VACCINI / LE FAKE NEWS DI 130 “SCIENZIATI” SUL “FOGLIO”

 di: PAOLO SPIGA lavocedellevoci.it

Continua la battaglia sull’infuocato fronte dei vaccini. Ora è il Foglio a gettare altra benzina sul fuoco con la pubblicazione di un appello sottoscritto da 130 “scienziati” che protestano in modo sgangherato contro l’Ordine nazionale dei Biologi, reo di aver cofinanziato uno studio su due lotti di vaccini in cui non è stata trovata traccia di quel che ci doveva essere ma un sacco di “schifezze” come erbicidi e glifosati. La notizia bomba è stata pubblicata solo dal Tempo, che con il suo direttore Franco Bechis ha intervistato il presidente dell’Ordine, Vincenzo D’Anna.

Apriti cielo. Una truppa di 130 ricercatori ha preso carta e penna per scrivere un “appello”, coprendo di contumelie “scientifiche” gli autori della ricerca, chi l’ha organizzata (il Corvelva, una coraggiosa associazione veneta che mira a diffondere l’uso consapevole dei vaccini) e l’Ordine dei Biologi, che l’ha cofinanziata e sostenuta.

L’appello è stato poi ben impacchetto, infiocchettato e spedito al Foglio che lo ha pubblicato integralmente in prima pagina.

La stessa Voce, a fine anno, ha ripreso ampi stralci dell’intervista di Bechis a D’Anna, ritenendo non solo l’argomento (che la Voceaffronta da anni) ma anche le notizie riportate di grande interesse pubblico: e per questo ritualmente ignorate dai grandi media di Palazzo, come Repubblica e Corsera in primis, cui ora si aggiunge in pompa magna il Foglio: tutti genuflessi di fronte ai voleri di Big Pharma, come la ciurma di scienziati, ricercatori, medici e via continuando.

E’ un preciso dovere di ogni giornalista che abbia il senso del proprio lavoro, quello di far sapere ai lettori-cittadini il contenuto di ricerche (quelle vere) che puntano i riflettori su quanto invece deve restare nell’ombra, non deve essere svelato, perchè lorsignori (Big Pharma e scienziati-faccendieri al seguito) continuino nei loro sporchi affari sulla pelle dei cittadini, in questo caso dei neonati che non hanno la possibilità di difendersi.

Bene ha fatto il Tempo a pubblicare quella pagina di vera informazione, bene ha fatto l’Ordine a cofinanziare quella ricerca, bene farebbero tutti a volerne sapere di più: e non offendere e affossare come fanno il Foglio e i 130 della brigata delle fake news doc, bufale che pascolano allegramente per la praterie zeppe di danari regalati da Big Pharma: che – non dimentichiamolo mai – è la più grossa industria capace di corrompere  e comprare consenso a botte di milioni di euro e di dollari, come dimostrano i finanziamenti a pala per le presidenziali Usa, tanti miliardi ai conservatori, tanti miliardi ai democratici.

Ecco cosa scrive, per il Foglio, tale Luciano Capone (un terzo dei mitici fratelli, Totò e Peppino?), a proposito del “presunto scoop” del Tempo. “Si tratta di una fake news di cui il Foglio ha parlato in un articolo del 28 dicembre in cui Enrico Bucci spiegava tutti gli abbagli e gli errori metodologici di quelle ‘analisi choc’”. E prosegue: “Adesso, contro lo studio scandalistico e gli organi d’informazione che ne hanno dato diffusione, arriva la netta presa di posizione di un nutrito gruppo di professori e medici che lavorano in Italia e all’estero. Oltre 130 scienziati e ricercatori che tutto il mondo ci invidia”. Contenti loro.

Ma ecco, fior tra fiore, alcune frasi contenute nell’appello contro lo studio. Non troverete, come ovvio, alcuna smentita di questo o quel fatto, ma solo una cantilena: la scienza agli scienziati (loro), per la serie, “la medicina non è democratica”, il ritornello del massone pro-vax per eccellenza, Roberto Burioni, secondo cui tutti quelli che parlano di vaccini, tranne lui (il Vate) e i suoi confratelli, pardòn, colleghi, sono “Somari”. Non a caso Burioni è tra i firmatari dell’appello.

Così esordiscono i 130: “La salute dei cittadini passa anche attraverso una corretta informazione”.

Un quotidiano nazionale, invece, “ha pubblicato notizie senza controllare i fatti e la reputazione di chi presume di averli analizzati sperimentalmente”, “senza alcun rispetto per i lettori ha dato credito ad analisi che nulla hanno di scientifico, trasparente, riproducibile”.

Ancora: “Senza che la comunità scientifica nazionale e internazionale abbia potuto esaminare altro che un povero documento prodotto da una sedicente associazione, è stata data la falsa notizia che alcuni campioni esaminati sarebbero privi della componente attiva, mentre risulterebbero contaminati da composti di ogni genere, tra cui molti tossici. Il tutto sulla base di una procedura sperimentale fallata e senza che i risultati siano stati sottoposti ad alcuna revisione da parte di riviste scientifiche internazionali”, che sanno tutti essere finanziate da Big Pharma.

Si è così creato “un inutile allarme pubblico”, calpestando “le buone pratiche scientifiche e l’integrità della ricerca accademica e anche la deontologia e l’etica pubblica”. Integrità della ricerca scientifica? Deontologia ed etica quando si tratta di affari miliardari sulla pelle dei bambini?

Per la ricerca, poi, hanno “utilizzato come leva documenti pubblicati in rete che sono fondati su metodi irrimediabilmente inidonei e che traggono conclusioni scientificamente infondate”.

E lorsignori finiscono ineggiando alla ricerca e alla scienza ufficiali (per loro), mettendo in guarda il popolo bue dal cadere in simili tranelli, diffidando di ricerche “fai da te”.

Ripetiamo ancora una volta un interrogativo: ma perchè mai nessuno intervista sull’uso dei vaccini il premio Nobel Luc Montagnier, lo scienziato che ha sconfitto l’Aids? Oppure il nostro due volte quasi Nobel Giulio Tarro, venti giorni fa dichiarato a New York miglior virologo a livello mondiale? Quasi un anno fa (febbraio 2019) hanno denunciato le ingerenze di Big Pharma e parlato di “vaccinazioni consapevoli”, “mai obbligatorie”, e “principio di precauzione”, proprio in occasione dei 40 anni dell’Ordine dei Biologi.

Perchè i media di regime sopra citati non li sentono mai? Hanno paura delle loro verità scientifiche? Evidentemente preferiscono le burionate…

B.Carige: Malacalza Inv. ribadisce, non contrari ad aumento

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Malacalza Investimenti, a seguito della sottoposizione di Banca Carige all’Amministrazione Straordinaria richiama e ribadisce le dichiarazioni e le ragioni espresse nell’assemblea del 22 dicembre 2018. 

Come risulta inequivocabilmente e testualmente dall’intervento del suo rappresentante, si legge in una nota, ben lungi dal manifestare forme di pregiudiziale avversione alla approvazione della ricapitalizzazione, Malacalza Investimenti ha solo responsabilmente richiesto al Cda di volere fornire a tutti i soci – tenuto anche conto delle ricapitalizzazioni già in passato intervenute e degli eventi non ancora chiariti che le hanno contrassegnate e che ad esse hanno fatto seguito – gli elementi conoscitivi e valutativi utili per l’assunzione di consapevoli decisioni e determinazioni. 

La holding, inoltre, rende noto di avere espressamente manifestato anche successivamente alla data dell’assemblea – nell’ambito di interlocuzioni con i Vertici della Banca e in sedi istituzionali – la propria posizione favorevole alla approvazione della ricapitalizzazione a fronte di una naturale disponibilità del Consiglio di Amministrazione a fornire a tutti gli azionisti i necessari elementi conoscitivi e valutativi – il riferimento è, tra l’altro, al piano industriale – utili per potersi consapevolmente esprimere, e potere assumere decisioni anche in ordine alla sottoscrizione. 

L’azionista di riferimento di B.Carige, infine, si riserva ogni altra considerazione anche all’esito di diretta, più ampia e approfondita conoscenza e valutazione della misura disposta e dei provvedimenti ad essa sottostanti che ad oggi non le sono ancora noti. 

Malacalza Investimenti, conclude la nota, tiene a ricordare e rimarca gli sforzi profusi e i sacrifici affrontati per sostenere Banca Carige nell’interesse obiettivo dell’Istituto, del suo azionariato, dei suoi lavoratori e del suo territorio di riferimento. Gli sforzi e i sacrifici di Malacalza Investimenti e quelli coessenziali di una moltitudine di piccoli azionisti cui deve attribuirsi altissimo merito, richiedono, a maggior ragione nel contesto adesso intervenuto, un massimo e definitivo grado di chiarimento, e rappresentano le coordinate dalle quali non è dato prescindere nella prospettiva del definitivo consolidamento patrimoniale e del pieno rilancio industriale della Banca, che Malacalza Investimenti continua fermamente ad auspicare e alla quale confida, al pari di tutti gli altri azionisti nel pieno delle loro prerogative di soci, di essere messa in condizione di concorrere su basi e presupposti di parità di trattamento, piena trasparenza e chiarezza. 

com/glm 


(END) Dow Jones Newswires

January 03, 2019 13:01 ET (18:01 GMT)

A CARLO MESSINA – MARCHE :Sindaco Montemonaco,lasciateci bancomat

timegate.it 3.1.19

Carlo Messina

Appello a Intesa, non toglieteci servizio essenziale

(ANSA) – MONTEMONACO (ASCOLI PICENO), 3 GEN –

‘Lasciateci il bancomat’.

E’ l’ennesimo appello lanciato dal sindaco del Comune terremotato di Montemonaco Onorato Corbelli, di fronte alla prospettiva di chiusura dello sportello automatico. Un problema ‘ciclico’ con ‘l’annosa conseguenza di rischiare di perdere quello che è un servizio essenziale per la popolazione. Stavolta la decisione di Intesa San Paolo – dice Corbelli all’ANSA – sembra categorica: lo sportello bancomat verrà rimosso sembra, con data ultima, il 15 gennaio’. Il Comune protesta ed è disposto a contribuire con un impegno economico ‘pur di continuare a garantire il servizio ai cittadini’. ‘Montemonaco si trova a mille metri sul livello del mare, affronta lunghi e rigidi inverni, la viabilità risulta complessa causa ghiaccio e neve – argomenta Corbelli – ed è assolutamente impensabile costringere gli abitanti a spostarsi di circa dieci chilometri per rifornirsi di contante, un disagio soprattutto per i più anziani’.

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CARLO MESSINA QUESTE SONO LE STRADE PER ARRIVARE D’INVERNO A QUESTO PAESINO BELLISSIMO) DELL’ENTROTERRA MARCHIGIANO – ABITATO DA ANZIANI – E DA GENTE ONESTA (650 ANIMA CIRCA) – COLPITI DAL TERREMOTO – FAI IL TUO PRIMO BUON GESTO DEL 2019 LASCIA IL BANCOMAT – ” LE BELLE AZIONI NASCOSTE SONO LE PIU’ STIMABILI” (BLAISE PASCALE).

Suicidi: decima causa di morte…

Marcello Pamio disinformazione.it 3.1.19


Marcello Pamio

Secondo il CDC («Center for Disease Control and Prevention») di Atlanta i tassi di suicidio negli Stati Uniti sono aumentati di (media) quasi il 30% dal 1999 e le condizioni di salute mentale sono uno dei fattori che contribuiscono al suicidio.
Nel periodo di controllo, dal 1999 al 2016, i tassi di suicidio sono aumentati in maniera significativa in 44 stati, 25 dei quali hanno registrato aumenti ben superiori al 30%.
Va precisato che nel 2015 di oltre la metà dei deceduti (54%) in 27 stati non era nota la condizione di salute mentale, quindi i dati sono incompleti.
Nel 2016 si sono suicidate negli Stati Uniti circa 45.000 persone di età superiore ai 10 anni.
In generale i suicidi sono aumentati tra le persone di tutte le fasce di età (<75 anni), con gli adulti tra i 45 e i 64 anni con il più alto tasso in assoluto.

Attualmente il suicidio è diventata la decima causa di morte e una delle tre cause principali in costante aumento!
Vanno anche tenute in considerazione le percentuali di visite di emergenza per autolesionismo non fatale, cioè i ricoveri di quelle persone che hanno provato ad uccidersi senza riuscirci.
L’autolesionismo è aumentato del 42% dal 2001 al 2016.
Il costo sociale tra suicidi e autolesioni negli States ammonta a circa 70 miliardi di dollari all’anno, in termini di costi diretti per la perdita di lavoro e di malattia.

Droghe che hanno causato la morte…
Tra le sostanze che il CDC ha riscontrato come causa principale della morte vi sono: oppioidi 944 (31,4%), antidepressivi 800 (26,6%), benzodiazepine 624 (20,8%), antipsicotici 219 (7,3%) e altro.
Nelle persone suicide sono state rilevate una o più sostanze chimiche nel sangue, ma queste non sono state considerate la causa della morte: alcol – su 10950 persone testate positive 4442 (40,6%); oppioidi – su 8554 testati positivi 2279 (26,6%); benzodiazepine – su 8124 persone positivi 2464 (30,3%), cocaina – su 7978 persone 499 positive (6,3%); anfetamine – su 7615 persone 736 positive (9,7%); marijuana – su 6569 persone 1471 positive (22,4%) e infine antidepressivi testati su 5425 positivi 2214 pari al 40,8%.
Questa è la conferma che droghe illegali e droghe legali giocano un ruolo importante nel fenomeno.

Suicidi e periodo storico
Le statistiche dei suicidi, secondo il New York Times, sono inquietanti e il numero aumenta o cala a seconda del periodo e della situazione economica e sociale.
«I tassi di suicidio sono aumentati e calati rispetto alla storia del paese o tendono a raggiungere picchi nei momenti difficili. Nel 1932, durante la Grande Depressione, il tasso era di 22 per 100.000, tra i più alti nella storia moderna»[1].
Quindi durante uno dei periodi più bui dal punto di vista economico della storia americana ben 22 persone su centomila si sono tolte la vita.  Oggi però non siamo certo messi meglio, visto che il tasso odierno – sempre secondo il CDC – è giunto a quota 15,6 per 100.000 abitanti.

Suicidi tra i militari
Un dato molto interessante, che apparentemente sembra uscire dal discorso, sono i suicidi tra i soldati.
I suicidi sono aumentati di oltre il 150% nell’esercito e più del 50% nel solo corpo dei marines, tra il 2001 al 2009, come segnalato nel Military Times.
I grafici riportati dal giornale militare, sugli aumenti dei suicidi e sulle prescrizioni di farmaci[2] sono praticamente sovrapponibili.


Nel 2010, almeno 1 su 6 dei militari in servizio assumeva una sostanza psicoattiva e «molti di loro ne stanno assumendone più di un tipo, mescolando diverse pillole in cocktail giornalieri, per esempio un antidepressivo con un antipsicotico per prevenire incubi, più un anti-epilettico per ridurre il mal di testa» afferma sempre Military Times.
L’89% dei soldati con Disturbo da Stress Post-Traumatico (PTSD) assume al momento farmaci psicoattivi e tra il 2005 e il 2009 la metà di tutte le prescrizioni di farmaci per militari tra i 18 e i 34 anni sono state di antidepressivi. Nel 2008 sono state prescritte 578.000 pillole per l’epilessia e 89.000 antipsicotici a militari in servizio.
Con una mole così impressionante di psicofarmaci, c’è da stupirsi dell’aumento dei suicidi in mimetica?
L’esempio dei militari calza a pennello con il tema del presente articolo, perché se non si tiene in seria considerazione la psichiatrizzazione delle masse, non sarà possibile effettuare un’analisi oggettiva e seria del fenomeno «suicidi».

Abuso di psicofarmaci
Ecco perché l’aumento dei suicidi va di pari passo con l’aumento delle prescrizioni di psicofarmaci.
Per esempio tra il 1999 e 2013 le prescrizioni di psicofarmaci sono duplicate negli Usa, e la tendenza europea è analoga. Oggi possiamo affermare che si muore di più per overdose da farmaci psichiatrici che non per eroina.[3]
«L’Italia è la quarta in Europa seconda l’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, per la spesa relativa all’acquisto di psicofarmaci e sempre secondo l’Aifa sono 12 milioni gli italiani che assumono psicofarmaci» dichiara Roberta Milanese, ricercatore associato del Centro di Terapia Strategica di Arezzo e docente della Scuola di specializzazione in Psicologia Breve Strategica.[4]

Stiamo parlando di un mercato da oltre 3 miliardi di euro all’anno. Stiamo parlando degli psicofarmaci: la maggior fonte di entrata per le case farmaceutiche! 
Nel mondo, sempre per queste droghe legalizzate si spendono oltre 900 miliardi di dollari l’anno: metà negli Usa, un quarto in Europa e un quarto nel resto del mondo.
Un altro dato, che però non rientrando nei «suicidi» il CDC ce lo farà notare, sono il mezzo milione di persone sopra i 65 anni che muore ogni anno negli Stati Uniti a causa degli psicofarmaci!

Depressione come se piovesse
Nel 2015 oltre 350 milioni di persone nel mondo sono state diagnosticate depresse, di cui 4,5 milioni solo in Italia. Va precisato che quasi tutti questi pazienti verranno drogati con farmaci psicoattivi.
«In Europa tra 2005 e 2012 l’uso di antidepressivi per bambini e adolescenti è aumentato del 40% nonostante siano stati ritenuti inefficaci e pericolosi» continua la d.ssa Roberta Milanese.
Questo è un problema gravissimo perché stando ad un’analisi pubblicata nel 2016 dal British Medical Journal il rischio suicidio raddoppia nei bambini e adolescenti che assumono antidepressivi.[5]
In Italia nel 2016, secondo dati del Ministero della Salute, il consumo di psicofarmaci è stato, in tutte le Regioni, superiore a quello degli anni peggiori della crisi economica, 2009 compreso.
E’ superiore anche ai dati del 2012-2013, altri anni molto difficili per l’economia italiana.[6]

Conclusione
Il report ufficiale del CDC mette in luce un problema serissimo: sempre più persone ogni anno decidono di farla finita.
Le vere motivazioni non le sapremo mai, anche perché dal punto di vista psicologico, emotivo e/o mentale, nessuno potrà mai sapere quello che sta vivendo interiormente una persona.
Ma quello che può spingere una persona a farlo è abbastanza chiaro…

La cosa certa è che se si arriva a compiere il gesto più allucinante che si possa solo pensare nei confronti della Vita e della sua sacralità, qualcosa è uscito dai binari.
Le attuali condizioni sociali, per non dire politiche, religiose ed economiche non giustificano un simile fenomeno. E’ pur vero che abbiamo perduto molti punti di riferimento, che non esiste quasi più la famiglia, ecc. ma non possiamo paragonare il periodo odierno con la miseria più nera vissuta nella Grande Depressione per fare solo un esempio.

Quindi qualcosa non torna. Non tornano infatti i dati ufficiali sulle malattie mentali.
Qualcuno mente sapendo di mentire. Dalle prescrizioni di droghe, sembra infatti che il mondo intero sia diventato pazzo.
Sempre più persone risultano depresse o sono gli psichiatri ad avere qualche serio problema?
Personalmente propendo per la seconda ipotesi, nella quale la psichiatria ha una responsabilità enorme.
Sempre più studi confermano il nesso causale tra farmaci psicotropi e violenza in generale.

Esiste un chiarissimo legame tra l’aumento di atti di violenza (omicidi e suicidi) e l’aumento di farmaci psicotropi!
Non è un caso che gli avvisi pubblicati da ben 27 agenzie del farmaco a livello internazionale colleghino l’uso di farmaci psicotropi con effetti collaterali di violenza, mania, psicosi, ideazione omicida. Altre 49 di queste parlano chiaramente di autolesionismo o suicidio / ideazione suicida.[7]

Nonostante tutte queste informazioni siano di ordine pubblico, medici e soprattutto psichiatri continuano a prescrivere farmaci psicotropi, i cui effetti sulla psiche non sono prevedibili, a milioni di persone che non hanno nessun disturbo serio. Persone che stanno vivendo un disagio passeggero, ma che non ha nulla a che vedere con la depressione maggiore; a persone semplicemente intossicate nel corpo, ecc.


Su milioni di persone drogate dalla psichiatria quante possono sviluppare quello che viene riportato perfino nel «black-box» del foglietto illustrativo, alla voce: «idee suicidarie»?
E infine quante delle persone che ogni anno arrivano a suicidarsi, lo avrebbero fatto se non fossero state in preda agli effetti (secondari e primari) dei farmaci psicoattivi?

Per maggiori informazioni

«USA, il tasso di suicidio aumenta vertiginosamente», http://www.renovatio21.com/usa-il-tasso-di-suicidio-aumenta-vertiginosamente/

[1] «Defying Prevention Efforts, Suicide Rates Are Climbing Across the Nation», https://www.nytimes.com/2018/06/07/health/suicide-rates-kate-spade.html

[2] «Boom di suicidi: il governo USA affronta i suicidi senza considerare i suicidi legati all’assunzione di farmaci», https://www.ccdu.org/comunicati/boom-suicidi-usa

[3] «L’invasione degli psicofarmaci: si muore più di antidepressivi & C. che di eroina», https://it.businessinsider.com/psicopillole-un-grosso-business-piuttosto/,

[4] Idem

[5] «Comparative efficacy and tolerability of antidepressants for major depressive disorder in children and adolescents: a network meta-analysis», https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(16)30385-3/fulltext

[6] «Consumo di antidepressivi: più 32,5% in 10 anni», https://www.truenumbers.it/consumo-antidepressivi/

[7] «Nuovo report sul legame tra farmaci psicotropi e sparatorie», https://www.ccdu.org/comunicati/nuovo-report-legame-farmaci-psicotropi-sparatorie

Emergenza lavoro. Dall’Alitalia alla Pernigotti 138 i tavoli di crisi al Mise

Paolo Pittaluga giovedì 3 gennaio 2019 avvenire.it

Le vertenze coinvolgono 210mila lavoratori, indotto escluso, e affliggono il territorio senza grandi distinzioni tra Nord e Sud, ma con una particolare concentrazione nel Centro

Il ministro Luigi  Di Maio al termine del tavolo di crisi Pernigotti del 15 novembre (Ansa)

Il ministro Luigi Di Maio al termine del tavolo di crisi Pernigotti del 15 novembre (Ansa)

In un Paese caratterizzato da 13 aree di crisi complessa, equivalenti ad aree specifiche di 13 Regioni (Abruzzo, Campania, Friuli, Lazio, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna, Sicilia, Toscana, Umbria e Veneto) dove recessione economica e perdita occupazionale impattano sulla politica industriale nazionale, non c’è da stupirsi che il nuovo anno si avvii con la pesante eredità di quello precedente: 138 tavoli di crisi che andranno affrontati nei prossimi giorni e che riempiono il calendario dei ministeri competenti, a partire da quello dello Sviluppo guidato da Luigi Di Maio, e parti sociali.

Senza dimenticare poi che lo Stivale è caratterizzato pure dalle aree di crisi industriale ‘ non complessa’, che presentano comunque un impatto significativo sullo sviluppo dei territori interessati e sull’occupazione. I 138 tavoli aperti al Mise coinvolgono 210mila lavoratori, indotto escluso, e affliggono il territorio senza grandi distinzioni tra Nord e Sud ma con una particolare concentrazione nel Centro.

Una situazione drammatica che interessa tanti settori, dalla Grande distribuzione organizzata alla manifattura e all’alimentare, tanto che la scaletta della discussione al Mise vede le date degli incontri occupare tutto il calendario sino al 20 gennaio. A casi noti e a lungo dibattuti nelle ultime settimane se ne sono aggiunti nuovi, nel settore aerospaziale (Piaggio Aero) e ferroviario (la savonese Bombardier, con la casa madre canadese che ritiene ormai non strategico lo storico sito di Vado e la campana Firema).

Senza dimenticare situazioni che si protraggono da anni, come l’Aferpi di Piobino e la sarda Alcoa, passando per l’Ilva. La crisi coinvolge pure il mondo dell’alimentare, basti ricordare la Pernigotti di Novi Ligure, la Hage la Novelli e della distribuzione, l’IperDì diverse Coop.

In un quadro così negativo arriva pure qualche segnale di speranza come quello dell’abruzzese Honeywell di Atessa: la vertenza pare avviata positivamente con l’acquisto dello stabilimento da parte di Baumarc Automotive Solutions, azienda cinese leader nel campo siderurgico con un investimento da 1,85 milioni ed il ritorno al lavoro di 162 persone.

Insomma, un mese cruciale dove si aspetta un lieto fine anche per quell’annosa vicenda tutta italiana rappresentata dal caso Alitalia: il salvataggio dell’ex compagnia di bandiera dovrebbe passare attraverso l’intuizione dei vertici di Ferrovie dello Stato che entro fine mese devono individuare un Piano industriale. Per il Mise e i sindacati sarà un gennaio complesso. Intanto, in base ai dati Inps sull’Osservatorio Cassa integrazione guadagni relativo allo scorso novembre, il numero di ore di cassa integrazione complessivamente autorizzate nel mese è stato pari a 22.452.727, in diminuzione del 20,7% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.

Nel dettaglio, a novembre 2018 le ore autorizzate per gli interventi di Cassa integrazione guadagni ordinaria (CIGO) sono state 8.918.210, in aumento del 13,8% rispetto a novembre 2017; quelle della Cassa integrazione guadagni straordinaria ( CIGS) sono state 13.474.833 (di cui 5.304.433 di solidarietà) in diminuzione del 31,2% rispetto a novembre 2017. Per la Cassa integrazione guadagni in deroga (CIGD) le ore sono state 59.684, in diminuzione del 93,3% rispetto a novembre 2017. A ottobre 2018 sono state presentate 306.569 domande di NASpI (Nuova assicurazione sociale per l’impiego) e 1.868 di DIS-COLL (Disoccupazione collaboratori). Nello stesso mese sono state inoltrate 1.730 domande di ASpI, miniASpI, disoccupazione e mobilità, per un totale di 310.167 domande, in aumento dell’8,4% rispetto a ottobre 2017.

Carige, i Malacalza pronti a votare sì all’aumento

Andrea Montanari milanofinanza.it 3.1.19

Dopo la decisione della Bce accelerano i tempi per la convocazione dell’assemblea che potrebbe andare in scena prima di metà febbraio. Il primo azionista questa volta è orientato a dare l’assenso all’operazione | Innocenzi a Class Cnbc: nessun rischio bail-in o default di Carige

vittorio malacalza

La corsa contro il tempo per l’ennesimo salvataggio diCarige  prende forma. E in attesa delle nuove indicazioni dagli Srep della Bce, attesi per fine mese, i commissari della banca ligure lavorano da un lato al piano industriale e dall’altro alla convocazione dell’assemblea, momento decisivo, ancora una volta, per l’aumento di capitale che consentirà l’emissione di nuove azioni dell’istituto con le quali, in caso, convertire i titoli subordinati rispetto al bond da 320 milioni sottoscritto dallo Schema Volontario del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (Fitd).

Vista l’urgenza che il caso richiede, l’assise potrebbe essere convocata entro metà febbraio. E l’esito questa volta dovrebbe essere differente dall’ultima adunanza di soci, lo scorso 22 dicembre, quando l’astensione del primo azionista, la holding Malcalza Investimenti (27,55%), aveva fatto saltare il progetto di ripatrimonializzazione da 400 milioni. Perché, secondo indiscrezioni di mercato raccolte da http://www.milanofinanza.it, questa volta l’orientamento della famiglia Malacalza è positivo (in serata è atteso un comunicato ufficiale della finanziaria).

In sostanza, se il piano industriale che rivedranno i tre commissari, ossia l’ex presidente Pietro Modiano, l’ex ad Fabio Innocenzi e il professore Raffele Lener, darà effettivi riscontri di successo e se ci saranno rassicurazioni, anche in ambito di organi di vigilanza europea, sulla congruità del business plan, allora i Malacalza, con ogni probabilità, voteranno a favore.

Un atteggiamento diverso dal recente passato, che scongiuererebbe anche la possibilità di una impugnazione, sempre da parte della Malacalza Investimenti, del dispositivo con il quale martedì 2 la Bce ha commissariato Carige .

Adesso, quindi, i Malacalza sarebbero pronti a fare la loro parte nel processo di rafforzamento patrimoniale che li impegnerà nuovamente per 110 milioni, in aggiunta ai 423 milioni già impegnati negli ultimi cinque-sei anni. L’obiettivo del primo socio della banca ligure è proteggere l’ingente investimento – sinora presenta una minusvalenza latente del 90% – e soprattutto evitare che la capitalizzazione dell’istituto si azzeri: prima della sospensione sine die decisa da Consob, la market cap di Carige  era scesa a 93 milioni.


L’Unione europea: un corpo autoritario con un volto umanitario

zerohedge.com 3.1.19

Scritto da Jiri Payne tramite The Gatestone Institute,

  • Ciò che il trattato di Lisbona ha effettivamente creato è stato un sistema politico autoritario che viola i diritti umani e politici.
  • L’articolo 4 recita in parte: “… Gli Stati membri agevolano la realizzazione dei compiti dell’Unione e si astengono da qualsiasi misura che possa mettere a repentaglio la realizzazione degli obiettivi dell’Unione”. In altre parole, gli interessi dell’Unione sono al di sopra degli interessi dei singoli stati e cittadini.
  • In un sistema democratico con un sano equilibrio di potere, una coalizione di governo può essere sfidata o sostituita dall’opposizione. Questo è esattamente ciò che manca all’UE, poiché il trattato di Lisbona richiede che i membri della Commissione europea siano selezionati sulla base del loro “impegno europeo”. Ciò significa, in effetti, che chiunque abbia una visione dissenziente non può mai diventare un membro della Commissione. Come la storia dimostra ripetutamente, dove non c’è opposizione, la libertà è persa.

Il trattato di Lisbona considera gli interessi dell’Unione europea al di sopra degli interessi dei singoli Stati e cittadini. Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea, si è lamentato nel 2016: “Troppi politici ascoltano esclusivamente la loro opinione nazionale e se stai ascoltando la tua opinione nazionale non stai sviluppando quello che dovrebbe essere un senso comune europeo … “(Foto di Dan Kitwood / Getty Images)

Il  trattato di Lisbona  – redatto in sostituzione del Trattato costituzionale del 2005 e firmato nel 2007 dai leader dei 27 Stati membri dell’Unione europea – si  descrive  come un accordo per “riformare il funzionamento dell’Unione europea … [it ] definisce l’assistenza umanitaria come competenza specifica della Commissione. “

Ciò che il Trattato di Lisbona ha effettivamente creato, tuttavia, era un sistema politico autoritario che viola i diritti umani e politici.

Prendi il mandato della Commissione europea (CE), ad esempio. Secondo l’  articolo 17  del trattato:

“La Commissione promuove l’interesse generale dell’Unione … Nell’adempimento delle sue responsabilità, la Commissione è completamente indipendente … i membri della Commissione non sollecitano né accettano istruzioni da alcun governo o altra istituzione, organo, ufficio o entità. “

Poi c’è l’  articolo 4 , che afferma in parte:

“… Gli Stati membri agevolano la realizzazione dei compiti dell’Unione e si astengono da qualsiasi misura che possa mettere a repentaglio la realizzazione degli obiettivi dell’Unione.”

In altre parole, gli interessi dell’Unione sono al di sopra degli interessi dei singoli stati e cittadini. Questa non è una semplice speculazione. Il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker,  ha dichiarato apertamente  nel 2016:

“Troppi politici ascoltano esclusivamente la loro opinione nazionale e se stai ascoltando la tua opinione nazionale non stai sviluppando quello che dovrebbe essere un comune sentimento europeo e il sentimento del bisogno di mettere insieme gli sforzi. Abbiamo troppi part-time europei “.

Lo stesso anno, Emmanuel Macron – all’epoca ministro dell’economia francese – ha  rilasciato un’intervista alla   rivista Time , in cui metteva in guardia contro l’imminente referendum sulla Brexit del Regno Unito argomentando:

“Puoi improvvisamente avere una serie di paesi che si stanno svegliando dicendo” Voglio lo stesso status degli inglesi “, che sarà di fatto lo smantellamento del resto dell’Europa. Non dovremmo replicare la situazione in cui un paese è in situazione per dirottare il resto dell’Europa, perché organizzano un referendum “.

L’atteggiamento di Macron si riflette nel trattato di Lisbona, che impone regolamenti agli Stati membri per garantire che svolgano compiti determinati dalla Commissione europea.

In questo contesto è degno di nota il fatto che delle 36 volte che il termine “responsabilità” compare nel trattato, solo  una volta  fa riferimento a un obbligo della Commissione – che è quello, “in quanto organo, è responsabile nei confronti del Parlamento europeo “. Gli altri 35 si riferiscono agli obblighi degli stati membri.

In un sistema democratico con un sano equilibrio di potere, una coalizione di governo può essere sfidata o sostituita dall’opposizione. Questo è esattamente ciò che manca all’UE, poiché il trattato di Lisbona richiede che i membri della Commissione europea siano selezionati sulla base del loro “impegno europeo”. Ciò significa, in effetti, che chiunque abbia una visione dissenziente non può mai diventare un membro della Commissione – qualcosa che ricorda stranamente il comunismo. L’articolo 4 della  Costituzione cecoslovacca del 1960 , ad esempio, specifica:

“La forza guida nella società e nello stato è l’avanguardia della classe operaia, il Partito comunista della Cecoslovacchia, un’unione volontaria di combattimento tra i cittadini più attivi e ben informati dei ranghi dei lavoratori, dei contadini e dell’intellighenzia”.

L’articolo 11  della Costituzione della Corea del Nord include una direttiva simile:

“La Repubblica democratica popolare di Corea svolgerà tutte le attività sotto la guida del Partito dei lavoratori della Corea”.

Come la storia dimostra ripetutamente, dove non c’è opposizione, la libertà è persa.

Nel suo libro del 1840,  Democracy in America , il famoso diplomatico e storico francese Alexis de Tocqueville  scrisse :

“… Se il dispotismo dovesse affermarsi nelle odierne nazioni democratiche, avrebbe probabilmente un carattere diverso: sarebbe più esteso e più mite, e degraderebbe gli uomini senza tormentarli …

“Il sovrano, dopo aver preso le persone uno dopo l’altro nelle sue mani potenti e impastato a suo piacimento, raggiunge la società nel suo complesso e su di esso diffonde una sottile rete di regole uniformi, minuziose e complesse, attraverso le quali nemmeno le menti più originali e le anime più vigorose possono colpire la testa sopra la folla, non infrange la volontà degli uomini ma li addolcisce, li curva e li guida, raramente costringe chiunque a agire, ma si oppone coerentemente all’azione, non distrugge le cose ma le previene dalla tirannia, più che tiranneggiare, inibisce, reprime, insudicia, soffoca e irrigidisce, e alla fine riduce ogni nazione a nient’altro che uno stormo di animali timidi e industriosi, con il governo come suo pastore … “

De Tocqueville scrisse questi quasi due secoli fa, ma potevano facilmente – e spaventosamente – essere applicati all’Europa di oggi.

Carige commissariata, Malacalza nel mirino Bce

SIMONE GALLOTTI – GENNAIO 03, 2019 themeditelegraph.it

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Genova – La prima volta della Banca centrale europea in Italia, tocca a Carige. Non era mai successo che un pezzo del sistema bancario del nostro Paese finisse in amministrazione controllata dalla Banca Centrale. Ed è stato un intervento rapido che nelle intenzioni di Francoforte serve a superare lo stallo in cui era finita la banca genovese. Da ieri hanno preso le redini dell’istituto tre commissari, Fabio Innocenzi, Pietro Modiano e Raffaele Lener, chiaro segno di continuità con la gestione precedente, visto che i primi due hanno ricoperto, rispettivamente, i ruoli di amministratore delegato e presidente. E anche questa è una novità per l’Italia.

Il mirino della Bce era puntato da tempo sull’azionista di riferimento, la famiglia Malacalza: le dimissioni di altri tre consiglieri di amministrazione, arrivate negli ultimi giorni dell’anno, hanno accelerato gli eventi. Hanno firmato la lettera di addio anche Salvatore Bragantini, Bruno Pavesi e Lucia Calvosa, solo qualche settimana dopo l’uscita di scena di Raffaele Mincione e Lucrezia Reichlin. Senza cda la Banca era ingestibile e così è arrivato il commissariamento, dopo la sospensione a tempo indeterminato del titolo. L’ultimo tassello di una crisi iniziata con il veto di Malacalza del 22 dicembre all’aumento di capitale da 400 milioni, necessario per garantire il prestito da 320 milioni del Fondo Interbancario che ha permesso a Carige di traguardare il 2018.

Innocenzi e Modiano conoscono bene la situazione e hanno già in mente le mosse per ripartire: «Il primo contatto sarà con Maccarone: è con lui che va cercata una soluzione» racconta una fonte interna a Carige. Salvatore Maccarone è presidente del Fondo interbancario (Fitd), il pool di 90 banche che ha prestato 320 milioni a Carige: ora il dialogo può ripartire, perché la governance della banca esce «più forte e semplificata» dalla decisione dell’Eurotower. Il piano di rafforzamento patrimoniale è la priorità: insistere sull’aumento di capitale potrebbe trovare ancora l’ostilità di Malacalza in Assemblea, con un altro veto da parte del principale azionista. Così la strada più probabile è che il fondo interbancario converta il prestito in azioni.La mossa consentirebbe di evitare il passaggio in Assemblea e porterebbe un immediato rafforzamento dei coefficienti patrimoniali.

Cambierebbe poi in un colpo solo, anche la geografia della governance: Malacalza, se i 320 milioni venissero trasformati in azioni, scenderebbe dall’attuale 27,5% al 5%, almeno secondo i calcoli degli analisti. Non è però l’unica strada che i commissari hanno in mente. Ieri Modiano confidava ai suoi collaboratori che «il dialogo dovrà ripartire anche con il principale azionista» perché il lavoro per rimettere in sesto la Banca è solo all’inizio. «Con i colleghi abbiamo tirato un sospiro di sollievo – raccontava ieri l’ex presidente al suo staff – perché la scelta di continuità è una prova di grande fiducia. Non era così scontato – ha ammesso – che la Bce confermasse presidente e amministratore delegato nei nuovi ruoli». Per i vertici della Banca è la prova che la crisi «è stata soprattutto di governance e non finanziaria: i 320 milioni garantiscono i fondamentali di Carige». Non c’è stato – spiegava sempre l’ex presidente – l’assalto agli sportelli per ritirare il denaro dai conti correnti «e anche se questa storia viene avvertita come strana, alla fine il bond ha messo in sicurezza la banca e ora ci consente di ripartire. Non ci saranno conseguenze per i nostri correntisti». Così Modiano, racconta chi gli è stato vicino nel giorno più lungo, è andato a casa «con animo sereno, perché quella di ieri non è nemmeno stata la giornata più difficile» per il neo commissario della Banca.

PIÙ LEGGERI PER L’AGGREGAZIONE 
Ci sono alti due pilastri su cui si lavorerà da subito: il peso degli Npl dovrà scendere al 10%, dall’attuale 22%, per favorire la manovra di derisking. È la condizione per mettere in ulteriore sicurezza la banca e portarla all’altare più snella: l’aggregazione è l’altro grande capitolo. «Siamo lontani» dicono dalla Banca; «Non c’è niente in vista» ha ribadito Modiano. Ma le voci su Unicredit sono partire in contemporanea con la mossa del commissariamento e ieri l’istituto non ha voluto commentare. L’aggregazione sembra necessaria: «Il nostro auspicio è che l’operazione si possa realizzare così come era partita, con il nostro accompagnamento verso un’aggregazione con un istituto in grado di risolvere i problemi» ha detto ieri Maccarone, l’uomo a cui verrà anche chiesto uno sconto sul 16% di interessi che gravano sul prestito. I commissari ora hanno più potere, possono evitare i veti di Malacalza e dare vita ad una governance più snella. Per questo Maccarone spiega che l’aggregazione potrebbe persino arrivare più velocemente: «È una delle possibilità. La ristrettezza del plotone al comando facilita le decisi

Carige dei Malacalza commissariata da BCE, FQ: congelate azioni e 5 miliardi di obbligazioni

Rassegna Stampa Vicenzapiu.com 3.1.19

Banca Carige

Banca Carige

Le dimissioni della maggioranza dei consiglieri di amministrazione (di Carige, il cui socio di maggioranza è la famiglia Malacalza della “ex” Omba di Torri di Quartesolo, ndr) firmate ieri dal presidente Pietro Modiano e dall’amministratore delegato Fabio Innocenzi, insieme a Salvatore Bragantini (ex Banca Popolare di Vicenza con azionista Atlante, ndr), Bruno Pavesi e Lucia Calvosa, hanno causato la decadenza del Cda. L’autoaffondamento della governance ha spinto la Bce a commissariareimmediatamente la banca, mentre la Consob ne ha sospeso in Borsa tutti i titoli sino a nuovo ordine.

È un inizio d’anno orribile per Carige, l’istituto genovese chiamato a rafforzare subito il patrimonio dopo l’emersione – proprio dopo un’ispezione della Banca centrale europea – di nuove ingenti perdite. Il 2019 inizia male per i suoi 4.400 dipendenti e i milioni di clienti: la decisione della Consob non “congela” solo le azioni Carige all’ultimo infinitesimale prezzo di 1 millesimo di euro, che valuta in Borsa l’istituto appena 80 milioni a fronte di un capitale nominale di 2 miliardi, ma anche le sue 34 obbligazioni quotate, che insieme ad altre 10 non quotate valgono 4,95 miliardi. I titoli sono in tasca a centinaia di migliaia di risparmiatori e, stante l’impossibilità di venderli o comprarli, non potranno uscirne sino al loro “scongelamento”.

Ora i tre commissari nominati dalla Bce (Raffaele Lener con Modiano e Innocenzi) hanno il difficile compito di rimettere in sicurezza Carige, realizzando in un modo o in un altro l’operazione di rafforzamento patrimoniale saltata lo scorso 22 dicembre, e parallelamente di trovare qualche istituto di credito disposto a comprare a prezzi di saldo ciò che resta della banca che fu l’orgoglio finanziario della Superba e dell’intera Liguria.

Dal 2013 in poi i crediti inesigibili hanno causato nei bilanci della banca una voragine di 3,1 miliardi emersa dopo gli scandali scoppiati dopo la gestione di Giovanni Berneschi, il presidente-padrone dell’istituto condannato in appello nel luglio scorso a otto anni e sette mesi per la maxi truffa ai danni del ramo assicurativo Carige Vita Nuova. Ma il 22 dicembre l’assemblea dei soci, chiamata a ricapitalizzare la banca per 400 milioni (dopo il miliardo e 650 milioni raccolto negli aumenti 2014 e 2015) per l’emersione di ulteriori perdite da svalutazioni di sofferenze, non ha ottemperato alle richieste della Bce perché il socio di maggioranza, la famiglia Malacalza che controlla (o meglio controllava) il 27,5% dell’istituto, si è astenuta facendo saltare l’operazione.

Da quello stop è scaturito un duro confronto tra gli azionisti e la Banca centrale europea. Lo stallo è durato sino a ieri, quando il nodo di Gordio è stato tranciato dalle dimissioni della maggioranza dei consiglieri. Modiano, Innocenzi e Lener hanno due strade per rafforzare le banca: o realizzare un nuovo aumento di capitale (operazione difficilissima, perché Malacalza che dal 2015 ha investito in Carige 400 milioni se ne ritrova oggi meno di 20), oppure – come pare più probabile – chiedere allo Schema volontario del Fondo interbancario di garanzia, che raggruppa una novantina di banche, di convertire in azioni il bond subordinato da 320 milioni sottoscritto in fretta e furia a fine novembre per sostenere Carige che era in emergenza perché il mercato non aveva voluto comprare il suo titolo.

In questo modo il patrimonio crescerebbe senza chiedere soldi agli azionisti, che verrebbero però “diluiti” ponendo di fatto Carige nelle mani dei concorrenti. D’altronde già a fine dicembre 2017 Carige aveva sacrificato gli obbligazionisti perché gli azionisti recalcitravano: i suoi bond subordinati da 510 milioni furono convertiti in un titolo senior da 188,8 milioni e la differenza andò a patrimonio. Ma se anche la conversione obtorto collo non bastasse, la riduzione di valore potrebbe colpire anche i bond senior: da qui la loro sospensione in Borsa, anche se questa ipotesi pare remota. È la replica esatta di quanto avvenuto il 22 dicembre 2016 quando, fallito l’ennesimo aumento di capitale, Banca d’Italia commissariò Mpse Consob congelò (sino a ottobre 2017) azioni e un centinaio di bond del Monte. Ieri la sospensione dell’azione Carige ha fatto scattare pesanti ribassi sulle azioni Bper, Intesa Sanpaolo, Ubi e UniCredit: sono gli istituti che, a torto o a ragione, il mercato ritiene potrebbero essere chiamati a salvare la banca genovese, con tutti i grattacapi del caso.

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B.Carige: Governo studia piano, modello veneto o statalizzazione (Stampa)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Il primo terremoto bancario è una prova per l’esecutivo giallo-verde e lo pone di fronte a un bivio: da una parte, scrive la Stampa, una strada port in veneto, ai due istituti comprati alla cifra simbolica di un euro da Banca Intesa, l’altra strada porta a B.Mps. 

Il comune denominatore, spiega il quotidiano, è l’intervento dello Stato, la mano pubblica che può dare una spinta o può entrare nel cuore dell’istituto. Come spiegano fonti di Governo, su nessuna delle ipotesi sul tavolo ès tata presa una decisione, ma viene definito “molto probabile l’intervento dello Stato”, a diverse gradazioni di intensità. 

Di certo palazzo Chigi sta lavorando in una precisa direzione, un’operazione che porti B.Carige all’interno di una banca più grande. Il Governo può fare leva sulla moral suasion verso istituti importanti del Paese perchè facciano qualcosa, intervenendo e risolvendo un problema che rischia di diventare sistemico, a patto però che i costi non siano troppo salati per lo Stato come avvenuto per le due venete. In quel caso l’impegno pubblico per coprire il fabbisogno di capitale di Intesa e per la garanzia a copertura di perdite future fu alto, calcolato in 11,2 miliardi. Diverso il discorso de il prezzo dell’operazione fosse minimo: davanti all’interesse di un altro gruppo, il Governo potrebbe mettersi alla regia del salvataggio, tanto più in un territorio, colpito dalla tragedia del ponte di Genova, dove potrebbe facilmente giustificare la necessità di garantire la continuità economica. L’obiettivo sarebbe rendere appetibile Carige per un partner italiano: da fonti governative trapela un nome, ma in negativo: “mai Unicredit”. 

Sembra invece più complicato da realizzare l’altro modello su cui Chigi lavora: un intervento diretto nel capitale come fatto dal Governo Gentiloni per B.Mps, operazione allora criticatissima dai grillini. Resta una soluzione con troppe incognite, in primis le regole Ue sulla concorrenza. La Lega sembra più favorevole, mentre i 5 Stelle preferiscono le fusioni e intravedono nella fusione Mps-Carige la realizzazione del sogno di una banca pubblica degli investimenti. 

rov 

 

(END) Dow Jones Newswires

January 03, 2019 02:50 ET (07:50 GMT)

Natuzzi: in bilico a Wall Street (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Il suo sbarco alla borsa di New York nel maggio 1993 aveva dato il titolo a un libro: Natuzzi. Un divano a Wall Street. Ora, a distanza di quasi 16 anni, Natuzzi rischia di perdere il posto nella vetrina azionaria più prestigiosa del mondo. Lo scorso 26 dicembre il Nyse ha comunicato alla società di Santeramo in Colle (Bari) il mancato rispetto di uno dei requisiti necessari per la permanenza a Wall Street. Nelle ultime 30 sedute, infatti, gli American Depositary Receipt (certificati negoziabili sul mercato Usa che rappresentano azioni di una società non statunitense) di Natuzzi hanno registrato un prezzo medio di chiusura inferiore al dollaro. 

Nell’ultimo anno gli Adr Natuzzi, si legge su MF, hanno dimezzato il loro valore (-51%). Ieri, dpo il +11,7% messo a segno, il titolo ha chiuso a 0,9 dollari. Se la situazione dovesse protrarsi, l’azienda fondata nel 1959 da Pasquale Natuzzi potrebbe incorrere in un delisting involontario. Per evitare questo esito Natuzzi ha a disposizione un periodo di “grazia” di sei mesi che terminerà il 26 giugno 2019. La società potrà conservare il posto a Wall Street se, nel frattempo, riuscirà a soddisfare due condizioni. La prima: chiudere sopra il valore di un dollaro l’ultima seduta di uno qualsiasi dei sei mesi. 

La seconda da calcolarsi rispetto a quest’ultima data: aver mantenuto un prezzo medio di chiusura superiore al dollaro nel corso delle 30 sedute precedenti, Se Natuzzi non dovesse soddisfare questi requisiti entro il 26 giugno, il Nyse “darà inizio alle procedure di sospensione e delisting”. La società ha subito risposto alla borsa di New York il 27 dicembre, impegnandosi a sanare la carenza entro il termine concesso. Contattata da MF-Milano Finanza, Natuzzi ha però preferito per il momento non fornire dettagli sul piano per evitare il delisting. 

red/alb 

 

(END) Dow Jones Newswires

January 03, 2019 02:38 ET (07:38 GMT)

B.Carige: Francoforte vuole soluzione in 3 mesi (Mess)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Corsa contro il tempo: Bce e Bankitalia danno tre mesi di gestione straordinaria dei commissari di B.Carige, prorogabili. Lo scrive il Messaggero, spiegando che i tre mesi sono una delle sorprese nascoste nelle nove pagine della lettera firmata da Pedro Gustavo Teixeira, segretario del consiglio direttivo Bce. 

Questa deadline, prosegue il quotidiano, la dice lunga sul futuro: fusione con un partner, Unicredit in primis visto che non ha ancora fatto un’operazione straordinaria e con Carige può guadagnarsi benemerenze con la Bce e dare un senso più preciso alle proprie strategie. 

Ieri, poche ore dopo l’avvento dei commissari, girava l’ipotesi di riunire la nuova assemblea nei primi giorni di febbraio. In un mese bisognerà allestire piano industriale e bozza di bilancio 2018, con un rosso di 200-250 milioni. Utilizzando la leva dell’articolo 69 del Tub, i commissari possono “preparare un piano per negoziare la ristrutturazione del debito con tutti o alcuni i creditori”, con colloquio dalla prossima settimana con i vertici della Schema volontario per rivedere il contratto che prevede una conversione forzosa del bond da 320 milioni in caso di resolution o di compensazione con l’inoptato dell’aumento da 400 milioni: la revisione ridurrebbe il tasso dall’attuale 16% e porterebbe a una conversione parziale del bond. Tramite questa via, il sistema bancario potrebbe diventare il primo azionista. 

rov 

 

(END) Dow Jones Newswires

January 03, 2019 02:26 ET (07:26 GMT)

B.Carige: vacilla impero dei Malacalza (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

La scure della Bce non ha colpito solo Carige ma anche e soprattutto la famiglia Malacalza, in particolare il capostipite Vittorio, ossia colui che dopo l’incasso miliardario (1,1 miliardi) del 2008 relativo alla cessione di Trametal e dopo l’avventura non positiva in Pirelli, dal 2013 ha preso, di fatto, possesso della banca ligure. 

Ma la decisione presa dalla istituzione europea di commissariare l’istituto, dopo l’ultima assemblea che ha fatto saltare, con l’astensione del primo azionista (27,55%) Malacalza Investimenti l’operazione di rafforzamento patrimoniale dai 400 milioni, ha un impatto diretto anche su chi nel corso di poco più di cinque anni ha investito 423 milioni per ritrovarsi ora con un titolo sospeso dalle contrattazioni di borsa -le azioni sono state congelate da Consob alla soglia degli 0,0015 euro- e una minusvalenza latente del 90%, si legge su MF. 

D’altronde, come emerge dal bilancio 2017 della holding della famiglia piacentina (e genovese d’adozione), la partecipazione, prima degli ultimi acquisti avvenuti lo scorso anno, era in carico a valore medio di 0,0331 euro. 

Insomma, un flop se non intervengono fattori esogeni, aggregazione o vendita, che però lo stesso Vittorio Malacalza ha sempre voluto scongiurare per non perdere la presa sulla banca guidata oggi dal quarto tandem (Modiano-Innocenzi) avvicendatosi alla guida dell’istituto proprio negli ultimi cinque anni. 

E se ora tutto è appeso alle decisioni dei commissari e alle scelte della Bce in merito al ruolo dello Schema Volontario del Fitd (articolo qui accanto) che potrebbero presto, tra febbraio e marzo, portare a un drastico cambiamento di scenario in fatto di assetto proprietario di Carige, i Malacalza, affiancati dai consulenti legali di fiducia, gli avvocati Andrea D’Angelo e Vincenzo Mariconda, hanno ora una sola arma in mano: impugnare, a Bruxelles, il dispositivo con il quale la stessa banca centrale ha decretato il commissariamento dell’istituto genovese. 

red/alb 

 

(END) Dow Jones Newswires

January 03, 2019 02:14 ET (07:14 GMT)

SPY FINANZA/ Mercati, Carige e politica: le emergenze scattate per l’Italia

Fed e Pboc potrebbero causare un disastro sui mercati. Un bel guaio per l’Italia già alle prese con situazioni difficili, come dimostra Carige

03.01.2019 – Mauro Bottarelli ilsussidiario.net

Lapresse

Pensavo di averle sentite tutte in vita mia, ma ormai la situazione è talmente fuori controllo che vale tutto, anche i deliri. Già, perché a parziale giustificazione dei crolli dei mercati azionari europei di ieri mattina, la presunta esperta di economia di SkyTg24 ha scomodato la fine del Qe. Dunque, fatemi capire: per mesi mi hanno dato del paranoico illuso, proprio perché pensavo che il Qe non sarebbe affatto finito sic et simpliciter come veniva spacciato dalla grande stampa, tanto che la motivazione più generalmente accettata era proprio quella che vedeva i mercati averne già prezzato la chiusura. Scusate, se avevano già prezzato con ampio anticipo la fine dello stimolo, perché avrebbero dovuto patirne l’arrivo ufficiale il 2 gennaio? Se so che mi bocciano, per certo, non mi lascio andare a scenate isteriche o crisi di pianto davanti ai tabelloni dei risultati: lo so, punto. 

Il problema è che non solo il Qe non è finito, come l’indicazione di tassi a zero almeno fino all’autunno e il reinvestimento in toto dei titoli in detenzione alla Bce lasciano intendere chiaramente, ma che l’ondata di crisi è ben lungi dall’essersi infranta contro lo scoglio della narrativa beota ufficiale: siamo solo all’inizio, all’aperitivo. Massimo, all’antipasto. Certo, poi si starà meglio perché le Banche centrali, Bce e Fed in testa, avranno l’alibi perfetto per rompere i residui indugi e rimettersi al timone di un mondo alla deriva, ma, come recita il detto di Wall Street, prima di stare bene occorre stare peggio.

Brutto risvegliarsi dai bei sogni, lo so. Io però vi avevo messo in guardia con debito anticipo, bastava guardare gli andamenti macro reali per capire che stavamo vivendo nel mondo degli unicorni. Ormai è tutto sconnesso, si passa da rimbalzoni del +4% a crolli generalizzati nell’arco di poche ore, spesso addirittura intraday. Basta un niente per innescare dinamiche sottotraccia al grande pubblico, che però sono sufficienti a mandare tutto fuori giri: basta un minimo rialzo del rendimento dei Treasury, una lettura macro più stonata di quanto ci si attendesse e si passa direttamente dal purgatorio all’inferno. 

A zavorrare il mondo, a livello di mercati, tra fine anno e prima seduta del 2019 ci ha pensato, principalmente, l’indicatore più temuto: il dato manifatturiero cinese a dicembre è sceso a 49,4 da 50,0 di novembre, come ci mostra questo grafico. Contrazione ufficiale e lettura peggiore dal dicembre 2008. Bell’annata quella, ve la ricordate?

E a spaventare tutti non è quello 0,6% in sé e nemmeno l’aver varcato al ribasso il Rubicone psicologico della quota che divide espansione e contrazione economica, bensì il fatto che si cominci a temere una strategia politicamente suicida di Pechino. Ovvero, in ossequio al motto bad news are good news, finora ogni dato macro negativo o in calo che provenisse dalla Cina era salutato quasi come benedetto, poiché sanciva un nuovo fallimento della politica di contrazione monetaria della Pboc e potenzialmente spianava, passo dopo passo, la strada a un nuovo stimolo. Di fatto, la riattivazione del bancomat globale, l’impulso creditizio cinese. Ora, però, si teme che Pechino, vista la situazione di Wall Street e l’inasprirsi del conflitto fra Casa Bianca e Fed sul rialzo dei tassi, con lo scontro sullo shutdown sullo sfondo, voglia davvero giocare al chicken game e vedere chi si lancia dall’auto per primo, sicuro che sarà Jerome Powell a capitolare sotto i tweets di Donald Trump e i tonfi ormai sistematici degli indici statunitensi. 

Cosa teme quindi il mercato? Che così facendo, entrambe le automobili simbolicamente in gara frenino troppo tardi e finiscano tutte e due nel burrone. Trascinandosi ovviamente dietro il mondo, visto che Wall Street pesa quasi per il 65% dell’indice Msci Global. E un’indiretta conferma di questo rischio è arrivata dal discorso tenuto il 1 gennaio da Xi Jinping, in occasione del 40mo anniversario delle rinnovate relazioni con Taiwan, durante il quale il plenipotenziario ha letteralmente minacciato l’Isola riguardo il possibile utilizzo della forza, se non acconsentisse a una “pacifica riunificazione” e sottolineando come «la risoluzione della questione di Taiwan rappresenta oggi come mai una priorità». Insomma, una bella cortina fumogena a uso interno per distogliere l’attenzione dal rallentamento economico pare pronta all’uso anche in Asia. 

Ecco la paura reale, il risiko che da regionale è divenuto un’altra volta mondiale e strettamente interconnesso a ogni stormir di fronda. A confermarlo ulteriormente, tre proxies di crisi sono scattati fra fine anno e ieri. Primo, il tasso repo relativo al collaterale generale – di fatto il costo della vita stessa dei trades, derivati in testa – è salito al massimo dal 2001, a un passo dei 400 punti base superiore all’attuale tasso di riferimento della Fed. Per capirci, le cosiddette “pressioni sul finanziamento” oggi, stando le dinamiche di mercato innescate dal rialzo della Banca centrale Usa, dovrebbero essere di circa 50 punti base: sono a 350. Cosa teme il mercato? Che il rituale crollo della liquidità di fine anno non sia limitato a questo periodo, ma sia un problema ormai conclamato e strutturale. 

Secondo, la curva dei tassi sulle scadenze a 1 e 2 anni del Treasury Usa è andata in inversione massima (10,8 punti base), addirittura superiore al precedente record dell’infausto ottobre 2008. Terzo, è letteralmente crollato l’export sudcoreano (-1,2% a dicembre contro le attese di un +2,5%), da sempre il riferimento preferito da Goldman Sachs per definire lo stato di salute dell’economia globale, più delle vendite di Caterpillar o del Baltic Dry Index. Tutto qui, mi spiace ma non ho molto altro da dirvi. Perché mi limiterei a ripetervi per l’ennesima volta quanto ho ripetuto, sbeffeggiato dai grandi conoscitori dei mercati e dell’economia, per almeno due trimestri. 

Ora non c’è più nulla da fare, si può solo sperare che il male arrivi in fretta e in modo tale da far rompere gli indugi altrettanto di corsa alle Banche centrali, evitando bagni di sangue strutturali che vadano a intaccare le due dinamo fondamentali: mercato obbligazionario e trasmissione del credito all’economia reale. Altrimenti, signori, preparatevi al fatto che il biennio 2018-2019 diventi la versione 2.0 di quello 2008-2009 e che l’epilogo più probabile, sul medio termine, sia quello di un ingresso in recessione globale ben anticipato. Magari non sarà la lost decadegiapponese, ma sarà ben peggiore di quello che pensavamo di esserci messi alle spalle, a colpi di bugie e indebitamento allegro: ora tocca pagare il conto, la festa è finita. 

Perché per quanto le Banche centrali possano ancora salvare emergenzialmente la situazione, stavolta le conseguenze saranno differenti. E ben più serie della barzelletta del abbiamo capito la lezione di Lehman che ci hanno spacciato fino a non più tardi della scorsa estate. Ma c’è anche qualche lato positivo in tutto questo, schumpeterianamente parlando. Prendete Carige: in un contesto di mercato normale e in un Paese normale, il mercato avrebbe dovuto festeggiare per la cacciata di un Cda di incapaci conclamati e l’arrivo dei commissari straordinari della Bce. Non fosse altro, perché il mandato statutario di questi ultimi è quello di salvare la banca. E, state certi, lo faranno molto meglio di quanto non siano riusciti a fare Malacalza e soci con le loro danze macabre di aumenti di capitali che il mercato azzerava nel corso di una settimana scarsa di sedute (e ribassi). C’è però un altro risvolto dietro quella vicenda, il quale ha poco a che fare con conti e azioni e molto con il carattere di banca del territorio del giubilato istituto ligure: i commissari avranno poteri assoluti e totali. E non si limiteranno ad aprire armadi e cassetti: staccheranno anche il parquet da terra per vedere e scoprire davvero cosa sia successo, cosa ci sia di sepolto. 

Scheletri in libera uscita, signori miei. Un potenziale brutto colpo per chi in quel territorio, praticamente da sempre, fa politicamente il bello e il cattivo tempo. Non siamo al “modello Siena” emerso con la crisi Mps, ma poco ci manca, temo. E per capire quale sia la portata prospettica e sistemica di quanto potrebbe emergere, ce lo dirà un proxymolto grossolano, ma penso efficace, già in questi giorni: il livello di attenzione che i grandi media garantiranno al caso, se lo “spareranno” o lo “terranno basso”. 

Un terremoto, signori. Potenzialmente ancora più devastante di quello di mercato. Di cui, purtroppo, temo beneficeranno i due fenomeni che l’altro giorno, in diretta dalle piste da sci, promettevano agli italiani di impegnarsi da subito nella risoluzione della nuova priorità del Paese: tagliare lo stipendio dei parlamentari, un’altra bella pagliacciata tutta simbolica e demagogica, a fronte di una nazione che sta andando economicamente e finanziariamente in pezzi, un dato macro dopo l’altro. E, oggi più che mai giova ricordarlo, senza un Presidente dell’Ente di vigilanza dei mercati, la Consob, proprio a causa dei veti incrociati fra Lega e M5S. Massimo della serietà, non c’è che dire. Certo, se la cura Bce salverà la banca e i suoi azionisti/obbligazionisti, risanandola in qualche modo (in primis, tagliando posti di lavoro e sportelli, sappiatelo), Mario Draghi diventerà sempre di più il cavaliere bianco del Paese. 

Il tutto con il principale partito di opposizione che potrebbe pagare pegno al caso Carige, lasciando quindi uno spazio elettorale e di rappresentanza ampiamente scoperto e contendibile. A pochi mesi dalle europee, ma anche dalla fine del mandato dell’attuale governatore della Bce. A quel punto, fate due più due. O, se preferite, unite i proverbiali puntini. Sarà un anno da segnare in rosso, preparatevi. 

SPILLO/ Carige: l’esordio difficile di Enria alla vigilanza Bce

Carige da ieri è sotto il commissariamento della supervisione bancaria unica che fa capo alla Bce, guidata ora dall’italiano Andrea Enria

03.01.2019 – Nicola Berti ilsussidiario.net

Andrea Enria (Lapresse)

Ieri mattina il nuovo capo del Consiglio di supervisione bancaria della Bce, l’italiano Andrea Enria, è entrato in carica firmando il commissariamento dell’italiana Carige. Un esordio difficile: non il primo per il tecnocrate formatosi in Bankitalia. Sette anni fa – era il dicembre 2011 – Enria era stato designato da pochi mesi a capo dell’Eba: l’originaria authority di vigilanza bancaria creata dall’Ue dopo lo scoppio della grande crisi finanziaria (Mario Draghi era in carica come presidente della Bce da appena un mese: aveva vigilato sulle banche italiane nei sei anni precedenti, ma a Francoforte, a fine 2011, non aveva alcun potere sul sistema creditizio). Il debutto operativo dell’Eba fu uno stress test che mise in ginocchio anzitutto il sistema bancario italiano: valutato nelle settimane di picco dello spread, quindi nel momento di massima debolezza delle banche italiane rispetto ai nuovi parametri patrimoniali di vigilanza.

Da UniCredit a Mps alle Popolari: pochi gruppi evitarono pesanti ricapitalizzazioni (risparmiate invece per gran parte agli intermediari francesi e tedeschi). Si ritrovarono invece nella spirale sempre più vorticosa fra gli effetti creditizi della recessione da austerity e i vincoli sempre più pressanti da parte della supervisione europea, che due anni dopo passò sotto la responsabilità diretta della Bce.

Da allora la stabilità del sistema bancario italiano è costantemente peggiorata (non da ultimo in parallelo con la fiducia dell’opinione pubblica italiana nell’Europa delle banche). Carige è solo l’ultimo dissesto a essere certificato in Italia nell’ultimo triennio: dopo Etruria e le altre tre banche regionali “risolte”, la lunga agonia delle Popolari venete e il salvataggio pubblico di Mps. Una crisi conclamata quella della Cassa genovese: il principale responsabile – l’ex presidente Giovanni Berneschi – è stato arrestato la prima volta già nel maggio 2014 e due anni fa è stato condannato a una pesante pena detentiva per svariati reati societari e finanziari.

Ha lasciato una Carige in forte difficoltà, ma non irrecuperabile. Tanto che nel 2015 Vittorio Malacalza, finanziere genovese, scommise sul suo possibile rilancio, diventandone il primo azionista e contando di incassarne profitti finanziari e di potere. L’esito è stato diverso: non da ultimo perché altri finanzieri (come il raider italo-britannico Mincione) avevano messo gli occhi sul rischioso “affare Carige”. È stato così che tra baruffe in consiglio e ricambi di manager (ultimi, da un paio di mesi, il neo-presidente Pietro Modiano e il neo-amministratore delegato Fabio Innocenzi, da ieri commissari), Carige è giunta a un capolinea a questo punto inevitabile. Non una banca “fallita”, ma una banca certamente bisognosa di nuovi capitali.

Malacalza – è cronaca della vigilia di Natale – non poteva reggere l’aumento e ha cercato di guadagnare scampoli di tempo: bloccando l’assemblea e tentando fino all’ultimo una soluzione di mercato. La coincidenza con il cambio della guardia in Bce fra Danièle Nouy ed Enria alla fine può essersi rivelata neutra: i giorni non concessi a Carige nel 2019sono stati quelli (molti di più) garantiti nel 2018, quando il brusco cambio di quadro politico-istituzionale nell’Ue ha messo progressivamente in stand by la vigilanza di Francoforte. Certamente un nuovo capo (italiano) della vigilanza non poteva indugiare: senza dimenticare che il responsabile formale della supervisione nell’eurozona è sempre Draghi, entrato ieri nel suo ultimo anno di presidenza Bce.

E mentre è fuori di dubbio che il commissariamento di Carige sia un nuova sconfitta di Bankitalia, è prevedibile che il caso alimenti in Italia ritorni di fiamma anti-europei. Attorno, ad esempio, a questa domanda: perché Carige è stata alla fine commissariata mentre su Deutsche Bank la Bce (e l’autorità nazionale tedesca Bafin) non hanno mai nulla da accertare o imporre?