BlackRock espone accidentalmente dati di vendita riservati per migliaia di promotori finanziari

zerohedge.com 19.1.19

Come già sottolineato , le notoriamente alte commissioni applicate dai consulenti finanziari non sono l’unica ragione per cui i giovani optano per i robo-consulenti a basso costo (o semplicemente per mettere da parte i loro soldi in un ETF indicizzato che paga 3 basi) punti all’anno) invece di consulenti umani. C’è anche il problema di chi servono i consulenti finanziari: i loro clienti – a chi hanno un obbligo fiduciario – oi grandi magazzini e gestori di fondi che forniscono il loro prodotto?

Bene, BlackRock, che detiene il titolo di gestore patrimoniale più grande del mondo, con oltre 5 trilioni di dollari di AUM, sembra aver inavvertitamente affermato che migliaia di consulenti finanziari servono prima i loro padroni e in secondo luogo i loro clienti. 

BR

Perché in quello che Bloomberg ha descritto come una scivolata imbarazzante e incidentale – il risultato di un errore non forzato – BlackRock ha accidentalmente pubblicato dettagli sulla sua relazione commerciale con migliaia di consulenti finanziari.

In tre fogli di lavoro pubblicati accidentalmente su una pagina Web associata all’attività ETF di iShares di BlackRock, a migliaia di consulenti finanziari sono state assegnate valutazioni in base a quanto business hanno portato BlackRock. Alcuni sono stati classificati come “dilettanti” o “utenti esperti”. Alcuni avevano persino ottenuto lo status di “Club”, inclusa l’appartenenza a un “Patriot’s Club” o “Director’s Club”.

Ma nonostante l’intuizione che questo ha offerto nel rapporto tra BlackRock e l’esercito di consulenti finanziari “indipendenti” responsabili della vendita dei suoi prodotti, BBG non sembra aver dato molte riflessioni a queste rivelazioni. Invece, si sono concentrati sul fatto che questa è probabilmente la più imbarazzante violazione dei dati di Wall Street dalla violazione del JPM del 2014 – l’unica differenza è che quest’ultimo è stato perpetrato da hacker malintenzionati.

BlackRock Inc., il più grande gestore patrimoniale del mondo, ha inavvertitamente pubblicato informazioni confidenziali su migliaia di clienti di consulenti finanziari sul proprio sito web.

I dati sono comparsi su tre fogli di calcolo, collegati a una delle pagine Web della società di New York dedicate ai suoi fondi negoziati in borsa iShares. I documenti includevano nomi e indirizzi email dei consulenti finanziari che acquistano gli ETF di BlackRock per conto dei clienti. Sembravano inoltre mostrare il patrimonio gestito da ciascun consulente negli ETF iShares dell’impresa.

I link erano datati 5 dicembre 2018, ma non è chiaro per quanto tempo erano pubblici. I documenti sono stati visti da Bloomberg e rimossi venerdì. BlackRock, che controlla attività per quasi $ 6 trilioni, è il più grande emittente di ETF al mondo.

Uno dei fogli di lavoro sembra elencare più di 12.000 voci di consulenti e i loro rappresentanti di vendita presso BlackRock. Dall’altro, i consulenti sono stati categorizzati in una varietà di modi, come “dilettanti” o “utenti esperti”. Una colonna ha annotato il loro “Club Level” incluso il “Patriots Club” o “Directors Club”.

Un portavoce di BlackRock ha detto che la società stava esaminando la perdita accidentale e ha suggerito che due “partner di distribuzione” (cioè i dipendenti di BlackRock responsabili della vendita all’ingrosso dei prodotti finanziari della società) avrebbero probabilmente incolpato la perdita.

“Stiamo conducendo una revisione completa della questione”, ha detto il portavoce Brian Beades in un comunicato.  “La pubblicazione involontaria e temporanea delle informazioni si riferisce a due partner di distribuzione che servono consulenti indipendenti e non include alcuna delle loro informazioni sui clienti sottostanti.”

È noto che la protezione dei dati mantiene i dirigenti di Wall Street svegli di notte. Ma il più delle volte, i dirigenti di alto livello citano il timore degli hacker, che ha spinto alcune delle maggiori banche della nazione a versare oltre 1 miliardo di dollari l’anno in cybersecurity. È un settore in cui le società finanziarie mettono da parte accanite rivalità, condividono consigli e collaborano a progetti per garantire che il pubblico resti fiducioso nel settore – e che non subisca mai una perdita catastrofica.

Secondo un esperto di cybersecurity citato da Bloomberg, il modo migliore per le aziende di Wall Street di mitigare le ricadute degli scandali cybersecuriuty è quello di “comunicare con precisione ciò che è successo”, aggiungendo che la risposta iniziale delle aziende è cruciale.

Le imprese non possono evitare completamente le violazioni, ma possono reagire in un modo che ricostruisce la fiducia, ha detto John Reed Stark, che si è concentrato sui crimini su Internet mentre lavorava nella divisione per la sicurezza della Securities and Exchange Commission e ora gestisce un’attività di consulenza sulla sicurezza informatica.

“Gli incidenti sulla sicurezza dei dati sono inevitabili”, ha detto dopo l’incidente a BlackRock. “La cosa più importante in questo tipo di situazione riguarda la risposta dell’azienda e se stanno comunicando con precisione su ciò che è successo”.

E quale modo migliore per ripristinare la fiducia nella propria attività piuttosto che deviare la colpa per i propri errori?

Banca Popolare Bari: al via il piano De Bustis

firstonline.info 19.1.19

Nuovo piano industriale e rafforzamento patrimoniale in vista della trasformazione in spa sono sul tavolo del cda della Banca Popolare di Bari che nei prossimi giorni si appresta ad assumere decisioni vitali per uscire dall’angolo e avviare una nuova fase di sostegno dell’economia del Centro Sud in tempi in cui si riaffaccia l’incubo della recessione

Banca Popolare Bari: al via il piano De Bustis

Giornate cruciali per la Banca Popolare di Bari, la più grande banca del Mezzogiorno che, in sintonia con la Banca d’Italia, si appresta ad assumere entro gennaio decisioni vitali per il suo futuro e per i suoi 69 mila soci. Sul tavolo del consiglio d’amministrazione c’è il piano predisposto dal nuovo ad Vincenzo De Bustis, tornato solo poche settimane fa alla guida della banca pugliese, controllata dalla famiglia Jacobini.

I capisaldi del progetto di rilancio della Popolare di Bari sono principalmente due: il nuovo industriale e il programma di rafforzamento patrimoniale. De Bustis li ha prediposti insieme all’advisor Rothschild e ai manager interni ed è pronto a sotto a sottoporli all’esame del cda. Ma è evidente che piano industriale e rafforzamento patrimoniale non saranno mosse isolate ma andranno letti e attuati in relazione al progetto di trasformazione della banca in spa, che probabilmente avverrà prima della scadenza di recente allungata di un anno dal Governo.

Piano industriale, rafforzamento patrimoniale e trasformazione in spa sono i presupposti per pensare successivamente anche a nuove aggregazioni verso le quali spinge la Banca d’Italia per mettere in sicurezza le banche più esposte ai venti della congiuntura e alla tenaglia normativa della Vigilanza europea.

Il piano industriale punterà a rafforzare gli asset più profittevoli e a modernizzare la Popolare di Bari nel segno della digitalizzazione ma anche a ridurre o a parcheggiare in un apposito veicolo i crediti deteriorati che zavorrano l’andamento di una banca come poche altre radicata nel territorio di tutta la fascia adriatica meridionale e delle zone interne di Puglia, Basilicata, Abruzzo e Molise dove conta 350 sportelli.

Diverse le opzioni ancora aperte invece sul versante del rafforzamento patrimoniale che dovrebbe permettere alla banca di rastrellare una somma che oscilla tra i 200 e i 300 milioni o attraverso un aumento di capitale o attraverso l’emissione di un bond subordinato, che allo stato sembra la via più probabile almeno in prima istanza e per il quale sono in corso sondaggi con investitori sia nazionali che esteri. A favore di questa opzione milita anche la considerazione che l’aumento di capitale – oltre alle difficoltà insiste nell’operazione – finirebbe per diluire le partecipazioni dei soci, con i quali il vertice della Banca vuole rinsaldare i rapporti e risolvere in via definitiva la querelle sulla negoziabilità delle azioni e sui rimborsi in caso di recesso legato alla trasformazione della Popolare in spa. Nel piano di De Bustis figurano infatti incentivi, sotto forma di warrant, volti a soddisfare e a fidelizzare i soci, specialmente i più piccoli che hanno avuto difficoltà a vendere le loro azioni.

Se il piano sarà approvato e centrerà i suoi obiettivi per la Banca Popolare di Bari si potrà cosi aprire una nuova fase in grado di attrezzare la banca a reggere le sfide imposte dalla Vigilanza della Bce e della Banca d’Italia e soprattutto a sostenere l’economia del Centro Sud in tempi in cui tornano ad affacciarsi i venti della recessione.

Mediobanca dirà sì a Caltagirone per la presidenza di Generali? Fatti, rumors e scenari

startmag.it 19.1.19

assicurazioni, generali

Che cosa si sta muovendo tra gli azionisti di Assicurazioni Generali in vista del rinnovo della presidenza del colosso assicurativo

Mediobanca vorrà esaudire ambizioni e richieste di Francesco Gaetano Caltagirone e Leonardo Del Vecchio per la presidenza di Assicurazioni Generali?

E’ questa la domanda che sta accendendo le discussioni nel settore finanziario e bancario italiano.

A rinfocolare l’interrogativo è un articolo del settimanale Milano Finanza uscito oggi. Si parla esplicitamente delle mire del costruttore ed editore Caltagirone, azionista di Assicurazioni Generali e vicepresidente del Leone di Trieste, per la presidenza del colosso assicurativo, come dallo scorso ottobre va scrivendo Start Magazinebeccandosi sovente rimbrotti informali ma nessuna smentita scritta.

“Quasi quasi il Leone di Trieste lo presiedo io”, è il titolo emblematico del settimanale del gruppo Class con foto non causale di Caltagirone. Milano Finanza sottolinea anche che l’imprenditore ha l’autorevolezza per ricoprire il ruolo.

Sarà della stessa opinione Mediobanca, che storicamente ha il pallino in mano per le nomine ai vertici di Generali? Giorni fa il Sole 24 Ore delineava l’ipotesi di un presidente dal profilo internazionale. Uno scenario auspicato da ambienti finanziari milanesi affini all’Istituto di Piazzetta Cuccia.

Quindi Alberto Nagel, amministratore delegato di Mediobanca, non darà l’appoggio alle eventuali mire di Caltagirone? Si vedrà.

Di sicuro, come sottolinea oggi Milano Finanza, le tensioni sono più evidenti tra la banca d’affari milanese e l’altro socio scalpitante di Generali, ossia Leonardo Del Vecchio.

Il patron di Luxottica è entrato in rotta di collisione con Mediobanca sul dossier Ieo-Monzino.

Ma come e perché si sta discutendo di chi sarà il prossimo presidente del Leone di Trieste?

Lo scorso 12 dicembre il consiglio di amministrazione di Assicurazioni Generali ha votato l’eliminazione dei limiti di età per la carica di presidente e dei consiglieri; limiti fissati in passato rispettivamente a 70 e 75 anni. Una norma che impediva ai soci di proporre nuovamente Gabriele Galateri alla presidenza. Ma che impediva anche la nomina a presidente, ad esempio, di Caltagirone (nato il 2 marzo 1943).

Poi, però c’è stata una novità che – come ha scritto giorni fa il Sole 24 Ore – ha sorpreso molti soci del Leone: “Il 14 dicembre scorso, appena due giorni dopo il consiglio delle Generali, Vivendi ha chiesto la revoca del cda Tim e nel farlo ha presentato una lista di cinque candidati tra i quali figura anche Galateri“.

A questo si è sommato il fatto che, sulla carta, l’eliminazione del vincolo dell’età amplia il ventaglio dei potenziali candidati inclusi lo stesso Caltagirone e Del Vecchio (nato il 22 maggio 1935).

Nel frattempo gli sbuffi che Caltagirone diffondeva sul piano industriale in gestazione da parte dei vertici del gruppo capitanato dall’ad, Philippe Donnet, e che avevano animato in autunno le cronache giornalistiche, si sono dissolti con la presentazione del piano triennale a novembre imperniato su internazionalizzazionee digitalizzazione.

Insomma i dubbi, i rilievi e le perplessità che avrebbero avuto i due imprenditori sulla strategia di Donnet – a leggere i quotidiani di settimane fa non smentiti dai due imprenditori – sono svaniti del tutto.

Le ragioni si possono immaginare. “Vogliamo far crescere il dividendo, 4,5-5 miliardi saranno utilizzati per distribuire dividendo agli azionisti”, ha infatti affermato il 21 novembre il Ceo di Generali, Philippe Donnet, nel presentare il piano 2019-2021. Si tratta di una quota del “cash totale del piano, pari a 10 miliardi che vengono dalla nostra generazione operativa di cassa e da dismissioni di attività”. Il resto del totale verrà usato per 1,5-2 miliardi per ridurre il debito e per altri 3-4 miliardi per la crescita, ha aggiunto Donnet.

Cinque miliardi di dividendi nel triennio equivalgono, secondo le stime delle Generali, a un payout ratio, vale a dire la percentuale di utili distribuita appunto ai soci come dividendo, compreso tra il 55 e il 65 per cento.

Ciò si tradurrebbe in cedole da 650 milioni nel triennio per Mediobanca, mentre a Caltagirone, Del Vecchio e alla famiglia Benetton andrebbero rispettivamente circa 230, 175 e 150 milioni, secondo le stime dello scorso novembre. “Cifre importanti, insomma, che potrebbero giustificare ulteriori arrotondamenti delle partecipazioni, cosa che naturalmente renderebbe le cedole stesse ancora più consistenti”, ha chiosato Business Insider Italia dopo la presentazione del piano triennale.

Nel frattempo, i due imprenditori continuano a crescere nel capitale. Leonardo Del Vecchio e Francesco Gaetano Caltagirone hanno acquistatonuove azioni Generali nei giorni scorsi salendo rispettivamente al 4,35% e al 4,82% del capitale. Secondo quanto si legge in alcuni internal dealing, Del Vecchio tramite Delfin ha acquistato poco più di 1 milione di azioni Generali (pari allo 0,07%) il 15 e il 16 gennaio a prezzi medi ponderati compresi tra 14,9843 euro e 15,1534 euro. Del Vecchio ha dichiarato che intende fermarsi al 5% di Generali. Tra Roma e Milano c’è chi ha sentito che Caltagirone punti invece al 7%.

Sta di fatto che, considerando il 3% di Edizione dei Benetton (ora in tutte altre faccende affaccendati tra Atlantia e Autostrade per l’Italia), il fronte dei soci privati in Generali è a un passo da Mediobanca che detiene il 13% del gruppo assicurativo triestino.

Alla prossima puntata della saga sul Leone di Trieste.

Crisi delle banche: la piazza zurighese ha perso 2300 posti di lavoro

tio.ch 18.1.19

Keystone

Il taglio occupazionale ha riguardato in particolare i grandi istituti UBS e Credit Suisse

ZURIGO – La piazza bancaria zurighese ha perso negli ultimi anni migliaia di posti di lavoro. Lo afferma un nuovo studio commissionato dal Cantone e dalla Città di Zurigo.

Tra il 2008 e il 2016 sono stati cancellati, o esternalizzati, 2’300 impieghi a tempo pieno. Il taglio occupazionale ha riguardato in particolare i grandi istituti UBS e Credit Suisse, che su pressione del mondo politico hanno dovuto trasformarsi e ridurre i rischi.

Il trend negativo è stato comunque controbilanciato in questo periodo dalle compagnie di assicurazione e da altri fornitori di servizi, che hanno notevolmente aumentato il loro organico: in totale sono così stati creati 4’300 posti di lavoro, secondo lo studio svolto dall’istituto BAK.

Ciò ha comportato uno spostamento dei rapporti di forza: le banche, che nel 2008 erano responsabili della creazione del 57% del valore aggiunto in ambito finanziario, sono scese in otto anni a quota 44% e sono state superate dal comparto assicurativo, salito al 47%.

«I tempi in cui la banca era il luogo dei soldi facili sono finiti», ha detto oggi, commentando lo studio, Christian Bretscher, direttore dell’Associazione dei banchieri di Zurigo. Il fenomeno in atto dimostra chiaramente che l’importanza delle banche per la città e la regione di Zurigo è ancora molto elevata, ma in declino.

L’evoluzione, dal profilo politico, è giudicata positivamente: «una eccessiva dipendenza comporta grandi rischi», ha dichiarato la sindaca di Zurigo Corine Mauch (PS). Per la solidità della piazza zurighese il nuovo equilibrio costituisce un vantaggio. Le banche, ha aggiunto, «hanno fatto i loro compiti». Ci sono stati grandi momenti di instabilità e qualcosa «doveva succedere anche nelle teste dei responsabili. Ora sono contenta che il cambiamento sia riuscito».

Secondo lo studio, il futuro delle banche dipenderà soprattutto dalla loro capacità di tenere il passo con i loro concorrenti in termini di digitalizzazione. Il potenziale è notevole, secondo Bretscher, che non ha però voluto rivelare dettagli: «è nella natura delle cose che tali piani non siano pubblici».

Monsanto-Bayer passa alla modificazione genica di frutta ed altro

comedonchisciotte.org 19.1.19

WILLIAM ENGDHAL
journal-neo.org

Non a caso, la Monsanto, che oggi si nasconde dietro il logo Bayer, da leader mondiale delle sementi OGM brevettate e dell’erbicida a base di glifosato (probabilmente cancerogeno) Roundup, sta tentando di brevettare, senza dare nell’occhio, varietà geneticamente modificate (o OGM) di frutta utilizzando la controversa modalità della modificazione genica (gene editing). La “bellezza” della cosa per Monsanto-Bayer è che negli USA, secondo una recente sentenza del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti, l’agricoltura geneticamente modificata non ha bisogno di test speciali e indipendenti. Questi sviluppi non sono certamente buoni per la salute o per la sicurezza umana, né faranno alcunchè per dare al mondo un modo migliore di nutrirsi.

Il colosso agrochimico e OGM Monsanto, che oggi cerca di mantenere un  basso profilo all’interno della Bayer, il gigante tedesco per prodotti chimici ad uso agricolo ed OGM, si sta orientando in direzione dell’assai controverso settore della modificazione genica di nuove varietà di colture. Nel 2018, mentre la società veniva inondata di cause legali contro l’uso del probabilmente cancerogeno Roundup, la Monsanto aveva investito 125 milioni di dollari in una piccola azienda specializzata in modificazioni geniche, denominata Pairwise. Il collegamento è tutt’altro che casuale.

L’ex vicepresidente del settore Global Biotechnology di Monsanto, Tom Adams, ha assunto la carica di Amministratore Delegato di Pairwise. In breve, questo è l’avvio di un progetto di modificazione genica da parte di Monsanto. In un comunicato stampa, Pairwise afferma di utilizzare la controversa tecnologia di modificazione genica, denominata CRISPR, per creare prodotti modificati geneticamente. Apparentemente, tra i loro obbiettivi vi è la produzione di una varietà super-dolce di fragole o di mele, proprio quello di cui la nostra popolazione, già satura di zuccheri, non ha alcun bisogno.

La tecnologia di modificazione genica CRISPR, un tentativo occulto del settore agroindustriale globale per promuovere mutazioni artificiali delle colture e, cosa che ha recentemente scioccato il mondo, anche degli esseri umani (come è avvenuto in Cina), viene promossa, proprio come era successo in modo ambiguo alle colture OGM, come una soluzione alla fame nel mondo. Il fondatore di Pairwise, Keith Joung, ha detto ai giornalisti che i loro frutti modificati geneticamente con il metodo CRISPR “accelereranno il processo innovativo, assolutamente necessario per nutrire una popolazione in crescita e che si trova di fronte alla sfida del cambiamento climatico.” Come delle fragole modificate geneticamente per essere più dolci possano  risolvere il problema della fame nel mondo, lo ha lasciato all’immaginazione. Pairwise dice anche che la frutta modificata geneticamente ridurrebbe, in qualche modo, lo spreco alimentare. Su questo bisognerebbe comunque rimanere scettici, anche se è un bel modo di farsi pubblicità. Oltre alle fragole super-dolci, la Monsanto prevede di utilizzare la collaborazione con Pairwise per sviluppare nuove varietà di prodotti geneticamente modificati, mais, soia, grano, cotone e colza. E poiché l’USDA ha purtroppo dato il via libera, questi nuovi alimenti geneticamente modificati non verranno sottoposti a test indipendenti per quanto riguarda salute e sicurezza.

Le stupide normative dell’USDA

Il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti ha recentemente emesso un’ordinanza secondo cui la CRISPR e gli altri nuovi sistemi di modifica genica dei prodotti alimentari non necessitano di specifici controlli regolamentari o di test indipendenti. Il segretario dell’USDA, Sonny Perdue, ha annunciato nel 2018 la riconferma di una normativa dell’era Obama che esentava le colture geneticamente modificate dall’essere sottoposte ad esami particolari. In un comunicato stampa, Purdue ha dichiarato che l’USDA non regolamenterà i selezionatori di piante che usano tecniche di modificazione genica che non richiedono l’introduzione di geni di altre specie, o “di piante che avrebbero potuto  comunque essere state sviluppate attraverso le tecniche di selezione tradizionali.”Nella dichiarazione ha aggiunto che “l’USDA cerca di favorire le innovazioni solo se non è presente alcun rischio.” Il problema è che non sono mai stati eseguiti test scientifici esaustivi da parte di alcun ente governativo o da altri soggetti per dimostrare che le colture geneticamente modificate non presentano rischi.

Fortunatamente, con una sentenza che tiene più in considerazione la salute e la sicurezza della popolazione, la Corte di Giustizia Europea (ECJ), la corte suprema dell’Unione Europea, ha stabilito l’anno scorso che i prodotti genicamente modificati dovrebbero essere trattati alla stregua degli organismi geneticamente modificati (OGM), che nell’UEsono soggetti ad una regolamentazione sostanziale.

Questa sentenza ha scatenato le grida di protesta da parte di soggetti come Monsanto-Bayer, ma, a tutt’oggi, rimane in vigore. Ciò rende gli Stati Uniti il centro focale degli sviluppi che riguardano la modificazione genetica in agricoltura, probabilmente una cattiva notizia per la popolazione americana che, a seguito di una ordinanza esecutiva firmata nel 1992 dall’allora presidente G.H.W. Bush, si nutre con una dieta pesantemente satura di prodotti OGM, soia, riso, mais, patate, barbabietole da zucchero ed altri prodotti, e anche con insulina OGM per la cura del diabete.

Senza rischi?

Il recente interesse per un biofisico cinese che aveva pubblicamente dichiarato di aver modificato con successo l’embrione umano per rendere due gemelle “HIV-immuni” ha attirato l’attenzione del mondo su una tecnologia di manipolazione genica relativamente sconosciuta, nota come modificazione del genoma. Questa è stata una brutta notizia per quelle aziende come Monsanto-Bayer che avevano sperato di portare avanti i propri sogni di manipolazione genica sotto la denominazione di “biotecnologie“, per evitare l’etichetta “cibo-Frankenstein” che il mondo aveva affibbiato alla tecnologia OGM precedente.

Anche se l’attuale Segretario dell’USDA, Perdue, si è semplicemente basato sulle vecchie argomentazioni pro-OGM dei burocrati della precedente amministrazione Obama, la cosa necessita, ovviamente, di un attento riesame.

La tecnologia CRISPR-Cas9 che ha trasformato il panorama dell’editing genico ha solo cinque anni di vita. I rischi hanno dovuto in gran parte essere rivelati dai singoli ricercatori. In uno di questi studi, pubblicato nel maggio 2017 sulla rivista Nature, alcuni ricercatori che si occupavano di modifiche geniche avevano riferito di essere rimasti turbati nell’aver scoperto un numero inaspettatamente alto di mutazioni secondarie in un esperimento di terapia genica effettuato sui roditori. In altre parole, i risultati non erano stati previsti.

Quando il biofisico cinese He Jiankui aveva scioccato il mondo, nel dicembre 2018, con l’annuncio di aver usato la CRISPR per alterare il genoma di due embrioni umani nell’utero di una donna, che aveva poi dato alla luce due gemelle nel mese di novembre, le autorità cinesi avevano cercato di far passare sotto silenzio l’episodio mettendo He agli arresti domiciliari (alcuni suggeriscono che potrebbe essere stato persino condannato a morte). Quello che il biofisico He aveva fatto, ovviamente con scarsa considerazione per le conseguenze genetiche, era stata una modifica genica della cosiddetta linea germinale. Cambiare i geni in un embrione significa cambiare i geni in tutte le cellule. Se il metodo ha successo, il neonato avrà subito alterazioni che verranno poi ereditate da tutta la sua progenie, con modalità imprevedibili. Se gli studi sui topi sono indicativi, le conseguenze indesiderate potrebbero essere tremende, non solo per i due inconsapevoli gemelli cinesi appena nati.

Le implicazioni della modificazione genica con la CRISPR e con le sue derivazioni sono così gravi che occorre la massima cautela prima di permettere la sua diffusione sul mercato mondiale. Sfortunatamente, sembra stia avvenendo il contrario. I kit per l’editing genico possono essere acquistati da chiunque su Internet, senza dover fornire prove di qualifiche scientifiche e a poco prezzo. Le richieste per una moratoria sull’editing genico, almeno fino a quando la tecnologia non sarà stata confermata o confutata, cadono nel vuoto. Il direttore dei servizi di intelligence del presidente Obama, James Clapper, aveva addirittura inserito le tecniche di modifica del genoma sulla lista delle “armi di distruzione e proliferazione di massa.” Il DARPA, un’agenzia collegata al Pentagono, sta facendo ricerche per utilizzare a scopi bellici di alcune varietà di zanzare. Tutto è possibile.

È da molto tempo che invochiamo un prudente “principio di precauzione” che imponga una moratoria globale sull’editing genico, in attesa di una ricerca indipendente maggiormente controllata, prima di dover (forse) apprendere un giorno che le fragole geneticamente modificate, mai state così dolci, possono distruggere la vita, inavvertitamente o di proposito.

William Engdhal

Fonte: journal-neo.org
Link: https://journal-neo.org/2019/01/18/monsanto-bayer-moving-to-genome-edit-fruits-and-more/
18.01.2019
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

Alain Minc: “Non c’è paese senza élite”

lesechos.fr 18.1.19

Per Alain Minc,

Per Alain Minc, – Antoine Doyen

MANUTENZIONE. Nel suo ultimo libro, “Voyage au centre du système”, Alain Minc analizza in profondità il funzionamento dei meccanismi di potere in Francia. Se rifiuta l’interrogatorio sistematico delle élite – “un elemento fondante del populismo” nei suoi occhi – chiede un attacco urgente alle “disuguaglianze culturali” che minano la nostra democrazia.

Il movimento di “gilet gialli” entra nella sua decima settimana. Uno dei suoi aspetti è la sfida dell’élite, il famoso sistema che è il soggetto del tuo ultimo libro. Ai tuoi occhi, è ammissibile questa critica del popolo contro le élite?

Iniziamo sollevando un problema di vocabolario. I “giubbotti gialli” sono senza dubbio parte delle persone ma non sono “le persone”. Esprimono una vera insoddisfazione ma non rappresentano tutta la Francia.

La sfida dell’élite è infatti l’elemento fondante di tutto ciò che unisce il populismo in tutto il mondo. In particolare, si sta negando che la democrazia non è solo suffragio universale. Sono anche istituzioni, norme giuridiche, tutto ciò che consente a un paese di funzionare.LEGGERE ANCHE

Non c’è paese senza élite. La vera domanda è abbastanza diversa. È sapere se le élite, grazie alla meritocrazia, sono rappresentative o meno di un paese. Per quanto riguarda la Francia, la risposta è purtroppo molto chiara: sono sempre meno.

Cosa ti fa dire questo?

È ancora scioccante notare che il numero di figli di lavoratori o di classi modeste nelle grandes écoles è oggi meno importante di quando ho superato le mie competizioni cinquant’anni fa. Questo è assolutamente inaccettabile e non ha nulla a che fare con la globalizzazione. Questa evoluzione è legata al fatto che il nostro sistema educativo non svolge più il suo ruolo sufficientemente, come dimostra la sua  costante regressione nelle classifiche internazionali di Pisa per diversi anni. Oggi, mentre la capitale culturale cara a Bourdieu continua a crescere, le disuguaglianze culturali sono accentuate da questo fatto. Oltre alla mia grande divergenza con Thomas Piketty, ho sbagliato di soggetto. Le disuguaglianze monetarie sono in aumento, ma le disuguaglianze culturali stanno aumentando ulteriormente. E quindi la vera questione democratica è: cosa si fa per rendere le élite più rappresentative del Paese e meno culturalmente endogamiche?

Hai un dente duro contro i leader del CAC 40.

Nel 2008, in “Le Figaro”, ho scritto una lettera aperta ai miei amici della classe dominante dicendo loro: tu vai oltre i limiti. Eravamo allora in crisi. Oggi siamo in un clima che non consente più eccessi. La struttura retributiva dei nostri leader non è più adatta per un periodo in cui l’accettabilità delle disuguaglianze è diventata un argomento importante. Ovviamente dobbiamo distinguere gli imprenditori dai gestori. I primi sono proprietari dei loro affari, fanno quello che vogliono, è il capitalismo. Per quest’ultimo, è diverso. Meccanismi come i ritiri dei cappelli o le azioni gratuite non sono più accettabili. Devi allineare gli interessi dei dirigenti con quelli degli azionisti. Da lì, il, erroneamente omesso.

Nel tuo libro scrivi: “Per la prima volta sono preoccupato. Cosa ti preoccupa così tanto?

Il movimento dei “giubbotti gialli” esprime  una serie di frustrazioni che finora ci sono rimaste invisibili . Si è a lungo pensato che la società francese fosse una grande classe media. Era il modello di Giscard. Quindi, si pensava che la Francia fosse una grande classe media con l’enorme ascesso che costituisce la periferia. Sono stato il primo a credere che se un’insurrezione dovesse emergere, sarebbe venuta da lì. Nel frattempo, Christophe Guilluy, l’autore di “Peripheral France”, è rimasto inconfondibile in quanto ha indicato un fenomeno chiaro, emerso nel secondo turno delle elezioni presidenziali del maggio 2017. Non esiste una misura migliore del divario tra la Francia della globalizzazione e Francia invisibili rispetto ai rispettivi punteggi di Emmanuel Macron e Marine Le Pen città per città.LEGGERE ANCHE

Per trent’anni abbiamo assistito a un impoverimento regolare della classe media nel mondo, che è stato probabilmente meno visibile in Francia che altrove, perché il nostro modello di protezione sociale ci consente di assorbire meglio gli shock.

Cosa può uscire dal grande dibattito aperto martedì?

Poiché ogni francese è invitato a fare proposte, non c’è motivo per cui io non lo faccia! Credo che dovremo immaginare soluzioni a problemi molto empirici, che la tecnocrazia non vede nemmeno. Un esempio molto semplice: tutti hanno scoperto che c’erano molti genitori single, per lo più madri single che allevavano bambini single, tra i “giubbotti gialli”. Un meccanismo di assicurazione pubblica può essere sviluppato per il pagamento dei pagamenti di sostegno. Questa assicurazione si rivolgerà contro i cattivi pagatori in modo più efficace.

Non è necessariamente questi argomenti che saranno in cima alla pila … È più l’ISF, giusto?

Credetemi, se i francesi sono numerosi a partecipare, diranno qualcosa di diverso dagli eterni soggetti riadattati dai politici che hanno bisogno di immaginazione. La buona soluzione a mio parere è di associare un referendum a scelta multipla al ballottaggio europeo, con elementi essenzialmente istituzionali.

I primi taccuini di lamentele che risalgono ai municipi mostrano che i francesi vogliono funzionari eletti che li rappresentano di più. Questo è un messaggio per l’attuale governo?

Ci sono due domande a mio parere. Il potere attuale rappresenta abbastanza il Paese? La risposta è che ci sono troppi pochi funzionari eletti locali con esperienza politica e una profonda conoscenza della Francia. Per dirla in modo semplice e schematico, manca Pierre Mauroy! La seconda domanda riguarda la qualità e l’integrità dei nostri politici. La loro onestà e azione disinteressata devono essere lodate; le regole del finanziamento della vita politica sono esemplari. La Francia non ha partiti politici, né potenti sindacati, potenti datori di lavoro, potenti chiese e associazioni. L’unico cemento sono i 35.000 sindaci e i 600.000 eletti locali che si dedicano agli affari pubblici. Il governo  deve essere ancorato a questo suolo .

Nel tuo libro, difendi l’idea che siamo alla “fine di un sistema”. Stai parlando del sistema capitalista?

L’economia di mercato entrerà in un nuovo ciclo. La sua stessa esistenza non è in discussione perché l’economia di mercato è l’aria che respiriamo. Fino ad ora, abbiamo risolto le difficoltà della globalizzazione – in particolare l’allargamento delle disuguaglianze – attraverso meccanismi di ridistribuzione monetaria, che sono anche molto potenti. Ma possiamo vedere che non funziona più. Ricorda Tony Blair: è stato in grado sia di sostenere il mercato e costruire ospedali; aveva soldi pubblici da spendere. Emmanuel Macron, da parte sua, non ha riserve per finanziare servizi pubblici aggiuntivi che compensino le disparità di mercato. Nessuno sa come farlo in queste condizioni …

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Prima osservazione: dimentichi gli Stati Uniti, che è anche in un momento difficile, almeno. Per quanto riguarda l’Europa in quanto tale, sta andando bene in tre aree: l’euro, la politica del commercio estero e la politica di concorrenza, che sono tutti “federati” e nel complesso funziona bene. Non è così male. Non è perché l’Europa non se ne sbarazza, non è come andare in bicicletta: se non pedali, non cadi necessariamente.

Hai paura di un declino della democrazia nel mondo?

Lo scontro tra le nostre democrazie e le cosiddette democrazie “illiberali” è cruciale, vitale. Questa sfida non abbiamo visto arrivare. Ma l’Europa ci protegge perché impedisce o limita gli abusi più gravi in ​​termini di valori; infine, lo spero. Questo è il caso in Polonia. Scommetto che sarà il caso in Italia, ma sono meno sicuro.  Matteo Salvini è un protofascista che favorirà la politica sull’economia. Se prende il potere da solo, dovrà affrontare l’Unione Europea. L’unica cosa che possiamo sperare è che i risparmiatori italiani fungano da promemoria se vogliono uscire dall’euro o creare una valuta parallela. L’altro promemoria è l’esperienza britannica: uscire dall’UE è molto complicato; fuori dall’euro sarebbe cento volte di più.

Intervista di Daniel Fortin e Dominique Seux.

Il prezzo dell’Impero

zerohedge.com 19.1.19

Scritto da Umair Haque via Eudaimonia & Co,

Perché l’America e la Gran Bretagna sono autodistruggenti (e ciò che il mondo può imparare da esso)

È un fatto sorprendente del mondo di oggi che le due società ricche in un declino scioccante, rapido e acuto siano l’America e la Gran Bretagna. In nessun’altra parte del mondo, ad esempio, ci sono reddito reale, aspettativa di vita, felicità e fiducia in tutte le discese, a parte forse il Venezuela (No, “ma almeno non siamo Venezuela!” Non è il bar a cui mirare, il mio amici.) 

La loro caduta è, naturalmente, una catastrofe autoinflitta. Ma la domanda interessante è: perché? E cosa ci dice di quello che serve per prosperare e prosperare nel 21 ° secolo, che è qualcosa che l’America e la Gran Bretagna chiaramente non stanno facendo, e forse non sono capaci di fare?

Ecco un’osservazione altrettanto curiosa. America e Gran Bretagna non sono solo paesi. Sono gli ex egemoni degli imperi più potenti del mondo. La Gran Bretagna, fino alla prima metà del 20 ° secolo, e l’America, riprendendo da dove la Gran Bretagna aveva lasciato. È solo una strana coincidenza cosmica – che sono i due più grandi imperi del passato più recente quelli che sono apparentemente i più incapaci di affrontare le sfide del XXI secolo? Non ci sono coincidenze così grandi, amici miei. Tali maree della storia sussurrano sempre lezioni da imparare. Cosa sta cercando di insegnarci urgentemente?

Che c’è un prezzo per l’impero. Uno grave e rovinoso . E quel prezzo è cresciuto nel corso dei secoli – così alto che ora non vale più la pena di pagare.

Lascia che ti spieghi cosa intendo – perché non si tratta solo di spendere troppi soldi e di afferrare troppo in alto. Affatto. Riguarda il tipo di un luogo e la gente un paese del genere finisce per essere limitato all’essere – e forse non potrà mai facilmente diventare troppo grande.

Per essere un grande impero, devi anche essere un certo tipo di cultura, società, luogo – un popolo con un certo insieme di valori, un certo tipo di atteggiamenti. Devi amare il controllo e conquistare il possesso dell’umanità, dell’empatia e della saggezza. Devi valutare la competizione brutale sopra ogni altra cosa e addestrare i tuoi bambini ad essere piccoli guerrieri, in pratica, sia che li lanci in mari, come gli Spartani, o che li facciano “esercitazioni sparatutto attive”. Devi essere prepotente e controllante e vendicativo, temuto, non amato – devi venire ad apprezzare la rabbia e la rabbia come le uniche vere o degne emozioni nella vita, non, per esempio, l’intelligenza, la gentilezza, la gentilezza o la felicità. L’obiettivo primario delle vostre istituzioni, l’aspirazione del vostro meglio e il più luminoso, deve essere soggiogare gli altri, invece di sollevarli – dopotutto, gli imperi sono fatti di soggetti, non uguali. Devi instillare nella gente un’ammirazione per la violenza – dal momento che gli imperi sono gestiti da proiettili, sia sparati da droni o eserciti. La tua scienza e arte e così via dev’essere dedicata, fondamentalmente, alla proposizione che in qualche modo tu sei il naturale padrone del mondo che è il tuo dominio – indipendentemente da come affermano di ammirare la libertà, l’uguaglianza e la verità. Non è possibile pianificare qualsiasi tipo di bene a lungo termine – il motivo principale è semplicemente quello di acquisire, colonizzare, saccheggiare, prendere il possesso successivo.

In altre parole, per essere un impero, devi coltivare le qualità della crudeltà, dell’egoismo, dell’avidità, del tribalismo, socialmente. Di materialismo e acquisitività e conformità all’avidità e dell’egoismo, mentalmente. Devi incoraggiare l’ascesa della supremazia e del trionfalismo, del bigottismo e della misoginia, culturalmente. Devi attribuire a tutta la vita umana un solo scopo: non la felicità, o l’appartenenza, o la crescita del significato e dello scopo, ma il guadagno materiale, che sia misurato in colonie, protettorati, schiavi, corpi o PIL. Quindi, il principio organizzativo dominante del tuo intero impero deve essere proprio questo: i forti sopravvivono e il debole perisce.Tutti – anche i deboli – devono venire a comprare questo principio, fare tesoro, rallegrarlo, applaudirlo – anche quando sono loro stessi a essere distrutti. Basta pensare a come Donald Trump incarna tutti quei valori in un grado comico e disgustoso.

In quale altro modo puoi gestire un impero? In che altro modo puoi convincere le persone ad andare là fuori e conquistare il mondo per te – invece di coltivare felicemente i loro campi e amare i loro figli, prendendo campi e figli dagli altri? Non puoi farlo senza realizzare la maggior parte o tutto quanto sopra. Ogni impero da Roma all’Egitto, dall’America alla Gran Bretagna ha bisogno di costruire questi bastioni e fasci della mente e dello spirito umani per essere un impero. Gli imperi sono cose darwiniane, piccoli ordini di umanità – ciò che non sono democrazie, in realtà, sebbene possano essere così di nome, non possono essere nello spirito, nell’intelletto, nel sentimento, nella verità.

Adesso. Osserviamo oggi lo stato di America e Gran Bretagna – e quindi colleghiamo i punti . Cosa c’è di veramente curioso di loro? Basta pensare a Trumpism e Brexit mentre leggi il prossimo paragrafo.

Queste sono società che non possono sopportare l’idea di essere uguali a nessun altro. Non è che Trumpism e Brexit siano davvero – noi dobbiamo essere i numeri uno? Sono società che non possono cooperare con nessun altro – o addirittura cooperare tra loro. Sono società che non possono pianificare a lungo termine. Società che sembrano divertirsi sia per la loro crudeltà che per la loro ignoranza, mentre il mondo guarda, inorridito. Preferiscono essere luoghi darwiniani a esseri umani. Preferiscono costruire muri piuttosto che costruire scuole e ospedali, menti e corpi. Sono società che non possono tollerare l’idea che non regnino ancora sovrani – e nel momento in cui la loro supremazia è minacciata, bang! Si scagliano anche ai loro vicini più vicini, alleati, amici e soci.

Queste due liste non sembrano stranamente, stranamente, sorprendentemente simili a te – la lista delle qualità necessarie per essere un impero, e la lista di problemi selvaggi e intrattabili che affliggono la Gran Bretagna e l’America, che li hanno costretti a crollare in un’estrema rovina ? Neanche questa è una coincidenza. È causa ed effetto. Lascia che lo metta più chiaramente.

L’America e la Gran Bretagna costruirono i due più grandi e potenti imperi del mondo – mai, periodo. Certo, l’America non ha chiamato paesi le sue colonie – ha detto (LOL) che le ha “liberate”. Ciò significa che sono diventati effettivamente colonie del capitalismo predatorio in stile americano (dai un’occhiata a Porto Rico – o Iraq). Solo un secolo fa, metà del mondo era una colonia britannica – Non ho bisogno di raccontarti questa storia.

Ora, il problema con una mentalità coloniale, atteggiamento, società, stile di vita è questo. Cosa succede quando finisci le cose per colonizzare?Dopotutto, prima o poi, finirai con le allettanti frontiere, i selvaggi indifesi, i Manhattans per scambiare perline, pesci nell’oceano e così via, giusto? Quel giorno potrebbe sembrare lontano, ma deve venire, dopo tutto. Bene, allora, amici miei, siete fregati – se non potete abbandonare la mentalità coloniale, allora dovrete colonizzarvi. Cosa intendo con questa frase curiosa, “colonizzare te stesso”? Voglio dire che dovrai sfruttare la tua stessa gente nello stesso modo in cui hai sfruttato gli altri prima. Dovrai insegnare loro a sfruttarsi a vicenda, nello stesso modo in cui una volta hanno sfruttato le persone più povere di diversi “colori” e credi, quando non ci sono più di quegli estranei alle nuove frontiere ancora da conquistare, non più montagne fresche abbandonate a saccheggiare.

E questo è esattamente quello che è successo in America e in Gran Bretagna. È più ovvio in America. Quando non c’era più nessuno da sfruttare – prima erano schiavi, poi erano i neri subumani tenuti segregati, poi erano diversi paesi che erano “liberati” dalla guerra per il loro petrolio e il lavoro a basso costo – bang! Agli americani è stato detto di accendersi. Hanno obbedito. Cos’altro sapevano? Questo è quello che è stato loro raccontato per tutta la vita: questa mentalità di sfruttamento e violenza è buona. Così, l’americano è andato a lavorare come manager in un HMO, dove il suo lavoro era negare l’assistenza sanitaria alle persone, o come droide aziendale di minoranza, dove il suo lavoro era trovare modi più intelligenti per guadagnare profitti che non aveva mai visto più grandi quota di.

(È accaduto anche in Gran Bretagna – solo in modo indiretto. Sebbene la Gran Bretagna abbia cercato di superare i postumi della sbornia dell’impero, costruendo grandi istituzioni pubbliche, come il SSN, alla fine, i valori dell’avidità, dell’egoismo e dell’odio, il bisogno di essere supremi , tutto ciò significava che gli inglesi iniziarono a sfruttarsi a vicenda: questo non è solo ciò che mostra chiaramente la Brexit, ma le sue cause principali, gli inglesi si fanno sempre più scarsi per un decennio o due, mentre si accendevano l’un l’altro.)

La lezione è tanto semplice quanto cristallina. Gli imperi richiedono mentalità coloniali. Atteggiamenti di materialismo, egoismo, avidità, crudeltà, dominio. Ma cosa succede che un impero esaurisce le cose per colonizzare? Vedi qualche paese del mondo lasciato a colonizzare facilmente? Io non. Cosa succede quando un paese che era un impero esaurisce le cose per colonizzare è questo: si colonizza. Scoppio! Questa è la storia del collasso americano e dello straordinario declino della Gran Bretagna in una frase.

Vedi, rinunciare a qualcosa come una mentalità coloniale non è facile. È avvincente, proprio come qualsiasi piacere facile. È molto più facile supporre che la mia prosperità derivi dal prendere il tuo, al punto di un fucile – anche se non lo chiamo “liberazione” – piuttosto che riconoscerti come un essere umano, facendo il duro lavoro di sollevarti.

Ma la verità è che è proprio da dove viene la prosperità: io ti sto sollevando. Non ti sto colonizzando. Questa è la più grande lezione del 20 ° secolo. Come lo sappiamo? Dalle nazioni che hanno veramente voltato le spalle all’impero. Anche molte altre nazioni hanno avuto imperi, solo non grandi e forti. Quindi forse erano più facili da abbandonare. O forse è stata la grande guerra e i suoi orrori che hanno insegnato loro la lezione meglio. Tuttavia, nazioni come la Francia, la Germania e la Spagna hanno fatto un lavoro migliore lasciando andare la mentalità colonialista. Dopo la guerra, l’Europa ha cercato duramente di costruire un nuovo continente su un nuovo atteggiamento: la ricchezza non sarebbe venuta più dal prenderlo dagli altri, ma dalla cooperazione per sollevarsi l’un l’altro. In fin dei conti, quale era la strada per conquistare ricchezza, vita, prosperità dagli altri – ma orrore e rovina?

Ma le società di lingua inglese, a quanto pare, non hanno mai imparato questa lezione. Ci sono giorni che mi chiedo se possono. Sono troppo legati alla loro mentalità coloniale – atteggiamenti di supremazia, di essere-numero uno, di non essere in grado di trattare nessun altro come un pari, di incapacità di cooperare, di rabbia come emozione primaria nella vita – di fare qualsiasi progresso ora, mi sembra. I paesi di lingua inglese probabilmente non guideranno il mondo nel XXI secolo. Questo non dovrebbe essere controverso. A malapena riescono a gestirsi a malapena. Ma la lezione, penso, è profonda e vera.

Il prezzo dell’impero è quella maturità, psicologicamente, socialmente, economicamente, culturalmente, diventa sempre più difficile, ogni giorno. Maturità oltre a cosa, esattamente? Oltre la violenza. Oltre la stupidità. Al di là dell’avidità, dell’egoismo e della crudeltà. Vedete, gli Anglos del mondo non hanno mai abbandonato il loro strano amore e desiderio per tutte queste cose – sia che si tratti di insultare improvvisamente i loro vicini, di costruire muri, di iniziare guerre inutili, se guerre di scambi o guerre combattute con missili, bambini che bombardano droni a morte, o la più sottile violenza e avidità di persone che portano via l’assistenza sanitaria e i posti di lavoro e i risparmi dei loro vicini.

Ma la violenza, l’avidità e la crudeltà non possono portare nessuno più alla prosperità nel XXI secolo. Non è rimasto nessuno per colonizzare e sfruttare la sinistra, ma te stesso, la tua stessa società, in un mondo che non ha frontiere facili e popoli indifesi. Nessuno scambia ancora Manhattans per perline, vero? E così la violenza e l’avidità sono solo in una forma: autodistruzione. Follemente, ironicamente, scioccamente, tragicamente, l’unica scelta che il mondo di lingua inglese sembra più in grado di fare è l’autodistruzione – perché il problema è che il prezzo dell’impero è una dipendenza dalla rovina, in primo luogo, ma alla fine, non c’è uno in rovina ma te stesso.

Ecco come i partiti nazionalisti europei vedono l’UE

zerohedge.com 19.1.19

I partiti più conservatori d’Europa, alcuni dei quali sono ancora relativamente giovani, stanno guadagnando rapidamente sostegno negli ultimi anni, mentre i nazionalisti di tutto il continente si dichiarano contrari alle migrazioni di massa, alle tasse elevate e alle politiche di frontiere aperte dalla leadership globalista. 

In vista delle imminenti elezioni del Parlamento europeo di maggio, molti si sono chiesti cosa pensano i vari partiti nazionalisti dell’UE. Rispondere a questa domanda è l’emittente pubblica internazionale della Germania,  Deutsche Welle . 

***

AfD (Germania) – 1 deputato

Il leader dell’AfD, Gauland, ha smesso di chiedere alla Germania di lasciare l’UE

Il partito politico di estrema destra della Germania del dopoguerra finalmente ha definito la sua posizione sull’UE in una conferenza del partito di domenica.

Il nuovo manifesto elettorale europeo AfD dice che la Germania dovrebbe abbandonare la valuta dell’euro. Questa posizione può essere ricondotta alle origini euroscettiche del partito nel 2013, quando l’AfD fu fondata come protesta diretta contro i piani di Bruxelles di salvare la Grecia all’indomani della crisi finanziaria europea.

Ma nonostante uno sforzo concertato da parte degli intransigenti del partito, l’AfD ha smesso di esigere che la Germania lasci del tutto l’Unione europea. “Chiunque giochi con l’idea di un Dexit ha anche bisogno di chiedersi se questa non è un’utopia e dovremmo essere più realistici”, ha detto il leader del partito Alexander Gauland ai delegati alla conferenza del partito a Riesa, in Sassonia.

Questo compromesso significa che l’AFD sostiene la restrizione dell’UE alla cooperazione economica e l’opposizione a una difesa congiunta dell’UE e alla politica estera.

National Rally (Francia) – 15 deputati europei

Come uno dei più vecchi partiti di estrema destra in questa lista, il National Rally (noto come Front National fino all’estate scorsa) ha ricoperto diverse posizioni nel suo passato. Fondamentalmente un partito pro-europeo, il FN si è trasformato nei primi anni 2000, quando il leader Jean-Marie Le Pen ha chiesto alla Francia di lasciare l’UE e reintrodurre il franco.

Il FN di Le Pen fu forse anche il primo grande partito a collegare l’UE all’idea di un oscuro “governo mondiale” o addirittura di un “Nuovo Ordine Mondiale”, che sospettava Bruxelles come una cospirazione globalista e antidemocratica.

Sua figlia e  successore Marine Le Pen , che ha spostato con successo il partito verso il mainstream (ci sono voluti il ​​25% dei voti nelle elezioni europee in Francia nel 2014), non vuole che l’Unione sia abolita, ma vuole la fine di uno dei suoi guida delle libertà. Ha chiesto che vengano ripristinati i controlli di frontiera europei e che lo spazio di libera circolazione di Schengen sia abbandonato. L’anno scorso ha anche denunciato la “tirannia arrogante” e “l’oligarchia europea barricata a Bruxelles”.

Lega Nord (Italia) – 6 deputati

Lega Nord (o solo Lega, come è stata rinominata in vista delle elezioni italiane dello scorso anno) si è lentamente srotolata dalle sue radici regionali per stabilire il suo appeal in tutta Italia – ora fa parte del governo a Roma, con il suo leader, Matteo Salvini, al servizio come vice primo ministro e ministro degli interni.

Salvini è anche un feroce critico dell’Unione Europea e dell’euro, che una volta descrisse come un “crimine contro l’umanità”. In effetti, la leadership di Salvini ha trascinato la Lega Nord più vicina all’euroscetticismo. Mentre la Lega Nord ha votato a favore del trattato di Lisbona, la base costituzionale dell’UE, firmata nel 2007, Salvini e altri importanti personaggi della Lega hanno chiesto all’Italia di lasciare il blocco. Questa non è la posizione ufficiale del partito, tuttavia, ed è un netto cambiamento rispetto alle posizioni espresse dal predecessore di Salvini, Roberto Maroni, che sosteneva l’elezione diretta del presidente della Commissione europea e l’accelerazione dell’integrazione europea.

UK Independence Party (UK) – 7 deputati europei

L’UKIP è stata fondata nel 1991 con l’unico scopo di contrastare l’UE e tutto ciò che rappresentava, conducendo alla fine un movimento sotto il leader a lungo termine Nigel Farage che ha portato al  referendum sulla Brexit  nel 2016. Il partito continua a insistere sul fatto che l’UE è fondamentalmente antidemocratica e ha enfatizzato la sua opposizione al blocco (in particolare la sua percezione che l’UE sia responsabile di consentire ai migranti nel Regno Unito) molto più forte di qualsiasi altro partito in Europa. Anche se negli ultimi anni ha focalizzato l’attenzione su altre questioni, le politiche dell’UKIP sono ancora spesso inquadrate in termini di come si rapportano all’UE.

Fidesz (Ungheria) – 11 deputati

Il partito del primo ministro ungherese Viktor Orban ha radicalmente spostato la sua posizione sull’Europa sin dalla sua fondazione nel 1988, quando è iniziato come movimento studentesco che favoriva una più stretta integrazione europea, e quando ha promosso l’adesione dell’Ungheria all’UE nel 2004. Da allora Il partito di Orban è diventato sempre più conservatore e la sua retorica è diventata sempre  più anti-UE .

Ma nonostante questo, e il fatto che l’UE abbia istituito dozzine di procedure contro l’Ungheria per aver violato i suoi criteri di appartenenza, il governo sempre più autoritario di Orban non ha fatto alcun passo avanti verso l’uscita dal blocco.

Legge e giustizia (Polonia) – 16 deputati

Il partito di governo della Giustizia e della Giustizia conservatore (PiS) ha assunto un’ampia posizione anti-Bruxelles, favorendo legami più stretti con gli Stati Uniti e opponendosi a una più stretta integrazione nell’UE. Le tendenze nazionaliste del PiS lo hanno portato a una retorica sempre più anti-UE – soprattutto in seguito all’afflusso di rifugiati in Europa nel 2015, quando sia la Polonia che l’Ungheria hanno resistito con forza ai tentativi di Bruxelles di introdurre una quota di migranti. Infatti, il leader del PiS e l’ex primo ministro Jaroslaw Kaczynski hanno dichiarato pubblicamente l’alleanza del suo partito con Orban in Ungheria.

Party for Freedom (Paesi Bassi) – 4 deputati

Forse più vicino nello spirito all’UCL, il secondo partito più grande del parlamento olandese ha sempre favorito il ritiro dall’UE. Come l’UKIP, il Partito per la libertà (PVV) ha coerentemente tenuto l’UE responsabile per l’afflusso di migranti verso stati membri dell’Europa centrale come Polonia e Romania.

Le sue altre posizioni comprendono l’abbandono dell’euro, l’abolizione del Parlamento europeo e la mancanza di cooperazione in qualsiasi attività dell’UE.

Inflazione al 2%: un miraggio. Anche il Q.E. è stato un fallimento.

di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**http://lnx.societalibera.org 17.1.18

Janet Yellen e Mario Draghi

Il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, e la presidente della Federal reserve americana, Janet Yellen, nelle loro brevissime dichiarazioni prenatalizie hanno fatto a gara a parlare dell’inflazione che non c’è. Per loro una vera ossessione. A nostro avviso è la dimostrazione della mancanza di una corretta valutazione della situazione economica e finanziaria nazionale e internazionale e dell’assenza di un virtuoso piano di rilancio economico che punti allo sviluppo e non solo alla crescita. La parola «inflazione» è stata ripetuta da entrambi ben 15 volte in un testo di 2 paginette. Yellen però batte Draghi 4 a 3 nella citazione del 2% di inflazione quale obiettivo da raggiungere per avere un’economia ben funzionante. Dal 2010 il target del 2% è diventato un mantra ossessivamente ripetuto in tutte le salse.
Nell’immaginazione di alcuni economisti di recente grido, il 2% d’inflazione sarebbe sinonimo di un’economia in movimento, dove aumentano gli investimenti, i consumi, i redditi delle famiglie e, dulcis in fundo, farebbe diminuire anche il debito pubblico che si svaluterebbe di anno in anno in rapporto a un pil inflazionato. Questa teoria è stata totalmente sposata dalle banche centrali che da anni si danno da fare per far ripartire l’inflazione. Alcuni, per abbattere il debito pubblico, la vorrebbero al 4-6% annuo. Ci si scorda evidentemente che in un passato recente molti governi e molte famiglie in vari paesi hanno lottato contro l’iperinflazione del 15-20%.
L’inflazione è una bestia selvaggia, innocua se ne parla soltanto, ma terribile e incontrollabile se si muove e comincia a galoppare.
Certo, anche la deflazione che abbiamo avuto per alcuni anni dopo la Grande Crisi è un «animale» non meno pericoloso. Essa avviene quando l’economia si avvita su se stessa, con una diminuzione dei prezzi dovuta, in gran parte, alla riduzione dei consumi e dei bilanci pubblici, al crollo dei commerci internazionali e, di conseguenza, anche delle produzioni e dell’occupazione. La deflazione genera un immobilismo progressivo in cui tutti gli attori economici sono indotti a posticipare le decisioni d’investimento o di acquisto nella prospettiva che i prezzi possano scendere ancora. È un processo che porta direttamente alla recessione.
L’obiettivo «inflazione al 2%» è il fratello gemello della politica monetaria espansiva del Quantitative easing di creazione di grande liquidità da parte delle banche centrali per acquistare titoli di stato e, soprattutto, i titoli cosiddetti abs, asset-backed-security in possesso delle grandi banche, che spesso sono di carattere speculativo e di bassa affidabilità. Il programma avrebbe dovuto spingere il sistema bancario a concedere più crediti alle imprese e alle famiglie che così avrebbero creato più investimenti, più ricchezza, più consumi e, quindi, anche generato la desiderata inflazione del 2%.
Gli anni passati di bassa inflazione hanno anche comportato tassi d’interesse molto bassi, vicini allo zero, che, secondo la teoria, avrebbero dovuto agevolare nuovi crediti per nuovi investimenti. Così non è stato. Si è trattato di due automatismi che non hanno funzionato. L’unico parametro che, invece, è veramente cresciuto è stato quello concernente i debiti pubblici e quelli delle imprese. L’altro parametro negativo è stato quello dei salari bassi e della precarietà.
Evidentemente le banche centrali, soltanto con la politica monetaria e finanziaria, non riescono a influenzare gli andamenti macroeconomici, come ad esempio i prezzi del petrolio e delle altre materie prime. In verità secondo noi, non sono state nemmeno capaci di orientare i comportamenti del sistema bancario e della finanza.
Alla fine s’intuisce che il cosiddetto «inflation targeting» più che una teoria economica è una politica dell’informazione. Da qualche tempo le banche centrali hanno fatto della loro comunicazione l’asse portante delle scelte economiche e monetarie, ritenendo che l’annuncio di alcuni paletti e degli obiettivi delle loro politiche fosse sufficiente a determinare comportamenti virtuosi nel complesso mondo bancario e finanziario.
È arrivato il momento di ritornare ai sani principi dello sviluppo economico. Se l’economia privata stenta a muoversi, se il sistema bancario privato non fa rifluire sui mercati i soldi offerti gratuitamente dalle banche centrali, occorre creare nuovi canali di credito.
A proposito, in Europa che fine hanno fatto i project bond che la Commissione europea aveva proposto qualche anno fa? Si trattava di finanza produttiva e non speculativa che avrebbe dato un grande stimolo alla realizzazione delle nuove infrastrutture e alla modernizzazione del sistema produttivo, creando sicuramente nuovo reddito e una qualificata occupazione, soprattutto per tanti giovani lasciati allo sbando fuori dal mercato del lavoro.
Non vorremmo che nel nostro paese il recente aumento delle bollette energetiche e delle tariffe autostradali, non certo giustificabili, fosse funzionale al fantomatico obiettivo dell’inflazione al 2%.

*già sottosegretario all’economia – **economista

La Banca d’Italia “gela” il governo: «Allarme recessione»

Nicola Lillo ilsecoloxix.it 19.1.19

Il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco (a destra), con il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ieri a Roma alla presentazione del volume sugli scritti dell’ex governatore Guido Carli

Il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco (a destra), con il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ieri a Roma alla presentazione del volume sugli scritti dell’ex governatore Guido Carli

Torino – Una crescita nettamente inferiore alle attese. La spinta all’economia su cui contava il governo grazie alla manovra da poco approvata non ci sarà. La Banca d’Italia stima che la crescita del Prodotto interno lordo per quest’anno sarà dello 0,6%, quasi la metà rispetto a quanto previsto da Lega e Cinque Stelle solo poche settimane fa, cioè +1%. Per il vicepremier Luigi Di Maio però si tratta di «stime apocalittiche. Non è la prima volta poi che non si rivelano fondate», spiega attaccando ancora una volta l’istituto di via Nazionale. L’economia del nostro paese comunque, secondo i tecnici di Bankitalia, è in continuo rallentamento e si affaccia ora la concreta ipotesi di una recessione tecnica. Numeri e scenari che complicano la gestione dei conti pubblici per l’esecutivo, proprio a poche ore dalla presentazione delle due misure di spesa principali, reddito di cittadinanza e quota 100.

Le cause di questa frenata vanno cercate a livello internazionale, certo: nello scontro commerciale tra Stati Uniti e Cina, nella Brexit e in un generalizzato rallentamento a livello europeo, dopo i dati della produzione industriale di novembre scesi in Germania, Francia e Italia. Ma nel nostro Paese ci sono alcuni altri fattori che aggravano la situazione: la crescita da noi si è già interrotta nel terzo trimestre del 2018 (a -0,1%) e gli ultimi tre mesi dell’anno non promettono numeri migliori (il 31 gennaio l’Istat diffonderà le cifre). La Banca d’Italia si aspetta un altro segno meno, è dunque probabile che il Paese entri «tecnicamente in recessione».

L’avvertimento di Visco
In quest’ottica il numero uno di Bankitalia Ignazio Visco sottolinea, rievocando l’insegnamento dell’ex governatore Guido Carli, che «non c’è altra strada per una crescita duratura che sostenere la domanda, gli investimenti ma soprattutto mettere le imprese in grado di investire e innovare». Cosa che invece in Italia non si verifica ancora. Il clima di fiducia infatti peggiora sia per le famiglie che per le aziende,«un problema che resta irrisolto», ammette il ministro Giovanni Tria. I consumi nel terzo trimestre sono stati «in graduale rallentamento, sono calati dello 0,1% per cento rispetto al periodo precedente». Sul fronte delle imprese poi viene ribadito che gli investimenti sono diminuiti dell’1,1% nel terzo trimestre e ci si aspetta un rallentamento dei piani d’investimento anche per tutto il 2019. Sono poco confortanti anche i numeri dell’inflazione, che a dicembre si è ridotta all’1,2%, allontanandosi dall’obiettivo della Bce che è al 2%. Tutti elementi che rendono ancor più difficile raggiungere gli obiettivi di bilancio concordati con la Commissione europea.

Il problema del debito
Un secondo appunto da parte di Visco arriva in merito ai conti pubblici, dopo settimane di trattative tra il governo e Bruxelles. «L’idea che con qualche artifizio alcune spese pubbliche possano essere escluse dal bilancio dello Stato è, nelle parole di Carli, una illusione. Una illusione che, purtroppo, alcuni coltivano ancora oggi». I deficit non sono stati infatti ridotti negli anni, così le spese che non sono calate hanno portato ad aumentare il debito pubblico, «che oggi ci rende molto difficile quella possibilità di manovra per gli investimenti che servono alla crescita». Sulla pericolosità dell’alto debito interviene anche un rapporto della Commissione Ue, secondo cui Paesi come Italia, Cipro, Francia e Spagna sono «esposti a choc sfavorevoli. L’Italia è particolarmente esposta a improvvisi mutamenti nella percezione dei mercati finanziari, in particolare alla luce dei fabbisogni di finanziamento, tuttora consistenti». Il debito nel nostro Paese, in uno scenario a politiche invariate, aumenterebbe addirittura «dal 130,1% del Pil nel 2020 al 146,5% del Pil nel 2029», si legge nel rapporto (nell’Unione europea solo cinque Paesi su 27 vedono il debito in crescita).

Timori sulle banche
C’è poi il capitolo banche, che soffrono l’aumento dei tassi di interesse sui titoli di Stato restringendo di conseguenza il credito all’economia. Il costo del credito rischia infatti di aumentare se l’alto spread si mostrerà «persistente», avverte Bankitalia che registra «segnali di irrigidimento dalle imprese». Nel rapporto della Commissione Ue si conferma che in alcuni Paesi come l’Italia «è riemerso il timore che si inneschi di nuovo il circolo vizioso tra titoli di Stato e banche, in un contesto di spread tra i rendimenti in crescita».

Dalla Bce arriva un regalo per i debitori vessati dalle banche. Ecco come approfittarne

Vincenzo Imperatore ilfattoquotidiano.it 19.1.19

Ci si preoccupa giustamente per il futuro delle banche, ma nessuno esulta per il regalo – consegnato indirettamente (e forse inconsapevolmente) – ai cittadini o imprese, che finora (e da ora) non hanno potuto restituire i soldi ricevuti in prestito dalle banche. Le quali, però, hanno perpetrato abusi (usura, anatocismo e altre irregolarità) nei loro confronti.

La lettera inviata, infatti, dalla Bce a Monte Paschi Siena (e a tante altre banche) ha imposto agli istituti di credito di aumentare gli accantonamenti sui crediti problematici, fino a svalutarli totalmente in un arco pluriennale predefinito (otto anni). In tal modo i bilanci già disastrati delle banche italiane sarebbero messi a dura prova sul piano della consistenza patrimoniale, necessitando quindi – secondo una stima di Mediobanca Securities – di ulteriori 15 miliardi di capitale!

Ma possiamo per una volta, invece, fregarcene delle banche e sostenere che tale misura, se tecnicamente seguita da professionisti esperti del settore, può risultare determinante per risolvere (anche in questo caso forse inconsapevolmente) il problema degli imprenditori e dei cittadini – che, sebbene vessati dalla banche, vogliono comunque arrivare a una transazione per il rimborso, ripulirsi delle macchie bloccanti presenti nelle banche dati (Centrale Rischi, Crif, Experian, ecc) e ripartire con la possibilità di accedere al mercato del credito?

E inoltre, diciamolo con estrema trasparenza senza aver paura di vederci scomunicare dalla comunità dei buonisti formali, mai come in questo caso la tanto vituperata lentezza della nostra giustiziacivile per arrivare a una sentenza definitiva (mediamente sette anni) è manna caduta dal cielo per chi avvia un’azione giudiziaria contro la banca per vedersi riconosciuto l’indebito percepito e fare una transazione.

Questo combinato disposto (magistratura lenta e disposizioni della Bce) ci permette di fornire ai tanti debitori qualche consiglio utile e di carattere generale su come affrontare una situazione di criticità, soprattutto in relazione a quelle condizioni limite in cui, ignari delle vessazioni subite, ci si sente come stritolati dalle spire di un sistema che non lascia respiro e si teme di “perdere tutto”.

Alla banca si possono (e si devono) contestare tutte le probabili irregolarità formali. Nell’immaginario collettivo si è ormai consolidata la consapevolezza che gli abusi delle banche sono l’usura e l’anatocismo, ma nella contrattualistica relativa al finanziamento concesso sono presenti tante altre irregolarità. Che significa “contestare”? Innanzitutto occorre fare una perizia econometrica per accertarsi che la banca abbia degli scheletri nell’armadio, ma occhio ai truffatori in giro.

Dopodiché sarebbe opportuno per il debitore, benché le banche siano molto lente nell’azione di recupero, non attendere troppo le altrui mosse, ma partire in anticipo e convenire prontamente la banca in giudizio per ottenere l’accertamento negativo di una parte del credito vantato dalla banca. L’azione giudiziaria in ogni caso congela qualsiasi tipo di atto restrittivo della banca, che ha tutto l’interesse a non allungare troppo la durata del contenzioso per non azzerare completamente il valore del suo credito. A questo punto l’esperienza maturata in questo settore mi consente di affermare che la percentuale di successo per una transazione mooolto vantaggiosa per il debitore è quasi del 100%!

Cerchiamo di fare chiarezza con un esempio: un imprenditore ha ricevuto un prestito di 100 denari da una banca, ne ha restituito solo una parte (10 denari) e ora non riesce più a rimborsare quanto ancora dovuto (90 denari). Inizia un contenzioso con la banca, che da quel momento ha otto anni di tempo per portare a casa quanto più possibile. Nel frattempo, in base a una perizia econometrica sui rapporti di finanziamento, il debitore si accorge di essere stato abusato e avvia un’azione giudiziale per accertamento negativo del debito.

A questo punto, indipendentemente dai tempi e dall’esito della vertenza, la banca ha l’obbligo di iscrivere ogni anno in bilancio il “costo dell’accantonamento”, e cioè della previsione di perdita, che potrebbe essere – a puro titolo di esempio, perché le percentuali per i primi anni sono molto più alte – il 15% di 90 (quanto deve ancora restituire). Cioè circa 14 denari all’anno. Quindi al termine di ogni anno la banca, visto che ha già spesato quella perdita, si accontenterebbe anche di 76 denari dopo il primo anno, 62 denari dopo il secondo anno, 48 denari dopo il terzo anno, solo 34 denari dopo il quarto anno e cosi via, fino ad azzerare il valore dell’importo recuperabile.

Per non lasciarsi coinvolgere in questo stillicidio di ulteriori costi (legali, professionali e di immagine), la banca avrebbe (e infatti ormai sono tutte costrette a farlo) la possibilità di offrire il credito a una società di recupero, che mediamente lo compra a un prezzo pari all’11-12% del credito e poi propone al debitore una transazione a “saldo e stralcio” tra il 25% e il 40% della debitoria.

n entrambi i casi il debitore, sempre che abbia portato in giudizio la banca e benefici quindi dei tempi sudamericani della nostra giustizia, può aspettare il “congruo” tempo per avviare una transazione vantaggiosa. In soldoni, se al termine del quarto anno il debitore offre 35 denari alla banca o alla società di recupero, queste ultime accettano la proposta. Esultate, debitori vessati, ma muovetevi!

Scanu: l’informazione sporca è complice dei vaccini sporchi

libreidee.org 19.1.19

Ci sono tanti modi per mentire: produrre dati falsi, interpretare in modo tendenzioso quelli disponibili. Ingigantire fatti irrilevanti o, al contrario, sminuire dati importanti. E magari omettere informazioni indispensabili. Nella stampa italiana, scrive Patrizia Scanu, segretaria del Movimento Roosevelt, non è raro imbattersi in questo tipo di disinformazione. Un caso esemplare? I vaccini imposti. Magari “sporchi” e inefficaci (come denunciato dall’ordine dei biologi) oppure pericolosi, tali da creare problemi al 40% dei bambini vaccinati (come riscontrato dalla Regione Puglia). Due notizie devastanti, capaci di demolire la certezza “teologica” sui vaccini sicuri. Qualcuno ne ha parlato, sui grandi media? Giornalisti non pervenuti: silenti, distratti, reticenti. Spesso ripiegano sull’autocensura, «come compromesso accettabile per tutelare la carriera, la vita familiare o la propria incolumità personale». Quanto siano micidiali, le “fake news” ufficiali che ci mettono tutti in pericolo, lo si era già visto con la Lorenzin: nessuna testata andò a controllare se fosse vera la notizia dei 270 bambini inglesi morti per morbillo nel 2013 (non lo era: non ne morì nessuno).

L’aver lasciato circolare una menzogna così grave, e su una questione così delicata per la tutela dei cittadini più indifesi, «rimarrà nella storia nazionale come un atto vergognoso e imperdonabile, un vero e proprio tradimento», scrive Patrizia Patrizia ScanuScanu sul blog del Movimento Roosevelt. Il tema è sempre più scottante, dopo il patto per frenare la ricerca scientifica scritto da Roberto Burioni e firmato da Grillo, Renzi e Mentana. Un gruppo di medici, oggi, si rivolge al governo per diffidare lo stesso Burioni dal diffondere notizie false, sui vaccini. Ma non è che i telegiornali strombazzino l’evento: silenziarono addirittura l’annuncio ufficiale della commissione difesa, che a inizio anno parlò di 7.000 militari italiani (di cui 1.000 già morti) colpiti da malattie gravissime, al 50% imputabili proprio alle vaccinazioni somministrate. «Il fatto stesso di aver tenuto all’oscuro i cittadini dei contenuti più scottanti di un fondamentale atto parlamentare – osserva Patrizia Scanu – appare una manipolazione della verità di dimensione inaudita», anche perché «l’omissione è una menzogna non meno grave della produzione di dati falsi», visto che i suoi effetti sono identici, ovvero: «Impedire la formazione di un’opinione fondata».

Nelle ultime settimane, poi, «siamo giunti all’apoteosi della menzogna». Omertà assoluta sulla “farmacovigilanza attiva” promossa dalla Puglia: anziché limitarsi ad attendere eventuali ricoveri, la Regione ha attentamente controllato, giorno per giorno, i bambini vaccinati. Risultato increscioso: problemi per 4 piccoli su 10. Senza la sorveglianza attiva, infatti, solo una minima parte degli effetti indesiderati finisce nelle statistiche, che quindi sono inattendibili. Su “Quotidiano Sanità”, Silvio Tafuri scrive che in Italia – su 7 milioni di bambini vaccinati – si sono riscontrate 900 problematicità, ma soltanto 56 “eventi avversi gravi”. Ben diverso lo scenario illuminato dalla Puglia: su 1.672 soggetti inclusi nel progetto di vigilanza attiva, sono ben 656 le segnalazioni di eventi avversi, esattamente il 39,23% del totale. «Ma non ci avevano detto a reti unificate che erano uno su un milione? O addirittura, come aveva affermato Alberto Villani, presidente dell’Associazione italiana di pediatria, 3 o 4 negli ultimi vent’anni?». Pallottoliere alla mano, la Puglia costringe a cambiare le statistiche: estendendo la vigilanza attiva, i Alberto Villanicasi critici sarebbero 392.300 su ogni milione, cioè 4 bambini su 10. Allora – conclude Parizia Scanu – era fondata eccome, la preoccupazione dei genitori “somari e ignoranti”.

Quanti casi verrebbero fuori, se la vaccinovigilanza attiva venisse condotta in tutte le Asl d’Italia? E quali sorprese avremmo se si analizzassero gli effetti indesiderati di tutti i vaccini? E se si prolungasse oltre i 12 mesi di questo studio? E se si studiassero gli effetti a lungo termine? Si scopre poi che gli effetti avversi sono correlati alla somministrazione contemporanea di due vaccini virali, quadrivalente Mprv (morbillo, parotite, rosolia e varicella) e l’Hav (epatite A). E la stragrande maggioranza dei casi riguarda bambini di età inferiore ai due anni. «E se avesse avuto ragione quel pazzo di Andrew Wakefield a suggerire di non vaccinare contro morbillo, parotite e rosolia prima dei due anni, per ridurre gli effetti avversi? E se non fossero poi così dementi i genitori a chiedere che non vengano iniettati troppi vaccini contemporaneamente, specie antivirali?». E poi: qualcuno, nel report della regione Puglia, commenta questi sconvolgenti risultati? «No, assolutamente. Va tutto bene, madama la marchesa». Domande obbligatorie, che i media non si pongono: quanti sono i danneggiati gravi che non guariscono, moltiplicati per tutte le dosi di tutti i vaccini di tutti i bambini italiani? Sono di più o di meno dei danneggiati dalle malattie per le quali si vaccina?

Come si fa a dire che “questo vaccino è assolutamente sicuro”, a fronte di questi dati? E le autorità sanitarie? Hanno commentato? Nessuno lo ha fatto, scrive Patrizia Scanu: lo ha scoperto un gruppo di genitori del Moige, ascoltati dalla commissione sanità in Senato il 20 novembre scorso. «Poi, come sempre, è calato il silenzio». Stessa coltre di nebbia sulla notizia, ancora più sconvolgente, diffusa da un unico giornale (il quotidiano romano “Il Tempo”, diretto da Franco Bechis) riguardo alle contro-analisi commissionate ai biologi italiani dal Corvelva, associazione veneta di genitori contrari all’obbligo Una campagna del Corvelvavaccinale. Immediati gli strepiti delle “vestali della scienza”, che gridano alla bufala e tacciano di ignoranza i laboratori coinvolti. “Repubblica” parla addirittura di 130 scienziati, pezzi grossi delle università italiane,  edi ben 15 istituzioni straniere, senza però elencarne i nomi. «Il tono come sempre è sprezzante – annota Scanu – e mira a screditare i dati di Corvelva», A difendere le analisi indipendenti, oltre al presidente dei biologi Vincenzo D’Anna, provvede la dottoressa Loretta Bolgan, laureatasi ad Harvard, ma al mainstream non basta.

Perché tanta sdegnosa riprovazione? «Perché dal laboratorio – risponde Patrizia Scanu – vengono fuori risultati agghiaccianti, benché del tutto provvisori, e soprattutto perché la notizia è trapelata, rompendo la spirale del silenzio». Alcuni campioni di “vaccini sicuri” sono risultati infarciti di antibiotici, diserbanti, erbicidi, acaricidi e metaboliti della morfina. Sono state rilevate sequenze di Dna umano (feti) e non umano (virus e retrovirus nocivi, batteri, vermi). L’Aifa si difende: i vaccini, dice, sono sottoposti ad analisi incrociate – delle aziende produttrici, e di laboratori accreditati. Benissimo, risponde D’Anna: allora esibitele, queste analisi: se sono davvero così rassicuranti, perché non mostrarle? Servirebbe a zittire, a ragion veduta, i genitori del Corvelva. Che – essendo ben informati – sono perfettamente al corrente dello scandalo emerso negli Stati Uniti, a proposito di mancanza totale di trasparenza, proprio sui vaccini. L’avvocato Robert Kennedy junior, rampollo della nota famiglia, ha scoperto che – nel suo grande paese – da ormai 32 anni nessuno esegue più controlli autonomi sulla sicurezza dei vaccini.

Ovvero: «Nessuno controlla, in modo indipendente dalle aziende, la sicurezza dei preparati vaccinali, mentre per tutti gli altri farmaci i controlli sono molto stretti e vincolanti». Nel solo 2016, le segnalazioni di danni da vaccino negli Usasono state 59.711 (con ben 432 morti). Visto che ma manca la vigilanza attiva (e quindi ufficialmente i problema tocca solo l’1% dei vaccinati), secondo Kennedy i bambini realmente danneggiati potrebbero essere quasi 6 milioni in un solo anno, con ben 43.200 bambini morti a causa del vaccino. Possibile? Teoricamente, la notizia è enorme: perché la stampa non si incarica di verificarla? Riguardo all’obbligo vaccinale, insiste Patrizia Scanu, «non siamo di fronte a una questione scientifica, ma a una Robert Kennedy juniorquestione politica, etico-giuridica e di libertà dell’informazione». Ovvero: «Non si può obbligare nessuno a un trattamento medico non necessario alla sopravvivenza, perché il corpo è inviolabile». Né si può «limitare l’esercizio di un diritto civile come il diritto all’istruzione, per costringere a compiere un’azione contraria alla propria volontà e di dubbia sicurezza per la propria incolumità».

E’ insopportabile e pericoloso, aggiunge la segretaria del Movimento Roosevelt, che la stampa «continui a fare propaganda, anziché informazione, e a nascondere informazioni determinanti per la pubblica opinione». Le autorità sanitarie? Devono garantire con ogni trasparenza possibile la salute dei cittadini: non possono trattenere o manipolare informazioni così rilevanti quando è in gioco il benessere fisico dei più indifesi. «Senza trasparenza non c’è democrazia». Libertà di espressione, di critica, di informazione: qui manca tutto. «Se non altro, le analisi del Corvelva hanno il merito di aver rotto il muro di fallacie propagandistiche e di affermazioni dogmatiche (e dogmaticamente false) con le quali si è finora impedito un dibattito serio sulle vaccinazioni obbligatorie». Espellere dall’ordine i medici scomodi disonora la scienza e svilisce la democrazia. Occorre alzare lo sguardo, insiste Patrizia Scanu: «Il problema – gravissimo e gravemente minaccioso per tutti noi – è quello dell’informazione manipolata, non la falsa e artificiosa contrapposizione tra “pro-vax” e “no-vax”».

Duro colpo per i “rosabruni”. Le Pen difende l’Unione Europea e l’euro

Francesco Piccioni contropiano.org 18.1.19

Contrordine, camerati! L’Unione Europea è bellissima, e pure l’euro è una mano santa! Parola di Marine Le Pen…

La presunta campionessa dell’”antieuropeismo”, alla vigilia delle elezioni continentali, convoca una conferenza stampa per spiegare la sua conversione alla fede in uso a Bruxelles. Non è l’unica inversione a U compiuta nelle ultime settimane: anche rispetto al movimento dei gilet gialli aveva, per per un paio di settimane, fatto finta di esprimere qualche simpatia e vicinanza, ma dalla terza in poi ha calato la maschera, invitando i manifestanti a “lasciar fare alla polizia per riportare l’ordine nelle strade”.

Una “populista di palazzo”, al pari di quell’Emmanuel Macron con cui aveva intreccia un debolissimo contrappunto due anni fa, in occasione del ballottaggio per le presidenziali poi vinte dal cocchino di banca Rothschild.

Il suo faro in Europa è ora più di prima il fascioleghista ministro dell’interno, il cui faccione tappezza la nuova sede del Rassemblement Nationale (ha cambiato anche nome al suo partito, abbandonando il più militaresco “Front” scelto a suo tempo dal padre). Non che il comun sentire nazionalista metta fine a ogni contrasto. Per esempio, sull’assalto dell’italiana (e pubblica) Fincantieri alla Stx (“cugina” d’oltralpe nello stesso settore), Salvini si mostra furibondo per i paletti messi da Parigi, mentre la signora nera si allinea completamente con Macron: i cantieri navali devono restare «francesi al cento per cento» (mica siamo come gli italiani che si sono fatti smantellare allegramente la struttura industriale!).

Ma è su Unione Europea e moneta unica che la svolta appare a 180 gradi: «siamo un partito pragmatico, non ideologico. Eravamo per l’uscita dall’euro e dall’Unione europea quando l’unica alternativa era tra la totale sottomissione a Bruxelles e l’abbandono della Ue». Ma adesso che il voto in vari paesi lascia immaginare un Parlamento più infestato dalla destra nazionalista… va benissimo com’è! Va ricordato che solo qualche mese fa la “signora” ardiva dire che “bisogna liberare l’Europa dall’Unione Europea” (che sono effettivamente due cose molto diverse, anche se molti fanno finta lo stesso soggetto…).

«Oggi le condizioni politiche sono totalmente cambiate. Le nostre idee avanzano ovunque in Europa, e in Italia sono al governo». Quindi copia l’identica svolta di Salvini, che lì viene ancora ricordato per essersi presentato al congresso FN di Lione 2011 con la maglietta «no euro». 

«Ora possiamo cambiare l’Europa dall’interno, uscire e adottare una nuova moneta non sono più le priorità. I trattati sono interpretabili a piacere, basti guardare cosa ha fatto la Bce con il quantitative easing. Quando il presidente della Commissione non sarà più Juncker ma una personalità espressione delle idee mie e di Salvini, la vita dei cittadini migliorerà». 

Lo abbiamo scritto un milione di volte e gridato nelle piazze fino a restare afoni: i fascisti sono cani da guardia del capitale, cercano spesso di alzare il prezzo dello stipendio da mercenario, ma non si mettono mai contro chi comanda.

E quindi anche sul nodo fondamentale dell’Unione Europea e dell’euro – della Nato è inutile parlare; li ha sempre arruolati per ogni tipo di guerra sporca e strategia della tensione – la loro “opposizione” era finta, strumentale, mirata a raccogliere il malessere popolare provocato dalle politiche di austerità. Perché quel malessere non venisse raccolto e organizzato “da sinistra”.

Il loro lavoro sporco, in questi anni, è stato ciclopicamente facilitato dall’ebetismo “europeista” che ha caratterizzato tutta la cosiddetta “sinistra europea” (dal Pd a una parte dei centri sociali, per capirci), stregata dalla narrazione tossica del capitale multinazionale, per cui l’europeismo andava considerato l’”internazionalismo” della nuova epoca, e l’unica opposizione possibile poteva venire solo da destra. Che, da vecchia nazionalista, voleva “tornare indietro”.

La svolta di Le Pen e di Salvini chiarisce in modo limpido quale sia la situazione, a quattro mesi dalle europee. Non esiste e non può esistere  un “europeismo di sinistra”, ma solo il multinazionali-smo del capitale. Che funziona male, di questi tempi, e che quindi si dispone a “riformare l’Unione Europea” (i suoi trattati, i parametri, gli strumenti di gestione) perché “il cambiamento” apparente non muti di una virgola il potere di chi comanda. La destra fascista concorrerà tranquillamente, alzando la voce solo sulla ripartizione dei migranti salvati in mare.

E’ un passaggio importante anche per chi, finora, sentendosi “di sinistra” accusava di “sovranismo” chi, come noi e molti altri, parlava e parla di “rompere l’Unione Europea” come presupposto minimo per realizzare politiche di miglioramento delle classi popolari. Ora, infatti, che tutti parlano di “riformare la Ue” – compresi Juncker e Vito Constancio, ex vice di Mario Draghi alla Bce – come si fa a distinguere un “riformista” di destra da uno “di sinistra”?

Ora, infatti, tutti questi “europeisti di sinistra”, ritrovandosi al fianco delle Le Pen e dei Salvini, potranno giustamente essere chiamati “rosabruni”…

SPY FINANZA/ Le emergenze che aiutano a tenere nascosta la crisi in arrivo

Trump ha colto al balzo un’occasione per nascondere il vero stato dell’economia. Ma non è l’unica situazione di distrazione dalla crisi

19.01.2019 – Mauro Bottarelli

Donald Trump (Lapresse)

Quando arrivi alla presidenza degli Stati Uniti promettendo la rivincita di Main Street contro Wall Street, ma la tua amministrazione, tramite le sue azioni, garantisce a quest’ultima il miglior anno di sempre nella storia a livello di profitti, qualcosa non va. E non più soltanto nella narrazione, anche nella tenuta stessa di quell’inganno perenne. Già, dati alla mano della stagione delle trimestrali in atto, come ci mostra il grafico, il 2018 per le principali sei banche d’affari americane è stato da record: oltre 113 miliardi di dollari a livello di profitti. Il merito? Taglio delle tasse voluto con forza titanica dalla Casa Bianca (e finanziato in deficit, ça va sans dire), ai pagamenti degli interessi sulle riserve da parte della Fed, all’aumento dei tassi di interesse, oltre a un balzo all’insù senza precedenti dell’attività di intermediazione/sottoscrizione e al vero e proprio boom del retail banking, cioè lo spiumaggio sistematico del parco buoi. 

E come si concilia la difesa degli onesti lavoratori americani, gente che si spezza la schiena per meno di 30mila dollari l’anno, con l’aver portato Wall Street e i suoi bonus milionari ai massimi record? Semplice, si annulla la presenza della delegazione americana dal Forum di Davos che comincia la settimana prossima nella rinomata località sciistica svizzera. Si ricorre, insomma, alla propaganda e alla simbologia spicciola. Donald Trump non è un genio, ma è ben consigliato, occorre ammetterlo. La questione “conti di Wall Street” l’ha preparata bene e gestita meglio. E i Democratici, da questo punto di vista, gli hanno garantito una sponda perfetta. Nancy Pelosi, Speaker della Camera e terza carica dello Stato, infatti, ha ufficialmente suggerito al Presidente di rinviare il suo discorso sullo Stato dell’Unione, a causa dello shutdown federale che non garantirebbe le necessarie misure organizzative e di sicurezza. Un affronto, oltre che una messa in discussione di uno dei palcoscenici più prestigiosi per comunicare con il mondo, oltre che con gli Usa. 

Detto fatto, Donald Trump ha prima cancellato i viaggi ufficiali della stessa Pelosi a Bruxelles, in Egitto e in Afghanistan, proprio a causa dello shutdown – «In questo momento è molto meglio e più importante restare qui a negoziare» – e poi ha annunciato la cancellazione in toto dela presenza della delegazione Usa a Davos, la quale doveva essere guidata da due pezzi da novanta come il segretario al Tesoro, Steven Mnuchin e dal segretario di Stato, Mike Pompeo. Tutti a casa. E perché? Perché sarebbe oltraggioso andare in Svizzera a spese dei contribuenti, quando 800mila onesti lavoratori americani stanno patendo le conseguenze del blocco governativo, in primis il ritardo nell’ottenimento degli stipendi settimanali ormai dal 22 dicembre. 

Già, perché quello che doveva essere soltanto un gioco di sponda fra Democratici e Repubblicani si è tramutato nel frattempo nell’esercizio provvisorio più lungo della storia: e, stando almeno all’abile strategia di minaccia della Casa Bianca, pare destinato a prolungare questa sua striscia record, se l’opposizione non cederà sulla questione del muro con il Messico. Il quale, ovviamente, nella narrativa del Presidente è tornato un’emergenza assoluta, una priorità. Un po’ come la cattura di Cesare Battisti e ora la caccia a tutte le altre “primule rosse” degli anni di piombo: almeno, si parla d’altro. E non del fatto che, Decretone approvato, entro la primavera servirà una bella manovra correttiva. E allora, ti saluto reddito di cittadinanza, alla faccia delle clausole anti-divano. 

Ma vale per tutti, signori miei. Perché pensate che Theresa May abbia ricevuto soltanto un avviso da Westminster martedì sera, ovvero una fiducia più risicata delle attese al suo Governo, ma nessuno abbia avuto il coraggio di disarcionarla? Perché serve lei come parafulmine e serve soprattutto la pantomima del Brexit ancora vivo come elemento destabilizzante da gettare in pasto alle opinioni pubbliche, ora che i guai a livello economico si faranno sentire davvero. Il Brexit è un ostaggio che serve vivo per ottenere il riscatto, il dividendo politico e anche se clinicamente appare morto, la presenza al timone di Theresa May rappresenta la classifica fotografia con il quotidiano di giornata in mano che dovrebbe fornire la garanzia ai parenti. Ora che arriveranno i licenziamenti, le crisi bancarie, il congelamento del nuovo credito. E, soprattutto, la drastica frenata di Usa e Cina. 

Casualmente, anche Theresa May non andrà a Davos: sarebbe irresponsabile in questo momento. Resterà a Londra a trattare con le opposizioni per trovare un piano B da presentare all’Ue e, soprattutto, da votare il 29 gennaio a Westminster. Si va da un D-day all’altro, chissà quando arriverà quello vero. E definitivo. E anche Emmanuel Macron non andrà a Davos, troppo impegnato nel “dibattito nazionale” che ha lanciato per tentare di blandire un po’ l’opinione pubblica, addomesticare i sondaggi e, soprattutto, spaccare del tutto in due il movimento dei gilet gialli. 

Davos, lo specchietto per le allodole perfetto. D’altronde, è il punto d’incontro internazionale delle élites, del gotha economico-finanziario, dell’establishment che si riunisce per discutere dei destini del mondo, ignorando le grida di dolore che arrivano dalle strade: meglio non esserci, se ci si tiene alla salute in questo periodo. E quasi a voler dare un’indiretta risposta al quesito che si poneva Nanni Moretti in Ecce bombo, ovvero se lo si notasse di più andando o non andando a una festa, ecco che il non essere presente al World Economic Forum in programma dal 22 al 25 gennaio è non solo elemento qualificante in positivo, ma, addirittura, indice riconosciuto e riconoscibile di postura politica democratica e progressista. Oltre che scusa perfetta per finire sui giornali non abbinato a materie sgradevoli. Ad esempio, il fallimento palese del Brexit, il livello di fiducia dei tuoi concittadini pari a quelli di un truffatore di anziani o, peggio ancora, Wall Street che festeggia profitti (e bonus e dividendi) record alla vigilia di una nuova, devastante recessione globale. 

E occorre fare in fretta e scatenare più fumo possibile, perché questo grafico parla chiaro: la fiducia degli americani nell’economia è letteralmente crollata, il peggior risultato da novembre 2016 (elezione di Trump alla Casa Bianca). Ovvero, di fatto sono state azzerate tutte le speranze legate alla presidenza del tycoon che voleva rifare grande l’America, la Trumpnomics è ufficialmente morta. Una prece. 

E attenzione a due particolari. Primo, se l’indice generale di fiducia è calato a 58.1, minimo da quattro mesi, quello schiantatosi al suolo è relativo al grado di aspettativa economica dei consumatori: in un Paese che vede il Pil dipendente al 70% dai consumi. Secondo, quel tracollo è accaduto soltanto tre mesi dopo che lo stesso indice aveva toccato il massimo da 16 anni. Un’inversione netta della percezione, della narrativa: e cosa c’è di meglio che non caricare lo shutdown federale – e, quindi, l’intransigenza dei Democratici verso una priorità di sicurezza collettiva come il muro con il Messico – di responsabilità per quella che, in realtà, è niente altro che la presa di coscienza – ancora inconscia e manipolabile – dell’elettorato medio relativamente il tradimento palese delle promesse sovraniste verso Main Street? Et voilà, lo shutdown è ovunque sui media. Un martellamento, fra poco ci diranno che è colpa dello shutdownanche il surriscaldamento globale. 

Ma attenzione, perché negli Usa è sacro il principio bipartisan del right or wrong, my country, quindi quando la faccenda si fa seria come una crisi economico-finanziaria alle porte, ecco che la cortina fumogena si alza da ogni dove, a garantire libertà di fuga dalla realtà. Guarda caso, vediamo ritornare in grande stile il Russiagate, stavolta con le pressioni del Presidente verso il suo ex avvocato, Michael Cohen, affinché questi mentisse al Congresso rispetto alle trattative per costruire una Trump Tower a Mosca. Tanto che ora il legale non vorrebbe più testimoniare: «Ho paura per la mia famiglia», Sembra un film di Alan J. Pakula, dramma hollywoodiano in piena regola. 

E poi il Brexit, è tutta colpa del Brexit se l’economia europea si è piantata, perché instilla troppa instabilità politica. E poi i gilet gialli, termometro di un malessere sociale che non è contro le élites, ma contro un sistema che, attraverso il sovranismo, ha soltanto subito un morphing, ma è sempre lo stesso. Anzi, peggiore. Come ci dimostra plasticamente il dato sui profitti di Wall Street. 

Meditate gente, meditate con attenzione. Perché dubito che l’Italia potrà restare fuori ancora per molto dal frullatore destabilizzante che è entrato in azione a livello globale.