Italia in svendita. Comincia mps

Massimo Bordin micidial.it 31.1.19

Secondo quanto riportato dalla reporter Sonia Sirletti di Bloomberg, “la Banca Monte dei Paschi di Siena si appresta a vendere fino a 600 milioni di euro di beni immobiliari tra cui edifici vicino ad alcuni dei monumenti più famosi d’Italia come parte di un piano per aumentare il capitale”.

Ecco in cosa si traduce l’incapacità dei finanzieri italiani, unita alla gestione liberista del sistema bancario: in una svendita dei gioielli di famiglia degli italiani. Un risultato che abbiamo già visto in altre realtà italiane. Quando un Comune o un istituto non reggono più il peso dei debiti, svendono i loro beni immobiliari, senza tener conto, tuttavia, che si tratta di beni storici, fiore all’occhiello dell’arte italiana e caratterizzanti un paesaggio che oltre a tutelare l’identità di un popolo e l’estetica della nazione, favoriscono anche l’arrivo di milioni di turisti. Le banche straniere sono messe peggio – a volte molto peggio – di quelle italiane. Quelle americane hanno prodotto il bubbone dei bubboni, nel 2008. Quelle europee hanno proseguito l’opera di distruzione dell’industria continentale, riempendosi la pancia di derivati e npl abdicando al loro ruolo tradizionale di prestatori per convertirsi al risparmio gestito. Ma c’è una differenza: gli Stati stranieri in qualche maniera le loro banche le hanno salvate o hanno scaricato i debiti su altri (Francia e Germania docent). In Italia si è scelta la strada di una svendita di edifici dal valore storico, e, come tale, inestimabile.

La vendita fa parte dell’accordo di salvataggio che Mps ha sottoscritto anche con la Banca Centrale Europea, ente che, come ormai è evidente a tutti, è nato esclusivamente per rovinarci.

“La banca italiana sta lavorando con il consulente immobiliare Duff & Phelps REAG – continua Sirletti – per commercializzare un pacchetto di edifici adibiti ad uffici e altre proprietà. L’offerta, che include i beni di Monte Paschi nei centri di Milano, Roma, Padova e Firenze, inizierà a marzo.”

Le proprietà sono state acquisite dalla banca molto tempo fa, dunque si presume che Monte Paschi dovrebbe avere grossi guadagni da queste vendite. Alla sola notizia il titolo è salito in Borsa, ma fa poco testo perché da circa un anno il prezzo delle azioni scende inesorabilmente e dunque un lieve recupero pare a questo punto fisiologico.

Le proprietà in offerta includono un edificio storico nella via dello shopping di Roma, Via del Corso, due uffici a Firenze situati vicino alla chiesa gotica di Santa Maria Maggiore e Via dei Sassetti, così come la sede di Milano vicino al famoso Duomo. La banca non ha intenzione di vendere gli immobili più prestigiosi di Siena non perché lì vi è la sede principale, come riferito sui quotidiani in queste ore, ma perché le condizioni di mercato delle piccole città non sarebbe in questo momento favorevole.

Va ricordato che lo Stato italiano è già intervenuto iniettando un aiuto di quasi 6 miliardi di euro e prendendo il controllo dell’istituto con 68%. Tuttavia, in linea con  i diktat della dittatura finanziaria Ue, lo Stato italiano  non ha mai deciso di trasformare la banca in un istituto di credito pubblico a tutti gli effetti. Anzi, quando l’economista Claudio Borghi mesi fa provò ad alzare il tiro con dichiarazioni favorevoli ad un uso della banca per il territorio ed orientata al prestito agli imprenditori, la Ue è balzata sulla sedia minacciando che – una volta risanata – Mps deve tornare in mano privata.

Bisogna capirla, l’Unione … per gli sgherri che ne stanno al vertice le banche mica servono a prestare soldi alle imprese, ma a speculare e basta. Se non sono brave a farlo, come mps, occorrerà venderne gli immobili storici.

Crac Banca Etruria, la sentenza: Fornasari e Bronchi condannati a 5 anni“

arezzonotizie.it 31.1.19 N.F.


Cinque anni: questa la condanna per Giuseppe Fornasari e per l’ex direttore generale Luca Bronchi.  Due anni la condanna per Alfredo Berni e un anno per Rossano Soldini. La sentenza per il crac di Banca Etruria è arrivata in serata.


Cinque anni: questa la condanna per Giuseppe Fornasari e per l’ex direttore generale Luca Bronchi.  Due anni la condanna per Alfredo Berni, ex vicepresidente,  e un anno per Rossano Soldini, membro del cda. La sentenza per il crac di Banca Etruria è arrivata in serata. I quattro “vip”, pur ricoprendo ruoli e posizioni diverse (Soldini aveva un capo di imputazione meno grave, ovvero la bancarotta semplice) avevano optato per il rito abbreviato.

Decisione travagliata

Una camera di consiglio lunghissima, dalla tarda mattinata di oggi alle 19,30 di questa sera, poi la lettura del dispositivo da parte del gip Giampiero Borraccia. Un’attesa che lasciava presagire una stangata. Alle 18 i legali dei quattro imputati in attesa di sentenza non erano in aula: era invece presente il procuratore capo Roberto Rossi.

Per Fornasari e Bronchi – insieme a Berni e Soldini – si chiude il capitolo rito abbreviato. Il gip ha sposato la tesi della pubblica accusa, sostenuta dal pm Andrea Claudiani.

Per gli  altri 26 imputati si apre il processo: sono infatti stati rinviati a giudizio, anche per loro posizioni diverse e responsabilità diverse. 

La pubblica accusa aveva chiesto una condanna a cinque anni per Fornasari e Bronchi, due anni e 6 mesi per Berni, e un anno e 6 mesi per Soldini. Richieste queste già scontate di un terzo, vista la scelta di percorrere la strada del rito abbreviato.

Fondo Indennizzo Risparmiatori, le richieste (non bocciature!) della Commissione Ue in una lettera a Rivera del…

Giovanni Coviello Vicenzapiu.com 31.1.19

Soci BPVi e Veneto Banca manifestavano per indennizzo a Vicenza

Soci BPVi e Veneto Banca che manifestavano per indennizzo a Piazza dei Signori a Vicenza

Dopo i vari rumors, esplosi oggi dopo la nota Ansa su Luigi Di Maio, sulle obiezioni della Commissione europea ai commi da 493 a 507 della legge n. 145/2018 istitutiva del Fondo Indennizzo Risparmiatori (della Banca Popolare di Vicenza, di Veneto Banca e delle quattro banche dell’Italia centrale poste in risoluzione, tutte comunque ricomprese tra quelle poste in Lca “dopo il 16 novembre 2015 e prima del 1° gennaio 2018″ siamo in grado di pubblicare le richieste pervenute al Mef, segnatamente al direttore generale dr. Alessandro Rivera con il 31 gennaio come data attesa per le risposte.

Detto che ci piacerebbe sapere quando Rivera ha ricevuto la lettera visto che il ministro Giovanni Tria aveva assicurato solo pochi giorni fa, il 17 gennaio, che «ad oggi l’Europa non ha intrapreso alcuna azione, neanche informale, sul “Fondo Indennizzo Risparmiatori», ecco, per andare sul concreto, quanto si legge in premessa della lettera che circola negli ambienti romani:

«La Commissione conosce l’importanza di indennizzare gli investitori in caso di “misselling” e le conseguenze devono essere a carico del responsabile della stessa banca. Se ciò non è possibile perché tale responsabile ha lasciato il mercato, la compensazione può avvenire – come già accaduto in passato – seguendo taluni criteri: i) il giudizio di una corte o il parere di un arbitro che accerti formalmente che si sia trattato di misselling o almeno la fissazione di criteri che assicurino che il rimborso sia dovuto a ragioni di urgenza sociale; ii)  l’uscita dal mercato del venditore dei prodotti finanziari; iii) la destinazione della misura ad investitori non professionali; iv) il pagamento della compensazione solo dopo aver posto in atto il burden sharing».

Detto ciò per la Commissione «è importante che ogni previsione nazionale in materia sia compatibile con la normativa ed i principi europei così da assicurare che una siffatta compensazione con i soldi dei contribuenti sia ritenuta una misura sociale ex post volta a compensare gli investitori retail vulnerabili. La Commissione monitora affinché le nuove leggi adottate dagli Stati membri siano compatibili con il diritto dell’Unione».

Fatte le premesse normative e di principio (e chiedendoci se i denari dei Fondi dormienti siano dei contribuenti) la Commissione scrive di volere «alcuni chiarimenti a proposito dei citati commi 493-507 della legge di bilancio per permetterci di comprenderne appieno l’impatto.

  • A proposito del periodo di riferimento della liquidazione coatta amministrativa (16 novembre 2015 – 1 gennaio 2019 da correggere, ndr, per evidente refuso in “prima del 1° gennaio 2018″) indicata dal comma 493:
  1. da chiarire se gli investitori di Banca popolare di Vicenza e di Veneto banca sono inclusi nell’ambito di applicazione della previsione?
  2. da chiarire se gli investitori di Banca Marche, Banca popolare dell’Etruria e del Lazio, Cassa di risparmio di Ferrara e Cassa di risparmio di Chieti sono inclusi nell’ambito di applicazione della previsione? Se sì, la compensazione sarebbe disponibile solo per gli investitori lasciati nella “entità residua” che era sotto liquidazione?
  3. da chiarire se altre banche sono incluse nell’ambito di applicazione della previsione?
  4. da confermare che la banca Monte Paschi di Siena non rientra nell’ambito di applicazione della previsione? Può chiarire se gli investitori di questa banca, che hanno sopportato perdite, sono abilitati a ricevere (o hanno ricevuto) alcun indennizzo e, se sì, in base a quale legge italiana e a quali condizioni?
  • Il comma 494 individua specifiche categorie di investitori cui si applica l’indennizzo, mentre i commi da 495 a 505 prevedono specifiche esclusioni per altre categorie. Può per favore esplicitare i criteri in base ai quali queste categorie di investitori sono state selezionate? Tale categorizzazione di investitori è basata sulle previsioni recate dalla MiFID?
  • Osserviamo che la legge di bilancio non prevede un meccanismo volto ad accertare caso per caso se vi è stata violazione degli obblighi di informazione, diligenza, correttezza, buona fede oggettiva e trasparenza (secondo il TUF).
  1. Può (il destinatario Rivera, ndr) per favore confermare che tali doveri derivano dalla normativa nazionale di attuazione della MiFID? Al riguardo, vengono in rilievo altre norme nazionali?
  2. Può chiarire se la legge prevede una presunzione di violazione di tali regole nei confronti delle categorie indicate dal comma 494?
  3. Ove vi fosse tale presunzione, su quali criteri prestabiliti è basata? Tali criteri sono in linea con quelli adottati nel 2016 in relazione al fallimento delle 4 piccole banche italiane (Banca Marche, Banca popolare dell’Etruria e del Lazio, Cassa di risparmio di Ferrara e Cassa di risparmio di Chieti) alla fine del 2015 (successivamente estesi alla liquidazione, a giugno 2017, delle 2 banche venete)?
  4. Ove tale presunzione non vi fosse, c’è un meccanismo idoneo a valutare caso per caso se vi è stata effettivamente la violazione dei citati doveri? Può chiarire se l’Arbitro per le controversie bancarie è coinvolto nelle procedure per accordare la compensazione?

 

  • Gli investitori indennizzati conservano il diritto di agire contro l’istituzione posta in liquidazione coatta amministrativa sul piano del misselling? Se questi istituti venissero venduti ad altri, gli investitori indennizzati avrebbero il diritto di agire contro i successori? Inoltre, avrebbero altri diritti nei riguardi della situazione di insolvenza?
  • Lo Stato può surrogarsi nei diritti degli investitori indennizzati (nei confronti della situazione di insolvenza o in qualche diritto di successione)?
  • Se la legge si applica agli investitori di Banca Marche, Banca popolare dell’Etruria e del Lazio, Cassa di risparmio di Ferrara e Cassa di risparmio di Chieti, come si inquadra tale indennizzo alla luce dell’obiettivo di minimizzare l’aiuto pubblico?
  • In quale misura gli investitori indennizzabili sulla base della legge di bilancio possono anche essere indennizzati dal Fondo nazionale di garanzia? I due ambiti sono diversi? Se sì, come si giustifica tale diversità?
  • La legge di bilancio prevede l’adozione di un decreto ministeriale entro 30 giorni dall’entrata in vigore della legge:
  1. Si può avere una copia dello schema di decreto? Qual è la data di emanazione prevista?
  2. Potrebbe darci informazioni ulteriori sul contenuto della proposta di decreto, includendo elementi sulla commissione tecnica che valuterà de richieste di indennizzo?
  • Può chiarire se immagina che il fondo indennizzo previsto dalla legge n. 145/2018 sia operativo per un periodo di tempo limitato (es. dal 2019 al 2021) o anche dopo?

Ed ecco l’ultima richiesta, quella sul termine per la risposta:

«le saremmo grati se provvedesse a rispondere entro il 31.01.2019. Speriamo che, ai fini dell’adozione del decreto, possa tenere in considerazione gli aspetti evidenziati in questa lettera».

Perché se ne sa ora oggi, l’ultimo giorno previsto per la risposta?

Comunque, a meno che non si voglia giocare sulla pelle dei risparmiatori, il saluto finale della Commissione («Restiamo a disposizione per ogni ulteriore chiarimento») oltre alle premesse e alle domande fatte, che non sono una bocciatura ma solo una richiesta di chiarimenti, siamo e dobbiamo essere convinti che chi di dovere, prima ancora di diffondere altri allarmi, o allarmismi, abbia risposto nel modo più convincente  e più giusto per i risparmiatori e più accettabile per le regole da rispettare.

 

MONTE DEI PASCHI DI SIENA / IN VENDITA I GIOIELLI DI CASA

 di: Cristiano Mais lavocedellevoci.it

Monte dei Paschi di Siena vende alcuni gioielli di casa. A breve infatti l’istituto senese, per rimpolpare gli sforacchiati conti, comincerà a mettere sul mercato una parte cospicua del suo patrimonio immobiliare (una novantina di cespiti, tra cui non pochi prestigiosi), al fine di racimolare circa 600 milioni di euro.

Il raggiungimento di questo obiettivo, da conseguire nell’arco di quest’anno, è stato stabilito dalla Commissione Europea, nell’ambito del piano di ristrutturazione varato a luglio 2017. A fronte di ciò la stessa Commissione ha chiuso un occhio (anzi tutti e due) sulle colossali iniezioni di danaro pubblico immesse dall’erario per evitare un clamoroso crac che avrebbe messo in crisi tutto il nostro sistema creditizio.

I vertici Mps per la vendita si sono affidati alla società “Duff & Phelps Reag”, che ha appena terminato di confezionare, tra l’altro, alcuni “pacchetti” immobiliari, più appetibili sul mercato.

Tra i ‘gioielli’ spiccano Palazzo Rondanini a Roma, la sede Mps a pochi metri dal Teatro della Scala a Milano, Palazzo del Beccuto a Firenze.

Nel frattempo le inchieste sul giallo di David Rossi, il responsabile delle comunicazioni “suicidato” oltre cinque anni fa volando già dal quarto piano di Palazzo Salimbeni (che non è in vendita), a quanto pare languono.

Assonnata fin dall’inizio la procura senese, che per ben due volte ha chiesto l’archiviazione del caso, si è in attesa di novità da quella di Genova, investita della tragica vicenda e impegnata anche a chiarire il perchè di quella “inazione” senese. Potrebbe ravvisarsi – come ad esempio è capitato nei gialli Alpi e Borsellino – l’ipotesi del depistaggio? Staremo a vedere.

Incubo recessione duratura, Barclays avverte: dopo elezioni Ue potrebbe saltare il banco del governo

Il governo giallo-verde prova ad assorbire senza traumi l’ingresso in recessione dell’Italia, ma il vero banco di prova arriverà nei prossimi mesi con l’arrivo dei primi dati relativi al 2019 che andranno a testare se si prospetta il rischio di una decrescita più duratura.

La parola recessione non è certo un tabù per l’Italia che nell’ultimo decennio più volte ha visto il proprio PIL scivolare in territorio negativo. Il dato Istat di oggi accende ulteriormente i fari sulla prossima azione di governo e sugli effetti che la Manovra 2019 avrà sull’economia.

 

In tal senso il ministro Tria ha detto che la risposta ai dati di oggi “non può che essere quella di accelerare il programma di investimenti pubblici previsti dal Governo e le altre misure contenute nella legge di bilancio”.

Barclays vede timido +0,2% nel 2019, ma potrebbe andare peggio

“La recessione potrebbe durare più a lungo di quanto finora temuto”, afferma Barclays che osserva un deterioramento peggiore per gli investimenti che per i consumi nel quarto trimestre e non esclude che possa andare peggio di così.

Certamente è troppo presto trarre ora una conclusione definitiva, ma l’eventualità di una recessione anche quest’anno non è così remota. Lo scenario di base secondo Barclays è una crescita piatta nel primo trimestre prima che torni ad espandersi a +0,1% nel secondo trimestre, e +0,3% nel terzo e quarto, fino a raggiungere una media dello 0,2% nel 2019 (stima rivista al ribasso rispetto allo 0,4% precedentemente previsto). Numeri ben lontani dal +15 indicato dal governo e anche inferiori al +0,6% indicato nelle scorse settimane da FMI e Bankitalia.

I rischi sono al ribasso considerando lo scenario di rallentamento economico a livello europeo, ma anche per il deterioramento della domanda interna nel 4° trimestre rispetto al terzo trimestre; Barclays cita anche il potenziale ritardo nell’attuazione effettiva delle misure di allentamento fiscale annunciate dal governo (reddito di cittadinanza e Quota 100), che potrebbe influire negativamente sulla fiducia dei consumatori. Tutti elementi in grado di concorrere a portare in territorio negativo la crescita anche nel primo trimestre.

Nel quarto trimestre del 2018 il Pil è sceso dello 0,2% su base trimestrale, salendo solo dello 0,1% su base tendenziale. La contrazione si aggiunge a quella già sofferta nel terzo trimestre, quando il Pil era calato già dello 0,1%. L’Italia è così  entrata in recessione tecnica (Pil sceso per il secondo trimestre consecutivo). Recessione che mancava dal 2013.

La variazione acquisita del Pil nel 2019 è di -0,2% nel 2019. Non succedeva dal 2012 che si lasciasse un’eredità negativa ai 12 mesi successivi e “ciò significa che occorrerebbe una accelerazione molto forte nel corso dell’anno per raggiungere la nostra più recente stima, rivista al ribasso a 0,6%”, avverte Paolo Mameli, economista di Intesa Sanpaolo.

Senza crescita una crisi di governo diventa più probabile…

Una debole crescita potrebbe esercitare pressioni sulla stabilità del governo. “In un contesto di crescenti pressioni politiche a livello governativo a causa delle divergenze tra il M5S e la Lega su come affrontare diverse questioni delicate, tra cui l’immigrazione, le infrastrutture e le politiche di ridistribuzione prima delle elezioni europee, un indebolimento delle prospettive di crescita rappresenta una seria minaccia per la stabilità del governo”, avvisa Barclays. Tuttavia a parte le pressioni, a meno che le prospettive di crescita non si deteriorino, in particolare nel brevissimo termine, la caduta del governo sembra improbabile prima delle elezioni europee di fine maggio. Inoltre Barclays scagiona in un certo senso l’attuale esecutivo.

 

…ma solo dopo le elezioni europee

“Riteniamo che solo una crescita debole nel primo trimestre potrebbe essere imputata direttamente all’attuale coalizione di governo e far precipitare una crisi di governo. Tuttavia, dato che i dati reali del PIL per il primo trimestre saranno pubblicati solo il 30 aprile, troppo vicini alle elezioni europee di fine maggio per stimolare elezioni anticipate o un rimpasto di coalizione, rimaniamo dell’opinione che il governo rimarrà in carica fino a dopo le elezioni europee quando, a seconda dell’esito, ci aspettiamo che i colloqui per un probabile rimpasto di coalizione o eventuali elezioni inizino a prendere slancio”.

 

Nei giorni scorsi sulla stampa italiana si è parlato di rischio rottura tra Lega e M5S con il vice premier Salvini che sarebbe tentato di rompere l’alleanza per “capitalizzare” il guadagno di consensi nei sondaggi. Lega e M5S hanno visto accentuarsi nelle ultime settimane le tensioni su diversi temi.

 

B.Carige: M5S, emendamento per fare nomi grandi debitori

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

“In Commissione Finanze abbiamo presentato un emendamento al decreto Carige, a prima firma Giovanni Currò, che obbliga il Ministero dell’Economia e delle Finanze a trasmettere al Parlamento una relazione ogni 4 mesi per rendere pubblici i debitori di un certo peso della banca ligure i cui crediti sono caduti in sofferenza. I cittadini hanno il diritto di sapere se dietro le sofferenze di Carige ci siano i soliti noti che hanno avuto favori dalle banche in questi anni”. 

E’ quanto dichiarano in una nota i portavoce del M5S in Commissione Finanze alla Camera, aggiungendo che “vogliamo conoscere chi ha avuto linee di credito milionarie senza i giusti requisiti di merito, autorizzato da manager bancari compiacenti. Inoltre, intendiamo comprendere se questi soggetti abbiano avuto legami politici o personali con gli ex amministratori della banca. Si tratta di un principio sacrosanto di giustizia ed equità sociale”, concludono i portavoce. 

com/fer 

 

(END) Dow Jones Newswires

January 31, 2019 11:27 ET (16:27 GMT)

Deutsche e Commerzbank vedono la fusione a metà anno se il turnaround fallisce

zerohedge.com 31.1.19

Nel segno più chiaro, tuttavia, pare che il pareggio tra Deutsche Bank e Commerzbank, in difficoltà, nonostante le proteste dei dirigenti di entrambe le banche, Bloomberg abbia riferito giovedì che alti funzionari di entrambe le banche si stanno preparando per un intermediario governativo fusione appena a metà anno.

I colloqui tra i due istituti di credito si sono intensificati, come è stato sottinteso dalle relazioni sugli incontri con alti funzionari del ministero delle finanze tedesco nelle ultime settimane.

L’incapacità di DB di invertire il suo crollo delle entrate ha apparentemente portato lo stato tedesco alla conclusione che l’unico modo per salvare entrambe le banche è una fusione che permetterà loro di tagliare i costi in mezzo alla ricerca di sinergie.

DB

E gli investitori di DB, pur sostenendo ancora il CEO Christian Sewing, stanno diventando scomodi per le loro crescenti perdite su carta. Anche se una fusione, come ha fatto notare un analista, non sarebbe una panacea.

“Se questo è vero, la situazione economica della Deutsche Bank deve essere peggiore di quella vista dall’esterno”, ha dichiarato Andreas Plaesier, analista di MM Warburg. “Una fusione con Commerzbank a questo punto non ha senso perché offre poche possibilità per raggiungere la crescita dei clienti.”

Ma con l’economia tedesca che flirta con una recessione, i funzionari del governo temono che una fusione sarebbe l’unico modo per proteggere le banche dalla tensione supplementare di una recessione. La relazione segue in particolare la decisione del governo tedesco di ridurre la crescita economica prevista per quest’anno a solo l’1%.

La reazione negativa dei titoli azionari di DB è scesa di oltre il 3% sulle notizie – nonostante i resoconti sostanziali di una possibile fusione sono notizie gradite per almeno un’azienda: Cerberus Capital Management. Nel 2017, la società di private equity ha ceduto quasi $ 2 miliardi a Commerzbank e Deutsche, ritenendo che “il blocco e l’approccio di base”, come l’uscita da aziende in ritardo, potesse aiutare le banche a guadagnare il loro costo del capitale e il commercio più vicino al loro valore contabile (loro ” entrambi stanno attualmente scambiando ad alcuni degli sconti più ripidi al valore contabile), come Elisa Martinuzzi di Bloomberg ha sostenuto in una colonna pubblicata all’inizio di questa settimana. 

DB

L’interesse della società di private equity nei confronti dei prestatori tedeschi non si è fermato a Deutsche e Commerzbank. un consorzio guidato da Cerberus ha recentemente acquistato il prestatore di stato HSH Nordbank. Cerberus sta anche puntando su una partecipazione di minoranza in NordLB, un’altra banca regionale. In linea con la natura segreta di Cerberus, quasi nessuno trae vantaggio dalla fusione delle due banche rispetto a Cerberus – anche se questo non è ciò che l’azienda ha affermato.

La redditività dei due istituti di credito non è sotto la minaccia immediata dopo anni di ristrutturazione e aumento di capitale. Nel scommettere che le due banche possono ora raggiungere una redditività sostenibile, Cerberus avrà calcolato che le sue piccole partecipazioni gli darebbero l’orecchio della gestione e che gli aggiustamenti richiesti non avrebbero probabilmente dovuto essere troppo radicali.

Sembra che stia segnando su un punto. Deutsche Bank ha nominato il ramo consultivo di Cerberus per la consultazione sull’attuazione del suo piano strategico. Come parte di tale impegno, Cerberus ha contribuito a influenzare Deutsche Bank per distribuire fondi a beni a più alto rendimento, ha riferito Bloomberg News.

Nel frattempo, i rappresentanti di Cerberus hanno incontrato funzionari del ministero delle finanze tedeschi almeno quattro volte negli ultimi sei mesi. Il governo rimane il maggiore azionista di Commerzbank con una partecipazione di circa il 15 percento.

Ma dal momento che le scommesse del fondo del 2017, in particolare, le prospettive per l’industria e le banche tedesche sono peggiorate in modo marcato. Deutsche Bank è stata trascinata in un altro scandalo di riciclaggio di denaro. Viene esaminato come nessun altro finanziatore negli Stati Uniti per i suoi rapporti con il presidente Trump. E i raid della polizia a novembre hanno pesato sulle entrate in quello che era già il quarto trimestre torrido per molte banche.

Oltre a Commerzbank, il suo core business di servire clienti aziendali di medie dimensioni – la spina dorsale dell’economia tedesca – sta lottando mentre si intensificano le guerre commerciali per le esportazioni e la concorrenza dei rivali stranieri.

Ma la ripresa di entrambe le banche è diventata fondamentalmente più complicata. Mentre la Banca centrale europea ha sospeso il QE, è improbabile che i tassi record-bassi aumentino rapidamente quando la crescita economica rallenta, prolungando la compressione sui margini di interesse netti. Alla Deutsche Bank, tagliare i costi è stato finora difficile, erodendo le entrate più del desiderato, mentre i finanziamenti sono diventati più costosi.

In pubblico, il CEO di DB Christian Sewing ha negato con veemenza la speculazione sulle fusioni (probabilmente perché, data l’erosione del prezzo delle azioni di DB, qualsiasi fusione lascerebbe probabilmente Sewing come partner minore). Certamente, Sewing, che è stato introdotto per gestire la banca meno di un anno fa, ha ancora le sue cheerleader, tra cui Hudson Executive Capital, guidato da un ex banchiere del JPM, che ha condiviso la sua fiducia nel piano di Sewing per tagliare i costi e uscire imprese non redditizie durante le apparizioni su CNBC.

Ma a questo punto, con almeno altre due sonde criminali che raggiungono il passo, una delle quali sembra implicare direttamente la banca nel deliberare di ignorare i propri controlli AML, una fusione ordinata con Commerzbank sembra essere ciò che il Ministero delle Finanze tedesco vuole. Data la prospettiva di miliardi di euro di multe – oltre ai 20 miliardi di dollari che la banca ha già pagato dalla crisi – una fusione sembra sempre più un’opzione sensata.

E non ci siamo nemmeno addentrati nei rischi posti dall’esposizione di derivati ​​massicci (benché non altrettanto massicci come una volta).

Vaccini sicuri? Falso: negli Usa, risarcimenti per 4 miliardi

libreidee.org 31.1.19

Oggi mi voglio rivolgere direttamente a un ministro della Repubblica italiana. Sul finire del 2018, infatti, il ministero della sanità di Giulia Grillo ha prodotto due comunicazioni istituzionali, cioè due spot pubblicitari, nei quali si promuovono le vaccinazioni, che vengono definite “sicure” all’interno dello spot stesso. E’ Samantha Cristoforetti, chiamata a fare da testimonial in uno di questi spot governativi, a rassicurarci tutti dicendo che i vaccini sono sicuri: «Facciamo squadra per la nostra salute, i vaccini funzionano e sono sicuri». Affermare che i vaccini sono sicuri è falso, clamorosamente falso e dimostrabilmente falso: basta guardare i dati più recenti del tribunale americano per la compensazione dei danni da vaccino, la cosiddetta Vaccine Court. La tabella è aggiornata al 31 dicembre 2018, meno di un mese fa: da quando è stato creato nel 1986 ad oggi, il tribunale dei vaccini americano ha erogato oltre 4 miliardi di dollari per i danneggiati da vaccino. Quindi, se i vaccini fossero sicuri, a chi li hanno dati questi 4 miliardi di dollari? Li hanno regalati al primo che passava di lì? Ovviamente no. Comunque sia, non c’è bisogno di confrontarsi con le cifre, se uno non vuole farlo: che i vaccini siano inevitabilmente non sicuri lo stabilisce, nero su bianco, la Corte Suprema americana.

Giulia Grillo, ministro della salute

Basta leggere una delle sue sentenze più famose, “Bluesewitz versus Whyeth”, una sentenza del 2011 che fu scritta proprio per proteggere in modo definitivo le case farmaceutiche dalle denunce che continuavano a piovere contro di loro per i danni provocati dai vaccini. Nella sentenza, la Corte faceva riferimento alla legge 42 del codice legale americano, dicendo: questa legge esclude ogni responsabilità da parte del produttore per le inevitabili reazioni avverse dei vaccini. Più avanti, nella sentenza, la Corte Suprema spiega il concetto: la legge stabilisce che nessuna casa produttrice di vaccini possa essere denunciata in una causa civile, a partire dal 1° ottobre 1988, per danni derivanti da menomazione o morte da vaccino, se la menomazione o la morte siano sopraggiunti da effetti collaterali che erano inevitabili (nonostante il vaccino fosse stato preparato adeguatamente e fosse accompagnato dalle corrette indicazioni e controindicazioni). In altre parole, se ti fai il vaccino – dice la Corte Suprema – ti può succedere che ti vada male, ma non per questo potrai rivalerti sulle case farmaceutiche: i danni da vaccino te li paga lo Stato. Quindi, nel tentativo di proteggere economicamente le case farmaceutiche, lo Stato federale americano ha ammesso che i vaccini non siano sicuri, e da quel giorno si è accollato ogni spesa per i danni derivanti dalle vaccinazioni.

L'astronauta Samantha Cristoforetti nello spot pro-vaccini

Anche in Italia funziona così: tu non puoi fare causa direttamente alle case farmaceutiche, e i danneggiati da vaccino li risarcisce lo Stato. Peccato che lo stesso Stato che si offre così generosamente di ripagarti i danni (con i soldi tuoi, sia ben chiaro) sia proprio lo Stato che i vaccini ti ha obbligato a farli. Quindi, pensate al paradosso meraviglioso in cui viviamo: le case farmaceutiche producono i vaccini e ci mettono dentro quello che vogliono, tanto loro non sono responsabili in ogni caso. Noi cittadini veniamo obbligati a farci i vaccini, che vengono pagati alle case farmaceutiche con i soldi delle nostre tasse. E poi, se a qualcuno va male, c’è sempre lo Stato (ovvero sempre noi cittadini) che ripaga i danni, con i nostri soldi. Un po’ come in Cina, dove ti condannano a morte quando gli pare e piace, poi ti fucilano, e la pallottola per la fucilazione deve pure pagarla la famiglia del condannato. Nel frattempo, con questo meccanismo perverso, le case farmaceutiche si arricchiscono da far schifo – con un business di 27 miliardi di dollari all’anno, puliti puliti – senza correre il minimo rischio: il rischio che invece corriamo noi, che siamo obbligati a mettere in gioco la salute dei nostri figli.

E adesso arriva pure lo Stato, nella forma del ministero della sanità, a raccontarci che i vaccini sono sicuri. E lo fa sempre con i nostri soldi: infatti, secondo voi, con cosa li paga, il ministero della sanità, i produttori dello spot pubblicitario? Sempre con i soldi dei cittadini. Ovviamente, rispetto a questa gente, Machiavelli era un dilettante. Ecco, questo è il paradigma complessivo che andrebbe affrontato, sulla questione vaccini: cittadini obbligati a rischiare la salute dei propri figli, con la scusa di epidemie inesistenti, per arricchire le case farmaceutiche con i nostri soldi – e poi obbligati a risarcire noi stessi, sempre con i nostri soldi, se per caso qualcosa va male. Ovviamente, per affrontare un argomento del genere ci vorrebbero dei politici “con le contropalle”, che qui da noi nemmeno con il telescopio si riescono a vedere.

Nel frattempo però bisogna almeno correggere questa bugia plateale che i vaccini sono sicuri. Perché fin che lo dice Burioni va bene, fa parte del gioco: lui ha scelto di stare dalla parte di Big Pharma, e quindi la bugia ci può anche stare. Ma lei, ministro, non può mentire. Lei dovrebbe essere dalla parte dei cittadini: dovrebbe proteggerli, non ingannarli. Glielo ripeto: lo scrive, nero su bianco, la Corte Suprema americana. I vaccini sono “unavoidable unsafe”, cioè inevitabilmente non sicuri. Non c’è molto da girare intorno alla traduzione di queste due parole. Quindi, cara ministra Grillo, rifaccia lo spot (che è stato pagato con i nostri soldi) e faccia dire alla Cristoforetti, chiaro e tondo, che i vaccini non sono affatto sicuri. Oppure dia le dimissioni se ne vada a casa, perché evidentemente non è in grado di gestire la responsabilità che le è stata affidata, e che riguarda in primo luogo la salvaguardia della sicurezza di tutti i nostri bambini. Lei dice sempre che bisogna fare un’informazione corretta, e poi alla prima a disinformare la popolazione dicendo in uno spot che i vaccini sono sicuri? Oppure c’è anche una terza ipotesi, volendo: rimanga al suo posto e faccia finta di niente. Questo video glielo segnaleranno almeno mille persone diverse. Ma lei faccia finta di non averlo visto. Nel qual caso, avremo tutti la certezza assoluta che lei non sta dalla parte del cittadino, ma sta anche lei dalla parte di Big Pharma – insieme ai Burioni e a tanti altri ignoranti, che non sono nemmeno in grado di leggere una sentenza della Corte Suprema americana.

(Massimo Mazzucco, video-appello “I vaccini non sono sicuri: lo dice la Corte Suprema americana”, rivolto al ministro della salute Giulia Grillo. Pubblicato su YouTube, l’appello è ripreso dal blog “Luogo Comune” il 30 gennaio 2019).

I truffati dalle banche saranno tutti indennizzati. Perché ciò fa arrabbiare Confindustria?

Beppe Scienza ilfattoquotidiano.it 31.1.19
Veneto Banca e Popolare di Vicenza chiedono la ricapitalizzazione

Gran festa per i risparmiatori vittime di Veneto Banca e Popolare di Vicenza, per Banca EtruriaMarcheCariferrara e Carichieti, saltate nel 2015, nonché per qualche altra banchetta: CredivenetoBanca Alta PadovanaBcc Brutia ecc. Non che conseguiranno inaspettati guadagni. Saranno solo indennizzati di perdite subite. Però la parabola evangelica insegna che è motivo di gioia anche il ritrovamento di una dracma smarrita.

La legge di bilancio 2019 ha infatti esteso gli indennizzi alle obbligazioni subordinate ed eliminato in generale l’obbligo di dimostrare nel singolo caso l’inganno da parte dell’emittente. Essa fa invece riferimento al “dovere di disciplinare, coordinare e controllare l’esercizio del credito” e a “violazioni massive degli obblighi di informazione, diligenza, correttezza, buona fede oggettiva e trasparenza”. Insomma, un’ammissione implicitache la responsabilità dei danni subiti dai risparmiatori va cercata pure nell’inefficienza o peggio di vari organi di vigilanza e controllo: Banca d’ItaliaConsob ecc. Anche per tutto questo, nonché per modifiche retroattive della normativa sui titoli subordinati, gli obbligazionisti si erano trovati con un pugno di mosche. Non perché privi della fantomatica educazione finanziaria. Per approfondimenti sulle vicende delle banche “fallite” nel 2015 e nel 2017 il sitowww.ilrisparmiotradito.it riporta vari articoli e post.

Vengono considerati vittime d’inganno pure i risparmiatori acquirenti di obbligazioni già in circolazione, alcune fra l’altro a tagli inferiori ai mille euro. Anch’essi possono accedere agli indennizzi, finalmente chiamati col loro nome e non più col ridicolo termine di ristori. Manca ancora il decreto ministeriale, ma l’impianto del costituendo Fondo indennizzo risparmiatori(Fir) è già delineato.

Peccato che tutto ciò faccia rabbia alla Confindustria, a giudicare dalle posizioni prese dalle sue testate. Non piace la difesa del risparmio da parte dell’attuale governo e in particolare del M5s; o forse semplicemente non piace il M5s. Già l’11 agosto 2018, il Sole 24 Ore con una sedicente analisi di Marco Ferrando aveva messo in guardia il governo “dal rimborsare per la prima volta a carico dello Stato chi ha acquistato titoli per definizioni rischiosi, cioè le azioni” evocando il rischio di “un precedente assai pericoloso”. Tutto sbagliato: nessuna prima volta e nessun precedente pericoloso, perché un rimborso di azioni a carico proprio del Tesoro c’era già stato per le Alitalia nel 2009 con Giulio Tremonti a capo del Mef.

Incurante delle diffide confindustriali, il M5s e in particolare il sottosegretario Alessio Villarosa hanno propugnato una soluzione non molto dissimile a difesa dei risparmiatori coinvolti. Si è arrivati così alla formulazione fissata nella legge di bilancio. Al che, apriti cielo! Subito sono partiti il Sole 24 Ore e Radio24, sostenendo che essa è incompatibile con le norme comunitarie e addirittura che i risparmiatori si illudono di avere l’indennizzo. Che ci sia violazione di tali norme è negato da altri e in ogni caso la regola dell’attuale governo non è certo obbedire supinamente a ogni richiesta proveniente da Bruxelles.

Comunque l’Unione europea non ha il potere di abrogare direttamente leggi nazionali, dettaglio che viene però accuratamente taciuto. Conclusione: i risparmiatori italiani possono solo rallegrarsi che il governo non obbedisca più agli ordini di Confindustria.

Carige, l’alleanza mai nata tra le famiglie Benetton e Malacalza / IL RETROSCENA

GILDA FERRARI – GENNAIO 31, 2019 themeditelegraph.it

Genova – Due famiglie, un progetto condiviso per salvare Carige. I Malacalza e i Benetton. Insieme. Azionisti della banca. Tre mesi dopo la tragedia di Ponte Morandi

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Genova – Due famiglie, un progetto condiviso per salvare Carige. I Malacalza e i Benetton. Insieme. Azionisti della banca. Tre mesi dopo la tragedia di Ponte Morandi. Non per cancellare una delle peggiori pagine della storia di Genova e del Paese – costata 43 vittime, 566 sfollati e un pericoloso aggravio dell’isolamento infrastrutturale del territorio – ma per scrivere insieme una pagina nuova, di pacificazione. Il progetto – visionario ma, almeno sulla carta, tecnicamente praticabile – è imploso sul nascere. I due potenziali protagonisti lo hanno bocciato, per ragioni diverse che sembrano le due facce della stessa medaglia. Lato Benetton, l’operazione avrebbe dovuto essere condotta da Edizione, la cassaforte della famiglia trevisana. L’ad Marco Patuano, però, non è stato dell’avviso.

Secondo fonti vicine al dossier, il manager ha giudicato un’eventuale partecipazione in Carige «un’operazione troppo complessa e pericolosa in ragione della litigiosità dei Malacalza». Interpellato sulla questione, il primo azionista non commenta. Secondo fonti, ai Malacalza «non piaceva l’idea di essere affiancati da un’altra famiglia nella gestione della banca». Morale: la cordata Malacalza-Benetton è naufragata prima di intavolare qualsivoglia trattativa e alla fine, com’è noto, in soccorso di Genova è arrivato lo Schema Volontario del Fondo Interbancario, che sottoscrivendo un bond da 320 milioni ha messo in sicurezza la banca, soci e clienti, ma che il 22 dicembre si è visto stoppare l’aumento di capitale che avrebbe dovuto rimborsarlo. Le dimissioni di alcuni consiglieri del cda e il commissariamento deciso il 2 gennaio dalla Bce sono cronaca recente.

Un passo indietro. Erano i primissimi giorni di novembre quando a Pietro Modiano, allora presidente di Carige e oggi commissario, venne l’idea di provare a convogliare su Genova i Benetton. Lui e l’allora ad Fabio Innocenzi, oggi commissario, erano alla guida dell’istituto da poco più di un mese, a valle dell’assemblea del 20 settembre che aveva confermato la banca sotto il controllo dei Malacalza. Carige sembrava avere bisogno di capitale aggiuntivo per 200 milioni, ma a fine ottobre Bce aveva formalizzato una richiesta di ulteriori rettifiche sui crediti (257 milioni, accolte poi in 200) e la novità raddoppiò il fabbisogno. Presidente e ad illustrarono la situazione al primo azionista, che si disse contrario a sostenere un onere doppiato rispetto alle sue aspettative. Serviva aiuto, avrebbe potuto fornirlo un partner. Modiano contattò Patuano, che pur non mostrandosi contrario a investimenti su Genova fece presente che un’operazione del genere racchiudeva in sé «rischi e complessità troppo alti per via della litigiosità dei Malacalza». I Malacalza, a loro volta, bocciarono l’idea perché non erano disposti a coabitare con i Benetton.

A quel punto la corsa contro il tempo di Modiano e Innocenzi subì un’accelerazione disperata e (a fronte del commissariamento) vana: il 12 novembre è stata presentata l’operazione con il Fondo Interbancario, il 22 dicembre Malacalza Investimenti ha stoppato l’aumento di capitale, il 2 gennaio Bce ha commissariato Carige.

Orcel, il CR7 dei banchieri, all’attacco del Santander

firstonline.info 31.1.19

Il Banco Santander rifiuta di concedere 50 milioni di dollari di premio d’ingaggio al banchiere italiano Andrea Orcel e rinuncia a nominarlo Ceo e allora lui, che aveva lasciato Ubs, prepara una durissima guerra legale: chi vincerà?

Orcel, il CR7 dei banchieri, all’attacco del Santander

Che cosa non si fa per 50 milioni di dollari. Anche il banchiere più strapagato in Europa, il romano Andrea Orcel, già ribattezzato dal Guardian “il Cristiano Ronaldo dei manager bancari”, non se la sente di r inunciarvi a curo leggero ed è partito lancia in resta per una battaglia legale, che si annuncia cruenta, contro il Banco Santander, la maggior banca d’Europa che stava per assumerlo come suo nuovo timoniere.

Il contezioso sta tutto nei 50 milioni che Orcel doveva ricevere a fine mandato dall’Ubs e che, non potendoli riscuotere per dimissioni anticipate, ha pensato di chiedere come premio d’ingaggio al Santander, che però non solo ha respinto la richiesta ma ha anche, clamorosamente, rinunciato a nominare Orcel suo nuovo Ceo. Apriti cielo e festa grande per gli avvocati di mezza Europa.

Orcel è noto per gli ingaggi da capogiro che è sempre riuscito aggiudicarsi ogniqualvolta ha cambiato datore di lavoro. Ieri “La repubblica” li ha puntigliosamente messi in fila, uno dopo l’altro: 33,6 milioni nel 2008 da Merrill Lynch mentre la banca stava andando in bancarotta e 26 milioni come bonus d’entrata dalla svizzera Ubs che gliene avrebbe riconosciuto come “premi differiti” altri 50 se se ne fosse andato a fine contratto. Avendo scelto di andarsene prima, Orcel ha girato al nuovo datore di lavoro la richiesta. Ma stavolta, salvo che gli avvocati non facciano il miracolo, non è andato in gol. Perchè, come si diceva, il Santander non solo non gli ha accordato i 50 milioni di dollari richiesti ma – su disposizione del presidente esecutivo Ana Botin – ha addirittura rinunciato a nominarlo Ceo.

Se non si troverà un accordo, tra le due parti voleranno gli stracci con somme da capogiro in ballo. Ma, comunque vada a finire, nè Ana Botin nè Andrea Orcel finiranno sul lastrico. Però nessuno dei due – questo è certo – sta facendo una bella figura.

Ue boccia il fondo? Di Maio e Lega pubblichino la lettera se non giocano sulla pelle dei risparmiatori

Di Giovanni Coviello -31 Gennaio 2019 vicenzapiu.com

UE

UE “chiama” Luigi Di Maio, Matteo Salvini e Giuseppe Conte

Dopo le voci ricorrenti fin da stamattina e rimbalzateci dall’avv. Sergio Calvetti e da Patrizio Miatello, su una bocciatura, parziale o totale, nota Ansa di Luigi Di Maio recita: «Oggi è arrivata una lettera dall’Ue sulla misura che abbiamo introdotto per i truffati banche, che sembra dirci ‘non lo potete fare’: noi lo facciamo e basta, non esiste che adesso l’Ue ci debba dire anche come risarcire i truffati dopo che evidentemente Bce e Bankitalia non hanno controllato».

In attesa di chiarimenti, che solo la divulgazione del testo della lettera potrà dare (l’onorevole vicentino Pierantonio Zanettin ci ha appena anticipato che sta per essere presentata un’interrogazione al riguardo dal capogruppo di Forza Italia Renato Brunetta), ci auguriamo solo che il problema sia stato gonfiato o che possa essere risolto, altrimenti sarebbe tutto fin troppo chiaro.

  • La Lega inizialmente fa sua insieme al M5S la battaglia (elettorale) per i soci e gli obbligazionisti delle banche poste in Lca dal 2015 al 2017, tra cui Banca Popolare di Vicenza, Veneto Banca e le quattro banche del centro Italia;
  • Bitonci e Villarosa procedono prima in coppia per dare il più possibile alle “vittime” delle banche; Villarosa rimane solo, anche di fronte a Le Iene, da un certo momento in poi quando Matteo Salvini (ufficialmente lo fa il 27 novembre 2019 davanti alla cabina di regia convocata al Mef dal sottosegretario pentastellato) invita i presenti a chiedere quello che vogliono tanto ci penserà lui ad andare “petto in fuori” contro la Ue se si dovesse mettere di traverso;
  • la Lega presenta un emendamento, all’epoca noto come articolo 38, ma anche qui lascia, poi, il campo ai 5 Stelle che, recepiscono anche le indicazioni più “permissive” della parte più “politicizzata” delle associazioni (pro Lega, ad esempio, Luigi Ugone, pro M5S Andrea Arman) e arrivano in parlamento a far approvare il Fir, Fondo Indennizzo Risparmiatori, col voto della lega;
  • parte subito il fuoco dell’artiglieria amica e nemica con gli strepiti che, se pure non se ne fosse accorta, richiamano l’attenzione della Commissione Europea;
  • oggi la nota Ansa e tanti, meno oltre 300.000 risparmiatori con le loro famiglie, a sfregarsi le mani.
  • da oggi, se non si avvereranno le parole di Alessio Villarosa, che mira ad andare avanti con i decreti attuativi ma anche a comporre i dissidi, la Lega potrà dire: la formulazione della legge da noi proposta, il famoso articolo 38, è stata cambiata dal M5S che l’ha toppata e bocciata dalla Ue

Ergo in campagna per le europee i due nemici elettorali, i 5 Stelle e la UE, saranno le frecce magnifiche nell’arco del mago dei voti, il Capitano.

Fanta politica?

Ce lo dimostrino i “contrattualizzati” nel governo ma nemici in ogni dove rendendo subito pubblica la lettera con le presunte osservazioni della Ue, ne valutino l’accettabilità parziale o totale con modifiche immediate da concordare con i rappresentanti, non tutti disinteressati, degli azzerati dalle banche e la smettano di mostrare con l’esterno i muscoli che non hanno: un politico bravo i problemi li evita a monte, uno pragmatico li risolve a valle.

Ma non sulla pelle dei cittadini per averne i voti… in punto di morte.

iGuzzini: in 2019 si conferma tra Top Employers Italia

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Per il terzo anno consecutivo, iGuzzini illuminazione ha ottenuto la certificazione Top Employers Italia, affermandosi tra i migliori datori di lavoro per il 2019 a livello nazionale. 

Il riconoscimento, ricorda una nota, viene conferito dal Top Employers Institute e premia ogni anno le migliori aziende al mondo nella gestione delle persone. 

“Siamo orgogliosi di aver ottenuto per il terzo anno consecutivo questo importante riconoscimento, che accogliamo come stimolo a fare sempre meglio per il benessere dei nostri collaboratori e la loro crescita”, ha affermato Adolfo Guzzini, Presidente di iGuzzini illuminazione. “Il successo della nostra azienda sta proprio nelle persone con cui condivido quotidianamente la mia avventura professionale, autentico patrimonio della nostra realtà imprenditoriale e territoriale”. 

com/ofb 

MF-DJ NEWS 

3113:52 gen 2019 

 

(END) Dow Jones Newswires

January 31, 2019 07:52 ET (12:52 GMT)

Unicredit: è certificata Top Employer Europe 2019

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Unicredit è stata ufficialmente certificata da Top Employers Institute per le eccellenti condizioni di lavoro offerte ai suoi dipendenti, riconfermandosi a livello di Gruppo come il miglior posto in cui lavorare. 

La ricerca annuale condotta da Top Employers Institute attesta le migliori aziende al mondo in ambito 

HR: quelle che offrono le migliori condizioni di lavoro, che formano e sostengono i talenti a ogni livello 

aziendale e che si sforzano costantemente di potenziare e ottimizzare le loro Best Practice nel campo 

delle Risorse Umane. 

UniCredit, informa una nota, ha ottenuto questo riconoscimento grazie alla certificazione locale Top Employers conseguita, proprio come l’anno scorso, in ben cinque Paesi in Europa: Italia, Germania, Russia, Croazia e Bulgaria. 

La certificazione Top Employers viene rilasciata alle aziende premiate in seguito a un severo e 

approfondito processo di ricerca e al raggiungimento di specifici standard richiesti. A garanzia della 

validità del sistema, tutte le risposte vengono sottoposte a una revisione indipendente dimostrando che 

le condizioni di lavoro messe in atto da UniCredit sono state attentamente verificate, e hanno permesso 

così alla banca di far parte di un selezionato gruppo di aziende certificate Top Employers. 

com/fch 

 

(END) Dow Jones Newswires

January 31, 2019 04:11 ET (09:11 GMT)

Unicredit, chi e come parlotta di fusione con Société Générale, Bbva o Abn Amro

startmag.it 31.1.19

Che cosa dice del futuro di Unicredit? Le parole del socio Cariverona, le frasi di Mustier, le ipotesi e gli scenari

Dai vertici e dai soci storici di Unicredit arrivano segnali contrastanti sulle strategie future della banca, in particolare in tema di aggregazioni.

CHE COSA HA DETTO CARIVERONA SU UNICREDIT

Ieri il presidente della Cariverona Alessandro Mazzucco ha tratteggiato con chiarezza le priorità dell’istituto di piazza Gae Aulenti: «Sono abbastanza convinto che l’amministratore delegato Jean Pierre Mustier voglia fare operazioni internazionali. Dobbiamo muoverci in un sistema in cui le relazioni che il governo sta costruendo con la Francia non aiutano, ma sono convinto che voglia fare qualche operazione», ha spiegato Mazzucco, parlando a margine di un evento organizzato dalla Compagnia di San Paolo.

CONTRASTI IN CASA DI UNICREDIT?

Quella di Cariverona resta una posizione autorevole, visto che il socio, seppur diluito all’1,8% dopo l’ultimo aumento di capitale, può ancora far valere il proprio peso istituzionale. Fatta questa premessa, le parole di Mazzucco tratteggiano evidentemente una linea strategica ma non un target, come la fondazione ha precisato nel pomeriggio: l’ente «non possiede alcuna informazione non di dominio pubblico». Una linea strategica però che appare in contrasto con le ultime dichiarazioni rese da Mustier.

CHE COSA HA DETTO MUSTIER SUL FUTURO DI UNICREDIT

In un’intervista rilasciata prima di Natale il banchiere aveva ad esempio escluso operazioni straordinarie per i prossimi tre-quattro anni ricordando che «con lo scenario attuale è difficile che qualcosa possa accadere in Europa». Concetto ribadito martedì quando Mustier ha dichiarato che oggi «le fusioni o le combinazioni non hanno molto senso» e che in ogni caso non ci sono le condizioni politiche per concludere un progetto del genere in tempi brevi.

PAROLE E AUGURI DI MUSTIER

«Auguro buona fortuna ai negoziatori di una fusione» transfrontaliera tra banche, «tra due Paesi in cui i politici potrebbero non essere supercontenti» di perdere i rispettivi campioni nazionali, aveva tagliato corto il banchiere.

GLI SCENARI

Il cortocircuito però è forse solo apparente perché, secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza, Unicredit non avrebbe mai perso di vista l’obiettivo di un merger internazionale. Anche se la volatilità dei mercati e il rischio Italia hanno rallentato i tempi, i contatti in questa direzione non si sarebbero mai interrotti. In particolare quelli con Société Générale che rimane il target prioritaria, mentre su Bbva e Abn Amro potrebbero essere costruiti piani alternativi.

ADDIO SPACCHETTAMENTO

Non sembra invece più di attualità l’ipotesi di una scissione degli asset italiani da quelli nord europei, un progetto che nelle intenzioni iniziali avrebbe dovuto favorire la dismissione delle attività in Germania.

(articolo pubblicato su Mf/Milano Finanza)