Sergio Leone: un trasteverino a Hollywood

NICO SPUNTONI interris.it 3.1.19

Murales che raffigura Sergio Leone e alcuni dei suoi personaggi più celebri

Murales che raffigura Sergio Leone e alcuni dei suoi personaggi più celebriE

Esattamente 90 anni fa veniva alla luce uno dei registi italiani più conosciuti ed amati nel mondo: Sergio Leone. Il cineasta nacque a Roma il 3 gennaio del 1929 e trascorse la sua infanzia nel popolare quartiere di Trastevere, passando le sue giornate di bambino sulla scalinata di viale Glorioso. Nel tredicesimo rione capitolino frequentò le elementari, dove ebbe come compagno di classe Ennio Morricone, colui che sarebbe diventato anni dopo il compositore dei suoi capolavori. Così, una delle collaborazioni più prolifiche ed apprezzate della storia del cinema mondiale maturò inconsapevolmente dietro ai banchi della sezione A delle scuole cristiane “Mastai”. 

Figlio d’arte

Sergio Leone ed il cinema. una questione di dna familiare: sua madre, Bice Waleran, era una nota attrice del cinema muto, suo padre, Vincenzo, fu il regista preferito della diva Francesca Bertini. L’impronta dei genitori nella carriera del grande cineasta romano fu significativa: i due – Vincenzo come regista e Bice come protagonista – girarono nel 1913 “La vampira indiana”, una sorta di protowestern all’italiana. Mezzo secolo dopo, Sergio scelse di dirigere i suoi primi lavori con lo pseudonimo di Bob Robertson, anglofonizzando Roberto Roberti, il nome d’arte del padre. 

Un esordio da Oscar

La sua prima esperienza nel cinema, però, fu davanti e non dietro la macchina da presa: pochi sanno, infatti, che Leone partecipò come comparsa a “Ladri di biciclette”, la pellicola insignita del premio Oscar come miglior film straniero. Nel capolavoro di Vittorio De Sica, il pioniere dello spaghetti-western interpretò uno dei seminaristi che si ripara dal temporale sotto un cornicione. L’esordio dietro alla cinepresa avvenne con “Gli ultimi giorni di Pompei” nel 1959, subentrando in corso d’opera a causa della malattia di Mario Bonnard. Il primo film tutto suo fu invece “Il colosso di Rodi”, appartenente al filone storico-mitologico all’epoca in voga. Ne scaturì un esito al botteghino più che soddisfacente. Ma il successo planetario sarebbe arrivato soltanto tre anni dopo, dopo uno stop dovuto ad un periodo di incertezza professionale. Chiamato da Robert Aldrich a guidare la seconda unità per l’ambizioso “Sodoma e Gomorra“, Leone abbandonò giusto in tempo il progetto per discordanze sul copione, evitando così di incorrere ad inizio carriera in uno dei più clamorosi flop degli anni Sessanta

Lo spaghetti-western

Il successo internazionale arrivò con “Un pugno di dollari”, un’idea nata dalla visione di “La sfida del samurai”, capolavoro di Akira Kurosawa che mischiava stili e toni diversi. Leone inaugurò così la cosiddetta “Trilogia del dollaro“, lanciando la brillantissima carriera di Clint Eastwood. L’attore americano fu protagonista anche delle due successive pellicole; “Per qualche dollaro in più” e “Il buono, il brutto, il cattivo”. Questi tre film consacrarono Leone nell’olimpo del cinema mondiale e segnarono l’avvio di una stagione epocale, quella dello spaghetti-western. Grazie a lui, l’Italia si affermò ad Hollywood. Dal punto di vista tecnico, poi, fu pioniere di uno stile tutto nuovo, contraddistinto dal ricorso a lunghi ed intensi primi piani, grandiosi movimenti di macchina e straordinarie vedute di panorami accompagnate dalle musiche immortali di Morricone

C’era una volta…

Il ’68 fu l’anno di “C’era una volta il West”, epopea del sogno americano. Per la prima ed unica volta nella sua filmografia, il regista trasteverino scelse una protagonista donna: Claudia Cardinale, giovane vedova coraggiosa impegnata a difendere l’eredità del marito dalle grinfie di pericolosi avventurieri. Film atipico e a tratti più politico fu il successivo “Giù la testa”, ambientato durante la rivoluzione messicana del secondo decennio del Novecento. 

L’ultimo capolavoro

Già ai tempi di “Giù la testa”, Leone covava nel cuore e nella mente la realizzazione del film più amato e più ambizioso: “C’era una volta in America”. Un progetto che richiese una lavorazione di più di dieci anni ma che riuscì a trasportare sul grande schermo l’idea di cinema di Leone. Il capolavoro interpretato da Robert De Niro è una storia di amicizia e tradimento che racconta un’America sognata e rimpianta con gli occhi di due giovani gangster. Una pellicola che trasuda nostalgia, elemento centrale della filmografia del cineasta romano. Un film che avrebbe meritato, probabilmente, un’incetta di premi Oscar e che, invece, dopo il successo di critica e di pubblico in Europa, i produttori americani tagliarono in maniera scriteriata, pregiudicandogli la meritata gloria che solo il tempo e l’amore dei cinefili sono riusciti poi a restituirgli. Presentato al Festival di Cannes nel 1984, “C’era una volta in America” fu salutato con venti minuti di applausi dalla Croisette, un record rimasto intaccato. 

Il sogno incompiuto

Purtroppo, il sorriso enigmatico del personaggio di Noodles – interpretato da uno straordinario Robert De Niro – è l’ultima immagine che abbiamo del cinema di Sergio Leone: stroncato da un attacco di cuore, il cineasta morì prematuramente nel 1989, non riuscendo a realizzare quel film sull’assedio di Stalingrado a cui pensava da tempo. Quest’ultimo progetto, che avrebbe dovuto avere Robert De Niro ancora una volta protagonista, resta uno dei più grandi rimpianti per gli amanti del cinema di tutto il mondo.