SPY FINANZA/ Mercati, Carige e politica: le emergenze scattate per l’Italia

Fed e Pboc potrebbero causare un disastro sui mercati. Un bel guaio per l’Italia già alle prese con situazioni difficili, come dimostra Carige

03.01.2019 – Mauro Bottarelli ilsussidiario.net

Lapresse

Pensavo di averle sentite tutte in vita mia, ma ormai la situazione è talmente fuori controllo che vale tutto, anche i deliri. Già, perché a parziale giustificazione dei crolli dei mercati azionari europei di ieri mattina, la presunta esperta di economia di SkyTg24 ha scomodato la fine del Qe. Dunque, fatemi capire: per mesi mi hanno dato del paranoico illuso, proprio perché pensavo che il Qe non sarebbe affatto finito sic et simpliciter come veniva spacciato dalla grande stampa, tanto che la motivazione più generalmente accettata era proprio quella che vedeva i mercati averne già prezzato la chiusura. Scusate, se avevano già prezzato con ampio anticipo la fine dello stimolo, perché avrebbero dovuto patirne l’arrivo ufficiale il 2 gennaio? Se so che mi bocciano, per certo, non mi lascio andare a scenate isteriche o crisi di pianto davanti ai tabelloni dei risultati: lo so, punto. 

Il problema è che non solo il Qe non è finito, come l’indicazione di tassi a zero almeno fino all’autunno e il reinvestimento in toto dei titoli in detenzione alla Bce lasciano intendere chiaramente, ma che l’ondata di crisi è ben lungi dall’essersi infranta contro lo scoglio della narrativa beota ufficiale: siamo solo all’inizio, all’aperitivo. Massimo, all’antipasto. Certo, poi si starà meglio perché le Banche centrali, Bce e Fed in testa, avranno l’alibi perfetto per rompere i residui indugi e rimettersi al timone di un mondo alla deriva, ma, come recita il detto di Wall Street, prima di stare bene occorre stare peggio.

Brutto risvegliarsi dai bei sogni, lo so. Io però vi avevo messo in guardia con debito anticipo, bastava guardare gli andamenti macro reali per capire che stavamo vivendo nel mondo degli unicorni. Ormai è tutto sconnesso, si passa da rimbalzoni del +4% a crolli generalizzati nell’arco di poche ore, spesso addirittura intraday. Basta un niente per innescare dinamiche sottotraccia al grande pubblico, che però sono sufficienti a mandare tutto fuori giri: basta un minimo rialzo del rendimento dei Treasury, una lettura macro più stonata di quanto ci si attendesse e si passa direttamente dal purgatorio all’inferno. 

A zavorrare il mondo, a livello di mercati, tra fine anno e prima seduta del 2019 ci ha pensato, principalmente, l’indicatore più temuto: il dato manifatturiero cinese a dicembre è sceso a 49,4 da 50,0 di novembre, come ci mostra questo grafico. Contrazione ufficiale e lettura peggiore dal dicembre 2008. Bell’annata quella, ve la ricordate?

E a spaventare tutti non è quello 0,6% in sé e nemmeno l’aver varcato al ribasso il Rubicone psicologico della quota che divide espansione e contrazione economica, bensì il fatto che si cominci a temere una strategia politicamente suicida di Pechino. Ovvero, in ossequio al motto bad news are good news, finora ogni dato macro negativo o in calo che provenisse dalla Cina era salutato quasi come benedetto, poiché sanciva un nuovo fallimento della politica di contrazione monetaria della Pboc e potenzialmente spianava, passo dopo passo, la strada a un nuovo stimolo. Di fatto, la riattivazione del bancomat globale, l’impulso creditizio cinese. Ora, però, si teme che Pechino, vista la situazione di Wall Street e l’inasprirsi del conflitto fra Casa Bianca e Fed sul rialzo dei tassi, con lo scontro sullo shutdown sullo sfondo, voglia davvero giocare al chicken game e vedere chi si lancia dall’auto per primo, sicuro che sarà Jerome Powell a capitolare sotto i tweets di Donald Trump e i tonfi ormai sistematici degli indici statunitensi. 

Cosa teme quindi il mercato? Che così facendo, entrambe le automobili simbolicamente in gara frenino troppo tardi e finiscano tutte e due nel burrone. Trascinandosi ovviamente dietro il mondo, visto che Wall Street pesa quasi per il 65% dell’indice Msci Global. E un’indiretta conferma di questo rischio è arrivata dal discorso tenuto il 1 gennaio da Xi Jinping, in occasione del 40mo anniversario delle rinnovate relazioni con Taiwan, durante il quale il plenipotenziario ha letteralmente minacciato l’Isola riguardo il possibile utilizzo della forza, se non acconsentisse a una “pacifica riunificazione” e sottolineando come «la risoluzione della questione di Taiwan rappresenta oggi come mai una priorità». Insomma, una bella cortina fumogena a uso interno per distogliere l’attenzione dal rallentamento economico pare pronta all’uso anche in Asia. 

Ecco la paura reale, il risiko che da regionale è divenuto un’altra volta mondiale e strettamente interconnesso a ogni stormir di fronda. A confermarlo ulteriormente, tre proxies di crisi sono scattati fra fine anno e ieri. Primo, il tasso repo relativo al collaterale generale – di fatto il costo della vita stessa dei trades, derivati in testa – è salito al massimo dal 2001, a un passo dei 400 punti base superiore all’attuale tasso di riferimento della Fed. Per capirci, le cosiddette “pressioni sul finanziamento” oggi, stando le dinamiche di mercato innescate dal rialzo della Banca centrale Usa, dovrebbero essere di circa 50 punti base: sono a 350. Cosa teme il mercato? Che il rituale crollo della liquidità di fine anno non sia limitato a questo periodo, ma sia un problema ormai conclamato e strutturale. 

Secondo, la curva dei tassi sulle scadenze a 1 e 2 anni del Treasury Usa è andata in inversione massima (10,8 punti base), addirittura superiore al precedente record dell’infausto ottobre 2008. Terzo, è letteralmente crollato l’export sudcoreano (-1,2% a dicembre contro le attese di un +2,5%), da sempre il riferimento preferito da Goldman Sachs per definire lo stato di salute dell’economia globale, più delle vendite di Caterpillar o del Baltic Dry Index. Tutto qui, mi spiace ma non ho molto altro da dirvi. Perché mi limiterei a ripetervi per l’ennesima volta quanto ho ripetuto, sbeffeggiato dai grandi conoscitori dei mercati e dell’economia, per almeno due trimestri. 

Ora non c’è più nulla da fare, si può solo sperare che il male arrivi in fretta e in modo tale da far rompere gli indugi altrettanto di corsa alle Banche centrali, evitando bagni di sangue strutturali che vadano a intaccare le due dinamo fondamentali: mercato obbligazionario e trasmissione del credito all’economia reale. Altrimenti, signori, preparatevi al fatto che il biennio 2018-2019 diventi la versione 2.0 di quello 2008-2009 e che l’epilogo più probabile, sul medio termine, sia quello di un ingresso in recessione globale ben anticipato. Magari non sarà la lost decadegiapponese, ma sarà ben peggiore di quello che pensavamo di esserci messi alle spalle, a colpi di bugie e indebitamento allegro: ora tocca pagare il conto, la festa è finita. 

Perché per quanto le Banche centrali possano ancora salvare emergenzialmente la situazione, stavolta le conseguenze saranno differenti. E ben più serie della barzelletta del abbiamo capito la lezione di Lehman che ci hanno spacciato fino a non più tardi della scorsa estate. Ma c’è anche qualche lato positivo in tutto questo, schumpeterianamente parlando. Prendete Carige: in un contesto di mercato normale e in un Paese normale, il mercato avrebbe dovuto festeggiare per la cacciata di un Cda di incapaci conclamati e l’arrivo dei commissari straordinari della Bce. Non fosse altro, perché il mandato statutario di questi ultimi è quello di salvare la banca. E, state certi, lo faranno molto meglio di quanto non siano riusciti a fare Malacalza e soci con le loro danze macabre di aumenti di capitali che il mercato azzerava nel corso di una settimana scarsa di sedute (e ribassi). C’è però un altro risvolto dietro quella vicenda, il quale ha poco a che fare con conti e azioni e molto con il carattere di banca del territorio del giubilato istituto ligure: i commissari avranno poteri assoluti e totali. E non si limiteranno ad aprire armadi e cassetti: staccheranno anche il parquet da terra per vedere e scoprire davvero cosa sia successo, cosa ci sia di sepolto. 

Scheletri in libera uscita, signori miei. Un potenziale brutto colpo per chi in quel territorio, praticamente da sempre, fa politicamente il bello e il cattivo tempo. Non siamo al “modello Siena” emerso con la crisi Mps, ma poco ci manca, temo. E per capire quale sia la portata prospettica e sistemica di quanto potrebbe emergere, ce lo dirà un proxymolto grossolano, ma penso efficace, già in questi giorni: il livello di attenzione che i grandi media garantiranno al caso, se lo “spareranno” o lo “terranno basso”. 

Un terremoto, signori. Potenzialmente ancora più devastante di quello di mercato. Di cui, purtroppo, temo beneficeranno i due fenomeni che l’altro giorno, in diretta dalle piste da sci, promettevano agli italiani di impegnarsi da subito nella risoluzione della nuova priorità del Paese: tagliare lo stipendio dei parlamentari, un’altra bella pagliacciata tutta simbolica e demagogica, a fronte di una nazione che sta andando economicamente e finanziariamente in pezzi, un dato macro dopo l’altro. E, oggi più che mai giova ricordarlo, senza un Presidente dell’Ente di vigilanza dei mercati, la Consob, proprio a causa dei veti incrociati fra Lega e M5S. Massimo della serietà, non c’è che dire. Certo, se la cura Bce salverà la banca e i suoi azionisti/obbligazionisti, risanandola in qualche modo (in primis, tagliando posti di lavoro e sportelli, sappiatelo), Mario Draghi diventerà sempre di più il cavaliere bianco del Paese. 

Il tutto con il principale partito di opposizione che potrebbe pagare pegno al caso Carige, lasciando quindi uno spazio elettorale e di rappresentanza ampiamente scoperto e contendibile. A pochi mesi dalle europee, ma anche dalla fine del mandato dell’attuale governatore della Bce. A quel punto, fate due più due. O, se preferite, unite i proverbiali puntini. Sarà un anno da segnare in rosso, preparatevi.