Il gruppo Bilderberg si incontrerà a Sierra City nel 2019

Di fink broadstreetbeacon.com

Sierra City, CA – L’incontro privato annuale delle élite nordamericane ed europee conosciute come il gruppo Bilderberg ha annunciato questa settimana che terrà la sua conferenza annuale al Herrington’s Sierra Pines Resort nel giugno 2019. Secondo il presidente Henri de Castries, il sito è stato scelto grazie alla sua posizione remota e alla comoda area di atterraggio dell’elicottero direttamente di fronte al resort.

“Rende, um, perfetto senso tenere il nostro incontro annuale a Sierra City”, ha detto il signor Castries in un inglese stentato in un’intervista telefonica a Gish Gallop. “È il posto perfetto con alberi e bellissime montagne. è anche abbastanza lontano da confondere Alex Jones. Ed è anche l’ ultima dimora di Adolf Hitler . “

Il gruppo Bilderberg, la conferenza del Bilderberg, le riunioni del Bilderberg o il Bilderberg Club è una conferenza privata annuale di 120-150 persone dell’élite politica europea e nordamericana, esperti dell’industria, della finanza, del mondo accademico e dei media, fondata nel 1954. Secondo alcuni, il Gruppo Bilderberg è il comitato di leadership  del Council on Foreign Relations (CFR), FMI, Banca Mondiale, Commissione Trilaterale, UE e potenti banchieri centrali della Federal Reserve, Jean-Claude Trichet della BCE e Bank of England’s Mervyn Re. Per dirne alcuni.

Gish Gallop ha contattato l’esperto locale del Bilderberg Skyy Wolford per le sue intuizioni sul famigerato e riservato gruppo.

“Qualunque sia la sua missione iniziale”, ha detto Wolford, che ha visitato gli uffici di Gish Gallop all’inizio di questa settimana, “il gruppo Bilderberg è ora un governo mondiale ombra che minaccia di togliere il nostro diritto di dirigere i nostri destini creando una realtà inquietante che nuoce molto al benessere pubblico. In breve, i Bilderberger vogliono soppiantare la sovranità dello stato nazione con un governo globale onnipotente, controllato dalle corporazioni e controllato con l’applicazione militarizzata “.

Secondo la direzione di Herrington, non hanno alcuna conoscenza dell’incontro imminente. Quando sono stati premuti, ci hanno detto che non avevano commenti, ma hanno anche detto “dovremmo saperlo, perché quel ragazzo Lou è stato invitato”.

“Guarda, non ne parleremo”, ha detto un portavoce del famoso resort di montagna. “Se hai bisogno di maggiori informazioni, parla con Dwayne [Gish].”

A quanto pare Gish Gallop è stato invitato a partecipare al Bilderberg Group Meeting del 2019.

“Non posso parlare molto dell’invito”, ha detto il signor Gish in una e-mail. “Ma basti dire che Bill Gates è un grande fan di Gish Gallop e personalmente mi ha invitato. Puoi entrare solo con l’invito. O nel caso di Alex Jones, puoi forzarti con un megafono, ma questo comportamento normalmente non ti porta ai buoni posti, se capisci cosa intendo. ‘Nuff ha detto. “

Secondo le persone della vasta rete di “infowars” di Gish Gallop, il teorico della cospirazione per eccellenza Alex Jones non ha fatto alcun annuncio sul fatto che abbia intenzione di protestare contro l’evento. Gish Gallop prevede di coprire l’evento di 3 giorni e tenterà di intervistare le persone di spicco che atterrano nel prato erboso di fronte al Herrington’s Sierra Resort.

Carige, una vicenda paradigmatica

Fabrizio Galluzzi -31 dicembre 2018 liguria.bizjournal.it

La vicenda Carige sta assumendo un ruolo quasi paradigmatico, per le dimensioni della banca, maggiori di quelle di un istituto di interesse solo regionale ma non tali da poter accarezzare l’idea del “too big to fail”…

In effetti, la progressione degli eventi e la loro durata consente un’analisi riguardo la governance della banca e il relativo rapporto con le istituzioni, che va oltre il caso specifico, peraltro caratterizzato dal ricambio di ben quattro capi azienda e tre aumenti di capitale – con il quarto alle porte – negli ultimi anni.

Si leggono commenti di esperti che attribuiscono sbrigativamente le cause della fragilità del sistema bancario nazionale alle gestioni passate (che ovviamente qui non si vogliono difendere: se e ove vi siano state condotte meno che irreprensibili, queste andranno giudicate e sanzionate). Certo, prendersela con i soliti noti è giusto a prescindere e assolutamente in linea con lo Spirito del Tempo. Aspetti relazionali se non addirittura clientelari, politiche del territorio svolte spesso attraverso fondazioni, criteri di erogazione del credito (dovrebbero essere prerogativa essenziale dell’attività bancaria – o no?), sono tutti aspetti che sono stati e continuano a essere scandagliati in profondità alla ricerca di ogni irregolarità.

Ma le ragioni vere dell’affossamento, e talvolta della distruzione, del business bancario, in Italia più che altrove, sono ben precise e lasciano ai banchieri della stagione precedente poche responsabilità che non siano quelle civili e penali, in gran parte ancora in via di accertamento, già citate in precedenza. E sono tre, due di natura politica, e una di natura economica.

In primo luogo, e a mio parere con modalità dirimenti, le politiche non convenzionali della Banca centrale europea. A seguito della crisi greca e dei conseguenti timori sulla fine dell’euro, nell’interminabile lotta tra falchi e colombe hanno prevalso, al fine di salvaguardare la moneta unica («whatever it takes»…) le tendenze che spingevano per un supporto agli stati più indebitati (Italia in primis, ma anche Francia), attraverso l’iniezione di abbondanti dosi di liquidità da utilizzarsi per l’acquisto di titoli di debito sovrano, e la riduzione dei tassi di interesse fino al di sotto dello zero, in modo da agevolare le modalità di servizio dello stesso debito.

Il fatto che tale liquidità comportasse poi un sostegno alla crescita economica era un corollario non sostanziale (vedere a proposito il punto successivo), ma utile alla narrazione che altrimenti sarebbe stata meno presentabile.

Come diretta conseguenza, i tassi di interesse così  eccezionalmente bassi hanno comportato una caduta verticale della redditività delle banche, che guadagnano quando cresce il differenziale sui tassi attivi e passivi. Di fatto, si è scelto di salvare gli stati (che peraltro hanno intascato e continuato a spendere con allegria soldi che non hanno), penalizzando le banche: pace, così va il mondo.

In secondo luogo, ma non meno importante: il contesto normativo. Viviamo da anni in un mondo dove il raggiungimento di standard di vita elevati permette di rivolgere l’attenzione verso una sempre maggiore ricerca di sicurezza, dove la tendenza è addirittura quella di muovere verso il rischio-zero. La richiesta generalizzata è quella di avere maggiori verifiche, stilare nuove leggi, reclutare ispettori. Poi, se resta tempo, fare le cose: oggi il controllare fa premio sull’operare, la burocrazia sovrasta l’azione. Limitandoci alla finanza, tutto ciò si esplica in una iper- regolamentazione da parte di enti di vigilanza preposti allo scopo che di fatto invade le prerogative della normale attività bancaria, in particolare nella valutazione ed erogazione del credito, spingendo a conformarsi a criteri talmente restrittivi da rendere preferibile rinunciare ad operare. (Se io, banchiere, devo rispettare tali criteri per prestare soldi, con il rischio poi di ritrovarmi il credito riclassificato come “non performing”, e magari oggetto di un’inchiesta giornalistica, o adddirittura della magistratura, chi me lo fa fare? meglio lasciar perdere…). Da qui è nato il credit crunch, anch’esso una pesante penalizzazione per il business bancario.

Ma non basta ancora: la vigilanza bancaria della Bce (che sotto la direzione della “pasionaria” Danielle Nouy, meritatamente a riposo da stasera, ha ripetutamente cambiato i criteri di classificazione) obbliga alla cessione di crediti “non performing” dalle banche a società specializzate in recupero crediti a prezzi di saldo, con un conseguente, sostanziale trasferimento di valore a queste ultime, che non a caso hanno avuto performance di borsa stellari negli ultimi tempi. Vale forse la pena di osservare, almeno di passata, che le crisi bancarie e i fallimenti, prima di questi zelanti interventi, si sono contate, per decenni, sulle dita di una mano.

Infine, la crisi economica, questione assai ampia e dal significato in qualche senso un po’ ambiguo, tuttavia troppo ampio da investigare qui, in quanto ne andrebbero esaminati gli aspetti strutturali e congiunturali, economici e finanziari, reali e percepiti.

Ai fini della tesi che si vuole qui sostenere, si può osservare che le banche italiane, e in particolar modo Carige, non hanno mai detenuto quantità significative di titoli cosiddetti tossici, e che le criticità sui crediti – la cui valutazione implica sempre comunque un qualche grado di discrezionalità – derivano da prestiti a imprese e famiglie e soprattutto al settore immobiliare. La contrazione economica del 2008/2009 ha sicuramente impattato su queste attività, ha comportato fallimenti, chiusure e ristrutturazioni, in modo probabilmente fisiologico in una tale fase del ciclo, ma sicuramente aggravato dal contesto descritto in precedenza, con il risultato di una ulteriore penalizzazione della redditività.

In questi giorni di fine 2018, l’auspicio per il nuovo anno – assai ambizioso, mi rendo conto – è che si riesca a riportare impresa e lavoro al centro dell’attenzione e a riconoscerli come motore insostituibile del benessere nostro e di coloro che verranno dopo di noi.

Da Porta Nuova alla Sardegna: tutti gli affari del Qatar in Italia

Italyís Prime Minister Giuseppe Conte (3rdR) and Qatar's Sheikh Tamim bin Hamad al-Thani (3rdL) attend a contract signing ceremony following their meeting at Villa Phamphili in Rome on November 20, 2018. - Sheikh Tamim bin Hamad al-Thani pays a two-day visit in the Italian capital to conclude a series of bilateral deals in the areas of health, food and agriculture, sport and research. (Photo by TIZIANA FABI / AFP)

Piccolo e ricchissimo emirato con le tasche stracolme dei frutti della rendita petrolifera e delle esportazioni di gas naturale, il Qatar rappresenta una vera e propria potenza finanziaria globale grazie alle capacità di investimento del suo fondo sovrano, il Qatar Investment Authority, da 335 miliardi di euro.

Da Harrods allo sbarco a Porta Nuova

Dopo aver, negli anni scorsi, concentrato le sue operazioni soprattutto in Francia (ove ha acquisito quote di Vivendi, Air Liquide, Engie, Vinci, Orange, Veolia e la squadra di calcio del Paris Saint Germain) e nel Regno Unito (in cui ha comprato quote della London Stock Exchange, Barclays e Sainsbury e l’intera proprietà di Harrods), il Qia ha progressivamente ampliato le sue attività nel nostro Paese.

Il Qatar si fece conoscere in Italia nel 2015, quando con un investimento da 2 miliardi di euro acquisì la proprietà dei grattacieli del nuovo quartiere milanese di Porta Nuova contribuendo,secondo Massimo Fini, notoriamente critico del progetto, a salvare la giunta meneghina da un insuccesso per la scarsa appetibilità residenziale di un’area dal costo della vita estremamente alto.

L’interesse del Qatar in Italia e il ruolo di Salzano

Ma era solo l’inizio. Da allora il Qatar ha individuato nell’Italia un’eccellente opportunità d’investimento, accelerando la sua presenza dopo l’inizio delle tensioni geopolitiche con i suoi vicini regionali capitanati dall’Arabia Saudita, che ha tentato di isolare Doha attraverso un vero e proprio embargo e una chiusura ermetica dei confini. Avvicinarsi all’Italia, per Doha, significa inoltre venire a patti con uno dei principali alleati degli Stati Uniti in Europa, in una fase in cui l’amministrazione Trump spinge fortemente per il sostegno a Riad, e con un Paese fortemente impegnato nello scenario libico, su cui il Qatar ha un occhio di riguardo.

Protagonista diplomatico della partita tra Roma e Doha è il giovane ambasciatore italiano in Qatar Pasquale Salzano, che a fine maggio, secondo indiscrezioni, sarebbe stato considerato da Luigi Di Maio come un’ideale scelta per la Farnesina. Salzano, 45 anni, ha parlato in un’intervista al Messaggero dei frutti del crescente interesse qatariota per l’Italia, sottolineando inoltre le opportunità che si profilano nei prossimi anni nel piccolo emirato.

“L’importanza strategica del Qatar per il mondo, l’Europa e l’Italia – ha detto Salzano – deriva dall’affidabilità come primo esportatore al mondo di gas liquido, dalla capacità di garantire diversificazione energetica e sicurezza dell’approvvigionamento, e dai suoi obiettivi di sviluppo sostenibile e diversificazione economica. Enormi le opportunità per le imprese italiane”. Dopo l’embargo saudita, il Qatar ha visto nel multilateralismo la scelta migliore per rompere il suo isolamento.

Il fondo sovrano del Qatar in azione

In questo contesto, i capitali qatarioti in cerca di impiego avrebbero potuto trovare poche destinazioni migliori dell’Italia. “I fondamentali dell’ economia italiana sono positivi e questo è valutato attentamente, tanto che il Fondo sovrano guarda con interesse a investire in quote azionarie di grandi e solide aziende italiane specie nel settore immobiliare, nei grandi alberghi dalla Costa Smeralda a Milano, nel lusso con Valentino e altri marchi, e soprattutto con Air Italy, ex Meridiana, e l’Ospedale di Olbia. Il piano industriale di Qatar Airways per Air Italy prevede nei prossimi 5 anni un aumento di 10mila unità di occupazione diretta e indiretta e il passaggio da 12 a 50 aeromobili”, mentre nella città della Gallura il Qatar ha di fatto la convergenza tra i suoi investimenti nel settore del turismo in Sardegna e l’ambizioso piano dell’ospedale Mater Olbia.

Come sottolinea il Sole 24 Oreil 7 gennaio entrerà in azione il nuovo ospedale che “coincide con l’ultimo tassello di un cammino durato trent’anni”, da quando il sindaco di Olbia Gianpiero Scanu pensò con insistenza a un polo di cura per la sua città. Nei prossimi dieci anni, il Qatar valorizzerà questa struttura importante, che secondo Scanu “vale, una volta avviato l’intero sistema, tra diretto e indotto vale almeno duemila posti di lavoro”, con investimenti complessivi da 1,2 miliardi di euro.

Il grande business dei Mondiali del 2022

Il mercato qatariota, al contempo, si prepara a un incremento di rilevanza in vista dei Mondiali di calcio del 2022. Doha ha previsto uno stanziamento complessivo da 200 miliardi di euro, destinato ad essere impegnato in infrastrutture di ultimissima generazione che si stanno ultimando anche grazie al lavoro delle imprese italiane in metropolitane, strade e stadi.

“Ma ci sono altri impegni di spesa previsti nei prossimi mesi, specie nel campo dei servizi e dell’ospitalità in cui l’Italia può avere una parte di rilievo”, sottolinea Salzano, ricordando che Doha “si sta aprendo a una legislazione di accoglienza e facilitazione delle attività d’ impresa anche attraverso free zone. E il regime di tassazione è praticamente nullo”. L’apertura di Doha al multilateralismo potrebbe migliorare le condizioni lavorative nel Paese e, soprattutto, rendere più umano lo status dei lavoratori stranieri morti a centinaia nella realizzazione delle infrastrutture per la competizione invernale del 2022

Le incognite sul Qatar

Il versante politico, in ogni caso, è da tenere in conto. I miliardi del Qia non possono far scordare la natura statuale del Qatar, Paese non meno intollerante e non meno autoritario della vicina Arabia Saudita, legato a doppio filo con la Fratellanza musulmana.

Come scrivevamo di recente commentando i rischi connessi alla visita del ministro Matteo Salvini nell’emirato, ” nel disegno di legge proposto dalla Lega e intitolato Disposizioni concernenti il finanziamento e la realizzazione di edifici destinatii all’esercizio dei culti ammessi si mette in guardia dai quattrini che provengono dall’estero, in particolare dal Medio Oriente, per costruire moschee in Italia”, tra cui ha una rilevanza preponderante la Qatar Charity Foundation, che destina in media al nostro Paese circa sei milioni di euro ogni anno.

E per quanto riguarda la Libia, il Qatar ha riscontrato successi a Tripoli e Misurata con i Fratelli musulmani e gli islamisti, ma nel resto del Paese non è ben visto. Parlando ai nostri microfoni, il figlio della capo della tribù libica di Tebu, Abu Bakir, ha criticato il riavvicinamento dell’Italia al Paese. “Salvini dice che lavorerà con il Qatar per portare la pace in Libia, ma questo è lo stesso Paese che ci ha portato la guerra. La scelta di Salvini è stata particolarmente dolorosa per noi nel sud, dove il Qatar ha avuto un influenza catastrofica”. Elementi da tenere d’occhio nel momento in cui da una partnership economica in via di sviluppo si vorrà passare a una cooperazione politica: l’Italia deve stare attenta a non sacrificare una strategia multilaterale in via di sviluppo per una manciata di miliardi di investimenti diretti.

Vincitori e vinti dell’euro

European Commissioner for Economic and Financial Affairs, Taxation and Customs Pierre Moscovici (L) President of the ECB, Mario Draghi, and Portuguese Finance Minister and president of Eurogroup Mario Centeno pose with a replica of an EU coin marking the twentieth anniversary of the Euro during an Eurogroup meeting at the EU headquarters in Brussels on December 3, 2018. (Photo by JOHN THYS / AFP)

Nel gennaio 1999 l’euro entrava formalmente in vigore attraverso il blocco dei rapporti di cambio tra le valute dei Paesi in cui la moneta unica europea avrebbe iniziato a circolare a partire dal 1 gennaio 2002. A vent’anni di distanza, l’Eurozona risulta, in termini aggregati, una delle economie più importanti del pianeta e l’euro è oramai secondo, per quanto a lunga distanza, al solo dollaro come importanza nelle transazioni internazionali.

Mario Draghi, che si può legittimamente considerare come l’uomo che tra il 2012 e il 2015 ha salvato l’euro, perlomeno sul breve periodo, dalle disastrose conseguenze delle politiche di austerità, ha sottolineato nel suo messaggio di fine anno che oramai, in Europa, è nata un’intera generazione che “non conosce altra moneta”, mentre Jean-Claude Juncker ha definito l’euro “un simbolo di unità, sovranità e stabilità”.

Se quanto detto da Draghi è un dato di fatto, Juncker è molto impreciso. A vent’anni di distanza, possiamo dire che l’integrazione economica abbia avuto vincitori evinti. E il nostro Paese, l’Italia, si trova purtroppo nella seconda categoria. Anche nel mondo dell’economia i maggiori ricercatori sono divisi sul giudizio da dare alle prime due decadi di integrazione monetaria europea. Forse il “tramonto dell’euro” di cui ha scritto anni fa Alberto Bagnai non è alle porte, ma di sicuro al suo posto, come spiegato dall’attuale senatore della Lega, si è verificato il tramonto di numerosi sistemi economici del continente, tra cui quello italiano ha subito le conseguenze più drastiche.

Vincitori e vinti dell’euro secondo Bloomberg

L’agenzia di informazione finanziaria Bloomberg  ha approfittato dell’anniversario per redigere un accurato bilancio del primo ventennio della moneta unica, valutando 16 Paesi dell’Eurozona in base a dieci diversi parametri legati alla competitività dell’economia, all’integrazione ai mercati internazionali e alle capacità di rispondere alle crisi sistemiche e cercando di determinare i “vincitori” e i “vinti”. L’Italia, come anticipato, è nel secondo gruppo, intervallato da cinque nazioni intermedie, assieme a Francia e Spagna. 

Come si legge sul report: “Vent’anni di adesione all’euro non hanno portato nulla all’Italia. Legando la sua economia ad alta inflazione all’export tedesco senza adottare misure per aiutare le imprese a competere, l’Italia ha perso una guerra di logoramento”. Si rovescia il classico mantra, portato avanti da diversi commentatori ed economisti nostrani come Carlo Cottarelli, che le principali problematiche per l’Italia fossero legate alla sua inadeguatezza all’esperimento della moneta comune. Di fatto, è il sistema stesso delle regole comunitarie a limitare il nostro Paese nella sua azione, rendendolo di fatto satellite del mercantilismo tedesco.

Un’Europa a due velocità

Si è modellata un’Europa a più velocità che deve adattare il suo ritmo a seconda delle preferenze della vettura di testa, che lungi dall’essere una locomotiva è una motrice ingolfata. “Eppure”, scrive Libero, “due decenni or sono, fra i capi di Stato e di governo fu unanime l’illusione circa gli effetti rivoluzionari che avrebbe rappresentato l’adozione della moneta unica. Erano tutti convinti che i meccanismi economici avrebbero ricevuto una potente spinta propulsiva e che si sarebbe avuta anche una forte accelerazione dell’integrazione politica”.

La realtà è stata molto più prosaica. Uno spazio economico si è accentrato attorno a un nucleo ristretto di Paesi (la Germania e i “nordici”) che con il combinato disposto di rigore monetario, deflazione salariale interna e rispetto selettivo delle regole imposte ad altri hanno costruito un sistema congeniale alle loro esportazioni ad alto valore aggiunto. Salvo ricadute sociali che solo ora cominciano a palesarsi in tutta la loro grandezza.

Premi Nobel contro l’euro

Numerosi economisti di fama mondiale hanno espresso dubbi sulla capacità di tenuta dell’euro sul lungo periodo. Tra questi, è necessario citare alcuni premiati dalla più alta onorificenza nel campo dell’economia: il Premio Nobel. Oliver Hart, Nobel 2016, ha accusato la Commissione europea di essere andata “troppo oltre” nel suo tentativo di centralizzare il controllo sulle economie nazionali e di aver forzato un’integrazione omogenea impossibile. Stessa accusa che già nel 1998 venne proferita dal padre nobile del neoliberismo, Milton Friedman. Secondo Friedman , “più che unire, la moneta unica crea problemi e divide. Sposta in politica anche quelle che sono questioni economiche. La conseguenza più seria, però, è che l’euro costituisce un passo per un sempre maggiore ruolo di regolazione da parte di Bruxelles. Una centralizzazione burocratica sempre più accentuata”.

Paul Krugman, Nobel nel 2008, e Joseph Stiglitz, Nobel nel 2001, hanno criticato invece gli effetti strutturali sull’economia europea causati dall’euro. Secondo Stiglitz, l’euro si basa sulla svalutazione interna dei Paesi membri e “non è stata ancora presentata alcuna proposta di una strategia per la crescita sebbene le sue componenti siano già ben note, ovvero delle politiche in grado di gestire gli squilibri interni dell’Europa e l’enorme surplus esterno tedesco che è ormai pari a quello della Cina (e più alto del doppio rispetto al PIL). In termini concreti, ciò implica un aumento degli stipendi in Germania e politiche industriali in grado di promuovere le esportazioni e la produttività nelle economie periferiche dell’Europa”. 

Paul Krugman, invece, ha definito l’euro un progetto “campato in aria” per la mancanza di integrazione fiscale e di una reale solidarietà capace di ridurne gli squilibri. Finchè durerà l’euro, secondo Krugman, “l’Europa sarà sempre fragile. La sua moneta è un progetto campato in aria e lo resterà fino alla creazione di una garanzia bancaria europea”.

Una Bce al servizio della crescita rafforzerebbe l’euro?

Nello stesso articolo in cui esprime queste critiche, tuttavia, Krugman sottolinea come l’Europa non sia ancora un continente in pieno declino, ma ” un continente produttivo e dinamico. Ha soltanto sbagliato a scegliersi la propria governance e le sue istituzioni di controllo economico, ma a questo si può sicuramente porre rimedio”.

E porre rimedio si può in un 2019 che inizia con la fine del quantitative easing, il “bazooka di Draghi” che, assieme al celebre whatever it takes del 2012, ha tenuto l’euro in linea di galleggiamento fino ad oggi. Ora tuttavia, mentre la finanza mondiale sembra dirigersi verso una nuova crisi, proprio la Banca Centrale Europea potrebbe rappresentare un fattore di riequilibrio tra i diversi Paesi.

Porre in essere strumenti di assicurazione di parte dei debiti pubblici nazionali e di riduzione degli squilibri interni garantirebbe un po’ di respiro a un sistema che in vent’anni ha visto le sue faglie interne espandersi enormemente. L’euro non è irreversibile, né definirlo tale lo metterà al riparo da nuove crisi pari a quella debitoria del 2010-2011.

Il fatto di avere una banca centrale, la Bce, che non garantisce il debito pubblico dei singoli Paesi, rappresenta una contraddizione gravissima. Ciò significa che i singoli Paesi si indebitano in una valuta che non controllano, che non possono stampare, una valuta straniera, zattere in preda ai marosi dei mercati. Il risultato, in Italia, lo abbiamo sotto i nostri occhi. Vinti tra i vinti, assistiamo tuttavia alla sordità dei “vincitori” temporanei, a cui si associa anche un altro sconfitto, la Francia, per mascherare la sua situazione. Draghi e la Bce hanno garantito sollievo all’euro. Solo una riforma dell’Eurotower potrebbe dargli stabilità e rendere possibile che tra vent’anni si possano fare nuovi bilanci su una valuta ancora esistente.

Governo «Black Mirror». Un sistema di potere si è infranto.

comedonchisciotte.org 1.1.19

DI ROSANNA SPADINI

comedonchisciotte.org

Il primo governo «Black Mirror», dice Aldo Grasso sul Corsera, proprio quel quotidiano espressione di Confindustria e del Capitalismo Finanziario, che quindi non può essere per nulla favorevole alle politiche dei gialloverdi, che gli hanno negato le grandi opere pubbliche (Tav, Olimpiadi), le concessioni (Autostrade, Ferrovie), le privatizzazioni (Sanità, Welfare), il sistema delle multiutility (No-inceneritori), i finanziamenti pubblici all’editoria (diretti e indiretti)…  Verissimo, questo è il primo governo «Black Mirror», quello con leggi a finale multiplo e rinviato. Che c’è di male?

Da alcuni giorni Netflix ha reso disponibile «Bandersnatch», un film-evento interattivo, in cui lo spettatore può intervenire sulla trama, scegliendo tra varie possibilità, e in cui il giovane protagonista programmatore Stefan cerca di adattare in forma di videogioco un romanzo di fantascienza a scelta multipla, dove il giocatore potrà poi decidere la trama stessa della storia. Anche nel film dunque l’utente inciderà sulla trama multipla e variabile.

Infatti vivere nella terra di mezzo dell’Eurozona, non è come vivere in un libro game, dove gli oligarchi e i banksters che ci governano ci presentano sempre poche opzioni tra cui scegliere? Austerity o Fiscal Compact? Deficit o Spread? Spesa sociale o Finanziamenti alle PMI? Reddito di Cittadinanza o Flat Tax? Pensioni d’oro o Pensioni di cittadinanza? Miliardi per l’immigrazione o per i Centri per l’Impiego? Grandi opere pubbliche o ristrutturazione di quelle esistenti?

Scelte da compiere e rischi da affrontare, come quelli che ha dovuto fare il Governo Conte con la legge di Bilancio: entrambi i partiti dell’esecutivo hanno dovuto vagliare il proprio finale, a seconda dei miliardi a disposizione e delle promesse elettorali.

Certo, nell’Europa degli oligarchi, della dittatura finanziaria, della perdita di sovranità monetaria, forse la Manovra di bilancio non basterà, ma è solo il primo anno, ce ne saranno altri 4, durante i quali si potranno affrontare altri problemi e verificare costi e benefici delle scelte fatte (se il governo reggerà). Il Governo per altro ha evitato la procedura d’infrazione, e ha cercato di confermare le misure promesse.

I più coraggiosi poi hanno potuto seguire in Tv il dibattito show parlamentare sulla manovra di bilancio, con Emanuele Fiano che spiccava il volo verso i banchi del governo, manco fosse l’incredibile Hulk, sfidava la legge di gravità calandosi dai seggi più alti, si librava con agili evoluzioni da pachiderma, finendo per lanciare il testo della Finanziaria direttamente in faccia al  sottosegretario Garavaglia.

I più arditi hanno potuto ammirare la rabbia schiumante di coloro che di fronte a questa manovra di bilancio, dopo aver sonnecchiato per 30 anni, per la prima volta si sono sentiti V come Vendetta, i fans della carta costituzionale, gli adoratori della centralità del Parlamento, immemori  delle tante leggi ad personas, delle mozioni sulla nipote di Mubarak, dei vari canguri e ghigliottine, delle mirabili compravendite di parlamentari, e dei soccorsi impunitari a fior fior di farabutti.

Scagliatosi tutti contro quella che si chiama “ridistribuzione della ricchezza” e che un tempo era battaglia della sinistra, ora sulle barricate ci sono FI e il PD… forse perché sono i principali referenti dei poteri forti (Berlusconi-De Benedetti)? Tutti a stracciarsi le vesti sul post rimosso dal blog del Movimento, che ribadiva verità sacrosante: le tv e i giornalai fanno “terrorismo mediatico e psicologico” perché diffondono notizie false per colpire a tradimento il governo, insieme a quei cittadini che hanno vinto legittimamente le elezioni, hanno scaricato i vecchi partiti e le loro dannose politiche di austerity.

Tv e giornalai quindi si confermano dalla parte della casta, che ha ridotto questo Paese ad economia terzomondista, mentre intossicano il dibattito pubblico con bufale preconfezionate per alimentare rabbia e rancore, impedendo così ai cittadini di informarsi e di capire,

Verissimo. È dal 4 marzo che la stampa padronale ha scatenato un attacco alla democrazia, perché teme il cambiamento in atto, teme di perdere prebende e privilegi assegnatigli proprio dai potentati d’interesse e dalle lobby di potere, economico e finanziario.

Che i giornalisti siano al servizio di padroni, lo sappiamo, ed anche che siamo immersi in un sistema paralizzato, che non conosce libertà di stampa, un sistema che consentiva al vecchio regime di bivaccare sulle spalle di milioni di cittadini.  Naturale che le lobby editoriali egemoni che si sono spartite il potere per decenni –  Berlusconi, De Benedetti, Cairo – tentino ora col discredito un disperato tentativo di sopravvivenza, per scongiurare il cambiamento in atto, quindi diffamino una manovra che cerca di sanare la tragedia di 5 milioni di poveri, aumentando le tasse ai grandi gruppi di interessi e di potere, quindi proprio a loro.

Ed eccolo il punto, che fa schiumare di rabbia gli oligarchi e i loro lacchè, finalmente dopo decenni un cambio di rotta epocale, il governo gialloverde si è schierato dalla parte dei poveri cristi, dalla parte del popolo e non delle lobby. Un cambiamento che ribalta un sistema di potere consolidato che non vuole arrendersi e che reagisce con violenza scatenando i propri media in un vero e proprio «Black Mirror», attacco terroristico da parte degli schermi neri di tv, monitor o smartphone che s’infrangono contro l’avanzata del populismo.

Perché dovremmo credere a Beppe Severgnini, stipendiato dal Corsera, di proprietà di RCS Media Group (Rizzoli-Corriere della Sera Media Group S.p.A.), uno dei principali gruppi editoriali italiani, impegnato nella gestione di quotidiani, periodici, televisione, web e raccolta pubblicitaria, di cui Urbano Cairo detiene il 59,831% dell’azionariato?

Urbano Cairo, ex collaboratore Fininvest di Berlusconi, coinvolto nell’inchiesta Mani pulite, al cui processo chiede il patteggiamento, e concorda una pena di diciannove mesi con la condizionale, per i reati di appropriazione indebita, fatture per operazioni inesistenti e falso in bilancio.

Perché dovremmo credere ai numerosi diffamatori seriali, che blaterano dagli schermi di La7, canale televisivo sempre di proprietà del gruppo Cairo Communication, GEDI Gruppo Editoriale S.p.A.?

Sempre per lo stesso motivo, perché dovremmo credere a Repubblica (con i suoi nove supplementi), La Stampa, Il Secolo XIX, L’Espresso, stampati sempre da «Gedi News Network» (GNN), gruppo editoriale proprietario anche di tre radio nazionali, Radio Deejay, Radio Capital e m2o e delle emittenti televisive satellitari m2o TV, Radio Capital TiVù e Deejay TV?

E del Giornale berlusconiano ne vogliamo parlare? Il giorno 29/12 titola: “Toninelli, Lezzi e Trenta ministri a rischio rimpasto“. Il ministro dei Trasporti dunque secondo il Giornale rischierebbe la retrocessione in Parlamento… e le altre due ministre sarebbero spostate di location come pedine sul tavolo degli scacchi. Quando al contrario non è assolutamente possibile un rimpasto del genere, perché secondo il vincolo dei due mandati, i portavoce del MoV non possono passare da un incarico all’atro, tradendo il patto elettorale coi cittadini, pena l’espulsione dal MoV.

E ancora Libero Quotidiano… “Luigi Di Maio trema, quale Ministero vuole Matteo Salvini: rimpasto e fine del governo?”

Il Sole24ore… “Dalle gaffe di Toninelli ai malumori di Savona: il governo e le tentazioni di rimpasto.

Roma.Corriere… “Fraccaro al posto di Toninelli. La voglia di rimpasto nei 5 Stelle.

Il Giornale… “Stangata una pensione su tre. I tagli assegno per assegno. Dal 2019 scattano le penalizzazioni su tutti gli assegni che superano i 2000 euro lordi. C’è chi perde fino a 1000 euro.”

La Repubblica… “Manovra, la tassa sulla solidarietà colpisce anche gli ospedali: 70 milioni in più.” Lo stesso comma che penalizza il volontariato aumenta l’Ires anche per le aziende del sistema sanitario nazionale. Etc etc…

Infine. Evidenti segnali di un sistema di potere che si è infranto, e che cerca di svincolarsi dalla  morsa, per non collassare definitivamente. Logico che abbiano sfoderato tutte le loro armi terroristiche più violente, le loro insinuazioni più raffinate, per difendere i loro imperi editoriali, finanziari ed imprenditoriali.

Però negli ultimi anni si sono alquanto distratti e soprattutto hanno fatto malissimo i loro conticini, lasciando i ragazzi italiani senza lavoro e senza futuro… perché poi quelli si sono incazzati e guarda un po’, sono anche diventati  ministri.

Buon Anno a tutti !!

 

Rosanna Spadini

01.01.2019

Fonte: http://www.comedonchisciotte.org

Quali sono stati i veri effetti del Qe della Bce per l’Italia?

startmag.it 1.1.19

L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta su obiettivi ed effetti del Qe della Bce

 

Da questa parte dell’Atlantico, il processo di normalizzazione della politica monetaria è ancora indietro. La Bce conclude il Qe con questo fine mese, nel momento più basso da anni della congiuntura internazionale. I tassi rimarranno a zero ancora per tutto il 2019, e si procederà al roll-over delle detenzioni in essere. Niente riduzione di liquidità, per ora.

Una valutazione a consuntivo del Qe non può che confermare una gestione quanto meno infelice, che ha profondamente svantaggiato l’Italia. I titoli di Stato sono iscritti nel bilancio della Banca d’Italia, su cui grava ogni rischio di ristrutturazione o di default. Fin qui, poco male, anzi: sono custoditi in casa. Il fatto è che le operazioni di negoziazione sono state effettuate a Francoforte, e quindi i soggetti che hanno venduto i titoli italiani in cambio di liquidità se la sono vista accreditare da parte della Bundesbank presso l’istituto di appoggio tedesco.

IL RUOLO DELLA BUNDESBANK

E’ stata quindi la Bundesbank a segnare la creazione di liquidità al passivo del suo bilancio, portando all’attivo il titolo di Stato italiano incamerato. Successivamente, ha girato i titoli alla Banca d’Italia, iscrivendo un credito verso la Banca d’Italia. Questa è divenuta così debitrice di Bundesbank e creditrice dello Stato italiano, peggiorando il saldo del sistema dei pagamento Target 2. Con questa operatività, di liquidità in Italia non se ne è vista affatto. Come avrebbe potuto questo sistema di immissione della liquidità comportare un aumento dell’inflazione dei prezzi al consumo, per portarla ad un livello vicino ma non superiore al2%, è inesplicabile.

CHE COSA E’ SUCCESSO AI TITOLI DI STATO

In termini quantitativi, l’ammontare dei titoli di debito delle Pa detenuto da Banca d’Italia è passato dai 165 miliardi di euro del 2015 ai 390 miliardi di settembre scorso. Le banche italiane, a quest’ultima data, ne detenevano per 395 miliardi, mentre erano 387 miliardi nel 2015. Questi dati confermano che neppure il sistema bancario italiano ha beneficiato della liquidità: molto più saggiamente, doveva essere immessa esclusivamente attraverso i soli soggetti che si riferiscono alla vigilanza bancaria e che hanno diritto ad accedere alle operazioni di anticipazione. In questo caso, la cessione di titoli di Stato in portafoglio alle banche italiane avrebbe consentito un aumento della loro liquidità, quanto meno da depositare come riserva ulteriore quella obbligatoria presso la Banca d’Italia. Essendovi una penalizzazione su questi depositi, ora pari allo 0,40% annuo, le banche italiane hanno preferito tenere in portafoglio i titoli di Stato, che consentono loro di incassare interessi senza problemi, e che non consumano capitale.

QUALI EFFETTI HA AVUTO IL QE PER L’ITALIA

Se non fosse stato per l’effetto positivo sul livello degli interessi, si può tranquillamente affermare che in termini di liquidità aggiuntiva a favore dell’economia reale italiana e di contributo all’aumento del livello generale dei prezzi, il Qe non ha avuto alcun effetto. Lo dimostrano i dati del Monthly Outlook dell’Abi: il credito erogato alle società non finanziarie ed alle famiglie è passato dai 1.410 miliardi di novembre 2016 ai 1.327 miliardi di ottobre scorso, on un saldo negativo di 83 miliardi, pari al 5% del pil.

CHE COSA SUCCEDE CON IL DELEVERAGING CREDITIZIO

Con il deleveraging creditizio, e con il bilancio pubblico recessivo per via dell’avanzo primario, senza investimenti netti, in Italia tutto l’aggiustamento si fonda sull’abbattimento del tenore di vita. Con il rallentamento dell’economia ed il prezzo del petrolio che scende verso i 47 dollari al barile, anche l’obiettivo di una inflazione vicina ma non superiore al 2% non è stato raggiunto.

I NODI IRRISOLTI

Senza risolvere gli squilibri commerciali strutturali, e gli enormi scarti tra le aree che accumulano risparmio e quelle che accumulano debito, anche le politiche monetarie eccezionalmente accomodanti di questi anni si sono dimostrate impotenti. Non c’è più che da attendere la prossima crisi.

(3.fine; la prima parte si può leggere qui, la seconda qui)

L’IMPERO IMMOBILIARE DELLA LITTIZZETTO: 22 TRA CASE E NEGOZI GRAZIE AL CANONE DEGLI ITALIANI

Worldnotix.net 31.12.18

La Littizzetto ha 22 case e “Il Giornale” la attacca con un’inchiesta – “La regina del mattone”, “Far ridere rende ricchi” questi sono solo alcuni degli insulti che il quotidiano riserva a la comica torinese. Come la maggior parte degli italiani, anche Luciana Littizzetto ha investito i proprio risparmi nel mattone.

Le pulci a Lucianina – Stefano Filippi sul Giornale ha ricostruito la storia del “piccolo impero immobiliare” messo su dalla comica in venticinque anni di professione mediatica tra tv, pubblicità, libri, teatro, film e Sanremo. Secondo l’autore dell’articolo, “Una fortuna costruita con oculatezza a colpi di ‘Berlusconi ci hai rotto il cazzo’ e di ‘Eminens Ruini’ quando il cardinale affossò il referendum sulla procreazione assistita”.

I numeri – Luciana Littizzetto possiede 21 immobili, scrive il Giornale, tra Torino (sua città natale e dove tutt’ora risiede) e Bosconero (il paesino d’origine dei genitori del Canavese), più un appartamento nel centro di Milano, il primo acquistato, nel 1998, con i proventi della popolarità raggiunta dopo anni di gavetta grazie a “Mai dire gol”, “Ciro” “Cielito Lindo” e “Tre uomini e una gamba”.

Ci sono anche gli indirizzi –  “Quasi tutte le case sono nella fascia precollinare sulla destra Po, zona residenziale, esclusiva, prestigiosa, non lontano dalla cupola neoclassica della Gran Madre di Dio: 3,5 vani dietro corso Casale, tre lussuose dimore in altrettanti palazzi lungo la tranquilla via Villa della Regina per complessivi 27 vani più due autorimesse, altri appartamenti e garage tra corso Quintino Sella, via Buttigliera, via Casalborgone, via Cavalcanti e via Molino-Colombini. L’unica proprietà lontana dai ‘Parioli’ torinesi è nel quartiere San Donato, la zona dove la Litti ha vissuto da bambina e dove i genitori conducevano una latteria”.

Le fonti di guadagno – Merito anche dei diritti d’autore dei libri, le pubblicità per le coop e Intesa San Paolo, più apparizioni e ruoli in film e fiction tra Rai e Sky, non parlare del sodalizio con Fazio, da “Che tempo che fa” ai due Sanremo.

Pedaggi autostrade, ecco come Toninelli ha tamponato Atlantia, Toto e Anas

startmag.it 1.1.19

Il governo sospende l’aumento dei pedaggi autostradali. Le società abbozzano ma meditano reazioni. Ed emerge uno scontro inusitato tra la concessionaria del gruppo Toto e Anas. Ecco numeri, dettagli e reazioni

 

CHE COSA HA STABILITO IL GOVERNO SUI PEDAGGI DELLE AUTOSTRADE

“Grazie al duro lavoro fatto al Mit in questi ultimi giorni, e nonostante tantissimi ostacoli, ho firmato i decreti grazie ai quali, nel 2019, non scatterà nemmeno un centesimo di aumenti dei pedaggi sul 90% delle autostrade italiane”, ha scritto ieri su Facebook il ministro Danilo Toninelli, sottolineando che “nella maggior parte dei casi l’assenza di rincari è il risultato di una fruttuosa interlocuzione con i concessionari autostradali”.

ECCO IL POST DI TONINELLI SULLE AUTOSTRADE

“Laddove l’accordo non si è raggiunto, come nel caso di Strada dei Parchi, che gestisce le arcinote A24-A25 – scrive ancora Toninelli – abbiamo agito emanando comunque l’apposito decreto di sterilizzazione degli esorbitanti rincari per gli utenti”. Per il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti “siamo di fronte a un risultato di cui vado molto fiero, un traguardo importante del Governo del cambiamento a favore dei cittadini, di tutti noi. Questo è quanto abbiamo fatto ereditando gli errori del passato. Per il futuro invece prevediamo pedaggi più bassi perché direttamente collegati con gli investimenti effettivi e non piu’ presunti da parte dei concessionari. Una norma che abbiamo inserito nel decreto Genova e che è già legge”.

LA NOTA RUVIDA DEL GRUPPO TOTO CONTRO IL GOVERNO

Non tutto è filato liscio con le concessionarie autostradali, comunque, come si è evince anche dal post del ministro pentastellato. I rapporti più tesi sono stati con la società del gruppo Toto, Strada dei Parchi (SdP), che ha la concessione delle autostrade del Lazio e dell’Abruzzo: la società ieri con una nota per la stampa ha sottolineato dopo l’annuncio della sospensione dell’aumento dei pedaggi che ora è “in fiduciosa attesa che il Governo trovi una adeguata soluzione normativa”: la sospensione è valida fino al 28/2/2019 nel caso dell’azienda del gruppo Toto. SdP è fiduciosa che il Mit “la possa mettere al più presto nella possibilità di sottoscrivere il nuovo piano economico-finanziario, in modo da risolvere in via definitiva la questione degli adeguamenti tariffari, che auspica siano oltremodo contenuti”.

IL NODO ANAS SULL’AUTOSTRADA DEI PARCHI

Strada dei Parchi ha dunque bloccato gli aumenti dei pedaggi, di circa il 19 per cento, che sarebbero scattati oggi. Una decisione, ha sottolineato l’azienda del gruppo Toto, “nonostante l’incomprensibile posizione di Anas”. L’intesa per la “sterilizzazione” degli aumenti trovata con il Mit è saltata per opposizione dell’Anas, ha sottolineato Repubblica.

CHE COSA HA SCRITTO AUTOSTRADE PER L’ITALIA

Meno barricadera la posizione della concessionaria del gruppo Atlantia nei confronti del decreto governativo: “In data odierna – ha comunicato ieri Aspi del gruppo Atlantia dei Benetton – il Consiglio di Amministrazione di Autostrade per l’Italia ha determinato, condividendo tale iniziativa con il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, di mantenere sulla propria rete l’attuale livello tariffario, senza quindi applicare all’utenza l’incremento sul pedaggio spettante alla concessionaria, per un periodo di sei mesi, in un fattivo spirito di collaborazione con il governo”.

„Mancato accordo con Intesa Sanpaolo: chiude il ristorante al 35° piano del grattacielo“

Torinotoday.it 29.12.18

Uno scorcio del ristorante che chiuderà

Chiude al pubblico a fine 2018 il ristorante al 35° piano del grattacielo Intesa Sanpaolo, in corso Inghilterra.

L’attività, compreso il lounge-bar e anche la caffetteria Chiccotosto sotto il grattacielo, è rimasto infatti senza società di gestione e dovrà essere assegnata a un nuovo gestore, in quanto la Affida srl, che la gestiva ora, e il gruppo bancario proprietario dei locali non hanno trovato un nuovo accordo. Non si tratta, dunque, di problemi relativi agli affari del ristorante, che di fatto era andato sempre bene, pur cambiando diversi chef.


Dal prossimo martedì 1 gennaio, dunque, ci saranno anche 40 persone in cerca di lavoro.

Milioni di persone in tutto il mondo festeggiano il nuovo anno: Parigi, Berlino e Atene ospitano incredibili spettacoli pirotecnici per celebrare l’inizio del 2019

Di AFP e SARA MALM e BHVISHYA PATEL PER MAILONLINE

  • Atmosfera da festa tra le città asiatiche, europee, africane e americane, mentre l’orologio segna oltre la mezzanotte
  • I fuochi d’artificio hanno contato fino a mezzanotte sopra la capitale nordcoreana di Pyongyang a Capodanno
  • La quantità record di articoli pirotecnici è stata utilizzata durante un’esplosione di fuochi d’artificio a Sydney, in Australia
  • Singapore, Hong Kong, Malesia e Nuova Zelanda hanno anche accolto il 2019 con i fuochi d’artificio 
  • Londra inaugurerà il nuovo anno celebrando il suo rapporto con l’Europa in mezzo alle turbolenze sulla Brexit 

Lettera a Samantha Cristoforetti

luogocomune.net 26.12.18

Dopo l’uscita dello spot in cui la Cristoforetti fa la testimonial a favore dei vaccini, il dott. Paolo Bellavite le ha scritto una lettere aperta dalla sua pagina di Facebook.

VIDEO

Gentilissima Samantha Cristoforetti, ho visto il Suo brillante spot sui vaccini, in cui afferma che la Scienza ci protegge dalle malattie e finisce con la sentenza “i vaccini funzionano, e sono sicuri”.

Se è vero che condivido con Lei l’amore per la Scienza, e se è vero che la Scienza ci protegge dalle malattie (ben sapendo che il morbillo fa 5 morti per anno – più o meno come negli anni ‘80 prima dei vaccini – e il diabete 20.000, in crescita), non so quali studi Lei abbia compiuto prima di giungere a tale lapidaria affermazione sui vaccini. Per parte mia, più studio, meno ne sono sicuro. Più precisamente, ci sono poche evidenze scientifiche che i vaccini obbligatori oggi in Italia abbiano un favorevole profilo benefici/rischi. Non ho detto “nessuna”, ho detto “poche”, o poco convincenti, e variano da vaccino a vaccino.

Mi piacerebbe sapere se chi L’ha invitata a partecipare a quel brillante spot L’ha informata che il sistema di segnalazione degli eventi avversi funziona poco e male e che, in base a una meta-analisi pubblicata in letteratura scientifica (https://www.ncbi.nlm.nih.gov/m/pubmed/28483543/… ) si può facilmente stimare che oggi in Italia vi potrebbero essere almeno 25000 (venticinquemila) persone, in gran parte donne, che soffrono di malattie autoimmuni dovute, almeno come concausa, a qualche vaccinazione.

Spero quindi che Lei si adoperi col Suo prestigio affinché sia potenziata la ricerca in questo campo. In particolare sarebbe molto utile svolgere una ricerca sistematica sullo stato di salute dei bambini vaccinati e non vaccinati. Con dei colleghi abbiamo già preparato un progetto, ne ho parlato nelle mie pagine fb.

A Sua disposizione per eventuali spiegazioni qualora Le interessasse, porgo i miei più cordiali saluti e auguri per le prossime festività.

Fonte

Il sito di Paolo Bellavite


Mediterraneo, epilogo anti-mitico

 Chiara Fera – 1 Gennaio 2019 L intellettualedissidente.it

Legambiente lo chiama Mare Monstrum, per la mafia è il paese dei balocchi. Breve viaggio tra esiziali delitti che inceneriscono futuro e passato di civiltà millenarie.

Non vi parleremo dei depuratori fatiscenti, degli scarichi fognari abusivi, degli sversamenti illegali di liquami e rifiuti che infestano e depredano i nostri mari:l’inquinamento delle acque e del suolo nelle regioni costiere d’Italia rappresenta il 35,7% dei reati contro l’ambiente, un fenomeno che rispetto all’anno scorso registra oggi un incremento del 22,2% delle violazioni.

Non vi parleremo delle tonnellate di cemento che soffocano disgustosamente le seducenti coste italiane con ben 3.314 infrazioni accertate nell’ultimo anno, accompagnate da 1.110 sequestri e 4.310 tra denunce e arresti. Costruzioni impassibilmente abusive, tirate su furbescamente sul demanio marittimo per macinare soldi nella stagione estiva o per tuffarsi in acqua senza stancarsi troppo: indispensabili, si sa, l’ascensore per arrivare agli scogli e le piattaforme per i lettini da sole, com’è stato ragionevolmente pensato in una villa a picco sul mare a Casamicciola Terme (Ischia), poi inspiegabilmente sequestrata. Ed è di vitale importanza, per la sopravvivenza del mare, edificare villette a 150 metri da alcuni scogli affioranti al largo delle acque della Scala dei Turchi(Agrigento): deleterio sarebbe stato rispettare il limite d’inedificabilità assoluta a partire dalla linea di battigia, come previsto sconsideratamente dalla legge, della cui carnevalesca interpretazione da parte della società costruttrice non v’è proprio nulla da eccepire.

Non vi parleremo dei pescatori di frodo che in barba al rispetto della biodiversità marina e della salute dell’uomo acchiappano pesci indiscriminatamente con truci mezzi vietati dalle Nazioni Unite e dall’Unione Europea. Gli affari sono affari: se piazzare 460 tonnellate di prodotti ittici (rigorosamente privi di garanzia di qualità) nei mercati e nei ristoranti di tutta Italia mi fa arrotondare lautamente per un anno (ne sa qualcosa il Veneto che con oltre 118 tonnellate è la regione con il numero più alto di sequestri), allora ben venga la spadara che con piombi e catene travolge furiosamente flora e fauna dei fondali mediterranei.

Non vi parleremo neanche degli sport nautici da diporto e dell’impercettibile ovvero innocua presenza di barche, motoscafi e moto d’acqua che invadono noncuranti aree marine protette e navigano placidamente sotto costa, carezzando bagnanti inconsapevoli.  

Insomma, non vi spaventeremo con cifre da capogiro, sorvoleremo sui 17 mila reati contestati nel 2017 ai danni del nostro mare e sul giro d’affari che, tra valore delle sanzioni penali e amministrative e valore economico dei sequestri, sfiora il miliardo. È la mafia, bellezza. O meglio, in questi casi più che di mafia Legambiente parla di Ecomafia, inteso come fenomeno criminale con precisi interessi nel settore dell’ambiente e del territorio.

Eviteremo anche di raccontarvi la solita paradossale (ma non più impressionante) storia dell’Italia paese col maggior numero al mondo di beni paesaggistico-culturali e con un lievissimo tasso di tutela e valorizzazione. Retorica polverosa, litania arrugginita. 

Mare Monstrum 2018 (Legambiente)

Vogliamo parlarvi, invece, di una storia sommersa, annegata, annichilita, ogni tanto resuscitata per essere poi più violentemente bistrattata e offesa. Una storia antica, antichissima, a volte gloriosa altre ordinaria: oggi certamente mitica e leggendaria, dopo migliaia di ipotesi fantasiose lambiccate attorno a essa. Storie che potrebbero scombinare la Storia, ma che se ne stanno in fondo al mare, negli abissi neri e indifferenti, a vegliare su ciò che un tempo fu e non si seppe mai. Souvenir dal passato che oggi chiamiamo archeologia e che il Mediterraneo s’è inghiottito, riuscendo però, ogni tanto, a farsi scaldare dalla luce del sole, riportati a galla da ignari pescatori. 

Ebbene, abbiamo un patrimonio culturale subacqueo straordinario: immaginate tutti i popoli che hanno messo in piedi grandiose civiltà lungo le coste dei paesi mediterranei; immaginate tutti gli incontri, gli scontri, il commercio, la scienza, la guerra, la scoperta dell’arte, l’eccitamento, lo scambio, la suggestione, e poi il declino, la scomparsa, la rinascita. Ora moltiplicate questo ciclo per decenni, secoli, millenni, e immaginate che di ogni strato di vita, di ogni giro di civiltà, oggi resti qualcosa. Un relitto, un utensile, un’anfora, una scultura sublime. O, nel migliore dei casi, un intero sito archeologico. Poi spingetevi un po’ oltre e immaginate di poterli vedere e toccare quei reperti, di poter scoprire qualcosa di quelle vite, di quei tempi, di quei luoghi. Di venire a conoscenza, mentre vivete gli affannosi anni Duemila, di storie mai sentite prima. Immaginate, insomma, di ribaltare il Mediterraneo e scoperchiare un mondo inesplorato. Parrebbe impossibile, vero? Beh, ascoltateci bene: sprofondati in mare aperto o abbarbicati ai fianchi salati delle nostre terre esistono centinaia – centinaia – di siti archeologici e una miriade di relitti, tutti sentinelle di informazioni umane irrinunciabili. 

Ritrovamento dei Bronzi di Riace, 16 Agosto 1972

Posta in questi termini sembrerebbe una grande vittoria per i ricercatori e un sogno a occhi aperti per i cultori del passato. Ma la mafia, furbissima, mette il naso anche lì, non lascia in pace nemmeno la sacralità del ricordo collettivo, la divina bellezza di un’arte che viene da lontano. Tanto da essersi riservata una fetta esclusiva nel furto e commercio illegale di reperti archeologici inabissati nei nostri mari. Funziona come sulla terraferma: scavi clandestini, saccheggio, traffico internazionale. Solo un po’ più facile, a causa delle difficoltà di monitorare costantemente coste e fondali. Un piano criminale impeccabile e redditizio, favorito dall’assoluto anonimato della merce in questione: pezzi mai visti prima, quindi mai catalogati, ma preziosissimi e rari, finiscono indisturbatamente nei musei e nelle collezioni private di tutto il mondo, depredati della loro autentica identità. Mentre sfuggono allo studio appassionato di storici e archeologi nonché alla fruizione pura e incorrotta di potenziali visitatori.

Le organizzazioni mafiose, quando non possono lucrarci su con guadagni diretti, utilizzano i beni trafugati come mezzo per riciclare denaro o come moneta di scambio per partite di droga e armi. Più semplice di così. Un grande affare, inutile negarlo. Ma non è tutto qui. I metalli pesanti, gli idrocarburi, i pesticidi e il mercurio che le industrie scaricano in mare, e il sovraccarico di rifiuti organici che sfuggono alla depurazione, corrodono tutto ciò che incontrano sott’acqua. Così, oltre ad alterare l’ecosistema, l’inquinamento marino sollecita il deterioramento di relitti e reperti. E poi di nuovo le tecniche di pesca invasive e il turismo subacqueo irresponsabile: per farla breve, un patrimonio storico-culturale che si ritrova, neanche a dirlo, a rischio. Insidiato da continui danneggiamenti, faccende illecite e sfacciato menefreghismo. 

Satiro danzante in bronzo rinvenuto nel 1998 da un peschereccio nelle acque di Mazara del Vallo, forse appartenente al relitto di una nave ellenistica che fece naufragio nel Canale di Sicilia, tra Pantelleria e Capo Bon in Tunisia, tra il III e il II secolo a.C.

Ora vogliamo portarvi a Isola Capo Rizzuto, in Calabria, dove c’è la maggior concentrazione di evidenze archeologiche sommerse nel mar Ionio. Ma anche la più grande area marina protetta d’Italia, istituita nel 1991, e un parco archeologico (con ciò che rimane dell’antico tempio di Hera Lacinia) su uno degli otto promontori che si facciano sulle sue acque, quello di Capo Colonna. Un tripudio di tutela e conservazione che, seguendo una logica abbastanza elementare, dovrebbe interessare anche i sei relitti e altri dodici ritrovamenti archeologici che il progetto Archeomar del Ministero per i Beni e le Attività Culturali ha censito lungo questo tratto di costa. Invece no. Nessuna cooperazione naturalistico-archeologica. Nessun inchino di fronte a una ricchezza che resta, suo malgrado, invisibile.

L’area marina protetta, che già di per sé stenta a funzionare, non ha alcuna competenza sul patrimonio archeologico che essa stessa include. L’ideale sarebbe poter contare, come reclama caparbiamente Legambiente (per lo Ionio ma anche per il Basso Tirreno e il Basso Adriatico), sull’istituzione di un parco archeologico subacqueo o di una soprintendenza archeologica del mare sul modello di Sicilia e Grecia. Per il momento, però, tutto resta com’è. Un gran peccato. Perché l’area, col cimitero di navi naufragate nel convulso avvicendarsi delle epoche, i cui carichi sono in parte esposti nel museo di Capo Colonnae in (gran) parte ancora giacenti sul fondo del mare, è custode fortuita di odissiache avventure. E di opere d’arte che nulla hanno da invidiare ai grandi musei delle capitali europee. Avete mai sentito parlare di un mare che cela timidamente tra le sue onde un audace Eracle in lotta con la cerva sacra ad Artemide, mentre compie la terza delle sue dodici fatiche? E il dolce abbraccio di Amore e Psiche, e lo sfrenato corteggiamento di Dioniso… Ionio zeppo di mito, del divino forgiarsi di un’umanità mortale.

Gruppo bronzeo di Eracle in lotta con la cerva del Monte Cerine (relitto Punta Scifo A, Isola Capo Rizzuto)

Statua in marmo di Amore Psiche rinvenuta nel relitto Orsi a Punta Scifo (Isola Capo Rizzuto)

Sarcofago dal relitto Sèleno (Isola Capo Rizzuto) con scena relativa al corteggio di Dioniso

E un promontorio spietato, vendicativo, dall’occhio bovino, si è visto mai? Lacinion, oggi Capo Colonna, è dove sorge il santuario eretto in onore di una divinità controversa. Hera, moglie di Zeus, matrigna di Eracle: protettrice del matrimonio e della fedeltà coniugale, dea tra le dee, ma donna gelosa e crudele, tormento femmineo del sacro Olimpo. I suoi strali colpiscono chiunque le si metta di traverso. Chissà che non abbia risparmiato chi ridusse il suo tempio a una rachitica colonna dissipando l’aurea mitica e l’affollata adorazione di pellegrini provenienti da ogni dove per la dea dalle bianche braccia e dagli splendidi capelli. E chissà che oggi non risparmi nemmeno chi oltraggia la sua regale dimora pianificando villaggi turistici dall’improbabile godimento culturale. 

Punta Scifo, a due passi dall’area archeologica di Capo Colonna, è lo scempio edilizio più scandaloso degli ultimi tempi. Un progetto in grande stile (79 bungalow) autorizzato placidamente nel 2011 da Comune, Provincia, Soprintendenza archeologica e quella dei beni architettonici. Che hanno dato il via all’inquietante ballo della morte paesaggistica, poi per fortuna interrotto in seguito alle proteste di archeologi e ambientalisti. Non dopo aver lasciato, tuttavia, i segni di uno stupro irreversibile: 79 piattaforme in cemento armato e lo scavo incompleto di una grande piscina, laddove il piano regolatore prevedeva esclusivamente la realizzazione di attività agricole. Insediamenti ellenistici e romani cancellati con un colpo di ruspa. Storia e mito fatti a pezzi da raggiri burocratici avallati in sordina da istituzioni distratte. 

Resti del Tempio di Hera Lacinia sul promontorio di Capo Colonna

Possiate perdonare la nostra retorica lamentosa ma, vedete, da queste parti non è certo il primo caso di deturpazione del territorio e delle sue risorse. Ci viene in mente il parco eolico di Isola Capo Rizzuto, tra i più grandi d’Europa, sequestrato al clan Arena dalla Guardia di Finanza di Catanzaro e poi confiscato dalla sezione Misure di prevenzione del tribunale di Crotone su richiesta della Dda, provvedimento confermato in Appello nel marzo 2018. In Italia, denuncia Legambiente, sono decine le inchieste aperte sull’assalto alla green economy da parte della criminalità organizzata, di affaristi e di politici senza scrupoli: torbidi giri per accaparrarsi finanziamenti europei e riciclare denaro sporco attraverso il business delle energie rinnovabili. Non basterebbe la furia di Hera per estirpare tutto il marciume e inoculare il seme di un’ingenua legalità.    

Beh ora le cose stanno così: qualche mese fa è stato firmato da Comune, Regione e Ministero per i beni e le attività culturali il progetto Antica Kroton, un investimento di 61,7 milioni che vuole recuperare e valorizzare l’intera area archeologica della città di Crotone (Capo Colonna e Area marina protetta comprese). Per “recupero” e “valorizzazione”, nomenclatura politica ormai logora e più che abusata, si intende una massiccia operazione (si spera non invasiva) di scavi, restauri, musealizzazione, messa in sicurezza delle strade, realizzazione di itinerari archeologici subacquei e di una struttura di supporto all’antica Kroton marina. Perplessità e riserve, tra gli esperti del settore, non mancano. Non ci resta che aspettare e vedere che succede. Siamo qui. Da secoli e millenni.


Per approfondire: 

 Dossier Legambiente “Mare Monstrum 2018”

 Dossier Legambiente “L’arte sotto il mare”

IMPOSIMATO / CI MANCANO IL SUO CORAGGIO E LA SUA PASSIONE CIVILE

31 Dicembre 2018 di: Andrea Cinquegrani lavocedellevoci.it

Ci manca da un anno. Ci manca la sua voce forte, il suo coraggio civile e politico, la sua tempra di combattente per la Giustizia e la Verità. Ferdinando Imposimato è stato un esempio che soprattutto in questo tremendo periodo di incertezze avrebbe rappresentato un faro per la democrazia.

L’ho conosciuto negli anni ’70 quando era un giudice coraggio, una toga che ha puntato i riflettori su mafie, malavite e terrorismi, ed ha pagato il suo impegno senza tregua con l’uccisione di suo fratelloFranco, sindacalista alla Face Standard di Maddaloni, una tremenda vendetta trasversale.

Aveva per le mani inchieste bollenti, dall’attentato al Papa al rapimento di Mirella Gregori ed Emanuela Orlandi. E stava ricostruendo le fitte trame e connnection tra mafie e Banda della Magliana. Anche Silvio Berlusconi era oggetto delle sue attenzioni: per i suoi rapporti border line, per le “origini” della sua fortuna.

Per questo Imposimato “non doveva” indagare, per questo Imposimato “non doveva” più cercare le Verità.

Cominciò a collaborare alla Voce fin dai primi numeri, nel 1984. E la Voce si ispirava proprio al suo modo di investigare, di scavare, di scoprire, di andare sempre al di là delle verità ufficiali, delle veline dei Palazzi. E, appunto, al suo sconfinato coraggio.

Scrisse memorabili “controinchieste”, ad esempio sul caso Cirillo, l’allora potente assessore Dc rapito dalle Br. Quella prima “Trattativa” tra Stato (sic) e antistato fu uno storico spartiacque per il nostro Paese dai mille misteri (di Stato): perchè quella trattativa tra camorra, Dc e Bierre – con la supervisione dei servizi segreti – sancì il decollo della camorra (delle mafie in genere) sia sotto il profilo economico che quello “socio-istituzionale”.

Aldo Moro, invece, “doveva morire”, perchè era una mina vagante, un pericolo pubblico sia per gli Usa che per l’Urss e nel nostro Paese soprattutto per gli oligarchi Dc (in prima linea Giulio Andreotti eFrancesco Cossiga) che avrebbero fatto qualsiasi cosa per evitare l’abbraccio, a parer loro mortale, tra Dc e Pci.

Quel compromesso storico non si doveva fare e Moro “Doveva Morire”. E così venne titolato dai due autori, Ferdinando Imposimato e Sandro Provvisionato, un epico libro denuncia sull’assassinio dello statista scudocrociato, con le rivelazioni choc, già dieci anni fa, dello 007 inviato da Henry Kissingerper coordinare il comitato di crisi (tutto composto da piduisti), ossia Steve Pieczenik: perchè l’ultima commissione Moro che ha lavorato a vuoto per due anni e presieduta dall’ex Dc, poi Margherita, quindi Pd Beppe Fioroni non ha voluto ascoltare e far verbalizzare l’uomo che sapeva tutto sul giallo Moro, ossia Pieczenik? Mistero assoluto.

Ma vogliamo ricordare un altro volume che ha fatto storia, quel “Corruzione ad Alta Velocità” – uscito nel ’99 e scritto sempre a quattro mani con Provvisionato – che ha ricostruito per filo e per segno tutti gli sporchi affari targati Tav. Ne parlavamo spesso, con Ferdinando, di quel gigantesco scandalo all’inizio da tutti ignorato (media ben compresi), perchè la Voce lo ha seguito fin dal 1992, dettagliando sigle, numeri e connection del maxi business. “Su cui stavano indagando gli stessi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino”, ammoniva Imposimato, che nella relazione di minoranza della allora Commissione Antimafia ne scrisse di cotte e di crude sulle imprese (anche di grido) ormai contaminate dalle mafie: dalla Calcestruzzi del gruppo Ferruzzi all’Icla tanto cara a ‘O Ministro Paolo Cirino Pomicino.

Alcuni anni fa, Imposimato venne incaricato dal tribunale internazionale dell’Aja per i crimini contro l’umanità di redigire un rapporto sulla tragedia delle Torri Gemelle. Fece un lavoro semplicemente straordinario, che vedemmo nascere e crescere sotto i nostri occhi.

Sulla Voce pubblicammo due illuminanti interventi che la dicevano lunga sulle complicità Usa. Dai “precedenti” del capo commando, Mohamed Atta, ben noto a Cia ed Fbi, libero di scorazzare per tutti gli States fino a una settimana prima dell’eccidio; ai rapporti tra la famiglia Bush e il ricercato numero uno, il capo di Al QaedaOsama bin Laden.

Negli ultimi anni della sua vita, Ferdinando ha girato in lungo e in largo per l’Italia in difesa strenua della Costituzione. E su quel referendum fu l’unica voce a pronunciare parole chiarissime, nella babele di fake news e cialtronate. “Ho sentito i cinque minuti su You tube in cui Imposimato spiega il No al referendum. Non ne avevo mai capito niente, ora tutto mi è chiaro”, era un coro.

Aveva, infatti, il dono unico di unire alla forza degli argomenti, la chiarezza nello spiegarli, la semplicità di chi sa e non ha bisogno di esibirlo. Aveva ancora la passione e l’energia di un ragazzo quando girava per l’Italia spiegando le ragioni dei 5 Stelle: non a caso era il più amato nel movimento, che lo scelse in modo plebiscitario (tra dieci papabili) nelle sue “Quirinarie”, in vista del voto per la Presidenza che poi finì a Sergio Mattarella. Ma il vero Capo dello Stato, da allora, fu moralmente lui.

Se ne è andato tra i botti di Capodanno di un anno fa, stella tra le stelle. La sua voce, unica, rimane al fianco di tutti gli uomini e le donne che vogliono cambiare questo mondo.