SPY FINANZA/ Il vero pericolo dietro i dati da allarme recessione

I dati diffusi ieri dall’Istat ci parlano di una recessione in arrivo. Proprio quando Usa e Cina si muovo contro l’Europa

12.01.2019 – Mauro Bottarelli ilsussidiario.net

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Lapresse

Ve lo dico chiaro: non mi interessano le polemiche politiche di parte. Non mi interessa attaccare strumentalmente questo governo, né tantomeno giocare allo sfascio per vantarmi di facoltà di vaticinio economico. Qui la situazione non è solo grave, è a un passo dal precipizio. Perché per quanto la strategia trumpiana del distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dalle cose serie, inventandosi sempre nuove emergenze – dalle fake news al Russiagate fino al muro con il Messico – possa essere servita finora a tenere insieme con il collante della cortina fumogena una compagine di governo che più eterogena non si può, ora il tempo degli scherzi è finito. La recessione è alle porte, la crisi già ampiamente conclamata. E non per l’Italia, per l’intera Europa. E, a seguire ma con modalità differenti, per il mondo.

L’epicentro sarà qui, in questo Continente disgraziato che non capisce le sue potenzialità e continua a comportarsi come un bambino stupido e petulante, perso nei suoi particolarismi, negli sciovinismi tardo ottocenteschi e nelle burocrazie degne della peggior tradizione sovietica. Ieri l’Istat ha suonato quello che deve apparire ben più di un campanello d’allarme, presentando i dati di quello che è stato un calo oltre le attese per la produzione industriale nel nostro Paese, la quale si è ridotta dell’1,6% rispetto al mese precedente. Su base annua e tenendo conto del calendario, la frenata è stata del 2,6%, il calo maggiore registrato da ottobre 2014. Per l’Istituto di statistica, la tendenza negativa potrebbe risultare amplificata da un effetto “ponte” connesso con il posizionamento nel calendario della festività del primo novembre.

Balle, tipiche di un’istituzione che più governativa non esiste e che, quindi, deve sempre tenere il piede in due scarpe e non scontentare del tutto mai nessuno: il tempo della tiepidezza, però, è finito. Occorre chiamare le cose con il loro nome: sì sì, no no. Dati del genere, per un Paese manifatturiero come il nostro, sono da pre-coma. E non siamo nel pieno di una crisi e con una Banca centrale con a disposizione tutti gli strumenti necessari a combattere la recessione in arrivo, siamo formalmente nel periodo che dovrebbe essere di primo declino del picco di crescita, tanto che la Bce ha potuto confermare – formalmente – la fine degli acquisti e quindi della politica espansiva.

Tranquilli, rimetterà mano a quella decisione in fretta. E con la benedizione tedesca e francese, questa volta. La domanda, però, è la stessa che ponevo nel mio articolo di ieri: con quali strumenti? E con quale livello di efficacia, avendo sparato già quasi tutte le cartucce negli ultimi tre anni a mezzo? E, soprattutto, con la liquidità globale in fase pre-emergenziale, il credito già semi-congelato e un bel conflitto commerciale ancora in atto, tanto per creare danno ulteriore. Eh già, perché guarda caso, come vi dicevo, dalla Cina è giunta la solita, patetica manfrina: sono stati compiuti progressi sostanziali. In soldoni? Nulla, quello stato di ansia permanente, declinabile oggi in speranza e domani in preoccupazione, in base ai bisogni contingenti, fa troppo comodo alle due superpotenze dominanti per farlo terminare proprio ora. E, infatti, Steven Mnuchin, segretario al Tesoro Usa ed ex dirigente Goldman Sachs, si è affrettato a far sapere alla stampa che una parola definitiva si potrebbe avere a fine mese, quando è previsto lo sbarco a Washington di una delegazione del governo cinese, in trasferta per quella che dovrebbe essere la fase due dei negoziati. Altro tempo guadagnato, altro calcio al barattolo. Soprattutto, altra tensione che si sposta da Shanghai e Wall Street e va a piazzarsi sull’Europa, visto che da oggi in poi l’elemento catalizzante sarà il voto di Westminster sul Brexit del 15 gennaio e le sue ovvie conseguenze, comunque vada a finire.

Ma tornando un attimo al dato Istat, quale è stato il settore più colpito? Quello che nel mio articolo di ieri definivo il canarino nella miniera della nuova recessione europea, il comparto automobilistico. Il quale in Italia, a novembre, ha registrato un calo del 19,4% su base annua e dell’8,6% rispetto a ottobre, quando era già stato registrato un calo tendenziale del 14%. Nella media degli 11 mesi 2018, la produzione è diminuita del 5,1%. Tu guarda le combinazioni, tutto come da copione. E il senso del rallentamento industriale italiano è evidente scorrendo i valori trimestrali, dove il progresso tendenziale è passato da un robusto +3,4% tra gennaio e marzo a un più modesto +1,9% tra aprile e giugno, per finire in rosso (-0,1%) tra luglio e ottobre.

Ci stiamo fermando. Del tutto. E come pensiamo di ripartire, forse con il reddito di cittadinanza, i navigator, i Centri per l’impiego? O con la flat tax per pochi intimi? O con i miracolosi effetti di turnazione sul lavoro garantiti dalle uscite volontarie di quota 100, addirittura tre assunti per ogni neo-pensionato? Stiamo forse scherzando, spero. Ora, però, il tempo degli scherzi è finito. Ora, se i due vice-premier intendono sacrificare il Paese per garantirsi il massimo risultato a regionali ed europee, è giunto il momento di sacrificare i due vice-premier. E l’intero governo, se necessario. Perché una cosa è elargire mancette elettorali, quando il quadro macro comunque è quantomeno in equilibrio e la Bce è in pieno controllo della situazione, un’altra è mettere a repentaglio la tenuta dell’economia reale di un Paese in fase dichiaratamente pre-recessiva e con un comparto del credito, vitale come dinamo dell’intera azienda Italia, che ha appena visto un soggetto tutt’altro che residuale come Carige salvata per il rotto della cuffia da un intervento statale su diretta pressione della Banca centrale europea.

E, signori, la questione non è che il decreto sia identico a quello per Mps, chissenefrega. Il problema sta nella data sull’intestazione di quel decreto: novembre 2018. La situazione dell’istituto ligure era da mani nei capelli, da massaggio cardiaco, da respirazione artificiale ben prima dell’intervento della Bce, la liquidità era ormai ai livelli di guardia. Si sperava in tal senso nei 400 milioni di aumento di capitale pre-natalizio, ma, saltato quello per l’astensione del socio forte Malacanza, la situazione è precipitata. Ovviamente, ora i 5 Stelle tentano di lanciare l’ennesimo lacrimogeno negli occhi del loro elettorato, parlando di correntisti e obbligazionisti tutelati e agitando lo spauracchio dell’ennesima commissione d’inchiesta per scoprire i responsabili del buco e della malagestio e inchiodarli alle loro responsabilità: balle, tutte finalizzate a non perdere ulteriore consenso in vista del voto abruzzese e sardo e poi quello europeo. Dove, cronaca alla mano, questa ondata sovranista potrebbe non esserci, visto che il ministro Matteo Salvini in Polonia ha incassato tante belle parole e pacche sulle spalle, ma anche un netto “no” al gruppo unico insieme al partito di governo (con Viktor Orban che ha benedetto l’asse Roma-Varsavia, ma, contemporaneamente, ha confermato la sua permanenza strategica nel Ppe) e i 5 Stelle hanno dovuto ingoiare il non, merci dei Gilet gialli a ogni forma di collaborazione, visto che il movimento francese vuole – almeno a parole – preservare il suo carattere apartitico e apolitico e attraverso un suo leader ha paragonato il nostro ministro dell’Interno nientemeno che a Benito Mussolini.

Sapete quando parliamo di Europa, oggi, di cosa stiamo parlando? Ce lo dice questo grafico, dal quale si evince che l’intera capitalizzazione del mercato tedesco – quello più solido, avanzato, quello che rappresenta il volto finanziario della locomotiva d’Europa – oggi vale meno dei market caps combinati di Amazon, Microsoft e Google. Tre multinazionali Usa valgono da sole più dell’intero mercato tedesco, si mettono in tasca il Dax e tutto il resto senza patemi d’animo.

Ecco la fotografia più chiara, esemplificativa, disarmante e cruda di cosa sia oggi l’Europa e del rischio che tutti noi corriamo, se non capiremo in fretta che la concorrenza sempre più dura, spietata e terminale di Usa e Cina la si può affrontare – e vincere, forse – soltanto restando uniti, mettendo da parte particolarismi idioti e suicidi e ragionando in base agli interessi di 512 milioni di europei e non di lobbies o di comitati d’affari, spesso e volentieri facenti riferimento a interessi esteri. O a incompetenze politiche conclamate, di cui l’uscente Commissione pare un campionario, a partire dal suo numero uno.

Signori, questa battaglia non prevede che si facciano prigionieri, se ancora non lo avete capito. E sulla prima linea del fronte, ci siamo noi.