Popolare di Bari, prossimo caso bancario dopo Carige? Rumor trasformazione in SpA e ipotesi spezzatino

Bocche cucite, a Bari, sulle cifre del piano di rafforzamento patrimoniale. Secondo i rumors del Messaggero, Popolare di Bari sarebbe pronta a varare una emissione di nuove azioni per un …

Popolare di Bari, ovvero prossimo caso bancario, se già non lo è adesso. Soci a rischio di azzeramento; banca alle prese con un piano di rafforzamento patrimoniale: in queste ore, la stampa italiana non sta affrontando ‘solo’ il caso Carige, banca genovese commissariata dalla Bce e messa in sicurezza dal governo M5S-Lega con un decreto ad hoc. Il faro è puntato anche su questa banca, non quotata in Borsa, comunque la principale dell’Italia meridionale.

La notizia boom viene riportata oggi dal Corriere della Sera, secondo cui, afflitta da problemi di accesso ai finanziamenti del mercato che vanno avanti da parecchio, Popolare di Bari avrebbe deciso di trasformarsi in una società per azioni per accelerare quel processo di risanamento che è stato chiesto da Bankitalia.

Le difficoltà di questo istituto, infatti, sono note da tempo. Nelle ultime ore sono emerse alcune indiscrezioni sul piano della banca, volto a rafforzare i propri parametri patrimoniali.

Una fonte ha riferito a Reuters quanto riportato dal Messaggero, ovvero l’intenzione di Popolare di Bari di procedere all’emissione di nuove azioni per un valore fino a 300 milioni di euro, e collocare anche debito subordinato fino a 200 milioni di euro.  Un rafforzamento patrimoniale per un valore totale di 500 milioni di euro, dunque.

Nelle ultime ore, è stata la stessa banca a uscire allo scoperto, con il seguente comunicato: “Banca Popolare di Bari, precisazioni su indiscrezioni de Il Messaggero”.

La nota, che porta la data del 10 gennaio, così recita:

“Il Gruppo Banca Popolare di Bari, in riferimento alle notizie di stampa riportate in un articolo odierno del quotidiano Il Messaggero, precisa che il Consiglio di Amministrazione convocato per la fine del mese corrente esaminerà e delibererà in merito al nuovo Piano industriale e al conseguente piano di rafforzamento patrimoniale. Pertanto, ogni indiscrezione antecedente al passaggio consiliare, non può ritenersi supportata da dati veritieri”.

Oggi il Corriere ha confermato le cifre riportate da Il Messaggero, scrivendo anche che le nuove azioni previste con l’operazione di aumento di capitale non dovrebbero tuttavia venire offerte ai soci attuali. Soci che, per non vedere azzerata la propria quota, potrebbero decidere di avvalersi del diritto di recesso.

Bocche cucite, a Bari, sulle cifre del piano di rafforzamento patrimoniale. Reuters ha messo in evidenza come anche questo istituto faccia fronte al problema dei crediti deteriorati, spina nel fianco di altre banche italiane.+

Così come hanno fatto altri istituti, la banca continua a lavorare per la riduzione del carico degli NPL, aumentato soprattutto nel corso dell’ultima recessione italiana. Nonostante gli sforzi, l’incidenza dei crediti deteriorati avrebbe un valore pari a un quinto dei prestiti che sono stati erogati a novembre, stando a quanto riportato da Reuters.

Così il quotidiano la Stampa:

“Sul mercato si segnala che l’operazione di rafforzamento patrimoniale si presenta piena di incognite. Un titolo subordinato Popolare Bari con scadenza 2021 scambia sul mercato a circa 60, pur con volumi estremamente sottili. Il rendimento attuale è superiore al 23%. L’istituto ha perso 139 milioni nei primi sei mesi del 2018, mentre nel bilancio 2017 avvisava di aver avuto «difficoltà» a reperire risorse finanziarie sul mercato”.

Occhio inoltre ai rumor riportati da Affari italiani,secondo cui “l’ipotesi allo studio è un possibile ‘spezzatino’ col quale scorporare alcune attività, ripartire il peso dei crediti deteriorati e magari ridurre l’attivo (superiore ai 14,5 miliardi a fine giugno) entro la soglia degli 8 miliardi sopra la quale scatta sia l’obbligo di trasformazione in Spa, sia la vigilanza da parte della Bce. A pensar male si fa peccato, ma tornare ad essere un istituto ‘regionale’ e non avere più il fiato di Francoforte sul collo, tanto più in vista del cambio al vertice di Eurotower (Mario Draghi lascerà l’incarico a fine ottobre e tra i più accreditati a succedergli c’è l’attuale numero uno di Bundesbank, Jens Weidmann), potrebbe significare riuscire a guadagnare ulteriore tempo evitando che i 70 mila piccoli azionisti dell’istituto si precipitino in massa ad esercitare il diritto di recesso, causando un’ulteriore falla nel delicato equilibrio dei conti dell’istituto barese”.

Affari italiani conclude:

“Che a Bari si respiri un’aria pesante è del resto testimoniato dalla decisione, clamorosa, di Giulio Sapelli che come ha raccontato Affaritaliani.it si è dimesso appena 10 giorni dopo la nomina a vicepresidente dell’istituto, il 13 dicembre scorso, senza che l’istituto ravvisasse l’opportunità di informare il mercato del passo indietro dell’economista”.

MAINETTI / UN AIUTO DA GUIDO ALPA PER EVITARE IL CRAC ?

 di: Cristiano Mais lavocedellevoci.it

Sorgente quasi in crac. Uno dei più grossi gestori di fondi in Italia, Valter Mainetti, tra l’altro proprietario del Foglio fondato da Giuliano Ferrara e diretto da Claudio Cerasa, è nei guai, e il suo potere vacilla.

La sua creatura prediletta, Sorgente Sgr, protagonista del giallo Enasarco, è stata infatti appena commissariata dalla Banca d’Italia, che ogni tanto si sveglia dal suo storico letargo.

Della vicenda Sorgente-Enasarco la Voce ha scritto un’inchiesta oltre un anno fa, che potete leggere cliccando in basso. Una delle storie più emblematiche circa lo strapotere dei Fondi, oggi, nelle disastrate sorti della nostra economia ormai super finanziarizzata. I protagonisti di tante sceneggiate sono ormai loro da un lato, mentre dall’altro ci sono gli enti previdenziali, che affidano proprio a quei fondi la gestione delle loro cospicue liquidità. Ben note, tra gli addetti ai lavori e non solo, le tante storie che s’intrecciano intorno al grosso tesoro dell’Enpam, l’ente previdenziale dei medici, ben noto fin dai tempi di Ferruccio De Lorenzo, padre di Sua Sanità Francesco.

Uno dei capitoli ancora tutti da decodificare, quello dei fondi. Ma c’è da segnalare una scarsa attenzione della magistratura, se non alcune incursioni di quella milanese, proprio sul fronte Empam e non pochi investimenti immobiliari gestiti dai fondi.

Il reuccio del settore è Massimo Caputi, una carriera nel ricco parastato sotto la protettiva ala di ‘O Ministro Paolo Cirino Pomicino (Caputi è stato al vertice di Sviluppo Italia, oggi Invitalia), poi tuffatosi nei Fondi, a cominciare da Idea Fimit, poi Fimit in compagnia della Dea Capital del gruppo De Agostini, quindi in sella a Prelios e Feidos, tra i più attivi sul campo.

Ma torniamo a mister Mainenti. In campo editoriale, possiede anche una fetta del 30 per cento azionario della Gazzetta del Mezzogiorno. Mentre a suo tempo rilevò la testata ciellina Tempi. Operazioni spesso e volentieri (anche quelle immobiliari) condotte con un grande amico, Davide Buzzi, con il quale fra l’altro avrebbe voluto realizzare un sogno: quello relativo alla mega area delle ex acciaierie Falck a Sesto San Giovanni. Forse oggi è troppo tardi.

Un’ultima chicca. Tra i suoi legali spicca un nome, quello di Guido Alpa, l’ormai celebre “maestro”  del premier Giuseppe Conte. Qualche conflitto in vista?

Nella foto Walter Mainetti

IL PRINCIPE BORROMEO NEL CROWDFUNDING.

andreagiacobino.com 11.1.19

Il principe Vitaliano Borromeo Arese, vicepresidente e promotore con Marco Galateri di Genola e Suniglia e Giovanni Lega della quotata TheSpac, si lancia nel business digitale e dell’equity crowdfunding. Tramite la sua holding di investimenti Gb Par, infatti, è diventato azionista al 20% di Build Around, una newco costituita a Milano davanti al notaio Patrizia Antognazza di cui gli altri azionisti sono Leopoldo Orlando col 40%, che ricopre la carica di amministratore unico, e Marco Ravetta con una quota analoga. Build Around ha per oggetto sociale “l’esercizio professionale nel servizio di gestione di portali online e per la raccolta di capitali di rischio”.

Orlando è figlio di Laura Bellora, dell’omonima dinastia tessile, e di Luigi Orlando dell’omonima dinastia fiorentina che operava nel rame, e attualmente risulta amministratore delegato della Interior 18.66 controllata parimenti al 50% dalla madre e dalla Gb Invest dello zio Giuseppe Bellora, che la presiede. Il principe Borromeo Arese è figlio del defunto Giberto, fratello di Carlo le cui figlie sono Beatrice, Isabella, Lavinia e Matilde: le prime tre sposate rispettivamente con Pierre Casiraghi, Ferdinando Brachetti Peretti e John Elkann, l’ultima separata da poco da Antonius von Fuerstenberg.

Magaldi: la sinistra ignorante che vorrebbe spegnere Rinaldi

libreidee.org 11.1.19

Uso criminoso della televisione: manca solo la formula del famigerato “editto bulgaro” di berlusconiana memoria, all’invettiva di Steven Forti su “Rolling Stone” contro Antonio Maria Rinaldi, per chiedere l’allontanamento dell’economista dalle reti televisive italiane, evidentemente inquinate da un economista non-mainstream, non-neoliberista, estraneo all’autismo del pensiero unico. Tu chiamalo, se vuoi, giornalismo. Nel libro “M, il figlio del secolo”, Antonio Scurati ricorda che Benito Mussolini, direttore socialista de “L’Avanti” prima di diventare Duce, almeno una cosa l’aveva detta giusta: e cioè che «la gran parte dei giornalisti italiani sono dei pennivendoli con la schiena poco dritta». Lo sottolinea Gioele Magaldi, massone progressista e presidente del Movimento Roosevelt, in una video-chat su YouTube con Marco Moiso. Tema: l’ordinaria macelleria giornalistica che trasforma in carne di porco chiunque non canti nel coro – il sovranista Rinaldi e lo stesso Magaldi, definito (comicamente) «scrittore complottista, fissato col pericolo massonico». E per giunta «vittimista», per via della congiura del silenzio che ha oscurato il suo bestseller “Massoni”, pubblicato da Chiarelettere nel 2014 e tuttora in vetta classifiche Ibs. Figurarsi: come farebbero, gli attuali talkshow, a citare un saggio che rivela l’appartenenza supermassonica di personaggi come Monti, Draghi, D’Alema e Napolitano?Nonostante lo sgangherato assalto al promotore del blog “Scenari Economici”, liquidato come «narcisista e caciarone», economista senza prestigio accademico e piccolo opportunista a caccia di poltrone, Magaldi invita lo stesso Steven Forti, e gli analoghi missionari neoliberali asserragliati tra i ranghi dell’ex sinistra, a farsi avanti in modo aperto: perché non intervistare lo stesso Magaldi, per parlare finalmente del suo libro e magari anche del Movimento Roosevelt e del “partito che serve all’Italia”, progetto al quale Antonio Maria Rinaldi si è accostato in modo interlocutorio, «come battitore libero e autonomo pensatore», per prendere nota di quanto si va discutendo? Scoprirebbero, Steven Forti e i suoi sodali, che i problemi del mondo hanno sempre almeno due spiegazioni, in democrazia. Sono le famose due campane, che un tempo i giornalisti si peritavano di ascoltare, non foss’altro che per un elementare rispetto dei loro lettori. Intanto prendano nota, alla redazione di “Rolling Stone”: sono tutti invitati alla London Metropolitan University, il 30 marzo, dove parleranno un bel po’ di economisti post-keynesiani, impegnati a spiegare come mai questa Europaè sempre in crisi, perde i pezzi (Gran Bretagna) ed è diventata una Disunione Europea dove tutti si fanno le scarpe a vicenda. Vuoi vedere che la politicadi austerity introdotta dall’Eurozona è una catastrofe, e in ultima analisi si è trasformata in una fabbrica di sovranismi, nazionalisti, populismi e Gilet Gialli?Il mainstream che si trincera dietro il politically correct non perdona a Rinaldi di tifare per i gialloverdi: fa scialo del più convenzionale corredo squadristico a base di insulti (razzismo, xenofobia, fascismo) per infangare Salvini, il nuovo mostro da sbattere in prima pagina, ma si guarda bene dall’interrogarsi sulle ragioni del fenomeno. Pensiero magico: la demonizzazione dell’Uomo Nero a questo serve, a evitare di chiedersi il perché delle cose. Un consiglio? Tornare a essere laici, smettendo i panni del fanatismo religioso. E magari, cessare di considerare l’avversario un nemico da abbattere. In altre parole, converrebbe ragionare. A proposito, aggiunge Magaldi: hanno una proposta, i coristi “di sinistra” come Steven Forti, su come uscire dalla crisi? Sono bravissimi a censurare le idee altrui, e a demolirle in modo unilaterale, senza mai dialogo, quando non riescono più a soffocarle (come nel caso di Rinaldi, spesso ospitato in televisione). Ma ce l’hanno, in tasca, un Piano-B? E se ce l’hanno, perché non ne parlano mai? Non sarebbe ora di cominciare a farlo? «Informo Steven Forti che diversi esponenti di quella che immagino sia la sua area di riferimento, cioè il Pd e LeU, fanno parte del Movimento Roosevelt». Non solo, aggiunge Magaldi: «Alcuni di loro, come Rinaldi, guardano con interesse anche alla prospettiva del “partito che serve all’Italia”, dato che – dalle loro parti – vedono che si va verso il disfacimento».“Rolling Stone” definisce «un gruppetto», la pattuglia di intellettuali, da Nino Galloni a Ilaria Bifarini, aggregati per ora nelle prime riunioni convocate per valutare la possibilità del nuovo soggetto politico, «il cui sviluppo, a partire dal nome, sarà a cura dei costituenti, dato il rispetto che abbiamo per il metodo democratico». Gruppetto? Sui numeri sarà il tempo a dire la sua, perché siamo solo ai preliminari, assicura Magaldi. Che però aggiunge: anche se alla fine non fossimo in tantissimi, «informo Steven forti che un “gruppetto” di massoni riuniti intorno alla Loggia delle Nove Sorelle, alla fine del ‘700, determinò tanto i preparativi per la Rivoluzione Americana, quindi per la Guerra d’Indipendenza, che quelli per la Rivoluzione Francese: talvolta i gruppetti, se ben coesi e agguerriti, fanno le rivoluzioni». Se Steven Forti non afferra il concetto, prosegue Magaldi, forse è perché «non ha grande dimestichezza con lo studio della storia», benché il suo curruculum accademico lo accrediti come esperto in storiacontemporanea. Iniste Magadi: «Steven Forti mi sembra carente di letture», se in qualche modo associa la massoneria al cospirazionismo. L’autore di “Massoni”, libro che smonta moltissime tesi complottistiche, cita il filosofo Gian Mario Cazzaniga, che nel saggio “La religione dei moderni” «spiega come la religione dei moderni sia la politica, e spiega anche che la politica, nel senso moderno e contemporaneo, l’hanno creata i proprio massoni».Altre letture consigliate alla redazione di “Rolling Stone”: le opere di un grande sociologo come Jürgen Habermas, «che ha spiegato come lo stesso concetto di opinione pubblica sia nato da ambienti massonici». E cioè: si prenda atto, meglio tardi che mai, che «la massoneria è un soggetto storico importante». Se poi il giovane Steven Forti leggesse pure il saggio di Magaldi, scoprirebbe che negli ultimi decenni un’élite massonica internazionale, reazionaria e neoaristocratica, ha progettatto e gestito la globalizzazione neoliberista che ha privatizzato il pianeta, rottamando i caposaldi del welfare tanto cari alla sinistra, a loro volta “fabbricati” sempre da massoni, ancorché progressisti, come il massimo economista del Novecento, l’inglese John Maynard Keynes, e il connazionale William Beveridge, l’inventore del “welfare system”. Per inciso: il progressista Keynes era iscritto al partito liberale. I laburisti, invece – come i socialisti francesi, i socialdemocratici tedeschi e l’ex Pci italiano – sono stati i più zelanti esecutori, negli ultimi decenni, delle direttive antidemocratiche dell’élite globalista: è stata proprio la sedicente sinistra a obbedire alla peggiore destra economica. In Italia l’ha fatto prima con Prodi e Draghi, poi con il governo Monti: Fiscal Compact votato senza fiatare, così come la legge Fornero sulle pensioni e il pareggio di bilancio inserito proditoriamente nella Costituzione, con lo Stato terremotato dal ricatto dallo spread.Non la si vuole vedere, la realtà? E allora all’intellighenzia dell’ex sinistra non resta che godersi Salvini, dandogli ogni giorno del fascista. Almeno, puntualizza Magaldi, si eviti di scadere nella disinformazionepiù scorretta, rinfacciando come una colpa – a un uomo come Antonio Maria Rinaldi – la libertà intellettuale di cui gode: avrà diritto o no, di dirsi scontento della manovra economica del governo gialloverde? Proprio non glielo si vuole riconoscere, il diritto di aspettarsi di più dall’esecutivo Conte? Scherno, disprezzo e criminalizzazione di chi non la pensa come te, riassume Magaldi, non fanno parte dell’abc dell’informazione, che può essere anche fortemente critica, ma mai scorretta. I mediamainstream sembrano lo specchio della politicaitaliana, basata su scontri quotidiani dal sapore tribale. Puoi anche farlo cadere, un avversario, ma poi sapresti come agire, al suo posto? Qualcuno ricorda un’idea – una sola – che negli ultimi vent’anni la sedicente sinistra abbia partorito, per migliorare la situazione, mentre passava il tempo a tuonare contro l’orrido Berlusconi – per poi fare persino peggio, una volta a Palazzo Chigi? Il punto è che c’è bisogno di tutti, sembra dire Magaldi. Oggi più che mai, nessuno deve sentirsi escluso. Lo gridano, gli elettori, quando votano per i cosiddetti populisti. Ormai vedono benissimo quant’è infame, la post-democraziaUe. E’ tanto comodo, ricamare indignati elzeviri sui tweet di Salvini: serve a continuare a non vedere cosa sta succedendo, lassù, dove un pugno di decisori tiene in ostaggio mezzo miliardo di persone, in Europa. Fino a quando?

Uso criminoso della televisione: manca solo la formula del famigerato “editto bulgaro” di berlusconiana memoria, all’invettiva di Steven Forti su “Rolling Stone” contro Antonio Maria Rinaldi, per chiedere l’allontanamento dell’economista dalle reti televisive italiane, evidentemente inquinate da un economista non-mainstream, non-neoliberista, estraneo all’autismo del pensiero unico. Tu chiamalo, se vuoi, giornalismo. Nel libro “M, il figlio del secolo”, Antonio Scurati ricorda che Benito Mussolini, direttore socialista de “L’Avanti” prima di diventare Duce, almeno una cosa l’aveva detta giusta: e cioè che «la gran parte dei giornalisti italiani sono dei pennivendoli con la schiena poco dritta». Lo sottolinea Gioele Magaldi, massone progressista e presidente del Movimento Roosevelt, in una video-chat su YouTube con Marco Moiso. Tema: l’ordinaria macelleria giornalistica che trasforma in carne di porco chiunque non canti nel coro – il sovranista Rinaldi e lo stesso Magaldi, definito (comicamente) «scrittore complottista, fissato col pericolo massonico». E per giunta «vittimista», per via della congiura del silenzio che ha oscurato il suo bestseller “Massoni”, pubblicato da Chiarelettere nel 2014 e tuttora in vetta classifiche Ibs. Figurarsi: come farebbero, gli attuali talkshow, a citare un saggio che rivela l’identità supermassonica di personaggi come Monti, Draghi, D’Alema e Napolitano?

Gioele Magaldi

Nonostante lo sgangherato assalto al promotore del blog “Scenari Economici”, liquidato come «narcisista e caciarone», economista senza prestigio accademico e piccolo opportunista a caccia di poltrone, Magaldi invita lo stesso Steven Forti, e gli analoghi missionari neoliberali asserragliati tra i ranghi dell’ex sinistra, a farsi avanti in modo aperto: perché non intervistare lo stesso Magaldi, per parlare finalmente del suo libro e magari anche del Movimento Roosevelt e del “partito che serve all’Italia”, progetto al quale Antonio Maria Rinaldi si è accostato in modo interlocutorio, «come battitore libero e autonomo pensatore», per prendere nota di quanto si va discutendo? Scoprirebbero, Steven Forti e i suoi sodali, che i problemi del mondo hanno sempre almeno due spiegazioni, in democrazia. Sono le famose due campane, che un tempo i giornalisti si peritavano di ascoltare, non foss’altro che per un elementare rispetto dei loro lettori. Intanto prendano nota, alla redazione di “Rolling Stone”: sono tutti invitati alla London Metropolitan University, il 30 marzo, dove parleranno un bel po’ di economisti post-keynesiani, impegnati a spiegare come mai questa Europa è sempre in crisi, perde i pezzi (Gran Bretagna) ed è diventata una Disunione Europea dove tutti si fanno le scarpe a vicenda. Vuoi vedere che la politica di austerity introdotta dall’Eurozona è una catastrofe, e in ultima analisi si è trasformata in una fabbrica di sovranismi, nazionalisti, populismi e Gilet Gialli?

Antonio Maria Rinaldi

Il mainstream che si trincera dietro il politically correct non perdona a Rinaldi di tifare per i gialloverdi: fa scialo del più convenzionale corredo squadristico a base di insulti (razzismo, xenofobia, fascismo) per infangare Salvini, il nuovo mostro da sbattere in prima pagina, ma si guarda bene dall’interrogarsi sulle ragioni del fenomeno. Pensiero magico: la demonizzazione dell’Uomo Nero a questo serve, a evitare di chiedersi il perché delle cose. Un consiglio? Tornare a essere laici, smettendo i panni del fanatismo religioso. E magari, cessare di considerare l’avversario un nemico da abbattere. In altre parole, converrebbe ragionare. A proposito, aggiunge Magaldi: hanno una proposta, i coristi “di sinistra” come Steven Forti, su come uscire dalla crisi? Sono bravissimi a censurare le idee altrui, e a demolirle in modo unilaterale, senza mai un’ombra di dialogo, quando non riescono più a soffocarle (come nel caso di Rinaldi, spesso ospitato in televisione). Ma ce l’hanno, in tasca, un Piano-B? E se ce l’hanno, perché non ne parlano mai? Non sarebbe ora di cominciare a farlo? «Informo Steven Forti che diversi esponenti di quella che immagino sia la sua area di riferimento, cioè il Pd e LeU, fanno parte del Movimento Roosevelt». Non solo, aggiunge Magaldi: «Alcuni di loro, come Rinaldi, guardano con interesse anche alla prospettiva del “partito che serve all’Italia”, dato che – dalle loro parti – vedono che si va verso il disfacimento».

“Rolling Stone” definisce «un gruppetto», la pattuglia di intellettuali, da Nino Galloni a Ilaria Bifarini, aggregati per ora nelle prime riunioni convocate per valutare la possibilità del nuovo soggetto politico, «il cui sviluppo, a partire dal nome, sarà a cura dei costituenti, dato il rispetto che abbiamo per il metodo democratico». Gruppetto? Sui numeri sarà il tempo a dire la sua, perché siamo solo ai preliminari, assicura Magaldi. Che però aggiunge: anche se alla fine non fossimo in tantissimi, «informo Steven forti che un “gruppetto” di massoni riuniti intorno alla Loggia delle Nove Sorelle, alla fine del ‘700, determinò tanto i preparativi per la Rivoluzione Americana, quindi per la Guerra d’Indipendenza, che quelli per la Rivoluzione Francese: talvolta i gruppetti, se ben coesi e agguerriti, fanno le rivoluzioni». Se Steven Forti non afferra il concetto, prosegue Magaldi, forse è perché «non ha grande dimestichezza con lo studio della storia», benché il suo curriculum accademico lo accrediti come esperto in storia contemporanea. Insiste Magadi: «Steven Forti mi sembra carente di letture», se in qualche modo associa la massoneria al cospirazionismo. L’autore di “Massoni”, libro che smonta moltissime tesi complottistiche, cita il filosofo Gian Mario Cazzaniga, che nel saggio “La religione dei moderni” «spiega come la religione dei moderni sia la politica, e spiega anche che la politica, nel senso moderno e contemporaneo, l’hanno creata i proprio massoni».

Massoni

Altre letture consigliate alla redazione di “Rolling Stone”: le opere di un grande sociologo come Jürgen Habermas, «che ha spiegato come lo stesso concetto di opinione pubblica sia nato da ambienti massonici». E cioè: si prenda atto, meglio tardi che mai, che «la massoneria è un soggetto storico importante». Se poi il giovane Steven Forti leggesse pure il saggio di Magaldi, scoprirebbe che negli ultimi decenni un’élite massonica internazionale, reazionaria e neoaristocratica, ha progettato e gestito la globalizzazione neoliberista che ha privatizzato il pianeta, rottamando i caposaldi del welfare tanto cari alla sinistra, a loro volta “fabbricati” sempre da massoni, ancorché progressisti, come il massimo economista del Novecento, l’inglese John Maynard Keynes, e il connazionale William Beveridge, l’inventore del “welfare system”. Per inciso: il progressista Keynes era iscritto al partito liberale. I laburisti, invece – come i socialisti francesi, i socialdemocratici tedeschi e l’ex Pci italiano – sono stati tra i più zelanti esecutori, negli ultimi decenni, delle direttive antidemocratiche dell’élite globalista: è stata proprio la sedicente sinistra a obbedire alla peggiore destra economica. In Italia l’ha fatto prima con Prodi e Draghi, poi con il governo Monti: Fiscal Compact votato senza fiatare, così come la legge Fornero sulle pensioni e il pareggio di bilancio inserito proditoriamente nella Costituzione, con lo Stato terremotato dal ricatto dallo spread.

Non la si vuole vedere, la realtà? E allora all’intellighenzia dell’ex sinistra non resta che godersi Salvini, dandogli ogni giorno del fascista. Almeno, puntualizza Magaldi, si eviti di scadere nella disinformazione più scorretta, rinfacciando come una colpa – a un uomo come Antonio Maria Rinaldi – la libertà intellettuale di cui gode: avrà diritto o no, di dirsi scontento della manovra economica del governo gialloverde? Proprio non glielo si vuole riconoscere, il diritto di aspettarsi di più dall’esecutivo Conte? Scherno, disprezzo e criminalizzazione di chi non la pensa come te, riassume Magaldi, non fanno parte dell’abc dell’informazione, che può essere anche fortemente critica, ma mai scorretta. I media mainstream sembrano lo specchio della politica italiana, basata su scontri quotidiani dal sapore tribale. Puoi anche farlo cadere, un avversario, ma poi sapresti come agire, al suo posto? Qualcuno ricorda un’idea – una sola – che negli ultimi vent’anni la sedicente sinistra abbia partorito, per migliorare la situazione, mentre passava il tempo a tuonare contro l’orrido Berlusconi – per poi fare persino peggio, una volta a Palazzo Chigi? Il punto è che c’è bisogno di tutti, sembra dire Magaldi. Oggi più che mai, nessuno deve sentirsi escluso. Lo gridano, gli elettori, quando votano per i cosiddetti populisti. Ormai vedono benissimo quant’è infame, la post-democrazia Ue. E’ tanto comodo, ricamare indignati elzeviri sui tweet di Salvini: serve a continuare a non vedere cosa sta succedendo, lassù, dove un pugno di decisori tiene in ostaggio mezzo miliardo di persone, in Europa. Fino a quando?

In borsa le materie prime sono diventate un “bene rifugio”

(150824) -- LUOYANG, Aug. 24, 2015 (Xinhua) -- An investor looks through stock information at a trading hall of a securities firm in Luoyang, central China's Henan Province, Aug. 24, 2015. China stocks nosedived on Monday with the benchmark Shanghai Composite Index dropping 8.49 percent to close at 3209.91 points, the sharpest decline since Feb. 27, 2007.  The smaller Shenzhen Component Index fell 7.83 percent to close at 10,970.29 points. The ChiNext Index, tracking China's Nasdaq-style board of growth enterprises, lost 8.08 percent to end at 2,152.61 points. Near 2200 shares tumbled by the daily limit of 10 percent. (Xinhua/Zhang Yixi) (lfj)

Negli ultimi mesi, a un’analisi visiva del calo delle borse internazionali, fisiologico o strutturale che sia, si sarebbe potuto accostare il grafico dell’aumento del prezzo dell’oro, “bene rifugio” per eccellenza in periodi di alta volatilità, notando una specularità impressionante. Il più nobile dei metalli ha visto il suo prezzo lievitare sino a 1.300 dollari l’oncia, con contratti futures che arrivano a bancare 1.350 dollari in vista di ulteriori rincari, tornando a rappresentare in maniera concreta quel ruolo di simbolo della ricchezza e della fiducia nell’economia che l’ha sempre accompagnato nella storia umana.

E i Paesi hanno agito di conseguenza. Come sottolinea l’Agi, “novantadue tonnellate d’oro sono finite nei caveau della banca centrale russa nel terzo trimestre del 2018; mentre la lira turca si svalutava del 25%, la Turchia ha acquistato 18,5 tonnellate d’oro, portando le sue riserve auree a quota 258,6 tonnellate; l’Ungheria di Viktor Orbán le ha addirittura decuplicate, a ottobre, passando da 3 a 31,5 tonnellate nel giro di poche settimane; lo stesso ha fatto la Polonia, che oggi dispone di 116,7 tonnellate (erano 13,7 a giugno).La Cina, che dichiara di possedere circa 1.800 tonnellate d’oro, in realtà secondo gli analisti potrebbe averne accumulate oltre ventimila dal 1983 a oggi”.

Non solo oro, anche le materie prime tra i beni rifugio

Fin qui, tutto in linea con un trend consolidato. Che l’oro sia il bene rifugio per eccellenza, non è una novità. Gli ultimi anni, in ogni caso, hanno visto proliferare un numero crescente di “beni” di questo tipo, considerati come riserve di valore inscalfibili anche dai marosi dell’incertezza finanziaria. Lo yen giapponese e il Bund tedesco traggono questa caratteristica dalla solidità dei rispettivi Paesi titolari, e ci può stare. Più atipico il fenomeno della trasformazione in beni rifugio di prodotti pregiati come orologi, auto di lusso, addirittura vini d’annata.

Ancora più inusuale, si potrebbe argomentare, un trend recente degli ultimi mesi: persino alcune materie prime stanno muovendosi in controtendenza a un trend tradizionale che vede i loro valori fortemente soggetti ai flussi di domanda e offerta e al sovrastante gioco di scommessa finanziaria. Come sta accadendo al petrolio, tanto che lo scenario di un  Wti attestato nei primi mesi del 2019 sui 40 dollari al barile non è irrealistico, ma non alle materie prime agricole.

Schroders in prima fila sul trading delle materie prime

Tradizionalmente volatili, le materie prime agricole sembrano di recente essere animate da una stabilità non nota in passato. Il colosso britannico di gestione del risparmio Schroders è in prima linea nell’aprire la corsa alle materie prime agricole, le cosiddette soft commodities. Due dirigenti della compagnia, Mark Lacey e James Luke, hanno scritto su Milano Finanza che “mercati come quello dei cereali e delle materie prime emergono come esempi positivi, dato che prevediamo che la produzione globale e le scorte continueranno a restringersi nel 2019. In modo simile, anche i mercati del cotone sembrano promettenti, dato che la domanda per le fibre naturali continua ad essere solida a livello globale, mentre il cotone di alta qualità mostra un’offerta debole. Al contrario, siamo negativi sui semi per i prossimi 12 mesi, in particolare sulla soia”.

Infine, i mercati delle soft commodity come cacao, caffè e zucchero sembrano essere vicini alla fine delle loro difficoltà: “I prezzi del caffè e dello zucchero sono crollati dal 2011 e ciò riflette l’importanza delle scorte globali”. 

Gli scenari di investimento

Per chi ama puntare su questi prodotti, la soluzione migliore è quella di ricorrere a fondi comuni o Etc (strumenti finanziari quotati in Borsa che investono in materie prime fisiche), che permettono di ridurre il rischio il più possibile basandosi sulla diversificazione. “Dando uno sguardo ai rendimenti, nonostante le difficoltà del 2018 il Carmignac portfolio commodities in tre anni è cresciuto dell’ 11,36%. Anche il Blackrock global funds – World gold fund e il Jp Morgan funds – Global natural resources fund hanno tutti realizzato rendimenti a doppia cifra negli ultimi 36 mesi”, sottolinea La Verità.

Rendimenti in linea con quelli di beni rifugio ben più consolidati. Le dinamiche delle materie prime si evolvono, ma sino a pochi mesi fa questo scenario sarebbe stato inconcepibile. Il rischio da tenere monitorato è quello di una bolla legata alla convinzione che ciò possa trasformarsi in un dato di fatto consolidato. Nulla di più sbagliato, considerato come di sottostante vi siano materie prime estremamente legate al ciclo economico della loro produzione materiale.

Macron annulla su Davos un giorno dopo che Trump salta fuori

zerohedge.com 11.1.19

Il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato venerdì che non parteciperà al World Economic Forum di Davos alla fine di questo mese, citando un programma fitto di appuntamenti che include dibattiti sulle proteste della Yellow Vest in corso, previste per una nona settimana di manifestazioni.

Macron terrà anche la seconda edizione del proprio forum con gli imprenditori a Versailles il 21 gennaio, secondo la Reuters , citando l’ufficio di Macron.

Il presidente degli Stati Uniti Trump ha detto giovedì che non parteciperà all’evento in Svizzera tra la parziale chiusura del governo e la sua spinta per il finanziamento di un muro sul confine meridionale al centro dell’impasse.

“A causa dell’intransigenza dei democratici sulla sicurezza delle frontiere e della grande importanza della sicurezza per la nostra nazione, sto rispettosamente annullando il mio importantissimo viaggio a Davos, in Svizzera, per il World Economic Forum”, ha twittato Trump. “I miei più cordiali saluti e scuse al @WEF!”

Donald J. Trump@realDonaldTrump

Because of the Democrats intransigence on Border Security and the great importance of Safety for our Nation, I am respectfully cancelling my very important trip to Davos, Switzerland for the World Economic Forum. My warmest regards and apologies to the @WEF!87.8K7:14 PM – Jan 10, 2019Twitter Ads info and privacy53.9K people are talking about this

Rumor: Banca Popolare di Sondrio prossima all’acquisto di Farbanca

Gooruf News

di Luca Spoldi gooruf.com 11.1.19

Banca PopolareSondrio vicina a Farbanca

Un altro pezzo dell’eredità Bpvi potrebbe andare a posto a breve: secondo insistenti rumor di mercato infatti Banca Popolare di Sondrio sarebbe molto vicina all’acquisto di Farbanca, istituto specializzato nel settore delle farmacie e della sanità controllato dall’ex popolare vicentina finita come Veneto Banca in liquidazione coatta amministrativa. La banca guidata da Mario Alberto Pedranzini avrebbe anzi già avviato un negoziato in esclusiva.

Ritirati gli altri potenziali acquirenti

Secondo i rumor infatti sia Prime Lending, Spac costituita da Derek Vago, sia Banca IfisCredito Valtellinese, apparsi come interessati al dossier, si sarebbero già ritirati. La quota di maggioranza di Farbanca, pari al 70,7% del capitale, era stata ceduta dai commissari liquidatori delle ex banche venete ai cinesi di Cefc a fine 2017. La cessione era però poi saltata lo scorso maggio, dato che Cefc non aveva rispettato le condizioni del contratto dopo essere finito al centro di un’inchiesta da parte del governo cinese.

Sondrio aveva già acquistato PrestiNuova

L’eventuale acquisizione di Farbanca permetterebbe alla Banca Popolare di Sondrio di entrare in una nicchia di mercato che pare presentare buone potenzialità di crescita nei prossimi anni. L’istituto valtellinese ha già perfezionato lo scorso anno l’acquisizione di PrestiNuova (che ugualmente faceva capo a Bpvi) dai commissari liquidatori. PrestiNuova opera nell’erogazione di prestiti rimborsabili tramite cessione del quinto dello stipendio o della pensione e delegazione di pagamento.

Banca Popolare Sondrio arretra in borsa

A Piazza Affari stamane nonostante una sostanziale stabilità degli indici (il Ftse Mib guadagna lo 0,23% a metà mattinata) sul settore finanziario tornano a prevalere le prese di profitto e anche Banca Popolare di Sondrio non riesce a evitare il segno meno. Al momento cede infatti l’1,33% a 2,666 euro per azione, con poco più di 200 mila pezzi passati di mano.


B.Mps: progetto incorporazione Perimetro in Registro Imprese Arezzo-Siena

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Il progetto di fusione per incorporazione di Perimetro Gestione Proprietà Immobiliari in Banca Monte dei Paschi di Siena è stato depositato presso il Registro delle Imprese di Arezzo-Siena. 

Lo si apprende da una nota in cui si precisa che la fusione, che si prevede sarà preceduta dall’acquisizione da parte di B.Mps delle residue partecipazioni minoritarie infragruppo di Perimetro, sarà deliberata dal Cda della banca fatta salva la possibilità, per i soci di Mps che rappresentino almeno il cinque per cento del capitale sociale di chiedere, entro il 19 gennaio, che tale decisione sia adottata dall’assemblea straordinaria. 

com/cce 

 

(END) Dow Jones Newswires

January 11, 2019 11:50 ET (16:50 GMT)

Consob: M5S; Minenna uomo giusto, si proceda con nomina

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

“Consideriamo Marcello Minenna l’uomo giusto per ricoprire la carica attualmente vacante di presidente Consob”. 

Lo comunicano in una nota i deputati della Commissione Finanze della Camera del MoVimento 5 Stelle, aggiungendo che “il nome proposto dal Governo ci soddisfa e risponde pienamente al bisogno di cambiamento di cui necessita un’autorità quale Consob, che svolge un ruolo delicato e fondamentale per il corretto funzionamento del nostro sistema finanziario. Minenna è uomo dalle riconosciute capacità, docente accademico rispettato e sulla cui integrità morale non si può discutere. Inoltre, si tratterebbe di una scelta in seno all’istituto stesso, dal momento che attualmente ricopre già un ruolo da dirigente in Consob”. 

“I fatti di cronaca che in questi anni hanno travolto il nostro sistema bancario -concludoni i deputati- testimoniano quanto sia fondamentale il ruolo degli istituti preposti alla vigilanza e al controllo dei mercati finanziari. È pertanto necessario che si proceda quanto prima alla nomina del nuovo presidente. Consob ha bisogno di una guida e Minenna è l’uomo giusto per esserlo”. 

liv 

 

(END) Dow Jones Newswires

January 11, 2019 09:49 ET (14:49 GMT)

Fabrizio De André, amico impegnativo

DARIO FALCINI  rollingstone.it 11.1.19

A vent’anni dalla morte, l’ex “collaboratore fraterno” Mauro Pagani ricorda il rapporto con il cantautore genovese, la sua ossessione per la comprensibilità e la sintesi e il suo impatto sulla vita degli altri

Quattro e trenta del pomeriggio, il Naviglio degrada nel grigio verso Corsico. Si apre una porticina e il tempo si è fermato agli anni ‘70: siamo entrati nelle Officine Meccaniche, luna park vintage di ogni malato di musica e studio di registrazione tra i più importanti in Italia, utilizzato da grandi artisti di casa nostra e internazionali. Dal 1998, senza mai mutare la sua anima né la moquette, è di proprietà di Mauro Pagani. Il brevissimo tour guidato prevede un passaggio nella sala di ripresa, dove l’occhio si perde tra la collezione di chitarre, gli Hammond e l’angolo riservato al minimoog, poi ci accomodiamo sul divano nella sala accanto, la regia, di fronte all’interminabile banco mixer. Iniziamo a parlare di Fabrizio De André (qua l’altro articolo che abbiamo dedicato a lui in questa giornata), con cui Pagani ha collaborato per 14 anni dal 1981, pubblicando due album fondamentali come Crêuza de Mä e Le nuvole. Il giorno dopo (oggi, ndr) verso mezzogiorno Mauro sarebbe partito per Genova, dove, a Palazzo Ducale, sono previste le celebrazioni ufficiali per i vent’anni dalla morte del cantautore.



Andrai a braccio o ti sei preparato qualcosa?

A braccio. Quando scrivo i testi, poi, mi sento un pappagallo ammaestrato. E poi diciamo che sono preparato: sono vent’anni che Fabrizio ci ha lasciato e abbiamo avuto molte occasioni di commemorarlo. Mi stupisco ogni volta che qualcuno mi dice: “raccontami un episodio inedito su di lui”. Lo guardo e rispondo: “ma, oh… ma come faccio?”. Potrei provare con l’ipnosi.

Raccontaci un po’ il vostro rapporto.

Ho passato 14 anni con lui tutti i giorni, praticamente. Se non provavamo, ci vedevamo per chiacchierare. Poi di colpo, attorno al 1993, abbiamo cominciato a vederci di meno, era come se avessimo bisogno di un po’ d’aria, come avviene per le fidanzate. Lui ha cominciato a lavorare con Fossati e con Piero Milesi, bravissimo musicista, che gli avevo presentato io per gli arrangiamenti delle Nuvole. All’inizio avevano in mente un progetto diverso rispetto ad Anime salve, qualcuno aveva ipotizzato addirittura un’opera. Ma scriverla senza diventare imitativi è davvero difficile per chiunque, e così cambiarono direzione. Qualche mese prima che Fabrizio mancasse ci siamo sentiti, e lui mi chiese di tornare a lavorare assieme. Voleva fare un disco fatto di tre o quattro suite, voleva coinvolgere anche Mark Harris. Gli chiesi “lo vuoi allegro o triste?”. E lui rispose “molto triste, deve essere il funerale di questo secolo”.

Hai mai iniziato a scriverlo?

Sì. Solo che poi lui è morto e non sono più riuscito ad andare avanti, perché mi sembrava il suo di funerale.

Vi siete frequentati nei suoi ultimi mesi?

Ci siamo sentiti assiduamente al telefono, ma non ci siamo più visti. Dori (Ghezzi, ndr) mi ha poi detto che non voleva farsi vedere dagli amici prostrato dalla malattia. Ma al telefono ci facevamo sempre delle grandi risate.

Era molto divertente?

Il nostro umorismo era del tutto complementare, non mi è mai più successo con nessun altro. Mi capita ancora spesso, quando mi passa in testa una cosa che mi fa molto ridere, di pensare “ora chiamo Fabrizio e gliela dico”. Avevamo un lessico famigliare costruito negli anni, che mi manca molto. E spesso mi vengono in mente le battute che avrebbe fatto in una certa situazione. Iniziano sempre con belin.

È cambiato nel tempo, secondo te, il ricordo che hai del periodo con lui?

Non riesco a capacitarmi del fatto che siano passati vent’anni. Ho come la sensazione di ricordare anni, mesi, giorni di quel periodo. Negli ultimi vent’anni, al contrario, mi pare di non ricordare molto, forse perché mi sono successe cose meno emozionanti. Si dice che la colla che attacca i ricordi alla tua anima sia la quantità di emozioni che hai provato nel momento in cui ha vissuto quel fatto, e con Fabrizio devo averne prodotta molta.

Hai mai avuto la sensazione che, oltre che fragile e geniale, De André sia stato un amico anche un po’ scomodo, per via del suo impatto sulle vite degli altri.

Userei il termine impegnativo. Quando hai a che fare con una persona profonda e dai contenuti così forti, ci devi fare i conti nel benissimo o nel malissimo. Io devo essere davvero grato alla sorte, perché, ragazzino scappato di casa nel 1966 per fare il musicista contro la volontà di mio padre – come avviene nei romanzetti di appendice -, ho avuto degli incontri che hanno cambiato tutto.

Uno immagino sia De André.

E l’altro la PFM. Quando sono entrato nel gruppo si chiamavano ancora Quelli e facevano già i turnisti per i dischi di Battisti, Mina e altri grandi. Cercavano uno che sapesse suonare violino o flauto: io li suonavo entrambi. Due mesi dopo erano in sala di registrazione per La buona novella di De André, che ho conosciuto in quell’occasione: era il 1970.

Poi vi ritrovate anni dopo, all’inizio degli anni ’80, per iniziare il vostro lungo sodalizio.

Allora lui era stanco del suo lungo periodo di ispirazione americana, che era seguito alla fase “francese”. Io avevo lasciato la PFM cinque o sei anni prima e da tempo lavoravo su del materiale mediterraneo, ma non avevo minimamente l’idea di trasformarlo in un disco, tanto meno con De André. Mi prese con lui perché era un vero genovese e io, da polistrumentista, potevo ricoprire vari ruoli e gli costavo meno della PFM (Ride).

Come nasce Crêuza de mä?

Mi chiese di sentire il materiale a cui stavo lavorando, e continuava a ripetere “basta con gli americani, facciamo qualcosa di mediterraneo”. Quando ho capito che faceva sul serio, gli proposi di fare un disco in grammelot, la lingua inventata di un marinaio che sta in giro per vent’anni imbarcato e assorbe nel suo parlato tutte le culture che incontra. Poi gli è venuta l’intuizione di fare il disco in genovese, perché una lingua inventata, inevitabilmente, sarebbe suonata più fredda, meno vissuta. Qualche traccia del grammelot è rimasta, come “E anda”, che non vuol dire nulla.

Che rapporto aveva con lingue e dialetti?

Diceva sempre “le lingue diventano dialetti quando chi le parla perde le guerre”. Napoli era la capitale di un regno, Genova una repubblica. In certi posti d’Italia si parlano dialetti, in altre delle lingue che oggi vengono considerate tali.

Nel tuo racconto dai di lui l’idea di un anarchico che vive per rapsodie, portandole sempre esattamente dove vuole in maniera creativa.

Lui cazzeggiava molto, ma a un certo punto arrivava a un progetto e lì si rimaneva. Aveva, oltre a una capacità di raccontare fuori dal comune, un senso della sintesi speciale. Nei suoi testi, data la metrica e l’episodio che vuole narrare, non metteva mai una parola in più del necessario. E al centro di tutto c’era il progetto.

Quali erano i progetti di Crêuza de mä e delle Nuvole?

Il primo era fare un disco mediterraneo, al cui interno inserire le storie che voleva raccontare. Per quanto riguarda Le nuvole abbiamo passato due o tre anni a chiacchierare di cosa ci sarebbe piaciuto parlare. Il disco è figlio di un compromesso, perché lui voleva fare Crêuza de mä numero 2: il primo gli era piaciuto molto, e aveva amato cantare in genovese. Io insistevo perché tornasse dopo tanti anni a cantare in italiano. Infatti Le nuvole ha venduto il doppio di ogni altro suo disco, oltre 500 mila copie in sei mesi: c’era un’attesa spasmodica attorno all’album, Fabrizio ne era persino spaventato.

Cosa volevate raccontare in quel caso?

Inizialmente doveva chiamarsi Ottocento, che poi è stato il titolo di un pezzo. La nostra idea era che il secolo passato avesse accelerato tanto le comunicazioni, ma che la nostra civiltà, quella europea, avesse contenuti e modi di vivere ancora ampiamente ottocenteschi: eravamo fintamente religiosi come nel secolo precedente, incistati in classi sociali ben definite – ora in base al censo -, e pieni di irredentismi. Avevamo deciso che volevamo parlare di questo tema, e poi il disco è venuto in un attimo, senza che prima avessimo scritto nulla a parte Mégu megún, che ci portavamo dietro dal precedente. Una volta partiti, Fabrizio stava ben attento che i suoi collaboratori lavorassero sempre per l’idea e non sbrodolassero.


Non lasciava molto all’improvvisazione, insomma.

Detestava le improvvisazioni. Diceva che fare un arrangiamento è come dipingere un quadro: dopo che lo hai dipinto, non è che lo cancelli e lo rifai diverso. Infatti nei live l’unico spazio per l’improvvisazione era riservato ad Amico fragile, che per lui era un po’ come la ricreazione del chitarrista. Io venivo dal progressive, un genere musicale che si è suicidato per eccesso di note. Con lui l’unica cosa che contava era asciugare il superfluo.


Era “provante” lavorare con lui?

Sapeva farti a polpette se voleva, dove passava spazzava via tutto. Bisognava imparare a reggere il colpo. Di certo sapeva essere ingombrante, ma era un uomo incredibile. Lavorare con bravi musicisti è una bella esperienza, farlo con il più grande di tutti è il meglio che si possa chiedere.

Ti domandi mai se fosse ancora qua – la domanda inizia malissimo, ne sono consapevole – cosa avrebbe l’urgenza di raccontare?

Partiamo dal presupposto che un disco sui migranti l’ha fatto, ed è Crêuza de mä. Per cui non so di cosa si occuperebbe oggi, quello che so per certo è che gli girerebbero i coglioni da morire. Già nella Domenica delle salme, l’unico testo che abbiamo scritto davvero a quattro mani, raccontavamo l’avvenuto, silenzioso, colpo di stato da parte delle mezze calzette. Oggi lo vediamo compiuto, non solo in Italia. Allora ci immaginavamo le cose così, e credo che oggi vedrebbe tanti suoi presagi confermati.

Bus, vertici Autostrade assolti: 12 anni a Lametta. Ira dei familiari

canale58.com 11.1.19

La rabbia esplode quando il giudice monocratico del Tribunale di Avellino Luigi Buono termina la lettura della sentenza di primo grado. Per i familiari delle 40 vittime della strage del bus di Acqualonga, nei pressi di Monteforte, sull’A16,  l’assoluzione dell’Amminsitratopre Delegato di Autostrade per l’Italia, Giovanni Castellucci è una delusione; di più, un affronto. ”Assolto per non aver commesso il fatto”. Per lui il Pm Rosario Cantelmo aveva chiesto 10 anni di reclusione. Insieme a Castellucci assolti anche l’ex direttore generale Riccardo Mollo e i dirigenti Maietta, Fornaci, Perna e Sorrentino. Per quanto riguarda gli altri imputati di Autostrade, condannati l’allora direttore di Tronco Paolo Berti – a 5 anni – e poi i dirigenti Renzi, Spadavecchia, Gerardi, De Franceschi, Marrone.

Richiesta di condanna a 12 anni accolta in toto invece per Gennaro Lametta, proprietario dell’agenzia Mondo Travel e fratello dell’autista Ciro, morto nell’incidente. Quel bus non poteva circolare.Antonietta Ceriola, funzionaria della Motorizzazione di Napoli, è stata condannata ad 8 anni per aver registrato una revisione fasulla; assolto invece l’altro funzionario, Vittorio Saulino.Si chiude così il processo di primo grado che vedeva imputate in tutto 15 persone indagate a vario titolo per omicidio colposo plurimo, disastro colposo, lesioni e falso in atto d’ufficio.  

Dunque, in attesa di leggere le motivazioni, queste le responsabilità attribuite dal giudice. Ma i familiari non ci stanno. Si apettavano che a pagare fossero i vertici di Autostrade, e non solo i dirigenti, per la presunta scarsa manutenzione delle barriere new jersey, che secondo l’accusa erano usurate e dunque non in grado di reggere l’impatto con il bus, poi precitato dal viadotto. Urla e lacrime al termine della sentenza, come se il tempo, da quel tragico luglio 2013, si fosse fermato.

Carige chiede 138 milioni a Berneschi

themeditelegraph.it 11.1.19

Genova – Carige ha intentato un’azione di responsabilità per danni di immagine e patrimoniale per la cifra di 138 milioni all’ex presidente dell’istituto Giovanni Berneschi e all’ex presidente del comparto assicurativo Ferdinando Menconi per le malversazioni che un processo penale ha già sanzionato

foto

Genova – Carige ha intentato un’azione di responsabilità per danni di immagine e patrimoniale per la cifra di 138 milioni all’ex presidente dell’istituto Giovanni Berneschi e all’ex presidente del comparto assicurativo Ferdinando Menconi per le malversazioni che un processo penale ha già sanzionato (otto anni e sette mesi a Berneschi, otto anni e sei mesi a Menconi). Si tratta in primis delle compravendite immobiliari truffa gestite dall’allora comparto assicurativo le cui plusvalenze sono state riciclate in Svizzera. Sotto la gestione Berneschi la banca entrò tra le cinque più importanti in Italia, ma la appesantì di crediti irrecuperabili. I 138 milioni rappresentano sulla carta un valore quasi doppio in rapporto all’attuale capitalizzazione.

Ad aver appesantito la banca ci sarebbero i 90 milioni agli industriali della frutta Orsero, le operazioni in perdita con l’istituto per le Opere di religione, le decine di milioni elargiti all’immobiliarista latitante a Dubai Andrea Nucera, i prestiti al presidente del Genoa Enrico Preziosi.

L’iniziativa contro Berneschi e Menconi era stata deliberata da una assemblea degli azionisti tenutasi il 28 marzo 2017, con Giuseppe Tesauro presidente e Guido Bastianini amministratore delegato. I management successivi hanno portato avanti la casa che ora è arrivata a quantificare il danno. La prima udienza si terrà il 19 marzo, nello stesso periodo in cui la Cassazione pronuncerà l’ultimo verdetto penale su Berneschi e Menconi e i loro complici.

Per le prossime settimane è attesa in procura una relazione della Guardia di finanza sul nuovo fronte apertosi nel luglio scorso con l’inchiesta per turbativa di mercato contro ignoti che apre due fronti: da una parte le dichiarazioni con cui Vittorio Malacalza profilava nella primavera del 2018 azioni penali in primis contro l’amministratore delegato Paolo Fiorentino e il potenziale effetto depressivo sul titolo; dall’altra i contatti fra gli appartenenti al fronte opposto, guidato da Raffaele Mincione per creare non si sa quanto in chiaro una cordata alternativa. Su questo Malacalza è già stato sentito.

BERNESCHI: «DI MAIO FACCIA PRESTO LA COMMISSIONE D’INCHIESTA» 
«Non vedo l’ora che Di Maio faccia una commissione d’inchiesta che vada a fondo sul serio perché i gufi hanno nome e cognome»: lo ha detto l’ex presidente di Banca Carige, Giovanni Berneschi, in un’intervista che andrà in onda questa sera su Telenord: «Penso che non possa essere definito io la causa di tutti i mali di Carige. Vorrei parlare dell’ispezione della Banca d’Italia che a mio giudizio è stata ispirata da qualcuno, senza contraddittorio. Voglio parlare dello Ior, della Fondazione com’era retta prima, quanto ci ha rimesso. infine voglio parlare del fatto che hanno violato la riservatezza. Hanno rovinato la mia famiglia. Sono stato rapinato, picchiato, malmenato. Mi auguro che Di Maio sia serio e faccia la commissione d’inchiesta. Ricordiamo che io ho lasciato il titolo a 2,4 euro per azione». Sul management attuale il banchiere Berneschi dà un giudizio positivo: «I tre commissari sono persone serie, responsabili e di mestiere. Credo siano le persone più qualificate per risanare anche autonomamente la banca».

La profezia inascoltata sull’euro: “Perché avremo più disoccupati”

** FILE ** A Euro sculpture is seen in the autumnal sun in front of the European Central Bank ECB building, rear, in Frankfurt, Germany, in this Sept. 24, 2007 file picture. The European Central Bank, along with the U.S. Federal Reserve and others, plans to offer billions in short-term credit to banks in Europe to meet their demand for dollars amid tense financial markets. (AP Photo/Bernd Kammerer)

L’euro entrò in vigore per la prima volta il 1º gennaio 1999 in undici degli allora quindici stati membri dell’Unione e fu introdotto per tutte le forme di pagamento non fisiche. A vent’anni di distanza da quella data, pochi sono quelli che hanno il coraggio di festeggiare apertamente l’introduzione della moneta unica e ricordare felicemente un passaggio storico che avrebbe dovuto drasticamente migliorare le nostre vite. Tant’è che sono numerosi i Premi Nobel che hanno criticato ferocemente il funzionamento della moneta unica, tra cui James Mirrless, premio Nobel per l’Economia nel 1996, e Christopher Pissarides, economista britannico cipriota, vincitore del premio Nobel per l’Economia nel 2010 per i suoi contributi alla teoria delle frizioni di mercato.

Nella lista dei critici dell’euro stilata da IlSole24Ore tra i più noti c’è Paul Krugman, economista di stampo keynesiano e premio Nobel per l’Economia nel 2008, che nel 1999 disse: “Adottando l’Euro, l’Italia si è ridotta allo stato di una nazione del Terzo Mondo che deve prendere in prestito una moneta straniera, con tutti i danni che ciò implica”. Secondo Joseph Stiglitz, anch’egli Premio Nobel per l’Economia nel 2001, “Questa crisi, questo disastro è artificiale e in sostanza questo disastro artificiale ha quattro lettere: l’euro”. Chi forse prima di tutti vide un grave pericolo nell’adozione della moneta unica fu però l’economista inglese Frank Hahn, professore di economia presso l’Università di Cambridge, Harvard e presso la London School of Economics. 

La profezia di Frank Hahn: “Moneta unica porterà disoccupazione”

In un’intervista rilasciata al quotidiano La Repubblica del 1992, lo studioso britannico disse chiaramente che la moneta unica sarebbe stata una sciagura e avrebbe prodotto più disoccupazione, e non più lavoro. 

“Ho tenuto qualche tempo fa una lezione alla Banca d’ Italia dove ho spiegato, dal punto di vista teorico, perché l’Unione monetaria va contro quasi tutto quello che sappiamo di economia” osservò nell’intervista. “C’è una teoria dell’area monetaria ottimale in cui si dice che la mobilità dei fattori della produzione è cruciale per il raggiungimento degli equilibri, anche se per un keynesiano questa teoria non tiene abbastanza conto di quella che egli considera la variabile centrale: il livello del reddito e, quindi, dell’occupazione”. Ora, sottolineò, “la mobilità del lavoro è abbastanza elevata tra Inghilterra e Scozia, ma non altrettanto in Europa, per differenze culturali, di lingua, di costumi sociali e, quindi, fissare i tassi di cambio non è una buona idea”.

Tra l’ altro, aggiunse Hahn, “ho ricordato che la prima tesi contraria ai cambi fissi fu avanzata proprio da Keynes e si basava sulla difficoltà di riduzione dei salari e, quindi, del livello dei prezzi in un paese, se lo richiede la bilancia dei pagamenti. Tale difficoltà trasferisce allora il ruolo equilibratore, dal livello dei prezzi, al livello del reddito e dell’occupazione. Con l’ Unione monetaria, invece delle fluttuazioni del cambio si avranno fluttuazioni nel tasso di disoccupazione“. 

Sulla Banca centrale europea: “Sarà destabilizzante”

Frank Hahn si espresse senza mezzi termini anche contro l’istituzione di una Banca centrale europea (istituita nel giugno del 1998). “I lati positivi di una banca centrale indipendente sono evidenti – spiegò -. Essa, però, fa, comunque, parte delle istituzioni politiche e sociali di un paese e coloro che la dirigono non saranno totalmente impolitici e terranno ben presenti gli interessi delle loro stesse economie: ad esempio la Bundesbank finì per seguire Kohl al momento della riunificazione. Ma non c’ è all’ orizzonte un governo federale europeo e non si capisce perché si debba avere una banca centrale sovranazionale: è difficile pensare a una istituzione politicamente più destabilizzante” affermò Hahn. 

Un’Europa unita piace molto ai politici, osservò il celebre economista, “ed è un bene per loro, ma non per tutti noi. Io vedo il futuro dei popoli in piccole unità che si autodeterminano il più possibile: un enorme Stato europeo, controllato da Bruxelles è una prospettiva che mi fa paura”. Difficile dare torto oggi alle parole, tristemente profetiche, del brillante economista inglese. 

Torbide profezie sulla moneta unica che ricordano quelle dell’ex presidente del consiglio Bettino Craxi:”Che ne sarà dell’Italia posta sotto il controllo di un quadro di parametri rigidi che, benché superati dalla logica, sono stati accettati senza discutere come fossero dogmi e delle leggi auree? È certo che in ogni caso l’ euro non sarà un miracolo per nessuno”. Craxi aveva ragione: niente miracolo. Anzi, a dirla tutta, è stato un mezzo disastro…

Bcc, ecco il prossimo board di Cassa centrale banca (Ccb)

startmag.it 11.1.19

E’già definito di fatto il prossimo vertice di Cassa centrale banca (Ccb), ossia l’ottavo gruppo bancario nazionale con 11.500 dipendenti, 84 banche di credito cooperativo aderenti, un patrimonio netto di 6,7 miliardi, 74 miliardi di attivi e 45 miliardi di impieghi. Un colosso con la testa a Trento, ma con presenze importanti in tutta Italia, dall’Alto Adige alla Valle d’Aosta sino alla Sicilia.

La nuova governance, con un consiglio d’amministrazione a 15 membri, di cui 5 esterni al mondo cooperativo, sarà eletta il 14 gennaio a Milano nella prima assemblea del gruppo.

Il presidente di Cassa centrale banca, Giorgio Fracalossi, si ricandiderà per la presidenza di tutto il gruppo e sarà rieletto.

Inoltre, nella lista definita per il prossimo consiglio di amministrazione fa anche parte l’attuale direttore generale Mario Sartori, che poi sarà nominato amministratore delegato del gruppo.

Il sistema trentino, che ha conferito tutte le società di sistema a partire dalle aziende di informatica bancaria Phoenix e Informatica Bancaria Trentina, detiene una quota superiore al 32% di Cassa Centrale.

I giochi, quindi, sembrano fatti. Ecco la lista completa del prossimo cda che è stata depositata in vista dell’assemblea.

I prossimi vertici dovranno sbrogliare la matassa delle quote di Ccb detenute in Iccrea; un dossier che sta provocando divisioni e contrapposizioni tra i due colossi cooperativi e anche tra alcune Bcc aderenti a Iccrea (qui le indiscrezioni di Start Magazine).

Ma c’è chi dice che a dirimere la questione sarà la moral suasion della Banca d’Italia, secondo molti osservatori del mondo creditizio.