Il salvataggio di Carige è diverso?

di Davide Maria De Luca –  ilpost.it 9.1.19

La risposta breve è no, quella lunga è che governo e autorità europee sono intervenute in anticipo rispetto al passato, ma con le stesse modalità usate in precedenza

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L’annuncio a sorpresa del salvataggio pubblico di Banca Carige ha messo diversi esponenti del governo in una situazione difficile: quella di doversi difendere dall’accusa di aver fatto la stessa cosa che rimproveravano di aver fatto ai governi precedenti. In breve: usare soldi pubblici per salvare una banca in difficoltà. I principali esponenti del Movimento 5 Stelle, il partito che era stato più critico con i precedenti governi per come erano intervenuti in situazioni simili a quella di Carige, hanno ripetuto in più occasioni di essersi comportati in modo radicalmente diverso («Loro salvano le banche, noi tuteliamo i risparmiatori», ha scritto Luigi Di Maio). L’opposizione, invece, ha accusato le forze di maggioranza di ipocrisia, sottolineando che il decreto di Carige è identico, parola per parola, al decreto Gentiloni che due anni fa aveva permesso il salvataggio di MPS, della Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca.

Il fatto che i due decreti siano identici non è in verità un gran sorpresa: con le attuali regole europee il governo Conte non aveva molta scelta se non seguire il percorso già tracciato dai governi precedenti, un percorso che consente di salvare le banche con denaro pubblico, ma impone che coloro che in quelle banche hanno investito partecipino, almeno in parte, al risanamento (è il famoso “burden sharing” o “condivisione degli oneri”). Nonostante le regole siano rimaste uguali, tuttavia, i governi hanno comunque una certa libertà nel decidere come affrontare le diverse crisi.

Abbiamo riassunto le strategie seguite nelle crisi degli ultimi anni e le abbiamo messe a confronto con quello che sappiamo fino ad ora del salvataggio di Carige. Quello che emerge è che il governo Conte fino ad ora si è comportato come i suoi predecessori con la differenza che, anche grazie al contributo delle autorità europee e della migliore salute di Banca Carige, ha potuto intervenire per tempo e questo potrebbe permettere di contenere i danni tanto per gli investitori quanto per le casse pubbliche.

Banca Etruria e le altre
Il salvataggio di Banca Etruria, Banca Marche, Carichieti e Cariferrara è stato il più duro per gli investitori e il meno costoso per le casse pubbliche. Il salvataggio vero e proprio non è costato un solo euro di soldi pubblici. Tutte le perdite sono state assorbite dai privati, cioè il sistema bancario nel suo complesso e coloro che avevano investito soldi nella banca, comprando le sue azioni oppure le sue obbligazioni.

Il grosso delle perdite, 4,7 miliardi di euro, è stato assorbito dal Fondo nazionale di risoluzione, un fondo di emergenza alimentato dai versamenti fatti dalle banche che operano in Italia. Altri 780 milioni sono arrivati dall’azzeramento delle obbligazioni subordinate, la metà dei quali in mano a circa 10 mila piccoli investitori (le obbligazioni subordinate sono quelle che garantiscono un rendimento maggiore, ma sono per questo più rischiose di quelle cosiddette “senior”). In questo procedimento, sono stati azzerati anche gli azionisti, cioè coloro che avevano acquistato “quote” della banca (i suoi proprietari, in sostanza), i quali hanno perso tutto ciò che avevano investito.

Soltanto in seguito alle numerose proteste dei piccoli risparmiatori, sostenuti dall’opposizione, si è arrivati all’uso di soldi pubblici. Prima il governo Gentiloni ha stanziato 100 milioni di euro per tutelare gli “obbligazionisti truffati”, cioè quei piccoli risparmiatori che si ritiene non avessero competenze sufficienti a gestire le obbligazioni subordinate  che avevano sottoscritto (altri 200 milioni di euro destinati ai rimborsi erano stati stanziati in precedenza dal Fondo nazionale di risoluzione). Successivamente, nella legge di bilancio 2019, il nuovo governo ha allargato ancora di più le maglie, stanziando 1,5 miliardi di euro di rimborsi automatici destinati a rifondere il 30 per cento del totale investito dagli azionisti e il 95 per cento di quanto investito dagli obbligazionisti subordinati.

Il terzo salvataggio del Monte dei Paschi
Il contraccolpo politico e mediatico causato dall’azzeramento degli obbligazionisti subordinati delle quattro banche popolari è stata un’importante lezione per i governi italiani. Quando nel 2016 Monte dei Paschi di Siena (MPS) entrò in crisi per la terza volta in pochi anni, il governo Gentiloni decise di intervenire in un modo che evitasse il disastro politico dell’anno precedente. A dicembre, il governo stabilì di mettere in atto una “ricapitalizzazione precauzionale”, una procedura concordata con le autorità europee che avrebbe portato lo stato a diventare proprietario della banca.

Dopo lunghe trattative con la Commissione, lo stato divenne azionista di maggioranza di MPS nel luglio del 2017, con la spesa di 3,9 miliardi di euro di denaro pubblico. Gli azionisti precedenti furono azzerati, ma per le migliaia di obbligazionisti il governo, d’accordo con le autorità europee, trovò una via di fuga. I grandi investitori che avevano acquistato obbligazioni subordinate persero il loro investimento, ma i piccoli risparmiatori furono salvati con un complesso meccanismo costato alle casse dello stato circa un miliardo e mezzo di euro.

Il costo totale del salvataggio di MPS diventerà chiaro solo nel 2021, quando lo stato sarà obbligato a liberarsi delle azioni che ha acquistato nella banca. A quel punto sarà possibile valutare la differenza tra quanto è stato speso per comprare la banca e quanto si incasserà vendendola. Oggi MPS vale in borsa circa 2 miliardi di euro. Significa che se la banca venisse venduta oggi, lo stato perderebbe 3,4 miliardi di euro (la differenza tra il costo di acquisto delle azioni e il prezzo di vendita, più il miliardo e mezzo speso per proteggere gli obbligazionisti).

Le due banche popolari venete
Il terzo salvataggio ha riguardato due importanti banche del Veneto, la Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca. È stato quello più oneroso per lo stato e quello che ha causato le maggiori critiche (questa volta non da parte di risparmiatori, ma da parte di esperti ed economisti). I due istituti erano arrivati a un passo dal fallimento quando nella primavera del 2017 il governo decise di intervenire. Azionisti e obbligazionisti subordinati, ancora una volta, persero tutti i loro risparmi, ma l’intervento del governo permise di proteggere gli obbligazionisti “senior” (gli obbligazionisti subordinati hanno poi ricevuto rimborsi per circa 40 milioni di euro su 300 milioni di perdita).

L’esborso principale è stato di 4,7 miliardi di euro, denaro di fatto consegnato a Banca Intesa che accettò di acquistare le due banche dopo che queste erano state ripulite dai crediti più difficili da riscuotere (anche senza questi crediti deteriorati le due banche erano comunque in tale difficoltà da costituire un peso per Banca Intesa, ragione per cui la banca chiese un contributo pubblico per procedere all’acquisto). Lo stato si impegnò poi a fornire altri 12 miliardi di euro di garanzie che sono finiti conteggiati nel debito pubblico. Soltanto nei prossimi anni si capirà quanta parte di questa cifra tornerà nelle casse dello stato e quanta invece sarà persa.

Banca Carige
La crisi di Carige è soltanto all’inizio e quindi non si conosce ancora come esattamente il governo intenda procedere. Le risorse stanziate, ma non ancora impegnate, sono 3 miliardi di euro in garanzie che saranno poste sulle future obbligazioni emesse dalla banca (gli amministratori di Carige ne hanno già fatto richiesta martedì), più un miliardo stanziato in caso fosse necessaria una ricapitalizzazione precauzionale (lo stesso intervento che venne fatto per salvare MPS).

Al momento, quasi tutti gli esperti ritengono che non ci sarà bisogno di ricapitalizzare la banca e che le garanzie pubbliche sulle future obbligazioni saranno sufficienti a tenere in piedi la banca fino a che non si troverà un acquirente. In caso di ricapitalizzazione, però, scatterà anche il “burden sharing”, la condivisione degli oneri che porterà all’azzeramento di azionisti e potenzialmente degli obbligazionisti subordinati (che nel caso di Carige sono pochissimi, quasi tutti hanno scambiato obbligazioni subordinate per obbligazioni senior nel 2017). Sembra molto improbabile al momento che la situazione possa diventare così grave da richiedere un coinvolgimento anche degli obbligazionisti senior.

Le differenze tra la situazione di Carige e i precedenti salvataggi sono per il momento due. La prima: anche se Carige si trova in grosse difficoltà, la sua situazione non è così disperata come quella degli altri istituti. La seconda: l’intervento da parte delle autorità europee (che hanno commissariato la banca nei primi giorni di gennaio) e italiane (che hanno deciso di intervenire per salvarla) è arrivata molto presto, prima che le condizioni della banca peggiorassero al punto da richiedere un intervento più massiccio.