Politica, industria e finanza Gli alleati di Macron in Italia

Emmauel Macron (LaPresse)

Fra Italia e Francia non corre certo buon sangue. E lo scontro fra governo italiano ed Emmanuel Macron si fa ogni giorno più acceso. Lega e Movimento 5 Stelle, dall’inizio del loro mandato per governo il Paese, hanno irrigidito le relazioni con Parigi. Migranti, Unione europea, Libia, Difesa, commercio, politica interna, adesso anche Fincantieri per Saint-Nazaire: non esiste un dossier, fra quelli più importanti, in cui Italia e Francia hanno interesse convergenti. 

Lo scontro fra Macron e il governo italiano

Le divergenze fra Parigi e Roma, strategicamente divise dal fatto che competono in mercati e settori del mondo identici, si sono acuite nel corso degli ultimi mesi anche per motivi ideologici. Macron fa parte di quel mondo che la maggioranza di governo in Italia contrasta. Ed è lui l’obiettivo non solo della politica dell’esecutivo, ma anche della campagna degli stessi partiti che lo compongono.

Matteo Salviniha ingaggiato con il presidente francese una sfida continua su diversi fronti, e lo dimostrano anche le recenti parole di Viktor Orban sulla formazione di un asse anti Macron che coinvolga tutto il fronte sovranista dal Ppe alla destra. Luigi Di Maio, dal canto suo, ha provato a colpire l’Eliseo paventando una possibile alleanza con i gilet gialli. Ma l’assist al movimento di protesta francese sembra per ora non avere avuto buon esito. Almeno stando alle dichiarazioni di Eric Drouet, uno dei leader del movimento.

Ed è proprio da questa iniziativa pentastellata verso Parigi che si può partire per analizzare l’altra metà del mondo italiano: chi è con Emmanuel Macron. Perché se è vero che la maggioranza di governo ha una posizione nettamente contraria all’attuale presidente francese, fra chi sostiene apertamente i gilet gialli e chi Marine Le Pen, dall’altro lato il capo dell’Eliseo non è solo in Italia: qui ha i suoi alleati e lo dimostrano anche le proteste contro l’apertura del governo alle manifestazioni francese di questi mesi.

Non appena da Parigi, attraverso Marlene Schiappa, sono arrivati sospetti su un presunto finanziamento e sostengo di potenze straniere (fra cui l’Italia) ai gilet gialli, il Partito democratico ha presentato un’interrogazione parlamentare, per chiedere se dietro vi fossero proprio Lega e Movimento 5 Stelle. Come riporta Lettera43, la richiesta democratica è stata questa: “Dopo la denuncia della ministra Marlène Schiappa urge una immediata verifica. Sostenere anche economicamente un movimento che si contraddistingue in questa fase anche per la violenza che usa e che opera in un Paese vicino e amico sarebbe di una gravità inaudita”.

Industria, finanza e politica: gli amici di Macron

Un sostegno a Macron dalle opposizioni in un momento in cui l’Italia appare nettamente uno degli obiettivi della politica estera francese. Ma che non deve sorprendere, dal momento che al netto dello scontro politico fra Roma e Parigi, i rapporti tra Francia e Italia sono molto profondi, specialmente in ambito economico e finanziario. Ma questo tipo di rapporti non può ovviamente non diventare politico.

Basta partire da una premessa fondamentale per comprendere il ruolo della Francia in Italia: le decine di acquisizioni di grandi aziende italiane da parte dei francesi. Un numero molto alto, che trova il suo picco proprio nella grande crisi economica e finanziaria che ha colpito l’Unione europea, e in particolare i Paesi del Mediterraneo. È in questo periodo che i colossi francesi cominciano a prendere possesso di molti competitoritaliani. È quella fase che Roberto Napoletano descrive nel suo “Il Cigno Nero e il Cavaliere Bianco” come “un programma economico-militare di sudditanza, esattamente come avvenne ai tempi di Napoleone I che si fece eleggere presidente della Repubblica Italiana da lui inventata. Potremmo definirla la nuova campagna di annessione economica dell’Italia”.

In questo vortice di acquisizioni e ingresso dei francesi nelle grandi aziende italiane, di fatto si crea il tessuto sociale, industriale, e quindi politico, per costruire legami sempre più stretti fra l’establishment italiano e quello d’Oltralpe. Grandi marchi, banche, industrie, telecomunicazioni: le mani di Parigi si introducono in tutta Italia. E così, proprio mentre la Francia si prendeva l’Italia, Macron diventava ministro dell’Economia, trasformando i suoi legami con l’Italia da privati a pubblici. E anche in politica.

In questo modo, i legami fra Macron, grandi industriali italiani e manager francesi iniziano a farsi sempre più forti. E questo sistema è lo stesso che ha forti connessioni nella politica italiana a quel tempo al governo. Come scriveva Milano Finanza, uno dei legami più forti è quello fra Macron e Enrico Letta. “Il rapporto tra Macron e l’ex premier italiano è solido e fa perno sul ruolo che lo stesso Letta (insignito nel marzo 2006 dell’onorificenza di Commendatore di Francia da Hollande), ha nel mondo accademico (è professore a Parigi a Sciences-Po, Institut d’Etudes politiques de Paris) e culturale francese (presiede il think tank Jacques Delors Institut). Sempre in ambito politico-accademico, un’altra figura ascoltata da Macron è Mario Monti, conosciuto in Bruegel, il comitato di analisi delle politiche economiche, nato a Bruxelles nel 2005 e che ha avuto nell’ex premier e commissario europeo il primo presidente”. E proprio tramite Bruegel, si avvia il contatto con George Soros.

Il legame si rafforza con il mandato da ministro. In quel periodo, Macron consolida l’asse con Pier Carlo Padoan e Matteo Renzi, ma non va dimenticato anche il rapporti con Paolo Gentiloni. Tutti uniti da amici comuni, interessi comuni e partiti comuni. Sono loro a formare la prima linea degli alleati di Macron nel Belpaese.

Il legame con Sant’Egidio

Ma la Francia può contare anche su altri alleati. E lo hanno dimostrato anche le notizie, proprio prima della Conferenza di Palermo sulla Libia, dell’incontro organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio nel Fezzan, a Ghat, proprio sul futuro del Paese nordafricano. Una decisione che provocò l’irritazione del governo di Tripoli ma che è sembrata come un vero e proprio “fuoco amico” contro la strategia italiana in Libia.

E anche in quell’occasione, proprio perché nel Fezzan c’è uno scontro tra Francia e Italia, il mirino venne puntato su Parigi, dove la Comunità di Sant’Egidio ha parecchi amici. Non a caso, il 26 giugno 2018, durante il suo viaggio a Roma Macron ha incontrato una delegazione della comunità nell’ambasciata di Francia. Altro segnale del legame fra una parte (molto rilevante) del mondo cattolico e l’Eliseo.

“Vi racconto la vita a bordo della Sea Watch”

LUCA LA MANTIA inTerris.it 12.1.19

La giornalista Rai Angela Caponnetto era sulla nave ong prima dello sbarco a Malta

La giornalista Angela Caponnetto sul ponte della Sea Watch

La giornalista Angela Caponnetto sul ponte della Sea Watch
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iciannove giorni in purgatorio, attendendo un cenno dal paradiso. Da quell’Europa di cui avevano solo sentito parlare, magari nelle scarne cronache sportive giunte in un sperduto villaggio africano, dove il cibo non basta ma gli dei del calcio sono conosciuti e venerati. Un’oasi di benessere, una Terra promessa – così la percepivano – da raggiungere attraverso la lunga odissea che dal deserto si allunga sino alle acque del Mediterraneo, passando per l’inferno dei lager libici. E lì, sul mare – cimitero di centinaia di loro simili partiti con le stesse aspettative e mai arrivati a terra – i migranti della Sea Watchhanno atteso. Chiedendosi per quale motivo le porte dell’Eden non si spalancassero. Ancora una volta Roma (intesa come metafora del potere e non come capitale di un Paese) discuteva mentre Sagunto attendeva la fine dell’incubo, arrivata con l’ok di Malta allo sbarco, frutto dell’accordo europeo per la ripartizione di un carico umano portato in dote anche dalla Sea Eye, altra nave della stessa ong tedesca. Tra gli otto giornalisti autorizzati a salire a bordo della Sea Watch, per riportare la vicenda umana dei migranti salvati dalle onde e dagli scafisti, c’era anche Angela Caponnetto, di Rainews24. In Terris l’ha contattata per farsi raccontare quei giorni di lavoro tra gli ultimi degli ultimi. 

Che esperienza hai vissuto, umanamente e professionalmente?
“E’ difficile scindere le due cose. Ti trovi a raccontare storie di vite umana che noi, nella nostra condizione di privilegiati, non possiamo comprendere. Le esperienze in mare ti uniscono in un microcosmo, quello del Mediterraneo, nel quale non puoi fare altro se non tendere la mano a chi si trova da giorni in balìa delle onde. E’ un’esperienza che ti cambia”.

Come?
“Vedere tante persone tutti insieme, provenienti da ogni angolo della Terra, ascoltare le loro storie, ti fa capire quanto sia necessario che il giornalista racconti queste vicende in modo obiettivo, senza lasciarsi trascinare dalle beghe politiche o dalla pancia ma, nel contempo, facendosi coinvolgere dai diritti fondamentali dell’uomo. Comprendi che quello dei migranti è un mondo in movimento, sfruttato in modo spietato dai trafficanti di esseri umani”. 

A bordo che situazione hai trovato?
“Hai a che fare con persone che, per la maggior parte, non conoscono il mare. Non capiscono per quale motivo si trovino ancora tra le onde, a bordo di quella che, dal loro punto di vista, è un arca di Noè che li porterà in salvo. Ma soprattutto vedi i bambini, che non comprendono quanto stia avvenendo: da una parte vivono tutto come un grande gioco, un po’ come il figlio di Benigni ne ‘La vita è bella’ e dall’altra sono traumatizzati. Occhi di bimbi che prima sorridono e poi si abbassano tristemente. Voglio precisare una cosa…”

Prego… 
“Sulla nave non stanno male perché non mangiano, ma perché vedono la terra e gli viene detto che non si può sbarcare. E’ soprattutto un problema psicologico”. 

Cosa ti dicevano della lunga attesa, come l’hanno vissuta?
“In un primo momento erano contenti per essere stati salvati e, soprattutto, per essere lontani dalla Libia. Ci hanno mostrato le ferite subite, non solo gli adulti ma anche ragazzini di 16 anni. Ci dicevano: ‘ci hanno trattato come cani’ e poi chiedevano: ‘perché non ci fanno entrare in Europa? Ci considerano animali?’. La parola che utilizzavano più spesso per descrivere la loro condizione era ‘prigionieri'”. 

Quindi i migranti erano informati dallo staff della ong sulle polemiche e le trattative a livello europeo?
“Sì. Venivano fatti dei briefing durante cui veniva riferito che a livello europeo si stava discutendo perché non tutti i Paesi volevano accoglierli. Del resto è impensabile che i migranti a bordo non vengano informati dei motivi per i quali l’attesa si sta prolungando”. 

C’è una vicenda particolare a cui hai assistito?
“Quella di un bambino di 11 mesi che muoveva i primi passi. Loro erano a poppa, noi giornalisti sul ponte di comando, quindi lo abbiamo visto dall’alto. Un giovane che lo stava aiutando ci ha detto: ‘Ha imparato a camminare qui’. Penso ancora all’immagine di quel bimbo che inizia a deambulare su una nave mossa dalle onde mentre all’orizzonte, a Malta, si sta decidendo cosa fare di lui e di tutti gli altri”. 

La notizia dello sblocco dello stallo com’è stata accolta?
“Con un urlo liberatorio. Saltavano, si abbracciavano fra loro e con i membri dell’equipaggio. Mi hai ricordato un’altra vicenda simile, quella dell’Aquarius del dicembre 2017, quando al momento dell’annuncio gli uomini urlavano di gioia e le donne hanno intonato un canto africano. Per loro era la fine di un incubo, pur sapendo che da lì in avanti avrebbero incontrato altri problemi”.

Dunque erano consapevoli di quanto sarà lungo e complicato il processo di inserimento e integrazione nei Paesi di destinazione…
“Alcuni sì, altri meno. Dobbiamo pensare che in certi casi quando sbarcano non sanno nemmeno dove si trovano: bisogna mostrargli la carta geografica per farglielo capire. Molti di questi migranti provengono da villaggi africani sperduti e hanno un’immagine falsata, edulcorata, dell’Europa. Non si rendono conto che la realtà è completamente diversa. Per cui è importante che vengano seguiti anche dopo aver toccato terra”. 

Prediligono una destinazione piuttosto che un’altra?
“Quasi tutti vogliono andare in Nord Europa, in particolare i nordafricani ed eritrei. I Paesi che preferiscono sono Germania, Norvegia e Danimarca. Pochissimi vogliono restare in Italia, anche spesso sono costretti a rimanerci”. 

Queste scelte sono dettate da motivi familiari o per preoccupazioni legate alle politiche di accoglienza?
“Eritrei, siriani ed egiziani hanno già parenti in Nord Europa. La maggior parte dei migranti, in ogni caso, vuole andare via dall’Italia, perché pensano che per loro non ci sia futuro nel nostro Paese”. 
 

Le ong, negli ultimi mesi, sono state al centro di numerose polemiche. Tu, in base alla tua esperienza su diverse navi umanitarie, che idea ti sei fatta?
“Dobbiamo essere obiettivi. Se da un punto di vista legale o giudiziario uscirà fuori qualcosa che porti a un’eventuale condanna, io, come cronista, avrò il dovere di raccontarlo. Sinora tutto questo non è avvenuto, per cui non posso aggiungere altro. Posso solo dire che quanti operano a bordo si dedicano completamente alle vite umane. Parliamo di ragazzi, di universitari che, magari, invece di farsi le vacanze in un resort salgono su una nave umanitaria dove lavorano e faticano tantissimo. E se provengono da famiglie benestanti dico: ben venga. Significa che stanno facendo qualcosa per gli altri”. 

Il Patto sulla Scienza sa di “pacco” Scientista

Paolo Gulisano lanuovabq.it 12.1.19

La Scienza di cui si parla nel Patto a cui hanno aderito Grillo e Renzi sembra un Moloch, una divinità assoluta. Un linguaggio che ci riporta indietro di duecento anni, allo Scientismo con i suoi assoluti fideistici. Servirà per ribadire cosa dice la l’embriologia sul feto o la tossicologia sulle droghe leggere? Ovviamente no. In realtà sappiamo già che questo Appello avrà la finalità di ribadire la coercizione vaccinale.

E’ di ieri una notizia che ha fatto tremare i Media, che è balzata immediatamente agli onori delle cronache, e che è stata presentata come un evento eccezionale: è nato il “Patto trasversale per la Scienza”. Di che si tratta? È un appello rivolto a tutte le forze politiche italiane, affinché sottoscrivano un Patto (con P maiuscola, a decretarne la sacralità) per la Scienza (sempre con maiuscola) e s’impegnino formalmente a rispettarlo, “nel riconoscimento che il progresso della Scienza è un valore universale dell’umanità, che non può essere negato o distorto per fini politici o elettorali”. Questo sacro Covenant, come direbbero gli anglosassoni, vede come primi firmatari due noti personaggi: un politico, Matteo Renzi, e un attore comico, Beppe Grillo. Tra le adesioni troviamo poi altri politici, come Beatrice Lorenzin e Antonio Tajani (che garantisce con la sua presenza la dichiarata “trasversalità” del Patto), un certo numero di docenti universitari e ricercatori, e l’anestesista Mario Riccio, dell’Associazione Luca Coscioni, noto per essere stato a suo tempo colui che staccò la spina a Pier Giorgio Welby. 

Naturalmente l’elemento che ha attirato maggiormente l’attenzione mediatica è stato quello del convenire di Beppe Grillo ad una alleanza (per ora mirata e monotematica) con Renzi. Essendo stato Grillo il fondatore del Movimento 5 Stelle, e avendo ancora oggi un ruolo di riferimento rispetto al movimento, in effetti questa scelta è piuttosto significativa.

Ma e torniamo al Patto: che cosa chiedono i firmatari di questo documento? Si rivolgono a tutte le forze politiche italiane perché si “impegnino a sostenere la Scienza come valore universale di progresso dell’umanità, che non ha alcun colore politico, e che ha lo scopo di aumentare la conoscenza umana e migliorare la qualità di vita dei nostri simili”. Anzitutto c’è da rilevare un linguaggio piuttosto enfatico, al limite del drammatico, tant’è che il secondo punto recita (o meglio intima): “Nessuna forza politica italiana si presti a sostenere o tollerare in alcun modo forme di pseudoscienza”. Ma che sta succedendo? Forse che le teorie della Terra piatta o il negazionismo dello sbarco sulla Luna hanno preso piede in Parlamento o nel Paese? 

Ancora: “Tutte le forze politiche italiane s’impegnano a implementare programmi capillari d’informazione sulla Scienza per la popolazione, a partire dalla scuola dell’obbligo, e coinvolgendo media, divulgatori, comunicatori, e ogni categoria di professionisti della ricerca e della sanità”.

E’ la chiamata alla mobilitazione generale. Ma quale emergenza ha spinto Renzi, Grillo e soci ad unirsi in questo Patto d’Acciaio? Prima di cercare una risposta, è necessaria un’osservazione di metodo. Il documento parte da una parola pronunciata e ripetuta con un’enfasi sacrale: La Scienza. Come se fosse un assoluto. In realtà, non esiste La Scienza, ma le scienze. Scienze anche molto diverse tra di loro: la Matematica non è la Medicina. Le scienze sono forme di conoscenza, di studio, di ricerca sulla realtà. Ci sono scienze naturali, empiriche, e così via.

La Scienza di cui parla il Patto sembra un Moloch, una divinità assoluta. Provate a sostituire nel documento alla parola Scienza i termini Patria, Interesse nazionale, e vedrete l’effetto che fa. Il linguaggio del Patto ci riporta indietro di duecento anni, allo Scientismo con i suoi assoluti fideistici. Tuttavia, nonostante questo, proviamo a rispondere a quello che è stato presentato come un “appello” con una richiesta. Voi politici firmatari di questo Patto, siete disposti ad impegnarvi per abolire le normative che contrastano con La Scienza, o a non introdurne di nuove? Quali, ci chiederete.

La prima è la Legge 194/78. Se alcune specialità de La Scienza, come l’embriologia, hanno dimostrato in modo inconfutabile e incontrovertibile che l’essere umano in gestazione, detto feto o embrione, è per l’appunto un essere umano e non un’ameba, l’uccisione di questo essere umano è un omicidio, e se l’embrione è una bambina è addirittura un femminicidio. Dunque, basta con questa legge che nega la Evidence based Medicine. E lo stesso vale per la questione della legalizzazione delle cosiddette droghe leggere: dal momento che La Scienza ha assolutamente provato la dannosità di queste sostanze, non vorrete certo mettervi dalla parte di coloro che si oppongo alla Medicina? Quindi, cari Grillo, Renzi, Tajani, vi aspettiamo alla prova su tali questioni per verificare la vostra attendibilità di seguaci de La Scienza. 

Ma in realtà sappiamo già che questo Appello nasce con un’altra finalità e altri interessi, anzi, con un interesse fondamentale, che è esplicitamente dichiarato: nessuno osi toccare la Legge Lorenzin, la legge del 2017 sulla coercizione vaccinale.

E qui diciamolo una volta per tutte: le vaccinazioni non sono un dono fatto da Renzi e Gentiloni all’Italia. Le vaccinazioni vengono fatte nel nostro Paese da decenni. Il problema è la loro obbligatorietà, e le conseguenti sanzioni previste dall’attuale normativa. La Scienza non c’entra. Infatti, che dire di tutti quei Paesi europei dove le vaccinazioni non sono obbligatorie. E visto che anche l’Europa viene spesso evocata dai politici come un Moloch intoccabile (“l’ha detto l’Europa…Ce lo chiede l’Europa”) com’è la situazione nel Continente. Anche qui potremmo dire che non c’è L’Europa, ma diverse europe.

L’obbligo vaccinale esiste infatti quasi esclusivamente nei Paesi dell’ex blocco comunista. Nella parte occidentale c’è solo in Francia, Italia e Grecia. In tutti gli altri, dalla Spagna alla Scandinavia, dalla Gran Bretagna alla Germania, le vaccinazioni sono facoltative. Ciò significa che a Oxford o a Vienna ha prevalso l’anti scienza? Assolutamente no. E quali sono le conseguenze? Forse che il Belgio è devastato dalla Pertosse o che l’Irlanda sta conoscendo una nuova catastrofe umanitaria come nell’800? Sembra proprio di no. E ce lo dice una delle branche de La Scienza che è l’epidemiologia. 

E visto che Il Patto si conclude con questa pragmatica richiesta: “Tutte le forze politiche italiane s’impegnano affinché si assicurino alla Scienza adeguati finanziamenti pubblici, a partire da un immediato raddoppio dei fondi ministeriali per la ricerca biomedica di base”, suggeriamo di spenderli bene questi soldi, in un Paese dove tre milioni di persone ogni anno rinunciano a curarsi per mancanza di soldi o perché scoraggiati dalle liste di attesa lunghissime.

Burioni e il patto…col diavolo

Marcello Pamio disinformazione.it 12.1.19



Marcello Pamio

Lui che si arroga il diritto di parlare solo con chi è sapiente.
Lui che non perde tempo con i somari del web.
Lui che offende tutti dall’alto del suo accademico scranno.
Ma questo scranno, grazie alle ricerche giornalistiche di Franco Bechis il direttore de «Il Tempo», sembra essere più o meno alto come la sedia del nano Dotto.
Per chi ancora non lo ha capito stiamo parlando del diversamente-umile Burioni.

Basta infatti leggere i verbali delle Commissioni di concorso universitario che hanno respinto le domande per una cattedra del dottor Roberto Burioni, giudicandolo «appena sufficiente».
La «Gazzetta Ufficiale» riporta la bocciatura della sua candidatura alla Sapienza di Roma, con le seguenti motivazioni: «il candidato presenta una produzione pur se di buon livello, piuttosto ripetitiva (…) lascia perplessi la sua attività didattica per la discontinuità delle sedi in cui si è svolta».

Le bocciature si sono ripetute anche in altre università d’Italia…

Eccolo qua l’incommensurabile genio, quello che si auto-osanna e auto-incensa come l’unico che ha il diritto di parlare di vaccini e di Scienza (con la esse maiuscola), quella non democratica.
A proposito di antidemocraticità, il Dotto ha preparato il «patto per la scienza», un testo estremamente pericoloso per le libertà del Paese.
Stiamo parlando di un rischio concreto per la libertà di cura, di pensiero, di espressione, di critica e di confronto scientifico. Insomma un patto col diavolo che preannuncia una dittatura ancor più serrata dell’attuale. Per fortuna al momento attuale le prestigiose firme messe in calce al vergognoso patto sono quelle di Roberto Burioni, Guido Silvestri, Riccardo Nencini, Matteo Renzi e Beppe Grillo.

Quindi il vuoto cosmico, ma l’appello va ai veri scienziati italiani (che ci sono), ai veri politici (se ancora ne esistono), ai veri comici (quelli ancora non venduti al Sistema), nella speranza che lascino franare nel vuoto questa pericolosissima deriva antidemocratica e antiliberale.
Infine, detto tra noi stiamo parlando di un documento presentato da Burioni, uno che, checché ne dica il suo ego, non ha i titoli accademici.
Uno che insegna al San Raffaele di Milano, l’università fondata da don Luigi Maria Verzè, la cui storia di scandali e misteri è sempre molto illuminante…

2015 -Finanza addio, meglio la finanziera (buco della serratura)

lospiffero.com 15 settembre 2015

Prima che banchieri, imprenditori e politici spostassero i principali asset Torino giocava ancora un ruolo di primo piano. Ora alcuni protagonisti del “grande sacco” si interrogano su come tornare indietro. La sensazione è che semplicemente non si può

Abbiamo un grande futuro, alle nostre spalle. Vogliono rilanciare la finanza torinese, ma per ora non sono neanche riusciti a far funzionare il proiettore. Il disguido nell’ultimo convivio dell’Ide – Imprenditori dirigenti europei – associazione capitanata da Alfonso Iozzo, uomo San Paolo, ex presidente di Cassa depositi e prestiti, nata con l’ambizione di formare la classe dirigente torinese, soprattutto quella che opererà nei settori economici e finanziari. Il tradizionale incontro si è svolto ieri sera presso l’Unione Industriale, alla presenza del numero uno di Ersel Guido Giubergia, l’ex ad del San Paolo Luigi Maranzana, ora a capo delle assicurazioni di Intesa, il nuovo presidente di Fideuram Matteo Colafrancesco – che ha sostituito su quella poltrona Enrico Salza – l’ex consigliera di Gestione di Intesa Sanpaolo Carla Ferrari con il marito Giorgio Spriano, l’ex numero uno della Compagnia di San Paolo Angelo Benessia, scortato dalla consorte e socia dello studio legale Cristiana Maccagno, l’ex presidente della Camera di Commercio Giuseppe Pichetto, il notaio Remo Maria Morone e poi il professor Giovanni Zanetti, già membro del Consiglio di amministrazione di Sella Holding SpA, di Selfid, di Tne e oggi a capo della traballante Fondazione Ordine Mauriziano. A fare le veci della padrona di casa Licia Mattioli, era presente il notaio Flavia Pesce Mattioli, mamma dell’attuale presidente dell’Unione Industriale.

Insomma, una parte del gotha dei poteri torinesi, quello che per dirla con Roberto Vecchioni si è giocato il cielo a dadi, in diversa misura responsabile del depauperamento di un patrimonio enorme dal punto di vista bancario, economico e finanziario, espatriato tutto o in parte verso Milano o altri lidi. San Paolo e Cassa di Risparmio, per non dire del polo assicurativo, sono solo alcuni dei colossi migrati o disciolti in progetti ambiziosi che hanno arricchito qualcuno e impoverito Torino. E oggi, camminando tra le macerie, ancora vagheggiano di uno sviluppo della Torino sul perimetro della finanza, sostengono, come ha fatto Giubergia, che la città ha le potenzialità per diventare un attore importante sul segmento in analogia con quanto è avvenuto ad Edimburgo, proprio con l’aiuto delle fondazioni bancarie e delle istituzioni. “Ma che probabilità abbiamo di riuscire in questo ambizioso disegno se proprio le istituzioni torinesi hanno favorito la morte delle due grandi banche torinesi a favore del tessuto milanese?” si chiede uno dei presenti in un colloquio con Lo Spiffero. È quello che ci chiediamo anche noi. 

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La democrazia francese è morta o viva? – The Gilets Jaunes nel 2019

zerohedge.com 12.1.19

Scritto da Diana Johnstone tramite The Unz Review,

Democrazia francese morta o viva? O forse dovremmo dire, sepolto o rianimato?

Perché per la massa della gente comune, lontana dai centri di potere politico, finanziario e mediatico a Parigi, la democrazia è già moribonda, e il loro movimento è uno sforzo per salvarlo . Da quando Margaret Thatcher ha decretato che “non c’è alternativa”, la politica economica occidentale è fatta dai tecnocrati a beneficio dei mercati finanziari, sostenendo che tali benefici si riverseranno sulla popolazione. Il flusso si è in gran parte prosciugato e la gente è stanca di avere i propri bisogni e desideri totalmente ignorati da un’elite che “sa meglio”.

Il discorso del nuovo anno del presidente Emmanuel Macron alla nazione ha chiarito perfettamente che dopo una pugnalata poco convincente a lanciare alcune briciole al movimento di protesta di Gilets Jaunes (Yellow Vests), ha deciso di diventare duro

La Francia sta entrando in un periodo di turbolenze. La situazione è molto complessa, ma qui ci sono alcuni punti per aiutare a capire di cosa si tratta.

I METODI

I giubbotti gialli si radunano in luoghi appariscenti dove possono essere visti: gli Champs-Elysées a Parigi, le piazze principali di altre città e le numerose rotte del traffico ai margini delle piccole città. A differenza delle manifestazioni tradizionali, le marce di Parigi erano molto libere e spontanee, le persone semplicemente passeggiavano e si parlano, senza leader e senza discorsi.

L’assenza di leader è inerente al movimento. Tutti i politici, anche quelli amichevoli, sono diffidenti e nessuno sta cercando un nuovo leader.

Le persone organizzano le proprie riunioni per sviluppare le loro liste di reclami e richieste.

Nel villaggio di Commercy, in Lorena, a mezz’ora di macchina da Domrémy, dove è nata Jeanne d’Arc, gli abitanti si riuniscono per leggere la loro proclamazione. Sei di loro leggono a turno, un paragrafo ciascuno, rendendo evidente che non vogliono leader, nessun portavoce speciale. A volte inciampano su una parola, non sono abituati a parlare in pubblico come le teste parlanti televisivi. Il loro “Secondo appello dei Gilets Jaunes de Commercy invita gli altri a venire a Commercy dal 26 al 27 gennaio per un” assemblaggio di assemblee “.

Le domande

Le persone che per la prima volta sono uscite per la strada indossando Yellow Vests lo scorso 17 novembre hanno protestato apertamente contro un aumento delle tasse sulla benzina e sul diesel che avrebbero colpito più duramente le persone nelle zone rurali della Francia. Ossessionato dal favorire “le città del mondo”, il governo francese ha preso una misura dopo l’altra a spese delle piccole città e dei villaggi e delle persone che vivono lì. Era solo l’ultima goccia. Il movimento si è rapidamente spostato sulla questione di fondo: il diritto delle persone di avere voce in capitolo sulle misure adottate che influenzano le loro vite. Democrazia, in una parola.

Per decenni, i partiti di sinistra e di destra, qualunque siano i loro discorsi elettorali, una volta in ufficio perseguono politiche dettate dai “mercati”. Per questo motivo, le persone hanno perso la fiducia in tutte le parti e in tutti i politici e chiedono nuovi modi per far sentire i propri desideri.

La tassa sul carburante è stata presto dimenticata poiché l’elenco delle richieste è cresciuto più a lungo. I critici del movimento osservano che raggiungere così tante richieste è assolutamente impossibile. È inutile prestare attenzione alle richieste popolari, perché le persone stupide chiedono tutto e il suo contrario.

A tale obiezione è stata data risposta da ciò che è rapidamente emerso come l’unica domanda prioritaria del movimento: il referendum sull’iniziativa dei cittadini (CIR).

Il REFERENDUM

Questa richiesta illustra il buon senso del movimento. Piuttosto che fare una lista di “must”, la GJ si limita a chiedere che le persone possano scegliere, e il referendum è il modo di scegliere. La richiesta è per un certo numero di firmatari – forse 700.000, forse di più – per ottenere il diritto di indire un referendum su una questione di loro scelta. Il diritto a un CIR esiste in Svizzera, Italia e California. L’idea fa inorridire tutti quelli di cui è meglio conoscere la professione. Se la gente vota, voterà per ogni sorta di cose assurde, i migliori conoscenti osservano con un brivido.

Un modesto insegnante in un junior college di Marsiglia, Etienne Chouard, ha sviluppato per decenni idee su come organizzare la democrazia diretta, con il referendum al centro. La sua ora è arrivata con i giubbotti gialli. Insiste sul fatto che un referendum deve sempre essere tenuto dopo un lungo dibattito e tempo per la riflessione, per evitare decisioni spur-of-the-moment emozionanti. Tale referendum richiede media onesti e indipendenti che non siano tutti di proprietà di interessi particolari. Richiede che i politici che fanno le leggi seguano la volontà popolare espressa nel referendum. Tutto ciò suggerisce la necessità di una convenzione costituzionale popolare.

Il referendum è un punto amaro in Francia, una potente causa silenziosa di fondo dell’intero movimento di Gilets Jaunes.Nel 2005, il presidente Chirac (incautamente dal suo punto di vista) ha chiesto un referendum popolare sulla ratifica della proposta Costituzione dell’Unione europea, certo che sarebbe stato approvato. La classe politica, con poche eccezioni, entrò in piena retorica, sostenendo un futuro prospero come una nuova potenza mondiale sotto la nuova Costituzione e avvertendo che altrimenti l’Europa potrebbe essere rinviata alle Guerre Mondiali I e II. Tuttavia, i cittadini ordinari organizzarono uno straordinario movimento di autoeducazione popolare, mentre i gruppi si incontravano per scorrere attraverso gli scoraggianti documenti legalistici, chiarendo cosa intendessero e cosa implicassero. Il 29 maggio 2005, con un’affluenza del 68%, i francesi hanno votato il 55% per respingere la Costituzione. Solo Parigi ha votato a favore.

Tre anni dopo, l’Assemblea nazionale – cioè i politici di tutte le parti – ha votato per adottare praticamente lo stesso testo, che nel 2009 è diventato il trattato di Lisbona.

Quel colpo al popolare chiaramente espresso produrrà una tale disillusione che molti sostengono impotente dalla politica. Ora stanno tornando.

La violenza

Fin dall’inizio, il governo ha reagito con violenza, in un apparente desiderio di provocare violenza di risposta per condannare il movimento come violento.

Un esercito di polizia, vestito come un robot, ha circondato e bloccato gruppi di pacifici Giubbotti Gialli, affogandoli in nuvole di gas lacrimogeni e sparando pallottole di fuoco direttamente contro i manifestanti, ferendo gravemente centinaia (senza cifre ufficiali). Un numero di persone ha perso un occhio o una mano. Il governo non ha nulla da dire su questo.

Il terzo sabato di protesta, questo esercito di polizia non è stato in grado di fermarsi – o sotto gli ordini di permettere – un gran numero di teppisti o Black Blocks (chissà?) Di infiltrarsi nel movimento e distruggere proprietà, vandalizzare negozi, incendiare la spazzatura lattine e auto parcheggiate, fornendo al mondo dei media immagini che dimostrano che i giubbotti gialli sono pericolosamente violenti.

Nonostante tutta questa provocazione, i Gilets Jaunes sono rimasti straordinariamente calmi e determinati. Ma ci sono sicuramente alcune persone che perdono il loro temperamento e cercano di contrattaccare.

Il BOXER

L’8 di sabato 5 gennaio una squadra di poliziotti in plexiglass ha attaccato violentemente Gilets Jaunes su un ponte sopra la Senna quando un grosso tizio ha perso la pazienza, è emerso dalla folla e ha attaccato. Con i pugni, ha abbattuto un poliziotto e ha fatto arretrare gli altri. Questa scena straordinaria è stata girata. Potevi vedere Gilet gialli che cercavano di trattenerlo, ma Rambo era inarrestabile.

Si è scoperto che questo era Christophe Dettinger, un rom francese, ex campione dei pesi massimi leggeri della Francia. Il suo soprannome è “Gypsy of Massy”. Si è allontanato dalla scena, ma ha fatto un video prima di consegnarsi. “Ho reagito male”, ha detto, quando ha visto la polizia attaccare donne e altre persone indifese. Ha esortato il movimento a procedere pacificamente.

Dettinger deve affrontare sette anni di carcere. Entro un giorno, il suo fondo per la difesa aveva raccolto 116.433 euro. Il governo lo ha spento – su quale pretesto giuridico non so. Ora una petizione circola per suo conto.

LO SLANDER

Nel suo discorso di Capodanno, Macron ha rimproverato con condiscendenza la sua gente dicendo loro che “non si può lavorare di meno e guadagnare di più” – come se tutti aspirassero a trascorrere la vita sdraiati su uno yacht e guardare i prezzi delle azioni salire e scendere.

Quindi ha rilasciato la sua dichiarazione di guerra:

“In questi giorni ho visto cose impensabili e ho sentito l’inaccettabile”. Apparentemente alludendo ai pochi politici dell’opposizione che osano simpatizzare con i manifestanti, ha castigato coloro che fingono di “parlare per il popolo”, ma sono solo i “portavoce di un odioso” folla che va dietro a rappresentanti eletti, polizia, giornalisti, ebrei, stranieri e omosessuali. È semplicemente la negazione della Francia. “

I Gilets Jaunes non hanno “inseguito” nessuno. La polizia li ha “inseguiti”. Le persone hanno effettivamente parlato con decisione contro i troupe televisive di canali che distorcono sistematicamente il movimento.

Non una parola è stata ascoltata dal movimento contro gli stranieri o gli omosessuali.

La parola chiave è ebrei.

Qui vengo negro figlio chi l’accusa de la rabbia . (Proverbio francese).

Come dice il detto francese, chiunque voglia affogare il suo cane afferma di avere la rabbia. Oggi chi vuole rovinare una carriera, vendicarsi di un rivale, disonorare un individuo o distruggere un movimento, accusa lei o lui di antisemitismo.

Quindi, di fronte a un crescente movimento democratico, giocare a carte “antisemitismo” era inevitabile. Era quasi una cosa sicura statisticamente. In quasi ogni gruppo casuale di centinaia di migliaia di persone, potresti trovare uno o due che hanno qualcosa di negativo da dire su un ebreo. Questo lo farà I falchi mediatici sono in prospettiva. Il minimo incidente può essere usato per suggerire che il vero motivo del movimento è di far rivivere l’Olocausto.

Questa canzoncina delicatamente ironica, eseguita in uno dei circoli del traffico della Francia, contrappone il “bello” establishment con la “cattiva” gente comune. È un grande successo su YouTube. Dà il tono del movimento. Les Gentils et les Méchants .

Non ci volle molto perché questo allegro numero venisse accusato di antisemitismo. Perché? Perché è stato ironicamente dedicato a due dei critici più virulenti dei Gilets Jaunes: la star del maggio ’68 Daniel Cohn-Bendit e il vecchio “nuovo filosofo” Bernard-Henri Lévy. La nuova generazione non può sopportarli. Ma aspetta, sono ebrei. Aha! Antisemitismo!

La repressione

Di fronte a quello che il portavoce del governo Benjamin Griveaux ha descritto come “agitatori” e “insurrezionalisti” che vogliono “rovesciare il governo”, il primo ministro Edouard Philippe ha annunciato una nuova “legge per proteggere meglio il diritto di manifestare”. La sua principale misura: punire pesantemente gli organizzatori di una manifestazione il cui tempo e luogo non hanno avuto l’approvazione ufficiale.

In effetti, la polizia aveva già arrestato Eric Drouet, un camionista trentatreenne, per aver organizzato una piccola cerimonia in onore delle vittime del movimento. Ci sono stati molti altri arresti, senza informazioni su di loro. (Per inciso, durante le vacanze, i teppisti nelle banlieues di diverse città hanno compiuto il loro rituale incendi di macchine parcheggiate, senza pubblicità o giro di vite particolari.Quelle erano auto di gente della classe operaia che ha bisogno di loro per andare al lavoro, non le preziose auto in la ricca sezione di Parigi la cui distruzione ha causato questo scandalo.)

Il 7 gennaio, Luc Ferry, un “filosofo” ed ex ministro della gioventù, dell’istruzione e della ricerca, ha rilasciato un’intervista radiofonica sulla rispettabile Radio Classique in cui dichiarava: “Alla polizia non vengono dati i mezzi per porre fine a questa violenza. È insopportabile. Ascolta, sinceramente, quando vedi ragazzi dare un calcio a un povero poliziotto quando è giù, è abbastanza! Lascia che usino le braccia una volta per tutte, basta! […] Come ricordo, abbiamo il quarto esercito del mondo, capace di mettere fine a questa spazzatura. “

Ferry ha invitato Macron a formare una coalizione con i repubblicani per far passare le sue “riforme”.

Il mese scorso, in una colonna contro il referendum sull’iniziativa dei cittadini, Ferry ha scritto che “l’attuale denigrazione degli esperti e la critica dell’elitarismo è la peggiore calamità dei nostri tempi”.

L’ANTIFA

Ovunque la gente si riunisca, i gruppi antifa possono perseguire la loro ricerca indiscriminata per sradicare i “fascisti”. Lo scorso sabato a Bordeaux, Yellow Vests ha dovuto combattere un attacco di Antifa.

Ora è completamente chiaro (come in effetti è sempre stato) che i sedicenti “antifascisti” sono i cani da guardia dello status quo. Nella loro instancabile ricerca di “fascisti”, l’Antifa attacca tutto ciò che si muove. In effetti, proteggono la stagnazione. E curiosamente, la violenza antifa è tollerata dallo stesso Stato e dalla stessa polizia che insulta, attacca e arresta manifestanti più pacifici. In breve, gli Antifa sono le truppe d’assalto del sistema attuale.

I media

Sii scettico. Almeno in Francia, i media mainstream sono solidamente dalla parte di “ordine”, che significa Macron, ei media stranieri tendono ad echeggiare ciò che i media nazionali scrivono e dicono. Inoltre, come regola generale, quando si parla di Francia, i media anglofoni spesso sbagliano.

La fine

Non è in vista. Questo potrebbe non essere una rivoluzione, ma è una rivelazione della vera natura del “sistema”. Il potere sta nella tecnocrazia al servizio dei “mercati”, che significa potere del capitale finanziario. Questa tecnocrazia aspira a rifare la società umana, le nostre società e quelle di tutto il pianeta, nell’interesse di un certo capitalismo. Usa le sanzioni economiche, la stragrande propaganda e la forza militare (NATO) in un progetto di “globalizzazione” che modella le vite delle persone senza il loro consenso. Macron è la vera incarnazione di questo sistema. È stato scelto da quella famosa élite per portare a compimento le misure dettate dai “mercati”, applicate dall’Unione Europea. Non può arrendersi. Ma ora che le persone sono svegli per quello che sta succedendo, non si fermeranno neanche.Per tutto il deplorato declino nel sistema scolastico, i francesi oggi sono così istruiti e ragionevoli come ci si può aspettare che ogni popolazione sia. Se sono incapaci di democrazia, allora la democrazia è impossibile.

Continua…

Carige, quei sei piani industriali presentati in pochi anni / FOCUS

GILDA FERRARI – GENNAIO 12, 2019 themeditelegraph.it

Genova – Negli ultimi quattro anni Carige ha cambiato 4 amministratori delegati e 6 piani industriali, mettendo a segno diversi risultati ma non riuscendo mai a uscire dalla crisi che il secondo giorno del 2019 l’ha portata al commissariamento da parte di Bce.

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Genova – Manager diversi e una ricetta comune fatta di rafforzamenti patrimoniali, vendita di asset e cessioni di crediti deteriorati, tagli agli sportelli e al personale. Negli ultimi quattro anni Carige ha cambiato 4 amministratori delegati e 6 piani industriali, mettendo a segno diversi risultati ma non riuscendo mai a uscire dalla crisi che il secondo giorno del 2019 l’ha portata al commissariamento da parte di Bce.

I tempi di Montani 
L’era post-Berneschi comincia con Piero Montani, arrivato da Bpm nell’autunno 2013, portato a Genova dall’allora primo azionista Fondazione Carige. Al suo fianco il presidente Cesare Castelbarco Albani. Al 31 dicembre 2013 la banca ha una raccolta pari a 20,6 miliardi e impieghi per 24,2 miliardi. I dipendenti sono circa 6.000, i clienti 2 milioni, gli sportelli 678, i piccoli azionisti 50mila. La banca chiude il bilancio 2013 con una maxi-perdita di 1,76 miliardi. Sul rosso, il più alto della sua storia, pesano la svalutazione per 1,67 miliardi degli avviamenti e rettifiche su crediti per 1,09 miliardi. Il 28 marzo 2014 Montani presenta il suo primo piano industriale: contempla un aumento di capitale da 800 milioni, la vendita delle assicurazioni e 600 esuberi. Il ritorno all’utile è fissato nel 2018, per 200 milioni. Nell’estate 2014 va in scena l’aumento da 800 milioni, sottoscritto pro-quota dai principali azionisti: la Fondazione già scesa dal 46% al 19% (sparirà), i francesi di Bpce che detengono ancora il 9,9% (spariranno). A fine ottobre Carige vende per 310 milioni di euro le compagnie di assicurazione ad Apollo. 
Il 1° marzo 2015 i Malacalza decidono di acquistare dalla Fondazione il primo 10,5% di Carige, investendo 66,2 milioni. «Ho incontrato il presidente Castelbarco e l’amministratore delegato Montani prima di chiudere, ho avuto un’ottima impressione», dichiara Vittorio Malacalza al Secolo XIX il giorno dopo. Il 20 marzo 2015 Montani presenta il suo secondo piano industriale: prevede un secondo aumento da 850 milioni per fronteggiare l’ammanco di capitale (814 milioni) riscontrato dalla Bce, la vendita di Creditis e della Cesare Ponti, la cessione di 1-1,5 miliardi di sofferenze entro il 2019. Il ritorno all’utile, sempre di 200 milioni, slitta al 2019. Nel luglio 2015 la ricapitalizzazione da 850 milioni viene interamente sottoscritta e Malacalza Investimenti raggiunge quota 17,58%. A fronte del mutato assetto azionario, il cda guidato dal tandem Castelbarco-Montani (in scadenza nel 2017) va al rinnovo in anticipo e il primo azionista punta su altri cavalli.

Il tandem Bastianini-Tesauro 
L’assemblea del marzo 2016 porta alla guida di Carige Guido Bastianini, manager in arrivo da Banca Profilo. Il cda è presieduto da Giuseppe Tesauro: su 15 componenti in cda la lista Malacalza Investimenti ne esprime 10. Il primo piano strategico di Bastianini arriva a giugno 2016: prevede la cessione di 1,8 miliardi di Npl, il potenziamento dell’unità che gestisce i crediti problematici in banca, 90 milioni di investimenti in Ict, il taglio degli sportelli da 606 a 500 e la focalizzazione su Liguria e Toscana settentrionale. Con l’arrivo degli Srep 2017, Bastianini è costretto ad aggiornare il piano: lo fa a fine febbraio e nonostante da Francoforte comincino ad arrivare indicazioni per l’aggregazione, l’aggiornamento del piano non contiene l’opzione. L’ad propone invece un veicolo per gli Npl: una società (gemella di Carige per azionariato) in cui far confluire 2,4 miliardi di sofferenze, da supportare attraverso un aumento di capitale da 450 milioni. La società veicolo non vedrà mai la luce.

L’arrivo di Fiorentino 
Malacalza sfiducia Bastianini e il 21 giugno 2017 arriva a Genova Paolo Fiorentino, manager dal passato Unicredit. Tre mesi dopo il suo Trasformation Plan segna una discontinuità gestionale: 1 miliardo di rafforzamento patrimoniale attraverso un aumento di capitale da 560 milioni, più altri 480 milioni da rastrellare attraverso la vendita di Creditis, immobili di pregio, il merchant book e la piattaforma di gestione Npl. Drastica la riduzione delle sofferenze, che si posiziona sotto i target imposti da Francoforte: dai 7,3 miliardi di fine 2016 a 3,1 miliardi attraverso cartolarizzazioni e cessioni di portafogli a terzi. Sull’Ict e sulla Ponti il piano inverte la rotta, prevedendo la cessione delle attività informatiche e la valorizzazione della Ponti. Il tema dell’aggregazione torna sul tavolo – ed è uno dei motivi di tensione con l’azionista.

Innocenzi-Modiano 
Uscito vincitore dall’assemblea di settembre scorso, Malacalza gioca la carta Fabio Innocenzi (ex Ubs) e Pietro Modiano. Segue il bond da 320 milioni del Fondo Interbancario, l’aumento da 400 milioni stoppato da Malacalza e il conseguente commissariamento. Intanto a fine 2017 la raccolta era calata a 14 miliardi e gli impieghi erano fermi a 17,2 miliardi. I commissari presenteranno il nuovo piano – basato sull’aggregazione – entro il 26 febbraio.

Il muro dell’idiozia: ecco chi è oggi il Cretino Planetario

informarexresistere.fr 11.1.19

cretino

Il muro dell’idiozia – di Marcello Veneziani – La parola d’ordine del Cretino Planetario per farsi riconoscere e ammirare è: vogliamo ponti, non muri.

Appena pronuncia la frase, il Cretino Planetario s’illumina d’incenso, crede di aver detto la Verità Suprema dell’Umanità, e un sorriso da ebete trionfale si affaccia sul suo volto.

Non c’è predica, non c’è discorso istituzionale, non c’è articolo, pistolotto o messaggio pubblico, non c’è concerto musicale, film o spettacolo teatrale che non sia preceduto, seguito o farcito da questa frase obbligata.

L’imbecille globale si sente con la coscienza a posto, e con un senso di superiorità morale solo pronunciando quella frase.

Il cretino planetario diverge solo nella pronuncia, a seconda se è un fesso napoletano, un bobo sudamericano o un lumpa siculo.

In Lombardia c’è un’espressione precisa per indicare chi si disponeva ai confini per mettersi al servizio dei nuovi arrivati, dietro ricompensa: bauscia.

Il cretino planetario ripete sempre la stessa frase, sia che parli di migranti che di ogni altra categoria protetta.

Lui è accogliente, come gli prescrivono ogni giorno i testimonial del No-Muro, il Papa, Mattarella e Fico che ogni giorno guadagna posizioni nel Minchiometro nazionale, l’hit parete dedicata a chi sbatte la testa contro il muro.

L’onda dell’idiozia abbatte il Muro del suono e del buon senso

Il pappagallo globale marcia contro i muri, più spesso ci marcia, ma la parola chiave serve per murare il Nemico, per separare dall’umanità evoluta ed accogliente i movimenti e le persone che s’ispirano all’amor patrio, alla sovranità nazionale, alla civiltà, alla tradizione.

L’appello ad abbattere i muri e a stendere ponti è ormai ossessivo e riguarda non solo i popoli e i confini territoriali ma anche i sessi e i confini naturali, le culture e i comportamenti, le religioni e le appartenenze, e perfino il regno umano dal regno animale.

Dall’Onu al golden globe, dalla predica al talk show e alla canzone, l’onda dell’idiozia abbatte il Muro del suono e del buon senso.

Ora, io vorrei prima di tutto osservare che i muri più infami che la storia dell’umanità conosca, non sono i muri che impediscono di entrare ma i muri che impediscono di uscire.

Come sono, necessariamente, i muri delle carceri e come fu, l’ultimo grande, infame Muro che la storia conobbe, a Berlino.

E che non edificò nessun regime nazionalista o sovranista, nessun dittatore e nessun Trump ma il comunismo.

Chi tentava di superare quel muro e quel filo spinato per scappare dalla sua terra, era abbattuto dai vopos.

Nessun regime autoritario o nazionalista ha mai avuto la necessità di innalzare un muro per impedire che la popolazione scappasse. Né si conoscono esodi di popolo paragonabili a quelli dove ha dominato il comunismo.

I muri più famosi

Se vogliamo restare in Italia, e a Roma in particolare, c’è solo un muro nel cuore della Capitale che non si può varcare, e sono proprio le Mura Vaticane dove il Regnante predica al mondo ma non a casa sua di abbattere i muri e accogliere tutti.

E comunque i muri più famosi, i muri del pianto e della vergogna, non appartengono alla cristianità. Detto questo, a coloro che amano la civiltà e la tradizione, l’amor patrio e la sovranità nazionale, si addice piuttosto il senso del confine.

Perché confine significa senso del limite, senso della misura, soglia necessaria per rispettare le differenze, i ruoli, le identità e le comunità.

Tutti i confini sono soglie, sono porte, che si possono aprire e chiudere, che servono per confrontarsi sia nel colloquio che nel conflitto, comunque per delimitare o arginare quando è necessario.

La società sradicata del nostro tempo ha perso il senso del confine, e infatti sconfinano i popoli, i sessi, le persone, si è perso il confine tra il lecito e l’illecito.

Sconfinare è sinonimo di trasgredire, delirare, sfondare. La peggiore maledizione per i greci era l’hybris, lo sconfinamento, la smisuratezza, il perdersi nell’infinito.

Il confine è protezione, sicurezza, è umiltà, è tutela dei più deboli, non è ostilità o razzismo. Vi consiglio di leggere L’elogio delle frontiere di Régis Debray. Ai più modesti, consiglio l’elogio dei muri di Alberto Angela che non mi risulta un ufficiale delle SS.

Il cretino planetario non lo sa

Senza muri non c’è casa, non c’è tempio, non c’è sicurezza. Senza muri non c’è pudore, intimità, protezione dal freddo, dal buio e dall’incognito. Senza muri non c’è senso della misura, riconoscimento del limite e dei propri limiti.

Senza muri non c’è bellezza, non c’è fortezza, non c’è fondazione delle città, non c’è erezione di civiltà. Non a caso le città eterne nascono da Romolo che tracciò i confini, non da Remo che li violò.

I muri sono i bastioni della civiltà, gli ospedali della carità, le biblioteche della cultura, le pareti dell’arte, il raccoglimento della preghiera.

Se il cretino planetario non lo capisce, in compenso lo capiscono bene gli anarchici di Tarnac che colsero nel muro abbattuto la vittoria del caos e dell’anarchia: “La distruzione delle capacità di autonomia dei dominati passa per l’abolizione delle frontiere del loro essere: individuale e collettivo.

Finché esistono frontiere, è possibile opporre un sistema di valori a un altro, un tipo di diritto all’altro, distinguere uomo da donna, madre da padre, cittadino da straniero, insomma vero da falso, giusto dall’ingiusto, normale da anormale” (Gouverner par le Chaos – Ingénierie Sociale et Mondialisation, 2008).

Le città senza confini perdono la loro identità, come le persone che perdono i loro lineamenti. Non capovolgete l’amore per la famiglia in omofobia, l’amore per la propria patria in xenofobia, l’amore per la propria civiltà in razzismo, l’amore per la propria tradizione in islamofobia.

E l’amore per i confini in muri dell’odio. Ma tutto questo il Cretino Planetario non lo sa. MV, La Verità 9 gennaio 2019 – Fonte: Marcello Veneziani

Strani gli italiani: odiano i francesi ma sperano che i gilet gialli combattano per loro, mentre restano in poltrona a guardare gli scontri in TV. Ricetta per il disastro e l’ignavia

mittdolcino.com 11.1.19

Il titolo dice tutto: i francesi stanno combattendo una battaglia molto più grande di quanto possano immaginare. Non sono solo i loro diritti, è una vera e propria lotta di classe, globale: il classismo sociale che vediamo oggi tra casta super ricca ed il resto della popolazione di fatto era sparito da decenni, quanto meno in un ambito di sano scontro dialettico tra destra sinistra in presenza di un’economia che cresceva e di valori solidi alle spalle. Oltre che da una partecipazione alla ricchezza ampia che durante 75 anni ha promosso la classe media. Oggi le elites, diciamo meglio, i miliardari globalisti, sono gli unici che continuano ad arricchirsi ma alle spalle del 99% e passa della popolazione che diventa sempre più povera .

I gilet gialli, pronipoti di gente che intende la rivoluzione come un nobile aggiustamento (riuscito) delle differenze sociali – visto che sono gli unici ad aver popolarmente tagliato la testa ad un monarca che li trattava da schiavi – hanno la forza e soprattutto la coscienza per potercela fare. E’ questione culturale, che può battere la forza bruta: Napoleone III riorganizzò la città di Parigi con le grandi rotonde, che in realtà dovevano essere la sede delle mitragliatrici puntate contro la folla in caso di rivolta. La domanda che ci si deve porre è però un’altra: chi schiaccia il grilletto? L’esercito francese, che guarda caso è oggi vicinissimo nei suoi vertici ai gilet gialli? Appunto…

In Italia invece alcuni soggetti vorrebbero farci credere che le cose sono sotto controllo: senza tirare fuori gli innumerevoli esempi storici di tradimenti famigliari e politici, dossieraggi vari, belle donne infiltrate (come ai tempi della Stasi), minacce, ricatti per cui l’Italia è maestra fin dai tempi di Bruto, dobbiamo renderci conto della realtà delle cose. Ossia che l’Italia è prossima all’implosione economica, politica e sociale. Tutto pre-ordinato, tutto frutto di un piano di paesi che ragionano sulla base di 5 lustri, superando il raggio dell’elezione politica. Ossia di stati che sono davvero Stati, non un’accozzaglia di regioni che si fanno la guerra tra loro, il famoso spirito dei capponi di Renzo purtroppo mai sopito nel Belpaese.

Or dunque, proprio in questo contesto qualcuno a Roma vorrebbe farci credere – questa è la giustificazione più credibile, sebbene rozza – che i Gilet Gialli in Francia lavoreranno per noi. Immane ed enorme stupidaggine, scusatemi il francesismo. Infatti gli stessi gilet gialli – più che giustamente – hanno considerato una intromissione la proposta del governo italiano di mettersi a disposizione delle proteste di piazza francesi. Dò in questo caso totalmente ragione ai francesi, pur essendo vicinissimo all’anima di Pietro Picca.

Il problema come al solito sono i politici, ovvero una classe politica non all’altezza. La classe politica “buona” fu eliminata per volere USA dietro enormi spinte EUropee durante Tangentopoli (…), il più grande e riconosciuto errore americano degli ultimi 50 anni. Ora gli USA in EU non hanno più un vero alleato, ma – quanto meno in Italia – giusto una massa di politicanti volubili ed impreparati molto bravi soprattutto a vendersi al miglior offerente, ecco forse perchè i fondi per organizzare una protesta stile gilet gialli in Italia non arrivano nè arriveranno, chi deve pagare pensa che se li “magnerebbero” prima – con buona pace di quelli che pensano che le proteste francesi siano completamente spontanee -.

Or dunque, oggi qualcuno a Roma vorrebbe farci pensare che ci sia un piano, che dopo le elezioni europee le cose cambieranno ecc. ecc. Tutto – permettetemi – crassamente falso! Dopo le elezioni EUropee, che comporteranno di certo un grande cambiamento in EU, semplicemente la Germania non accetterà di essere messa di nuovo in secondo piano. E dunque si passerà al piano successivo, mostrare i denti. Visto che le prossime guerre militari (oltre a quelle commerciali) saranno nucleari e non tradizionali (sebbene senza fallout radioattivo, …), siamo all’alba di un game changerche cambierà la posta ed i modi di comportamento politico ed istituzionale. Non dimenticando il fatto che Berlino potrebbe sempre trovare un accordo con Washington alla 24 ore per tenere in piedi il suo giocattolino perfetto – l’euro – fino a dopo Trump.

Or dunque, il rischio maggiore per l’Italia è che venga applicato il famoso piano ipotizzato durante la segreteria di Stato di Hillary Clinton, ossia dividere l’Italia in 3 o più parti. Se ci pensate bene i segnali oggi ci sono tutti (…).

Certa politica vorrebbe – con il fine di reinsediarsi al potere, forse – farci credere che tutto è sotto controllo, mentre in realtà è il perfetto contrario. Invece bisognerebbe per una volta trattare il popolo bue con rispetto, visto che il cambiamento nelle ultime elezioni lo ha voluto il popolo e non la politica. Ossia chiedere l’aiuto della gente, nel caso si fosse ricattati (…), evitando di prendere in giro 50 e passa milioni di persone con un 2.04% al posto del 2.4% ipotizzato come linea del Piave.

Infatti il marchio dell’ignavia non è oggi da associare agli italiani come popolazione (votante), quanto meno dalle scorse elezioni in avanti – e prima ancora dal referendum costituzionale -, ma alla politica di bassa lega (non Lega) che – imperterrita – continua a trattare da popolo bue l’unico soggetto (popolare) che invece ha costretto il sistema al cambiamento forzoso (cambiamento che – faccio notare – l’alleato storico di Salvini non voleva e non vuole, parlo di Berlusconi).

Per dare credito a queste tesi prossimamente verrà fatta un’analisi:

1. sui veri motivi di Tangentopoli

2. sulle nuove guerre future

3. sui piani tedeschi di riarmo e di difesa attiva in caso di confronto bellico, resosi eventualmente necessario anche a seguito di una rottura dell’Unione Europea.

Mitt Dolcino

Ferrari (dicono al caffe’)

lospiffero.com 12.1.19

Dicono che… nelle trattative sui futuri assetti di Intesa Sanpaolo, proseguite anche durante le festività natalizie tra telefonate e incontri informali, a un certo punto sia spuntato il nome di Carla Ferrari. Per la manager di estrazione san paolina, attuale Cfo della Compagnia nonché presidente di Equiter, sarebbe stata prospettata la poltrona di vicepresidente unico della banca. Una proposta per ottenere dai “torinesi” il via libera ai piani di Giuseppe Guzzetti che, com’è noto, punta a far fuori Gian Maria Gros-Pietro dal vertice di Ca’ de Sass. Ipotesi, a quanto racconta un insider del board uscente, respinta dall’ad Carlo Messina.

CRAC GIUSTIZIA / FAI UNA STRAGE? ASSOLTO E RIVERITO

11 Gennaio 2019 di: PAOLO SPIGA lavocedellevoci.it

Amministri un’azienda di trasporto pubblico? Puoi dormire sonni tranquilli d’ora in poi: è certificato, nero su bianco, che pur se fai una strage, ammazzi cento persone, te ne freghi di ogni controllo, la passi liscia: anzi, con ogni probabilità ti fanno Cavaliere del Lavoro.

E chissenefrega se i tuoi onori e le barche di soldi che incassi sono frutto del sangue altrui. Sangue di innocenti, vittime che non avranno mai lo straccio di una giustizia in questo mondo dove la Giustizia è ormai solo pura Utopia. Calpestata da chi dovrebbe amministrarla in nome del popolo italiano. Vergogna.

Così succede che i 41 morti ammazzati per la tragedia del bus volato giù dal guard rail cinque anni fa nei pressi di Avellino, lungo la A16, vengano uccisi per la seconda volta, la loro memoria infangata dopo quello schianto che ha spezzato le loro esistenze, gente semplice che tornava – ironia della sorte – da un pellegrinaggio a Pietrelcina, il paese natio di Padre Pio.

Condannato solo qualche pesce piccolo – urlano disperati in aula i parenti delle vittime quando viene pronunciata la sentenza – gli altri tutti liberi come fringuelli.

Giovanni Castellucci.

A partire dal numero uno di Autostrade per l’Italia, l’amministratore delegato Giovanni Castellucci. Il quale in pochi mesi mette a segno un doppio primato da Guinness: questa assoluzione ai confini della realtà pronunciata dal tribunale di Avellino, e le non-indagini a suo (non) carico per la tragedia del ponte Morando a Genova, con lo stesso bottino di morte. Possibile che, fin dal giorno stesso di quel crollo, non si siano immediamente accesi i riflettori della procura genovese per accertarne le responsabilità, così come quelle degli altri vertici di Autostrade?

Siamo alle solite: c’è una legge (sic) ormai doppia. Alcuni (lo stesso Silvio Berlusconi, va detto) “non possono non sapere quello che succede nelle loro aziende”, altri – i baciati dalla dea non poi tanto bendata – possono tranquillamente non sapere quel che succede nella loro azienda, perchè non vedono, non sentono, non parlano, quasi fossero un soprammobile aziendale; neanche il portiere, che qualcosina, ogni tanto, deve pur vederla.

Ebbene Antonio Castellucci non sa niente della sua azienda, non sa neanche di quale azienda si trovi alla guida, i suoi dipendenti tutti i giorni gliela fanno sotto il naso e lui, un totale imbecille, non ne sa niente. E’ totalmente ignorante: ignora tutto quel che accade intorno a lui.

La sentenza per la strage di Viareggio, dove furono arse vive 33 persone, almeno ha deciso la condanna in primo grado del numero uno delle Fs all’epoca, Mauro Moretti, poi passato ai fasti di Leonardo. Nessuna conseguenza successiva sotto il profilo penale, perchè ovviamente è stato baciato da un’altra dea bendata, la miracolosa prescrizione. Un’altra colossale vergogna. Ma almeno resta una traccia, almeno è scritto nero su bianco che ha sulla coscienza quelle anime volate in cielo precocemente. Almeno non dormirà sonni tranquilli.

Per Castellucci nessuna traccia. Anche se dubitiamo fortemente che la sera possa prendere sonno. Come anche i giudici che lo hanno assolto.

Il governo francese si muove per imporre uno stato di polizia in risposta a Gilets Jaunes

politicamentescorretto.info 12.1.19

Di Kurt Nimmo

Secondo l’attivista Tahz San, l’obiettivo dell’ultima protesta è “spaventare lo Stato (francese) legalmente e senza alcuna violenza, ma più efficacemente di quanto ci si possa aspettare”. 

L’ Associated Press riferisce che gli attivisti dei Gilets Jaunes “sperano che la mossa costringa il governo ad ascoltare le loro richieste, in particolare la loro richiesta di una democrazia più diretta attraverso l’attuazione dei voti popolari che consentano ai cittadini di proporre nuove leggi”.

Invece di ascoltare le richieste della maggior parte dei francesi, i sondaggi mostrano circa l’80% di sostegno al movimento: lo stato estenderà l’esercito e passerà una legge draconiana che criminalizza la protesta organizzata. 

Martedì, la BBC ha riferito:

Parlando sul canale televisivo francese TF1, il primo ministro Philippe ha detto che il governo sosterrà una “nuova legge che punisce coloro che non rispettano l’obbligo di dichiarare [proteste], coloro che prendono parte a dimostrazioni non autorizzate e coloro che arrivano alle dimostrazioni indossando maschere facciali” .

Inoltre, lo stato francese vieterà gli attivisti, descritti come “macchinisti noti”, dalla partecipazione a manifestazioni. 

Al fine di rendere più facile identificare questi attivisti, il governo bandirà anche maschere in viso. 

Bloomberg :

I manifestanti dovranno affrontare pene più severe per aver partecipato a dimostrazioni non dichiarate, coprendosi il volto e sarebbero tenuti a pagare per il danno che causano, ha detto Philippe alla televisione francese TF1. 80.000 poliziotti saranno mobilitati a livello nazionale per il nuovo round di proteste, ha detto.

Il ministro del bilancio, Gerald Darmanin, ha esortato lo stato a esercitare “ultra-severità” contro i cittadini francesi che si oppongono a essere derubati e ignorati. 

Per un ex ministro francese, l’unica risposta appropriata da parte dello stato è l’omicidio. Luc Ferry ha chiesto alla polizia di sparare e uccidere i manifestanti che attaccano la polizia. 

Violenza e omicidio sono una risposta riflessiva da parte dello stato quando la sua autorità viene messa in discussione e altre tattiche – ad esempio, demonizzare i manifestanti come estremisti di destra o di sinistra – non riescono a mettere fine alle proteste. 

Niente di meno che uno stato di polizia lavorerà per scoraggiare ulteriori proteste. Il governo francese ha molta esperienza in questo senso, avendo dichiarato lo stato di emergenza in numerose occasioni, l’ultima volta nel 2015 dopo una serie di attacchi terroristici a Parigi. La Francia implementò per la prima volta un état d’urgence nel 1955 durante la guerra in Algeria. La legge ha provocato arresti domiciliari, censura, ricerche, coprifuoco, restrizioni sulle assemblee pubbliche e vietando alle persone di entrare in un’area definita. 

Chiudere le proteste, arrestare gli attivisti e persino ucciderli non metterà fine al movimento di Gilets Jaunes.

L’élite francese sembra soffrire di amnesia. Nel 1700, il cittadino francese medio spendeva metà del suo stipendio sul pane, portando così a tumulti di pane mortali e alla fine alla caduta della Bastiglia. La classe dominante francese, la monarchia, affrontò la ghigliottina in risposta alla sua negligenza e comportamento parassitario. 

SPY FINANZA/ Il vero pericolo dietro i dati da allarme recessione

I dati diffusi ieri dall’Istat ci parlano di una recessione in arrivo. Proprio quando Usa e Cina si muovo contro l’Europa

12.01.2019 – Mauro Bottarelli ilsussidiario.net

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Lapresse

Ve lo dico chiaro: non mi interessano le polemiche politiche di parte. Non mi interessa attaccare strumentalmente questo governo, né tantomeno giocare allo sfascio per vantarmi di facoltà di vaticinio economico. Qui la situazione non è solo grave, è a un passo dal precipizio. Perché per quanto la strategia trumpiana del distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dalle cose serie, inventandosi sempre nuove emergenze – dalle fake news al Russiagate fino al muro con il Messico – possa essere servita finora a tenere insieme con il collante della cortina fumogena una compagine di governo che più eterogena non si può, ora il tempo degli scherzi è finito. La recessione è alle porte, la crisi già ampiamente conclamata. E non per l’Italia, per l’intera Europa. E, a seguire ma con modalità differenti, per il mondo.

L’epicentro sarà qui, in questo Continente disgraziato che non capisce le sue potenzialità e continua a comportarsi come un bambino stupido e petulante, perso nei suoi particolarismi, negli sciovinismi tardo ottocenteschi e nelle burocrazie degne della peggior tradizione sovietica. Ieri l’Istat ha suonato quello che deve apparire ben più di un campanello d’allarme, presentando i dati di quello che è stato un calo oltre le attese per la produzione industriale nel nostro Paese, la quale si è ridotta dell’1,6% rispetto al mese precedente. Su base annua e tenendo conto del calendario, la frenata è stata del 2,6%, il calo maggiore registrato da ottobre 2014. Per l’Istituto di statistica, la tendenza negativa potrebbe risultare amplificata da un effetto “ponte” connesso con il posizionamento nel calendario della festività del primo novembre.

Balle, tipiche di un’istituzione che più governativa non esiste e che, quindi, deve sempre tenere il piede in due scarpe e non scontentare del tutto mai nessuno: il tempo della tiepidezza, però, è finito. Occorre chiamare le cose con il loro nome: sì sì, no no. Dati del genere, per un Paese manifatturiero come il nostro, sono da pre-coma. E non siamo nel pieno di una crisi e con una Banca centrale con a disposizione tutti gli strumenti necessari a combattere la recessione in arrivo, siamo formalmente nel periodo che dovrebbe essere di primo declino del picco di crescita, tanto che la Bce ha potuto confermare – formalmente – la fine degli acquisti e quindi della politica espansiva.

Tranquilli, rimetterà mano a quella decisione in fretta. E con la benedizione tedesca e francese, questa volta. La domanda, però, è la stessa che ponevo nel mio articolo di ieri: con quali strumenti? E con quale livello di efficacia, avendo sparato già quasi tutte le cartucce negli ultimi tre anni a mezzo? E, soprattutto, con la liquidità globale in fase pre-emergenziale, il credito già semi-congelato e un bel conflitto commerciale ancora in atto, tanto per creare danno ulteriore. Eh già, perché guarda caso, come vi dicevo, dalla Cina è giunta la solita, patetica manfrina: sono stati compiuti progressi sostanziali. In soldoni? Nulla, quello stato di ansia permanente, declinabile oggi in speranza e domani in preoccupazione, in base ai bisogni contingenti, fa troppo comodo alle due superpotenze dominanti per farlo terminare proprio ora. E, infatti, Steven Mnuchin, segretario al Tesoro Usa ed ex dirigente Goldman Sachs, si è affrettato a far sapere alla stampa che una parola definitiva si potrebbe avere a fine mese, quando è previsto lo sbarco a Washington di una delegazione del governo cinese, in trasferta per quella che dovrebbe essere la fase due dei negoziati. Altro tempo guadagnato, altro calcio al barattolo. Soprattutto, altra tensione che si sposta da Shanghai e Wall Street e va a piazzarsi sull’Europa, visto che da oggi in poi l’elemento catalizzante sarà il voto di Westminster sul Brexit del 15 gennaio e le sue ovvie conseguenze, comunque vada a finire.

Ma tornando un attimo al dato Istat, quale è stato il settore più colpito? Quello che nel mio articolo di ieri definivo il canarino nella miniera della nuova recessione europea, il comparto automobilistico. Il quale in Italia, a novembre, ha registrato un calo del 19,4% su base annua e dell’8,6% rispetto a ottobre, quando era già stato registrato un calo tendenziale del 14%. Nella media degli 11 mesi 2018, la produzione è diminuita del 5,1%. Tu guarda le combinazioni, tutto come da copione. E il senso del rallentamento industriale italiano è evidente scorrendo i valori trimestrali, dove il progresso tendenziale è passato da un robusto +3,4% tra gennaio e marzo a un più modesto +1,9% tra aprile e giugno, per finire in rosso (-0,1%) tra luglio e ottobre.

Ci stiamo fermando. Del tutto. E come pensiamo di ripartire, forse con il reddito di cittadinanza, i navigator, i Centri per l’impiego? O con la flat tax per pochi intimi? O con i miracolosi effetti di turnazione sul lavoro garantiti dalle uscite volontarie di quota 100, addirittura tre assunti per ogni neo-pensionato? Stiamo forse scherzando, spero. Ora, però, il tempo degli scherzi è finito. Ora, se i due vice-premier intendono sacrificare il Paese per garantirsi il massimo risultato a regionali ed europee, è giunto il momento di sacrificare i due vice-premier. E l’intero governo, se necessario. Perché una cosa è elargire mancette elettorali, quando il quadro macro comunque è quantomeno in equilibrio e la Bce è in pieno controllo della situazione, un’altra è mettere a repentaglio la tenuta dell’economia reale di un Paese in fase dichiaratamente pre-recessiva e con un comparto del credito, vitale come dinamo dell’intera azienda Italia, che ha appena visto un soggetto tutt’altro che residuale come Carige salvata per il rotto della cuffia da un intervento statale su diretta pressione della Banca centrale europea.

E, signori, la questione non è che il decreto sia identico a quello per Mps, chissenefrega. Il problema sta nella data sull’intestazione di quel decreto: novembre 2018. La situazione dell’istituto ligure era da mani nei capelli, da massaggio cardiaco, da respirazione artificiale ben prima dell’intervento della Bce, la liquidità era ormai ai livelli di guardia. Si sperava in tal senso nei 400 milioni di aumento di capitale pre-natalizio, ma, saltato quello per l’astensione del socio forte Malacanza, la situazione è precipitata. Ovviamente, ora i 5 Stelle tentano di lanciare l’ennesimo lacrimogeno negli occhi del loro elettorato, parlando di correntisti e obbligazionisti tutelati e agitando lo spauracchio dell’ennesima commissione d’inchiesta per scoprire i responsabili del buco e della malagestio e inchiodarli alle loro responsabilità: balle, tutte finalizzate a non perdere ulteriore consenso in vista del voto abruzzese e sardo e poi quello europeo. Dove, cronaca alla mano, questa ondata sovranista potrebbe non esserci, visto che il ministro Matteo Salvini in Polonia ha incassato tante belle parole e pacche sulle spalle, ma anche un netto “no” al gruppo unico insieme al partito di governo (con Viktor Orban che ha benedetto l’asse Roma-Varsavia, ma, contemporaneamente, ha confermato la sua permanenza strategica nel Ppe) e i 5 Stelle hanno dovuto ingoiare il non, merci dei Gilet gialli a ogni forma di collaborazione, visto che il movimento francese vuole – almeno a parole – preservare il suo carattere apartitico e apolitico e attraverso un suo leader ha paragonato il nostro ministro dell’Interno nientemeno che a Benito Mussolini.

Sapete quando parliamo di Europa, oggi, di cosa stiamo parlando? Ce lo dice questo grafico, dal quale si evince che l’intera capitalizzazione del mercato tedesco – quello più solido, avanzato, quello che rappresenta il volto finanziario della locomotiva d’Europa – oggi vale meno dei market caps combinati di Amazon, Microsoft e Google. Tre multinazionali Usa valgono da sole più dell’intero mercato tedesco, si mettono in tasca il Dax e tutto il resto senza patemi d’animo.

Ecco la fotografia più chiara, esemplificativa, disarmante e cruda di cosa sia oggi l’Europa e del rischio che tutti noi corriamo, se non capiremo in fretta che la concorrenza sempre più dura, spietata e terminale di Usa e Cina la si può affrontare – e vincere, forse – soltanto restando uniti, mettendo da parte particolarismi idioti e suicidi e ragionando in base agli interessi di 512 milioni di europei e non di lobbies o di comitati d’affari, spesso e volentieri facenti riferimento a interessi esteri. O a incompetenze politiche conclamate, di cui l’uscente Commissione pare un campionario, a partire dal suo numero uno.

Signori, questa battaglia non prevede che si facciano prigionieri, se ancora non lo avete capito. E sulla prima linea del fronte, ci siamo noi. 

GIORNALI/ Contro le élites, ma solo per finta: Tsipras cercasi (in Italia)

Dopo il caso Caizzi al “Corriere della Sera”, c’è un altro episodio che rappresenta il difficile rapporto tra media ed élites: quello di Baricco a “Repubblica”

12.01.2019 – Nicola Berti ilsussidiario.net

Alexis Tsipras, primo ministro ellenico, con Jean Claude Juncker, presidente della Commissione europea (LaPresse)

E’ curioso come sui grandi media tradizionali il dibattito sulle “questione delle élites” si vada accendendo di pari passo – spesso pagina contro pagina – con lo sviluppo concreto e visibile della medesima questione in campo giornalistico.

Negli ultimi giorni, ad esempio, sul Corriere della Sera è stato soprattutto Ernesto Galli Della Loggia ad esercitarsi sulla crisi delle classi dirigenti in Italia e nel mondo, con dovizia di argomenti analitici. Pressoché nelle stesse ore, tuttavia, proprio la redazione del Corriere è stata teatro di un clamoroso attacco di uno dei corrispondenti da Bruxelles – Ivo Caizzi – al direttore Luciano Fontana e al vicedirettore Federico Fubini. Oggetto della accuse di Caizzi è stato un presunto caso di fake news sulle colonne del quotidiano: che avrebbe insistito – secondo il corrispondente – ben oltre la fondatezza dei fatti e l’obiettività giornalistica su tempi e determinazione della Commissione Ue nel maneggiare l’arma della procedura d’infrazione contro la manovra italiana. Nella sostanza: la direzione del Corriere avrebbe sposato in modo fazioso il rigorismo della tecnocrazia europea (élite per antonomasia) contro il governo in carica, nello sforzo spasmodico di contrastare una maggioranza “anti-élite”, pur democraticamente eletta in Italia.

Fontana ha respinto le accuse in modo fermo e dettagliato e l’incidente è apparentemente chiuso. Resta tuttavia alle cronache un singolare scontro interno sul ruolo al quotidiano italiano storicamente più consustanziale alle élites nazionali e internazionali. Un caso che peraltro non ha avuto nessun riflesso visibile sulle pagine del quotidiano, mentre è stato raccontato e commentato ampiamente da altri media. Può sembrare in qualche modo scontato: lo è di meno se e quando i comportamenti delle élites, in tutte le loro strutture e manifestazioni, sono una delle questioni politico-giornalistiche del momento, al punto che lo stesso Corriere ritiene di rifletterci con le sue firme intellettuali di punta. Per di più Fubini è stato uno dei due giornalisti italiani chiamati a far parte di una commissione costituita dalla Ue per combattere le minacce delle cosiddette fake news alla democrazia.

Il quotidiano di Via Solferino non è d’altronde l’unico laboratorio meritevole di attenzione nella “fabbrica” politico-elettorale ormai in piena attività in vista del voto per l’europarlamento. Anche Repubblica ha schierato una sua grande firma – Alessandro Baricco – per sollecitare le élites ad affrontare attivamente le innumerevoli sfide portate dai cosiddetti populismi. Un altro intervento leggibile, di sicuro interesse. Ma nella stessa edizione di ieri la grande fotonotizia di prima pagina inquadrava il cancelliere tedesco Angela Merkel sorridente – durante una visita in Grecia – con il premier Alexis Tsipras. Il quotidiano ha voluto dare aperto risalto al ritorno di una cordiale normalità di rapporti fra il paese “primo della classe” nella Ue e la “pecora nera”, protagonista tre anni fa di una drammatica resa dei conti all’interno dell’eurozona e quindi di un duro percorso di austerity.

Pur dando credito alla redazione di Repubblica della massima buona fede professionale, era difficile non leggere in controluce una didascalia “non verbale”: “La Grecia ha rimeritato l’appartenenza all’Europa obbedendo ai parametri Ue”. Lo stesso Tsipras era partito come ribelle, come “antagonista”: indicendo addirittura un referendum-lampo plateale (comunque conquistando il consenso momentaneo della maggioranza dei greci contro ogni ipotesi di “resa” alla Ue). Fino all’ultimo aveva tenuto al suo fianco – come ministro delle Finanze – Yanis Varoufakis: divenuto icona antagonista globale. Poi ha firmato un accordo “lacrime e sangue” – direttamente con Angela Merkel – dopo un estenuate vertice notturno con tutti i capi di Stato e di governo dell’eurozona (Renzi compreso). Grazie a quello ha conservato la premiership nei tre anni successivi di “cura da cavallo”. E’ questa la “narrazione” ex post che Repubblica sta proiettando ex ante sul futuro dell’Italia, Paese col peggiore rapporto debito/Pil nell’eurozona salvo la Grecia? Non c’è salvezza al di fuori del rispetto del verbo delle élites “costituite” in Europa? Il gioco dell’Italia nell’eurozona deve tornare al via, cioè a Monti 2011?

Il punto, tuttavia, non è di merito. Non c’è dubbio che il mancato rispetto delle regole di un club costituisce problema anzitutto per chi non le rispetta e non per il club, ancorché tacciabile di élitismo. Però non è banale che oggi a professare l’adesione ai desiderata dell’élitismo Ue sia chi, al voto europeo del 2014, ha chiesto e ottenuto voti candidandosi in Italia sotto le insegne di “L’Altra Europa per Tsipras”. Perché due eletti a Strasburgo furono una grande firma di Repubblica (Curzio Maltese) e una della Stampa (Barbara Spinelli). Quando Baricco – su Repubblica – invita le élites europee a riconoscere gli errori e cambiare passo si riferisce anche a loro? 

“Qualcosa di biblico si sta avvicinando” – Ecco gli scenari del collasso

zerohedge.com 11.1.19

Inserito da Tuomas Malinen di GNSEconomics

Il 2019 è iniziato più tranquillamente dopo una fine anno molto volatile nei mercati. L’attenzione si è concentrata sull’accordo commerciale tra la Cina e gli Stati Uniti e le parole dei banchieri centrali, in particolare quelli di Jay Powell. Tuttavia, questo è tutto solo una distrazione, un side-show. La volatilità del mercato è stata solo il primo segnale di una crisi economica globale in arrivo, come abbiamo avvertito a  dicembre 2017 .

Come mostrano le recenti cifre PMI in tutto il mondo,  è iniziata una  crisi globale e il mondo è  completamente impreparato  . Gli squilibri globali che sono cresciuti da anni non possono portare a nient’altro che una  crisi globale  . Tuttavia, ci sono diversi percorsi che la crisi potrebbe intraprendere.

Qui presentiamo tre scenari che l’economia globale probabilmente seguirà, quando la crisi globale si trasformerà in qualcosa di molto più sinistro.

Inizieremo con lo scenario più probabile: la depressione globale.

Scenario I: Depressione globale

In una depressione, tutto ciò che è stato guidato l’espansione economica va in senso inverso. I mercati delle attività subiscono una forte contrazione (oltre il 50 percento), il credito si restringe, le società e le famiglie si destabilizzano ferocemente e i flussi commerciali globali si fermano (per maggiori dettagli vedi  Q-review 2/2018 ). Il PIL diminuisce drasticamente, tra il 10 e il 25 percento. La disoccupazione schizza alle stelle. I mezzi standard di stimolo da parte delle banche centrali e dei governi sono esauriti senza alcun notevole miglioramento nel contesto economico.

L’implosione dell’attuale bolla delle attività inizierà un implacabile svolgimento della leva finanziaria e del rischio nel sistema finanziario globale. Poiché le principali banche centrali sono ancora “all-in” con tassi bloccati ai minimi storici o vicini e i bilanci sono gonfiati a livelli estremi, la loro capacità di risposta sarà fortemente limitata. I governi sono anche molto indebitati e, quando i tassi di interesse salgono, alcuni sovrani rischiano di default, aggravando la crisi bancaria globale, che probabilmente sarà già in movimento. Combinati con il   settore business globale zombificato e un  atterraggio duro  in Cina, questi fattori porteranno l’economia mondiale in una depressione. Tuttavia, una possibilità di qualcosa di ancora più minaccioso è in agguato sullo sfondo.

Scenario II: fusione sistemica

La crisi sistemica significherebbe che il debito finanziario globale si indebolisce a causa di un deficit esistenziale di fiducia tra le controparti all’interno del sistema. Prima del 2008, un crollo sistemico era per lo più un costrutto teorico. Tuttavia, a metà ottobre del 2008, i leader globali si sono trovati di fronte alla possibilità che le banche non si aprissero lunedì. I mercati interbancari si erano congelati, perché nessuno conosceva l’ammontare delle perdite che le banche riportavano sui loro libri. Il sistema finanziario globale si stava  arrestando . I politici e le banche centrali hanno risparmiato la giornata garantendo depositi bancari e fornendo capitale e garanzie straordinarie per mantenere le importanti istituzioni finanziarie in piedi e il flusso di credito.

Ora il problema è che molte di queste misure sono già in gioco e quando si verificherà la prossima crisi, anche la solvibilità dei governi e delle banche centrali sarà messa in discussione. Ciò crea una situazione pericolosa perché, per esempio, le quote delle banche globali di rilevanza sistemica, G-SIB, sono diminuite dall’inizio dell’anno scorso, che è stato anche il momento in cui il programma di normalizzazione del bilancio (QT) della Fed preso a calci in marcia. Questa non è  una coincidenza  e implica che i problemi, ancora una volta, stanno fermentando nel settore bancario.

Poiché un crollo dei valori degli asset avrebbe ripercussioni sulle garanzie delle banche e poiché la depressione globale porterebbe a un massiccio aumento delle perdite sui prestiti, il settore bancario già compromesso potrebbe, ancora, affrontare il collasso. Tuttavia, questa volta, ci sono pochissime autorità che possono fare per arginare il panico. Questi fattori rendono il collasso sistemico uno scenario minaccioso.

Il collasso sistemico significherebbe che tutte le azioni bancarie, la distribuzione di denaro, i prestiti, gli swap, i servizi bancari, ecc., Attraverso il settore bancario si fermerebbero. Le carte di credito smetterebbero di funzionare, gli sportelli automatici non darebbero denaro e i prestiti non potrebbero essere originati o ribaltati. A seguito del probabile collasso del commercio globale, l’economia mondiale collasserebbe anche. Ciò implicherebbe che il PIL globale subirebbe un crollo del 20-40 percento. Le società moderne cesseranno di esistere nella loro forma attuale.

Scenario III: La fiaba

Questo potrebbe essere evitato in qualche modo? Ci stiamo riflettendo da due anni e la nostra risposta clamorosa è no. La leva del sistema di solito si traduce in un incidente a un certo punto e le bolle di attività molto raramente si sgonfiano in modo controllato. Tuttavia, gli organismi di certificazione possono probabilmente rimandare l’inevitabile, se potrebbero riavviare i programmi di QE o trovare un altro modo per spingere la liquidità artificiale della banca centrale nei mercati finanziari.

Per ammorbidire il colpo finale, e come misura estremamente disperata, le banche centrali potrebbero, almeno in teoria, impegnarsi in un “QE-quadrato”. In esso, le principali banche centrali comprerebbero una parte considerevole delle attività a rischio globale,  stimate  in 400 trilioni di dollari. Ciò significherebbe che il bilancio dei principali organismi di certificazione dovrebbe espandersi almeno cinque volte rispetto all’attuale livello di circa $ 20 trilioni. Per coprire le perdite paralizzanti dei loro bilanci collettivi che questi acquisti avrebbero probabilmente inflitto, avrebbero dovuto usare la loro capacità di stampare denaro per incartarli.

Le banche centrali guadagnano il signoraggio – entrate da tutti i soldi che creano. Questa è la differenza tra il valore nominale e i costi di produzione del denaro. Poiché i costi di produzione delle entrate digitali sono molto vicini allo zero, gli scambi di signoraggio che gli OC ricevono da ciascuna voce sono vicini a 1 a 1. Tuttavia, questo significherebbe che avrebbero bisogno di creare nuovi soldi nella gamma di decine di trilioni di dollari USA. In confronto, nel 2017, il PIL nominale mondiale del mondo era di circa 75 trilioni di dollari.

Per distribuire somme di denaro nuovo incomprensibili, le banche centrali dovrebbero darlo direttamente ai consumatori e ai governi. Anche in circostanze normali, sarebbe improbabile che il lato produttivo dell’economia fosse in grado di rispondere a un così massiccio aumento della domanda (creata artificialmente), e questa volta ci sarebbero stati ampi fallimenti societari guidati dalla depressione globale. L’iperinflazione dovrebbe probabilmente seguire.

C’è anche l’alternativa che gli organismi di certificazione farebbero un’inversione di marcia completa e continuerebbero a bloccare le perdite di mercato. Questa sarebbe la “via del Giappone”, dove la BoJ possiede già oltre il 40% dell’universo dei bond sovrani. Alla fine significherebbe l’effettiva nazionalizzazione dei mercati dei capitali che continuerebbe a funzionare solo di nome.

Non abbiamo esperienza storica di ciò che causerebbe l’espropriazione dei moderni mercati dei capitali. Tuttavia, sarebbe improbabile che fosse qualcosa di buono dato che i mercati dei capitali sono in circolazione da diversi secoli e sono estremamente importanti nell’allocazione efficiente del capitale finanziario. Se le banche centrali assumessero un ruolo attivo permanente nei mercati dei capitali, ciò porterebbe al  socialismo del mercato finanziario . È probabile che porti orrori simili a quelli del socialismo regolare sotto forma di incentivi persi (abbattimento della relazione rischio-rendimento) e valori patrimoniali gonfiati. È improbabile che i banchieri centrali globali sarebbero disposti, o che sarebbero autorizzati, a farlo.

Il finale si avvicina

Il bilancio globale delle banche centrali è stato convertito nell’agosto 2018 (cfr. Grafico 1). Questo segna l’inizio del QT globale e quindi la fine del più spericolato esperimento di politica monetaria nella storia.

Figura 1. I bilanci congiunti della Banca del Giappone, della Banca centrale europea e della Federal Reserve nel 2018. Fonte: GnS Economics, BoJ, BCE, Fed

Quando questo è combinato con il rallentamento in Cina, il motore dell’economia mondiale dal 2008 (vedi Figura 2), siamo finalmente entrati nel finale del ciclo economico attuale. Le disperate misure dei banchieri centrali e della Cina emanate dopo la crisi finanziaria hanno spinto il debito globale e l’alchimia finanziaria verso livelli mai visti. Il sistema finanziario globale è diventato truccato con leva finanziaria, rischio morale e fallimenti normativi fino al punto in cui una “epurazione” è diventata quasi impossibile da evitare. Questa è la fine.

Figura 2. Capitale lordo in Australia, Canada, Cina, area dell’euro, Giappone, Corea del Sud, Regno Unito e Stati Uniti in dollari USA costanti (2010). Fonti: GnS Economics, Banca Mondiale

Fortunatamente, anche le depressioni e le crisi sistemiche hanno la tendenza a toccare il fondo e recuperare. Questo è guidato dalla resilienza. Anche di fronte a uno shock economico catastrofico, le imprese e le persone cercano di andare avanti e ricostruire le loro vite. Le società non si muovono nell’anarchia e nel caos, anche se il sistema dovesse crollare.

Tuttavia, ogni azienda, famiglia e governo dovrebbero iniziare a fare piani di emergenza. Qualcosa di “biblico” si sta avvicinando.