LAVORARE PER RESTARE POVERI

 di: Giulietto Chiesa lavocedellevoci.it

Si lavora e si resta poveri. È il fenomeno dei cosiddetti “working poor”. Che non si vede se si fa soltanto caso al tasso di occupazione di un paese.

Se invece si va a vedere i dati di Eurostat, l’agenzia di statistica ufficiale dell’Unione Europea, si ricava una serie di informazioni decisamente più corrispondente ai fatti reali della vita quotidiana di milioni di europei. Questi dati che seguono si riferiscono al 2017, ma c’è motivo di credere che non siano migliorati nell’anno che si sta chiudendo.

La prima notizia è che l’Italia, insieme alla Gran Bretagna, batte il record peggiore di tutte le principali economie industriali dell’occidente. In entrambi i paesi il livello dei salari è inferiore a quello di dieci anni prima. Da ricordare che il 2007 fu l’anno che precedette la grande crisi iniziata con il crollo di Lehman Brothers, che ci fa capire come i lavoratori italiani (e inglesi) non abbiano ancora ricuperato il colpo subito allora, nonostante tutte le chiacchiere lette e ascoltate in questi anni circa la ripresa economica.

Ma l’Italia — questa volta assieme alla Spagna — ha un altro record negativo: la percentuale di lavoratori che vivono in famiglie che sono sotto la soglia di povertà. Il 12% per l’Italia, il 13% per la Spagna. Che cosa significano questi due dati? Che si tratta di persone non disoccupate, che lavorano, ma che non riescono con il loro salario a uscire dalla povertà. Che significa non solo il livello letteralmente “di fame” della paga che ricevono, ma soprattutto gli effetti del job act e di tutti i trucchi affini che hanno praticamente distrutto il lavoro a tempo pieno e costretto la maggioranza di chi lavora a contratti part time, temporanei, occasionali, flessibili e così via dimezzando.

La faccenda non è però soltanto italiana e spagnola. Anche l’Unione Europea nel suo complesso soffre di questo stato di cose. La percentuale dei “working poor” è vicinissima al 10% (9,6%). Col che si comincia a capire perché un’ondata di insoddisfazione attraversa le classi lavoratrici di tutta Europa e si traduce in crolli “improvvisi” di fiducia degli elettorati nei confronti delle elites politiche tradizionali. In realtà di “improvviso” c’è il voto di larghe masse popolari, ma la fermentazione di questo voto (si pensi ai crolli della CDU e della SPD nelle ultime elezioni regionali tedesche) è cominciata e si è accresciuta nel corso di un decennio.Il dato tedesco dei “working poor” è proprio la dimostrazione palmare di questo assunto. Nella ricca e prospera Germania il loro numero è sì inferiore a quello della media dell’Unione Europea (solo il 9,1%), ma è addirittura il doppio di quello che era dodici anni fa. Le cosiddette “riforme del mercato del lavoro”, dovunque in Europa, hanno peggiorato le condizioni di vita dei lavoratori, e hanno accresciuto la distribuzione della ricchezza a vantaggio dei ricchi.

Processo Banca Popolare di Vicenza, primo verdetto dal tribunale. CorVeneto: si va verso l’accusa di bancarotta

Rassegna Stampa Vicenzapiu.com 10.1.19

«Bpvi era insolvente per 3,5 miliardi di euro» alla data del 25 giugno 2017, quella di messa in liquidazione: a metterlo nero su bianco è il tribunale fallimentare di Vicenza. E si fa strada l’accusa di bancarotta. Sì perché la procura, ottenuta la sentenza dei giudici civili, aprirà un nuovo filone di inchiesta rispetto al principale, per il quale gli ex vertici sono già a processo. E il numero degli indagati sarà probabilmente destinato ad aumentare. Si arriverà probabilmente così a due processi paralleli. La decisione era attesa. Un nuovo scossone per la banca e i suoi ex manager, ma non così inaspettato.

Banca che, quando la parte in bonis fu ceduta per un euro a Intesa e per il resto messa in liquidazione coatta amministrativa, su decreto del governo, era in una crisi irreversibile. «Insolvente», appunto come riconosciuto, «per 3,5 miliardi di euro». E sul conto è stato messo anche il contributo per la liquidazione dello Stato a Intesa. Accogliendo la conclusione a cui era arrivato nelle 159 fitte pagine di relazione Bruno Inzitari, perito nominato dal tribunale fallimentare. La stessa ricalcata appunto dal collegio civile presieduto dal giudice Giuseppe Limitone (con i giudici Giulio Borella e Luca Ricci). Che ha dichiarato lo stato di insolvenza dell’istituto di credito vicentino, così come chiesto formalmente a marzo 2018 dai sostituti procuratori Luigi Salvadori e Gianni Pipeschi titolari dell’inchiesta penale sul crac Bpvi. I quali ora arriveranno a contestare reati fallimentari, non solo agli allora manager ma anche alle controparti che avrebbero partecipato al dolo.

Una nuova costola dell’inchiesta principale quando si è già aperto il maxi processo – per aggiotaggio, ostacolo alla vigilanza e falso in prospetto informativo – a carico degli ex vertici della banca (e la banca stessa). Tra cui l’ex presidente Gianni Zonin, la cui difesa ha già fatto sapere che ricorrerà in appello contro la sentenza del tribunale fallimentare. E, si può già supporre, sarà battaglia in aula. Una situazione, in fondo, già vista, già vissuta a Treviso per Veneto Banca: con l’insolvenza già dichiarata a giugno che è ora al vaglio della Corte d’appello. Insolvenza assodata almeno in primo grado per Bpvi: secondo i giudici, infatti, alla data di avvio della liquidazione, non aveva tutti i soldi per far fronte ai creditori.

Inzitari (che non si distanzia di molto, nelle conclusioni, dai periti della procura, Giovanni Petrella e Andrea Resti) sostiene che i 2 miliardi di patrimonio netto a disposizione vengono azzerati, valutando gli asset (ad iniziare da crediti deteriorati e partecipazioni) in ottica liquidatoria. Sul patrimonio è profondo rosso: 3,7 miliardi. O comunque per 1,2 miliardi, se si esclude il contributo per la liquidazione dello Stato a Intesa, quantificato per Bpvi in 2,4 miliardi. Contributo che però i giudici includono. Per lo più «al 25 giugno 2017 Bpvi si trovava già in una condizione di deficit di liquidità endogena, attuale e prospettica, irreversibile». Con «condizioni di liquidità e credito per l’esercizio dell’attività già fortemente compromesse» a dicembre 2016, quando Bpvi chiede la prima garanzia statale per emettere, a gennaio, nuove obbligazioni. Una situazione drammatica di cui in un vicino futuro potrebbero rispondere in diversi.

di Benedetta Centin dal Corriere del Veneto

Popolare di Vicenza, Tribunale dichiara stato di insolvenza: ai vertici può essere ora contestata la bancarotta fraudolenta

Giuseppe Pietrobelli | 10 Gennaio 2019 ilfattoquotidiano.it

La decisione del giudice Giuseppe Limitone è destinata a marcare il fronte giudiziario nell’inchiesta sul dissesto che ha causato la perdita dei risparmi per decine di migliaia di azionisti. Il reato è più grave del semplice aggiotaggio e quindi i termini della prescrizione si allungano per il processo a carico del presidente Gianni Zonin e di altri 5 amministratori

Adesso per i vertici della Banca Popolare di Vicenza si apre la prospettiva di una contestazione di bancarotta fraudolenta. Infatti il Tribunale ha dichiarato lo stato di insolvenza della banca che si trova in regime di liquidazione coatta amministrativa. La decisione del giudice Giuseppe Limitone è destinata a marcare il fronte giudiziario per il dissesto che ha causato la perdita dei risparmi per decine di migliaia di azionisti di PopVicenza, il cui ex presidente Gianni Zonin è attualmente sotto processo assieme ad alcuni amministratori. Infatti, i difensori di Zonin hanno già annunciato l’intenzione di fare ricorso. È una situazione simile a quella dell’altro istituto di credito veneto travolto dalla crisi finanziaria, Veneto Banca di Montebelluna, il cui ex amministratore delegato Vincenzo Consoli si è opposto a una analoga decisione del Tribunale diTreviso.

I sostituti procuratori vicentini Luigi Salvadori e GianniPipeschi, titolari dell’inchiesta per aggiotaggio e ostacolo alla Vigilanza a carico di sei imputati (altre alla banca in proprio), dopo aver ottenuto ragione (la richiesta di insolvenza risale al marzo 2018) possono far virare le indagini verso la bancarotta. Il reato è più grave del semplice aggiotaggio e quindi i termini della prescrizione si allungano per il processo che ha già visto la celebrazione di due udienze (a Vicenza, la terza si terrà nell’aula-bunker di Mestre).

Il giudice Limitone ha basato la propria sentenza sulla relazione dei consulenti, il professor Bruno Inzitari e il professor Luciano Matteo Quattrocchio. Secondo gli esperti, quando il 25 giugno 2017 il ministro dell’Economia e delle Finanze, Pier Carlo Padoan, aveva disposto la liquidazione coatta amministrativa di PopVicenza, i conti presentavano uno “sbilanciamentonotevolissimo”, tale da poter definire “la condizione di deficit di liquidità (endogena), attuale e prospettica, di natura irreversibile”. In quel momento l’istituto di credito vicentino non era più in possesso delle “necessarie condizioni di liquidità e di credito per l’esercizio dell’attività bancaria”, considerando che la Banca Popolare Europea due giorni prima aveva definito Popolare Vicenza “prossima al dissesto”.

In quel momento (la tesi è sostenuta anche dai consulenti della Procura, Giovanni Petrella e Andrea Resti) alla banca restava un patrimonio netto di 2 miliardi di euro, comunque insufficiente per garantire la liquidità per un insolvenza quantificata in 3,7 miliardi e comprensiva del contributo statale a Banca Intesa per 2,5 miliardi necessario per il salvataggio. Ma quello fu solo il momento terminale. Già nel dicembre 2016 le condizioni di liquidità e di credito erano, secondo il giudice, “fortemente compromesse”. Era quella l’epoca in cui PopVicenza chiese la prima garanzia statale a emettere obbligazioni. Ma l’irreversibilità dell’insolvenza si sarebbe manifestata il 23 giugno 2017, data a cui va ancorato il calcolo del valore degli asset rimasti.

Contro questa tesi si era schierato il professor Marco Onado, consulente dell’ex presidente Gianni Mion, dell’ex amministratore delegato Fabrizio Viola (poi commissario di BpVi) e dell’ultimo cda, secondo cui i patrimonio netto pari a due miliardi garantisse la solvibilità. Concetti ribaditi dal consulente di Zonin, il professor Paolo Gualtieri, secondo cui sul passivo della liquidazione non potevano essere caricati due miliardi e mezzo di finanziamento statale a Banca Intesa.

Dichiarato lo stato di insolvenza della Popolare di Vicenza

themeditelegraph.it 10.1.19

Vicenza – L’ipotesi è che l’insolvenza consenta ora di aprire un secondo filone parallelo di indagine rispetto al principale, per il quale gli ex vertici, compreso l’ex presidente Gianni Zonin, sono già a processo.

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Vicenza – Il tribunale fallimentare di Vicenza ha dichiarato lo stato di insolvenza della Popolare di Vicenza: al 25 giugno 2017, data di avvio della liquidazione, lo squilibrio dei conti era pari a 3,5 miliardi di euro secondo le stime del perito dei giudici. La decisione apre la strada, secondo quanto riportato dai giornali locali, all’accusa da parte della Procura nei confronti degli ex manager anche di bancarotta fraudolenta. L’ipotesi è che l’insolvenza consenta ora di aprire un secondo filone parallelo di indagine rispetto al principale, per il quale gli ex vertici, compreso l’ex presidente Gianni Zonin, sono già a processo per aggiotaggio, ostacolo alla vigilanza e falso in prospetto informativo. La difesa di Zonin ha già fatto sapere che ricorrerà in appello contro la sentenza del tribunale fallimentare.

[L’analisi] Scandalo Carige, vi spiego perché bisogna colpire i banchieri e non le banche

Maurizio Ricci, editorialista tiscali.it 10.1.19

Questa la bussola da seguire, ogni volta che un istituto di credito entra in una spirale potenzialmente letale

[L'analisi] Scandalo Carige, vi spiego perché bisogna colpire i banchieri e non le banche

Colpire i banchieri, non le banche. Questa la bussola da seguire, ogni volta che un istituto di credito entra in una spirale potenzialmente letale. Troppi gli intrecci fra una banca e l’economia che la circonda, fra una banca e le altre banche, per  rischiare che un falò anche modesto si trasformi in un incendio indomabile. L’intervento – non del Tesoro, ma dell’intero governo – a tamponare la crisi della Carige (dove i banchieri responsabili del dissesto, comunque, erano già stati azzerati) rientra, insomma, nell’armamentario della prudente amministrazione: il mercato potrà assorbire 1,3 miliardi di euro di obbligazioni, che l’istituto genovese emetterà per rinsaldare il suo bilancio, con la garanzia che, nel caso peggiore, sarà lo Stato a far fronte al debito. E, se questo non bastasse, lo Stato interverrà in prima persona, nazionalizzando la banca. Forse, anzi, c’è un eccesso di prudenza: nessuno si aspettava che si evocasse, fin dalla prima battuta, l’intervento dello Stato nell’azionariato. E’ possibile che il governo – sempre che Bruxelles dia il via libera ad un eventuale intervento diretto – abbia voluto giocare d’anticipo, chiudendo da subito le porte a qualsiasi possibile speculazione. Oppure, sanno qualcosa che noi non sappiamo.

Il mal tedesco

In ogni caso, il colpo di coda del caso Carige rimette in primo piano la necessità di una ripulitura approfondita e definitiva del sistema creditizio italiano, per evitare che si prolunghi lo stillicidio di crisi e salvataggi. Significa modificare e bonificare una volta per tutte l’ecosistema bancario. Il virus è assai meno la tentazione del gigantismo (quella che ha perduto, con la scalata all’Antonveneta, il Monte dei Paschi), di quanto non sia il vischioso intreccio di interessi, che un eufemismo definisce come il rapporto tra una banca e il suo territorio. Quello che dovrebbe essere una virtuosa conoscenza, nel dettaglio e da vicino, dell’economia locale e dei suoi protagonisti diventa il credito preferenziale agli amici degli amici, anche quando non lo meriterebbero, fino ai casi limite dei grandi debitori che siedono nel consiglio di amministrazione della stessa banca che tiene in vita le loro imprese con i suoi prestiti. Non è un vizio solo italiano. E’ lo spaccato – a livello locale – del sistema creditizio nel paese virtuoso per antonomasia, in Europa: la Germania, dove le Casse di risparmio locali sono riserva di potere dei politici locali, democristiani o socialisti. In Italia ne hanno beneficiato un po’ tutti i partiti, tranne gli ultimi arrivati dei 5Stelle, ma con la Lega in prima fila, come dimostrato nel caso delle banche venete. Perché, allora, in Italia il sistema bancario attraversa queste convulsioni senza fine e in Germania, no? Per due ragioni.

La crisi permanente

Da anni l’economia tedesca marcia a pieno regime. Questo vuol dire che le aziende sono, mediamente, in buona salute e in grado di far fronte ai propri debiti, sgravando i bilanci delle banche. In Italia, al contrario, un ristagno che parte dall’inizio degli anni ’90 e che si è trasformato, dieci anni fa, in crisi aperta ha agito come una zavorra, accumulando sofferenze e crediti non esigibili, tanto più negli istituti che avevano disinvoltamente seguito una politica di crediti di favore. Non era una situazione sconosciuta. E questo chiama in causa responsabilità precise: Banca d’Italia e Partito democratico, principalmente, che hanno governato il sistema negli ultimi anni. Ma le responsabilità non sono, come vorrebbero i grillini, a livello di copertura e spalleggiamento di singoli istituti, ma a livello di sistema. E’ la Banca d’Italia, cui spetta la Vigilanza, che avrebbe dovuto intervenire con decisione, incidendo i vari bubboni di cui non poteva non essere a conoscenza. Non l’ha fatto, probabilmente, in nome della protezione di una stabilità,  che il disvelamento di situazioni precarie in diversi istituti, avrebbe potuto compromettere, in un momento delicatissimo, come quello della crisi finanziaria globale e di quella italiana dello spread e del rischio di trovarsi fuori dall’euro. Ed ecco le ripetute assicurazioni pubbliche, negli anni scorsi, soprattutto fra il 2012 e il 2014, sulla solidità delle banche italiane, rispetto a quelle estere, europee comprese. Era vero che le banche italiane non avevano in pancia i derivati tossici che avvelenavano – ad esempio – le banche tedesche, ma sedevano su una piramide di crediti non esigibili, altrettanto tossici.

Battere i pugni sul tavolo

Queste ripetute assicurazioni di serenità hanno avuto l’effetto di anestetizzare i governi che si sono succeduti e consentire che il sistema creditizio italiano venisse imprigionato in una trappola esiziale. A livello europeo, infatti, l’Italia non si è battuta con la determinazione che sarebbe stata necessaria per congelare la riforma dei salvataggi bancari varata a Bruxelles. La riforma sgrava i contribuenti dagli oneri di un salvataggio bancario operato dallo Stato, scaricandolo sugli azionisti e i creditori della banca. Ma paesi come la Germania hanno accettato questi vincoli dopo aver ripulito – a colpi di salvataggi statali, per un totale di 250 miliardi di euro, solo per i tedeschi – il proprio sistema creditizio, mentre l’Italia doveva ancora farli. Quando, come ora, li fa, il governo si trova le mani legate dai vincoli che ha accettato a livello europeo. E’ possibile, anzi probabile o, più esattamente, questo è il probabile obiettivo dell’intervento in Carige, che l’istituto genovese finisca, per un prezzo simbolico, nelle braccia di qualche banca più grande, come è avvenuto con le banche venete e Intesa. In qualche modo, però, l’emergere dell’ennesimo bubbone è anche una occasione per una revisione approfondita dell’universo delle banche italiane. Proprio perché non hanno scheletri nell’armadio e interessi, più o meno nascosti, in questa o quella banca, i 5Stelle possono intestarsi il compito di una bonifica dei bilanci e di una sterilizzazione delle crisi.


Finanza: Luleo di Mattia Malacalza in rosso per 11,6 mln (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Tempi duri per la famiglia Malacalza. Non solo per quanto sta succedendo a Carige , di cui gli industriali sono primi azionisti (27,55%): ruolo da difendere, in caso, nella prossima assemblea, ancora da mettere in calendario, che dovrà definire il percorso di rafforzamento patrimoniale da 400 milioni. 

Perché, scrive MF, se la cassaforte italiana Hofima dispone anche di un patrimonio di 600 milioni (mentre la subholding Malacalza Investimenti ha investito 423 milioni nella banca), la Luleo di Mattia Malacalza, uno dei due figli del capostipite Vittorio, deve fare i conti con la crisi di alcuni dei suoi business industriali. 

In particolare, in seguito alla messa in liquidazione e alla successiva ammissione alla procedura di concordato preventivo di Omba Impianti, la finanziaria lussemburghese proprietaria del 50% dell’azienda ha dovuto procedere con un cospicuo write-off dell’asset. In particolare, come emerge dal bilancio appena depositato, Luleo ha dovuto svalutare per 11,38 milioni la partecipazione nella società, che è andata in difficoltà e stress finanziario per commesse non pagate (30 milioni). 

La decisione di rivedere drasticamente il valore a bilancio di Omba Impianti ha provocato per la holding una perdita annuale di 11,59 milioni a fronte di ricavi pari a 20mila euro: nel 2017 non sono arrivati dividendi dal portafoglio. 

red/fch 

 

(END) Dow Jones Newswires

January 10, 2019 02:27 ET (07:27 GMT)

B.Carige: Mincione, favori dal premier? Mai incontrato (CorSera)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Della vicenda Carige, Raffaele Mincione è il personaggio del giorno: il finanziere per il quale si sospetta il conflitto di interesse per il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Mincione, 54 anni compiuti oggi, doppio passaporto italiano e britannico, azionista con il 5,4% di Carige, si è dimesso dal consiglio dell’istituto il 22 dicembre dopo il «no» all’aumento di capitale da parte del primo socio, la famiglia Malacalza. 

In un’intervista al Corriere della Sera, Mincione spiega che «a settembre (quando si votò sul cambio del consiglio di amministrazione, ndr) dicemmo che non era intelligente sostituire il management, che la banca era in una situazione molto fragile, che bisognava andare a una fusione in tempi brevi e che invece tutto quello che stava mettendo in piedi Malacalza avrebbe potuto causare quello che poi è successo». 

Ma nel frattempo erano emerse perdite per 257 milioni su crediti, sotto la gestione che Vittorio Malacalza e i figli Davide e Mattia hanno voluto rimuovere.«Era tutto già scritto nel bilancio: che c’era stata una ispezione e che la Bce avrebbe dovuto comunicare i valori delle perdite. Ricordo che Fabio Innocenzi alla prima riunione del consiglio mi disse che Carige era una bellissima realtà che con un po’ di internet banking sarebbe diventata una banca regionale fortissima. Io l’ho guardato sconvolto: non c’era né il tempo né il denaro per farlo. E devo dire la verità: il presidente Pietro Modiano, molto cavallerescamente, il 22 dicembre è venuto da me e mi ha detto “È difficile ammettere di sbagliarsi, a una certa età, ma ti devo chiedere scusa, mi sono sbagliato”. E mi ha abbracciato». 

Dunque Malacalza ha fatto perdere tempo prezioso? «Sì, e su questo riesco a capire il senso di fastidio delle autorità ad avere un singolo investitore al 27,5% che controlla board e assemblea: Ma riconosco che è anche difficile digerire 400 milioni di perdita. Ma questo fa sì che uno, nel tentare di recuperare del denaro, acceleri il problema, perché si perde di lucidità». 

Però, scusi, è stata la Bce ad autorizzarlo a salire al 28% pur di avere coperto l’aumento di capitale nel 2017. Poi non possiamo lamentare che ci sia un socio che vuole decidere. “Lo dice lei. E non mi sento di essere in disaccordo”. 

Carige va nazionalizzata? «Siccome c’è ancora tanto valore in Carige, spero e sono convinto che nelle prossime settimane arrivi qualcuno che faccia una proposta che aiuti il governo a non dover entrare in questa partita. Sono convinto che debba essere una banca italiana, che possa essere interessata anche geograficamente». 

Ha citato il governo. Che rapporti ha con Conte? Lui dice che non la conosce, eppure lei ha chiesto proprio all’avvocato Conte, a maggio, un parere su Retelit, una società che stava scalando… «Io non faccio politica, e trovo insensato l’andare contro le più ovvie prove per dire delle cose totalmente stupide. Prima cosa: l’operazione che il governo ha portato avanti non ha fatto altro che azzerare, di fatto, l’equity di tutti. Allora io mi chiedo: come può il mio presunto amico avermi aiutato azzerandomi i soldi? Seconda cosa: noi abbiamo chiesto sul tema Retelit un parere a uno studio legale, che purtroppo aveva scritto un’opinione che non andava nella nostra direzione. Quindi ci ha suggerito il nome di un avvocato che aveva la nostra stessa scuola di pensiero. Era quello di Conte, che non era ancora nessuno ma dopo l’opinione è diventato primo ministro. Uno deve pur lavorare, no? Io Conte non l’ho mai incontrato, non lo conosco, non gli ho mai dato un incarico, lo ha fatto uno dei miei collaboratori. Mentre il professor Guido Alpa, che sarebbe il nostro presunto trait d’union, era per il dossier Carige la persona più giusta per lavorare con noi visto che era stato consigliere della banca, da cui si era dimesso denunciando tante cose sbagliate». 

Quanto ci ha perso? «Venti milioni, soldi miei. L’ho presa male. Sono un’inguaribile ottimista e speravo di risolvere questa storia, nonostante chi investa nelle banche venga visto come l’uomo nero. Anche i miei investitori non sono rimasti contenti. Ma io ho perso più di loro». 

Quanto investite in Italia? «Su un miliardo in gestione, circa 500-600 milioni. Su Mps ho investito 40 milioni, ne ho persi 14. Su Bpm ho fatto una grossa plusvalenza, altrimenti non mi potrei permettere queste perdite. Su Tas siamo a 10-12 volte il prezzo cui siamo entrati. Retelit va meno bene ma sono fiducioso. 

red/fch 

 

(END) Dow Jones Newswires

January 10, 2019 02:37 ET (07:37 GMT)

Immobiliare: Torre cerca compratori per immobile a Roma (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Sul piatto c’è un immobile di 41mila metri quadrati in centro a Roma, l’ex sede del Banco Popolare di Novara (Banco Bpm), che è il trophy asset del fondo Unicredit Immobiliare Uno gestito da Torre sgr visto che ha un valore periziato di 110 milioni a fronte di un patrimonio totale del fondo quotato di 140 milioni. 

Un edificio, scrive MF, che era già stato oggetto di un importante progetto di riqualificazione urbanistica con tanto di autorizzazione da parte del Comune e che, soprattutto, aveva trovato un estimatore internazionale: Jp Morgan. La banca americana, infatti, da diversi mesi aveva ottenuto l’esclusiva con la sgr controllata al 62,5% da Fortress e partecipata al 37,5% da Unicredit per acquisire lo stabile e riconvertirlo a residenziale e uffici. E se l’offerta vincolante di Jp Morgan si aggirava sui 100 milioni, il progetto complessivo aveva un controvalore oscillante tra i 250 e i 300 milioni. 

Il processo pareva destinato ad avviarsi a una facile e scontata conclusione anche perché nel frattempo la banca guidata dall’ad Jean Pierre Mustier aveva deliberato a favore dell’offerta dalla banca made in Usa. Solo che nel frattempo, lo scorso anno, i vertici di Torre sono stati interessati da un processo di rinnovamento che ha visto arrriva il nuovo amministratore delegato, Michele Stella, proveniente da Parsitalia, la società immobiliare di Luca Parnasi finita nel 2017 in liquidazione, e con precedenti esperienze in Aedes Siiq e IVG Immobilien. 

Stella, una volta preso in mano il dossier, ha deciso di rivedere, stoppandola, la trattativa con Jp Morgan, anche perché si stava protraendo da oltre un anno. Al punto che poi il cda della sgr ha rigettato l’offerta proveniente da Oltreoceano, Una scelta che non è passata inosservata ai soci. Anche se, a onor del vero, va detto che l’obiettivo del management resta quello di valorizzare l’immobile di via Boncompagni attualmente affittato da Bipielle Real Estate che riconosce un canone annuo di 7,05 milioni. 

red/fch 

 

(END) Dow Jones Newswires

January 10, 2019 02:42 ET (07:42 GMT)

B.Carige: sale il pressing sui Malacalza (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Il governo e i commissari di Carige hanno indirizzato ieri messaggi al gruppo Malacalza, principale azionista di Carige con il 27,5%, che ha bloccato l’aumento di capitale da 400 milioni nell’assemblea del 22 dicembre. Per rafforzare la banca occorre il via libera all’operazione, non necessariamente la partecipazione del socio (che può decidere di non sottoscrivere la quota, perdendo il denaro investito). 

L’aumento, scrive MF, è infatti garantito dal bond subordinato da 320 milioni sottoscritto dalle banche italiane attraverso lo Schema Volontario del Fitd (Fondo interbancario di tutela dei depositi). Il titolo può essere convertito in azioni, secondo gli accordi già conclusi. Ma serve comunque l’ok all’operazione da parte dell’assemblea e quindi anche del gruppo Malacalza. 

Dopo lo stop al rafforzamento patrimoniale la banca è tornata in una fase di incertezza, che ha portato all’amministrazione straordinaria da parte di Bce e Banca d’Italia. Inoltre è servito fornire la garanzia pubblica sulla raccolta della banca. Eppure le risorse per mettere in sicurezza l’istituto sono già a disposizione. «Per salvare Carige bastano 320 milioni, quelli che il ramo volontario del Fondo Interbancario aveva stanziato come obbligazione subordinata, che ci metteva in condizione di rispettare i parametri europei ed era destinata a essere convertita in capitale se l’assemblea avesse autorizzato la conversione», ha detto ieri il commissario di Carige Pietro Modiano. «Tutti i problemi che ci assimilano ad altri salvataggi miliardari non hanno niente a che fare con la realtà». 

Non ci sono somiglianze con Mps e le due banche venete, visto che Carige è in linea con i requisiti patrimoniali e ha pure una garanzia di 320 milioni per l’aumento di capitale. 

red/fch 

 

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January 10, 2019 02:29 ET (07:29 GMT)

B.P.Bari: accelera rilancio, al Cda piano e ricapitalizzazione (Mess)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Stretta per il rilancio della Popolare di Bari, che assieme alla Popolare di Sondrio è un istituto che non ha ancora applicato la riforma sulle popolari. 

Sul tavolo del cda di mercoledì 23, secondo quanto risulta al Messaggero, ci sarà l’approvazione del nuovo piano industriale strategico a tre anni messo in piedi assieme all’advisor Rothschild. 

Secondo il quotidiano romano, l’istituto vuole voltare pagina. A questo fine ha cambiato la governance con l’avvento di Vincenzo De Bustis nel ruolo di amministratore delegato: un ritorno in Puglia per il banchiere dopo alcuni anni. Il piano dovrà prevedere un cambiamento della natura giuridica in spa e la ripatrimonializzazione. Sul primo punto che è il più spinoso, perchè deve fare i conti con il diritto di recesso, sono al lavoro Piergaetano Marchetti e Paolo Gualtieri, due consulenti molto conosciuti, specializzati il primo in campo giuridico e di governance, il secondo negli aspetti organizzativi e industriali. A metà della prossima settimana a Milano sarebbe previsto l’ultimo incontro per la definizione delle misure volte a realizzare il cambio dello status. La soluzione è molto attesa perchè potrebbe segnare una pietra miliare tra le banche cooperative. 

red/fch 

 

(END) Dow Jones Newswires

January 10, 2019 02:14 ET (07:14 GMT)

CARIGE, DI MAIO: “PUBBLICHEREMO LISTA DEBITORI”/ “Nazionalizzazione, popolo si riappropria delle banche”

Carige, Di Maio: “Pubblicheremo lista debitori”. Capo politico M5s: “Primo caso di nazionalizzazione in Europa, popolo si riappropria delle banche”.

08.01.2019, agg. il 09.01.2019 alle 22:39 – Dario D’Angelo ilsussidiario.net

Banca Carige
Banca Carige (LaPresse, 2019)

Luigi Di Maio passa al contrattacco sul caso Carige dopo essere finito nel mirino delle opposizioni per aver aperto l’ombrello pubblico sull’istituto genovese in crisi. Intervenuto in diretta Facebook, il vicepremier ha dichiarato:”Nelle prossime ore scriveremo al commissario straordinario che sta amministrando Carige e gli chiederemo di rendere noto al governo l’elenco dei debitori di Carige. Vogliamo sapere chi sono i De Benedetti di Carige e vogliamo vedere se ci sono legami politici o personali con gli amministratori delegati di questi anni. Chiederemo al commissario di promuovere l’azione di responsabilità sugli ex amministratori delegati di Carige”. Il capo politico M5s ha promesso:”Se troveremo i soliti noti, i soliti soggetti che hanno avuto favori dalle banche in questi anni, ve lo comunicheremo” e “la faremo pagare a tutti quei banchieri che hanno ridotto così quella banca per fare un favore a qualcun altro”. Di Maio ha anche aggiunto:”La nazionalizzazione di Carige sarà il primo caso in Europa così il popolo sovrano si riappropria delle banche”. (agg. di Dario D’Angelo)

5 MILIARDI PER SALVATAGGIO CARIGE

Repubblica ha pubblicato alcuni dettagli legati al Decreto Legge promosso ieri sera dal Governo Conte sul salvataggio della Banca Carige, in particolare sul costo delle erogazioni concesse da Lega e M5s per salvare i conti della Banca di Genova: 2 miliardi per il salvataggio “semplice” sotto forma di capitali concessi all’amministrazione straordinaria di Carige, e altri 3 come garanzie sulle emissioni obbligazionarie. In tutto 5 miliardi,appena due meno del Reddito di Cittadinanza giusto per capire l’importanza dell’impatto sull’economia dello Stato, come rivendica sempre il Pd nel contestare Di Maio e Salvini «hanno fatto come noi ma all’epoca ci insultavano». Il testo infatti sembrerebbe una sorta di copia e incolla del Dl 237/2016 (su garanzie, meccanismi e nazionalizzazione), proprio quello che il Premier Gentiloni pubblicò per salvare Monte dei Paschi e le venete, PopVicenza e Veneto Banca. (agg. di Niccolò Magnani)

Mentre è scontro tra l’ex premier Matteo Renzi e i Ministri Luigi Di Maio e Matteo Salvini in merito al salvataggio di Banca Carige, il focus si sposta soprattutto su quali sono le modalità con cui l’esecutivo intende agire a sostegno dell’istituto di credito. Infatti da questo punto di vista sono soprattutto gli esperti di economia più in vista del Carroccio, vale a dire Claudio Borghi e Alberto Bagnai, a fornire alcune spiegazioni, indicando da dove arriveranno i soldi per il salvataggio. Secondo Borghi, presidente della Commissione Bilancio della Camera, il Governo attingerebbe a un fondo di 20 miliardi istituito dall’esecutivo Gentiloni a fine 2016, mentre nel suo intervento, Bagnai, presidente della Commissione Finanze e Tesoro del Senato, ha spiegato che l’intervento del governo gialloverde si attua in un contesto “ricevuto in eredità dal precedente esecutivo”. (agg. di R. G. Flore) 

DI MAIO, “QUANTE BALLE SUI GIORNALI!”

Dopo che nelle ultime ore i vice-premier Di Maio e Salvini avevano replicato a tono alle accuse di Matteo Renzi di essersi comportati allo stesso modo del precedente Governo in tema di salvataggio delle banche, da poco è arriva una seconda controreplica da parte dello stesso leader del Movimento 5 Stelle che, in un breve post, ha indicato dieci punti in cui a suo dire non solo il duo formato dall’ex Presidente del Consiglio e da Maria Elena Boschi ma anche molti giornali starebbero raccontando delle balle. “Proprio loro parlano!” attacca il Ministro del Lavoro che nei dieci punti confuta le varie accuse. A detta di Di Maio, il Governo gialloverde non ha dato un euro alle banche, aggiungendo che lo Stato ci metterà dei soldi solo se dovrà capitalizzare, “e speriamo non serva” e che non si ha nessuna intenzione di fare dei regali ai banchieri. “Non sarà come Etruria perché salviamo tutti gli obbligazionisti e correntisti e non sarà come per le banche venete perché non la venderemo a due euro dopo averla ripulita dei debiti con i soldi pubblici”. Infine, al punto sette del suo “decalogo” antifake news bancarie, Di Maio di che “Renzi e la Boschi che fanno le vittime fanno ridere i polli e se avessero fatto come noi non ci sarebbero risparmiatori sul lastrico ma evidentemente ai loro amici e parenti non conveniva”. Infine, la chiusa è dedicata alla volontà di riformare a livello europeo il sistema di vigilanza bancaria e poi a una coda polemica: “Ma secondo voi se stessimo aiutando le banche, i media e questi politici falliti continuerebbero a farci la guerra? Sveglia! La Camera dei Deputati si muova ad approvare l’istituzione della Commissione d’Inchiesta sulle banche. Ne vedremo delle belle”. (agg. di R. G. Flore) 

https://www.facebook.com/plugins/post.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2FLuigiDiMaio%2Fposts%2F2061929513843584&width=500

RISPOSTA A RENZI, “NOI IN DIFESA DEI RISPARMIATORI”

Dopo Salvini è anche Di Maio a “replicare”, anche se indirettamente, alle critiche forti piovute dall’ex premier Matteo Renzi sul dossier Banca Carige: «Prima di tutto per ora non abbiamo messo un euro nelle banche. Abbiamo solo dato una garanzia in caso di eventuali emissioni di titoli per evitare che succeda quello che è già accaduto con le venete e con Etruria dove azionisti e obbligazionisti hanno perso tutto», si legge nel messaggio mandato dal vicepremier M5s ai suoi parlamentari, secondo quanto visionato dai colleghi dell’Adnkronos. Non solo, Di Maio aggiunge «Se dovessimo usare quella garanzia o metterci soldi pubblici, la Banca Carige diventerà dello Stato senza fare regali a nessuno e senza che correntisti e obbligazionisti perdano nulla. È pieno di miei video del passato che dicevano una cosa molto semplice: se lo Stato salva una banca, la banca diventa dello Stato. E così sarà se dovessimo intervenire». Una voce fuori dal coro si alza ed è quella di Gianluigi Paragone, non certo considerabile tra i “dissidenti” del M5s, che però si rivolta alla decisione di salvare Banca Carige: «questo caso di Carige non può finire come tutti i casi trattati dai governi precedenti, con una soluzione abbastanza simile. È mai possibile che nessuno nel governo del cambiamento stia chiedendo a Bankitalia di rendere conto delle sue responsabilità? Vogliamo farla questa benedetta commissione d’inchiesta (sulle banche, ndr)? Sarà realmente operativa? Sono incazzato, sono un gilet giallo, non volevamo esserlo?».

LE PRIME REAZIONI

L’intervento del Governo per salvare Banca Carige non piace neanche a qualche esponente della maggioranza Lega-M5s. Intervenuto ai microfoni di Adnkronos, il pentastellato Elio Lannutti ha commentato: «Non si possono dare aiuti pubblici senza accertare le responsabilità della Banca d’Italia. Presto pubblicherò un documento del 2014. Questa è una storia che viene da lontano e le responsabilità sono di Bankitalia. Tutti quelli che sono stati nominati sono fiduciari di Bankitalia». E il Partito Democratico è sul piede di guerra, ecco le parole di Piero De Luca: «Il Governo stanzia fondi pubblici per salvare banca Carige. È giusto ora adottare un salvabanche per tutelare i risparmiatori. Ma era giusto anche prima, quando lo ha fatto Renzi, ricevendo accuse feroci da Lega e M5S. Diciamo basta a doppia morale, ipocrisia e falsità». Duro anche l’ex premier Paolo Gentiloni: «Il governo interviene a sostegno della banca. Bene. Ricordo gli schiamazzi sui “regali ai banchieri” quando intervenivamo noi. Ora mi auguro solo prudenza e serietà. Propaganda e allarmismi sono molto pericolosi». (Aggiornamento di Massimo Balsamo)

SALVINI REPLICA A RENZI

Ormai è scontro aperto sul caso Carige, la banca genovese che ha ricevuto la garanzia di Stato sulle emissioni delle nuove obbligazioni e l’assicurazione di una possibile nazionalizzazione nel caso in cui i provvedimenti attuati dall’esecutivo in Consiglio dei Ministri non dovessero bastare a mettere in sicurezza l’istituto. Dopo gli attacchi di Matteo Renzi, che ha definito vergognoso l’atteggiamento di Salvini e Di Maio dopo anni di insulti proprio sul tema degli aiuti di Stato alle banche, è stato il vicepremier leghista a rispondere per le rime all’ex premier e segretario Pd:”Mentre Renzi e Boschi i risparmiatori li hanno ignorati e dimenticati, noi siamo intervenuti subito a loro difesa senza fare favori alle banche, agli stranieri o agli amici degli amici. Bene l’azione a tutela dei risparmiatori liguri e italiani e bene il miliardo e mezzo stanziato in manovra per gli altri cittadini truffati”, ha commentato il ministro dell’Interno. (agg. di Dario D’Angelo)

RENZI ATTACCA, “DI MAIO E SALVINI VERGOGNATEVI!”

Fa discutere l’intervento del governo in favore di Carige, l’istituto genovese che ha ottenuto su decreto del Consiglio dei Ministri la garanzia dello Stato su nuove emissioni di obbligazioni e la possibilità di un intervento diretto nel capitale nel caso in cui non si riuscisse a trovare un nuovo acquirente o un nuovo socio. A passare all’attacco è Matteo Renzi, non tanto per la sostanza del provvedimento, quanto per i precedenti attacchi di Di Maio e Salvini ai precedenti governi a guida Pd proprio sulle banche. Con un video su Twitter, l’ex premier commenta:”Sono bastati dieci minuti di una riunione notturna del Consiglio dei ministri per smentire cinque anni di insulti e menzogne contro di noi. Matteo Salvini e Luigi Di Maio devono solo vergognarsi. Salvini e Di Maio si devono vergognare per quello che hanno detto per anni e anni contro di noi. Si devono vergognare per le offese e gli insulti. Hanno truffato gli italiani raccontando storie non vere su di noi: sulla Tav, sulla Tap, sull’Ilva, sulle trivelle… Adesso persino sulle banche. E’ proprio vero, puoi ingannare qualcuno per tutta la vita e puoi ingannare tutti per una sola volta. Ma non puoi ingannare tutti per tutta la vita. Con la vicenda delle banche di ieri Salvini e di Maio devono semplicemente scrivere la parola vergogna”. (agg. di Dario D’Angelo)

CARIGE, INTERVIENE IL GOVERNO

Interviene il governo sulla questione Carige, l’istituto ligure che aveva finito per preoccupare l’Europa a causa del mancato aumento di capitale prima di Natale. L’esecutivo, riunitosi ieri sera in un Consiglio dei Ministri d’emergenza, ha concesso la garanzia pubblica nel caso di emissione di nuove obbligazioni e aperto alla possibile nazionalizzazione. Come riportato da La Repubblica, nel decreto approvato si prevede la possibilità per Carige “di accedere a forme di sostegno pubblico della liquidità che consistono nella concessione da parte del Ministero dell’Economia e delle Finanze della garanzia dello Stato su passività di nuova emissione ovvero su finanziamenti erogati discrezionalmente dalla Banca d’Italia“. Allo stesso tempo, “in considerazione degli esiti del recente esercizio di stress cui la banca è stata sottoposta, viene prevista la possibilità per Carige di accedere – attraverso una richiesta specifica – a una ricapitalizzazione pubblica a scopo precauzionale“.

CARIGE, GOVERNO APRE A IPOTESI NAZIONALIZZAZIONE

L’intervento del governo in favore di Carige ha l’obiettivo di rassicurare il mercato e gli investitori ma non è escluso che si limiti alla garanzia di Stato sulle nuove emissioni. Come riportato da Luca Pagni su Repubblica, infatti, “nel caso in cui i commissari straordinari di Carige lo chiedessero, lo Stato potrebbe entrare direttamente nell’azionariato. Così come è già accaduto per Mps, con l’intervento del ministero dell’Economia”. Un’estrema ratio che si renderà inevitabile nel caso in cui neanche le ultime rassicurazioni bastassero a trovare un nuovo acquirente o un nuovo socio. Il vicepremier Luigi Di Maio ha difeso l’intervento del governo a sostegno dell’istituto genovese:”Abbiamo approvato il decreto che tutela i risparmi dei cittadini che hanno scelto la banca Carige. Le banche italiane pagano il prezzo di un sistema di vigilanza della Bce che va dotato di strumenti rafforzati di controllo e di intervento. Saremo sempre dalla parte dei risparmiatori e dei correntisti, sempre“. 

L’Oxfam: povera Europa, continua a suicidarvi con il rigore

libreidee.org 10.1.19

Attraverso un briefing paper del settembre 2013, passato piuttosto in sordina ai globocrati di Bruxelles e ai neoliberisti impenitenti, l’Oxfam aveva lanciato lanciato un monito deciso e inequivocabile all’Europa, affinché abbandonasse le rovinose politiche economiche dell’austerità. Lo ricorda sul suo blog Ilaria Bifarini, “bocconiana redenta”, autrice di saggi sulla catastrofe del neoliberismo di cui in Europa l’Ue e la Bce sono i principali guardiani. Una politica – quella dell’austerity – che preoccupa seriamente l’Oxfam, una confederazione internazionale di organizzazioni no-profit che si dedicano alla riduzione della povertà globale, attraverso aiuti umanitari e progetti di sviluppo. «I programmi di austerità attuati in Europa hanno smantellato le misure di riduzione della disuguaglianza e di stimolo alla crescita equa», scrive l’Ofxam. «Con tassi di disuguaglianza e povertà in crescita, l’Europa sta vivendo un decennio perduto: se queste misure continueranno – scriveva l’associazione, nel suo rapporto di ormai cinque anni fa – altri 15-25 milioni di persone in Europapotrebbero diventare poveri entro il 2015». 

L’Oxfam sostiene di conoscere bene questa situazione, perché si è già verificata nel passato. Afferma: «I programmi di austerità europei assomigliano alle rovinose politiche di “aggiustamento strutturale” imposte in America Latina, Sud Est Ilaria BifariniAsiatico e Africa Sub-Sahariana negli anni ’80 e ’90. Queste politiche – fallite: medicine che curavano la malattia uccidendo il paziente – non devono essere attuate di nuovo». Per questo, l’Oxfam chiedeva ai governi europei (inutilmente) di allontanarsi dalle misure di austerità e scegliere, invece, «un percorso di crescita inclusiva che porti a risultati migliori per le persone, le comunità e l’ambiente». Questa, sottolinea Ilaria Bifarini, la raccomandazione da parte dell’organizzazione internazionale per uscire da una crisi che, senza un cambiamento di rotta, è destinata ad aggravarsi e ad autoalimentarsi. «Ci sono alternative alle politiche di austerity», insiste l’Oxfam. «In primo luogo, il problema del debito pubblicoeuropeo deve essere affrontato attraverso un processo trasparente, che eventualmente includa misure di ristrutturazione o cancellazione parziale del debito».

Cinque anni dopo, il presidente della Repubblica italiana – Sergio Mattarella – è arrivato a motivare la penalizzione di Paolo Savona (candidato dai gialloverdi al dicastero dell’economia) sostenendo che “i mercati” avrebbero punito l’Italia, se avesse osato dare rilievo istituzionale a un personaggio pronunciatosi in modo critico rispetto alla gestione tecnocratica dell’Ue. Per l’Oxfam, al contrario, sarebbe necessario «affrontare e risolvere le distorsioni del sistema finanziario portate alla luce dalla crisi economica». Purtroppo, chiosa Ilaria Bifarini, l’appello dell’associazione è caduto nel vuoto, «e le file di poveri continuano a ingrossarsi senza tregua», proprio come previsto. Secondo l’economista post-keynesiano Nino Galloni, solo un deficit di almeno il 4% avrebbe permesso di dare risultati, in termini di rilancio economico e occupazionale, a partire dal 2019. Invece, l’eurocrazia ha costretto il governo Conte a rinunciare persino al misero 2,4% inizialmente annunciato. Difficilmente l’esecutivo riuscirà a mantenere le sue promesse, con un deficit al 2,04%. Ancora rigore, dunque, e ancora crisi.

Attraverso un briefing paper del settembre 2013, passato piuttosto in sordina ai globocrati di Bruxelles e ai neoliberisti impenitenti, l’Oxfam aveva lanciato lanciato un monito deciso e inequivocabile all’Europa, affinché abbandonasse le rovinose politiche economiche dell’austerità. Lo ricorda sul suo blog Ilaria Bifarini, “bocconiana redenta”, autrice di saggi sulla catastrofe del neoliberismo di cui in Europal’Ue e la Bcesono i principali guardiani. Una politica – quella dell’austerity – che preoccupa seriamente l’Oxfam, una confederazione internazionale di organizzazioni no-profit che si dedicano alla riduzione della povertà globale, attraverso aiuti umanitari e progetti di sviluppo. «I programmi di austerità attuati in Europahanno smantellato le misure di riduzione della disuguaglianza e di stimolo alla crescita equa», scrive l’Ofxam. «Con tassi di disuguaglianza e povertà in crescita, l’Europasta vivendo un decennio perduto: se queste misure continueranno – scriveva l’associazione, nel suo rapporto di ormai cinque anni fa – altri 15-25 milioni di persone in Europapotrebbero diventare poveri entro il 2015».
L’Oxfam sostiene di conoscere bene questa situazione, perché si è già verificata nel passato. Afferma: «I programmi di austerità europei assomigliano alle rovinose politiche di “aggiustamento strutturale” imposte in America Latina, Sud Est Asiatico e Africa Sub-Sahariana negli anni ’80 e ’90. Queste politiche – fallite: medicine che curavano la malattia uccidendo il paziente – non devono essere attuate di nuovo». Per questo, l’Oxfam chiedeva ai governi europei (inutilmente) di allontanarsi dalle misure di austerità e scegliere, invece, «un percorso di crescita inclusiva che porti a risultati migliori per le persone, le comunità e l’ambiente». Questa, sottolinea Ilaria Bifarini, la raccomandazione da parte dell’organizzazione internazionale per uscire da una crisiche, senza un cambiamento di rotta, è destinata ad aggravarsi e ad autoalimentarsi. «Ci sono alternative alle politiche di austerity», insiste l’Oxfam. «In primo luogo, il problema del debito pubblicoeuropeo deve essere affrontato attraverso un processo trasparente, che eventualmente includa misure di ristrutturazione o cancellazione parziale del debito».
Cinque anni dopo, il presidente della Repubblica italiana – Sergio Mattarella – è arrivato a motivare la penalizzione di Paolo Savona (candidato dai gialloverdi al dicastero dell’economia) sostenendo che “i mercati” avrebbero punito l’Italia, se avesse osato dare rilievo istituzionale a un personaggio pronunciatosi in modo critico rispetto alla gestione tecnocratica dell’Ue. Per l’Oxfam, al contrario, sarebbe necessario «affrontare e risolvere le distorsioni del sistemafinanziario portate alla luce dalla crisieconomica». Purtroppo, chiosa Ilaria Bifarini, l’appello dell’associazione è caduto nel vuoto, «e le file di poveri continuano a ingrossarsi senza tregua», proprio come previsto. Secondo l’economista post-keynesiano Nino Galloni, solo un deficit di almeno il 4% avrebbe permesso di dare risultati, in termini di rilancio economico e occupazionale, a partire dal 2019. Invece, l’eurocrazia ha costretto il governo Conte a rinunciare persino al misero 2,4% inizialmente annunciato. Difficilmente l’esecutivo riuscirà a mantenere le sue promesse, con un deficit al 2,04%. Ancora rigore, dunque, e ancora crisi.

Aaa giovani economisti vendesi sul mercato internazionale

Fabio Ghironi lavoce.info 8.1.19

Come funziona il mercato internazionale per giovani economisti? Ecco il percorso che gli studenti in procinto di ottenere un dottorato in economia imboccano per ottenere un lavoro sul mercato internazionale.

Da venerdì 4 gennaio a domenica 6 si tiene ad Atlanta il meeting annuale delle Allied Social Science Associations (Assa). È un momento importante per i giovani economisti in procinto di ottenere un dottorato di ricerca (PhD) che stanno cercando lavoro sul mercato internazionale.

Tutto merito di Joe

Durante l’autunno, le istituzioni interessate ad assumere economisti in possesso di PhD postano gli annunci delle posizioni disponibili in una pubblicazione della American Economic Association chiamata “Job Openings for Economists”, o Joe. Gli annunci vengono da istituzioni accademiche, da istituzioni di politica economica nazionali o sovranazionali, da imprese, o da altre organizzazioni.

Da parte loro, gli studenti mandano la loro domanda (application) nell’autunno del loro ultimo anno di PhD a tutte le istituzioni di cui hanno visto annunci interessanti sul Joe. Di solito, uno studente manda tra 100 e 150 application.
L’application solitamente consiste in una lettera di presentazione, il curriculum vitae, il miglior lavoro di ricerca prodotto durante gli studi di PhD (il cosiddetto job market paper, o Jmp) e tre lettere di referenze scritte dal relatore principale della tesi di dottorato (advisor) e da due correlatori.
Le lettere di referenza “istituzionalizzano” la raccomandazione, nel senso che chi le firma mette la propria reputazione in gioco per gli studenti. Se si “vende” uno studente mediocre come fosse una stella, l’anno successivo nessuno prenderà seriamente in considerazione chi ha scritto quella referenza. E magari allora la stella da vendere l’avrà davvero. La scrittura delle lettere è dunque un lavoro molto attento.

Le lettere descrivono la ricerca dello studente (soprattutto il Jmp, ma anche altri lavori rilevanti), i risultati, il perché sono importanti e come contribuiscono alla letteratura. Le lettere solitamente contengono commenti sull’abilità dello studente come insegnante e magari qualche informazione sul carattere. Ma la cosa più importante è quello che l’advisor dice della ricerca: per esempio se sente di poter dire che si tratta di lavoro meritevole di pubblicazione ad alto livello in riviste internazionali.

Nei panni di chi assume 

Ora mettetevi nei panni di un professore di un’università dove voi e due colleghi siete stati incaricati di formare il comitato di assunzione (hiring committee) del vostro dipartimento nel campo in cui il dipartimento sta cercando di assumere. Ad esempio: macroeconomia internazionale.
Il dipartimento riceve circa 300 application tra ottobre e novembre. Tra queste, voi dovete sceglierne circa 20 a cui seguirà la possibilità di un colloquio di circa mezz’ora che avverrà all’Assa meeting. Oltre alle application, spesso riceverete anche email da colleghi che vi parlano di studenti che secondo loro meritano la vostra attenzione. Come la lettera, un messaggio è firmato: chi lo manda sta mettendo la propria reputazione in gioco.

Sulla base delle informazioni che avete e delle vostre preferenze, valutate le application e compilate la lista di candidati che voi tre (ed eventualmente altri colleghi del vostro dipartimento) vedrete uno dopo l’altro durante gli Assa meeting.
È un momento molto importante: i candidati hanno lavorato duramente sulla loro ricerca; gli advisor hanno dedicato tempo ed energie a seguire e guidare lo sviluppo di questi studenti e a scrivere lettere dettagliate e messaggi a colleghi in giro per il mondo.

In coda all’ascensore che non arriva

L’Assa meeting si tiene in grandi alberghi. Voi e vostri colleghi avete una camera dove terrete tutti i vostri colloqui. Gli studenti bravi e fortunati (quelli che partecipano a tanti colloqui) passano da tre a quattro giorni correndo da un colloquio all’altro. Una delle scene ricorrenti al meeting è quella di giovani economisti vestiti di tutto punto, in coda – disperati – per salire su ascensori che vanno sempre troppo lentamente. Uno studente bravo di solito accumula 20-25 colloqui, ma c’è chi ne fa di più e ce ne sono molti che ne fanno parecchi meno.

Una volta tornati a casa, voi e vostri colleghi decidete: tra gli studenti che avete visto, quali sono i quattro o cinque che vi sono piaciuti di più?
Questi studenti vengono invitati per una visita di un giorno al vostro dipartimento, ciascuno di loro in un giorno differente. Questa visita è il cosiddetto flyout. Durante questa giornata, il candidato avrà appuntamenti individuali di mezz’ora con membri del dipartimento e, di solito, un appuntamento con un amministratore al di sopra del dipartimento. Il candidato e alcuni membri del dipartimento andranno a pranzo insieme. Ma la cosa più importante sarà un seminario di un’ora e mezzo in cui il candidato presenterà il suo Jmp. Poi andrà a cena, di nuovo con alcuni membri del dipartimento.

Nella nostra ipotesi il Jmp è in macroeconomia internazionale e i membri del dipartimento più direttamente coinvolti nel lavoro del candidato saranno quelli più o meno nello stesso campo. Ma al seminario saranno presenti quanti più colleghi possibile (e anche studenti di PhD) e il candidato potrà ricevere domande da esperti in materie completamente diverse dalla sua. È importante che il candidato sia in grado di dare risposte chiare che non siano solo “Interessante, ci penserò in futuro”. In questi seminari, bisogna dimostrare di saper difendere il proprio lavoro e di saper tenere in pugno il seminario, anche quando la audience include non-specialisti.

Dopo aver finito l’incontro con i candidati invitati, il dipartimento decide a chi fare la propria offerta spesso, ma non sempre, seguendo la raccomandazione dello hiring committee.
Nel frattempo il candidato che avete scelto sta visitando altre università, banche centrali o altre organizzazioni (dove il procedimento di valutazione dei candidati è spesso simile). Le offerte contengono una scadenza entro cui bisogna decidere se accettare o meno. In questa fase, i candidati che hanno ricevuto più di un’offerta cercano di contrattare con le varie istituzioni in modo da spuntare il pacchetto migliore.

Chi ce la fa e chi no

Se il vostro candidato preferito declina l’offerta, potete decidere di offrire la posizione al secondo classificato tra i candidati che avevate visto. Se anche quello declina, potete passare al terzo, oppure potete decidere di invitare altri candidati. La cosa peggiore per voi è finire la campagna a mani vuote. Se invece riuscite a reclutare uno dei candidati che vi sono piaciuti, avrete con voi un nuovo giovane collega con cui lavorare.

Per i candidati bravi e fortunati, la ricerca del lavoro di solito si conclude tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio. Per la grande maggioranza, dura più a lungo e può arrivare a marzo o oltre. La conclusione può anche essere negativa e in quel caso bisogna riprovare l’anno dopo.

Il mercato Assa è un momento di grande pressione, ma anche di grandi ricompense. Per un advisor è bellissimo vedere un proprio studente riuscire bene. E per gli studenti non è solo il momento in cui cercano e, sperabilmente, trovano lavoro. È anche quando nascono le basi della loro rete di contatti nella professione. A prescindere dall’arrivo dell’offerta di lavoro, le persone che si incontrano sul mercato diventano i colleghi e, spesso, gli amici con cui si interagisce nel corso della propria carriera.
Per un candidato che finisce il mercato con un lavoro, di solito rimangono poi i mesi fino all’estate per completare la propria tesi (o dissertation), finalizzare l’ottenimento del proprio PhD e prepararsi per la nuova avventura di lavoro.

“Dall’elite al popolo: così cambieremo la Rai”

inTerris.it FEDERICO CENCI

10.1.19
Cavallo di viale Mazzini, Rai

Cavallo di viale Mazzini, Rai
L’

estate scorsa è stata molto calda anche in Vigilanza Rai. Ad un certo punto, quando non si riusciva a sciogliere il nodo intorno al nome di Marcello Foa come presidente, sembrava che il profilo di Giampaolo Rossi, membro del Consiglio d’Amministrazione appena eletto, fosse quello capace di mettere tutti d’accordo. Poi la quadra è stata trovata e Foa eletto alla presidenza della Rai. Ma Rossi nel CdA resta un’importante valvola culturale di quel “cambiamento” che in molti auspicano anche nel Servizio Pubblico Radiotelevisivo. Presidente di RaiNet per otto anni, durante i quali lui afferma di “aver contribuito a costruire l’intera offerta web della Rai”, è un esperto di comunicazione ed attento studioso dell’evoluzione dei linguaggi. In Terris lo ha intervistato.

A proposito di evoluzione dei linguaggi, come spiega la recente disaffezione del pubblico nei confronti dei media mainstream?
“La crisi di legittimità del mainstream è un tratto tipico di questo tempo e attraversa il cambiamento radicale in atto nelle nostre democrazie. Per mainstream intendiamo quel complesso sistema di costruzione dell’immaginario simbolico, operato dai media, che ha dato forma e sostanza al potere di un’élite tecno-finanziaria che questi media per buona parte controlla. Ma qualcosa non sta più funzionando all’interno dell’ordine costituito; il processo di disintermediazione operato dalla rivoluzione digitale e dalla rete è l’elemento determinante per capire ciò che sta succedendo. L’accesso all’informazione – e quindi alla conoscenza – oggi non ha più bisogno dei mediatori tradizionali; la grande stampa, le televisioni, l’apparato giornalistico ed intellettuale, il mosaico simbolico della comunicazione, vengono oltrepassati dalla possibilità di accedere a fonti informative indipendenti”.

Come si è giunti a questa situazione?
“Negli ultimi decenni in Occidente l’informazione da baluardo della democrazia è diventata spesso lo strumento attraverso il quale il potere (politico ed economico) ha alterato la realtà per legittimare scelte ed imporre disegni di dominio. Pensiamo alla falsa storia delle armi chimiche di Saddam Hussein con cui si è giustificata la guerra in Iraq e avviato il processo di destabilizzazione del Medio Oriente; pensiamo alla manipolazione dell’informazione sulla guerra in Libia che è servita ad alcune potenze occidentali per togliere di mezzo un fastidioso ostacolo al possesso delle risorse energetiche del Paese e che ha aperto la strada al disastro umanitario dell’esodo migratorio nel Mediterraneo. Pensiamo alla più recente guerra in Siria dipinta dai media come ‘guerra civile’, come una ribellione popolare contro un regime tirannico mentre si sta rivelando come una vera e propria guerra di aggressione contro uno Stato sovrano fatta da potenze occidentali e dai loro alleati mediorientali e da gruppi terroristici finanziati e addestrati. Pensiamo al modo con cui i media occidentali ma anche l’industria dell’immaginario (Hollywood in primis) hanno costruito in laboratorio i nemici dell’Occidente: ad esempio la criminalizzazione sui media di Paesi come la Russia e più in generale di quelli non allineati alle politiche imposte dalle potenze occidentali. Pensiamo all’utilizzo che l’élite globalista, attraverso il mainstream, ha fatto del tema dell’immigrazione, alla manipolazione dei dati sui flussi, alla retorica imposta dai media su accoglienza e multiculturalismo, alla criminalizzazione di chiunque provasse a mettere in discussione un fenomeno che per buona parte è indotto dal nuovo mercato degli schiavi, sul ruolo di alcune ong che spesso nulla ha a che vedere con le azioni umanitarie. Oggi assistiamo all’emergere di verità diverse da quelle imposte, a cui le persone attingono perché superano il filtro del sistema media. Questo consente ai soggetti politici e culturali anti-sistema di oltrepassare la barriera di legittimità che i media hanno sempre costruito attorno al politicamente corretto, isolando o delegittimando chiunque non appartenesse al sistema di valori dominante”.

Lei ha citato una serie di esempi di informazione manipolata dai media mainstrean. Eppure oggi si fa un gran parlare di lotta contro le fake-news…
“Infatti in buona parte è un falso problema. Mi sembra strano come il fenomeno delle fake-news sia emerso come dibattito mediatico e poi come problema politico e culturale solo all’indomani della vittoria di Trump negli Stati Uniti; dopo che il sistema mainstream è stato sonoramente sconfitto dalla nuova informazione orizzontale della rete. È indubbio che casi di informazione falsa ci sono stati ma non dimentichiamo, appunto, che da sempre il principale produttore di fake-news è stato il mainstream. In termini di influenza sull’opinione pubblica è più pericolosa la notizia fallace di un sito di contro-informazione o un apparato mediatico globale che costruisce a tavolino campagne di manipolazione e disinfromazione come è stato il caso eclatante dei Panama Papers?”.

La vittoria di Trump alle presidenziali statunitensi del 2016 è il segno tangibile di questo cambiamento che lei ha descritto?
“Sì, l’elezione di Trump ha segnato l’emergere in maniera esplosiva di questo fenomeno fino ad allora solo intuito. Per la prima volta nella storia americana, un candidato alla Presidenza non si è scontrato con il suo rivale politico (nel caso specifico la Clinton), ma con l’intero sistema mediatico che compattamente ha costruito la più feroce campagna propagandistica contro uno dei contendenti. Eppure Trump ha vinto grazie alla disintermediazione del messaggio politico; massacrato quotidianamente sui giornali, sulle televisioni, dagli intellettuali, dall’industria dello spettacolo che ha eretto attori e musicisti come maître à penser (guide morali), Trump ha deciso di parlare direttamente agli americani attraverso i social, attraverso una fitta rete di siti di contro-informazione che hanno reso virale e diretto il suo messaggio sovranista e identitario. Ora il re è nudo. In Occidente si sta scoprendo che esistono verità che soggiacciono a quelle apparenti imposte dal mainstream ed il fenomeno della contro-informazione e della mobilitazione politica attraverso la rete impone ai media di inseguire gli eventi e non più determinarli. L’esplosione dei movimenti populisti e sovranisti che si oppongono al mainstream ne è la dimostrazione. Da questo punto di vista c’è un filo diretto tra Donald Trump e i Gilet gialli francesi. E non è un legame politico-ideologico”.

Mi pare di capire che per lei la disintermediazione è un fatto positivo…
“È difficile definire il processo di disintermediazione compiuto dalla rivoluzione digitale, positivo o negativo. È un fenomeno complesso che segna un punto di non ritorno nel modo in cui la società moderna organizza l’accesso al sapere e la diffusione della conoscenza. Ci sono fasi nella storia in cui i processi di disgregazione procedono velocemente ed in maniera irreversibile. Sono accelerazioni, fratture che disintegrano gli equilibri interni di un sistema. Oggi stiamo attraversando proprio una fase del genere. Manuel Castells, uno dei più importanti sociologi della comunicazione, scrisse anni fa: ‘I media non sono il Quarto Potere, sono molto più importanti; sono lo spazio dove si costruisce il potere’. I media non sono un luogo neutro ma uno spazio che identifica il potere, dove il potere definisce se stesso e dove impone le sue regole. Ecco, oggi questo spazio è stato in parte occupato dai social, dal web, dalla contro-informazione che viene dal basso e questo impone una nuova definizione del potere delle nostre democrazie”.

Certi recenti risultati elettorali testimoniano un redivivo interesse nei confronti della difesa di concetti che la globalizzazione sembrava aver cancellato, come i confini nazionali, la difesa della cultura particolare e delle tradizioni. Oltre all’insorgere della disintermediazione, assistiamo al passaggio dal “villaggio globale” ai “villaggi del globo”?
“È un’osservazione calzante. Mi pare che stiamo attraversando una fase di recupero della realtà dopo la sbornia ideologica del decennio precedente. La globalizzazione sembra aver tradito i presupposti su cui si era fondata, come processo storico finalizzato all’abbattimento delle disuguaglianze economiche e portatore di un nuovo clima di pace mondiale. Sopratutto in Occidente e nei Paesi più avanzati, emergono con chiarezza i limiti di un progetto economico e sociale (e di una visione) che punta alla creazione di un unico modello di sviluppo, il One Worldvoluto dall’élite egemone all’interno di un mondo senza più confini ed in cui identità, culture, nazioni – cioè tutti i fenomeni che costruiscono il senso ed il destino di una comunità – vengono visti come ostacolo e quindi devono essere abbattuti. Non solo, ma la finanziarizzazione dell’economia all’interno di un’ideologia liberista estrema – non liberale – accentua questo processo”.

In che modo?
“Economicamente la globalizzazione si sta configurando come la concentrazione di una quantità sempre maggiore della ricchezza mondiale nelle mani di un sempre minor numeri di soggetti; oggi oltre l’80% della ricchezza globale è detenuta dal 2-3% della popolazione del pianeta. In Occidente questo fenomeno comporta la crisi della classe media, la sua tendenza all’estinzione, il suo impoverimento e come conseguenza la crisi stessa delle democrazie che nella ‘borghesia’ (imprenditoriale, produttiva e culturalmente evoluta) hanno avuto il loro fondamento. Un’élite sempre più potente, ricca, capace di gestire il potere immane della tecnica e dell’immaginario, si sta imponendo sul resto di una popolazione sempre più povera. I cantori della globalizzazione esaltano il fatto che complessivamente in ampi territori di quello che un tempo era il Terzo e Quarto mondo, oggi il tenore di vita stia crescendo ed un numero considerevole di persone stia uscendo dallo stato di assoluta povertà; ma tralasciano l’impoverimento complessivo di ampi strati di popolazione dei Paesi più avanzati, la conseguente perdita di fiducia del futuro, la crisi valoriale, i conflitti sociali endemici, il tutto accentuato dal fallimento del progetto multiculturale imposto attraverso l’immigrazione indotta che rischia di trasformare le nostre nazioni in campi di battaglia tra identità inconciliabili tra loro. La globalizzazione sta producendo un livellamento senza precedenti, dentro una società a due sole classi sociali: una élite con in mano un sempre più grande potere economico (e decisionale) in grado di gestire anche i flussi informativi (e formativi) e una massa sempre più povera, dipendente da questa élite e dall’immaginario che essa costruisce. Una sorta di comunismo post-moderno prodotto dal capitalismo estremo. Ed in questo progetto globalista, le identità nazionali e religiose, proprio perché pericolose costruttrici di senso, devono essere annullate all’interno di una massa indistinta e perfettamente funzionale al sistema di dominio. Il fatto è che oggi il gioco è scoperto e in Occidente i popoli non hanno più intenzione di sottomettersi docilmente al proprio suicidio assistito. La rivendicazione delle propria radici culturali in Europa, il ritorno ad un desiderio di sovranità nazionale di fronte allo svuotamento delle democrazie, sono le risposte che i cittadini europei danno ad una globalizzazione imposta dall’élite”.

Prima ha parlato di costruzione di un immaginario simbolico da parte delle élite: come giudica la proposta, in voga in influenti ambienti progressisti, dell’introduzione del suffragio limitato per livello d’istruzione? Proprio i paladini dell’uguaglianza sono giunti a predicare una simile discriminazione?
“Uno dei tratti del nostro tempo è la fine irreversibile dei due principali dogmi ideologici della sinistra mondiale che hanno dominato il dibattito culturale e l’immaginario simbolico di milioni di persone per circa un secolo. I due dogmi sono: progresso e uguaglianza. Ma già Ernst Jünger, una delle più lucide intelligenze del ‘900, in un suo scritto ricordava che ‘gli uomini sono fratelli ma non eguali’. La sinistra ormai è in preda ad una sorta di fobia da estinzione; da oltre un decennio in Occidente essa è diventata lo strumento politico e culturale dell’élite finanziaria e tecnocratica. Si è infilata dentro un tunnel di irrealtà che non le consente di comprendere il mondo che cambia; è come se dicesse a se stessa: ‘siccome la realtà non è come dico io, è sbagliata la realtà e non mi sbaglio io’. Questo approccio impedisce di vedere le trasformazioni in atto in un mondo accelerato dalla potenza della tecnica. Per esempio è difficile capire come possano gli intellettuali di sinistra e i loro politici non accorgersi che questa immigrazione in Europa non è un destino storico ma un processo indotto; uno strumento di dominio delle classi egemoni attraverso il quale disarticolare il sistema di valori e di diritti che la sinistra stessa a contribuito a costruire nel secolo passato; il suo obiettivo è generare manodopera a basso costo per la nuova organizzazione del modello capitalistico imposto dalla finanza mondiale. Come può questa sinistra non capire che con l’attuale processo demografico in atto, tra due decenni saranno milioni i giovani africani che premeranno per entrare in Europa scardinando i nostri già instabili equilibri, impoverendo sempre più l’Africa di speranza e di forza futura e gettando l’Europa in un caos sociale ed economico che genererà conflitti e nuove povertà?”.

L’insofferenza dell’opinione pubblica nei confronti dei media mainstream si manifesta anche verso il Servizio Pubblico: penso alle polemiche suscitate dall’intervento di Saviano in una classe liceale per blandire, senza contraddittorio, la legalizzazione della cannabis o dagli insulti della Finocchiaro rivolti agli uomini davanti a un gruppo di bambine, episodio quest’ultimo che l’ha spinta a scrivere al direttore di RaiTre Stefano Coletta. È possibile apportare un cambiamento?
“Con il ruolo di consigliere d’amministrazione, mi trovo a dover affrontare la complessità di una ‘media company’ che opera su un mercato articolato e che nello stesso tempo è la concessionaria del Servizio Pubblico. Ho trovato dopo molti anni una Rai completamente ‘fuori sincrono’ rispetto alla società italiana che deve rappresentare: informazione plurale, narrazione del Paese, costruzione di un immaginario simbolico, difesa dell’identità culturale, sono i compiti fondamentali del Servizio Pubblico. Ma in questi ultimi anni, la Rai ha abdicato a questi compiti e ha preferito raccontare l’Italia di un’élite intellettuale, liberal, spesso sprezzante dei valori culturali della nostra identità e delle sensibilità della maggioranza del Paese. La sfida del cambiamento passa proprio da qui: riconsegnare la Rai ai suoi legittimi proprietari, cioè i cittadini, rendendola narrazione del Paese reale e non dell’élite intellettuale che l’ha occupata. Spero di non rimanere da solo in questa battaglia”.

Gilet gialli: in Francia legge marziale contro qualsiasi manifestazione

politicamentescorretto.info 9.1.19

di Alessandra Caparello

Pugno duro del governo francese contro igilet gialli. Da quando sono iniziate le manifestazioni di protesta in Francia ci sono stati sei morti e oltre 1.400 feriti senza dimenticare i migliaia di arresti ogni settimana, secondo i rapporti internazionali. Solo lo scorso fine settimana circa 50.000 manifestanti hanno manifestato in diverse città, portando a scontri significativi a Parigi, Bordeaux e Rouen. Sicuramente un numero più basso rispetto a quello registrato nelle prime manifestazioni ma, come fano notare molti commentatori, oggi le proteste dei gilet gialli si caratterizzano per maggiori episodi di violenza.

Da qui il Parlamento francese potrebbe presto valutare una nuova legge che rende illegale qualsiasi dimostrazione se non preventivamente approvata dalle autorità. Uno sorta di legge marziale quelle pensata dal governo. A parlare in un un’intervista alla rete TF1, il primo ministro, Édouard Philippe il quale ha rivelato come il governo di Parigi stia valutando sanzioni e misure punitive in caso di proteste non notificate preventivamente alle autorità. Non solo, l’utilizzo di cappucci o maschere da parte dei manifestanti sarà ugualmente punito e, soprattutto, è allo studio la possibilità di applicare alle proteste di piazza le misure restrittive già in vigore anche in Francia per combattere la violenza negli stadi. Come i tifosi di calcio oggetto dell’attenzione della polizia, anche i manifestanti come quelli dei “gilet gialli” e non solo,potranno essere schedati e, sulla base di valutazioni arbitrarie delle forze dell’ordine e del governo, saranno preventivamente privati del diritto di protestare.

Il governo sosterrà una nuova legge che punisce coloro che non rispettano l’obbligo di dichiarare [proteste], coloro che prendono parte a dimostrazioni non autorizzate e coloro che arrivano alle dimostrazioni indossando maschere in viso.

Una legge che tenta di reprimere un movimento diventato in un certo senso virale anche fuori dai confini francesi dove tante sono le proteste ispirate ai gilet gialli.

Fonte Qui