In Europa, la “Critica della migrazione” si prepara a diventare un’offesa criminale

zerohedge.com 1.12.18

Gli europei preoccupati per le frontiere, la lingua e la cultura potrebbero trovarsi presto al centro dell’attenzione dopo che il politico olandese e membro del Parlamento europeo Marcel de Graaff ha lanciato un terribile avvertimento sulla “definizione di discorsi di incitamento all’odio” che  criminalizzerebbe il discorso contrario alla migrazione di massa , come riportato da Joe Schaeffer di  LibertyNation . 

In una conferenza stampa, de Graaff ha lanciato l’allarme per una conferenza internazionale a Marrakech, in Marocco, l’11 e 12 dicembre, in occasione della firma del Global Compact delle Nazioni Unite per la migrazione sicura, ordinata e regolare. Sebbene il patto sia non vincolante, è inteso a stabilire i fondamenti di una campagna orwelliana per cementare le migrazioni di massa come un diritto umano legalmente al di sopra di ogni critica.

” Un elemento fondamentale di questo nuovo accordo è l’estensione della definizione di incitamento all’odio “, afferma de Graaff  . “L’accordo vuole criminalizzare il discorso sull’immigrazione. La critica alla migrazione diventerà un reato penale. I media che danno spazio alle critiche sulla migrazione possono essere chiusi. “- LibertyNation

Nel frattempo, l’Ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite dell’Alto Commissario ha pubblicato una trascrizione di un discorso del 20 novembre  da Andrew Gilmour, Assistente del Segretario generale per i diritti umani, dal titolo: “Parole importanti: ruolo e responsabilità dei media nel plasmare le percezioni pubbliche sui migranti e rifugiati e promuovere società inclusive “.

Gilmour definisce “crimini di odio contro i migranti” una “manifestazione particolarmente spiacevole di quello che vedo come una reazione quasi globale contro i diritti umani”. 

Gilmour spiega come il suo ufficio aiuterà gli stati a “distinguere la libertà di parola dall’odio incitato” che, naturalmente, non ha il diritto di esistere. Sottolinea che la segnalazione dei media che non è sufficientemente pro-migrazione non può essere tollerata . “È chiaro a tutti noi che molti media non stanno deliberatamente omettendo di promuovere il concetto di umanità comune”, dice ancora Gilmour, definendo la migrazione di massa come un diritto umano fondamentale. “Ovviamente le parole contano: la retorica razzista e disumana conduce spesso all’odio, alle tensioni, alla violenza e ai conflitti. Richiede uno sforzo maggiore da parte della comunità internazionale per confrontarsi con quelli dei media che cercano di suscitare odio “. – LibertyNation

The EU is set to criminalize speech that criticizes migration.
“The criticism of migration will be a criminal offense.”
“Media outlets that give room for criticism of migration,can be shut down.“
Insane & this is what people want to bring here? BTW censoring is the start of it pic.twitter.com/eiFoqrhIkZ

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Duecento giorni facendo danni per l’economia sono troppi

Francesco Daveri lavoce.info 1.12.18

I dati Istat sul terzo trimestre certificano che il Pil italiano scende per il calo di consumi e investimenti causato dal peggioramento delle aspettative, mentre l’export ha ripreso a tirare. È ora che il governo smetta di fare danni e dia invece una mano, correggendo la manovra in senso più prudente.

Gli orribili primi duecento giorni…

Tre mesi fa, dopo i primi cento giorni del governo del cambiamento scrissi su questo sito un pezzo che era già tutto contenuto nel suo titolo: cento giorni senza far niente per l’economia sono troppi. Osservavo che con segnali di rallentamento dell’economia evidenti già a inizio anno i vice premier e i loro “consiglieri economici” avevano preferito baloccarsi con chiacchiere estive da social network sull’uscita dall’euro e altre idee futuribili piuttosto che provare a riflettere su come sostenere l’economia in modo pratico senza scassare i conti e far ripartire lo spread. Il pezzo coglieva necessariamente solo una parte delle conseguenze del governo attuale per l’economia. D’altronde dopo 100 giorni come giudicare già un governo che arrivava dopo – si diceva – decenni di malgoverno?

Ora di giorni ne sono passati duecento e qualcosa di più si è visto. In particolare è diventato più chiaro che il nuovo governo non si è limitato a non fare nulla ma ha anche già fatto molti danni. Ci sarà tempo per valutare con attenzione gli effetti sul mercato del lavoro del cosiddetto “decreto dignità” (per non rassegnarsi alla rifondazione del vocabolario effettuata in questi mesi bisogna sempre aggiungere un “cosiddetto” prima di riportare la denominazione delle politiche in via di attuazione) così come dell’ottovolante dello spread di queste settimane sul costo del credito per le aziende e sul costo e sulla disponibilità di mutui per le famiglie.

…hanno già lasciato un segno tangibile sull’economia

Ma l’economia intanto sta già mandando segnali chiari e forti. I dati del terzo trimestre di quest’anno dicono che il Pil è leggermente diminuito rispetto al trimestre precedente. Quando era uscita la stima preliminare dell’Istat sul terzo trimestre il premier Giuseppe Conte si era affrettato a precisare che l’Italia stava rallentando “ma non per colpa nostra”. È l’Europa che rallenta, diceva l’autoproclamato “avvocato difensore del popolo”. I dati definitivi del terzo trimestre raccontano una storia differente. Il calo del Pil viene dal calo della domanda interna privata, cioè dal calo degli investimenti e dal calo dei consumi, sia di quelli durevoli che di quelli non durevoli, mentre la componente estera è tornata a crescere (+1 per cento circa rispetto al trimestre precedente, dopo due trimestri molto negativi).

Questi pochi numeri contraddicono le affermazioni del premier Conte. Non è proprio tutta l’Europa che rallenta, ma solo l’Italia e la Germania, mentre ad esempio Francia e Spagna – come il resto del mondo – continuano a marciare, il che non descrive un quadro di un’Europa o di un mondo che sta entrando in recessione. Chi rischia di entrare in recessione è l’Italia. I brutti numeri della Germania (-0,2 per cento rispetto al trimestre precedente per il Pil tedesco) frenano sicuramente il nostro export. Ma rimane che l’export italiano del terzo trimestre è andato bene. Mentre ad andare male sono consumi e investimenti, ad alimentare i quali sono le aspettative. E le aspettative delle imprese e dei manager che fanno gli acquisti (nel grafico sotto) sono negative da mesi e il loro segno meno si è appuntito nel mese di ottobre. Il che non promette niente di buono per il quarto trimestre dell’anno.

Se è la domanda interna che va male (a differenza che negli anni passati), mentre la domanda estera è tornata a riprendersi viene il sospetto che ci sia qualcosa che è stato fatto in questi mesi che non è stato ben accolto da famiglie e imprese quando prendono le loro decisioni. Un segno che la proposta di legge di bilancio non è stata un macigno solo sullo stomaco dell’Europa e dei mercati ma anche su quello del popolo italiano che si vuole tutelare a parole ma non nei fatti.

Ma non è troppo tardi per rimediare

Non è troppo tardi però per scrivere una vera “manovra del popolo”. Bisogna prima di tutto tornare indietro sui numeri del deficit mandati in Europa, riducendo al 2 per cento quello per il 2019 e indicando un rapido ritorno a un sentiero di riduzione del deficit strutturale. Nel farlo bisogna poi scrivere numeri più credibili per la crescita che si può plausibilmente ottenere con gli attuali chiari di luna. Con una politica di bilancio più prudentemente espansiva per il 2019 scenderebbe un po’ lo spread e soprattutto la borsa potrebbe recuperare. Non ci sarebbe bisogno di predisporre muscolari piani di salvataggio per le banche. Certo bisognerebbe rinviare il vaste programme della cancellazione della povertà a un’altra data, ma almeno famiglie e imprese potrebbero guardare al Natale e alla fine del Qe della Bce con maggiore serenità. Sarà una missione impossibile?

«Carige: aggregazione non obbligatoria, ma porta valore»

Gilda Ferrari themeditelegraph.com 1.12.18

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Genova – «Ora Carige è in sicurezza». Fabio Innocenzi chiude il cellulare e allarga un sorriso. Da Roma gli hanno appena annunciato che l’assemblea dello Schema Volontario del Fondo Interbancario ha approvato la sottoscrizione del bond da 320 milioni di euro. «Sono 318,2 milioni versati dal Fondo e 1,8 milioni da Banco Desio che non partecipa allo Schema», precisa il manager prima di cominciare questa intervista.

320 milioni sono in cassa, adesso cosa succede? 
«Sino all’assemblea del 22 proporremo la sottoscrizione del bond ai grandi soci e in seconda battuta ad altri investitori professionali. Purtroppo non possiamo offrire l’obbligazione al retail, dopo tutti i sacrifici fatti. Dico purtroppo perché il 13% annuo è un bel rendimento».

Quanto tempo hanno i soci per decidere? 
«Il 22 è una soglia psicologica, si può decidere anche oltre il 22: soci e eventuali investitori potranno investire sino al giorno in cui il cda fisserà le caratteristiche tecniche dell’aumento di capitale».

Quando accadrà? 
«Dopo l’approvazione del bilancio, quindi dopo metà febbraio, a presentazione del piano industriale avvenuta perché vogliamo andare sul mercato con il piano».

Quando l’aumento? 
«Marzo o aprile, vedremo le condizioni di mercato, non abbiamo più fretta».

Il rispetto dei requisiti patrimoniali è garantito nel 2018 e anche nel 2019? 
«Nel 2018 rientriamo nei parametri di capitale con questi 320 milioni. Nel 2019 bisognerà vedere quali obiettivi patrimoniali (Srep) saranno dati a Carige: 400 milioni sono sufficienti per il 2019, se lo siano anche 320 milioni dipende dagli Srep».

Cosa succede se il Fondo diventa azionista con più del 49,9%? 
«Spetta allo Schema decidere come gestire i vincoli statutari. In linea teorica esistono tante alternative, solo a titolo di esempio: potrebbe rinunciare ai diritti di voto per la parte eccedente».

Se il Fondo diventa primo azionista si avranno riflessi sulla governance? 
«Da questo aumento di capitale, come da qualsiasi, possono verificarsi o meno cambiamenti agli assetti azionari. Se tutti gli attuali azionisti parteciperanno, lo Schema sarà interamente rimborsato e nulla cambierà».

Ipotesi remota. Uno scenario più probabile? 
«È possibile che qualcuno entri e qualcuno esca, difficile fare previsioni».

Se il Fondo resta con una quota rilevante deve essere rappresentato in consiglio di amministrazione? 
«Bisognerà che il Fondo dialoghi con gli altri azionisti. Sarà un dialogo tra soci. Immagino che il Fondo prenderà decisioni in una logica non di lungo termine, perché non ha un interesse industriale».

Malacalza, Volpi e Mincione sottoscriveranno? 
«Non lo so. Il mio compito è spiegare a tutti perché questo bond è uno strumento molto interessante».

Perché dovrebbero sottoscriverlo, quando possono decidere all’ultimo se partecipare (o no) all’aumento in base ai contenuti del piano industriale? 
«Perché il rendimento è buono e l’obbligo di conversione del bond in azioni c’è solo in caso di inoptato».

Ma l’inoptato è probabile che ci sia. 
«Spero proprio di no. Il piano industriale sarà convincente e inoltre siamo flessibili nei tempi, possiamo andare all’aumento nel momento di mercato migliore».

Il piano industriale sarà double face: Carige autonoma oppure aggregata. 
«Partiamo da dati oggettivi. L’aggregazione ha vantaggi finanziari che la non aggregazione non ha. Poi ci sono gli aspetti industriali: tanto meglio va la banca in termini industriali, tanto più probabile è l’aggregazione perché diventa attraente».

La Banca centrale europea obbliga Carige all’aggregazione? 
«No, ma è una chiara indicazione: il rispetto dei requisiti viene valutato anche in ottica aggregazione».

Sarà aggregazione? 
«L’aggregazione porta valore aggiuntivo e richiede un altro soggetto. Tra qualche mese avrò chiara l’idea della soluzione».

Come si torna alla redditività? 
«Carige è stata zavorrata dagli Npl, che ancora adesso pesano per circa il 20% sui crediti totali. Dobbiamo scendere al 10%. La zavorra Npl ha prodotto perdite e limitato gli investimenti. Bisogna investire in tecnologie e persone, essere snelli e veloci. La grande banca avrà 50 mutui diversi, la banca snella ne ha solo 5 ma li eroga in un quinto del tempo. Ho trovato nei colleghi professionalità e grande energia, possiamo fare bene». 

Il contenzioso con il fondo Apollo? 
«Obiettivo è chiuderlo, trovare una via per lavorare bene insieme. La banca vive di progetti, non di cause».

Bce ha chiesto 257 milioni di rettifiche crediti che hanno provocato il rosso dell’ultima trimestrale. Ha elementi per dire che il precedente cda ha omesso informazioni? 
«Non ho alcun elemento».

Nel cda di giovedì 29 avete parlato di fare indagini interne e di eventuali azioni di responsabilità? 
«Assolutamente no».

FONDAZIONE BANCONAPOLI / AL VERTICE ROSSELLA PALIOTTO, LA SALVERA’ ?

 di: PAOLO SPIGA lavocedellevoci.it

Un presidente in gonnella per la Fondazione Banco di Napoli, l’ultima propaggine rimasta in vita del più antico istituto di credito del Mezzogiorno, vent’anni fa finito in crac e poi un tormentato percorso che l’ha portato fra le braccia di BNL prima (una vendita a prezzi stracciati) e poi sotto le ali di Intesa San Paolo, che solo ora, dopo tanti anni, diventa ufficialmente “padrone” del Banco.

Il nuovo presidente della Fondazione, comunque, è Rossella Paliotto, che fa capo ad un dinasty di imprenditori partenopei. Succede a Daniele Marrama, opusdeista, finito nella bufera circa un anno fa e poi sostituito da un commissaro, Giovanni Mottura. 

Nel consiglio generale entra a far parte anche un magistrato molto noto a Napoli, per anni a capo della delicata sezione gip, Bruno d’Urso, voluto dal sindaco Luigi de Magistris. 

Non sono rose e fiori le prime parole della Paliotto. “La situazione attuale vede gravemente compromesso il patrimonio della Fondazione. La crisi di liquidità non ha permesso erogazioni, adesso partirà un immediato intervento organizzativo con una revisione dei costi”. 

Rossella Paliotto

E aggiunge: “non avremo più erogazioni a pioggia come in passato. Ma soprattutto non ci saranno più investimenti delle banche: si è trattato di una allocazione impropria di risorse che hanno immobilizzato circa la metà della liquidità disponibile in asset come Banca Popolare di Bari, Banca regionale di Sviluppo, Banca del Sud, da cui probabilmente subiremo perdite importanti. Stesso discorso anche per la conversione obbligatoria dei bond di Monte dei Paschi di Siena in azioni della banca”. 

Ma uno dei nodi essenziali è sempre quello dei crediti che fanno capo al vecchio Banco di Napoli. La società costituita ad hoc, la SGA, ha recuperato oltre l’80 per cento delle sofferenze, che però sono state dirottate dal governo Renzi al Fondo Atlante, messo in piedi per il salvataggio di alcuni istituti di credito: come dire, i vecchi crediti del Banco Napoli per soccorrere le banche venete e lo stesso Monte dei Paschi!

Ma c’è ancora un residua parte nei forzieri della Fondazione, che non intende mollarla.

Resta mai risolto un nodo da novanta: il passaggio del vecchio Banco Napoli a BNL per soli 70 miliardi di vecchie lire, un vero saldo. Si è ipotizzato un regalo a BNL per coprire i buchi della filiale di Atlanta, negli Usa, impegnata in strani traffici (si parlò anche di armi). E dopo neanche un anno BNL vende lo stesso Banco al San Paolo per 7000 miliardi di lire. Incredibile ma vero: perchè la magistratura non ha mai voluto vederci chiaro in un giallo di tale portata? 

Ma torniamo alla neo presidente. Il padre di Rossella, Salvatore Paliotto, è stato uno degli imprenditori più in vista nella Napoli del dopo terremoto, di simpatie socialiste ma un rapporto privilegiato con Paolo Cirino Pomicino. 

Ecco cosa scriveva di lui il volume “‘O Ministro – La Pomicino story”: “Nasce come piccolo imprenditore, praticamente impegnato nel solo indotto dell’Enel, e in pochissimi anni brucia le tappe di una sfolgorante carriera, Salvatore Paliotto, altro amico per la pelle di Pomicino. Anche per lui il trampolino di lancio sono il terremoto e la poltrona di numero uno dell’Unione Industriali di Napoli. La conquista nell’82, la perde nell’86 per far posto aSalvatore D’Amato (il padre di Antonio D’Amato, ex vertice di Confindustria, ndr), la riprende quattro anni più tardi dopo una battaglia all’ultimo voto – e senza esclusione di colpi – con Enzo Giustino. Anche Paliotto diversifica progressivamente le sue attività, diventa una presenza ovunque nel campo sempre più fertile degli appalti pubblici, passa con estrema disinvoltura dai cavi elettrici ai mattoni, all’alta finanza. Tra i più convinti promotori e animatori della Sevip (l’editrice del mensile pomiciniano Itinerario, ndr), anche sotto il profilo finanziario, Paliotto non fa mancare il suo apporto ‘morale’ all’amico Pomicino anche in campagna elettorale. E così, per le politiche ’87, stacca un assegno di appena una dozzina di milioni. A volte basta un pensiero”

Via libera Ue, lo Ior avrà il suo Iban vaticano

cinquantamila.it 1.12.18

È sempre stata chiamata banca, ma lo Ior – Istituto per le Opere di Religione – non lo è mai stata davvero. Da qualche tempo però le cose stanno cambiando: l’European Payments Council ha approvato l’estensione alla Città del Vaticano/Santa Sede dell’area geografica dell’area unica dei pagamenti (Sepa). Insomma, lo Ior da marzo avrà il suo codice «Iban», insieme ad altri 35 Paesi. Oltre al Torrione Niccolò V potrebbero entrare nel Sepa anche altri enti vaticani, come l’Apsa, che gestisce il patrimonio immobiliare. Si tratta dell’ultimo miglio di una lunga riforma dei regolamenti, standard anti-riciclaggio e trasparenza che oltre ad un accreditamento internazionale ha portato anche a chiudere vecchi conteziosi con l’Italia già nel 2016. «Con l’adesione dello Ior saranno migliorati i servizi a favore degli utenti, con una riduzione di tempi e costi» ha commentato Tommaso Di Ruzza, direttore dell’Aif, l’autorità di vigilanza vaticana che assieme alla Segreteria di Stato ha negoziato l’accordo. All’Aif, nato nel 2011, Francesco poco dopo l’elezione ha conferito nuovi poteri tra cui la «vigilanza preventiva».

Le banche italiane scalciano la lattina e il bond

phastidio.net 28.11.18

Ieri Unicredit ha emesso un bond per 3 miliardi di dollari, a mezzo collocamento privato (si dice che l’acquirente possa essere l’asset manager Pimco), ad un costo che conferma, se mai ve ne fosse bisogno, che le nostre banche stanno pagando carissimo il governo degli scappati di casa gialloverdi. E che quindi sarà l’economia italiana, fortemente bancocentrica, a pagare il conto finale.

Il bond è un senior non preferred, di quelli cioè che possono essere sacrificati in caso di bail-in. Fa parte quindi delle emissioni necessarie al raggiungimento delle soglie imposte dai requisiti MREL (Minimum Requirements of own funds and liabilities) e, per quanto riguarda Unicredit, che è banca globalmente sistemica, di quelli TLAC (Total Loss Absorbing Capacity).

Dal comunicato della banca si evince che il bond, in dollari, è stato emesso ad uno spread equivalente di 420 punti base sul tasso swap euro (convertendo la pari durata tra dollari ed euro). Il punto è che la precedente emissione senior non preferreddi Unicredit, avvenuta lo scorso 18 gennaio, era stata collocata ad uno spread di 70 centesimi sopra il tasso swap in euro.

Fate due conti: quanto fa 420 meno 70? Ecco, quella è la crescita dello spread per Unicredit, in questi mesi. Ancora più impressionante guardare alla cedola del bond in dollari piazzato ieri: il 7,83%, equivalente ad uno spread di 493,6 punti base rispetto al corrispondente titolo di stato statunitense, quello con scadenza 31 ottobre 2023.

E Unicredit è una banca italiana che sta bene, badate. Però, tra necessità di ricostituire quozienti di stabilità entro il primo semestre 2019 e programma di emissioni di bond senior non preferred per finalità MREL o TLAC, sono cavoli amarissimi, se lo spread non cala. Nel frattempo, come scrive oggi Luca Gualtierisu MF, pare che MPS abbia deciso di posporre l’emissione dei restanti 750 milioni di bond (su 1,5 miliardi) da effettuare nel 2018, come da accordi presi con la Commissione europea.

Le banche italiane, in questo momento, stanno emettendo soprattutto covered bond, cioè obbligazioni garantite da sottostante attivo patrimoniale della banca (prestiti), che viene segregato. I covered bond possono rendere anche meno dei titoli di stato, ed il loro rendimento in questi mesi è cresciuto meno. Scrive Gualtieri:

«[…] dalla presentazione della prima bozza di governo le banche non hanno più fatto ricorso agli investitori internazionali per la raccolta per non pagare un costo troppo alto. Il congelamento ha riguardato i titoli più rischiosi (subordinati, additional tier I, tier 2, senior non-preferred), ma anche per quelli senior: negli ultimi mesi ci sono state soltanto emissioni di covered bond (Intesa, Mediobanca, Bper e Banco Bpm) e alcune medium term note di Banca Imi. Nessun subordinato, nessun senior non-preferred (a parte quello emesso ieri da Unicredit a gennaio e quello di Ubi a inizio aprile) e pochissimi bond senior (dopo quelli di Banco Bpm e Banca Ifis a metà aprile, è arrivata Intesa ad agosto un’emissione da un miliardo)»

In pratica, per farla semplice: le banche italiane stanno disperatamente prendendo tempo. Il motto è “io speriamo che nel 2019 me la cavo”. E noi nel frattempo siamo qui a discutere con bullshitters ed erinni assortite se è vero o meno che “i mutui” costeranno di più. Lo vedete che siamo un popolo di tetragoni fessi, che merita di fare la finaccia che sta facendo?

Per concludere, vi omaggio di alcune considerazioni tecniche (ebbene sì, “mi ritengo un tecnico”, come direbbe qualche sottosegretaria al MEF) proprio sui famosi “mutui”, di cui ormai circa sessanta milioni di italiani sono diventati assai esperti. Non c’è solo il tasso esplicito, ragazzi. La banca può comunque stringere le condizioni attraverso ad esempio un minore loan to value (cioè finanziando una quota minore del valore dell’immobile) e/o riducendo la durata massima del mutuo. Senza contare l’eventuale richiesta di garanzie personali di soggetti terzi dal mutuatario. In tal modo si escludono i potenziali debitori meno solidi, e di conseguenza il tasso esplicito può restare stabile o crescere poco. Incredibile, vero? Ah, lo stesso concetto si applica ai finanziamenti alle imprese, mutatis mutandis.

Sperando che le nostre erinni bercianti abbiano compreso i concetti. Come dite? Sono diventato troppo ottimista?

P.S. Si, decisamente troppo ottimista, visto che è già arrivato qualche commentatore a segnalare un rosario di circostanze avverse esterne che toglierebbero responsabilità al governo gialloverde. Interessante, comunque: sono le stesse circostanze avverse che colpiscono tutti i paesi europei, eppure solo da noi hanno prodotto questa devastazione. Uhm, ebbene sì: siamo un paese di bullshitters. Molti dei quali sono finiti in parlamento. Del resto, è il principio di rappresentanza popolare, no?

Un terzo del debito pubblico è in mano ai risparmiatori italiani, ma loro non lo sanno

  micidial.it

Quante volte abbiamo letto che il debito pubblico italiano è in mano agli stranieri per un terzo e il resto è delle banche? Bè, sappiate che le cose non stanno esattamente così.

Secondo uno studio molto recente della Banca d’italia e parzialmente divulgato da MilanoFinanza, il pubblico retail (cioè i piccoli risparmiatori) detengono btp, cioè le obbligazioni statali, per circa 880 miliardi di euro.

La riccchezza finanziaria delle famiglie italiane, dunque al netto di case, terrenti e compagnia bella, è stimata sui 4.400 miliardi di euro. Ebbene, il 20 per cento di questa cifra, di poco inferiore ai 1000 miliardi, sarebbe investita in Btp.

Sono convinto che quasi nessuno sospetti di far parte di questa combricola di investitori in bond italiani. La cosa curiosa dello studio, infatti, è che la maggior parte degli italiani sarebbe INCONSAPEVOLE di essere investita in btp.

Per capire come ciò sia possibile, occorre togliere il velo al risparmio gestito italiano, fiore all’occhiello di assicurazioni e banche. Diego Caprara, Riccardo De Bonis e Luigi Infante della Banca d’Itlaia sostengono di esserci riusciti. Per non tediarvi coi tecnicismi dello studio, si potrebbe sintetizzare tutto con una domanda retorica:

se compri un fondo obbligazionario della Banca, cosa credi ci sia dentro?

Esatto, una quota è sovente destinata ai btp, ma mancherebbe la consapevolezza di questo nonostante le chiare procedure di profilazione del rischio dei clienti da parte dei consulenti. Ai fondi nostrani, inoltre, occorre aggiungere anche quelli esteri….

“La quota dei titoli di debito detenuti dalle famiglie salirebbe a circa il 30% considerando gli investimenti degli italiani intermediati dai fondi comuni esteri”, ricorda lo studio.

Ciò significa che, per ironia della sorte, molti investitori che si sono rivolti a prodotti esteri – magari proprio allo scopo di proteggersi da un eventuale default italia – finiscono per ritrovarsi in pancia proprio bond italiani.

Non solo. Allo studio della Banca d’Italia io aggiungo sommessamente che anche i buoni postali sono collegati al rischio paese, pur non essendo tecnicamente dei bonds. Per non parlare dei fondi pensioni, necessità indotta dalle scellerate scelte legislative maturate dal 1995 (Dini) in poi che, di fatto, costringono molti italiani a costruire una pensione integrativa con il famigerato “secondo pilastro”.

Sono dunque i gestori a convogliare il risparmio verso questi intermediari professionisti e sono loro a scegliere cosa comprare, non le famiglie. Nonostante il basso livello dei tassi, i fondi pensioni sono fortemente esposti alle obbligazioni di stato e alle polizze vita.

L’ignoranza finanziaria che alberga in questo paese, però, fa in modo che la stragrande maggioranza degli investitori retail non lo sappia e che – anzi – pensi di evitare il “rischio btp” (rischio emittente), affidando i soldi al risparmio gestito di compagnie assicurative ed istituti di credito.

Ma chi ha detto che lo spread non influisce sui mutui?

Greta Ardito e Mario Lorenzo Janiri la voce.info 30.11.18

L’aumento dello spread Btp-Bund non influenza il costo dei mutui esistenti, ma può avere effetto su quelli non ancora stipulati. In effetti sta già accadendo, come mostrano i dati. Che però non sempre vengono spiegati adeguatamente al pubblico.

Ancora spread, ancora mutui

Spread e costo dei mutui: l’eterno ritorno dell’uguale. Il tema è stato nuovamente tirato in ballo a Porta a Porta la scorsa settimana, nel corso di un’animata schermaglia tra l’ex ministro del Tesoro Pier Carlo Padoan e la sottosegretaria all’Economia in quota Cinque stelle Laura Castelli. Avevamo già lungamente approfondito la relazione tra spread e mutui in questo fact-checking, subito dopo l’invio della Nota di aggiornamento al Def alle Camere e la conseguente maretta dei mercati. Del resto il Sole 24Ore potrebbe persino curare una monografia, se contiamo tutti gli articoli che ha dedicato all’argomento (i più significativi qui e qui). Ma il video della contesa continua a impazzare sui social (“Questo lo dice lei!”) e la questione merita una puntata risolutiva, anche alla luce del Rapporto sulla stabilità finanziaria di Banca d’Italia diffuso pochi giorni fa. Saranno soltanto numeri, ma parlano chiaro.

Esiste un effetto spread? Sì, potrebbe

È nei dettagli che il diavolo nasconde la coda. Di fronte a Laura Castelli che nega l’esistenza di qualsivoglia relazione tra spread e costo dei mutui, la risposta corretta è “vero, ma soltanto per i vecchi mutui”. Proprio qui ha origine l’equivoco, amplificato dai media e da alcuni politici poco rigorosi. Lo ha spiegato il Sole 24Ore, lo abbiamo ribadito noi: l’aumento dello spread Btp-Bund non ha alcun impatto sui mutui in essere. Quelli a tasso fisso già stipulati sono, per definizione, invulnerabili alle dinamiche dei tassi di interesse e dei mercati; quelli a tasso variabile sono agganciati prevalentemente all’andamento del tasso interbancario Euribor, le cui oscillazioni non influenzano e non sono influenzate dallo spread. Ma è soltanto una parte della storia: sono i “nuovi” mutui – quelli ancora da stipulare – che potrebbero risentire del rialzo dello spread. Padoan non racconta il falso dunque, come afferma la sottosegretaria in quello che è ormai diventato un video di culto. Piuttosto, la sua argomentazione fa riferimento soltanto al costo dei mutui futuri.

“Questo lo dicono i dati”

Il rapporto di Banca d’Italia uscito il 23 novembre chiarisce come l’aumento del rischio dei titoli di stato impatti sulla decisione delle banche di concedere mutui a tasso maggiore.

Anzitutto vi sono maggiori costi di raccolta. Studi condotti su quanto successo tra il 2010 e il 2011 (quando lo spread è passato in pochi mesi da 100 a 500 punti base) ci raccontano che un aumento di 100 punti di spread può causare un aumento dei tassi d’interesse sui depositi a lungo termine e sui pronti contro termine di 40 punti base. Il tasso d’interesse sulle nuove emissioni obbligazionarie potrebbe invece aumentare di 100 punti base. Si potrebbero poi svalutare le garanzie stabili per i rifinanziamenti presso l’Eurosistema, riducendo la liquidità bancaria. Cosa che si sta già verificando: alcuni indicatori di liquidità delle banche italiane stanno peggiorando e continueranno a farlo se il debito procederà su questi livelli, secondo le stime di Banca d’Italia. Per quanto riguarda il rischio di mercato, il value at risk misurato dai cinque intermediari che abitualmente calcolano i rischi di mercato dei propri portafogli è più che raddoppiato da maggio. Stessa cosa si può dire del rischio di tasso d’interesse. Infine, una svalutazione dei titoli di stato riduce l’attivo di patrimonio. Alla fine dello scorso giugno questi ammontavano all’11,3 per cento del patrimonio delle banche più piccole e al 4,7 delle più significative. Secondo le stime di Banca d’Italia ad oggi un aumento parallelo della curva dei rendimenti sui titoli di stato di 100 punti ridurrebbe il rapporto Cet1 (capitale di migliore qualità/attività ponderate per il rischio) di 50 punti base.

Meno liquidità, attivi svalutati e maggiori costi di raccolta incidono anche sulle famiglie, rendendo l’accesso al credito più oneroso. Tra il 2010 e il 2011 un aumento di spread di 100 punti ha determinato in soli tre mesi rialzi dei tassi per imprese (70 punti) e famiglie (30 punti). Tale effetto è stato di certo amplificato dalla fragilità del sistema bancario, ma chi oggi vuole stipulare un nuovo finanziamento sostiene già un costo del debito più alto rispetto a qualche mese fa. Questo perché, come registra l’Associazione bancaria italiana, a partire da ottobre le banche hanno cominciato ad alzare gli spread sui mutui proprio per via dell’aumento del rischio sovrano (il costo medio del mutuo sulla casa è aumentato dall’1,8 all’1,87 per cento). Anche per le imprese le frizioni nel mercato dei titoli di stato di quest’estate sembra abbiano già avuto effetto: i margini sui nuovi prestiti a tasso fisso sono infatti leggermente aumentati e il costo medio sui finanziamenti in essere ha smesso di abbassarsi.

Per adesso non si tratta di aumenti allarmanti, ma se lo spread resterà alto il rincaro sul costo del debito di famiglie e imprese rischia di avere conseguenze ben più dannose. E infatti, come mostrano i dati sulla crisi del debito del 2011, i margini applicati ai nuovi mutui non hanno iniziato a crescere alle prime avvisaglie del pericolo, ma soltanto quando il rialzo dei tassi si è dimostrato abbastanza forte e prolungato (figura 1).

Figura 1

Fonte: Banca d’Italia e Thomson Reuters Datastream (Rapporto sulla stabilità finanziaria)

Non per fare la morale…

Tirando le somme, un effetto seppur contenuto del rialzo dello spread sul costo dei mutui (quelli nuovi) lo stiamo già osservando, con buona pace della sottosegretaria Castelli. È vero che i tassi dei mutui sono ancora su livelli molto bassi e lo scostamento è minimo, ma è pur sempre un’inversione di tendenza certificata (e non un’opinione). Mentre i mutui già stipulati restano al riparo dalle montagne russe subite dai rendimenti dei titoli di stato, anche questo è innegabile. Non si tratta di parteggiare per un politico o per l’altro, ma di leggere i numeri. E neppure il mandato del popolo dovrebbe esonerare gli eletti da questo.

CONIUGI SCAGLIA, DIVORZIO IN LUSSEMBURGO.

andreagiacobino.com 28.11.18

Si consuma il divorzio tra Silvio Scaglia e la ex moglie Monica Aschei. Qualche giorno fa, infatti, la Aschei ha trasferito all’ex marito la quota residua di 159mila 691 azioni che ancora possedeva nella cassaforte lussemburghese Sms Finance. Scaglia, già socio di controllo con 2,6 milioni di titoli, è così diventato azionista unico della holding che nello scorso agosto s’è trasformata da società anonima nell’equivalente della nostra srl e vede in consiglio oltre al finanziere-imprenditore anche Serge Marion e Paolo Barbieri.

Il bilancio ordinario 2017 di Sms Finance, centro lussemburghese del gruppo di Scaglia, che ha da poco venduto l’azienda di lingerie La Perla alla SapindaHolding del finanziere tedesco Lars Windhorst, s’è chiuso con una perdita di 84,8 milioni di euro rispetto ai 258 milioni di passivo del bilancio precedente. Il minore disavanzo si deve alle svalutazioni scese anno su anno da 480 a 104,1 milioni, riguardanti interamente la controllata Pacific Capital (controllante fra l’altro Elite, il gruppo di agenzie di modelle) che ha chiuso l’esercizio con una perdita di eguale entità. Sms Finance che nel bilancio evidenzia un attivo di 200 milioni, detiene fra l’altro il 33% della piattaforma online Yewno, un jet Cessna e un dipinto di Kees Van Dongen in carico a a 4,7 milioni dopo che lo scorso anno Scaglia ha venduto un quadro di Pablo Picasso per 31 milioni di sterline.

MERITALIA IN CONCORDATO.

andreagiacobino.com 30.11.18

La crisi colpisce un altro importante produttore italiano di arredi “top” per la casa. Simone Romito, giudice delegato del tribunale di Monza, ha infatti nominato qualche giorno fa Lucia Arizzi commissario di Meritalia, ammessa alla procedura di concordato con riserva. Meritalia, presieduta e controllata da Stefano Meroni e basata a Meda, dal 1987 sforna divani, poltrone e oggetti di design molti dei quali recanti le firme di nomi importanti quali i coniugi Fuksas, Tobia Scarpa, Giulio Iacchetti e Mario Bellini.

Il magistrato ha quindi accolto il ricorso presentato per conto dell’azienda dagli avvocati Fabrizio Pellegrini e Davise Seveso i quali spiegano che nel triennio 2015-2017 i ricavi lordi sono diminuiti da 10,2 a 6,6 milioni di euro con debiti complessivi passati da 9,1 a 6,9 milioni a fronte di un attivo patrimoniale sceso da 18 a 16,1 milioni. Al 31 ottobre scorso la situazione è peggiorata e le passività sono salite a 10,4 milioni con una perdita di oltre 9 milioni.

La crisi è dovuta, dicono i legali, “alla costante diminuzione dei ricavi in tutti i settori di operatività aziendale e in particolare della produzione di poltrone, tavoli e accessori per la casa”. Ha sofferto soprattutto il settore dei cosiddetti “imbottiti” nonostante la solidità dei mercati di Russia e paesi arabi. Così negli ultimi cinque anni s’è verificata “una costante produzione di perdite operative” che i soci hanno fronteggiato piò volte con iniezioni di denaro pari a 2,8 milioni a fine 2017. Ma la crisi è poi diventata finanziaria e di liquidità, sfociata a metà di questo novembre in un precetto e in un decreto ingiuntivo presentati dai due creditori Elettrosistema e SedieDesign. Meritalia, che sta approntando un piano industriale e finanziario di risanamento affidato a Jacopo Doveri dello studio Guatri-Miglietta, ha perciò chiesto e ottenuto, nel frattempo, la protezione della procedura.

“BPVi, il processo”: si inizia con la marea di costituzioni di parte civile. C’è il comune di Francesco Rucco e dei vicentini, non ammessi i 70.000 che hanno aderito alla Opt

Di Giovanni Coviello (Direttore responsabile VicenzaPiù) 30.11.18

Inizia domani 1° dicembre il processo per il crac della Banca Popolare di Vicenza (“BPVi: il processo” sarà il titolo della rubrica video con avvocati, soci e associazioni che vi proporremo per ogni udienza) ma la prima udienza così come la seconda, fissata per il 15 dicembre, saranno interamente dedicate alle integrazioni delle costituzioni di parte civile a seguito della riunione dei reati (ostacolo alla vigilanza, aggiotaggio e falso in prospetto) e alle nuove costituzioni con un incremento complessivo che secondo l’avvocato Sergio Calvetti di Treviso sarà di circa il 20% (lui da 2.000 “passerà” a 2.400 costituzioni e procederà “anche contro Intesa e, se verrà negata questa possibilità, per l’incostituzionalità del dl 99 che ha messo in Lca la banca regalandola a Intesa Sanpaolo...“).

Si dovrebbe, quindi, arrivare a superare la soglia dei 6.000 risparmiatori che seguiranno questa strada ponendo problemi di organizzazione e logistici che già domani, insieme alle previste manifestazioni di protesta, potrebbero causare la cancellazione dell’udienza con nuovi ritardi.

Mentre non sono state ammesse le richieste fatte da chi era tra i circa 70.000 soci che hanno aderito alla Offerta pubblica di Transazione (Opt) che vincolava chi accettava il 15% del danno a non procedere legalmente contro alcuno, il Comune di Vicenza del sindaco Francesco Rucco, a differenza di quello di Achille Variati, sarà finalmente tra i neo costituiti in ciò rispettando un impegno preso con VicenzaPiù e, soprattutto, con i cittadini di Vicenza.

Lo sarà di certo per motivi etici anche se l’acquisizione della documentazione processuale, costosa ma nel diritto dei costituiti, e la sua messa a disposizione dei soci azzerati e degli “studiosi” aiuterebbe a conoscere la realtà storica dei fatti, oltre e accanto a quella che risulterà dalle fasi processuali.

Ma non sarà quella delle costituzioni la strada per le aspettative economiche. Se queste sono irrilevanti per il comune per i suoi 2000 euro circa persi, non saranno, questa è l’unica certezza ad oggi, soddisfatte le aspettative per importi ben più alti di chi, dopo una loro eventuale condanna, dovrebbe poi rivalersi contro i beni residui dei solo sei imputati di Vicenza (a Treviso per Veneto Banca lo sono tutti gli amministratori e i sindaci…), oltre che della Lca stessa, imputata anch’essa per le responsabilità amministrative, che, però, quanto recupererà dai suoi crediti dovrà darlo in primis allo stato, che è creditore privilegiato nei confronti delle due banche venete per gli oltre 4.7 miliardi dati, garanzie miliardarie a parte, a Intesa oltre agli asset stessi…

Ma di questo, oltre che del fatto che tra le costituzioni di parte civile è stata accolta anche quella di Banca d’Italia, abbiamo parlato e parleremo nelle puntate di “BPVi: il processo“.

Per questo quello che inizia il 1° dicembre è “il processo”, il più importante mai celebrato in una città totalmente sbancata.

Gli imputati, come noto, sono sette a parte Samuele Sorato (avv. Pinelli), stralciato per motivi di salute da questo procedimento: oltre alla stessa banca, difesa dall’avv. Mucciarelli e accusata di responsabilità amministrativa, sono l’ex presidente Gianni Zonin (avv. Ambrosetti e Diodà), l’ex membro del consiglio di amministrazione Giuseppe Zigliotto (avv. Manfredini), gli ex vicedirettori Emanuele Giustini (avv. Ducci e Dominioni), Andrea Piazzetta (avv. Bertolini Clerici) e Paolo Marin (avv. Roetta) e il dipendente Massimiliano Pellegrini (avv. Lazzaro e Pellegrini).

SPY FINANZA/ Il mondo sull’orlo del baratro, ecco i nuovi indizi

Il peggio non è alle nostre spalle, è davanti a noi. Siamo sull’orlo del baratro a livello globale. Serve davvero poco per cadere

01.12.2018 – Mauro Bottarelli il sussidiario.net

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Jerome Powell, Presidente della Fed (Lapresse)

Jerome Powell non ha cambiato idea sul rialzo dei tassi perché blandito – garbato eufemismo – dalle minacce social e mediatiche della Casa Bianca o perché si è finalmente reso conto di aver compiuto “un errore da matricola”, come lo ha impietosamente bollato Société Générale nel suo report di mercoledì sera. Si tratta di una strategia di mera sopravvivenza per Wall Street e, di converso, per il mondo intero. Quantomeno, di quella parte di mondo che non si oppone agli interessi e ai desiderata degli Usa, ruolo benchmark del dollaro in testa. Guardate questi grafici, i quali da soli spiegano perfettamente la dinamica in atto. 

Il primo mostra alla perfezione quanto dicevo ieri: nel corso dell’ultimo mercato artificialmente rialzista grazie all’abuso di buybacks, stimoli fiscali di corto respiro ed espansione dei multipli per azione da codice penale, solo quest’anno il peso dei mercati azionari Usa sull’indice mondiale generale, Msci World, è cresciuto del 3,6%, raggiungendo il 62,8% del totale, stando a dati di Bloomberg della scorsa settimana. Il mondo è sempre più schiavo non tanto degli Usa, quanto di Wall Street. Decidono loro, altrimenti viene giù tutto. 

Ecco a cos’è servito far fallire scientemente Lehman Brothers quando la si poteva salvare, a riconquistare un ruolo di dominio che si temeva di perdere sull’onda della rabbia popolare. Et voilà, è bastato mettere un agente provocatore, un infiltrato del sistema alla Casa Bianca con la maschera di V per vendetta e il gioco è stato fatto, tutti convinti della grande rivoluzione in atto, tutti contenti e pronti alla grande vendetta popolare a colpi di manifattura, autarchia e saluto alla bandiera. Poveri illusi. 

Il secondo grafico ci dice che la reazione di mercoledì alle parole di Jerome Powell non deve affatto farci stare tranquilli: il peggio non è alle nostre spalle, è davanti a noi. Abbiamo visto solo il trailer del film, per resettare il mercato come in realtà occorre al fine di sgonfiare le bolle presenti ovunque e rimettere in pista in grande stile le Banche centrali ci vuole altro. E ce ne accorgeremo presto. Il grafico ci mostra infatti come la reazione di Wall Street sia stata soltanto un eccesso di euforia da disperazione: il mercato già prezzava un solo aumento dei tassi per l’intero 2019 prima che Jerome Powell parlasse, quindi che diavolo ha festeggiato in quel modo? Reazione da bipolare: si naviga a vista, le sovra-valutazioni sono talmente ubique, presenti in ogni asset-class, che ormai si vive giorno per giorno, come i tossici in cerca della dose. 

Il terzo grafico, poi, ci mostra plasticamente come Usa e Cina stiano giocando al poliziotto buono e poliziotto cattivo alle spalle del mondo, Europa in testa. Altrimenti, come mai, il Plunge Protection Team della Banca centrale cinese, il consorzio di banche che entra in campo a comprare quando i mercati equities di Shanghai e Shenzen crollano, nel terzo trimestre di quest’anno non solo non avrebbe comprato nulla, ma, addirittura, si sarebbe tramutato in venditore netto di equities cinesi per un controvalore di 104 miliardi di yuan? Insomma, il veicolo nemmeno tanto occulto con cui la Pboc mantiene artificialmente a galla i mercati, ha invece contribuito al loro ulteriore affossamento, quando già da settembre i due indici principali viaggiano in bear marketufficiale, ovvero -20% dai massimi. Esattamente come gli Usa, la Cina sta stimolando l’incidente, per dirla con Battisti sta guidando a fari spenti nella notte, sta creando le condizioni del botto sufficientemente grande e spaventoso per giustificare un cambio di rotta di 180 gradi nelle politiche monetarie. 

Siamo sull’orlo del baratro, signori. manca tanto così. A livello globale. E il G20 in corso a Buenos Aires ci dirà in maniera proxy a che punto sia il danno già compiuto, perché se per caso non ci sarà accordo ma rottura – più o meno concordata e teatrale – fra Trump e Jinping e davvero il presidente Usa farà partire, oltre al nuovo round di sanzioni per 250 miliardi di dollari di controvalore previste per gennaio, anche dazi sull’import di auto straniere, allora si sarà passati all’opzione nucleare, all’accelerante nell’incendio doloso. A quel punto, significa che le élites che muovono i fili della politica economica di Trump hanno deciso che è meglio lo shock di una recessione a brevissimo, in modo da arrivare fra due anni al voto per il rinnovo della Casa Bianca con politiche di stimolo in atto. E il vento dei sussidi statali in poppa. 

Ecco la ripresa che vi hanno venduto finora come boom economico, cari signori, ecco la rivoluzione sovranista che doveva spazzare via l’establishment. Wall Street conta e detta legge più di prima. Auguroni. E con sempre più voci, anche all’interno del governo May (l’ultimo, solo mercoledì, il ministro della Salute, Matt Hancock), che parlano ormai apertamente di un secondo referendum sul Brexit come opzione ormai inevitabile e la Corte di Giustizia Europea del Lussemburgo in campo per decidere addirittura se l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, quello che appunto ha consentito la Brexit, possa essere abolito unilateralmente dal Regno Unito (vanificando così l’addio all’Ue, direi che l’inganno sovranista a garanzia della riconquista della verginità da parte delle élites responsabili del 2008 sia svelato del tutto. E non mi interessa lo studio della Bank of England relativamente all’impatto negativo del Brexit sulla crescita economica britannica, addirittura un potenziale -10% del Pil (“Rischiamo la peggiore crisi dal 1945”) in caso di uscita senza accordo, il cosiddetto No deal, bensì la vita reale, la carne e il sangue di quelle strade su cui ho camminato per quasi due anni della mia vita e che conosco molto bene. 

Mi interessa questo, per l’esattezza. Ovvero, il fatto che negli ultimi tre anni il numero di senza fissa dimora nel Regno Unito della Brexit e dei miliardi fabbricati negli scintillanti grattacieli della City sia continuato a crescere, raggiungendo – quando manca ancora un mese alla fine dell’anno – le 320mila unità nel 2018. Gli ostelli e i ricoveri, semplicemente, esplodono. Le associazioni di volontari come Shelter, curatrice dello studio che ha fornito queste cifre, non riescono a stare dietro alle sempre crescenti richieste di aiuto, i banchi alimentari hanno visto quadruplicate le presenze. Anche di ex classe media, la più colpita. 

Non lo dico io, lo dice questo report, a dir poco da pelle d’oca. Siamo alla follia, cari lettori. E mi pare, anche in questo caso, di avervi avvertito al riguardo a tempo debito. Molto debito. Tra l’11 e il 13 dicembre, l’Europa deciderà il suo futuro e il suo ruolo nel nuovo conflitto globale: voto a Westminster appunto sull’accordo per dare il via al Brexit e board della Bce sulla fine del Qe, di fatto ciò che è chiamato a mantenere in vita le banche europee attraverso, quantomeno, un paio di aste di rifinanziamento a lungo termine sulla scorta dell’Ltro. Chissà che Natale ci aspetta. 

(2- fine)