2015 -Finanza addio, meglio la finanziera (buco della serratura)

lospiffero.com 15 settembre 2015

Prima che banchieri, imprenditori e politici spostassero i principali asset Torino giocava ancora un ruolo di primo piano. Ora alcuni protagonisti del “grande sacco” si interrogano su come tornare indietro. La sensazione è che semplicemente non si può

Abbiamo un grande futuro, alle nostre spalle. Vogliono rilanciare la finanza torinese, ma per ora non sono neanche riusciti a far funzionare il proiettore. Il disguido nell’ultimo convivio dell’Ide – Imprenditori dirigenti europei – associazione capitanata da Alfonso Iozzo, uomo San Paolo, ex presidente di Cassa depositi e prestiti, nata con l’ambizione di formare la classe dirigente torinese, soprattutto quella che opererà nei settori economici e finanziari. Il tradizionale incontro si è svolto ieri sera presso l’Unione Industriale, alla presenza del numero uno di Ersel Guido Giubergia, l’ex ad del San Paolo Luigi Maranzana, ora a capo delle assicurazioni di Intesa, il nuovo presidente di Fideuram Matteo Colafrancesco – che ha sostituito su quella poltrona Enrico Salza – l’ex consigliera di Gestione di Intesa Sanpaolo Carla Ferrari con il marito Giorgio Spriano, l’ex numero uno della Compagnia di San Paolo Angelo Benessia, scortato dalla consorte e socia dello studio legale Cristiana Maccagno, l’ex presidente della Camera di Commercio Giuseppe Pichetto, il notaio Remo Maria Morone e poi il professor Giovanni Zanetti, già membro del Consiglio di amministrazione di Sella Holding SpA, di Selfid, di Tne e oggi a capo della traballante Fondazione Ordine Mauriziano. A fare le veci della padrona di casa Licia Mattioli, era presente il notaio Flavia Pesce Mattioli, mamma dell’attuale presidente dell’Unione Industriale.

Insomma, una parte del gotha dei poteri torinesi, quello che per dirla con Roberto Vecchioni si è giocato il cielo a dadi, in diversa misura responsabile del depauperamento di un patrimonio enorme dal punto di vista bancario, economico e finanziario, espatriato tutto o in parte verso Milano o altri lidi. San Paolo e Cassa di Risparmio, per non dire del polo assicurativo, sono solo alcuni dei colossi migrati o disciolti in progetti ambiziosi che hanno arricchito qualcuno e impoverito Torino. E oggi, camminando tra le macerie, ancora vagheggiano di uno sviluppo della Torino sul perimetro della finanza, sostengono, come ha fatto Giubergia, che la città ha le potenzialità per diventare un attore importante sul segmento in analogia con quanto è avvenuto ad Edimburgo, proprio con l’aiuto delle fondazioni bancarie e delle istituzioni. “Ma che probabilità abbiamo di riuscire in questo ambizioso disegno se proprio le istituzioni torinesi hanno favorito la morte delle due grandi banche torinesi a favore del tessuto milanese?” si chiede uno dei presenti in un colloquio con Lo Spiffero. È quello che ci chiediamo anche noi. 

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