L’elemosina dei miliardari

Di Margherita Russo – Gennaio 12, 2019 vocidallestero.it

Sempre più frequentemente si vedono dei CEO, sempre più ricchi, promettere di cedere parti del proprio patrimonio, spesso per aiutare a risolvere i problemi causati dalle loro stesse aziende. Alcuni lo chiamano “filantrocapitalismo”, ma è solo ipocrisia? Un editoriale del Guardian cerca di dare una risposta, analizzando tutti gli aspetti e le conseguenze di questa presunta generosità, in realtà perfettamente allineata agli interessi dei più ricchi, in sostegno di un sistema truccato a loro favore.

 

 

di Carl Rhodes e Peter Bloom, 24 maggio 2018

 

 

Nel febbraio 2017, il fondatore e amministratore delegato di Facebook Mark Zuckerberg era su tutte le prime pagine per le sue attività di beneficenza. La Chan ZuckerbergInitiative, fondata dal miliardario della tecnologia e da sua moglie, Priscilla Chan, annunciava di voler elargire oltre tre milioni di dollari in aiuti per la crisi abitativa nella zona della Silicon Valley. David Plouffe, presidente per le strategie e la promozione dell’Iniziativa, ha dichiarato che questi aiuti erano destinati a “sostenere organizzazioni impegnate per aiutare le famiglie in urgente crisi, finanziando la ricerca di nuove idee per soluzioni a lungo termine – una strategia in due fasi che guiderà gran parte delle nostre strategie e azioni di promozione”.

 

Questa è solo una piccola parte dell’impero filantropico di Zuckerberg. L’iniziativa destinava miliardi di dollari a progetti filantropici mirati ad alleviare problemi sociali, con particolare attenzione alle soluzioni trainate dalla scienza, dalla ricerca medica e dall’istruzione. Tutto era iniziato nel dicembre 2015, quando Zuckerberg e Chan avevano pubblicato una lettera scritta al loro ultimo figlio Max. Nella lettera si impegnavano nel corso della loro vita a destinare il 99% delle loro azioni di Facebook (che in quel momento ammontavano a 45 miliardi di dollari) alla “missione” di “far progredire il potenziale umano e promuovere l’uguaglianza”.

 

L’iniziativa abitativa si teneva ovviamente molto più vicino a casa, poiché affrontava problemi che si manifestano letteralmente alle porte della sede centrale di Facebook a Menlo Park. In quest’area il prezzo medio di una casa era quasi raddoppiato nel quinquennio tra il 2012 e il 2017, raggiungendo circa i due milioni di dollari.

 

Più in generale, San Francisco è una città caratterizzata da enormi disuguaglianze di reddito e la reputazione di avere il mercato immobiliare più caro degli Stati Uniti. L’intervento della Chan Zuckerberg era chiaramente mirato a compensare i problemi sociali ed economici causati dagli affitti e dai prezzi delle case, saliti alle stelle, a un livello tale che persino dipendenti con stipendi a sei cifre hanno difficoltà ad arrivare a fine mese. Per chi ha un reddito più modesto, vivere decentemente, per non parlare di avere una famiglia, è quasi impossibile.

 

Ironia della sorte, proprio il boom del settore tecnologico in questa regione – un boom nel quale Facebook è in prima linea – è stato un importante catalizzatore della crisi. Come spiega Peter Cohen del Council of Community Housing Organizations: “A fronte di una tale concentrazione di ricchezza, il fiume di denaro che circola nel mercato immobiliare non è giustificato dallo sviluppo degli alloggi necessari a una popolazione in crescita. Si tratta semplicemente di speculazione edilizia.”

 

A prima vista, l’apparente generosità di Zuckerberg è un piccolo tentativo di rimediare al disastro causato dal successo dell’industria nella quale opera. In un certo senso, le sovvenzioni abitative (pari mediamente al prezzo di un vano e mezzo a Menlo Park) cercano di mettere una toppa su un problema che Facebook e altre società della Bay Area hanno causato ed esacerbato. Sembrerebbe che Zuckerberg, in uno slancio di generosità, voglia investire una parte dei proventi del capitalismo tecnologico neoliberista per cercare di affrontare i problemi di polarizzazione della ricchezza creati dallo stesso sistema sociale ed economico che ha permesso a quei proventi di accumularsi.

 

È facile immaginare Zuckerberg come una specie di CEO-eroe – un ragazzotto il cui genio lo ha reso uno degli uomini più ricchi del mondo, e che ha deciso di usare quella ricchezza a beneficio degli altri. L’immagine che proietta è di altruismo non contaminato dall’interesse personale. Ma grattando appena la superficie si scopre che la struttura dell’opera di beneficenza di Zuckerberg è informata da ben altro che altruismo e buon cuore. Anche se molti hanno applaudito Zuckerberg per la sua generosità, la natura di questa apparente beneficenza è stata apertamente messa in discussione fin dall’inizio.

 

La lettera di Zuckerberg del 2015 potrebbe facilmente essere interpretata nel senso che l’intenzione fosse quella di destinare interamente i 45 miliardi di dollari in beneficenza. Ma come riportato dal giornalista investigativo Jesse Eisinger, l’iniziativa Chan Zuckerberg, tramite la quale questa donazione doveva essere gestita, non è una fondazione caritatevole senza fini di lucro, bensì una società a responsabilità limitata. Questo status giuridico ha implicazioni pratiche significative, soprattutto per gli aspetti fiscali. Come azienda, l’iniziativa può fare molte cose oltre ad attività di beneficenza: il suo status legale le conferisce il diritto di investire in altre società e di fare donazioni politiche. In effetti la società non limita affatto il potere decisionale di Zuckerberg su ciò che vuole fare con i suoi soldi; resta lui il capo. Inoltre, come spiega Eisinger, l’audace mossa di Zuckerberg ha prodotto un enorme ritorno sull’investimento in termini di pubbliche relazioni per Facebook, anche se in realtà si è trattato semplicemente di “spostare i soldi da una tasca all’altra”rendendo in questo modo “improbabile che alcuna imposta verrà mai pagata”.

 

La creazione dell’iniziativa Chan Zuckerberg – che, decisamente, non è un’organizzazione benefica – significa che Zuckerberg è in grado di controllare gli investimenti della società come meglio crede, ottenendo significativi vantaggi commerciali, fiscali e politici. Tutto questo non esclude che le motivazioni di Zuckerberg possano includere un moto di generosità o un genuino desiderio di favorire il benessere e l’uguaglianza dell’umanità.

 

Ciò suggerisce, tuttavia, che quando si tratta di sborsare denaro, l’approccio del CEO è di non vedere alcuna incompatibilità tra altruismo, continuo controllo sui fondi elargiti e aspettativa di ottenere benefici in cambio. Questa riformulazione della generosità – non più considerata incompatibile con il controllo e il guadagno personale – è un segno distintivo della “società dei CEO”: una società in cui i valori associati alla leadership aziendale sono applicati a tutte le dimensioni dell’agire umano.

 

Mark Zuckerberg non è affatto il primo CEO contemporaneo a promettere ed elargire donazioni su larga scala a buone cause prestabilite. Nella società dei CEO la creazione di strumenti per donare ricchezza è un distintivo d’onore per gli uomini d’affari più ricchi del mondo. È anche stato istituzionalizzato in quella che è nota come The Giving Pledge, una campagna filantropica avviata da Warren Buffett e Bill Gates nel 2010. La campagna si rivolge a miliardari in tutto il mondo, incoraggiandoli a cedere parte della loro ricchezza. L’impegno non specifica a cosa debbano servire esattamente le donazioni, o se debbano essere fatte subito o dopo la morte; è solo un impegno generale a usare la ricchezza privata per un apparente bene comune. Non è nemmeno giuridicamente vincolante, solo un impegno morale.

 

La lista dei nomi che hanno sottoscritto l’impegno è molto lunga. Ci sono Mark Zuckerberg e Priscilla Chan, insieme ad altri 174, inclusi nomi noti come Richard e Joan Branson, Michael Bloomberg, Barron Hilton e David Rockefeller. Sembrerebbe che molte delle persone più ricche del mondo non vedano l’ora di regalare i propri soldi a buone cause. È quella che i geografi umani Iain Hay e Samantha Muller chiamano con scetticismo “l’età dell’oro della filantropia”: dalla fine degli anni ’90, l’ammontare dei lasciti in beneficenza dei super-ricchi ha raggiunto centinaia di miliardi di dollari. In un articolo del 2014, Hay and Muller sostengono che questi nuovi filantropi abbiano apportato alla beneficenza uno “spirito imprenditoriale”, suggerendo tuttavia che lo scopo ultimo sia “distogliere attenzione e risorse dai fallimenti delle manifestazioni contemporanee del capitalismo”, e che potrebbero sostituirsi all’intervento pubblico che gli stati non sono più in grado di sostenere.

 

In sostanza, ciò a cui stiamo assistendo è il trasferimento di responsabilità dalle istituzioni democratiche ai ricchi per quanto riguarda beni e servizi pubblici, che verrebbero così amministrati dalla classe imprenditoriale. Nella società dei CEO l’esercizio delle responsabilità sociali non viene più discusso in termini di decidere se le corporazioni debbano o non debbano essere responsabili di aspetti che esulino dai propri interessi commerciali in senso stretto. La questione è piuttosto capire come la filantropia può essere utilizzata per rafforzare un sistema politico-economico che consenta a un numero così esiguo di persone di accumulare quantità di ricchezza oscene. L’investimento di Zuckerberg per risolvere la crisi abitativa della Bay Area è un esempio di questa tendenza generale.

 

Il finanziamento di progetti pubblici con la beneficenza di imprenditori miliardari fa parte di quello che è stato chiamato “filantrocapitalismo”. Così si spiega l’apparente antinomia tra beneficenza (tradizionalmente focalizzata sul dare) e il capitalismo (basato sul perseguimento dell’interesse economico personale). Come spiega lo storico Mikkel Thorup, il filantrocapitalismo si fonda sull’affermazione che “i meccanismi capitalistici sono superiori a tutti gli altri (specialmente allo stato) quando si tratta non solo di creare progresso economico ma anche umano, e il mercato, o gli attori del mercato, sono o dovrebbero essere nella posizione migliore per costruire una buona società”.

 

L’età d’oro della filantropia non riguarda solo i vantaggi cumulati dai singoli donatori. Più in generale, la filantropia serve a legittimare il capitalismo, nonché a estenderlo sempre di più a tutti i campi di attività sociale, culturale e politica.

 

Il filantrocapitalismo è molto più che un finto atto di generosità: mira anche ad instillare i valori neoliberisti personificati dai CEO miliardari che se ne fanno onere. La filantropia viene dunque riformulata negli stessi termini con cui un CEO considererebbe un’impresa commerciale. L’offerta di beneficenza si traduce in un modello di business che impiega soluzioni basate sul mercato, caratterizzate dall’efficienza e dalla quantificazione di costi e benefici.

 

Il filantrocapitalismo riprende l’applicazione del modus operandi e delle pratiche di gestione delle società commerciali, adattandole al campo sociale. L’attenzione è focalizzata su imprenditorialità, approcci basati sul mercato e indicatori del rendimento. Il processo è finanziato da imprenditori super-ricchi e gestito da personale con esperienza nel mondo degli affari. Il risultato, a livello pratico, è che la filantropia è intrapresa dai CEO in modo simile alla gestione di un’impresa.

 

Il questo contesto, le fondazioni di beneficenza negli ultimi anni hanno subito un mutamento. Come spiegato in un articolo di Garry Jenkins, professore di giurisprudenza all’Università del Minnesota, sono divenute “sempre più compartimentate, regolamentate, impostate su dati metrici e orientate al business nelle loro interazioni con gli enti pubblici, allo scopo di presentare il lavoro della fondazione come ‘strategico’ e ‘affidabile’”.

 

Tutto ciò è ben lontano dal benevolo passaggio a un modo diverso e migliore di fare cose che afferma di essere – uno stile iper-capitalistico per “salvare il mondo attraverso il pensiero imprenditoriale e i metodi di mercato”, nelle parole di Jenkins. Il rischio del filantrocapitalismo sta piuttosto nell’assorbimento delle opere sociali da parte degli interessi commerciali, tale che la generosità verso gli altri venga inglobata nel predominante dominio del modello capitalistico della società e delle sue istituzioni aziendali.

 

Il CEO moderno è in prima linea nella scena politica e dei media. Questo spesso porta i CEO a diventare personaggi famosi, ma nel contempo li espone al rischio di essere identificati come capri espiatori per tutte le ingiustizie economiche. Il ruolo pubblico assunto sempre più spesso dagli amministratori delegati è legato alla nuova impronta corporativa della loro più ampia responsabilità sociale. Le imprese devono ora bilanciare, almeno retoricamente, un duplice impegno tra profitti ed esiti sociali. Ciò si riflette nella promozione della “tripla linea di fondo”, che nel reporting aziendale combina priorità sociali, finanziarie e ambientali.

Questa attenzione per le responsabilità sociali rappresenta un importante problema per i CEO. Sebbene le imprese possano essere disposte a sacrificare profitti a breve termine per tutelare la loro reputazione pubblica, raramente questa opzione è aperta agli stessi CEO, che vengono giudicati sulla base delle loro relazioni trimestrali e al modo in cui curano gli interessi fiscali dei loro azionisti. Quindi, se le strategie di responsabilità sociale sono pubblicamente celebrate, all’interno dei consigli direttivi è spesso tutta un’altra storia, soprattutto al momento di stilare il budget.

 

Vi è un ulteriore incentivo economico per i CEO nell’evitare di apportare modifiche fondamentali alle loro operazioni in nome della giustizia sociale, in quanto un’ampia porzione della loro remunerazione è spesso costituita da azioni e titoli della società. Adottare politiche di commercio eque e solidali e chiudere fabbriche che sfruttano la manodopera potrebbe essere un bene per il mondo, ma un potenziale disastro per il successo finanziario immediato dell’impresa. Ciò che è eticamente utile per gli elettori e i consumatori non è necessariamente un beneficio concreto per le aziende, né è vantaggioso per i loro dirigenti.

 

Molte aziende hanno cercato di risolvere questa contraddizione con una filantropia di alto profilo. Pratiche di sfruttamento del lavoro o cattive prassi aziendali passano inosservate quando le aziende pubblicizzano i loro contributi, peraltro fiscalmente convenienti, dati a buone cause. Questi contributi possono essere un prezzo relativamente basso da pagare rispetto a uno stravolgimento delle loro prassi operative. Allo stesso modo, elargire beneficenza è una grande opportunità per i CEO di far la figura dei benefattori, senza dover sacrificare il loro impegno a fare profitto a qualsiasi costo sociale. L’attività di beneficenza consente ai CEO di essere filantropi anziché economicamente progressisti o politicamente democratici.

 

In alcuni casi entrano in gioco anche considerazioni finanziarie ancora più dirette. La beneficenza può spesso rappresentare un vantaggio assoluto per l’accumulazione di capitale: la filantropia corporativa ha dimostrato di avere un effetto positivo sulle percezioni degli analisti del mercato azionario. A livello personale, i CEO possono trarre vantaggio dal dare risalto alla loro carità individuale per distrarre l’attenzione da altre attività meno edificanti; in quanto dirigenti, possono incassare i guadagni in conto capitale dovuti all’introduzione di strategie di beneficenza di alto profilo.

 

La nozione stessa di responsabilità sociale delle imprese, o RSI, è stata criticata perché fornisce alle società una copertura morale a un modo di agire alquanto utilitarista e socialmente dannoso. Ma nell’era attuale la responsabilità sociale, quando rappresentata come tratto caratteriale individuale dei dirigenti, ha permesso alle aziende di essere gestite in modo più irresponsabile che mai. Lo stesso coinvolgimento pubblico del CEO nel filantrocapitalismo può essere inteso come una componente chiave di questa gestione della reputazione. Fa parte del marketing dell’azienda stessa, poiché le buone azioni dei suoi leader tendono a proiettarsi sulla magnanimità complessiva dell’azienda.

 

Ironicamente, il filantrocapitalismo conferisce anche alle imprese il diritto morale, almeno nell’ambito della coscienza pubblica, di essere socialmente irresponsabili. La celebrazione della generosità personale degli amministratori delegati può conferire un diritto implicito alle loro società di agire spietatamente e con poca considerazione per gli effetti sociali più ampi delle loro attività. Ciò riflette una tensione produttiva nel cuore della moderna RSI: più moralmente lodevole è il comportamento del CEO, più spazio, in teoria, l’azienda ha a disposizione per agire in modo immorale.

 

L’ipocrisia evidenziata dai CEO che spacciano le loro attività come responsabilità sociale e beneficenza espone anche il sottostante spirito autoritario prevalente nella società dei CEO. Il filantrocapitalismo viene comunemente presentato come componente della giustizia sociale di un mercato libero globale altrimenti amorale. Ma, nella migliore delle ipotesi, non è che una sorta di tassa volontaria dell’1% pagata per giustificare la loro responsabilità nella creazione di un mondo economicamente depresso e ingiusto. Più precipuamente, questa cultura del “dare” contribuisce anche a promuovere e diffondere un tipo di sviluppo economico distintamente autoritario, che rispecchia lo stile di leadership autocratico degli uomini che lo finanziano.

 

La commercializzazione della solidarietà globale ha pericolose implicazioni che trascendono la sfera economica. Ne deriva anche un preoccupante retaggio politico, in cui la democrazia viene sacrificata sull’altare di un fantomatico “empowerment” in stile esecutivo. Politicamente, il libero mercato è considerato un requisito fondamentale per la democrazia liberale. Tuttavia, analisi recenti rivelano una connessione più profonda tra processi di commercializzazione e autoritarismo. In particolare, è necessario un governo forte per attuare mutazioni di mercato spesso impopolari. L’immagine del potente autocrate è, in questo contesto, trasformata in una figura potenzialmente positiva, un leader politico lungimirante che può guidare il proprio paese sul giusto sentiero del mercato a fronte di un’opposizione “irrazionale”. La beneficenza diventa un canale a disposizione dei CEO per finanziare questo dispotismo “illuminato”.

 

Il recente sviluppo del filantrocapitalismo segna anche la crescente invasione delle imprese nella fornitura di beni e servizi pubblici. Questa intromissione non è limitata alle attività dei singoli miliardari; sta anche diventando una parte delle attività di grandi aziende sotto l’egida della RSI. Ciò è particolarmente vero per le grandi multinazionali la cui portata globale, ricchezza e potere danno loro un peso politico significativo. Tale relazione viene definita come “RSI politica”. I professori di etica imprenditoriale Andreas Scherer e Guido Palazzo hanno evidenziato come, per le grandi aziende, “la RSI è sempre visibile nel coinvolgimento delle imprese nei processi politici di risoluzione dei problemi della società, spesso su scala globale”. Tali iniziative di RSI politica vedono le organizzazioni cooperare a fianco di governi, enti pubblici e istituzioni internazionali, di modo che la separazione storica tra i compiti dello stato e delle aziende viene sempre più erosa.

 

Le multinazionali sono state a lungo coinvolte in attività semigovernative come la definizione di standard e codici, e oggi sono sempre più coinvolte in altre attività tradizionalmente di dominio governativo, come la fornitura di servizi di sanità pubblica, l’istruzione, la protezione dei diritti umani, problemi sociali come l’AIDS e la malnutrizione, la protezione dell’ambiente e la promozione della pace e della stabilità sociale.

 

Attualmente le grandi organizzazioni possono accumulare un significativo potere economico e politico su scala globale. Ciò significa che le loro attività – e il modo in cui queste sono regolate – hanno conseguenze sociali di vasta portata. I rapporti di forza si sono invertiti nel 2000, quando l’Institute for Policy Studies negli Stati Uniti riportò, dopo aver confrontato le entrate aziendali con il prodotto interno lordo (PIL), che 51 tra le più grandi economie del mondo erano aziende e 49 erano economie nazionali. Le più grandi società erano General Motors, Walmart e Ford, ciascuna delle quali era economicamente più grande di Polonia, Norvegia e Sud Africa. In quanto capi di queste società, i CEO sono ormai praticamente paragonabili a dei capi di stato. Basti pensare al crescente potere del World Economic Forum, il cui incontro annuale a Davos in Svizzera vede gli amministratori delegati e gli alti dirigenti politici riunirsi con l’obiettivo apparente di “migliorare il mondo”, un rituale ormai consacrato che simboleggia il potere globale e l’influenza dei CEO.

 

Lo sviluppo della RSI non è il risultato di iniziative aziendali autonome per fare buone azioni, ma una risposta al diffuso attivismo in merito alla RSI da parte di ONG, gruppi di pressione e sindacati. Spesso questo nasce in risposta al fallimento dei governi di regolamentare le grandi aziende. Incidenti industriali e scandali di alto profilo hanno contribuito a mettere sotto pressione le organizzazioni verso una maggiore autoregolamentazione.

 

Nel 1984, l’esplosione in uno stabilimento chimico della Union Carbide a Bhopal, in India, provocò la morte di circa 25.000 persone. James Post, professore di management alla Boston University, spiega che, dopo il disastro, “l’industria chimica globale si rese conto che era quasi impossibile ottenere una licenza per operare senza la fiducia del pubblico negli standard di sicurezza del settore. La Chemical Manufacturers Association (CMA) adottò un codice di condotta che include nuovi standard di gestione del prodotto, divulgazione e coinvolgimento della comunità.”

 

L’impulso in questo caso era il profitto aziendale, piuttosto che la generosità, poiché le industrie e le società a livello mondiale “cominciarono a riconoscere la crescente importanza della reputazione e dell’immagine”. Simili iniziative sono state prese dopo altri importanti incidenti industriali, come la fuoriuscita di centinaia di migliaia di barili di petrolio dalla petroliera Exxon Valdez in Alaska nel 1989 e l’esplosione della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon della BP nel Golfo del Messico nel 2010.

 

Un altro caso importante è stato il coinvolgimento delle aziende di abbigliamento Gap e Nike in uno scandalo sul lavoro minorile dopo la trasmissione di un documentario nella trasmissione Panorama della BBC nell’ottobre 2000. Le fabbriche tessili di Gap e Nike in Cambogia operavano in condizioni di lavoro terribili, dove bambini di 12 anni lavoravano sette giorni su sette, costretti a fare gli straordinari e a subire abusi fisici ed emotivi da parte del management. La protesta pubblica che ne è scaturita chiedeva a Gap e Nike, e altre aziende simili, di assumersi maggiori responsabilità per gli impatti sociali umani negativi delle loro pratiche commerciali.

 

La RSI è stata introdotta per ridurre gli effetti negativi sui profitti delle imprese. Nel tempo si è però trasformata in un modo per aumentare ulteriormente quei profitti, mentre in apparenza sostiene di fare gli interessi degli altri. Davanti alla minaccia di uno scandalo aziendale, la RSI è considerata una maniera di ripulire la reputazione aziendale e allontanare la minaccia di una regolamentazione governativa. Ancora una volta si vede come le multinazionali si impegnano in pratiche apparentemente responsabili per rafforzare il loro potere politico e indebolire il potere degli stati nazionali sulle loro stesse attività.

 

L’idea che le organizzazioni adottino la RSI allo scopo di sviluppare o difendere la propria reputazione aziendale ne ha messo sotto esame le basi etiche. Si è diffusa la convinzione che, piuttosto che usare la RSI come mezzo per “comportarsi eticamente”, le aziende la adottino semplicemente per “apparire etiche”, evitando di mettere in alcun modo in discussione la loro posizione etica o politica di base. Anche la Enron, prima del suo leggendario scandalo di frodi e il fallimento nel 2001, era famosa per professare la sua responsabilità sociale.

 

La generosità del CEO è sempre di proporzioni epiche – o almeno così viene descritta. In effetti, a livello individuale è difficile trovare da ridire su ricchi personaggi che distribuiscono buona parte della loro ricchezza a cause caritatevoli o sulle aziende che sostengono programmi socialmente responsabili. Ma in senso più lato ciò che la RSI e il filantrocapitalismo ottengono è la giustificazione sociale dell’estrema disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza, piuttosto che qualsiasi tipo di antidoto ad essa. È infatti indubbio che, nonostante l’apparente proliferazione della generosità auspicata dal filantrocapitalismo, la cosiddetta età d’oro della filantropia è anche un’età dove la diseguaglianza è in espansione.

 

Questo è chiaramente indicato nel rapporto di Oxfam del 2017 intitolato An Economy for the 99%. Ne emergono l’ingiustizia e l’insostenibilità di un mondo che soffre di livelli crescenti di disuguaglianza: dall’inizio degli anni ’90, il primo 1% delle persone ricche del mondo ha guadagnato più reddito dell’intero 50% inferiore. Quali sono le cause? Il rapporto di Oxfam attribuisce fermamente la responsabilità alle grandi corporazioni e alle economie di mercato globali in cui queste operano. Le statistiche sono allarmanti: le dieci maggiori società del mondo hanno redditi che superano i Pil totali complessivi delle 180 nazioni più povere. In questo contesto, gesti di responsabilità sociale delle imprese non fanno davvero alcuna differenza. Il rapporto afferma: “Quando le grandi aziende lavorano sempre più per i ricchi, i benefici della crescita economica sono negati a coloro che ne hanno più bisogno. Nel perseguire alti rendimenti per coloro che sono al vertice, le aziende sono spinte a spremere i loro lavoratori e produttori sempre più duramente – e a evitare di pagare tasse che andrebbero a beneficio di tutti, e in particolare degli strati più poveri”.

 

Né la filantropia dei super-ricchi né i programmi aziendali socialmente diretti hanno alcun effetto reale nel contrastare questa tendenza, così come la beneficenza di tre milioni di dollari di Zuckerberg avrà un effetto trascurabile sulla crisi immobiliare di San Francisco. Al contrario, le grandi fortune nelle mani di pochi, acquisite per eredità, grazie al commercio o con il crimine, continuano a crescere a spese dei poveri.

 

In ultima analisi, al centro del filantrocapitalismo vi è il capitalismo, e l’azienda che è al centro della beneficenza aziendale, e anche le iniziative che nascono con buone intenzioni servono a giustificare un sistema truccato a favore dei ricchi.

 

Ciò che caratterizza questo nuovo approccio non è che i ricchi si dedichino a fare l’elemosina, ma, come spiega la sociologa Linsey McGoey, che ciò implichi “un’apertura che distrugge deliberatamente la distinzione tra interessi pubblici e privati, per giustificare livelli sempre più concentrati di guadagno privato”.

 

Nella società dei CEO, questo tipo di logica aziendale regna sovrana e garantisce che qualsiasi attività considerata generosa e socialmente responsabile alla fine abbia un risultato in termini di guadagno personale. Se mai c’è stato un dibattito etico tra genuina compassione, reciprocità e interesse personale, non lo si troverà qui. È in accordo con questa logica aziendale che i meccanismi di correzione della disuguaglianza creati attraverso la generazione di ricchezza siano posti nelle mani dei ricchi e con modalità che finiscono per avvantaggiarli. I peggiori eccessi del capitalismo neoliberista sono moralmente giustificati dalle azioni delle stesse persone che beneficiano di quegli eccessi. La redistribuzione della ricchezza è affidata ai più ricchi, e la responsabilità sociale è nelle mani di coloro che hanno sfruttato la società per guadagno personale.

 

Nel frattempo, la disuguaglianza aumenta e sia le grosse aziende sia i ricchi trovano modi per evitare le tasse che il resto di noi paga. Nel nome della generosità, troviamo una nuova forma di governo corporativo, che plasma un altro aspetto dell’agire umano nel proprio interesse. Questa è una società in cui ai CEO non basta più fare affari; devono controllare anche i servizi pubblici. Mentre il sito Web di Giving Pledge mostra sempre più volti sorridenti e compiaciuti di miliardari, la realtà è quella di un mondo caratterizzato da gravi disuguaglianze, che peggiorano di anno in anno.

Grillo con Renzi: punire i Free-Vax. Mazzucco: è dittatura

libreidee.org 13.1.19

Vorrei mandare un messaggino a Beppe Grillo, nella speranza che abbia la pazienza di ascoltarmi. Caro Beppe, prima di dare dei “terrapiattisti” a quelli che ti criticano, lo hai almeno letto, quello che hai firmato?  Perché tu dici: non c’è niente di male, a firmare un documento a favore della scienza. Questo è vero, ci mancherebbe. Ma tu non hai firmato un documento generico a favore della scienza. Tu hai firmato una precisa richiesta politica – di Burioni – di fare delle leggi contro chi è contrario all’obbligo vaccinale. Questo hai firmato tu. Perché, finché al punto 1 si dice “sostenere la scienza come valore universale di progresso dell’umanità”, è chiaro che sono tutti d’accordo. Ma questo è solo uno specchietto per le allodole. E lascia passare l’alibi che permette a gente come Mentana di dire: come si fa a non essere d’accordo? Ma il punto 2, dello stesso documento che tu hai firmato, recita: “Non sostenere o tollerare in alcun modo forme di pseudoscienza e/o pseudo-medicina che mettono a repentaglio la salute pubblica, come il negazionismo dell’Aids, l’antivaccinismo, le terapie non basate sulle prove scientifiche”, eccetera. Lo sai cosa vuol dire, in italiano, “non tollerare in alcun modo”? Vuol dire reprimere. Vuol dire vietare, vuol dire togliere al medico il suo sacrosanto diritto, ad esempio, di esprimere un dubbio sulla sicurezza dei vaccini.

Beppe Grillo

Vuol dire, per fare un esempio qualunque, che il presidente dell’Ordine dei Biologi, Vincenzo D’Anna (che ha legittimamente sollevato dei dubbi sulla sicurezza dei vaccini) non potrà più farlo. Questa è l’Italia che vuoi tu? Un posto dove non si possa più nemmeno sollevare un’obiezione al pensiero unificato di Big Pharma? Perché, allora, viva Hitler è viva Mussolini: vivere sotto di loro era una pacchia, in confronto. Se non ti bastasse, per capire dove vuole arrivare Burioni, leggi bene il punto 3: “Governare e legiferare in modo tale da fermare l’operato di quegli pseudoscienziati che, con affermazioni non dimostrate, allarmiste, creano paure ingiustificate fra la popolazione nei confronti di presidi terapeutici validati dell’evidenza scientifica e medica”. Lo sai cosa vuol dire, in italiano, “legiferare per fermare l’operato”? Vuol dire poter arrestare. Mandare sotto processo. Sbattere in galera. Questo vuol dire, “legiferare per fermare l’operato”.

E visto che, naturalmente, quella che sia l’evidenza scientifica la decide Burioni (perché lo ha detto lui che “la scienza non è democratica”), allora, domani, un Burloni qualunque potrà stabilire – in nome dell’autoproclamata scienza – chi deve andare sotto processo e chi no. Questo hai firmato, caro Grillo: non un generico appello a supporto del metodo scientifico, perché il metodo scientifico prevede anche il confronto, la discussione e la diversità di opinioni. Altrimenti si chiama dittatura. Quindi svegliati, Beppe: ammetti di aver sbagliato. E ritira la tua firma, finché sei ancora in tempo: perché non solo in questo caso hai fatto il gioco dell’Ebetino di Firenze, ma tu qui rischi di fare la figura dell’Ebetone, in tutta questa faccenda.

(Massimo Mazzucco, “Beppe, ritira la tua firma!”, video-appello su YouTube pubblicato sul blog “Luogo Comune” l’11 gennaio 2018. Mazzucco contesta la firma che Grillo ha concesso al documento, sottoscritto anche da Matteo Renzi, promosso – per sostenere l’obbligo vaccinale – dal virologo Roberto Burioni, massimo propagandista italiano della campagna creata per imporre le vaccinazioni alla popolazione, pur in assenza di emergenze sanitarie).

Carige, ora tremano i piccoli azionisti

ALBERTO QUARATI – GENNAIO 13, 2019 themeditelegraph.it

Genova – Crescono i timori dei 20 mila piccoli azionisti Carige (il 35% del capitale) di fronte alle ipotesi del governo circa una possibile nazionalizzazione della banca, sia temporanea, sia di lungo termine. La prossima settimana intanto il parlamento dovrebbe discutere la conversione in legge del decreto Carige

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Genova – Crescono i timori dei 20 mila piccoli azionisti Carige (il 35% del capitale) di fronte alle ipotesi del governo circa una possibile nazionalizzazione della banca, sia temporanea – come ipotizzato dal ministro dell’Economia, Giovanni Tria – sia di lungo termine come invece affermato dai due vicepremier, Luigi Di Maio e Matteo Salvini. La prossima settimana il parlamento dovrebbe discutere la conversione in legge del decreto Carige, nel quale troverà spazio – annuncia il maggiorente del Movimento 5 Stelle Alessandro Di Battista – anche «il congelamento dello stipendio ai banchieri per tre anni dalla data della loro uscita dall’istituti».

Domani l’associazione dei Piccoli azionisti incontrerà i tre commissari Carige: «La nostra categoria – spiega infatti Silvio De Fecondo, presidente dell’associazione – in questi ultimi giorni è passata un po’ in ombra. Non voglio anticipare le domande che faremo ai commissari, ma certamente ci muoveremo con spirito costruttivo, pure nella tutela dei nostri interessi». Molti dei piccoli azionisti (l’associazione ne rappresenta circa 400) sono ex dipendenti Carige, che al pensionamento decisero su proposta della banca di convertire parte del Tfr in azioni. Chi è arrivato sin qui ha partecipato agli aumenti, vedendo con il crollo del titolo polverizzarsi il capitale investito. Pure se è un’estrema garanzia per tranquillizzare correntisti e obbligazionisti, la nazionalizzazione al contrario intimorisce gli azionisti: perché quasi certamente significherebbe la perdita delle quote investite e dei sacrifici fatti per tenere in piedi la banca. Anche il governatore della Liguria, Giovanni Toti, è tornato a ribadire il suo no all’ipotesi nazionalizzazione: «La politica ha già fatto tanti danni in Carige, che non è nella situazione in cui si trovavano le banche venete. Sceglierà il partner come meglio crede. Unicredit o i francesi, ma non serve la nazionalizzazione».

Anche l’ipotesi di una nazionalizzazione temporanea, magari per traghettare la banca verso l’accorpamento a un istituto più grande, è vista con timore, perché si tratta di una rotta nuova, nella quale serve capire che ruolo e che eventuale ritorno sarebbe garantito ai “piccoli”. L’ipotesi di mercato è quella più caldeggiata, perché sarebbe stabilito almeno un concambio sulle azioni e dato un valore alla banca che a differenza delle venete ha i requisiti patrimoniali in ordine.Probabile poi che sul tavolo dell’incontro ci saranno alcune questioni sollevate in assemblea, oggetto in queste ore del lavoro dei commissari: dalla revisione del tasso concordato con il Fondo interbancario per il bond da 320 milioni, al valore della prossima tranche di Npl.

Nel frattempo, la banca sta predisponendo l’emissione obbligazionaria garantita dallo Stato, prossimo passo di Carige, che dovrebbe andare in porto già la prossima settimana.

Crac Veneto Banca Consoli, maxi multa da 540 mila euro

ilgiornaledivicenza.it 13.1.19

Il logo di Veneto Banca (ARCHIVIO)

Il logo di Veneto Banca (ARCHIVIO)

tutto schermo

VICENZA. La Corte d’appello di Venezia ha confermato le sanzioni che erano state comminate un paio d’anni fa dalla Consob per i vertici di Veneto Banca, per una lunga serie di violazioni al Testo unico bancario. La multa più pesante per l’ex amministratore delegato Vincenzo Consoli: per lui 540 mila euro. Nella lunga lista di una quarantina di amministratori ci sono anche l’ex presidente Flavio Trinca e il commercialista vicentina Diego Xausa, del collegio sindacale. Complessivamente, l’ammontare supera i 5 milioni di euro.

Gli incubi politici moltiplicano per l’Europa in vista di Davos

zerohedge.com 13.1.19

Scritto da Tom Luongo,

sogni di integrazione dell’Europa stanno svanendo mentre le persone si svegliano dall’incubo eretto per loro …

Avvicinandoci alla legge IX delle proteste della Maglia Gialla in Francia e alle minacce di creazione di corse bancarie otteniamo la notizia che i presidenti Trump e  Macron non parteciperanno alla convocazione dei globalisti  nota come World Economic Forum a Davos.

Trump non parteciperà perché è chiaro che non è più un membro di  The Davos Crowd  e Macron non è perché ogni sua apparizione pubblica raddoppierà il numero di persone che indossano dispositivi di sicurezza ad alta visibilità e scenderanno in strada.

Sembra quasi di aver raggiunto  Peak Davos,  con questi annunci. Ma, chiaramente, nessuno di questi uomini è invitato perché nelle menti di  The Davos Crowd  essi non figurano più nei loro piani a lungo termine.

Macron non frequentante è anche un segno che il suo governo sarà sacrificato sull’altare dei giubbotti gialli nel prossimo futuro.

Le proteste di Yellow Vest dovranno essere trattate in modo sostanziale che va ben oltre alcune ingiunzioni temporanee contro imposte più alte. Ora stanno danneggiando un altro simbolo  dell’oppressione borghese in Francia, gli autovelox .

Tutti i governi europei sono al verde. E l’autovelox è semplicemente un altro in una lunga serie di istanze di loro che cercano di spremere il sangue dalla classe media ormai impoverita e in diminuzione.

La simbologia di loro che spaccano gli autovelox e chiedono i loro soldi alle banche non può essere più chiara. Quando prendi tutto da qualcuno, quando non ha più nulla da perdere, diventa libero.

Liberi di colpire la radice, come amiamo dire i libertari. Prendi dopo non solo la fonte immediata della tua rabbia, ma la causa alla radice di essa. Macron e il suo primo ministro Edouard Philippe non hanno altra risposta che reprimere più duramente.

Il Brexit sbagliato

Non funzionerà. E, ad un certo punto, la polizia si schiererà dalla parte della gente e sarà così. La disinfezione di Macron a  Davos non  dovrebbe sorprendere nessuno allora.

Ma la Francia non è l’unico problema che deve affrontare l’UE al momento.

Sta diventando sempre più chiaro il giorno in cui Theresa May non è riuscita a ottenere un voto positivo per il suo accordo sulla Brexit. E che il risultato più probabile ora è un Brexit no-deal, hard.

Il tipo di Brexit che è roba da incubo per  The Davos Crowd.

Un duro Brexit non sarà facile per nessuno, ma le alternative sono molto peggiori nel lungo periodo. L’accordo di maggio viola la sovranità britannica a un livello che nemmeno l’adesione all’UE fa.

E questo era l’obiettivo dichiarato della mancanza di negoziati da parte dell’UE, per spaventare qualsiasi altra marmaglia in Italia, Spagna, Francia, ecc. Che l’UE sia inevitabile ed eterna.

Quindi, non preoccuparti nemmeno di batterci, perché siamo invincibili.

Ma non lo sono. Fin dall’inizio tutta la leva è stata dalla parte del Regno Unito nei colloqui Brexit. Theresa May, attraverso l’incompetenza o la complicità, ha rifiutato di usare quella leva. È stato come guardare Mitt Romney correre per il presidente contro Obama e rifiutarsi di attaccare Obama per il suo orribile record.

Perché? Perché Romney stava lavorando per la stessa squadra, alla fine.

Davos-opoly

E quella squadra sta ora fissando una rivolta su vasta scala contro l’unico organo parlamentare che dà loro legittimità agli occhi del mondo, quello dell’Unione Europea.

Non è un segreto che un grande campione di eurodeputati sia al soldo di George Soros. Non è un segreto che introducano una legislazione e rimproveri formali per punire i paesi per non aver rimorchiato  la  linea del partito di Davos Crowd .

Quindi, è con grande acume strategico e tattico che l’italiano Matteo Salvini ha preso di mira le elezioni parlamentari europee di maggio come il punto di riferimento per il movimento euroscettico.

Queste tre cose – Francia, Brexit, Elezioni di maggio – insieme rappresentano una potenziale tripla del succhiare per The Davos Crowd. La presenza di Trump aggiungerebbe alla loro miseria.

Considerata la situazione, pensi che Trump non si diletterà nel ritoccare impietosamente questi fatiscenti petrolieri mentre sono lì? È uno dei veri piaceri della sua presidenza, anche se il resto è un casino caldo.

Sono davvero dispiaciuto che non stia andando.

Ma come ho detto l’altro giorno, più questi problemi vengono messi a fuoco, maggiore è la probabilità che questi eventi innervosiscano i mercati finanziari oltre il punto di non ritorno.

E data la fragile stabilità messa a punto dalle banche centrali nell’ultimo decennio da Lehman Bros., non ci vorrà molto nell’attuale contesto per portare quella scala in un vero e proprio panico.

Questa è la lezione della debolezza di fine anno delle scorte. Abbiamo avuto un classico ciclo di panico dal   patrimonio risk-on (azioni) in attività  risk-off  (obbligazioni e oro). La prossima fase di questo sarà un riallineamento di quelle categorie in quanto i beni materiali diventano le classi di investimento preferite e il debito è considerato privo di valore – perché lo è.

E quelli che trasportano il debito e la finanziarizzazione senza fine di tutto saranno quelli più esposti al crollo. Ed è quello che sarà l’argomento caldo della conversazione di quest’anno a Davos.

Banche italiane: è tempesta perfetta. Visco: interventi pubblici opportuni… dopo crac BPVi e non solo

Tempesta perfetta sulle banche italiane

Tempesta perfetta sulle banche italiane

Per le banche italiane si prepara una tempesta perfetta (qui quella su Veneto Banca, ndr). Chi si sente già bastonato dalla crisi economica dovrebbe valutare l’ipotesi che il peggio debba ancora venire. Qui non si tratta di fare catastrofismo a buon mercato ma di indicare al governo e alle istituzioni, compresi il Quirinale e la stessa Banca d’Italia, l’urgenza di affrontare la situazione con serietà anziché con infantili polemiche via Twitter a base di “chi lo dice lo è” e “ci hai creduto faccia di velluto”.

Ignazio Visco e gli interventi pubblici

Due giorni fa il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco ha detto una cosa che merita di essere letta nella sua allarmante testualità: “Oggi, con il beneficio della retrospettiva storica, i costi economici e sociali di fenomeni di instabilità finanziaria sistemica sono divenuti a tutti evidenti e portano a considerare sotto una luce diversa l’opportunità di interventi pubblici non solo per le banche (italiane, ndr) illiquide ma solvibili, ma anche nei casi potenzialmente in grado di pregiudicare il funzionamento del sistema finanziario nel suo complesso”. Ci ha detto che l’intervento statale per salvare la Carige è solo il primo.

Casi “isolati” a gogo

A proposito di prospettiva storica: dal 2015 al 2017 si sono avuti una serie di “casi isolati” come amano definirli le autorità di vigilanza distratte, che hanno visto cadere come birilli Banca Marche, Banca Etruria, Cassa di Ferrara, Carichieti, Monte dei Paschi, Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza. Adesso si ricomincia, con l’aggravante della recessione e del peso dello spread sul patrimonio delle banche italiane. Dopo Carige, le cronache riferiscono che la Banca Popolare di Barisarebbe in marcia verso il pronto soccorso.

I medici della Bce dicono che i miliardi pubblici iniettati dal governo Gentiloni in Mps sono già finiti nello scarico del lavandino. Un banchiere del calibro di Corrado Passera dichiara in un’intervista che le banche italiane medio-grandi devono fondersi tra loro per sopravvivere, e sembra riferirsi a Mps, Ubi, Banco Bpm e Bper.

Trasparenza, questa sconosciuta

Nel frattempo la Consob sta consultando le banche su un quesito drammatico. Quando arrivano le verifiche della Bce sulla solidità degli istituti (in sigla Srep) che cosa devono comunicare le banche al mercato? Tutta la verità, in nome della trasparenza, con il rischio di sfiduciare i clienti e far crollare la banca? O qualcosa sì e qualcosa no per salvare la baracca, con il rischio di ingannare il mercato? Sul punto si possono avere opinioni diverse, ma la notizia è che di questo si sta discutendo.

Requisiti di onorabilità e correttezza dei banchieri

Dice Visco che la vigilanza “riduce la probabilità che si verifichino episodi di dissesto, ma non può annullarla”. Infatti il governatore ha spesso denunciato casi di mala gestio, cioè di banchieri furbi e ispettori fessi. Per questo una direttiva europea del 2013 (in sigla CRD IV) ha fissato regole più stringenti sui requisiti di onorabilità e correttezza dei banchieri. La CRD IV è stata recepita dopo due anni, nel maggio 2015, e il ministro Pier Carlo Padoan ha impiegato altri due anni per scrivere il decreto attuativo, pronto dal 22 settembre 2017.

Ma da quel giorno al 1 giugno successivo, quando ha passato le consegne a Giovanni Tria, Padoan non ha trovato il tempo di emanarlo. E neppure Giovanni Tria, in sette mesi, ha avuto trenta secondi liberi per firmare il decreto. Il governo del cambiamento non ha cambiato lo scandaloso andazzo. Da quasi sei anni i banchieri fanno marameo al giro di vite dell’Europa.

Banchieri inquisiti

E il vertice dell’Ubi, in testa il presidente Andrea Moltrasio e l’ad Victor Massiah, continua a gestire la banca pur essendo sotto processo per “influenza illecita sulle decisioni dell’assemblea” nella quale furono eletti al vertice nel 2013. Poi, quando scoppieranno i bubboni, lorsignori ci diranno: “Ma chi poteva immaginare?”.

di Marco Meletti, da Il Fatto Quotidiano

Il movimento giallo di Francia verso la «manifestazione finanziaria»

Massimo Bordin micidial.it 12.1.19

Dopo l’ennesimo, gigantesco flashmob a Parigi e Bourges, i gilet gialli francesi svelano in queste ore il contenuto della prossima protesta: scatenare una corsa in banca con un prelievo di contanti coordinato a livello nazionale. “Minacciando il sistema finanziario francese – dicono i manifestanti – possiamo forzare pacificamente il governo a far passare le nostre riforme”.

“Se le banche si indeboliscono, lo stato si indebolisce immediatamente”, ha detto l’attivista del movimento Tahz San su Facebook.

“È il peggior incubo per dei funzionari eletti”.

I manifestanti hanno in programma di svuotare i propri conti bancari sabato, ritirando il maggior denaro possibile nel tentativo di indebolire le banche francesi – se non l’euro stesso. Il piano è quello di “spaventare lo Stato in modo legale e senza violenza”, costringendo il governo ad adottare l’iniziativa di un referendum che consentirebbe ai cittadini di proporre e votare nuove leggi.

Un’azione finanziaria ben coordinata ha le potenzialità per mettere in ginocchio il sistema bancario francese – e di conseguenza l’euro – poiché le banche detengono sempre solo una minima parte dei fondi che i cittadini del paese hanno nei loro conti. Tuttavia, la maggior parte delle banche limita i prelievi bancomat ad un importo relativamente basso, il che significa che i manifestanti dovrebbero mettersi in fila presso gli sportelli delle banche per ritirare il resto dei loro soldi, dando allo Stato un sacco di tempo per porre restrizioni sui prelievi – anche se questo, senza dubbio, potrà scatenare ulteriori proteste.

La dimostrazione finanziaria è un nuovo mezzo per eludere la proposta di repressione del Primo Ministro Edouard Philippe su “proteste non autorizzate”, annunciata all’inizio di questa settimana dopo un weekend particolarmente violento di scontri con la polizia antisommossa armata – inclusa la spettacolare apparizione del pugile Christophe Dettinger che a mani nude ha tirato fendenti contro gli agenti e poi si è costituito (virale il video sul web che lo vede protagonista della scazzottata). Il ministro Philippe ha promesso che 80.000 forze di sicurezza saranno schierate per la prossima protesta.

Secondo l’analista finanziario Giovanni Zibordi, ” se i “Gilet Gialli” riescono come dicono ora a fare una dimostrazione di massa di PRELIEVO DI CONTANTI DALLE BANCHE, allora il sistema trema, perchè in Francia le banche hanno 8mila miliardi a bilancio e solo 3mila miliardi di depositi.”

Se la marea gialla sommergerà le Banche francesi ci sarà un precedente, evocabile anche come promozione di una Italexit. Ma da noi c’è stato anche chi voleva farci credere che la protesta fosse contro il rincaro della benzina.

Cesare Battisti è stato arrestato in Bolivia

ilpost.it 13.1.19

L’ex terrorista italiano è stato trovato da una squadra speciale dell’Interpol, e ora sarà probabilmente rimpatriato in Italia

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Cesare Battisti, ex terrorista italiano condannato all’ergastolo in via definitiva in Italia per quattro omicidi compiuti negli anni Settanta e latitante da anni in Sud America, è stato arrestato a Santa Cruz de la Sierra, in Bolivia, da una squadra speciale dell’Interpol formata da investigatori italiani. Battisti, che ha 64 anni, era in fuga più o meno dal 13 dicembre, quando la Corte Suprema del Brasile ne aveva ordinato l’arresto in vista di una possibile estradizione in Italia. Viveva in Brasile dal 2004, e l’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva aveva negato l’estradizione all’Italia. Ora probabilmente Battisti sarà espulso dalla Bolivia e rimpatriato in Italia.

Secondo la ricostruzione del Corriere della Sera, la squadra speciale dell’Interpol stava cercando Battisti a Santa Cruz de la Sierra – che con più di 2 milioni di abitanti è la città più popolosa della Bolivia e si trova al centro del paese – da prima di Natale. Inizialmente aveva circoscritto la zona della città in cui avrebbe potuto trovarlo, dopodiché si era dedicata a una serie di appostamenti in diversi punti dell’area, fino a quando, alle 17 di sabato 12 gennaio, quando in Italia erano le 22, ha riconosciuto Battisti per strada, nonostante l’uomo indossasse una barba finta e degli occhiali da sole.

L’anno scorso l’Italia aveva chiesto al Brasile di rivedere la decisione di Lula e a dicembre la Corte Suprema aveva stabilito che spettasse al presidente decidere riguardo all’estradizione di Battisti: Michel Temer, che è stato in carica fino alla fine del 2018, oppure Jair Bolsonaro, che si è insediato il primo gennaio. Nel frattempo, aveva deciso la Corte, Battisti sarebbe dovuto rimanere in carcere. Contemporaneamente, Battisti cominciava la sua nuova latitanza.

Cesare Battisti è nato nel 1954 a Cisterna di Latina. Da adolescente si era iscritto alla FGCI, il gruppo giovanile del Partito Comunista Italiano, ma poi ne era uscito. Nel 1971 si era fatto conoscere dalle forze dell’ordine per piccoli crimini: nel 1972 fu arrestato per la prima volta per una rapina, due anni dopo per rapina con sequestro di persona. Nel 1977 finì di nuovo in carcere, a Udine, e lì conobbe Arrigo Cavallina, fondatore di un gruppo terrorista di estrema sinistra chiamato Proletari armati per il comunismo (PAC). Uscito dal carcere, a Milano, Battisti partecipò attivamente alle azioni dei PAC con rapine a banche e a supermercati, sabotaggi alle fabbriche, varie aggressioni e omicidi. Per quattro di questi omicidi, i processi – in tutti i gradi di giudizio – hanno poi riconosciuto la partecipazione, diretta o indiretta, di Battisti. I processi si celebrarono comunque senza la sua presenza: fu arrestato nel 1979 per possesso illecito di armi e banda armata, ma nel 1981 evase dal carcere di Frosinone e lasciò l’Italia, per non tornarci più.

Eduardo Bolsonaro, deputato brasiliano e figlio del presidente, ha commentato l’arresto di Battisti su Twitter con un messaggio diretto al ministro dell’Interno italiano Matteo Salvini: «Il Brasile non è più terra di banditi. Matteo Salvini, il “piccolo regalo” è in arrivo».Visualizza l’immagine su Twitter

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Eduardo Bolsonaro@BolsonaroSP

🇮🇹
✈️

(ITA) Il Brasile non è più terra di banditi. @matteosalvinimi , il “piccolo regalo” è in arrivo 2.49605:06 – 13 gen 2019761 utenti ne stanno parlandoInformazioni e privacy per gli annunci di Twitter

Popolare Bari e Carige, ecco perché le richieste di aumenti di capitale sono velleitarie

diPaolo Savona startmag.it 13.1.19

ECCO IL TESTO INTEGRALE DELL’INTERVENTO DEL MINISTRO SAVONA PUBBLICATO SUL SOLE 24 ORE DEL 9 GENNAIO

soluzione scelta dal governo per fronteggiare la crisi della Banca Carige conferma l’incompletezza dell’Unione Monetaria ed Economica Europea denunciata dallo stesso Presidente Mario Draghi nel corso del suo intervento alla Normale di Pisa, ma anche l’effetto esplosivo che ciò comporta se si incontra con comportamenti inadeguati interni, privati e pubblici. Un qualsiasi sistema economico non funziona se i poteri dei protagonisti restano disgiunti dalle responsabilità; ossia chi esercita i primi non assume la responsabilità delle seconde, scaricando l’onere sulla collettività. In linea generale non può esservi unione monetaria senza l’esistenza di un prestatore di ultima istanza (lender of last resort) e un fondo garanzia depositi. L’Unione monetaria e bancaria europea deve saper uscire da questa innata contraddizione organizzativa.

Tuttavia, ancor prima di stigmatizzare i comportamenti delle autorità, dei proprietari e dei gestori, va detto che una qualsiasi banca non può reggere a lungo un periodo di crisi economica senza vedere deteriorati i suoi crediti e bloccate le prospettive di crescita e di rendimento dell’attività. Chiedere che una siffatta situazione venga affrontata con aumenti dei capitali delle banche ed economie di costo è velleitario. Senza crescita reale trainata dagli investimenti reali si rischiano crisi sistemiche. Se a questo stato precario dell’habitat in cui operano attualmente le banche in Europa si somma una campagna sistematica sulla possibile insostenibilità dei debiti pubblici, si mina la fiducia dei risparmiatori su quella che considerano la loro ricchezza finanziaria e si trasmettono effetti negativi anche sulla parte composta da depositi bancari. Nasce un circolo vizioso tra necessità e vincoli europei difficilmente gestibile.

Il problema della stabilità bancaria ha da sempre afflitto le gestioni del risparmio e del sistema dei pagamenti. Fin dal XIX secolo le autorità si sono dibattute in continue crisi a cui ha fatto seguito una serie di Conferenze monetarie internazionali che hanno messo a punto la fisionomia legale e operativa di importanti istituti, come quello del lender of last resort, della protezione o assicurazione dei depositi e della risoluzione delle crisi bancarie. Nell’eurosistema si è negata e si nega l’indispensabilità del primo, la necessità del secondo e una visione chiara sui modi per affrontare il terzo, pur avendo deciso di creare egualmente l’euro e di centralizzare la vigilanza bancaria. La conseguenza di questa scelta è che può sopravvivere legalmente solo un sistema bancario pubblico, con tutte le conseguenze che esso comporta sul buon funzionamento del mercato aperto e della politica economica. La storia del sistema bancario italiano dopo la Grande crisi del 1929-33, della crisi petrolifera degli anni 1970, della riforma bancaria del 1993 e della creazione tuttora incompleta dell’unione monetaria e bancaria europea è prodiga di insegnamenti indispensabili per fronteggiare l’attuale situazione.

Senza una politica fiscale a livello europeo che sospinga la crescita reale, l’intervento degli Stati-membri a sostegno delle banche e dei depositanti causa un continuo inseguimento del problema fatto di non soluzioni strutturali. Una forte divisione si è registrata finora sugli elementi necessari per poter intavolare una discussione politica sullo schema europeo di assicurazione dei depositi, anche a causa dell’insistenza di alcuni paesi a includere la questione delle esposizioni bancarie ai titoli sovrani e a escludere i crediti in sofferenza tra i punti da considerare. Nonostante si sia deciso di creare un gruppo di lavoro ad alto livello per fare progressi entro giugno 2019, resta l’incertezza sulla reale volontà di superare i sospetti reciproci e per raggiungere l’obiettivo di completare l’unione monetaria e quella bancaria dotandole degli strumenti di intervento necessari.

Che cosa deve succedere, più di quanto sta succedendo, per convincere le autorità nazionali ed europee a superare le reciproche diffidenze e a sedersi al tavolo per discutere seriamente il da farsi? Possibile che esse seguano il noto principio di management secondo cui l’uomo non agisce per prevenire i disastri, ma solo reagisce a essi?

I gruppi dirigenti non possono permetterselo e i cittadini non lo consentono. Abbiamo tutte le conoscenze per farlo, forse è giunto il momento di utilizzarle.

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Ecco le 3 strade senza uscita per Carige

Come si dice Carige in tedesco

Stefano Cingolani ilfoglio.it 13.1.19

Le banche regionali, bandiere della stabilità, ora sono una fonte d’allarme per la Germania. Il caso NordLB

Come si dice Carige in tedesco

Uno scorcio della sede centrale della Norddeutsche Landesbank, a Hannover

A millecentosette chilometri da Genova in direzione nord, c’è una banca che sta soffrendo gli stessi dolori della Carige e non può essere nemmeno salvata con i quattrini dei contribuenti. Il suo nome è NordLB, abbreviazione per Norddeutsche Landesbank, ed è alla disperata ricerca di capitale. Il suo quartier generale è a Hannover, capitale della Bassa Sassonia. La regione è affacciata sul mare del Nord e la città ha una antica tradizione mercantile, la banca quindi ha sempre prestato un mucchio di quattrini, prima marchi poi euro, agli armatori e alle compagnie di trasporto merci. Dalla crisi del 2008 questi crediti hanno cominciato a marcire impiombando i suoi bilanci. Agli ultimi stress test della Bce ha dovuto indossare la maglia nera (triste record che condivide anch’esso con la cassa di risparmio genovese), non ha patrimonio a sufficienza e non c’è chi glielo voglia portare, per lo meno non a queste condizioni. Ben più grande della Carige (le sue attività raggiungono i 170 miliardi di euro contro 25 miliardi) e con una lunga tradizione, la NordLB non manca certo di appeal, ma i privati si tengono a debita distanza, mentre una nazionalizzazione è impossibile perché oltre la metà delle azioni è già in mano al Land della Bassa Sassonia e il governo socialdemocratico vorrebbe scendere di parecchio.

La sua principale concorrente, la HSH Nordbank di Amburgo, è stata privatizzata nel febbraio dello scorso anno, i fondi Cerberus e JC Flowers l’hanno pagata un miliardo di euro in contanti, in mezzo a polemiche e recriminazioni. Obbligazionisti e azionisti di minoranza sostengono che la banca è stata svenduta e hanno chiesto 1,4 miliardi di euro come risarcimento. La NordLB, per evitare di essere venduta, ha provato a stringere un contratto di matrimonio con una sua cugina, la Landesbank Helaba, la quale, però, è controllata da un altro Land, quello della Turingia, il cui presidente Bodo Ramelow appartiene al partito di estrema sinistra (die Linke) e non ne vuol proprio sapere. Si è fatto avanti anche in questo caso Cerberus. Il suo interesse in realtà è per i crediti deteriorati (li compra a prezzi stracciati, li impacchetta in prodotti finanziari, li ricolloca in vista di un buon rendimento), ma non esclude di acquisire una quota azionaria anche senza prenderne il controllo. I negoziati vanno avanti da un mese, si sono impantanati, mentre i clienti e i titolari di obbligazioni stanno perdendo fiducia e pazienza.

Le Landesbanken e il Mittelstand (la miriade di imprese sotto i 500 dipendenti) sono due pilastri che sostengono il Modell Deutschland e si alimentano a vicenda. In un paese federale dove municipalità e regioni contano quanto il governo centrale, le banche regionali sono istituzioni economicamente delicate e politicamente sensibili. Attraverso i loro sportelli passa il sostegno al sistema di potere. Dopo l’accordo del 13 dicembre 2012, solo 127 banche europee su seimila sono vigilate dalla Bce. Tra quelle che sfuggono all’occhio di Mario Draghi, ben tremila sono tedesche, quasi tutte Landesbanken e Sparkassen (cioè le casse di risparmio). E non è avvenuto per caso.

Secondo il rapporto curato da R&S Mediobanca e pubblicato nel luglio scorso, le sei maggiori banche regionali (che hanno attivi totali pari al 60 per cento di quelli della Deutsche Bank), hanno segnato una perdita netta aggregata di 373 milioni di euro in base ai bilanci del 2016, mentre nell’esercizio precedente avevano conseguito un utile di 2,1 miliardi. Tale flessione è stata provocata pressoché interamente “dalla concomitante crescita delle perdite su crediti (+12,9 per cento rispetto al 2015) che hanno assorbito il 47,2 per cento dei proventi complessivi e dall’aumento del 7,5 per cento delle spese generali, in un contesto di contenimento del margine di contribuzione (-1,1 per cento)”, scrive R&S. Notevole è l’incidenza dei crediti dubbi: in rapporto al capitale netto sono pari al 49,6 per cento, una quota superiore di oltre 29 punti percentuali alla media delle banche europee. Il grado di copertura delle posizioni dubbie lorde, pari al 21,4 per cento, risulta inferiore di quasi 26 punti a quello medio europeo, risultando inoltre in progressiva flessione dal 2010. Dalla situazione patrimoniale emerge anche il minor livello di capitalizzazione dell’insieme delle Landesbanken rispetto alle banche europee, con un capitale netto delle prime a fine 2016 pari al 4,9 per cento del totale attivo, rispetto al 6 per cento delle seconde.

Eppure nei dieci anni precedenti le banche regionali hanno ricevuto dai soci 26,9 miliardi di euro in forma di aumenti di capitale e altre contribuzioni (in gran parte concentrati nel biennio 2008-09), una somma pari al 69 per cento dei mezzi propri di inizio periodo, a fronte di soli 3,8 miliardi di dividendi distribuiti (per 1,6 miliardi nel solo biennio 2007-08). Inoltre, hanno potuto beneficiare di garanzie, concesse dallo Stato e dai Land loro soci, per complessivi 95,95 miliardi di euro, di cui 13,6 miliardi ancora in essere a fine giugno 2017. Le bandiere della stabilità, sociale, economica e politica, si sono trasformate in fonte di allarme per la Germania e per il resto d’Europa. Sembra un paradosso, ma non lo è. Il sistema bancario tedesco, infatti, è stato il primo ad essere colpito dalla grande crisi.

Nell’aprile 2006, un trader di punta invia una e-mail ai vertici della Deutsche Bank per metterli in guardia dai subprime di Ameriquest Mortgage, tra i principali operatori americani. “Sono solo escrementi”, scrive senza giri di parole. Eppure, i suoi capi concedono un finanziamento di tre miliardi di dollari all’ottimo cliente e dicono al giovanotto di darsi da fare nell’impacchettare e cartolarizzare i mutui purulenti. Lo scambio di messaggi viene pubblicato dal Senato degli Stati Uniti nel rapporto di 650 pagine intitolato “Wall Street e la crisi finanziaria: anatomia di un collasso”. Pochi ricordano che la prima banca a saltare non è stata la britannica Northern Rock, ma la tedesca IKB Deutsche Industriebank, con sede a Düsseldorf. Sulla carta, era specializzata nel credito alle piccole e medie aziende, in realtà grazie ai suoi prestiti sono stati realizzati interi quartieri nella Florida del boom edilizio. Finché il marcio non è venuto a galla. E’ il 31 luglio 2007. E la virtuosa Buba si affretta a orchestrare un salvataggio lampo grazie al KfW, Kreditanstalt für Wiederaufbau, il braccio finanziario del governo (simile all’italiana Cassa depositi e prestiti) che possiede il 38 per cento dell’istituto. Figuriamoci quando si tratta di un pezzo da novanta come Dresdner Bank. Il colosso assicurativo Allianz la vende a Commerzbank nel 2008, ma ancora una volta la moneta cattiva caccia quella buona. La seconda banca del paese, così, viene a sua volta salvata da Berlino grazie al fondo pubblico SoFFin creato per puntellare il sistema creditizio. E adesso cerca un compratore. L’ipotesi di una fusione con la Deutsche Bank equivale al matrimonio di un cieco e di uno storpio.

La DB, la più grande istituzione finanziaria, che ha sostenuto il complesso militar-industriale guglielmino prima e hitleriano poi, è diventata una bomba a orologeria. Ha cavalcato più di ogni altra banca europea la globalizzazione, ha modificato almeno un paio di volte il suo modello di business, tanto da trasformarsi in una banca d’affari e riducendo al minimo l’attività di prestiti, si è riempita di derivati e prodotti finanziari ad alto rischio (sia pur dilazionato nel tempo) sperando di trasformare la carta in oro, ha dovuto cercare capitali sul mercato che non gli sono mancati finora, ma non le bastano mai. Adesso cerca di tornare indietro, anche se può essere troppo tardi. La numero uno e la numero due in serie difficoltà, le Landesbanken alla resa dei conti (o meglio dei prestiti facili), tutto questo mentre la congiuntura economica peggiora e la produzione industriale rallenta. Anche in Germania sono in molti ormai a mettere in discussione le conseguenze dei salvataggi pubblici: lì per lì sembrano una panacea, ma alla lunga nascondono solo la polvere sotto il tappeto.

Secondo la Commissione europea, i governi nazionali hanno immesso circa 750 miliardi di euro nel settore bancario. A questi si aggiungono circa 1.200 miliardi di garanzie statali sulle passività delle banche. Le perdite registrate dagli stati europei per salvare le banche ammontano a 218 miliardi. Berlino ha speso 238 miliardi, Madrid 52, Dublino 42, Atene 40, e poi via via 36 miliardi in Olanda, 28 in Austria, 23 in Portogallo. In Italia, compresa Carige si arriva a 27 miliardi di euro a carico dei contribuenti, anche se le crisi bancarie nel loro insieme sono costate finora 60 miliardi di euro se si calcolano anche gli stanziamenti del fondo interbancario e l’apporto di capitali privati. In dettaglio: per Mps 5,4 miliardi dal governo e 2,8 dai privati; le quattro banchette dell’Italia centrale sono costate 4,7 miliardi a carico dei privati; le banche venete 17,2 miliardi allo stato e 1,2 ai privati; infine, per ora Carige 4,3 mld dal tesoro (3 sotto forma di garanzie), ma se avvenisse una nazionalizzazione come chiedono sia la Lega sia il M5s, gli oneri salirebbero ancora.

Nonostante tutti questi salvataggi, le banche europee sono ancora fragili e troppo piccole rispetto a quelle americane, per non parlare dei mastodonti asiatici. La taglia non è tutto, ma allora ci vuole la specializzazione. La combinazione peggiore è restare piccoli e generalisti senza poter sfruttare né l’economia di scala né gli alti prezzi caricati sui servizi sofisticati. Le banche europee fanno meno profitti, sono meno efficienti e meno moderne. Quelle italiane, con pochissime eccezioni, stanno nella fascia inferiore della scala. Mediobanca ha messo a confronto le maggiori banche europee e americane, dallo studio emerge che le prime hanno costi operativi più alti, maggiori svalutazioni dei crediti (7,2 per cento dei ricavi contro il 6,6 per cento); sono meno redditizie (con un rendimento del capitale pari al 5,7 per cento contro il 7,3 per cento), hanno una raccolta sui depositi inferiore e persino una maggiore leva finanziaria: 18,9 contro 12,9. La turbofinanza, dunque, sta nel Vecchio Continente ancor più che nel Nuovo, al contrario di quel che si sente dire.

Anche zio Sam è intervenuto, eccome. Tra la fine del 2008 e il 2009, prima George W. Bush poi Barack Obama hanno lanciato una colossale ciambella di salvataggio con il Tarp (Troubled asset relief program) pari a 700 miliardi di dollari. Il governo ha liberato così le banche dai titoli tossici in cambio di una partecipazione azionaria, tutto ciò a patto che le somme stanziate dai contribuenti venissero restituite. E’ stato un intervento massiccio, una tantum, coordinato, accompagnato da una sorta di selezione concordata per favorire fusioni e acquisizioni, oltre a una ristrutturazione industriale vera e propria. Ha funzionato benissimo, il programma è finito nel dicembre 2014 quando il Tesoro ha venduto l’ultimo pacchetto azionario rimasto nelle sue mani, quello della Ally Finance. Hanno partecipato tutte le grandi banche, da Citigroup a Bank of America, da JPMorgan a Goldman Sachs, e non sono mancate le polemiche, le accuse di frode, gli attacchi ai banchieri, la richiesta di tagliare le teste dei “re di denari” ritenuti responsabili del grande crac. Salvare il sistema creditizio non è un pranzo di gala e non è nemmeno un pranzo gratis come vorrebbero far credere in Italia i gialloverdi. Ma la lezione del Tarp non è stata appresa in Europa, dove fin dal 2008 i governi nazionali hanno rifiutato un approccio comune.

Dunque, 700 miliardi di dollari negli Stati Uniti, 750 miliardi di euro nella Ue, la somma spesa è grosso modo la stessa, ma i contribuenti americani hanno riavuto indietro con gli interessi i quattrini prestati, quelli europei no. Non ancora dicono gli ottimisti, mai più secondo i realisti. C’è salvataggio e salvataggio, c’è mano pubblica e mano pubblica, c’è mercato e mercato.

L’idea di creare una cosiddetta bad bank europea, cioè un contenitore finanziato dai vari governi nel quale trasferire i crediti in sofferenza, seguendo l’esempio americano, era stata lanciata nel bel mezzo della grande crisi, da Christine Lagarde, nella sua veste di ministro delle Finanze francese, ma nessuno l’aveva raccolta. La proposta è stata ripresa in più occasioni e sempre lasciata cadere, l’ultimo a riproporla è stato Pier Carlo Padoan, ma anche lui ha perso la battaglia. Eppure si sarebbero potute evitare molte crisi bancarie e non solo in Italia. Tanto più dopo che è stato introdotto il bail-in, grazie al quale a pagare le crisi non sono solo gli azionisti ma anche i detentori di obbligazioni. La normativa sta suscitando un’ondata di proteste e di cause giudiziarie. La Corte dei conti europea ha calcolato che sono in corso ben 650 contenziosi riguardanti le procedure di risoluzione degli istituti a rischio di fallimento. Con l’eccezione della Spagna, si è sempre seguito un approccio caso per caso, sperando di spuntare condizioni più favorevoli. Così i rischi non sono stati rimossi, ma soltanto trasferiti nel tempo. L’impressione è che siamo arrivati ormai al redde rationem.

Le banche europee non hanno ancora smaltito le tossine accumulate e non si sono liberate di tutta la zavorra che le impiomba, nel frattempo il ciclo economico si è invertito. Mentre molti ormai (a cominciare da Lawrence Summers sempre più profeta di sventura) parlano apertamente di una nuova recessione. Il rischio è di ingolfarsi di altri crediti ad alto rischio, così non resta che la politica della lesina: meno prestiti nel timore che non verranno restituiti con la conseguenza di peggiorare la situazione. E’ il solito circolo vizioso, la giostra della crisi è pronta a ripartire e nessuno sa quando si fermerà. Si leveranno sempre più alte le voci che chiedono ai governi di intervenire, i politici lo faranno mettendo ancora una volta a rischio il progresso futuro nella speranza di placare il furore odierno. L’abbiamo già visto e ancora lo vedremo; gli antichi avevano torto, la storia non insegna proprio nulla, soprattutto se non si ha voglia di imparare.

Istituzioni economicamente delicate e politicamente sensibili: attraverso i loro sportelli passa il sostegno al sistema di potere

La prima banca a saltare, con la crisi dei subprime, non è stata la britannica Northern Rock, ma la IKB Deutsche Industriebank



L’on. Leontini: Banca Agricola Ragusa chiarisca coi risparmiatori

ragusanews.com 10.1.19

Dombrovskis risponde a Leontini (PPE)

https://www.ragusanews.com//immagini_articoli/10-01-2019/leontini-banca-agricola-ragusa-chiarisca-risparmiatori-500.jpg

Bruxelles – Il vicepresidente della Commissione Europea, Vladis Dombrovskis, ha risposto in forma scritta, nei giorni scorsi, all’interrogazione dell’onorevole Innocenzo Leontini, europarlamentare del PPE. Leontini, spinto dalle proteste di numerosi risparmiatori della Banca Agricola Popolare di Ragusa, che per effetto della normativa prudenziale contenuta in un paio di regolamenti europei, non avrebbero potuto rivendere le proprie azioni all’istituto che le aveva emesse, aveva chiesto alla Commissione se avesse intenzione di “proporre la modifica dell’attuale quadro normativo prudenziale al fine di consentire ai soggetti vigilati di riacquistare le azioni di propria emissione ai propri soci-clienti”. E, in secondo luogo, di conoscere le misure che “possono essere attivate a livello di UE al fine di sostenere questi risparmiatori e consentire loro un recupero delle forme perduto”. “Tale restrizione – aveva spiegato Leontini nell’interrogazione dell’8 novembre – si è rivelata fortemente penalizzante per i clienti-soci di quelle banche. In alcuni casi, come quello che ha interessato la Banca Agricola Popolare di Ragusa, la normativa citata, invece di tutelare l’economia reale, ha causato ingenti danni a tanti piccoli risparmiatori che hanno visto svanire le economie di una vita e il frutto del loro lavoro”.

Quello che sembrava un problema di tipo regolamentare, secondo Dombrovskis, non lo è. Anzi la questione è legata più strettamente agli istituti bancari: “Il regolamento sui requisiti patrimoniali (n. 575/2013) non vieta agli enti di riacquistare il loro capitale regolamentare (“fondi propri”), ad esempio le azioni cooperative. Esso – ha spiegato il vice presidente della Commissione – impone semplicemente agli enti di chiedere la preventiva autorizzazione all’autorità competente per riacquistare tali strumenti. Si tratta di una misura volta a garantire che gli enti non riducano i loro fondi propri in un modo non sostenibile, a danno dei loro creditori e potenzialmente a danno anche della stabilità finanziaria”. Dombrovskis, ha tuttavia, aggiunto che “in caso di frodi, vendite improprie o altre pratiche scorrette, spetta all’autorità nazionale competente verificare se sono state violate le pertinenti disposizioni riguardanti gli obblighi degli intermediari finanziari nei confronti degli investitori al dettaglio”. 

“Ringrazio il vice-presidente Dombrovkis aver fatto luce sulla questione – è il commento a caldo di Leontini –. Oggi apprendiamo che non c’è alcun obbligo normativo che impone a Bapr di modificare la filosofia originaria, che aveva convinto i suoi clienti-soci ad acquistare titoli e azioni. Auspico che l’istituto torni sui suoi passi e possa negoziare con i risparmiatori un rientro a pieno titolo alle condizioni precedenti. Altrimenti chiarisca le motivazioni che hanno portato a questo repentino cambio di rotta, che rischia di far venir meno un rapporto fiduciario consolidato nel tempo”. Per illustrare la normativa europea e la risposta della Commissione, l’onorevole Leontini ha fissato per sabato 12 gennaio un incontro a Ispica con una delegazione di risparmiatori.

La risposta del Commissario europeo Vladis Dombrovskis

Il regolamento sui requisiti patrimoniali non vieta agli enti di riacquistare il loro capitale regolamentare (“fondi propri”), ad esempio le azioni cooperative. Esso impone semplicemente agli enti di chiedere la preventiva autorizzazione all’autorità competente per riacquistare tali strumenti.

Si tratta di una misura volta a garantire che gli enti non riducano i loro fondi propri in un modo non sostenibile, a danno dei loro creditori e potenzialmente a danno anche della stabilità finanziaria.

Tuttavia, in caso di frodi, vendite improprie o altre pratiche scorrette, spetta all’autorità nazionale competente verificare se sono state violate le pertinenti disposizioni di cui alla direttiva sui mercati degli strumenti finanziari (MiFID II) riguardanti gli obblighi degli intermediari finanziari nei confronti degli investitori al dettaglio. Gli investitori possono inoltre rivolgersi agli organi giurisdizionali nazionali. La direttiva MiFID II rientra nell’ambito di applicazione della proposta della Commissione per una direttiva sulle azioni rappresentative per la tutela degli interessi collettivi dei consumatori, che prevede che i consumatori danneggiati da una violazione della direttiva MiFID II abbiano accesso ad un ricorso collettivo, a condizione che la proposta di direttiva della Commissione venga adottata.

Note. Regolamento (UE) n. 575/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 giugno 2013, relativo ai requisiti prudenziali per gli enti creditizi e le imprese di investimento e che modifica il regolamento (UE) n. 648/2012 (GU L 176 del 27.6.2013, pag. 1), articolo 77.
Direttiva 2014/65/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 15 maggio 2014, relativa ai mercati degli strumenti finanziari e che modifica la direttiva 2002/92/CE e la direttiva 2011/61/UE (GU L 173 del 12.6.2014, pag. 349).
COM (2018) 184 final dell’11 aprile 2018, che fa parte del “New Deal” per i consumatori.

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[VIDEO] On. Leontini su caso Bapr: “Ue non vieta alle banche di riacquistare il loro capitale regolamentare”

reteiblea.it 10.1.19

Il vicepresidente della Commissione Europea, Vladis Dombrovskis, ha risposto in forma scritta, nei giorni scorsi, all’interrogazione dell’onorevole Innocenzo Leontini, europarlamentare del PPE. Leontini, spinto dalle proteste di numerosi risparmiatori della Banca Agricola Popolare di Ragusa, che per effetto della normativa prudenziale contenuta in un paio di regolamenti europei, non avrebbero potuto rivendere le proprie azioni all’istituto che le aveva emesse, aveva chiesto alla Commissione se avesse intenzione di “proporre la modifica dell’attuale quadro normativo prudenziale al fine di consentire ai soggetti vigilati di riacquistare le azioni di propria emissione ai propri soci-clienti”. E, in secondo luogo, di conoscere le misure che “possono essere attivate a livello di UE al fine di sostenere questi risparmiatori e consentire loro un recupero delle forme perduto”. “Tale restrizione – aveva spiegato Leontini nell’interrogazione dell’8 novembre – si è rivelata fortemente penalizzante per i clienti-soci di quelle banche. In alcuni casi, come quello che ha interessato la Banca Agricola Popolare di Ragusa, la normativa citata, invece di tutelare l’economia reale, ha causato ingenti danni a tanti piccoli risparmiatori che hanno visto svanire le economie di una vita e il frutto del loro lavoro”.
Quello che sembrava un problema di tipo regolamentare, secondo Dombrovskis, non lo è. Anzi la questione è legata più strettamente agli istituti bancari: “Il regolamento sui requisiti patrimoniali (n. 575/2013) non vieta agli enti di riacquistare il loro capitale regolamentare (“fondi propri”), ad esempio le azioni cooperative. Esso – ha spiegato il vice presidente della Commissione – impone semplicemente agli enti di chiedere la preventiva autorizzazione all’autorità competente per riacquistare tali strumenti. Si tratta di una misura volta a garantire che gli enti non riducano i loro fondi propri in un modo non sostenibile, a danno dei loro creditori e potenzialmente a danno anche della stabilità finanziaria”. Dombrovskis, ha tuttavia, aggiunto che “in caso di frodi, vendite improprie o altre pratiche scorrette, spetta all’autorità nazionale competente verificare se sono state violate le pertinenti disposizioni riguardanti gli obblighi degli intermediari finanziari nei confronti degli investitori al dettaglio”.
“Ringrazio il vice-presidente Dombrovkis aver fatto luce sulla questione – è il commento a caldo di Leontini –. Oggi apprendiamo che non c’è alcun obbligo normativo che impone a Bapr di modificare la filosofia originaria, che aveva convinto i suoi clienti-soci ad acquistare titoli e azioni. Auspico che l’istituto torni sui suoi passi e possa negoziare con i risparmiatori un rientro a pieno titolo alle condizioni precedenti. Altrimenti chiarisca le motivazioni che hanno portato a questo repentino cambio di rotta, che rischia di far venir meno un rapporto fiduciario consolidato nel tempo”. Per illustrare la normativa europea e la risposta della Commissione, l’onorevole Leontini ha fissato per sabato 12 gennaio un incontro a Ispica con una delegazione di risparmiatori.

Il bancario arrestato tra fuga e foto di Hitler

Andrea Bretagna Caffe.ch 13.1.19

Retroscena della truffa del 31enne ex impiegato Raiffeisen
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Aveva pianificato tutto. Fin nei minimi dettagli. Il volo. Il passaporto. Anche il momento giusto dell’anno per fare il colpo. I giorni prima di Natale. Ma qualcosa è andato storto. Invece di pensare ai regali, qualcuno ha aperto il proprio conto in banca. Scoprendo l’ammanco. E d’incanto è crollato tutto. Così il 31enne originario di Novazzano e residente a Stabio arrestato settimana scorsa per avere cercato di sottrarre 15 milioni di franchi dai conti della banca Raiffeisen di Lugano si è ritrovato senza un soldo. Solo, a Panama. A migliaia di chilometri di distanza. Per di più con un passaporto diplomatico falso acquistato sul “dark web”. 
“Non abbiate paura, non abbiate rispetto, non abbiate pietà”, è scritto sulla sua pagina Facebook. Chissà se lui ha avuto paura. Oltreoceano. Dove è arrivato con un volo da Francoforte. Non da Malpensa. 
Un piano costruito in ogni dettaglio. Per non lasciare traccia: l’uomo ha raggiunto la Germania senza acquistare biglietti. Non ha preso la propria auto. Si è fatto portare in taxi, pagando in contanti l’autista. Che questo Natale avrà festeggiato più degli altri. 
Un piano quasi perfetto. Portato a termine nell’arco di 48 ore. Giovedì 20 e venerdì 21 dicembre. È in quei giorni che il 31enne compie poche transazioni bancarie. Al massimo una decina. Una parte del denaro è trasferita con bonifici fasulli, il resto con l’e-banking. Poche operazioni ma mirate. I soldi si spostano, viaggiano in rete dalla Svizzera ad alcune banche estere. Intestatari sono prestanome. Gente che non c’entra niente con il colpo, si accontenta di metterci la faccia in cambio di denaro. 
Clic. I soldi partono. È fatta. Il 31enne si mette in viaggio. Del resto è abituato a viaggiare: Finlandia, Maldive, Stati Uniti, ha girato il mondo. Le sue foto sono sul social network. Dove spuntano anche immagini che non dovrebbero esserci. Hitler, naziskin, ebrei in campi di concentramento. Personaggi e situazioni che la storia ha condannato. Che sono invece accompagnati da frasi che dovrebbero risultare ironiche. Dovrebbero. Ma chissà se lo sono davvero. 
“L’universo pareggia sempre i conti”, sta scritto nella sua bacheca. Chissà se ci avrà ripensato quando era a Panama. E poi in Costa Rica, all’ambasciata elvetica dove si è recato per tornare indietro, in Ticino, quando ha capito d’aver fallito. E qui ad attenderlo c’erano gli inquirenti che l’hanno arrestato con l’accusa di truffa, falsità in documenti e abuso di un impianto per l’elaborazione di dati. A metterlo nei guai è stato un suo cliente commerciale, di cui era il consulente diretto. Prima di Natale ha voluto vedere quanto aveva nel conto in banca, con ogni probabilità senza sospettare niente. Anche perché il 31enne non è un novellino. Lavorava alla Raiffeisen di Lugano da 9 anni. E prima aveva fatto esperienza in un altro grande istituto bancario svizzero. Non era insomma lì per caso. Studi al Liceo cantonale di Mendrisio. E politica attiva. Anche se non è stato eletto, è stato candidato per ben due volte per la Lega dei ticinesi al Consiglio comunale. Prima a Mendrisio. Poi a Stabio. 
Banca, politica e musica Metal che il 31enne ha ascoltato negli anni andando ai concerti. E riempiendo di foto la sua pagina Facebook. Dove “posta” anche un video mentre si fa un tatuaggio con il suo soprannome. 
“Non abbiate paura, non abbiate rispetto, non abbiate pietà”. Un appello o un invito che il bancario ha seguito alla lettera per farsi una nuova vita ai Caraibi. Come da lui stesso ammesso davanti al sostituto procuratore generale Andrea Maria Balerna, il titolare dell’inchiesta. Che lo ha interrogato. Tanto ormai il piano è saltato. Anche se era stato pianificato in ogni dettaglio.

an.b.

Interessi immobiiari dietro i milioni in pista

Federico Franchini Caffe.ch 13.1.19

Sempre più ricchi stranieri investono sugli impianti invernali
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Lo scorso aprile, nel bel mezzo delle vacanze pasquali, gli impianti di risalita di Crans-Montana sono rimasti chiusi due giorni. Non si è trattato di condizioni meteo sfavorevoli. Il motivo era una diatriba finanziaria che opponeva la società di gestione degli impianti, controllata dal miliardario ceco Radovan Vitek, e alcuni comuni vallesani. Dopo la mediazione del Consiglio di Stato e l’ultimatum dell’Ufficio federale dei trasporti, la crisi è rientrata. Ma le tensioni tra le autorità locali e l’uomo d’affari, soprattutto in merito ad una questione immobiliare, sono proseguite. 
Una vicenda, quella di Crans-Montana, che ha influito sulle scelte strategiche di un’altra stazione vallesana, Saas Fee. Fino allo scorso aprile, infatti, sembrava che la maggioranza delle azioni della società di gestione degli impianti dovesse essere venduta all’americano Edmond Offermann, già azionista di minoranza. Ma l’assemblea generale ha respinto la proposta. Dopo il ritiro di Offermann, il principale azionista è diventato l’investitore austriaco Markus Schröksnadel. Quest’ultimo, presidente da 28 anni della potente federazione di sci austriaca, è un esperto del settore: proprietario di una decina di stazioni in Austria, ha già investito nella località grigionese di Savognin. Dopo anni difficili e un buco finanziario di 10 milioni, Saas Fee aveva bisogno di soldi freschi: a differenza di Crans-Montana, qui l’arrivo di un imprenditore estero sembra aver fatto tutti felici. “Non si tratta di una macchina per riciclare denaro, di un investitore che arriva dal nulla, o un russo, bensì di un investitore alpino che sviluppa la propria impresa” ha dichiarato alla Rts il presidente del Comune, Roger Kabermatten. La autorità locali hanno comunque preso alcune precazioni, mantenendo una minoranza con diritto di veto per le decisioni strategiche. 
In questi ultimi anni altre stazioni sciistiche svizzere sono state salvate da ricchi investitori stranieri. Nel 2005 Glacier 3000, la società che gestisce gli impianti vodesi di Les Diablerets è fallita. Alcuni ricchi stranieri di casa nella vicina Gstaad hanno così deciso di mettere mano al portafoglio. Il nuovo consorzio d’investitori raggruppa il francese Jean-Claude Mimran, il britannico Bernie Ecclestone e la russa Ekaterina Rybolovleva. Il denaro investito, più di 35 milioni di franchi, ha permesso a Glacier 3000 di ritrovare le cifre nere. “Posso chiaramente qualificarli di salvatori”, ha dichiarato alla stampa Nernhard Tschannen, direttore della società. Spesso gli investimenti negli impianti di risalita, considerato un settore poco redditizio, sono legati a progetti immobiliari. È il caso di Rodovan Vitek, proprietario del gruppo lussemburgese CPI Property Group, che a Crans-Montana possiede ristoranti, una clinica e che sta costruendo un albergo di lusso il cui successo dipenderà proprio dal mantenimento degli impianti di risalita. Stesso discorso per Andermatt dove l’uomo d’affari egiziano Samih Sawiris ha investito quasi 1 miliardo di franchi. Negli impianti di risalita, certo. Ma soprattutto in molti progetti immobiliari. Sogni di grandezza che hanno dato ossigeno alla regione ma che tuttavia non convincono tutti. Vuoi per l’impatto ambientale, ma anche per la dipendenza sempre maggiore della regione da un unico datore di lavoro.

RISCHIO RECESSIONE/ Le carte impossibili per evitare la frenata del Pil

Il rischio di una recessione si fa sempre più concreto. Il Governo potrebbe cercare di limitare i danni, ma con scelte non facili da prendere

13.01.2019 – Stefano Cingolani ilsussidiario.net

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Lapresse

Anche Luigi Di Maio s’è accorto che le cose non vanno affatto bene. Venerdì scorso ha annunciato un nuovo boom come negli anni ‘60 grazie alle autostrade tecnologiche, ieri ha detto che “se c’è crisi bisogna aiutare i deboli”, quindi la sua ricetta è come sempre il reddito di cittadinanza. Il decreto è slittato (sembra a giovedì prossimo) perché gli ostacoli sulla sua attuazione appaiono ogni giorno più ardui e ormai lo ammettono anche gli esponenti pentastellati del Governo. Complicato appare anche il provvedimento sulle pensioni, i cui contorni sono per ora indefiniti quasi quanto quelli del reddito di cittadinanza. Ma, al di là dei dettagli (nei quali come si sa s’annida pur sempre il diavolo), più tempo passa più appare chiaro che i presupposti stessi della manovra economica giallo-verde non reggono.

Il Governo si è insediato mentre era in corso una ripresa, era lenta e insufficiente (si parlava di ripresina), ma in ogni caso l’economia puntava verso l’alto, in pochi mesi, invece, ha svoltato verso il basso. Dopo i dati sulla produzione industriale di novembre (-2,6%) sembra inevitabile che la dinamica del prodotto lordo sia negativa anche nell’ultima parte del 2018; sarebbe il terzo trimestre consecutivo, il che significa recessione tecnica. Dunque, il 2019 comincia in discesa, il problema fondamentale del Governo è impedire che si trasformi in una valanga. È ancora possibile o è già troppo tardi?

La prima cosa sarebbe fare una operazione verità, smetterla con la facile propaganda e riconoscere che la Legge di bilancio è inadeguata, se non proprio sbagliata del tutto. E poi correre ai ripari. Il fulcro della manovra, infatti, è la redistribuzione di un reddito che non è stato ancora prodotto e che, se le cose continuano così, non verrà affatto prodotto. Il reddito di cittadinanza potrebbe portare dei benefici ai disoccupati, soprattutto al sud, ma nessuno può dire che si trasformeranno in consumi aumentando così la domanda interna. Abbiamo già visto che questo non è successo nel caso degli 80 euro. È probabile, ad esempio, che i sussidi servano per ridurre l’indebitamento delle categorie sociali più deboli. Ma anche se venissero tutti spesi per comprare nuovi prodotti e servizi non sarebbero sufficienti a compensare la caduta della domanda estera che rappresenta la causa principale della incipiente recessione.

Quanto alle pensioni anticipate il loro effetto potrebbe diventare persino pro-ciclico, cioè recessivo. Chi lascia il lavoro, infatti, riceve sempre un assegno inferiore all’ultima retribuzione percepita, soprattutto a quella di fatto che comprende straordinari, bonus e quant’altro. Quota 100, poi, comporta un’ulteriore rinuncia in cambio della possibilità di lasciare il lavoro prima dei 67 anni previsti dalla legge attuale. Anche i nuovi assunti, del resto, percepirebbero salari inferiori, quindi l’effetto combinato sarebbe negativo. Ciò rischia di ridurre la massa salariale che è la variabile fondamentale per determinare l’andamento della domanda interna.

Non solo. A ostacolare i rimpiazzi arrivano la caduta della domanda estera che ha trascinato finora le imprese e l’irrigidimento del mercato del lavoro introdotto dal “decreto dignità” fortemente voluto dai cinquestelle. È curioso come gli economisti arruolati da Salvini non abbiano capito che pensioni anticipate in un mercato del lavoro rigido non favoriscono nuova occupazione. O forse lo hanno capito e non glielo hanno spiegato o forse lo hanno spiegato e Salvini lo ha ignorato per non turbare l’alleanza giallo-verde. Chissà.

Dunque, non si può fare affidamento né sul reddito di cittadinanza, né sulle pensioni come antidoti alla recessione. Una ricetta anti-ciclica esiste, non è una panacea, se si alza l’onda nera nessun escamotage potrà fermarla, ma qualche diga si può sempre tirar su. Per esempio, è possibile agire sul costo del lavoro riducendo il cuneo fiscale e contributivo il che darebbe un sollievo alle imprese. È un onere per il bilancio pubblico e oggi non ci sono le coperture, ma il Governo ha escluso a priori ogni spending review e ogni taglio ai mille sprechi pubblici, dunque qualche grasso si può strappare dal pancione dello Stato.

C’è anche un altro argine, ma si scontra con un vincolo non tanto finanziario quanto politico: far partire subito i cantieri delle opere pubbliche, le piccole, ma soprattutto le grandi che bloccano decine di miliardi di euro e decine di migliaia di posti di lavoro. Ieri a Torino la manifestazione a favore della Tav ha riempito la piazza, ma a questo popolo Luigi Di Maio non ha intenzione di dare ascolto. Uno non vale uno, e nemmeno trentamila. Per le autostrade, quelle percorse da auto e camion, come per quelle attraversate dagli impulsi digitali, ci vogliono investimenti. E nella legge di bilancio per il 2019 non ci sono. 

I Gilet gialli arrivano a Milano: la prima protesta sotto la sede di Goldman Sachs

politicamentescorretto.info 12.1.19

Il simbolo scelto, ormai molto evocativo, è lo stesso. La rabbia, probabilmente, anche. I “Gilet Gialli” arrivano a Milano. Il primo appuntamento ufficiale del gruppo – che chiaramente prende molta ispirazione dai manifestanti che da giorni protestano in Francia – è per lunedì 21 gennaio, ore 10, in piazzetta Bossi, sotto la sede della banca d’affari Goldman Sachs. I

“Ci sono state diverse riunioni organizzative su tutto il territorio nazionale ed eventi informativi come opere di volantinaggio – spiegano a MilanoToday dalla ‘associazione’ -. Abbiamo anche fatto la carovana della solidarietà andando ad incontrare i gilet gialli francesi”. 

Quindi, ora sembra tutto pronto per la loro prima manifestazione. Nel mirino – si legge nella locandina – “lo strapotere della finanza mondiale che ha trasformato lo stato in esecutore fallimentare permettendo il saccheggio dell’intera nazione portando disperazione, fallimenti aziendali, disoccupazione, pensioni da fame, ingiustizie sociali, sanità pubblica inesistente, regime fiscale insostenibile, suicidi”. 

Uno solo l’avviso, anche questo molto in “stile” francese: “Non è gradita – assicurano i gilet gialli meneghini – la partecipazione di dirigenti di partito né di sindacati”. 

Informa tutti, condividi..

Fonte: http://www.milanotoday.it/