Quanto è reale il rischio di una nuova recessione?

di Forbes.it 6.1.19

Disoccupati ai tempi della Grande Depressione (Shutterstock)

L’ultimo in ordine di tempo a citarla è stato ieri il presidente di ConfindustriaVincenzo Boccia. L’ultimo a usare la parola recessione, dicendo di temere che possa verificarsi in Italia nel 2020.

I mercati finanziari invece anticipano un rallentamento economico già da settimane. E non a caso gli indici di Borsa degli Stati Uniti, comunque ancora l’economia guida a livello mondiale, nel 2018 hanno registrato il loro peggior mese di dicembre dal 1931, roba da Grande Depressionequindi. L’ultimo sondaggio effettuato da BofA Merrill Lynch lo scorso dicembre ha decretato che gli investitori non sono mai stati così pessimisti da 10 anni a questa parte: il 53% di loro (che insieme gestiscono quasi 700 miliardi di dollari per conto dei loro clienti), si aspetta una frenata dell’economia.

Eppure proprio venerdì scorso si è saputo che in dicembre l’economia Usa ha creato 312mila posti di lavoro e che il 2018 è stato il terzo miglior anno per l’occupazione da inizio secolo.

Allora cosa non va come dovrebbe?

  • L’impatto della guerra dei dazi si sta manifestando in un’economia sempre più interconnessa. Si stima che le esportazioni contino per circa il 30% del Pil mondiale. Ci perdono gli Stati Uniti e anche la Cina. Non a caso il 2018 è stato il peggior anno dal 2008 per la Borsa di Shanghai.
  • Per convenzione si ha una recessione quando si registrano due trimestri consecutivi di contrazione del prodotto interno lordo e negli Usa il Pil aumenta da 11 anni di seguito, uno dei cicli più lunghi di sempre.
  • Il rialzo dei tassi previsto a livello globale può contribuire al rallentamento. Il governatore della Federal Reserve, Jerome Powell, venerdì ha promesso flessibilità nel caso le condizioni dell’economia lo richiedano (una parziale retromarcia dopo avere alzato i tassi lo scorso 19 dicembre).

Si tratta naturalmente solo di indizi, poiché prevedere una recessione è esercizio che difficilmente riesce persino a economisti e addetti ai lavori. La Fed di St. Louis però ha provato a fornire un breve elenco di indicatori segnaletici per l’avvio di una recessione:

1 – Un forte aumento del prezzo del petrolio ha preceduto tutte le recessioni negli Stati Uniti dalla Seconda guerra mondiale in poi.

Il prezzo del greggio Wti è sceso a 48 dollari dagli oltre 70 a cui si trovava a settembre. Tutto bene allora? Non proprio perché l’altra faccia della medaglia è quella che mostrano coloro che dicono che la discesa dei prezzi potrebbe segnalare la previsione di una minore domanda per via di una minore attività economica.

2 – I prezzi degli asset si gonfiano nei mesi precedenti una recessione

La fase attraversata dai mercati finanziari tra il 2015 e il 2018 è stato definita dall’Economist “The bull market in everything”: tutte le asset class, non solo le azioni, sono cresciute di valore beneficiando di ingenti flussi di liquidità in cerca di allocazione.

3 – L’inversione della curva dei tassi d’interesse, con tassi di mercato più alti per i titoli di breve termine rispetto a quelli con più lunga scadenza.

Una parziale alterazione della tipica struttura della curva dei tassi si è verificata negli Stati Uniti il mese scorso quando il rendimento dei Treasury (i titoli di Stato Usa) a cinque anni è sceso al di sotto di quelli dei titoli a 2 e 3 anni.

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