Una stoccata dagli Stati Uniti: ecco perché l’euro sta morendo

2014-12-15_Support_for_euro_adoption_in_Poland_crashes_to_new_low

“Non hanno capito niente, ma ricordano tutto”. Nella sua intervista al Sole 24 Ore l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti è a dir poco caustico nella critica alla “classe dirigente europea che adesso ricorda i nobili dopo la rivoluzione francese”, a cui imputa buona parte delle problematiche che hanno contribuito a rendere l’euro instabile. Per vent’anni essi hanno “causato ma non capito” problematiche di ampia portata: ” sconfinata devoluzione di poteri verso l’alto e quindi verso un sostanziale vuoto democratico, l’orgia legislativa, la eliminazione totale istantanea dei dazi europei, la trasformazione dell’Europa in un corpus politico sui generis, la mala gestio della crisi, ciascuno di questi fatti capace da solo di produrre effetti violentissimi, e tutti insieme un caos”.

Draghi, con il suo whatever it takes e il quantitative easing, ha salvato l’euro sul breve periodo, ma non l’ha salvato da se stesso e, soprattutto, dalla miopia di coloro che, senza aver interiorizzato le dure lezioni del 2010-2011 e dopo aver letteralmente martirizzato la Grecia, fanno ora nuovamente un mantra del rispetto di regole la cui rigidità è considerata deleteria da buona parte degli analisti economici internazionali.  Il fatto stesso che circoli la voce di una Angela Merkel a fine ciclo politico come candidato “di unione” alla Commissione europea dopo le prossime elezioni dà l’idea della distanza della leadership tradizionale dallo stato reale del Continente. Distanza che non è certamente molto minore anche per la presunta alternativa “sovranista” o “populista”, in larga misura espressione di partiti che hanno nell’ideologia economica neoliberista un solido punto di riferimento e forse caricano di eccessivo significato un voto europeo a cui difficilmente potrà fare seguito un loro ingresso nella stanza dei bottoni.

Tutto questo mentre l’Europa e l’euro assistono da spettatori a questioni di grande rilevanza mondiale come il braccio di ferro tra Stati Uniti e Cina, la guerra tecnologico-commerciale tra i due giganti e, soprattutto, le avvisaglie di una nuova crisi economico-finanziaria che rischia di mettere a dura prova la solidità già precaria dell’Unione. Questo perché si stanno allineando le condizioni per un revival dello stato di instabilità finanziaria iniziato nello scorso decennio. I derivati ingolfano a milioni di miliardi di dollari gli operatori finanziari globali, il livello di debito, soprattutto privato, comincia a farsi insostenibile e le borse vanno via via sgonfiandosi dopo i rally del 2017-2018, cadendo in uno stato di volatilità e incertezza diffusa.

In questo contesto, Draghi ha avuto il merito e la capacità pragmatica di invertire con le sue azioni la linea del rigore che stava portando l’euro nell’abisso. Al tempo stesso, tuttavia, sul lungo periodo la sua azione espansiva non ha potuto trasmettersi con decisione all’economia reale e non sono intervenute riforme strutturali tali da migliorare l’architettura politico-economica su cui si poggia l’euro. Le cui problematiche sono, in primo luogo, politiche, come ben spiega Tremonti: “È il caso di evitare l’errore ‘tecnico’ che consiste nel considerare l’euro solo in termini di quantità monetaria, di velocità, di tassi di interesse o di cambio. Pensando che questo possa governare la realtà o prescindere dalla realtà. Soprattutto perché l’euro è moneta atipica. Per la prima volta nella storia, si ha moneta senza governi e governi senza moneta”. Logica conseguenza di questa natura atipica è che il potere di controllo sull’euro sia sbilanciato a favore di chi, dalle regole del gioco, ha avuto più a guadagnare.

Questo è sicuramente il caso della Germania, dell’Olanda e dei Paesi “nordici” dell’Eurozona, i custodi dell’austerità e del rigore che più di tutti hanno plasmato la linea di condotta della Commissione, ultimamente tornata ad irrigidirsi. L’euro è divenuto, dopo un primo quinquennio di relativa stabilità, strumento favorevole ai loro sistemi export-led e fattore di divaricazione delle disuguaglianze economiche interne all’Unione Europea, piuttosto che di convergenza. 

E che l’euro, a vent’anni dalla sua introduzione, non abbia contribuito a “raggiungere l’obiettivo iniziale, ovvero accrescere lo sviluppo economico e il consenso per le istituzioni dell’Eurozona” lo ritiene anche Robert Samuelson, editorialista del Washington Post: “in molti casi, è successo l’opposto. L’economia dell’Eurozona è ancora molto lontana dagli Stati Uniti per la crescita”, e questo in larga parte è dovuto all’utilizzo strumentale della moneta unica e delle regole europee come strumento di rafforzamento di un nucleo geoeconomico in seno all’Unione. Il rispetto selettivo delle regole e la speculazione sulle stesse situazioni di crisisono state un modus operandi che la Germania, non in maniera solitaria, ha perseguito di continuo dal 2007-2008 ad oggi.

E dall’attuale panorama politico continentale non sembra essere pronto ad emergere alcun movimento o statista di statura tale da portare l’euro fuori dalle sue secche. Capace di far comprendere che il tema principale è salvare l’Unione da se stessa, da regole troppo stringenti, e la Bce dall’esclusiva focalizzazione sul controllo della stabilità dei prezzi, rilanciando una capacità di intervento pubblico nell’economia che i falchi del rigore hanno sempre disincentivato. Lo ha scritto il ministro Paolo Savona nel suo documento di riforma delle istituzioni presentato nei mesi scorsi a Bruxelles. E il fatto che l’esecutivo di Roma non abbia fatto molti sforzi per promuoverlo come avrebbe dovuto complica la situazione. L’Europa e l’euro restano vulnerabili, una prossima crisi potrebbe avere effetti incalcolabili.