Il Cambiamento in fotocopia

phastidio.net 8.1.19

provvedimenti a sostegno dell’ultima grande malata di una lunga serie di banche, nel paese dove “gli istituti sono solidi”. Si tratta di Carige, da anni in condizioni periclitanti. Quella che ha un azionista di maggioranza relativa in grado di bloccare l’assemblea straordinaria, e che sostituisce amministratori delegati manco fosse Maurizio Zamparinicoi suoi allenatori. La cosa interessante è che le misure del governo del Cambiamento sono la fotocopia di quelle adottate dai governi nella scorsa legislatura.

Basta leggere il testo del comunicato governativo. Poiché entro fine mese arriveranno i risultati dello SREP, impropriamente definito “stress test”, ed essendo verosimile che il governo sappia qualcosa che i mercati non sanno (pensate quanto sono generoso, con questa inferenza), ecco che tornano le garanzie sulla liquidità, a favore di una banca che non solo da tempo ha perso l’accesso al mercato ma che verosimilmente non se la passa benissimo neppure nei dati di raccolta diretta:

In particolare, viene prevista la possibilità per la banca di accedere a forme di sostegno pubblico della liquidità che consistono nella concessione da parte del Ministero dell’economia e delle finanze della garanzia dello Stato su passività di nuova emissione ovvero su finanziamenti erogati discrezionalmente dalla Banca d’Italia. In stretto raccordo con le istituzioni comunitarie, le garanzie previste saranno concesse nel pieno rispetto della normativa in materia di aiuti di Stato

I commissari di Carige hanno già fatto sapere che emetteranno bond sfruttando la garanzia pubblica, esattamente come fatto da MPS nel corso del 2017. Queste emissioni andranno ad aumentare il debito pubblico italiano. Riguardo ai “finanziamenti erogati discrezionalmente dalla Banca d’Italia”, si tratta dell’ELA (Emergency Liquidity Assistance), che è un caso del tutto estremo, attivabile previa autorizzazione della Bce e che non servirà, visto che si emetteranno bond garantiti dallo Stato italiano e che saranno stanziabili per ottenere prestiti dall’istituto centrale di Francoforte.

Prevista anche l’ipotesi, definita “del tutto residuale”, di ricapitalizzazione precauzionale pubblica, da attivare previa autorizzazione della Commissione Ue per banche di rilevanza sistemica, e seguita anche per MPS. A dire il vero, doveva essere seguita anche per le due banche venete ma lì si iniziò con le garanzie di liquidità e ci si accorse poco dopo che le due banche nel frattempo erano morte; servì la robusta dote erogata a Intesa Sanpaolo per prendersi la polpa dei due istituti.

Se si dovesse giungere alla ricapitalizzazione precauzionale, scatterà anche il burden sharing, cioè l’azzeramento degli azionisti e di alcune categorie di obbligazionisti subordinati. Ed anche qui saremmo alla situazione MPS, identica.

Che accadrà, ora? Anche qui, un bel déjà vu. Nel senso che ora tutto ruota intorno al deconsolidamento di un ulteriore stock di crediti deteriorati di Carige, tra sofferenze ed incagli, i cosiddetti Unlikely to pay (UTP). Ed anche qui, come già visto in passato, si cerca il cavaliere bianco di matrice pubblica che possa rilevare queste esposizioni deteriorate.

A questo punto entrerebbe in gioco la SGA, entità controllata totalitariamente dal Tesoro e che si dovrebbe occupare di acquistare i crediti deteriorati. E torniamo al via: a che prezzo? A quello prevalente sul mercato oppure ad uno più alto, motivandolo? Poiché questo è il paese della marmotta, anche oggi leggiamo commenti di giornalisti che da tempo si segnalano per la loro assoluta obiettività e neutralità, e che suggeriscono che SGA compri a prezzo superiore a quello di mercato, perché il suo è “capitale paziente”.

Siamo alle solite: se SGA strapaga i crediti deteriorati, la banca venditrice si troverà con un minore buco di capitale, ma quel buco finirà nelle tasche dei contribuenti. Preparatevi quindi a leggere pistolotti su “fallimento di mercato”, “predatori stranieri delle nostre sofferenze, lavorate a mano con tanto amore”, e così via.

Di certo, occorre evitare di arrivare alla ricapitalizzazione precauzionale. Per un motivo banale: se si arrivasse lì, il Fondo interbancario perderebbe, in forza del burden sharing, i 320 milioni erogati a Carige sotto forma di prestito convertibile. Cioè il sistema bancario italiano scriverebbe a bilancio una perdita di oltre 300 milioni.

Dove stanno le differenze tra questo decreto e quello di Gentiloni, del dicembre 2016? A questo stadio, semplicemente non esistono. Il decreto di ieri è la fotocopia di quello di due anni addietro. Forse perché il problema è davvero quello di tutelare i risparmiatori, e quindi non esistono corsi d’azione differenti. Se poi si arrivasse ad un esito infausto anche per Carige, cioè all’utilizzo di soldi pubblici (verosimilmente a fondo perduto), vedremo come sarà presentata l’iniziativa.

Per oggi ci godiamo lo spettacolo di gente devastata dalle dissonanze cognitive, siano essi giornalisti embedded ed organici a questo esecutivo, sia che si tratti di poveri disgraziati che berciano sui social tutta la loro incoercibile ignoranza.

Attendiamo quindi il nuovo, ennesimo piano industriale. Ma sin d’ora un punto fermo c’è. Una banca che ha un rapporto costi-ricavi al 90% è assai difficile che resti a galla. A meno di pesanti sacrifici, di ogni genere.