Carige, ora tremano i piccoli azionisti

ALBERTO QUARATI – GENNAIO 13, 2019 themeditelegraph.it

Genova – Crescono i timori dei 20 mila piccoli azionisti Carige (il 35% del capitale) di fronte alle ipotesi del governo circa una possibile nazionalizzazione della banca, sia temporanea, sia di lungo termine. La prossima settimana intanto il parlamento dovrebbe discutere la conversione in legge del decreto Carige

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Genova – Crescono i timori dei 20 mila piccoli azionisti Carige (il 35% del capitale) di fronte alle ipotesi del governo circa una possibile nazionalizzazione della banca, sia temporanea – come ipotizzato dal ministro dell’Economia, Giovanni Tria – sia di lungo termine come invece affermato dai due vicepremier, Luigi Di Maio e Matteo Salvini. La prossima settimana il parlamento dovrebbe discutere la conversione in legge del decreto Carige, nel quale troverà spazio – annuncia il maggiorente del Movimento 5 Stelle Alessandro Di Battista – anche «il congelamento dello stipendio ai banchieri per tre anni dalla data della loro uscita dall’istituti».

Domani l’associazione dei Piccoli azionisti incontrerà i tre commissari Carige: «La nostra categoria – spiega infatti Silvio De Fecondo, presidente dell’associazione – in questi ultimi giorni è passata un po’ in ombra. Non voglio anticipare le domande che faremo ai commissari, ma certamente ci muoveremo con spirito costruttivo, pure nella tutela dei nostri interessi». Molti dei piccoli azionisti (l’associazione ne rappresenta circa 400) sono ex dipendenti Carige, che al pensionamento decisero su proposta della banca di convertire parte del Tfr in azioni. Chi è arrivato sin qui ha partecipato agli aumenti, vedendo con il crollo del titolo polverizzarsi il capitale investito. Pure se è un’estrema garanzia per tranquillizzare correntisti e obbligazionisti, la nazionalizzazione al contrario intimorisce gli azionisti: perché quasi certamente significherebbe la perdita delle quote investite e dei sacrifici fatti per tenere in piedi la banca. Anche il governatore della Liguria, Giovanni Toti, è tornato a ribadire il suo no all’ipotesi nazionalizzazione: «La politica ha già fatto tanti danni in Carige, che non è nella situazione in cui si trovavano le banche venete. Sceglierà il partner come meglio crede. Unicredit o i francesi, ma non serve la nazionalizzazione».

Anche l’ipotesi di una nazionalizzazione temporanea, magari per traghettare la banca verso l’accorpamento a un istituto più grande, è vista con timore, perché si tratta di una rotta nuova, nella quale serve capire che ruolo e che eventuale ritorno sarebbe garantito ai “piccoli”. L’ipotesi di mercato è quella più caldeggiata, perché sarebbe stabilito almeno un concambio sulle azioni e dato un valore alla banca che a differenza delle venete ha i requisiti patrimoniali in ordine.Probabile poi che sul tavolo dell’incontro ci saranno alcune questioni sollevate in assemblea, oggetto in queste ore del lavoro dei commissari: dalla revisione del tasso concordato con il Fondo interbancario per il bond da 320 milioni, al valore della prossima tranche di Npl.

Nel frattempo, la banca sta predisponendo l’emissione obbligazionaria garantita dallo Stato, prossimo passo di Carige, che dovrebbe andare in porto già la prossima settimana.