PER DIFENDERE LA VERITA’ UN GIORNALISTA ATTACCA IL PROPRIO GIORNALE. IL CASO CORRIERE DELLA SERA

  scenari economici.it 7.1.19

Se un giornalista deve attaccare il proprio quotidiano ed il proprio direttore per difendere la verità, vuol dire che siamo alla frutta, eppure sta accadendo anche questo in quello che era il più glorioso quotidiano italiano: il Corriere della Sera.

Il corrispondente da Bruxelles, proprio quello che dovrebbe occuparsi delle trattative europee, ha messo il luce in una lettera alla Redazione, pubblicata da SENZABAVAGLIO, la situazione di oggettiva distorsione della verità che si vive in quel giornale. Il coraggioso giornalista, forse ex giornalista a questo punto, Ivo Caizzi, si rivolge in modo secco e puntuale al direttore Fontana e vi proponiamo uno stralcio della sue parole:

 

“Inizio dall’1 novembre scorso, quando Fontana apriva il giornale titolando in prima pagina su una “procedura d’infrazione” Ue contro l’Italia (foto 1) inesistente, oltre che tecnicamente impossibile, in quella data. In trenta anni non ricordo un’altra “notizia che non c’è” simile in quella collocazione sul Corriere. Anche perché Fontana potrebbe aver dato il massimo risalto possibile a quello “scoop” pur sapendo che non si era mai arrivati nemmeno alla fase iniziale della proposta tecnica dei commissari Ue. Aggiungeva, infatti, in piccolo in prima: “a meno di cambiamenti di rotta sostanziali”. In pratica si strilla nel titolo “L’ITALIA PERDERA’” e si infila tra le righe “se non vince o pareggia”. In questo modo si potrebbero fare “scoop” simili in serie: “IL PREMIER CADRA’, se non resterà in sella”, “L’IMPUTATO SARA’ CONDANNATO, se non verrà assolto”, “QUEL PRETE SARA’ BEATIFICATO, se non è un pedofilo”, “TIZIO MORIRA’, se non vivrà”. “

Ora noi sappiamo che la procedure di infrazione non c’è stata. Del resto l’urogruppo aveva subito dato mandato per una trattativa con l’Italia e lo stesso Juncker aveva detto: “Trattare Trattare Trattare”. Quindi con  Eurogruppo e Commissione pro accordo, da discutere, comunque sembrava tutto risolto, o avviato alla risoluzione, eppure….. . Riprendiamo la lettera del giornalista:

 

“Ma Fontana, lo stesso 7 novembre, faceva pubblicare – con risalto e ampio spazio – un retroscena che iniziava con una incredibile smentita del pezzo della pagina precedente e degli altri due del Corriere già usciti sulla trattativa in corso perché le notizie non sarebbero esistite nell’Eurogruppo e nell’Ecofin (nonostante le conferme dei due presidenti).

Lo so, sembra incredibile. Ma leggete la foto 5: “Gli incontri dei ministri finanziari di questi giorni a Bruxelles hanno prodotto il risultato previsto e non ciò che, al contrario, NON E’ MAI NEPPURE STATO IN DISCUSSIONE. Non c’è stato nessun passo verso un compromesso fra la Commissione europea e l’Italia, né alcun vero negoziato. Al contrario, dall’Eurogruppo e dall’Ecofin è emerso solamente il sostegno di 18 Paesi dell’area euro e di tutti gli altri esterni alla moneta unica per la posizione della Commissione contro il bilancio del governo di Giuseppe Conte”.”

Incredibile, con un giornalista che gli scrive i fatti, pensiamo con fatica di raccogliere le informazioni dalle fonti dirette, il diretto pubblica una sorta di smentita del giornalista stesso. Perchè lo ha fatto, di quali fonti dirette disponeva ? Oppure ha fatto un proprio “Wishful thinking” facendo diventare la speranza di rottura una notizia. 

Caizzi giustamente chiama a rispondere il direttore Fontana, ma riteniamo che saranno gli stessi lettori, presi in giro, a chiamarlo a rapporto, semplicemente non comprando più il giornale. Del resto pare che il Corrierone sia sceso a 120 mila copie, cartacee e digitali, venute (per fare un paragone S.E. fa  tra i 15 ed i 20 mila singoli visitatori), per cui, a furia di compiacere i poteri forti, si va verso l’estinzione.

Comunque complimenti a Ivo Caizzi, che, per lo meno, sa ancora fare il suo lavoro.

Non ha subito perdite nel 2018: che cretino! Fa rabbia al Sole 24 Ore chi difende i propri risparmi.

6 Gennaio 2019 :: Beppe Scienza ilrisparmiotradito.it

Il 2018 si è chiuso con rendimenti nominali negativi per quasi tutte le alternative d’investimento. Fra i pochi rimasti indenni, chi ha tenuto i soldi su “depositi bancari”: conti correnti, conti deposito, libretti ecc. Marco lo Conte li accusa di “scelte subottimali”“bassa alfabetizzazione finanziaria”.

Dovevano anch’essi rimetterci in termini nominali e quindi ancor più in termini reali con “altri asset a maggio rischio”. Così, per far piacere a lui.

La conferma che la c.d. educazione finanziaria è finalizzata a danneggiare i risparmiatori, cioè a farli smettere di difendersi con il fai-da-te.

Che poi “i due terzi di quanto lo Stato paga in termini di interessi sul debito, circa 65 miliardi di euro […] derivino dalla scarsa educazione finanziaria” è affermazione priva di qualunque fondamento.

Sole 24 Ore, Plus24, 29-12-2018 p. 8

Carige, verso il primo “bail-out del popolo”

Angelo Baglioni lavoce.info 7.1.19

Il commissariamento di Carige mette una pezza alla situazione di grave crisi della banca. Ma se ciò non bastasse, dovrà intervenire il governo, eventualmente utilizzando denaro pubblico. Con quale strategia? Nessuno, per ora, lo sa.

La crisi e le prospettive di Carige

L’anno nuovo si è aperto col botto sul fronte bancario. Con una decisione senza precedenti, la Banca centrale europea ha deciso di “commissariare” l’italiana Carige, sostituendo il consiglio di amministrazione (peraltro largamente dimissionario) con tre commissari straordinari e un comitato di sorveglianza, nominati dalla stessa Bce. La finalità del provvedimento è quella di “assicurare che la banca ripristini il rispetto dei requisiti patrimoniali in modo sostenibile” (si veda il comunicato della Bce). Carige è una banca che ha “bruciato” diversi aumenti di capitale: “fra il 2014 e il 2017 Carige ha già avuto ricapitalizzazioni per 2,7 miliardi, mentre oggi la sua capitalizzazione in borsa non supera i 100 milioni” (si veda l’articolo di Rony Hamaui). L’ultimo aumento di capitale per 400 milioni era stato proposto il mese scorso dal Consiglio di amministrazione fresco di nomina, ma respinto dalla assemblea degli azionisti alla vigilia di Natale. Nel frattempo, il rispetto dei requisiti patrimoniali imposti dalla Bce (per il 2018) è stato affidato all’emissione di un bond subordinato, convertibile in azioni, sottoscritto interamente (per 320 milioni) dal “braccio volontario” del Fondo interbancario per la tutela dei depositi (Fitd), cioè dalle altre banche italiane, che si sono tassate per evitare guai peggiori.

Quali sono adesso le prospettive di Carige? È prevedibile che i commissari straordinari cerchino in primo luogo di portare a termine l’aumento di capitale, andato in fumo prima di Natale, eventualmente anche grazie alla conversione del bond subordinato in azioni. Tuttavia, non è affatto detto che ciò sia sufficiente ad assicurare la stabilità della banca in un orizzonte temporale più lungo, tenendo conto delle perdite che continua ad accumulare. Sembra evidente che una soluzione più drastica vada trovata. L’opzione sul tappeto, caldeggiata anche dalla Bce, è la ricerca di un’altra banca disposta ad acquistare Carige. Ma a supporto dell’operazione potrebbe rendersi necessaria una iniezione di denaro pubblico, come è già avvenuto per le due banche venete: Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, il cui acquisto da parte di Intesa Sanpaolo è avvenuto grazie al fatto che il Tesoro ha staccato a favore dell’acquirente un assegno di 5 miliardi (si veda qui per una ricostruzione di questo e di altri salvataggi bancari nostrani). L’ipotesi di una fusione con il Monte dei Paschi di Siena, circolata nei giorni scorsi e attribuita a fonti governative, sembra assai strampalata: sia perché Mps è a sua volta impegnato in una difficile fase di risanamento, sia perché avrebbe ben poche possibilità di essere approvata dalla Commissione europea. Più realistica sembra la strada di cedere buona parte dei crediti deteriorati alla Sga, Società di gestione degli attivi di proprietà del Tesoro, già impegnata in una operazione di questo tipo per le due banche venete.

Per ora non ci sarà bail-in

Alcuni depositanti e obbligazionisti di Carige si staranno chiedendo se il commissariamento della banca preluda a una forma di bail-in. La risposta è: per ora no, ma in futuro ciò potrebbe avvenire. Secondo la direttiva europea Bank Recovery and Resolution Directive (Brrd), il commissariamento fa parte di quelle misure di intervento tempestivo (“early intervention”) volte a evitare la procedura di risoluzione, che a sua volta può comportare il bail-in di alcuni strumenti finanziari emessi dalla banca, secondo il noto ordine: azioni, obbligazioni subordinate, obbligazioni ordinarie, depositi (oltre i 100 mila euro). Il punto è che, se i commissari non dovessero riuscire nel loro intento, la Bce sarebbe prima o poi costretta a dichiarare la banca “failing or likely to fail” (“in dissesto o a rischio dissesto”), passando la palla al Single Resolution Board (Srb). Questo, a sua volta, potrebbe decidere di avviare la risoluzione, qualora ritenga che ciò sia nell’interesse pubblico, oppure rimandare la gestione della crisi alla procedura nazionale. In quest’ultimo caso, si aprirebbe la strada della liquidazione, che potrebbe avvenire salvando gli sportelli della banca (che verrebbero ceduti a un’altra banca, sul modello dei due istituti veneti) e imponendo costi agli azionisti e obbligazionisti subordinati, in omaggio al principio europeo del burden-sharing (condivisione degli oneri).

Finora, la gestione della crisi di Carige è rimasta nelle mani delle autorità di vigilanza (Bce e Banca d’Italia) e il costo del salvataggio è stato confinato all’interno del sistema bancario, con l’intervento del Fitd. Tuttavia, se quanto fatto finora dovesse rivelarsi insufficiente, il governo italiano dovrà entrare nella partita, come è stato per gli altri casi di crisi recenti, e prepararsi a versare denaro pubblico per evitare il fallimento vero e proprio di Carige. Sarà bene che agisca tempestivamente e secondo una strategia precisa. Non sarà facile per una maggioranza governativa che ha fatto degli anatemi contro i poteri forti della finanza una delle sue bandiere populiste. Se il governo procedesse con l’improvvisazione e le contraddizioni che lo hanno caratterizzato finora, sarebbero guai seri: la fuga dei depositanti sarebbe un esito assai probabile, e la crisi della banca potrebbe precipitare rapidamente.

Carige, Popolare Vicenza, Veneto Banca e non solo. Tutto quello che non vi hanno detto sulle banche dissestate

Giuseppe Liturri startmag.it 7.1.19

L’analisi di Giuseppe Liturri sul caso Carige. I dossier Npl, il ruolo della Bce e non solo

Il 2 gennaio, la Vigilanza Bce è entrata a piedi uniti imponendo una svolta nella vicenda Carige.

Quasi un atto obbligato, considerando che se un amministratore propone un aumento di capitale e l’azionista glielo boccia, è normale che il primo si dimetta e che, non trattandosi di una qualsiasi srl di provincia ma di una banca significativa, la Vigilanza intervenga con gli strumenti disponibili per assicurare il governo aziendale, nominando dei commissari.

Ma come si è giunti fin qui? Come è possibile che un azionista non dia seguito ad una proposta avanzata da amministratori da lui stesso nominati?

Bisogna necessariamente fare qualche passo indietro e tornare almeno a quel fine settimana di novembre 2015, quando furono poste in risoluzione 4 banche di medio-piccola dimensione (Banca Etruria, Banca Marche, CariChieti e CariFerrara), i cui depositi erano pari solo al 1% circa del mercato nazionale.

Il semestre successivo vide un crollo dell’indice bancario di Borsa di circa il 60% ed il concretizzarsi di altre crisi bancarie. A gennaio 2017, 3 delle 4 banche avviate in risoluzione a novembre 2015, furono cedute alla simbolica cifra di 1€ ad Ubi Banca, dopo averle adeguatamente ripulite dalle sofferenze e con un consistente apporto di capitale del Fondo di Risoluzione. Nel frattempo, a fine 2016, esplodeva la crisi della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca, il Fondo Atlante (il nome evidentemente non è bastato…) raccoglieva capitale che veniva rapidamente azzerato dalle perdite dei due istituti che finivano in liquidazione coatta amministrativa nel giugno 2017 con Intesa Sanpaolo che acquistava il ramo d’azienda sano, al solito simbolico 1€ oltre a qualche miliardo di provvidenze pubbliche ed alla protezione contro cause intentate da creditori ed azionisti delle banche liquidate. A tali vicende si sovrapponeva quella della banca Monte dei Paschi di Siena, definita a gennaio 2016 da Renzi “un buon affare”, lasciata errabonda per tutto il 2016 alla ricerca di un fantomatico investitore (Jp Morgan, fondo del Qatar…) per l’aumento di capitale, salvo poi prendere atto del fatto che fosse appunto un fantasma e ricorrere alla ricapitalizzazione precauzionale da parte dello Stato ad inizio 2017.

Sette banche in circa 2 anni, un fatto senza precedenti nel nostro Paese, con un suicidio, migliaia di azionisti ed obbligazionisti per strada, vittime di misselling da parte degli istituti finiti in dissesto e valori di Borsa del settore in discesa verticale. Probabilmente l’inizio della fine delle fortune politiche di Renzi ma anche Padoan ne usciva piuttosto malconcio.

Le vicende elencate sono piuttosto diverse l’una dall’altra, per dimensione dei soggetti coinvolti, presenza di più o meno diffusa di mala gestio, quotazione in Borsa di alcuni ed altri specifici aspetti. Ma tutti hanno un minimo comune denominatore: la presenza di  ingenti crediti in sofferenza (Npl, Non Performing Loans), la loro valutazione, gli accantonamenti e le conseguenti perdite.

Qui entra in campo la Vigilanza Bce che, da fine 2014, è subentrata agli organismi nazionali nella supervisione di oltre cento istituti significativi (quelli con oltre €30 miliardi di attivo). Sin da subito il suo obiettivo è stato quello della eliminazione, a qualsiasi costo, degli Npl dai bilanci bancari. A nulla rileva il fatto che Bankitalia abbia più volte evidenziato i danni prodotti ai bilanci bancari da tali dismissioni a tappe forzate e le sue perplessità sulla effettiva necessità di ridurre così in fretta gli Npl.

Niente da fare, la Signora Nouy è stata irremovibile. Vendere tutto ed in fretta. Giammai farsi sfiorare dal dubbio che entrare in Italia con regole uniformi per tutti senza tenere conto della specificità di un Paese investito dalla recessione più grave dal dopoguerra, sarebbe equivalso all’ingresso di un elefante in una cristalleria. Con il prevedibile risultato di produrre sacrificio della marginalità delle banche, eccellenti ritorni sugli investimenti a favore di pochi investitori internazionali e crollo della capitalizzazione delle nostre banche a quel punto cotte a puntino per finire in pasto, per il solito simbolico 1€, ad altre banche italiane o straniere.

La montagna di €360 miliardi di crediti deteriorati (di cui oltre 200 di sofferenze) si è così drasticamente ridotta e, solo tra 2017 e 2018, sono stati ceduti Npl per €164 miliardi. I prezzi di cessione nel 2017 sono stati pari al 26,2% per crediti assistiti da garanzie reali e 9,9% per crediti senza garanzie che, se confrontati con il tasso di recupero delle banche per posizioni non cedute, pari al 44%, mostrano quanto grande sia stato il sacrificio imposto al nostro Sistema. Una impressionante forbice di quasi 20 punti che è stata trasferita dai bilanci delle banche a quelli di un manipolo di grandi operatori specializzati.

Banca Carige è stata investita in pieno da questa devastante politica. Cessioni, accantonamenti e conseguenti aumenti di capitale come se non ci fosse un domani. Non sono bastati ben 3 aumenti di capitale per circa 2,2 miliardi dal 2014, di cui l’ultimo appena un anno fa, per soddisfare i criteri stabiliti dalla Bce. Emergono sempre nuovi accantonamenti e svalutazioni da fare. A fine 2018, si è reso necessario emettere un bond interamente sottoscritto dallo Schema Volontario del Fondo Interbancario per soddisfare le richieste della Bce per tale esercizio. Quel bond era destinato ad essere rimborsato con l’aumento di capitale la cui mancata esecuzione ha aperto il casus belli.

A questo punto, l’azionista di riferimento ha giustamente puntato i piedi, chiedendo di capire quali fossero i programmi ed i numeri per il 2019, prima di mettere nuovamente mano al portafoglio (e magari ritrovarsi con nuove perdite e nuove richieste di capitale per il 2019) e la Vigilanza Bce non gli ha lasciato scampo, prendendo di fatto il controllo della banca.

In questo contesto, l’intervista ad Ignazio Angeloni di sabato 5 gennaio sul Sole 24 Ore giunge come esplicita conferma delle politiche perseguite, noncuranti dei rilevanti danni collaterali.

In apertura, a proposito di Carige Angeloni, membro del Consiglio di vigilanza del Meccanismo di Vigilanza Unica e rappresentante della Bce nel Meccanismo di risoluzione (Single resolution board), ha affermato che “…La Bce ha suggerito in passato di considerare la possibilità di aggregazione con un altro istituto, per sfruttare sinergie e diversificare meglio i rischi. Spetta agli amministratori e agli azionisti scegliere la via più opportuna nell’ambito del percorso di risanamento…”. Sì, aggregazioni, avete letto bene. Proprio quelle che la Vigilanza Bankitalia favoriva con la famosa ‘moral suasion’ e che aveva vissuto i suoi ultimi fasti con le vicende del ‘bacio mai dato’ (cit. De Andrè) al Governatore Fazio, Fiorani ed i ‘furbetti del quartierino’.

Quindi, lungi dall’avere nostalgie per metodi poco trasparenti che sono finiti sotto la lente dei magistrati, si deve prendere atto che, dopo oltre 10 anni, gli strumenti sono sempre quelli, con l’unica ma fondamentale differenza che la banca ‘nubenda’ in genere si presenta al matrimonio più tardi del solito, dopo aver passato alcuni mesi per strada (il Mercato!) per essere preventivamente spogliata di ogni avere e senza alternative di sorta (‘ci ammazzano tutti’ del presidente Modiano passerà alla storia).

Angeloni prosegue dicendo che “…N ella vigilanza Bce abbiamo sempre monitorato con attenzione i rischi di mercato (inclusi quelli insiti in strumenti finanziari complessi e non negoziabili), … La nuova fase ciclica potrebbe rendere i fattori di rischio più rilevanti, e favorire fenomeni di contagio che le condizioni di abbondante liquidità degli ultimi tempi avevano scoraggiato…”.

Suona come un, invero poco scaramantico, mettere le mani avanti per non cadere indietro. È una di quelle affermazioni che converrà tenere da parte quando esploderanno i problemi di qualche banca francese o tedesca, imbottiti di strumenti finanziari complessi e non negoziabili. All’improvviso scopriremo che la valutazione di quegli strumenti è caratterizzata da discrezionalità, modelli interni ed autovalutazione.

Poi pone firma e timbro della Vigilanza sulla dismissione a tappe forzate degli Npl, dimenticando forse che, proprio a causa di quelle vendite, la capitalizzazione delle banche italiane è nettamente al di sotto dei valori di fine 2015.

“…Le banche italiane hanno ridotto i crediti deteriorati (NPLs) e hanno aumentato gli accantonamenti a copertura di essi, seguendo le indicazioni della vigilanza europea e dei regolatori. Grazie a questo stanno riconquistando parte della fiducia dei mercati che avevano perso… A volte in Italia si parla di una prevenzione della vigilanza contro le banche italiane. È vero il contrario: specie ultimamente negli ambienti della vigilanza europea c’è apprezzamento per il percorso di risanamento che esse stanno facendo…”.

Se la Bce apprezza e brinda, lo stesso non può dirsi degli azionisti ed obbligazionisti, specie subordinati. Sarebbe proprio il caso di dire ‘confessio regina probationum’ e chiedersi se possa esistere una terza via, intermedia tra le pratiche del passato, poco trasparenti e di dubbia liceità, ed una vendita forzosa di attivi, seguita da aggregazioni (o meglio annessioni) che lasciano solo macerie per gli azionisti e lauti profitti per pochi compratori. Il tutto all’insegna del ‘ce lo chiede l’Europa’.

Il signor dietrofront

7 Gennaio 2019 di: Luciano Scateni lavocedellevoci.it

Sono partiti con un promettente avanti-march i 5Stelle e il più lesto a sposare il passo svelto è stato Luigino Di Maio, che Grillo ha eletto leader dei 5Stelle per la sua modestia, condizione preliminare per continuare a menare la danza dall’esterno senza doversi confrontare con un soggetto tosto. La “vulnerabilità” del vice premier pentastellato, indotto dal “ce l’aveva duro” Salvini a innestare ripetutamente la marcia indietro, ispira il nuovo attributo con cui di qui in poi, lo citeremo: Di Maio sarà il signor “Dietrofront”. L’ultimo suo exploit è il via libera alle trivellazioni in oltre duemila chilometri nel mar Ionio, che fa esplodere una nuova contraddizione della sua personalità dissociata. Da capo del movimento si è opposto alle trivellazioni di un’azienda americana, come ministro firma l’autorizzazione e per placare l’incazzatura dei grullini pugliesi dichiara che la decisione di cercare il petrolio lungo le coste pugliesi si deve al governo precedente. Omette di dire che sarebbe bastato un decreto legge per fermare le trivellazioni.

L’ondivago ministro della salute, che solo per caso si chiama Grillo come il comico genovese, una ne fa dieci ne pensa. Nota per aver tollerato la discrezionalità nel vaccinare i bambini, ha esternato di aver vaccinato la sua prole. Ora è stata scoperta come mandante di un’indagine che plagia iniziative analoghe del fascismo. Ha sguinzagliato i suoi 007, spulciato i curricula dei 30 membri del Consiglio Superiore della sanità e li ha licenziati. Avesse potuto, avrebbe limitato l’epurazione a sei componenti, ma avrebbe rivelato clamorosamente il perché politico dell’inchiesta. L’indagine, tipo gestapo, non intendeva accertare la loro qualità scientifica, ma simpatie politiche estranee al governo gialloverde. Epurato tra gli altri il famoso farmacologo Garattini. La Grillo grullina è tra quanti del movimento sbandierarono lo slogan “siamo il governo del cambiamento”. Aveva ragione, più cambiamento di così…Ecco un suo elevato pensiero: “Il passato politico dovrebbe far parte per legge (!) del curriculum”. Il “go home” include Francesco Bove, docente alla Sapienza, reo, agli occhi della Grillo di essere giornalista (pubblicista), e soprattutto collaboratore dell’odiata Repubblica. Falso. Ha scritto negli anni 70 per Paese Sera, L’unità, il Secolo XIX. La Grillo raggiunge il culmine della discriminazione con il licenziamento del chirurgo Colombo, che a suo giudizio ha sulla coscienza il peccato mortale di aver operato Berlusconi.

Trieste, a nome dell’Italia dell’accoglienza risponde al vice sindaco leghista Polidori, titolare di iniziative razziste seriali contro i migranti. L’ultima bravata è di questi giorni di freddo intenso, particolarmente critici per i senza dimora. Il soggetto in questione si è impossessato della coperta e di vestiti di un clochard e li ha gettati in un cassonetto dei rifiuti. La città ha reagito nel più intelligente e generoso gesto di riparazione. Ha donato al “barbone” coperte e abiti.

Moltiplicate per 30 il milione di cittadini napoletani e il totale dirà quanti sono gli abitanti cinesi di Shanghai, la città più popolata del mondo: sono trenta milioni di anime. Solidarietà convinta ai suoi amministratori, alle prese con i problemi del traffico, dello smaltimento dei rifiuti, delle scuole per tutti. Il consiglio ai sindaci di città italiane che amministrano trentesimo o poco più dei cittadini della città cinese, è di organizzare stage per imparare come fanno o Shangai a liberarsi della spazzatura, a garantire l’asilo a un esercito smisurato di bambini, ad affrontare il problema sicurezza e dell’accoglienza. Un suggerimento ad personam è per la sindaca di Roma: affidi il governo della città a vice sindaco e assessori, si conceda un anno sabatico e si trasferisca a Shanghai, partecipi a corsi intensivi di aggiornamento, con specifica attenzione alla strategia di una megalopoli contro l’effetto gruviera delle sue strade.

VACCINI – LA LETTERA APERTA DEL CORVELVA AL MINISTRO DELLA SALUTE GRILLO

7 Gennaio 2019 di:  Redazione lavocedellevoci.it

Il testo della lettera trasmessa al ministro della Salute Giulia Grillo dal Corvelva

LETTERA APERTA AL MINISTRO DELLA SALUTE GIULIA GRILLO

Egregio Ministro Giulia Grillo
Da agosto 2018 la nostra associazione ha iniziato a pubblicare i risultati di diverse analisi commissionate a laboratori indipendenti ed accreditati
su alcuni lotti di vaccino. Questi stessi risultati sono sempre stati inoltrati anche al Suo Ministero, nonché all’ISS, all’AIFA, all’Ema e
alle case produttrici.
Duole constatare che, nonostante i risultati contengano dati preoccupanti e ravvisino diversi profili di rischio, nessuna risposta sia arrivata da
parte Sua né di alcun funzionario del ministero da Lei presieduto.
Eppure, fu proprio Lei, come componente della Commissione Parlamentare di Inchiesta “Uranio Impoverito”, a firmare insieme agli altri membri le
seguenti considerazioni:

“Il completamento dell’analisi documentale sui dossier di registrazione fin qui svolta, richiede la verifica
sperimentale su vaccini da prelevare a campione, nell’ambito di una attività ispettiva da svolgere nelle
sedi dove  vengono effettuate le vaccinazioni ai militari. Solo in tal modo è possibile controllare la conformit�
alla scheda tecnica nonché la presenza di componenti non dosati, e di cui non è stato dato conto.
Questo obiettivo, già prefissato dalla legge istitutiva della Commissione non ha trovato attuazione
a causa delle limitate risorse economiche a disposizione della Commissione”

Ebbene, la nostra associazione è composta da genitori, e noi stiamo portando avanti, con umiltà ma tenacemente, quegli obiettivi da voi posti.
Stiamo pagando di tasca nostra ciò che la politica non ha finanziato. Noi stiamo ottemperando ad uno degli scopi che la Commissione stessa si era
prefissata.

A fronte di questo, il silenzio delle Istituzioni, tutte, ma in particolare del Ministero che Lei presiede, è assordante.
Le chiediamo di voler dedicare attenzione a questi risultati, Le chiediamo di dare una Sua interpretazione agli stessi, essendo Lei anche medico ed
essendo Lei stata membro della Commissione summenzionata.
È dunque consapevole del fatto che alcuni componenti dei vaccini possono e devono essere verificati?
È consapevole che la conformità di questi prodotti dovrebbe essere verificata e a quanto pare nessuno lo sta facendo?
È consapevole che dalla legge tuttora in vigore che istituisce l’obbligatorietà di ben 10 vaccini possano derivare anche dei rischi?

Noi genitori sentiamo forte il dovere di provare a fare chiarezza, perché siamo costretti a difenderci da troppi attacchi da due anni a questa parte;
noi genitori siamo preoccupati del fatto che vi siano rischi sottovalutati e siamo preoccupati della deriva che la discussione sulle vaccinazioni
obbligatorie ha fatto scaturire. I genitori che lottano per la libertà di scelta sono sotto attacco (mediatico e legislativo) da troppo tempo e più
aumenterà questo clima persecutorio nei confronti di chi si pone legittimi dubbi e chiede di attuare il principio di precauzione, più noi ci
sentiremo costretti a difenderci, quotidianamente, per tutelare il nostro diritto alla salute e alla libera scelta democratica di sottoporsi o meno ad
un trattamento sanitario che – Lei ne è stata testimone – non è esente da rischi e necessita di approfondimenti che nessuno, a livello
Istituzionale, ha intrapreso.

Siamo dunque a chiederLe di voler approfondire quanto da noi pubblicato, non sono analisi conclusive, sono l’inizio di un’attività di verifica
sul contenuto dei vaccini in uso nel territorio italiano e non solo. A breve vi saranno nuovi approfondimenti e stiamo lavorando alacremente per
produrre altri dati che testimonino -tra le altre cose – l’affidabilità di quanto finora rilevato.

Il nostro obiettivo era quello di portare dati che potessero far scaturire un sano dibattito sulla sicurezza di questi prodotti e che riportassero il
dialogo e la possibilità di confronto al centro dell’attenzione, a livello scientifico ed istituzionale. Ci siamo trovati di fronte una realtà ben
peggiore di quella ipotizzata, e non ci è possibile farla passare nel silenzio. Non basterà liquidare la questione con un semplice (quanto assurdo)
“hanno sbagliato metodica” o etichettandoci come  “NoVax”: ciò che abbiamo appurato presenta problematiche serie e dubbi sulla conformità di
alcuni prodotti farmaceutici, vaccini, rendendo impossibile garantire sicurezza ed efficacia. I dati pubblicati sul nostro sito, in ogni caso, stanno
facendo il giro del mondo, nel totale disinteresse delle nostre istituzioni e degli organi di controllo; la società civile merita risposte e
ignorarci non risolverà il problema.

Ringraziandola in anticipo per la cortese attenzione, vorremmo concludere la presente con una sola domanda:

E se i dati fossero corretti?

Grumolo delle Abbadesse (Vicenza) 6 gennaio 2019

E’ nata Banca Lazio Nord

tusciaweb.it 7.1.19

Dal 1° gennaio operativo l’istituto bancario nato dalla Banca di Viterbo e dalle BCC di Ronciglione e Barbarano Romano – On line il nuovo sito

Banca Lazio Nord

Banca Lazio Nord

Viterbo – sponsorizzato – Dal 1° gennaio operativo l’istituto bancario nato dalla Banca di Viterbo e dalle BCC di Ronciglione e Barbarano Romano. On line il nuovo sito.

Nel segno del rinnovamento nella continuità e raccogliendo l’eredità di due realtà bancarie che da oltre 100 anni accompagnano imprenditori, artigiani, professionisti, ecc.. nella crescita e nello sviluppo delle loro attività, martedì 1° gennaio 2019 è nata Banca Lazio Nord.

33 filiali, oltre 980 milioni di raccolta, 180 dipendenti, 4.850 soci; questi, in sintesi, i numeri che fanno del nuovo istituto – nato dalla Banca di Viterbo Credito Cooperativo e dalla BCC di Ronciglione e Barbarano Romano – la principale realtà bancaria locale della provincia di Viterbo.

Tre storiche banche da sempre protagoniste nello sviluppo economico della Tuscia, si uniscono e si rafforzano per restare le stesse e confermare quelle peculiarità che le hanno rese nei decenni un punto di riferimento per le realtà produttive del Lazio settentrionale.

Cambiamo per restare gli stessi è il messaggio della campagna di promozione della nascita di Banca Lazio Nord.

Cambiano il nome, il logo e l’immagine aziendale; restano i nostri dipendenti e il rapporto diretto con soci e clienti; si rafforza la presenza su territorio; si conferma il supporto al terzo settore e alla cultura con il sostegno a numerose iniziative.

E gli imprenditori della Tuscia – da sempre accompagnati nelle loro attività dalla Banca di Viterbo e dalle BCC di Ronciglione e Barbarano Romano – sono I protagonisti del territorio che Banca Lazio Nord ha scelto come testimonial della campagna spot in programma nei cinema e sul web.

All’indirizzo www.bancalazionord.it, infine, è on line il rinnovato sito aziendale e di home banking.

Opere pubbliche: saltati mezzo milione di posti di lavoro e 15 grandi imprese in pre-fallimento

Milena Gabanelli e Fabio Savelli corriere.it 6.1.19

VIDEO

blob:https://video.corriere.it/0e82c670-89c9-4bd3-8f9a-acb0eab5e039

Si fa presto a dire «fermiamo tutto e rifacciamo i conti», ma anche i ripensamenti hanno un costo: il tira e molla sulle opere in corso ha dato il colpo di grazia ad un intero settore. Giugno 2018, s’insedia il nuovo governo e il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli decide di stoppare i finanziamenti a tutte le grandi opere già in corso o programmate: dal tunnel del Brennero (appalti per un valore di 5,9 miliardi), alla pedemontana veneta (2,3 miliardi), dall’alta velocità Brescia-Padova (7,7miliardi), al Terzo Valico tra Genova e Milano (6,6 miliardi), oltre alla Torino-Lione. Il ministro vuole rivedere il rapporto costo-benefici. Dopo sei mesi di conti, il 17 dicembre, ha scoperto che con il Terzo Valico (opera urgente, con cantieri aperti da anni) è meglio andare avanti. Le altre opere, a parte la discussa Torino-Lione, dove in ballo ci sono i finanziamenti europei, ad oggi sono ancora bloccate. Nel frattempo le imprese di costruzioni, che stavano già sul lastrico, sono a rischio fallimento.

Le imprese in pre-fallimento

Da luglio a dicembre hanno fatto richiesta di concordato Astaldi, Grandi Lavori Fincosit di Roma, la Tecnis di Catania e, da ultimo, la più grande cooperativa italiana, la Cmc di Ravenna. Per Condotte è andata peggio: è finita in amministrazione straordinaria per evitare la liquidazione degli asset. Operai, manovali, carpentieri, ingegneri, geometri: zero. Al lavoro non c’è più nessuno, perché nessuno viene più pagato. Quindici delle prime 20 imprese sono in stato pre-fallimentare o in forte stress finanziario perché le entrate previste sono bloccate, mentre le uscite nei confronti dei fornitori che continuano ad accumularsi stanno costringendo molti piccoli imprenditori a chiudere.

Anas con l’acqua alla gola

Parliamo di aziende il cui destino dipende da quanto «strette» sono le relazioni politiche, quasi tutte con guai giudiziari, indebolite dai tempi ingiustificabili della burocrazia e dalle modalità delle gare, dove spesso vince chi fa il prezzo più basso, obbligando poi le imprese in sub-appalto a tirarsi il collo. L’esito complessivo è che nessuno rispetta le scadenze, i rimpalli di responsabilità finiscono nei tribunali in contenziosi senza fine con enormi richieste di risarcimento alle stazioni appaltanti pubbliche. La più grande, Anas, che proprio a causa dei ritardi ha cancellato solo nel 2018 circa 600 milioni di euro di lavori, deve ora affrontare le rivalse economiche delle imprese, che a loro volta sono esposte con banche e fornitori. Alla fine le richieste vengono soddisfatte al 10-15% con ritardi mostruosi che uccidono le aziende dell’indotto. Mentre il fondo rischi da contenzioso di Anas di circa 9 miliardi serve a gestire i contraccolpi giudiziari, i costi di ri-cantierizzazione da parte di altri contractor sono quantificabili in un 20% secco in più del prezzo pattuito. Il corollario è quello del crollo dei bandi di gara pubblici (meno 67% nell’ultimo anno e mezzo), per cui oggi Anas si trova priva di autonomia finanziaria e rischia di uscire dal perimetro di Ferrovie dello Stato. La sua sopravvivenza è appesa agli iter lunghissimi dei finanziamenti pubblici che partono dai consigli dei ministri e transitano mesi nelle commissioni parlamentari.

Il peso della burocrazia

Alla difficoltà di realizzare progetti approvati (300 sono le opere incompiute), si aggiungono i 21 miliardi bloccati sulle grandi opere in corso, e il fatto che negli ultimi 3 anni oltre 10 miliardi di investimenti in infrastrutture, messi nero su bianco, non sono partiti. Tutto questo trascina inquantificabili costi occulti e il risultato è che le grosse imprese del settore stanno andando fuori mercato, 418mila potenziali posti di lavoro sono saltati, mentre 120 mila aziende sono fallite. L’agenzia di rating Standard&Poor’s l’ha appena definito «l’anno nero delle costruzioni». La causa principale è nel mostro a cinque teste della burocrazia, e qualcuno punta il dito sul nuovo codice degli appalti che ha introdotto ulteriori controlli sulle imprese sottoponendole al visto preventivo dell’autorità anti-corruzione. La patente di legalità però è inevitabile perché le infiltrazioni malavitose sono talmente ramificate da toccare decine di sub-fornitori. Sarebbe invece il caso di accendere un faro sul ruolo del Cipe. Il comitato interministeriale per la programmazione economica alle dirette dipendenze di Palazzo Chigi, che dovrebbe fungere da distributore delle risorse, viene interpellato per ogni modifica progettuale anche quando il costo dell’opera resta immutato. Ogni passaggio «costa» 6-8 mesi.

Mancano i soldi?

Il governo ha trovato in cassa 150 miliardi disponibili già stanziati, di cui è stato speso meno del 4%. Soldi immediatamente utilizzabili grazie ad un accordo con la Banca europea degli investimenti. Ci sono 60 miliardi destinati al Fondo Investimenti e sviluppo infrastrutturale; 27 miliardi del Fondo sviluppo e coesione; 15 miliardi di fondi strutturali europei; 9,3 miliardi di investimenti a carico di Ferrovie dello Stato che controlla l’altra grande stazione appaltante del Paese, Rfi, Rete ferroviaria italiana; 8 miliardi di misure per il rilancio degli enti territoriali; 8 miliardi per il terremoto; 6,6 miliardi nel contratto di programma dell’Anas. Ma il governo ha preferito fermare tutto, e attingere da lì i fondi per la riforma delle pensioni, il reddito di cittadinanza, la flat tax per le partite Iva.

Sacrificati gli investimenti

Nel negoziato con la Commissione Ue sono stati proprio gli investimenti ad essere sacrificati. L’impostazione complessiva prevede ancora 15 miliardi nei prossimi tre anni per le grandi opere, ma al 2019 è stato sottratto un miliardo per destinarlo come copertura di altre misure, togliendo solo a Ferrovie dello Stato circa 600 milioni. I costruttori per stare a galla hanno iniziato la corsa disperata a vincere maxi commesse all’estero, per arricchire i portafogli-lavori e godere di maggiore credibilità verso le banche, il mercato, le agenzie di rating.

Spesso propositi di lungo termine che finiscono per appesantire i conti (già in rosso) quando c’è da anticipare il costo di alcune opere. Alla fine il rischio è quello di spianare la strada all’ingresso in Italia dei grandi general contractor europei e cinesi che hanno le spalle finanziarie più larghe per assorbire cambi di programma e ripensamenti, con la conseguenza però di creare minore occupazione. Dalla francese Vinci (40 miliardi di fatturato) al colosso China State Construction Engineering. Basti pensare che la nostra più grande impresa di costruzioni, la Salini Impregilo ha un fatturato di 6,3 miliardi (dato 2016).

L.Bilancio: per soci banche in risoluzione rimborso a ostacoli (Mi.Fi.)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Il rischio c’è, eccome: la norma della legge di Bilancio che permette il rimborso parziale degli azionisti delle banche finite in risoluzione, potrebbe essere bocciata dall’Europa, che la considererebbe un aiuto di Stato. Tra i palazzi romani gira la voce che al direttore generale del Tesoro, Alessandro Rivera, sia già arrivata da Bruxelles una lettera che mette in guardia l’Italia. Interrogato a questo proposito in commissione Bilancio della Camera dalle opposizioni, il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, non ha confermato la circostanza, ma non l’ha nemmeno smentita. Si è limitato a passare oltre. 

Certo è, scrive Milano Finanza, che, come ha ricordato in una sua interrogazione, l’ex ministro e capogruppo di Forza Italia, Renato Brunetta, Rivera avrebbe segnalato più volte a chi scriveva quelle norme che la formulazione avrebbe potuto “esporsi a rilievi in sede comunitaria”. E Rivera è uno che conosce benissimo le dinamiche e le procedure di Bruxelles, tanto che pur essendo odiatissimo dai 5 Stelle (era uno di “quei pezzi di m…a” che il portavoce di Giuseppe Conte, Rocco Casalino, avrebbe tanto voluto far fuori, come risulta da un suo famosissimo messaggio vocale via whatsapp), quando si è trattato di mediare con la commissione per evitare la procedura d’infrazione sulla manovra 2019, il capo degli sherpa inviati a Bruuxelles a condurre la trattativa è stato proprio lui. 

Che sul tema l’attenzione della Commissione fosse molto alta lo si sapeva anche ai tempi del governo Gentiloni. Il via libera ai ristori per gli obbligazionisti subordinati delle banche venete e delle altre quattro (Etruria, Chieti, Marche e Ferrara), non fu per niente facile, ma quando il precedente esecutivo volle estendere la copertura anche agli azionisti, la partita si fece molto più dura. Il blocco dei paesi nordici, affiancati anche da Germania e Francia, infatti, non voleva e non vuole nemmeno ora, che si instauri un precedente che vanifichi la definizione stessa di «capitale di rischio». Chi compra un’azione sa che questa è soggetta alle variazioni di mercato e come non c’è limite ai guadagni non ce n’è nemmeno per le perdite, che possono azzerare anche tutta la somma investita. Per superare il veto di Bruxelles, nella precedente manovra il governo Gentiloni fissò dei paletti. Non solo i risparmiatori coinvolti dalla crisi delle banche (e tra questi anche gli azionisti) dovevano aver subito “un danno ingiusto” da parte di chi aveva venduto i titoli in spregio agli “obblighi di informazione, diligenza, correttezza e trasparenza”, ma questo danno doveva essere riconosciuto con sentenza del giudice o con pronuncia della camera arbitrale presso l’autorità Anticorruzione. Non solo, ma anche l’entità del risarcimento doveva essere stabilita o dal magistrato o dall’Anac. Clausole necessarie a eliminare ogni interventi diretto dell’amministrazione statale nell’erogazione delle cifre. Il Tesoro, insomma, metteva a disposizione per i ristori agli azionisti un fondo (100 milioni in quattro anni), lasciando a figure terze (i giudici o l’autorità indipendente) la verifica della sussistenza dei requisiti per il rimborso e la quantificazione della cifra. 

red/lab 

 

(END) Dow Jones Newswires

January 07, 2019 02:43 ET (07:43 GMT)