è più sulla stessa pagina delle altre principali banche centrali, in particolare la Banca del Giappone e la Banca centrale europea. Pertanto, a differenza delle fasi di crisi dei precedenti cicli di credito, l’Eurozona lo inserisce con tassi di interesse negativi, così come il Giappone, che sta creando enormi tensioni monetarie e bancarie. Metteremo il Giappone da una parte nella nostra ricerca di effetti sistemici ed economici a cascata innescati dall’aumento dei tassi di interesse della FED, concentrandoci invece sull’Eurozona, il cuore dell’Unione europea.

L’Eurozona è irrimediabilmente fallita

È facile concludere che l’UE, e in particolare la zona euro, sia una bomba a orologeria finanziaria e sistemica che aspetta di accadere. La maggior parte dei commenti si è concentrata su problemi regolarmente sistemati, come la Grecia, l’Italia o il salvataggio imminente di Deutsche Bank. Questo è un errore. La banca centrale europea e la macchina dell’UE sono abili nell’affrontare problemi di questo tipo, soprattutto sforzandoli, mentre acquistano tutto. Come ha detto famoso Mario Draghi, qualunque cosa serva.

C’è un presupposto affinché questo gioco di parole funzioni. Il denaro deve continuare a fluire nel sistema finanziario più rapidamente di quanto la domanda per esso si espanda, perché il mantenimento dei valori degli asset è la chiave. E la BCE ha fatto proprio questo, con tassi di deposito negativi e il suo programma di acquisto di asset da 2,5 trilioni di euro. Quel programma termina questo mese, rendendolo il probabile punto di svolta, per cui tutto inizia a sbagliare.

La maggior parte del denaro della BCE è stato speso in titoli di stato per una ragione secondaria, e ciò per garantire che i governi dell’Eurozona restino nel sistema euro. Politici dissoluti nelle nazioni mediterranee sono presto disabituati dei loro desideri di tornare alle loro vecchie valute. Immaginate solo i tassi d’interesse che gli italiani dovrebbero pagare in lire per i loro 2,85 miliardi di euro di debito pubblico, dati una base imponibile del PIL del settore privato di soli 840 miliardi di euro, appena un terzo di quel debito pubblico.

Non ci vuole mai tempo per i politici italiani appena eletti a capire perché debbano rimanere nel sistema dell’euro, e che la BCE garantirà di mantenere i tassi di interesse significativamente più bassi di quanto non sarebbero altrimenti. Eppure la BCE sta ora rinunciando agli acquisti di asset, quindi non comprerà il debito italiano o altro per quella materia. Il rigging del mercato del debito sovrano dell’Eurozona è a un punto di svolta. La fine di questa fonte di finanziamento per i PIGS è davvero una questione molto seria.

Un effetto collaterale del programma di acquisto di attività della BCE è stata la riduzione dei prestiti bancari della zona euro al settore privato, che è stato affollato dall’attenzione al debito pubblico. Questo è illustrato nella seguente tabella.

In seguito alla crisi di Lehman, le banche sono state costrette ad aumentare i prestiti alle società del settore privato, il cui flusso di cassa aveva avuto un brutto colpo. All’inizio del 2012 questo ha iniziato a invertirsi, e oggi le attività bancarie non finanziarie totali sono persino inferiori a quelle che erano seguite alla crisi di Lehman. La pressione normativa è una grande parte della ragione di questa tendenza, perché secondo la versione europea delle regole del Comitato di Basilea, il debito pubblico in euro non richiede una ponderazione del rischio, mentre il debito commerciale lo fa. Quindi il nostro primo segno di pericolo è che il sistema bancario dell’Eurozona ha assicurato che le banche caricassero sul debito pubblico a spese dei mutuatari commerciali non finanziari.

Il fatto che le banche non servano il settore privato aiuta a spiegare perché il PIL nominale dell’Eurozona è rimasto stagnante, calando del 12% nelle sei maggiori economie dell’eurozona nei dieci anni fino al 2017. Nel frattempo, la moneta M3 dell’Eurozona è aumentata del 39,2%. Con entrambi i programmi di acquisto di attività della BCE e l’applicazione del nuovo credito bancario commerciale bypassando l’economia reale, non sorprende che i tassi di interesse siano ora in linea con quelli degli Stati Uniti, la cui economia è tornata alla piena occupazione sotto forti stimoli fiscali. Il risultato è stato che le banche possono indebitarsi sul mercato LIBOR in euro a tassi negativi, vendere euro per dollari e investire in buoni del tesoro del governo degli Stati Uniti per un guadagno di andata e ritorno compreso tra il 25% e il 30% quando è basato sul capitale di base della banca.

La politica monetaria della BCE è stata quella di ignorare questo arbitraggio sui tassi di interesse al fine di sostenere una sopravvalutazione eccessiva nell’intera gamma di obbligazioni denominate in euro. Non può andare avanti per sempre. Fortunatamente per Mario Draghi, la pressione per cambiare marcia è diminuita leggermente quando i segnali di un rallentamento economico degli Stati Uniti sembrano essere in aumento, e con esso, ulteriori aumenti del tasso di interesse del dollaro sono stati posticipati.

TARGET2

Il nostro secondo segnale di pericolo sono i massicci squilibri interbancari di TARGET2, che non hanno avuto importanza finché tutti hanno fiducia che non ha importanza. Questa fede è la colla che tiene insieme un gruppo eterogeneo di banche centrali nazionali. Di nuovo, si riduce al mantenimento dei valori delle attività, perché anche se le attività non sono formalmente designate come garanzie, i loro valori confermano la fiducia nel sistema TARGET2.

Grandi squilibri si sono accumulati tra le banche centrali intraregionali, come mostrato nel nostro prossimo grafico, a partire dal momento della crisi di Lehman.

La Bundesbank tedesca, con poco meno di 900 miliardi di euro, è la più dovuta, e l’Italia, a poco meno di 490 miliardi di euro, deve il massimo. Questi squilibri riflettono l’accumulo di squilibri commerciali tra stati membri e movimenti di capitale non commerciale, che riflettono la fuga di capitali. Inoltre, gli squilibri si verificano quando la BCE ordina a una banca centrale regionale di acquistare obbligazioni emesse dal suo governo e dalle entità locali. Ciò rappresenta un deficit di TARGET2 di 251 miliardi di euro alla BCE, e le eccedenze per bilanciare questo deficit sono diffuse tra le banche centrali regionali. Ciò compensa altri deficit, quindi la Banca d’Italia deve molto più alle altre banche regionali di quanto suggerisce il titolo da 490 miliardi di euro.

La fiducia nel sistema è cruciale per le banche centrali regionali dovute, principalmente Germania, Lussemburgo, Paesi Bassi e Finlandia. Se si verifica un generale deterioramento dei valori della garanzia dell’Eurozona, gli squilibri di TARGET2 inizieranno a essere importanti per questi creditori.

Banche dell’Eurozona

Le banche commerciali dell’Eurozona affrontano una serie di problemi. Il modo migliore per illustrarli è tramite una breve lista:

  • I corsi azionari delle banche di rilevanza sistemica si sono comportati male dopo la crisi di Lehman. In Germania, Commerzbank e Deutsche Bank sono diminuite dell’85% dai massimi post-Lehman, Santander in Spagna del 66% e Unicredit in Italia dell’88%. I prezzi delle azioni nel settore bancario sono di solito un barometro affidabile dei rischi sistemici.
  • La funzione principale di una banca dell’Eurozona è sempre stata quella di garantire il finanziamento del debito pubblico rispettivo. Questo è diventato un problema sistemico particolarmente acuto nei PIGS.
  • Basilea II e gli imminenti regolamenti di Basilea III non impongono alle banche di assumere un taglio di rischio sul debito pubblico, incoraggiandoli quindi a sovrappesare il debito pubblico nei loro bilanci e sottopesare il debito societario equivalente. Le banche non servono più il settore privato, se non a malincuore.
  • Le banche dell’Eurozona tendono ad avere un gearing di bilancio superiore rispetto a quello di altre giurisdizioni. Un ribasso relativamente contenuto dei prezzi dei titoli di Stato mette alcuni di loro a rischio immediato e, se i prezzi delle obbligazioni declinano, sono le banche più deboli a far cadere tutto il sistema bancario.
  • Le banche dell’Eurozona sono collegate al sistema bancario globale attraverso l’esposizione interbancaria e mercati derivati, quindi i rischi sistemici nell’Eurozona sono trasmessi ad altri sistemi bancari.

Questo elenco non è esaustivo, ma si può facilmente vedere che un contesto di calo dei prezzi delle attività e maggiori rendimenti dei titoli in euro aumenta le minacce sistemiche all’intero sistema bancario. Come nel caso del fallimento dell’Austria-credito di Anstalt nel 1931, una caduta del domino nell’UE può facilmente far cadere il resto.

La stessa BCE è un rischio

Come affermato sopra, la BCE attraverso i suoi vari programmi di acquisto di attività ha causato l’accumulo di circa 2,5 trilioni di euro di debito, per lo più in titoli di stato. Le banche centrali del sistema euro hanno ora un totale di bilancio di 4,64 trilioni di euro, per il quale la BCE è il direttore del circo. La maggior parte di questo debito è parcheggiata nei bilanci delle BCN, riflesso negli squilibri di TARGET2.

Il capitale azionario sottoscritto della BCE è pari a 7,74 miliardi di euro e il suo totale di bilancio è pari a 414 miliardi di euro. Ciò dà un cambio operativo sul capitale di base di 53 volte. I titoli detenuti a fini monetari (la parte del debito pubblico acquistata in base a vari programmi di acquisto di attivi riportati a bilancio) sono esposti a 231 miliardi di euro (sarà ulteriormente aumentato nell’anno corrente). Ciò significa che una diminuzione del valore di questi titoli di appena il 3% cancellerà tutto il capitale della BCE.

Se la BCE vuole evitare una ricapitalizzazione imbarazzante quando, come ormai sembra sicuro, i rendimenti obbligazionari salgono, deve continuare a riguadagnare i mercati delle obbligazioni in euro . Pertanto, la reintroduzione dei suoi programmi di acquisto di attività per far cessare i rendimenti obbligazionari diventa l’ultima avventura dei dadi. La trappola del debito in cui si trovano i governi della zona euro è diventata anche una trappola per la BCE.

Conclusione

Possiamo vedere che la crisi del credito globale è stata ora innescata. Succede sempre ad un certo punto comunque. Gli inneschi immediati sono stati non monetari, essendo la combinazione della reflazione fiscale del presidente Trump in ritardo nel ciclo del credito e la sua imposizione di tariffe sulle merci importate. L’indebolimento di altre economie dalla guerra tariffaria di Trump è un ulteriore fattore che indebolisce le prospettive economiche globali.

Dati questi sviluppi di bilancio, la Fed non ha avuto altra scelta che cercare di normalizzare urgentemente i tassi di interesse, portando avanti la crisi del credito.

L’inazione da parte della Fed avrebbe indubbiamente visto accelerare l’inflazione dei prezzi, anche tenendo conto dei limiti di un indice dei prezzi al consumo fortemente soppresso. Il rallentamento dell’economia statunitense ha, almeno a breve termine, ridotti fattori di inflazione dei prezzi. Ma come discusso in questo articolo è improbabile che duri.

Questi sviluppi monetari sono giunti in un momento in cui due importanti banche centrali, la BCE e la Banca del Giappone applicano ancora tassi di interesse negativi. La disparità tra queste politiche e quella della Fed, oltre a creare tensioni monetarie e valutarie, porterà quasi certamente a rivedere le politiche monetarie. Solo questo mese, l’allentamento quantitativo nell’Eurozona cessa ei prezzi delle obbligazioni dovrebbero diminuire in modo significativo senza di esso. Seguirà sicuramente un aumento del tasso di deposito della BCE da meno 0,4%, ed è difficile vedere come si possa prevenire una crisi sistemica in atto nella regione.

Dalla crisi di Lehman, l’inflazione è stata per lo più imbottigliata nel settore finanziario, mentre è statisticamente soppressa nell’economia produttiva. Questo sta per cambiare, portando a un eccesso di depositi presso le banche che cercano di sfuggire alle conseguenze del loro dispiegamento principalmente per speculazioni finanziarie. Non darà una spinta al consumo, perché i consumatori sono al massimo e la disoccupazione sta aumentando. Semplicemente indebolirà il potere d’acquisto di una valuta fiat sempre più indesiderata e non voluta.

SPY FINANZA/ La verità (e l’inganno) dietro il rimbalzo delle Borse

Santo Stefano per Wall Street ha portato un importante rimbalzo. Meglio però non fidarsi di questo tipo di rallies delle Borse

28.12.2018 – Mauro Bottarelli ilsussidiario.net

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LaPresse

Ma come, Wall Street piazza un rimbalzone record, addirittura con il Dow Jones che chiude la seduta del 26 dicembre in rialzo di 1.000 punti, il Nikkei da buon cane di Pavlov completamente dopato e spinto dalle banche entrate in azione piazza un +3,9%, maggior rialzo intraday da due anni a questa parte e l’Europa delude così? Niente fuochi d’artificio a Milano come a Francoforte o Madrid, almeno stando alla parte di contrattazioni che ho potuto seguire prima di inviare questo articolo? Brillavano solo Londra sulle indiscrezioni di un aumento del sostegno parlamentare all’accordo stretto da Theresa May con l’Ue in vista del voto a Westminster del 14 gennaio e Parigi, sospinta paradossalmente dal dato relativo all’aumento record della cassa integrazione a causa delle proteste dei “Gilet gialli”, più 43mila unità: di fatto, Emmanuel Macron può prepararsi a un sereno Capodanno. Il nuovo ’68 è ufficialmente finito. Insomma, particolarismi. E una tantum. 

Ma attenzione, quelli strani non siamo noi. Sia chiaro. Le Borse europee scontano criticità strutturali e reali, Milano ad esempio il pasticciaccio di Carige (controbilanciato da un altro evento una tantum, ovvero la performance prenota-scudetto del titolo Juventus dopo la sconfitta del Napoli a San Siro) che, se non affrontato debitamente e in tempo, rischia di mandare di traverso pane e Nutella al ministro Salvini. La follia vera è quella che si è consumata il giorno di Santo Stefano a Wall Street. E, per quanto possa sembrarvi paradossale, quella chiusura record è la prova provata che il peggio è davanti a noi, che il mercato è in bear market e che, soprattutto, la recessione rischia di farsi avanti a grandi falcate.

Mi spiego più approfonditamente. Nella seconda parte del mio articolo natalizio, uscita proprio il 26 dicembre, spiegavo chiaramente che non sarebbe stato affatto inusuale attendersi un mini-rally di fine anno in Borsa, anche di dimensioni notevoli. E così è stato. E sapete perché? Proprio per il motivo che riportavo nell’articolo: Dio benedica i fondi pensione! Quella che può apparire un’invocazione blasfema è invece il sunto migliore per descrivere quanto accaduto nella prima giornata di contrattazioni a Wall Street dopo la chiusura natalizia. Questi grafici mettono l’intera situazione in prospettiva: il programmato ribilanciamento monstre del portafoglio d’investimento dei fondi pensione statunitensi comportava infatti un acquisto di titoli azionari tra il 24 e il 31 dicembre per un controvalore di 64 miliardi di dollari. Il tutto, appunto in quattro giorni e mezzo di contrattazioni. Quindi, denaro garantito che sarebbe affluito principalmente sull’indice Dow Jones, quello di riferimento: il quale, infatti, ha segnato a Santo Stefano la crescita intraday maggiore della sua storia. 

Ma non basta, perché la giornata sembrava preparata a tavolino. Dopo aver rovinato il Natale a un bimbo di 7 anni, dandogli di fatto del giovane problematico per il fatto di credere ancora a Babbo Natale ed essersi poi lamentato via Twitter di essere da solo alla Casa Bianca, Donald Trump aveva parlato con la stampa e le sue parole erano state chiare. Dopo aver rassicurato rispetto al posto di lavoro del segretario al Tesoro, Steven Mnuchin e a quello di Jerome Powell, il Presidente aveva lanciato un paio di segnali, uno palese e l’altro più sottile. Il primo era un consiglio per gli acquisti da piazzista navigato, un misto fra gramsciano ottimismo della volontà e più volgare certezza di un rimbalzone del gatto morto, grazie ai pensionati del Mid-West e della Florida: “Abbiamo grandi aziende in America, le più grandi di tutte. Per questo penso che questa sia un’enorme occasione per comprare, davvero grande”, ha dichiarato Trump. Poi, la frase più sibillina: «La Fed sbaglia ad alzare i tassi così velocemente, ma molto presto porrà rimedio». Auspicio? O certezza che Jerome Powell, pur di mantenere il suo posto, cederà alle pressioni della Casa Bianca? 

Un solo dato: stando al mercato dei Fed Funds del 24 dicembre, a oggi le possibilità di un taglio dei tassi nel gennaio 2020 sono maggiori di quelle di un loro rialzo. Orizzonte apparentemente lontano, ma non per le tempistiche della finanza: significa che il mercato già oggi prezza l’inizio di una recessione conclamata – e, quindi, della risposta della Banca centrale Usa attraverso un ciclo di espansione monetaria – entro un anno. Ma come se l’abbinata fondi pensione-Trump non fosse stata sufficiente, a dare una mano agli indici a dar vita a quel clamoroso rimbalzo ci ha pensato la cosiddetta smart money, rivelatasi in questo caso tutt’altro che smart: ovvero, i Cta (Commodity Trading Advisors) e gli hedge funds. I primi passati in massa in posizione short e i secondi con l’esposizione netta al mercato attualmente al livello più basso da 3 anni a questa parte. 

Questo grafico contestualizza il tutto: con gli shorts aumentati di colpo, la dinamo dell’accoppiata fra fondi pensione e Casa Bianca ha fatto scattare un colossale short squeeze che, a sua volta, ha innescato un trend auto-alimentate dei rialzi, già molto sostenuti da metà contrattazioni in poi. Nelle prime due ore, infatti, i primi 200 punti di rialzo del Dow Jones si erano polverizzati in pochi istanti di vendite da panico: poi, l’ingresso della “mano visibile” dei fondi pensione – forse un po’ in ritardo, rispetto alle attese – ha raddrizzato la situazione. Infine, le chiusure obbligate di quelle posizioni ribassiste hanno fatto il resto. Ma non basta ancora. Quanto avvenuto il 26 dicembre a Wall Street è palesemente fuori dall’ordinario e sintomo di una disconnessione di fondo del mercato, certamente non imputabile – come ormai è prassi – soltanto alle dichiarazioni in libera uscita di Trump o agli algoritmi che fanno impazzire gli indici. 

Il giorno dopo aver patito la peggior perdita della storia per la vigilia di Natale, infatti, lo Standard&Poor’s 500 ha guadagnato 116,6 punti, il maggior rimbalzo dalla crisi finanziaria e secondo soltanto al +7% del marzo 2009, in piena campagna di turbo-rialzi del primo Qe della Fed. Qualche altra statistica sospetta? Eccone tre. Tutti e tre i principali indici statunitensi hanno guadagnato almeno il 4% nella seduta del 26 dicembre, un qualcosa che non avveniva dal 2011, oltretutto sia con il Dow Jones che con lo Standard&Poor’s solo frazionalmente distanti dalla quota psicologica del +5%. Secondo, la performance del Dow Jones è stata lo specchio perfetto di quella della vigilia di Natale, quando tutte e 30 le componenti comprese nell’indice andarono in rosso. Il 26 dicembre, tutte in rialzo. Prima volta che accadeva un fenomeno simile dal 2015 e solo la decima volta dal 2000. Terzo, per la prima volta in assoluto, il 99,8% dei 505 titoli quotati sullo Standard&Poor’s 500 ha chiuso la contrattazione di Santo Stefano in verde. Il primato precedente (99,6%) risaliva al 2011, in piena era Qe e vedeva in rialzo 498 degli allora soli 500 titoli quotati. E sapete qual è stato l’unico titolo a chiudere in rosso mercoledì? La Newmont Mining. In contemporanea con il calo dell’altro grande sconfitto in questa giornata di rialzi storici e pressoché generalizzati: l’oro, schiacciato dal dollaro arrivato a un passo dai massimi di quest’anno. Pessimo segnale, conoscendo la suscettibilità del bene rifugio per antonomasia, quello che tesaurizza le aspettative di crisi serie. 

Che dite, a vostro modo di vedere, una performance così anomala può essere ritenuta un segnale di ritrovata salute del mercato? Donald Trump ha fatto il miracolo, spingendo gli americani a salire in giostra? Il rally di Santo Stefano è stato il classico segnale di all clear per tornare a investire in equities? La storia pare dire altro: rallies furiosi e irrazionali come questi, in entrambe le direzioni, sono molto più frequenti durante un mercato dell’Orso che del Toro. Ovvero, ribassista. La pensa così, ad esempio, Michael Antonelli, equity sales trader per la Robert Baird: «Quella a cui abbiamo assistito non è certo il tipo di price action che si presenta in un normale mercato rialzista. Ciò a cui abbiamo assistito è stato soltanto, in gran parte, un rally da copertura di shorts. Con questo non sto dicendo che siamo nella stessa situazione del 2008, almeno per ora, ma guardiamo proprio a quell’anno infausto: fra il 10 e il 13 ottobre, il mercato salì di quasi il 12% in un giorno. E fra il 27 e il 28 dell’11%. E sempre stato così: i mercati ribassisti danno sempre vita ad alcuni rallies molto estremi. Uno dei grandi motti di Wall Street è appunto che il rally legato a un bear market sembra molto più bello di come in realtà sia. Quindi, non mi stupirei affatto di qualche altro aumento del 3 o 4% in un giorno nel prossimo futuro».

Per Fred Hickey, direttore di High-Tech, «quella a cui abbiamo assistito è un tipo di volatilità che è insita nei mercati ribassisti. Il mercato era oversold nel breve termine e, quindi, prono a forti rallies di breve durata. Ma un rialzo di 1.086 punti come quello vissuto dal Dow Jones, anche se salutato con gioia e giubilo di qualcuno, vi assicuro che spaventa a morte altri investitori e li fa fuggire ancora più lontani. Questo perché scossoni così irrazionali dimostrano plasticamente come l’attuale ambiente di mercato sia davvero troppo pericoloso per investitori con avversione al rischio». 

Non siete convinti del tutto? Pensate che qualcuno voglia nascondervi l’occasione d’acquisto della vita, ora che il mercato pare essersi sfogato con i tracolli di ottobre e le sfuriate invernali, fino a quella tombale della vigilia? Attenzione a ciò che cercate, perché potreste trovarlo. Per due motivi. Primo, ce lo mostra questo grafico, basato sull’elaborazione compiuta da Bloomberg di dati relativi ai precedenti otto mercati del Toro durante i quali lo Standard&Poor’s 500 ha vissuto rallies superiori al 2,5%: parliamo di oltre 120 occasioni. E prendendo solo il lasso temporale relativo al fallimento Lehman fino al marzo 2009, ovvero sette mesi all’incirca, abbiamo addirittura 13 giornate diverse in cui l’indice newyorchese ha piazzato rialzi superiori addirittura al 4%. 

Guardate bene il grafico: il cluster più grande di questi eventi estremi si è verificato fra il tardo 2008 e l’inizio del 2009, prima del crollo del mercato e l’entrata in recessione globale da crisi finanziaria conclamata. Non basta ancora? Quando mancavano dieci minuti alla campanella di chiusura della seduta record del 26 dicembre, Bloomberg rilanciava la notizia in base alla quale una delegazione del governo statunitense si recherà la settimana del 7 gennaio a Pechino per colloqui con funzionari cinesi sul tema del commercio. La ciliegina finale sulla torta dell’ottimismo globale. Insomma, anche volendo Wall Street non poteva che chiudere in modalità record. 

Resta un solo interrogativo, dopo questa iniezione di fiducia ed entusiasmo: quanti altri soggetti saranno obbligati a comprare 64 miliardi di dollari in titoli azionari, da qui in avanti e rendendo anche perfettamente noto al mercato l’arco temporale dei loro acquisti? Attenti a non farvi ingannare. La Fed sarà costretta a fare marcia indietro e questo innescherà certamente un rally, probabilmente alimentato anche dalla compressione dei rendimenti obbligazionari che farà tornare profittevole la pratica dei buybacks di massa (emetto debito a costo molto basso per finanziare riacquisto di miei titoli, facendoli salire di prezzo e abbassando il flottante), ma prima di arrivare alla stabilizzazione di quel trend, la vera missione statutaria dell’amministrazione Trump, toccherà farsi parecchi giri sulle montagne russe. E se non sai legarti bene e tenerti forte ai sostegni, precipiti di sotto. 

Boia che molla

Alessandra Daniele camillaonline.it 23.12.18

Dopo aver promesso di battere i pugni, pestare i piedi, digrignare i denti e strabuzzare gli occhi, i Grilloverdi hanno calato le braghe.
Inflessibili coi naufraghi anche la notte di Natale, a 90° coll’UE. Dopo tanti “Me ne frego” e “Noi tireremo dritto”, ovviamente hanno mollato.
Mentre il prestanome Conte, e Tria di Forza Italia riscrivevano la “Manovra del Popolo” sotto dettatura dei commissari europei – blocco della rivalutazione delle pensioni, blocco delle assunzioni nella pubblica amministrazione, tagli, tasse, sanguinose clausole di salvaguardia – Di Maio e Salvini cercavano di distrarre gli italiani con la solita propaganda ridicola, e le abituali Mosse Kansas City.
A ben vedere, tutto il Grilloverde è una Mossa Kansas City, un governo di distrazione di massa che fa credere agli italiani d’essere riusciti a ottenere qualche cambiamento, per impedirgli d’incazzarsi sul serio in stile Gilets Jaunes.
Il trucco però funziona sempre meno, anche se dai sondaggi si nota poco: se il consenso elettorale del governo rimane intorno al 60% degli aspiranti elettori, aumentano però progressivamente indecisi e astenuti, il che significa che quel presunto 60% rappresenta un numero assoluto di voti sempre minore. 
Fin da bambini veniamo condizionati a credere a ogni sorta di cazzate. Babbo Natale, Mary Poppins, il Santo Graal, Giove in Sagittario. Chi non crede a nulla viene emarginato, considerato cinico, arido, immorale.
Così i Cazzari professionisti hanno gioco facile a illudere le masse, sia per vendergli un’alga dimagrante che un Governo del Cambiamento. 
Nell’era della comunicazione sempre più fitta e accelerata però il Velo di Maya si sgrana in fretta.
Il Grilloverde non manterrà nessuna delle sue iperboliche promesse – nazionalizzazione della società autostrade, abolizione della legge Fornero, 600.000 rimpatri, cinque milioni di sussidi – e presto anche ai credenti più devoti toccherà aprire gli occhi.
E la fine del quantitative easing s’avvicina.
La resa ai diktat di Bruxelles difficilmente salverà il Grilloverde da quello che pare comunque il suo destino manifesto, la sua principale funzione: essere d’esempio agli elettori europei di ciò che si rischia a votare il Cazzaro “sbagliato”.
Perché il Grilloverde non è il figliol prodigo.
È il vitello grasso.

Il fine anno difficile di Mps e Banca Carige

MARCELLA MERLO (ANSA) themeditelegraph.it 28.12.18

Milano – Mps fa i conti col suo passato alle prese con quasi 1,5 miliardi di euro di contenziosi aperti contro i disastri della gestione di Mussari e Vigni.

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Milano – Mps fa i conti col suo passato alle prese con quasi 1,5 miliardi di euro di contenziosi aperti contro i disastri della gestione di Mussari e Vigni e di quella più recente di Profumo e Viola. Ma su quest’ultima non teme di uscire sconfitta dai tribunali e non fa accantonamenti.Carige è invece alla prese col suo presente e con un salvataggio ancora da trovare dopo che l’astensione a sorpresa del suo primo socio Malacalza ha bloccato l’aumento di capitale necessario a rimborsare il bond sottoscritto per 320 milioni dal Fondo Interbancario di tutela dei depositi. La palla per trovare una soluzione, all’indomani degli incontri in Bce, è tornata in mano ai vertici dell’istituto genovese, il presidente Pietro Modiano e l’a.d Fabio Innocenzi, e dovrà passare per il suo imprevedibile socio, al 27,5%, la Malacalza Investimenti.

Per il piano di sistema finito in standby uno sbocco potrebbe essere rappresentato dalla conversione in azioni del bond che vedrebbe il fondo, dove a pesare di più sono le maggiori banche italiane Intesa e Unicredit, diventare socio al 49%. A quel punto il nome Intesa, alla luce dell’intervento nelle banche venete, appare il più verosimile, in caso di moral suasion da parte delle autorità di vigilanza, per prendere le redini dell’operazione. Ma per ora gli scenari sono soltanto immaginati nella ricerca di un possibile compratore mentre il titolo in Borsa è rimbalzato (+15% a 0,15 centesimi). Quanto a Siena, oggi in mano al Mef dopo il salvataggio fatto dal governo di Matteo Renzi, la banca su richiesta della Consob ha dato la cifra, pari a 1,48 miliardi, del petitum legato alle vertenze giudiziali, civili e penali, e alle richieste stragiudiziali relativi all’acquisto di strumenti finanziari emessi in occasione degli aumenti di capitale 2008, 2011, 2014 e 2015 o sui mercati sulla base di informazioni non corrette contenute nei prospetti informativi o nei bilanci o nelle informazioni price sensitive diffuse nel periodo 2008-2015. Mps ha spiegato di aver accantonato solo la cifra (non rivelata) che si aspetta di dover sborsare per gli anni sotto la guida di Giuseppe Mussari, mentre per il periodo del tentato rilancio prima del salvataggio, il 2012-2105 con presidente Alessandro Profumo, non ha fatto alcun accantonamento valutando il rischio di uscire sconfitta dai contenziosi come “non probabile”.

Carige, «con Chenavari accordo pessimo»: ascolta gli audio di Modiano e Innocenzi

themeditelegraph.com 28.12.18

Genova – «Questo è un contratto pessimo dal punto di vista della redditività e delle conseguenze sullo stato patrimoniale e sul conto economico di questa banca», ha detto il presidente Pietro Modiano.

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Genova – «Questo è un contratto pessimo dal punto di vista della redditività e delle conseguenze sullo stato patrimoniale e sul conto economico di questa banca. È un contratto la cui responsabilità in alcun modo può ricadere sul consiglio d’amministrazione in carica e su chi poi ha dovuto onorarlo. Era un contratto formulato in modo binding e che il tribunale ci ha imposto di firmare». Lo ha detto il presidente di Carige, Pietro Modiano, sabato scorso parlando all’assemblea degli azionisti a proposito dell’accordo con Chenavari per procedere al closing della cessione dell’80,1% delle azioni di Creditis entro il 28 marzo 2019. Carige procederà anche alla stipula di un contratto di distribuzione di lungo termine con Creditis.

ASCOLTA L’AUDIO DI PIETRO MODIANO 
ASCOLTA L’AUDIO DI FABIO INNOCENZI

«Abbiamo provato a modificare questo contratto, ma il risultato è stato un contenzioso con la società Cenavari – ha ricordato l’a.d. di Carige, Fabio Innocenzi – Abbiamo fatto una serie di udienze a Milano e alla fine abbiamo visto che l’unico modo per tutelare la nostra banca era dare esecuzione al contratto, sostanzialmente nelle forme previste». Innocenzi ha ricordato che «abbiamo ottenuto due modifiche: possiamo procedere nella cartolarizzazione e relativi pronti termine sugli attivi di Cenavari, cosa che dà respiro alla nostra banca. Poi abbiamo ottenuto di non avere il finanziamento alla controparte, quindi non saremo noi a finanziare l’acquisto della società, in modo da poter tenere i nostri crediti focalizzati su aziende del territorio». Modiano ha ricordato che l’operazione «non pregiudica in alcun modo considerazioni e relative azioni riguardanti la validità aborigena del contratto, ovvero se quando è stato fatto in condizioni di legittimità. La cosa è molto delicata – ha sottolineato il presidente di Carige – perché comporta l’accertamento di responsabilità da parte di tutte le due parti contrattuali, ma è ovviamente nostro compito accertare tutti i motivi per cui, eventualmente, questo contratto pessimo possa essere invalidato. La cosa è complicata, ma rientra nei tre punti dell’ampia ricognizione sul passato di questa azienda che abbiamo avviato».

È tempo di cambiare il calendario, una volta per tutte

Steve Hanke

Steve HankeContributor forbes.com 20.12.18

Per più di 500 anni il libro più popolare e influente dopo La Bibbia fu The Golden Legend di Jacobus de Varagine. Alla fine del XIII secolo, Varagine era alle prese con il modo in cui i cristiani medievali percepivano il tempo: mappava il calendario liturgico e le storie dei santi della festa ad esso associati. Il libro era bestseller.

Flash avanti ad oggi, ora sprechiamo una grande quantità di tempo armeggiando con il calendario Gregoriano imperfetto. Per prima cosa, i nuovi calendari devono essere stampati ogni anno. Che spreco di tempo e denaro.

Ma questo non è l’unico costo del nostro calendario gregoriano. In effetti, ci sono una serie di problemi e inefficienze associate a questo. Sotto il calendario gregoriano, la pianificazione dei giorni per le vacanze, gli eventi sportivi e gli orari scolastici – per citarne solo alcuni – deve essere rifatta ogni anno. Che spreco di tempo e denaro.

Il calendario gregoriano causa anche confusione quando si tratta dell’antica idea del “tempo è denaro”. Ad esempio, per determinare quanti interessi maturano per un’ampia gamma di strumenti – obbligazioni, mutui, swap, contratti a termine, ecc. – sono necessari i conteggi giornalieri. Il calendario attuale contiene le complessità e le anomalie che creano problemi di conteggio dei giorni. Di conseguenza, una vasta gamma di convenzioni si è evoluta nel tentativo di semplificare i calcoli sugli interessi. Per i titoli di stato statunitensi, gli interessi maturati tra due date si basano sul rapporto tra il numero effettivo di giorni trascorsi al numero effettivo di giorni tra i pagamenti degli interessi (effettivi / effettivi). Per comodità, le società statunitensi, i comuni e molti altri titoli di agenzia utilizzano la convenzione del conteggio dei 30/360 giorni. Queste diverse convenzioni creano le proprie complicazioni, inefficienze.

Nello specifico, le discrepanze tra le convenzioni di conteggio dei giorni effettivi / effettivi e di 30/360 giorni si verificano con tutti i mesi che non hanno esattamente 30 giorni. L’esempio migliore deriva dal calcolo degli interessi maturati tra il 28 febbraio e il 1 marzo in un anno non bisestile. Un’obbligazione societaria maturerebbe tre giorni di interessi, mentre un titolo governativo maturerebbe interessi solo per un giorno.

Altri problemi finanziari di calendario sono generati anche dal calendario gregoriano. Ad esempio, nel 2012, Apple è stata coinvolta in un fiasco di segnalazione trimestrale. Dopo l’annuncio dei guadagni del quarto trimestre 2012, Apple ha subito la peggiore perdita di un giorno in quattro anni, a causa del mancato rispetto delle aspettative di Wall Street da parte dell’azienda. Ciò è dovuto in gran parte a un semplice errore generato dal calendario – la maggior parte degli analisti non ha tenuto conto del fatto che il quarto trimestre di Apple 2012 è stato inferiore di una settimana rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente.

Alla radice di questo errore è il problema del trimestre di 13 settimane. Apple, come molte altre società, definisce i suoi trimestri fiscali in periodi di 13 settimane. Con il calendario gregoriano, ciò richiede l’aggiustamento (l’aggiunta di una settimana in più ogni cinque o sei anni). Apple ha aggiunto la settimana in più nel 2011 e molti analisti di Wall Street non sono riusciti a cogliere questo cambiamento di calendario tra il 2011 e il 2012.

Negli ultimi 400 anni abbiamo visto solo una manciata di sforzi coesi per standardizzare il calendario moderno o per appianare i nodi pratici del calendario gregoriano. Sfortunatamente, nessuno ha ancora avuto successo, risultando in un sistema la cui inefficacia è stata accettata fino al punto di non tenerne conto. Tuttavia, ci sono lezioni preziose da apprendere dai precedenti tentativi di riforma del calendario.

La crociata per la modernizzazione del calendario ha trovato uno dei suoi più importanti campioni nell’industriale del XIX secolo George Eastman, il fondatore della Eastman Kodak Company. Spinto dal desiderio di creare un calendario più business-friendly, ha sviluppato il “piano Eastman”. Era uno dei primi modelli convincenti di un calendario fisso (o permanente) ed è stato progettato per eliminare le inefficienze pratiche e finanziarie generate dal Sistema di calendario gregoriano. Nell’ambito del piano Eastman, ogni 1 ° maggio sarebbe un martedì, ad esempio, e ogni vacanza cadrebbe lo stesso giorno della settimana ogni anno.

Per quanto innovativo, il piano di Eastman era per molti aspetti grezzo, non riuscendo in modo cruciale a spiegare e preservare il Sabbath. Come molti tentativi passati di riforma del calendario, il piano di Eastman era condannato a non affrontare le preoccupazioni religiose e culturali. In effetti, una delle principali critiche a tali riforme del calendario è che interferivano con i giorni di riposo religiosi, che svolgono un ruolo fondamentale nell’organizzazione dell’attività economica, vale a dire “la settimana lavorativa”.

Per risolvere i problemi generati dal calendario gregoriano ed evitare il trabocchetto del Sabbath che affliggeva George Eastman, io, insieme al mio collega Johns Hopkins e al professore di astronomia dell’Accademia Richard Conn “Dick” Henry, sviluppai il Calendario permanente Hanke-Henry(HHPC).

PROF. STEVE H. HANKE E PROF. RICHARD CONN HENRY

L’HHPC offre un modello completo per la revisione del calendario gregoriano contemporaneo. Aderisce al principio base di un calendario fisso: ogni data cade ogni anno nello stesso giorno della settimana. Quindi, il giorno di Capodanno sarebbe sempre un lunedì. L’anno sarà diviso in quattro trimestri trimestrali. I primi due mesi di ogni trimestre sarebbero composti da 30 giorni; il terzo avrebbe 31 giorni. Quindi, ogni trimestre contiene 91 giorni risultanti in un anno di 364 giorni composto da 52 settimane di sette giorni. Questa è una caratteristica vitale dell’HHPC: preservando il ciclo del Sabbath di sette giorni – e quindi non inserendo “giorni extra” che spezzano il ciclo settimanale – eviterebbe le maggiori lamentele da parte ecclesiastica che hanno condannato tutti gli altri tentativi di calendario riforma.

Ci sarebbe una disparità tra la lunghezza necessaria del nostro calendario (364 giorni) e quella del calendario astronomico (365,24 giorni). L’HHPC avrebbe tenuto conto di ciò aggiungendo una settimana addizionale al quinto o al sesto anno. Quindi, ci sarebbero sette giorni in più aggiunti al calendario, ad esempio 2020, 2026, 2032 e così via. Questa settimana aggiuntiva servirebbe allo stesso scopo del giorno in più che contiamo in un anno bisestile nel sistema attuale e mantenere il calendario in linea con le stagioni.

L’introduzione dell’HHPC creerà alcuni costi di transizione. È quello che io chiamo “Problemi di transizione di Niagara Falls”. Quando gli è stato chiesto di descrivere la sua esperienza di andare oltre le cascate del Niagara in un barile, il temerario un po ‘stordito ha detto, “sopra e sotto le cascate, era calmo, ma la transizione era una cagna.” Sì, le transizioni possono essere difficili, specialmente quando arriva a qualcosa di radicato come la nostra concezione del tempo. Per esempio, e contrariamente alla credenza popolare, quando papa Gregorio XIII ordinò l’imposizione del calendario gregoriano, la transizione non fu immediata.

La storia del compleanno di George Washington fa luce su quanto tempo effettivamente ha avuto la transizione. Il tipico calendario americano ha il 22 febbraio come compleanno ufficiale del primo presidente della nazione, ma la Bibbia della famiglia Washington indica una data diversa. La data effettiva è stata registrata come “l’undicesimo giorno di febbraio 1731/32”. La differenza riflette la natura esitante delle colonie britanniche di accettare il calendario riformato di Papa Gregorio XIII. Come conseguenza della decisione di usare il sistema del calendario di Giulio Cesare, la Gran Bretagna e le sue colonie furono letteralmente “indietro nei tempi”.

Tuttavia, dopo molti anni di rifiuto, la Gran Bretagna e le sue colonie accettarono il calendario gregoriano, nel 1752, ammettendo che il loro sistema doveva essere cambiato. Non è stato fino al 20 ° secolo che la Russia e molti altri paesi hanno infine abbandonato il calendario giuliano. Questo spiega perché la Rivoluzione d’Ottobre del 1917 ebbe luogo davvero il 7 novembre. Questi aneddoti storici mostrano che i sistemi di calendario scadono, e alla fine sono accettati nuovi sistemi di calendario.

Non c’è motivo per cui il cambio di calendari non possa avvenire più rapidamente oggi. In passato, nuovi calendari erano stati affidati da imperatori, come Giulio Cesare, e autorità ecclesiastiche, come papa Gregorio XIII, e così via. Oggi abbiamo i social media. Se il Calendario Permanente di Hanke-Henry diventa virale, e questo potrebbe solo fare il trucco, si romperà la presa del consenso mondiale che abbraccia un calendario di second’ordine imposto da un Papa più di 400 anni fa.

Steve H. Hanke | Professore | Economista | Autore | Esperto di valuta | Alum Casa Bianca. 
Steve Hanke è professore di economia applicata presso la Johns Hopkins University e senior fellow presso il Cato Institute. Più di quattro decenni Hanke ha consigliato dozzine di leader mondiali da R …DI PIÙ

Scritto da Steve H. Hanke della Johns Hopkins University. Seguilo su Twitter @Steve_Hanke.

Campari nel 2018 regina del Ftse Mib, Azimut maglia nera. Tonfo banche

finanzareport.it 28.12.18

Fra le big ottengono una performance sopra il 10% anche Moncler e Poste Italiane, sotto tiro invece Prysmian e Stm. Bagno di sangue per le banche 

Campari prima in classifica del Ftse Mib nel 2018, Azimut ultima, in un anno che ha visto l’indice principale di Piazza Affari cedere il 16,15%, seppure in linea con la performance europea (circa -15% l’Eurostoxx dell’Eurozona). 

Questi alcuni dei verdetti statistici del 2018, che comprendono fra l’altro un tonfo per le banche quotate italiane del -31,3% sul Ftse Italia Banks, che diventa un -39,1% se paragonato alla chiusura del 15 maggio, quando è partita l’ondata di vendite che ha portato l’indice nei giorni scorsi sui nuovi minimi da novembre 2016. 

Tornando al Ftse Mib, il fatto che a primeggiare fra i migliori del 2018 sia stato un titolo difensivo come Campari (+14%) la dice lunga su quale sia stato l’umore degli investitori. 

Ancor meglio ha fatto la Juventus, con un +39% nel corso dell’anno, anche se la squadra di calcio bianconera ha debuttato su questo indice solo lo scorso 27 dicembre. 

Sopra il 10% solo altri due titoli, Moncler +10,9% che ha toccato un massimo storico a giugno di 42,55 euro (ma ora scambia a circa 29 euro per azione), e Poste Italiane +11,3%. 

Maglia nera del Ftse Mib ad Azimut -40% seguita da una big bancaria come Unicredit, le cui azioni hanno ceduto il 36,5%. Non è andata molto meglio alla rivale Intesa Sanpaolo -30%, Ubi -30,5%. 

Fra le altre blue chip che hanno perso almeno il 30% figurano inoltre società leader nei rispettivi settori come Prysmian e Stm, oltre a Tim e Atlantia, quest’ultima alle prese con le accuse e il braccio di ferro con la politica per il crollo del Ponte Morandi a Genova. 

Fuori dal listino principale spicca il caso di Eurotech +140%, mentre fra i peggiori con perdite di oltre l’80% figurano Banca Carige, Mondo Tv, Chl, Ovs. 

Sempre fra le banche, Mps ha ceduto nel 2018 il 61,9% e Creval il 59%.