Onu: così importante, così devastante

Riccardo Cascioli lanuovabq.it 8.1.19

Il tradizionale discorso del Papa al Corpo diplomatico è stato centrato sulla diplomazia multilaterale e le minacce dei nazionalismi, ma papa Francesco ha anche accennato alle lobby che impongono visioni e idee contrarie alla identità dei popoli. Ed è proprio quello che dimostra una analisi riferita al 2018 sulle spinte pro Lgbt e per l’aborto che vengono dai vari Comitati Onu.
– «DIPLOMAZIA MULTILATERALE MINACCIATA DAI NAZIONALISMI»
di Francesco Boezi
– COMITATI ONU, UN ANNO DI PRESSIONI PRO LGBT E ABORTO
di Ermes Dovico

Il Papa al Corpo diplomatico

In un passaggio del discorso al Corpo diplomatico, dedicato principalmente alla necessità di rafforzare la diplomazia multilaterale con riferimento all’Organizzazione delle Nazioni Unite, papa Francesco ha toccato un punto critico molto importante. Nell’elencare alcuni fattori che stanno provocando reazioni di singoli stati e conseguente crisi del sistema multilaterale, ha fatto esplicito riferimento alla «accresciuta preponderanza nelle Organizzazioni internazionali di poteri e gruppi di interesse che impongono le proprie visioni e idee, innescando nuove forme di colonizzazione ideologica, non di rado irrispettose dell’identità, della dignità e della sensibilità dei popoli».

È proprio qui il nodo cruciale delle organizzazioni internazionali. Per quanto il Papa auspichi una «tensione positiva fra l’identità di ciascun popolo e Paese e la globalizzazione stessa», la storia degli ultimi decenni ci insegna che il sistema delle Nazioni Unite è servito e serve ad alcune élite per imporre la propria ideologia anti-umana. È stato così per il controllo delle nascite, continua ad esserlo oggi anche con il catastrofismo ecologico e l’allarmismo sui cambiamenti climatici. C’è una chiara tendenza a una sorta di governo mondiale – o, più precisamente, di global governance – che si vuol fondare su una etica globale che includa anche tutte le religioni. Purtroppo, da qualche anno anche la Santa Sede sembra condividere questo progetto, evidente soprattutto nell’affronto delle questioni ecologiche (a cui ieri papa Francesco non ha mancato di fare riferimento nel discorso al Corpo diplomatico).

Per avere una idea del meccanismo e dei contenuti di questa spinta globalista, presentiamo la sintesi di una ricerca, riferita al solo 2018, che mostra come i Comitati Onu che devono vigilare sul rispetto dei singoli trattati firmati dagli Stati siano stati lo strumento per fare pressione su singoli paesi per adottare leggi più permissive sull’aborto e in favore del gender. È solo uno spaccato di una realtà ben più ampia che definisce il lavoro di tante agenzie dell’Onu.

Di fronte a questa realtà è riduttivo e fuorviante bollare come “nazionalismo” qualsiasi forma di resistenza a questa ideologia mondialista. Basti pensare alla nostra Unione Europea, dove Ungheria e Polonia vengono continuamente “bastonate”, sia dalla Ue sia dall’Onu, per la determinazione a non volere svendere la propria identità e rivendicare le radici cristiane. Purtroppo anche la Chiesa si associa spesso alla loro condanna, sulla base dell’accusa di chiusura alla immigrazione. Un atteggiamento che, alla luce anche dal rilievo fatto ieri del Papa, dovrebbe essere totalmente ripensato.

– «DIPLOMAZIA MULTILATERALE MINACCIATA DAI NAZIONALISMI»
di Francesco Boezi
Partendo dal centenario dell’istituzione della Società delle Nazioni, nel suo discorso al Corpo Diplomatico papa Francesco si è soffermato sul tema della diplomazia multilaterale, necessaria per la pace mondiale, oggi minacciata da «pulsioni nazionaliste».

– COMITATI ONU, UN ANNO DI PRESSIONI PRO LGBT E ABORTO
di Ermes Dovico
Nel 2018 sono continuate le interferenze nelle politiche dei Paesi membri da parte dei comitati che dovrebbero monitorare l’osservanza dei trattati multilaterali. Si spinge soprattutto su aborto e «diritti gay», malgrado questi temi esulino dall’oggetto degli stessi trattati.

Gli affari del Grande Vaccinatore: è ora di vederci chiaro

Paolo Gulisano lanuovabq.it 7.1.19

In una intervista il dimissionario presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, Gualtiero Ricciardi, accusa il ministro Salvini di posizioni antiscientifiche solo per aver sostenuto la libertà vaccinale, ma evita di raccontare i suoi legami con le case farmaceutiche produttrici di vaccini e con il Pd, che gettano un’ombra inquietante su certe politiche vaccinali e sugli affari che si muovono in questo mondo.

Walter Ricciardi

Negli scorsi giorni ha dovuto rispolverare la sua consumata esperienza di attore per spiegare le sue repentine dimissioni da presidente dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss). Parliamo di Gualtiero Walter Ricciardi, medico, docente universitario, collaboratore di varie organizzazioni a carattere scientifico, e in gioventù attore. Prese parte infatti in ruoli minori a diversi film di ambientazione partenopea, dove il mattatore era il celebre Mario Merola, il re della sceneggiata napoletana. I titoli dei film dove recitò Ricciardi sono tutto un programma: Io sono mia, L’ultimo guappo, Il mammasantissima. 

Ricciardi ha da tanti anni lasciato le scene e i set, ma se dovesse mettersi nuovamente davanti ad una macchina da presa il suo film dovrebbe intitolarsi Vaccinator. Ricciardi infatti negli anni scorsi è stato una sorta di braccio armato delle politiche sanitarie dei governi Renzi e Gentiloni. Fu chiamato ai vertici della Sanità italiana dal Ministro Lorenzin nel 2014, come Commissario Straordinario dell’Iss, per poi diventarne l’anno seguente presidente, sempre su indicazione della Lorenzin. Una scelta evidentemente di carattere non solo meritocratico, ma anche politico.

La politica Ricciardi l’aveva corteggiata a lungo: socio fondatore di Italia Futura di Montezemolo, si candida poi con Scelta Civica di Monti, ma resta fuori dal Parlamento. Viene recuperato dal PD, che come detto gli affida un ruolo cruciale, un ruolo di cui egli stesso ebbe a vantarsi nel settembre 2017 alla festa del Pd di Firenze, rivendicando la sua parte da protagonista nella legge che ha imposto dieci vaccini obbligatori. Per lui, per altro, ci volevano tredici vaccini obbligatori: avrebbe aggiunto anche lo pneumococco, oltre all’anti-meningococco B e C, contenuti nel decreto iniziale. E Ricciardi, in qualità di presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, ha partecipato anche al Piano nazionale sui vaccini, apripista della legge. Nonostante queste significative collaborazioni politiche, Ricciardi nell’intervista al Corriere della Sera ha dichiarato: «Guai se la politica interferisce con la scienza».

Già, perché ora lo scenario politico è cambiato, e a Ricciardi il Governo attuale proprio non va giù, ma con dei distinguo: «Malgrado il buon rapporto personale con la ministra della Salute Giulia Grillo, la collaborazione tra l’Istituto e l’attuale governo non è mai decollata. Al contrario, su molti argomenti alcuni suoi esponenti hanno sostenuto posizioni ascientifiche o francamente antiscientifiche». Quale sia il bersaglio del professore diventa sempre più esplicito nel proseguo dell’intervista: «È chiaro che quando un vicepresidente del Consiglio (Matteo Salvini, ndr) dice che per lui, da padre, i vaccini sono troppi, inutili e dannosi, questo non è solo un approccio ascientifico». Inoltre, prosegue l’ex attore, «Dire in continuazione che i migranti portano malattie è senza fondamento e mette in difficoltà le istanze tecniche, costrette a una specie di autocensura per non contraddire il livello politico».

Insomma, il motivo per cui Ricciardi si sarebbe dimesso è Salvini che vorrebbe la libertà vaccinale (come nella maggior parte dei Paesi Europei) e che dice che i migranti portano malattie. Lo scienziato, anziché dimostrare con fatti e prove che il Vice Premier ha torto, si stizzisce e se ne va sbattendo la porta. Dopo anni di collaborazione con esponenti politici, improvvisamente Ricciardi vuole che i politici stiano lontani dalla Sanità. Una affermazione quantomeno contraddittoria. D’altra parte, oltre a quelli politici ci sono in gioco ben altri interessi quando si parla di salute, e in particolare in quello che è stato il principale campo d’azione di Ricciardi, cioè i vaccini.

Sull’ex presidente dell’Iss sono da tempo in corso indagini per la valutazione dei suoi conflitti di interesse. E’ ormai da tempo accertato che ha fatto da consulente per le case farmaceutiche sui loro vaccini. Per un incarico assunto in Europa, Ricciardi dovette stilare la sua dichiarazione di interessi presso la Commissione europea in data 28 marzo 2013. Il documento rivela che l’ex presidente dell’Istituto Superiore di Sanità ebbe a stilare gli HTA (Health Technology Assessment), cioè la valutazione dell’impatto sulla salute, di una serie di vaccini per le case farmaceutiche. Quello che balza agli occhi è che l’ultimo vaccino per cui fece da consulente fu quello contro il Meningococco B, che è stato poi inserito nel Piano nazionale sui vaccini, nonostante il parere contrario di molti ricercatori dello stesso Istituto Superiore di Sanità. Fece da consulente, inoltre, per i vaccini contro il papilloma virus, che nell’ultimo piano vaccinale è stato inserito anche per i maschi. Come anche è stato inserito nel piano nazionale sui vaccini cui ha partecipato l’antipneumococcico, per cui lui è stato consulente per diverse aziende.

Ad inizio dicembre, i membri del gruppo di lavoro “Vaccino Veritas”hanno inviato al ministro della Salute Giulia Grillo una richiesta di attivazione di una Commissione d’Inchiesta Ministeriale per «valutazione conflitti d’Interesse e omissione di peculiari informazioni a garanzia della tutela della Salute Pubblica, nonché dell’integrità, indipendenza e trasparenza della Pubblica Amministrazione» a carico di Ricciardi.

Il Codacons ha presentato una diffida urgente e pubblicato tutti i rapporti intercorsi tra Ricciardi e le aziende farmaceutiche produttrici di vaccini. L’eco di queste richieste di chiarimenti è arrivata fino in Inghilterra: il prestigioso British Medical Journal lo scorso  17 dicembre ha pubblicato un articolo dal titolo “Un alto dirigente della sanità pubblica italiana affronta le accuse di non aver reso pubblici i suoi rapporti con le case farmaceutiche”.

In realtà il professor Ricciardi queste accuse non le ha neppure menzionate nell’intervista al Corriere della Sera, e l’intervistatore si è ben guardato dal citarle. E’ molto più facile accusare il cattivissimo Salvini, reo di tutti i mali, compreso magari il volerci vedere chiaro nel grande affare delle vaccinazioni.

BIG PHARMA / COLPO DI ELI LILLY. DOPO PROZAC E CIALIS, ORA VITRAKVI

 di: MARIO AVENA lavocedellevoci.it

E’ sempre più tempo di maxi acquisizioni nel pianeta di Big Pharma. Sul fronte dei farmaci antitumorali la storica Eli Lilly mette a segno un colpo da novanta, facendo un solo boccone della sua giovane rivale, Loxo Oncology, nata solo 5 anni fa ma già salita alla ribalta. Un’operazione da 8 miliardi di dollari.

Passiamo rapidamente ai raggi x “Lilly”, come la chiamano affettuosamente gli yankee.

Viene tenuta a battesimo ad Indianapolis nel 1876 da un veterano di guerra civile negli Usa, Eli Lilly appunto, che aveva una sfrenata passione per la chimica farmaceutica. Fu la prima azienda a portare il vaccino antipoliomielite (quello inventato da Albert Sabin, tra gli allievi il nostro due volte quasi Nobel Giulio Tarro) negli Usa; e a produrre e commercializzare insulina.

Su queste due basi fonda man mano il suo impero. Che nell’ultimo ventennio ha puntato gran parte delle fiche sui farmaci psichiatrici. La sua fortuna, infatti, si chiama Prozac, una delle pillole d’oro nella storia di Big Pharma. Da non pochi scienziati, però, ferocemente criticato per tutte le dipendenze ed effetti (anche pesantissimi) collaterali che comporta.

E grossi problemi ha dovuto affrontare la cara Lilly con un altro prodotto che si è dimostrato a fortissimo rischio, Zyprexan, nato per il solo utilizzo contro la schizofrenia e i disturbi bipolari, ed invece prescritto a lungo anche per uso pediatrico! Sul fronte di Zyprexansono insorti parecchi contenziosi giudiziari. Nel 2005, per cominciare, Eli Lilly ha dovuto pagare quasi 700 milioni di dollari di risarcimento a cittadini che l’hanno denunciata. Da tener presente che il bacino di pazienti di Zyprexan ha raggiunto su base annua da 26 milioni, cifre da record. E da brivido.

Non è finita, perchè quattro anni più tardi, nel 2009, è stata condannata da un tribunale federale a pagare la bella cifra di 1 miliardo e 400 milioni di dollari per “aver permesso illegalmente l’uso di un farmaco psichiatrico e per aver usato tecniche sofisticate di desease mongering” (tradotto significa: “traffico sulle malattie”).

Anche in Italia, dove il quartier generale con quasi 1200 dipendenti si trova a Sesto Fiorentino, ne ha combinate delle belle. All’epoca della Farmatruffa, infatti, era una delle aziende in pole position nel versare mazzette. Per quella Farmatruffa vennero condannati il Re Mida della Sanità Duilio Poggiolini e Sua Sanità Francesco De Lorenzo: anche ad un salato risarcimento, 5 milioni di euro a testa per aver leso l’immagine del nostro Paese.

Hanno passato qualcosa i vertici della tenera Lilly? A quanto pare niente. Tanto da meritare per il 2017 e il 2018, addirittura, il premio speciale conferito dall’Ethispere Institute alle società più etiche (avete letto bene, etiche!) al mondo.

Fa segnare, Eli Lilly, un fatturato 2017 da 23 miliardi di dollari, un mercato composto da 18 paesi,  40 mila dipendenti, ed è guidata da due anni dal ceo Dave Ricks, che ha portato a segno l’operazione di acquisto di Loxo Oncology, nata nel 2013 solo per produrre antitumorali, sede a Stamford, nel Connecticut.

In questi anni Loxo si è messa in luce per diversi farmaci in via di sperimentazione sul fronte antitumorale. In particolare ora brilla la stella di Vitrakvi, che ha appena ricevuto l’ok delle autorità sanitarie statunitensi.

Tra gli altri prodotti per i quali mamma Lillyha fatto dollari a palate da rammentare il Cialis, l’unico vero rivale del Viagra.

Vittorio Malacalza, l’italiano che si oppone alla BCE

OLIVIER TOSSERI Il 06/01 alle 16:03Aggiornato il 07/01 alle 08:38 lesechos.fr

Dopo aver fatto fortuna in edilizia e acciaio, l’imprenditore ottuagenario è il maggiore azionista della banca italiana Carige, in pieno collasso.

Vittorio Malacalza, il maggiore azionista di Banca Carige, regna sulla banca con una quota del 27,5%. Una partecipazione che è aumentata costantemente dal 2015 e per la quale ha investito oltre 400 milioni di euro in totale. Questa è esattamente la somma dell’aumento di capitale che ha bloccato a fine dicembre, contro il parere della Banca centrale europea (BCE).

Fino a quando non è stato messo sotto tutela dalla BCE la scorsa settimana, il destino di Carige dipendeva dalla sua buona volontà. Il forte carattere di Vittorio Malacalza è davvero leggendario. L’uomo d’affari è noto per essere un uomo d’acciaio, come il materiale che gli ha permesso di fare una fortuna a Genova.

Nato 81 anni fa in Emilia-Romagna, arriva a 24 anni nella sua città d’adozione, alla morte del padre, proprietario di un’azienda di materiali da costruzione. Interruppe i suoi studi di ingegneria e fondò un’azienda nel settore delle infrastrutture stradali. Sta rapidamente diventando uno dei principali fornitori di Autostrade, l’origine dello sviluppo della rete autostradale italiana negli anni del “boom economico”.

Fortuna in acciaio

Al suo fianco sono ora i due figli Davide e Mattia, che detengono rispettivamente il 48% del capitale di Malacalza Investimenti, il cui padre è soddisfatto del rimanente 4%. Diversificano i loro investimenti, in particolare in energia e alta tecnologia. L’industria siderurgica rimane il fulcro delle loro attività, con l’acquisizione di Trametal nel 1995 e British Spartan UK, che sarà venduta al gruppo russo Metinvest nel 2008, poco prima che scoppi la crisi. Un’operazione valutata per oltre un miliardo di euro.

Nel 2013, Vittorio Malacalza ha convertito le sue azioni in Pirelli e realizzato una plusvalenza di circa 300 milioni di euro. Poi vuole approfittare della crisi nel settore bancario, uno dei pochi finora risparmiato dai suoi investimenti. Nel 2015 Vittorio Malacalza ha rimediato alla raccolta di oltre 66 milioni di euro il 10,5% del capitale di Carige. Il re dell’acciaio a Genova divenne il re della sua banca.

Olivier Tosseri

Corrispondente a Roma

Così i Malacalza vogliono riprendersi la Omba di Vicenza

GIL. F. – GENNAIO 07, 2019 themeditelegraph.it

Vicenza – A un anno dalla messa in liquidazione e dal licenziamento collettivo di 120 lavoratori (una trentina presentarono dimissioni, gli altri sottoscrissero l’accordo di licenziamento), una nuova società denominata Acom Srl ha presentato una proposta concordataria di assunzione per Omba.

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Vicenza – I Malacalza si propongono per riacquistare la Omba di Vicenza, azienda di carpenteria messa in liquidazione a seguito di un buco da 30 milioni dovuto a commesse non pagate. A un anno dalla messa in liquidazione e dal licenziamento collettivo di 120 lavoratori (una trentina presentarono dimissioni, gli altri sottoscrissero l’accordo di licenziamento), una nuova società denominata Acom Srl ha presentato una proposta concordataria di assunzione per Omba Impianti & Engeneering mettendo a disposizione 20 milioni di euro. Costituita il 20 giugno 2018, sei mesi dopo la decisione di non rifinanziare Omba, Acom Srl è controllata al 100% da Hofima Spa, la holding di Davide Malacalza. La proposta di Acom prevede l’acquisto dell’attivo di Omba: i beni e i crediti, le giacenze in conto corrente, i contratti di leasing e il contratto di locazione. Il prezzo proposto è tale da soddisfare per intero i debiti prededucibili maturati alla data in cui sarà perfezionato l’acquisto, per intero i debiti privilegiati indicati nella proposta di concordato e nella misura del 25% i debiti chirografari, cioè non garantiti.

Il valore complessivo dell’attivo concordatario, cioè tutti i debiti, è di circa 24 milioni di euro. Tra i debiti della Omba dei Malacalza, che i Malacalza si vogliono ricomprare, c’è anche un’esposizione per 1,6 milioni con Carige: si tratta di un debito privo di garanzie. «Per Carige i grandi debitori partono da un milione di euro e all’80% sono coperti da garanzie reali e/o di firma», spiega una fonte finanziaria. L’esposizione da 1,6 milioni in questione ha fatto parte delle inadempienze probabili (Utp) di Carige sino al primo semestre 2018 ed è passata a sofferenza a ottobre, nell’ambito dei 257 milioni di rettifiche chieste da Bce. Il debito di Malacalza è insomma una piccolissima parte nelle ultime rettifiche sui crediti che hanno provocato la perdita di bilancio nei 9 mesi e sulle quali il tandem Modiano-Innocenzi ha avviato una ricognizione interna. La proposta della Acom prevede il pagamento del 25% dei 1,6 milioni, poco più di 390mila euro. La gestione commissariale di Carige dovrà pronunciarsi entro il 9 gennaio. Ugualmente sono chiamati a pronunciarsi tutti gli altri creditori.Il 29 gennaio la proposta concordataria sarà votata dall’adunanza dei creditori: se venisse bocciata, potrà essere presentata una nuova proposta.

Per ora quella di Acom è la sola proposta concordataria esistente: il Tribunale di Vicenza ha pubblicato l’invito a presentare proposte, per verificare la presenza di altre società interessate a entrare in concorrenza con Acom. Se il numero delle offerte aumentasse, si procederà a una gara informale con un bando d’asta del Tribunale. La procedura è la numero 32/2017 del Tribunale di Vincenza ed è curata dal commissario giudiziale Alessandro Caldana.

Carige, pronto il salvataggio di Stato: ricapitalizzazione e garanzie sui bond

Francesco Ferrari
Gilda Ferrari il secolo XIX.it 8.1.19

Carige, i correntisti tirano un sospiro di sollievo

Dopo le notizie sull’intervento dello Stato agli sportelli non si percepisce preoccupazione tra i clienti della banca genovese

Genova – La Sga, la società controllata dal Tesoro che si occupa di recuperare crediti deteriorati, è pronta a scendere in campo per analizzare ed eventualmente rilevare i crediti dubbi che Carige vuole smaltire. È quanto si apprende in ambienti finanziari dopo che l’istituto ligure ha annunciato che verrà avviata una due diligence su una consistente dei suoi crediti deteriorati «a cui – ha spiegato Carige – saranno invitati alcuni tra principali operatori italiani e esteri».

Intanto la Commissione Ue «prende nota dell’adozione del decreto» su Banca Carige ed «è in contatto con le autorità italiane, pronta a discutere con loro della disponibilità di strumenti, sempre nel quadro degli strumenti europei»: lo ha detto il portavoce del presidente della Commissione Jean Claude Juncker risponde a chi gli chiede un commento sul decreto approvato ieri dal Cdm a sostegno di Carige.

|Conte consulente di un socio Carige, il Pd denuncia il conflitto d’interesse |

E’ stato convocato per domani in tarda mattinata il consiglio di gestione delloSchema volontario del Fondo interbancario di tutela dei depositi. Sul tavolo del consiglio ci sarà la richiesta dei commissari di Carige di rinegoziare le condizioni del bond subordinato da 320 milioni di euro emesso dall’istituto ligure e sottoscritto dallo Schema volontario.

| Carige, Toti: «Bene l’intervento del Governo, ma perché di notte?». Renzi contro Salvini e Di Maio: «Si vergognino» | Le reazioni |

I sindacati: «Non attesi nuovi tagli nei prossimi mesi» 
I sindacati non si attendono nuovi tagli alla forza lavoro Carige nei prossimi mesi. Lo hanno detto al termine dell’incontro di un paio d’ore con i tre commissari della banca. «È stato detto in maniera molto chiara che la banca dovrà cambiare modello organizzativo e quindi per i prossimi mesi prevediamo che non ci siano tagli – ha spiegato Lando Sileoni, segretario generale Fabi – Il problema si potrebbe ripresentare nel momento in cui ci fosse un’aggregazione». «La prima fase è un piano industriale entro febbraio da realizzare in tempi rapidi – ha aggiunto -. Abbiamo chiesto garanzie che non siano toccati i lavoratori, che già hanno pagato sia in termini di organici che in termini economici».

Così è intervenuto il governo 
Il caso Carige alla fine è approdato sul tavolo del consiglio dei Ministri , dopo le nove di ieri sera, al termine di una giornata frenetica. Una riunione lampo, durata meno dieci minuti. Il tempo necessario per firmare il decreto legge “Disposizioni urgenti per la tutela del risparmio nel settore creditizio”, un contenitore pieno di nuovi strumenti di sostegno pubblico della banca ligure e dei suoi clienti.

La giornata dei commissari sembrava essere cominciata in relativa tranquillità. Pietro Modiano, Fabio Innocenzi e Raffaele Lener in mattinata avevano incontrato il ministro dell’Economia Giovanni Tria, accompagnato dal direttore generale del Tesoro Alessandro Rivera, che è presidente della Sga, la società controllata al 100% dal Mef candidata a farsi carico di una fetta dei 2,8 miliardi di crediti dubbi rimasti in pancia a Carige. Quindi, nel pomeriggio l’incontro con Salvatore Maccarone, presidente del Fondo Interbancario e dello Schema Volontario che ha sottoscritto il bond da 320 milioni che permette ad oggi il rispetto dei requisiti patrimoniali.

In serata, a sorpresa, il Cdm e la firma del decreto legge. «Il governo, nel Consiglio dei ministri, ha approvato un decreto legge che interviene a offrire le più ampie garanzie di tutela dei diritti e degli interessi dei risparmiatori della Banca Carige – ha annunciato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte – in modo da consentire all’amministrazione straordinaria di recente insediata di perseguire in piena sicurezza il processo di consolidamento patrimoniale e di rilancio delle attività dell’impresa bancaria».

Il decreto prevede la possibilità di una ricapitalizzazione pubblica a scopo precauzionale. «In considerazione degli esiti del recente esercizio di stress cui la banca è stata sottoposta – dice il testo – viene prevista la possibilità per Carige di accedere, attraverso una richiesta specifica, a una ricapitalizzazione pubblica a scopo precauzionale, volta a preservare il rispetto di tutti gli indici di patrimonializzazione anche in scenari ipotetici di particolare severità e altamente improbabili (cosiddetti scenari avversi dello stress test)».

La ricapitalizzazione pubblica è da considerarsi «un’ipotesi residuale e non attuale», sottolineano fonti finanziarie. «È un segnale di ultima risorsa che serve a dare un messaggio ai mercati e alla Bce – aggiungono altre fonti – per dire che la banca non fallirà, qualunque cosa accada». Il decreto prevede inoltre la possibilità per Carige emettere un bond garantito dalla Stato, in caso di necessità, ovvero «di accedere a forme di sostegno pubblico della liquidità che consistono nella concessione da parte del ministero dell’Economia della garanzia dello Stato su passività di nuova emissione ovvero su finanziamenti erogati discrezionalmente dalla Banca d’Italia». «Il bond rende più facile l’operazione di andare sul mercato», spiega una fonte finanziaria. E a proposito di bond, rispetto a quello da 320 milioni già sottoscritto dallo Schema Volontario, ieri in serata è emerso che lo Schema «valuterà la richiesta» di Carige di ridurre il tasso di rendimento balzato al 16% a seguito della bocciatura dell’aumento di capitale del primo azionista Malacalza Investimenti.

Il decreto Carige mira a consentire ai commissari «iniziative utili per preservare la stabilità e la coerenza del governo della società, completare il rafforzamento patrimoniale già avviato con l’intervento del Fondo Interbancario, proseguire nella riduzione dei crediti deteriorati e perseguire un’aggregazione che consenta il rilancio della banca, a beneficio della clientela». Soddisfazione da parte dei commissari, anche se fonti vicine ai vertici assicurano che non ci sarà bisogno di chiedere un intervento diretto da parte dello Stato.

Una stoccata dagli Stati Uniti: ecco perché l’euro sta morendo

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“Non hanno capito niente, ma ricordano tutto”. Nella sua intervista al Sole 24 Ore l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti è a dir poco caustico nella critica alla “classe dirigente europea che adesso ricorda i nobili dopo la rivoluzione francese”, a cui imputa buona parte delle problematiche che hanno contribuito a rendere l’euro instabile. Per vent’anni essi hanno “causato ma non capito” problematiche di ampia portata: ” sconfinata devoluzione di poteri verso l’alto e quindi verso un sostanziale vuoto democratico, l’orgia legislativa, la eliminazione totale istantanea dei dazi europei, la trasformazione dell’Europa in un corpus politico sui generis, la mala gestio della crisi, ciascuno di questi fatti capace da solo di produrre effetti violentissimi, e tutti insieme un caos”.

Draghi, con il suo whatever it takes e il quantitative easing, ha salvato l’euro sul breve periodo, ma non l’ha salvato da se stesso e, soprattutto, dalla miopia di coloro che, senza aver interiorizzato le dure lezioni del 2010-2011 e dopo aver letteralmente martirizzato la Grecia, fanno ora nuovamente un mantra del rispetto di regole la cui rigidità è considerata deleteria da buona parte degli analisti economici internazionali.  Il fatto stesso che circoli la voce di una Angela Merkel a fine ciclo politico come candidato “di unione” alla Commissione europea dopo le prossime elezioni dà l’idea della distanza della leadership tradizionale dallo stato reale del Continente. Distanza che non è certamente molto minore anche per la presunta alternativa “sovranista” o “populista”, in larga misura espressione di partiti che hanno nell’ideologia economica neoliberista un solido punto di riferimento e forse caricano di eccessivo significato un voto europeo a cui difficilmente potrà fare seguito un loro ingresso nella stanza dei bottoni.

Tutto questo mentre l’Europa e l’euro assistono da spettatori a questioni di grande rilevanza mondiale come il braccio di ferro tra Stati Uniti e Cina, la guerra tecnologico-commerciale tra i due giganti e, soprattutto, le avvisaglie di una nuova crisi economico-finanziaria che rischia di mettere a dura prova la solidità già precaria dell’Unione. Questo perché si stanno allineando le condizioni per un revival dello stato di instabilità finanziaria iniziato nello scorso decennio. I derivati ingolfano a milioni di miliardi di dollari gli operatori finanziari globali, il livello di debito, soprattutto privato, comincia a farsi insostenibile e le borse vanno via via sgonfiandosi dopo i rally del 2017-2018, cadendo in uno stato di volatilità e incertezza diffusa.

In questo contesto, Draghi ha avuto il merito e la capacità pragmatica di invertire con le sue azioni la linea del rigore che stava portando l’euro nell’abisso. Al tempo stesso, tuttavia, sul lungo periodo la sua azione espansiva non ha potuto trasmettersi con decisione all’economia reale e non sono intervenute riforme strutturali tali da migliorare l’architettura politico-economica su cui si poggia l’euro. Le cui problematiche sono, in primo luogo, politiche, come ben spiega Tremonti: “È il caso di evitare l’errore ‘tecnico’ che consiste nel considerare l’euro solo in termini di quantità monetaria, di velocità, di tassi di interesse o di cambio. Pensando che questo possa governare la realtà o prescindere dalla realtà. Soprattutto perché l’euro è moneta atipica. Per la prima volta nella storia, si ha moneta senza governi e governi senza moneta”. Logica conseguenza di questa natura atipica è che il potere di controllo sull’euro sia sbilanciato a favore di chi, dalle regole del gioco, ha avuto più a guadagnare.

Questo è sicuramente il caso della Germania, dell’Olanda e dei Paesi “nordici” dell’Eurozona, i custodi dell’austerità e del rigore che più di tutti hanno plasmato la linea di condotta della Commissione, ultimamente tornata ad irrigidirsi. L’euro è divenuto, dopo un primo quinquennio di relativa stabilità, strumento favorevole ai loro sistemi export-led e fattore di divaricazione delle disuguaglianze economiche interne all’Unione Europea, piuttosto che di convergenza. 

E che l’euro, a vent’anni dalla sua introduzione, non abbia contribuito a “raggiungere l’obiettivo iniziale, ovvero accrescere lo sviluppo economico e il consenso per le istituzioni dell’Eurozona” lo ritiene anche Robert Samuelson, editorialista del Washington Post: “in molti casi, è successo l’opposto. L’economia dell’Eurozona è ancora molto lontana dagli Stati Uniti per la crescita”, e questo in larga parte è dovuto all’utilizzo strumentale della moneta unica e delle regole europee come strumento di rafforzamento di un nucleo geoeconomico in seno all’Unione. Il rispetto selettivo delle regole e la speculazione sulle stesse situazioni di crisisono state un modus operandi che la Germania, non in maniera solitaria, ha perseguito di continuo dal 2007-2008 ad oggi.

E dall’attuale panorama politico continentale non sembra essere pronto ad emergere alcun movimento o statista di statura tale da portare l’euro fuori dalle sue secche. Capace di far comprendere che il tema principale è salvare l’Unione da se stessa, da regole troppo stringenti, e la Bce dall’esclusiva focalizzazione sul controllo della stabilità dei prezzi, rilanciando una capacità di intervento pubblico nell’economia che i falchi del rigore hanno sempre disincentivato. Lo ha scritto il ministro Paolo Savona nel suo documento di riforma delle istituzioni presentato nei mesi scorsi a Bruxelles. E il fatto che l’esecutivo di Roma non abbia fatto molti sforzi per promuoverlo come avrebbe dovuto complica la situazione. L’Europa e l’euro restano vulnerabili, una prossima crisi potrebbe avere effetti incalcolabili.

La Merkel sbarca ad Atene e adesso si prende la Grecia

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Angela Merkel torna in Grecia. Lo fa dopo cinque anni dalla sua ultima visita di Stato ad Atene.Nel 2014, il suo viaggio fu caratterizzato da violente proteste nel cuore della capitale ellenica. Erano gli anni del picco delle manifestazioni per la crisi finanziaria e contro l’austerità imposta alla Grecia per salvarsi dal default.

Il ritorno della Merkel dopo la tempesta

Merkel e Wolfgang Schauble, insieme alla Troika, erano visti come gli autori di un piano che avrebbe distrutto l’economia e la società greca. Pochi mesi dopo, Alexis Tsipras avrebbe preso il potere promettendo di contrastare i piani imposti dai creditori internazionali.

Promesse culminate con quel “no” al referendum che si sarebbe poi rivelato un clamoroso boomerang. L’Europa rispose “no”, e in maniera compatta, al risultato del referendum con cui il popolo greco aveva respinto il piano di salvataggio. E Tsipras, nel corso degli anni, si è gradualmente posizionato sulla linea dell’Unione europea lasciando un Paese ferito dai piani dei creditori e sostanzialmente incapace di reagire agli stimoli. L’economia greca è rimasta affossata, gli asset strategici sono stati svenduti, e il primo ministro appare in calo nei consensi, superato di dieci punti percentuali dal principale partito d’opposizione: Nea Demokratia.

Con queste premesse, la Cancelliera torna ad Atene. Quasi a voler controllare, dopo cinque anni di sacrifici, se la Grecia ha effettivamente realizzato quanto imposto anche da Berlino. E la risposta dovrebbe essere del tutto affermativa. Il primo ministro di Syriza si è rivelato un valido partner a cui affidare le politiche di austerità imposte a livello europeo. E dopo alcuni mesi di sfida al piano della Troika, Tsipras, onde evitare la catastrofe minacciata dai mercati, ha accettato più o meno supinamente tutte le direttive dei creditori internazionali. Con Berlino a fare da garante e da guardiano.

Passata la tempesta, Angela Merkel ritorna in Grecia non solo come responsabile di questo piano. Ma anche come leader di un Paese che ha intrecciato profondi legami con la Germania anche grazie alle politiche successive alla crisi. Legami economici ma anche politici, che hanno reso Berlino una delle capitali con più forti connessioni con Atene. E lo dimostrano non solo gli accordi commerciali, ma anche le recenti dinamiche politiche (interne e internazionali) che coinvolgono la politica ateniese e quella greca.

Legami finanziari ed economici

Partendo dai legami economici e finanziari, la Germania ha innanzitutto guadagnato miliardi attraverso l’acquisto di obbligazioni  greche. Come scrivevamo su questa testata, “dal 2010 la Germania ha acquistato obbligazioni di Atene come parte di un accordo dell’Unione europea per sostenere l’economia greca. Le obbligazioni furono acquistate dalla Bundesbank e poi trasferite al tesoro statale”. Ma il problema è che l’accordo originale fra Germania e Grecia prevedeva  che qualsiasi interesse sarebbe stato restituito ad Atene una volta adempiuto ai suoi obblighi sulle riforme.

La Grecia ha adempiuto, ma fino al 2017, la Bundesbank ha guadagnato 3.4 miliardi di euro di utili sugli interessi, trasferendo solo 527 milioni nel 2013 e 387 milioni nel 2014. 

A questi incassi finanziari, si è aggiunto poi l’acquisto delle infrastrutture strategiche da parte delle aziende tedesche. In particolare, merita attenzione la strategia di Fraport, operatore aeroportuale il cui principale azionista è il land di Hessen, e che ha acquisito 14 aeroporti turistici ellenici. In questo modo, l’operatore tedesco ha assunto il controllo di una delle principali infrastrutture greche oltre che uno dei maggiori volani dell’economia del Paese.

Legami politici sempre più stretti

A questi rapporti economici si aggiungono quelli politici. E qui la situazione inizia a farsi complessa. Perché quello che intercorre fra Berlino e Atene non è più un semplice rapporto di interesse economico (specie da parte tedesca), ma un vero e proprio legame politico che ha trasformato la Germania in un vero e proprio referente dei partiti greci.

Perché mentre Frau Merkel visiterà Atene, non incontrerà solo i vertici del governo greco, ma anche il leader dell’opposizione di Nuova Democrazia: Kyriakos Mitsotakis. Lo stesso Mitsotakis è stato ospite della Csu (la costola bavarese della Cdu) a Seeon, dove, riferendosi alla Cancelliera, ha dichiarato: “Ho un buon rapporto personale con lei e, se questa sarà la volontà del popolo greco, non vedo l’ora di lavorare con lei dopo le prossime elezioni nazionali”.

viaggio quindi che serve ad Angela Merkel più per confermare le certezze che per cambiare i rapporti con la Grecia. E arriva anche in un momento particolarmente delicato. Come spiega il quotidiano greco Ekathimerini, la visita della Cancelliera arriva mentre Tsipras è alle prese con la minaccia di una rottura della coalizione di governo. Mercoledì, molto probabilmente, il parlamento della ex Repubblica jugoslava di Macedonia (Fyrom) ratificherà il cambio di nome. La leader tedesca si è prodigata per l’accordo fra Atene e Skopje: ma forse anche per questo fa già accordi con l’opposizione.

Mutui, tassi e spread. Come volevasi dimostrare i “grandi” giornali vi hanno (ancora) mentito e ora sono costretti ad ammetterlo

lantidiplomatico.it 7.1.18

di Thomas Fazi*

A fine novembre – mentre la grancassa mediatica gridava all’imminente impennata dei mutui a causa dell’aumento dello spread – io ed altri notavamo come fosse improbabile che avremmo assistito a un’impennata dei mutui visto che questi ultimi – sia quelli variabili che, in maniera indiretta, quelli fissi – dipendono perlopiù dai tassi applicati alle banche dalla BCE (cioè dal costo del denaro) che nulla hanno a che vedere con lo spread e che era lecito immaginare sarebbero rimasti molto bassi anche nei mesi a venire, dato il rallentamento generalizzato dell’economia della zona euro.
 

Bene, proprio oggi il Il Sole 24 ORE – fino a ieri in prima fila nella campagna mediatico-terroristica sull’aumento dei mutui – scrive che «i tassi, sia nella formula a tasso fisso che variabile, dovrebbero restare ancora bassi e vicini ai minimi di tutti i tempi .

.. perché, se l’economia rallenta e non è in grado di generare un livello di inflazione elevato, difficilmente una banca centrale può aumentare il costo del denaro». Adesso chiedetevi se fino a ieri il giornale in questione avesse semplicemente sbagliato analisi – sebbene si trattasse di un’analisi che sarebbe stato in grado di fare anche un bambino con una conoscenza rudimentale dell’economia – o se invece vi stesse semplicemente prendendo per i fondelli.

Un abbraccio particolarmente sentito a tutti quelli che hanno perculato il vice-ministro Castelli perché aveva osato mettere in discussione il verbo di quel sommo economista che è Pier Carlo Padoan, che prospettava un imminente rialzo dei mutui. Come si diceva a novembre: «quando i “tecnici” pretendono di spiegarvi l’economia, sappiate che (1) quello che dicono non è oro colato (anzi, raramente ne azzeccano una); ma soprattutto che (2) nel 99 per cento dei casi stanno facendo politica, e non nel vostro interesse: non a caso a far sprofondare l’economia italiana è stato un noto tecnico di nome Monti». 

*Giornalista e saggista. Autore con William Mitchell di “Sovranità o Barbarie” (Meltemi, 2018) 

Il CAPPIO al COLLO si stringe sempre di più. Il progetto del l’eliminazione dei CONTANTI avanza con il benestare del “cambiamento”

politicamentescorretto.info 8.1.19

Bancomat prelievo massimo giornaliero e mensile: da 15 gennaio cambia tutto. Ecco gli importi

Chi preleva dal conto corrente una somma superiore a mille euro in un giorno o a cinquemila euro in un mese potrà essere oggetto di indagini da parte dell’Agenzia delle entrate. A partire dal 15 gennaio 2019, è stato infatti fissato un limite numerico alle operazioni sul proprio conto oltre il quale scatterà automaticamente una presunzione di ‘nero’ qualora il contribuente non riesca a dimostrare il contrario. È questo l’emendamento appena approvato al decreto fiscale e che, come ricorda il portale laleggepertutti.it rischia di impaurire contribuenti e risparmiatori.

Benché la normativa sulla tracciabilità dei pagamenti stabilisce che l’uso dei contanti è vietato solo a partire da tremila euro, e nonostante i chiarimenti ministeriali secondo cui tale limite non si applica a prelievi e versamenti sul conto corrente (per i quali non vi è alcun tetto), la nuova norma vorrebbe imporre ai correntisti un vincolo particolarmente forte.

Se è vero che nel conto corrente ci sono i propri soldi, in linea teorica, e si dovrebbe essere liberi di farne quello che si vuole, ivi compreso prelevarli nella misura e nei tempi che si preferisce, di fatto non è così: salvo per i professionisti (per i quali sussiste una sentenza della Corte Costituzionale che li salva da questo regime), tutte le volte in cui le cause del prelievo o del versamento in banca non possono essere dimostrate al fisco, quest’ultimo (o meglio, l’Agenzia delle Entrate) può presumere che, dietro l’operazione, si nasconda un’attività in nero

Scatta quindi il recupero a tassazione di quel reddito. Insomma una vera e propria sanzione per chi non sa dire da dove provengono o dove finiscono i suoi soldi sul conto corrente. Un principio che la legge stabilisce, in modo netto e chiaro per gli imprenditori, ma che spesso è stato applicato anche ai lavoratori dipendenti. La possibilità di effettuare un accertamento fiscale per prelievi o versamenti consistenti di denaro sul conto non ha salvato, infatti, in passato, neanche il lavoratore con reddito fisso, come il normale lavoratore dipendente (di norma ritenuto sempre al riparo dai sospetti dell’Agenzia delle Entrate).

La giurisprudenza ammette – sebbene non in via sistematica, ma solo laddove le evidenze di una possibile evasione fiscale siano conclamate – gli accertamenti bancari anche sui risparmiatori. Per questo è sempre bene, anche in tali ipotesi, conservare traccia dell’impiego del denaro contante a seguito di prelievo o versamento.

Si tratta, ovviamente, solo di una ‘presunzione’ contraria al contribuente, che opera per di più in automatico, ma che consente sempre la prova contraria. Una prova, tuttavia, non sempre facile da raggiungere atteso che, spesso, dopo molto tempo, si perde traccia e memoria delle ragioni dei propri spostamenti monetari.

A CARLO MESSINA -Sindaco Montemonaco,lasciateci bancomat

Paolo Politi

Sono passati alcuni giorni dalle varie richieste e nulla si e’ saputo del “BANCOMAT”  di Montemonaco.

Sappiamo pero’ che l’Area di competenza di Intesa San Paolo per le Regioni Emilia Romagna e Marche e’ situata a Bologna e coordinata dal Sig. Tito Nocentin – che si presuppone abbia coordinato assieme ad altri dirigenti della Regione Marche la cancellazione del Bancomat del piccolo paesino di Montemonaco.

E’evidente che la piccola Comunita’ del paese sia preoccupata essendo l’unico Bancomat disponibile nel raggio di 10 km – ricordando nuovamente che il bellissimo paese nel Parco dei Sibillini e’ stato colpito dal terremoto dell’anno 2016 e che nel periodo invernale come gia’ ampliamente documentato e’ pieno di neve con molte difficolta’ per gli anziani.

Caro Messina il giorno 15 gennaio si avvicina – e tante persone come me vogliono contribuire affinche’ il Bancomat di Intesa San Paolo non venga tolto.

Un elogio al Sindaco che sta combattendo questa battaglia per i suoi concittadini – con forza e determinazione.

Attendiamo tutti una Tua risposta pubblica – che sarebbe un altro bellissimo gesto di umilta’ e di professionalita’.

B.Carige: Anzaldi (Pd) scrive a Cantone, Conte in conflitto interessi

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

“Considerato quanto sta emergendo a mezzo stampa circa i rapporti tra il presidente del Consiglio e alcuni soggetti legati all’istituto di credito oggetto del provvedimento, si può ipotizzare per il capo del Governo italiano un conflitto di interessi nell’esercizio della sua delicata funzione?”. 

E’ questo il quesito che il deputato Pd, Michele Anzaldi, pone al presidente dell’Anac, Raffaele Cantone, in merito al possibile conflitto di interessi del premier Giuseppe Cnte nella gestione della crisi di Banca Carige. “Nel tardo pomeriggio del 7 gennaio -scrive Anzaldi a Cantone- è stata annunciata la convocazione per le ore 21 dello stesso giorno del Consiglio dei ministri. Al termine della riunione, durata 8 minuti, è stato diramato un comunicato da palazzo Chigi che recita testualmente: “Il Consiglio dei ministri si è riunito oggi, lunedì 7 gennaio 2019, alle 21h33 a Palazzo Chigi, sotto la presidenza del presidente Giuseppe Conte. Segretario il sottosegretario alla Presidenza Giancarlo Giorgetti. Il Consiglio dei ministri, su proposta del presidente Giuseppe Conte e del ministro dell’economia e delle finanze Giovanni Tria, ha approvato un decreto-legge che introduce misure urgenti su Banca Carige e a tutela della clientela e dei risparmiatori”. 

“Da notizie riportate anche dalla stampa si apprende che il premier Conte è stato socio dell’avvocato Guido Alpa, a lungo consigliere di Carige e della sua Fondazione, ed è stato consulente del finanziere Raffaele Mincione, banchiere azionista dell’istituto di credito oggetto del provvedimento. E’ l’incipit stesso del comunicato ufficiale di Palazzo Chigi a porre un legittimo sospetto, poiché “sotto la presidenza” e “su proposta del presidente” evidenziano un potenziale conflitto di interesse”, conclude Anzaldi. 

liv 

 

(END) Dow Jones Newswires

January 08, 2019 10:28 ET (15:28 GMT)

Il Cambiamento in fotocopia

phastidio.net 8.1.19

provvedimenti a sostegno dell’ultima grande malata di una lunga serie di banche, nel paese dove “gli istituti sono solidi”. Si tratta di Carige, da anni in condizioni periclitanti. Quella che ha un azionista di maggioranza relativa in grado di bloccare l’assemblea straordinaria, e che sostituisce amministratori delegati manco fosse Maurizio Zamparinicoi suoi allenatori. La cosa interessante è che le misure del governo del Cambiamento sono la fotocopia di quelle adottate dai governi nella scorsa legislatura.

Basta leggere il testo del comunicato governativo. Poiché entro fine mese arriveranno i risultati dello SREP, impropriamente definito “stress test”, ed essendo verosimile che il governo sappia qualcosa che i mercati non sanno (pensate quanto sono generoso, con questa inferenza), ecco che tornano le garanzie sulla liquidità, a favore di una banca che non solo da tempo ha perso l’accesso al mercato ma che verosimilmente non se la passa benissimo neppure nei dati di raccolta diretta:

In particolare, viene prevista la possibilità per la banca di accedere a forme di sostegno pubblico della liquidità che consistono nella concessione da parte del Ministero dell’economia e delle finanze della garanzia dello Stato su passività di nuova emissione ovvero su finanziamenti erogati discrezionalmente dalla Banca d’Italia. In stretto raccordo con le istituzioni comunitarie, le garanzie previste saranno concesse nel pieno rispetto della normativa in materia di aiuti di Stato

I commissari di Carige hanno già fatto sapere che emetteranno bond sfruttando la garanzia pubblica, esattamente come fatto da MPS nel corso del 2017. Queste emissioni andranno ad aumentare il debito pubblico italiano. Riguardo ai “finanziamenti erogati discrezionalmente dalla Banca d’Italia”, si tratta dell’ELA (Emergency Liquidity Assistance), che è un caso del tutto estremo, attivabile previa autorizzazione della Bce e che non servirà, visto che si emetteranno bond garantiti dallo Stato italiano e che saranno stanziabili per ottenere prestiti dall’istituto centrale di Francoforte.

Prevista anche l’ipotesi, definita “del tutto residuale”, di ricapitalizzazione precauzionale pubblica, da attivare previa autorizzazione della Commissione Ue per banche di rilevanza sistemica, e seguita anche per MPS. A dire il vero, doveva essere seguita anche per le due banche venete ma lì si iniziò con le garanzie di liquidità e ci si accorse poco dopo che le due banche nel frattempo erano morte; servì la robusta dote erogata a Intesa Sanpaolo per prendersi la polpa dei due istituti.

Se si dovesse giungere alla ricapitalizzazione precauzionale, scatterà anche il burden sharing, cioè l’azzeramento degli azionisti e di alcune categorie di obbligazionisti subordinati. Ed anche qui saremmo alla situazione MPS, identica.

Che accadrà, ora? Anche qui, un bel déjà vu. Nel senso che ora tutto ruota intorno al deconsolidamento di un ulteriore stock di crediti deteriorati di Carige, tra sofferenze ed incagli, i cosiddetti Unlikely to pay (UTP). Ed anche qui, come già visto in passato, si cerca il cavaliere bianco di matrice pubblica che possa rilevare queste esposizioni deteriorate.

A questo punto entrerebbe in gioco la SGA, entità controllata totalitariamente dal Tesoro e che si dovrebbe occupare di acquistare i crediti deteriorati. E torniamo al via: a che prezzo? A quello prevalente sul mercato oppure ad uno più alto, motivandolo? Poiché questo è il paese della marmotta, anche oggi leggiamo commenti di giornalisti che da tempo si segnalano per la loro assoluta obiettività e neutralità, e che suggeriscono che SGA compri a prezzo superiore a quello di mercato, perché il suo è “capitale paziente”.

Siamo alle solite: se SGA strapaga i crediti deteriorati, la banca venditrice si troverà con un minore buco di capitale, ma quel buco finirà nelle tasche dei contribuenti. Preparatevi quindi a leggere pistolotti su “fallimento di mercato”, “predatori stranieri delle nostre sofferenze, lavorate a mano con tanto amore”, e così via.

Di certo, occorre evitare di arrivare alla ricapitalizzazione precauzionale. Per un motivo banale: se si arrivasse lì, il Fondo interbancario perderebbe, in forza del burden sharing, i 320 milioni erogati a Carige sotto forma di prestito convertibile. Cioè il sistema bancario italiano scriverebbe a bilancio una perdita di oltre 300 milioni.

Dove stanno le differenze tra questo decreto e quello di Gentiloni, del dicembre 2016? A questo stadio, semplicemente non esistono. Il decreto di ieri è la fotocopia di quello di due anni addietro. Forse perché il problema è davvero quello di tutelare i risparmiatori, e quindi non esistono corsi d’azione differenti. Se poi si arrivasse ad un esito infausto anche per Carige, cioè all’utilizzo di soldi pubblici (verosimilmente a fondo perduto), vedremo come sarà presentata l’iniziativa.

Per oggi ci godiamo lo spettacolo di gente devastata dalle dissonanze cognitive, siano essi giornalisti embedded ed organici a questo esecutivo, sia che si tratti di poveri disgraziati che berciano sui social tutta la loro incoercibile ignoranza.

Attendiamo quindi il nuovo, ennesimo piano industriale. Ma sin d’ora un punto fermo c’è. Una banca che ha un rapporto costi-ricavi al 90% è assai difficile che resti a galla. A meno di pesanti sacrifici, di ogni genere.

B.Carige: M5S; loro salvano banche, noi tuteliamo risparmiatori

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

“I soliti media stanno cercando di fare terrorismo psicologico: ‘il Governo regala soldi alle banche’. La verità è un’altra. Non abbiamo messo un solo euro nelle banche. Per tutelare i risparmiatori, come già abbiamo fatto con la legge di bilancio stanziando 1,5 miliardi per i truffati a differenza del Governo Renzi-Boschi che li ha azzerati dal giorno alla notte, abbiamo offerto una garanzia su eventuali emissioni di titoli della Banca Carige”. 

E’ quanto si legge in un post pubblicato sulla pagina ufficiale Facebook del MoVimento 5 Stelle. “Non saranno i risparmiatori a pagare per i banchieri – continua il post -. Nessun euro pubblico sarà più usato per salvare i banchieri. Se dovessero essere messi soldi pubblici in una banca sarà solo per nazionalizzare. La banca diventerebbe di proprietà dello Stato! Sia chiaro a tutti: è finita l’epoca dello Stato al servizio dei banchieri, degli interessi di pochi, dei politici asserviti che la mattina regalavano soldi pubblici per salvare gli amici banchieri e la sera azzeravano i risparmiatori. È finita quell’epoca, per sempre”. 

liv 

 

(END) Dow Jones Newswires

January 08, 2019 06:40 ET (11:40 GMT)