Come si dice Carige in tedesco

Stefano Cingolani ilfoglio.it 13.1.19

Le banche regionali, bandiere della stabilità, ora sono una fonte d’allarme per la Germania. Il caso NordLB

Come si dice Carige in tedesco

Uno scorcio della sede centrale della Norddeutsche Landesbank, a Hannover

A millecentosette chilometri da Genova in direzione nord, c’è una banca che sta soffrendo gli stessi dolori della Carige e non può essere nemmeno salvata con i quattrini dei contribuenti. Il suo nome è NordLB, abbreviazione per Norddeutsche Landesbank, ed è alla disperata ricerca di capitale. Il suo quartier generale è a Hannover, capitale della Bassa Sassonia. La regione è affacciata sul mare del Nord e la città ha una antica tradizione mercantile, la banca quindi ha sempre prestato un mucchio di quattrini, prima marchi poi euro, agli armatori e alle compagnie di trasporto merci. Dalla crisi del 2008 questi crediti hanno cominciato a marcire impiombando i suoi bilanci. Agli ultimi stress test della Bce ha dovuto indossare la maglia nera (triste record che condivide anch’esso con la cassa di risparmio genovese), non ha patrimonio a sufficienza e non c’è chi glielo voglia portare, per lo meno non a queste condizioni. Ben più grande della Carige (le sue attività raggiungono i 170 miliardi di euro contro 25 miliardi) e con una lunga tradizione, la NordLB non manca certo di appeal, ma i privati si tengono a debita distanza, mentre una nazionalizzazione è impossibile perché oltre la metà delle azioni è già in mano al Land della Bassa Sassonia e il governo socialdemocratico vorrebbe scendere di parecchio.

La sua principale concorrente, la HSH Nordbank di Amburgo, è stata privatizzata nel febbraio dello scorso anno, i fondi Cerberus e JC Flowers l’hanno pagata un miliardo di euro in contanti, in mezzo a polemiche e recriminazioni. Obbligazionisti e azionisti di minoranza sostengono che la banca è stata svenduta e hanno chiesto 1,4 miliardi di euro come risarcimento. La NordLB, per evitare di essere venduta, ha provato a stringere un contratto di matrimonio con una sua cugina, la Landesbank Helaba, la quale, però, è controllata da un altro Land, quello della Turingia, il cui presidente Bodo Ramelow appartiene al partito di estrema sinistra (die Linke) e non ne vuol proprio sapere. Si è fatto avanti anche in questo caso Cerberus. Il suo interesse in realtà è per i crediti deteriorati (li compra a prezzi stracciati, li impacchetta in prodotti finanziari, li ricolloca in vista di un buon rendimento), ma non esclude di acquisire una quota azionaria anche senza prenderne il controllo. I negoziati vanno avanti da un mese, si sono impantanati, mentre i clienti e i titolari di obbligazioni stanno perdendo fiducia e pazienza.

Le Landesbanken e il Mittelstand (la miriade di imprese sotto i 500 dipendenti) sono due pilastri che sostengono il Modell Deutschland e si alimentano a vicenda. In un paese federale dove municipalità e regioni contano quanto il governo centrale, le banche regionali sono istituzioni economicamente delicate e politicamente sensibili. Attraverso i loro sportelli passa il sostegno al sistema di potere. Dopo l’accordo del 13 dicembre 2012, solo 127 banche europee su seimila sono vigilate dalla Bce. Tra quelle che sfuggono all’occhio di Mario Draghi, ben tremila sono tedesche, quasi tutte Landesbanken e Sparkassen (cioè le casse di risparmio). E non è avvenuto per caso.

Secondo il rapporto curato da R&S Mediobanca e pubblicato nel luglio scorso, le sei maggiori banche regionali (che hanno attivi totali pari al 60 per cento di quelli della Deutsche Bank), hanno segnato una perdita netta aggregata di 373 milioni di euro in base ai bilanci del 2016, mentre nell’esercizio precedente avevano conseguito un utile di 2,1 miliardi. Tale flessione è stata provocata pressoché interamente “dalla concomitante crescita delle perdite su crediti (+12,9 per cento rispetto al 2015) che hanno assorbito il 47,2 per cento dei proventi complessivi e dall’aumento del 7,5 per cento delle spese generali, in un contesto di contenimento del margine di contribuzione (-1,1 per cento)”, scrive R&S. Notevole è l’incidenza dei crediti dubbi: in rapporto al capitale netto sono pari al 49,6 per cento, una quota superiore di oltre 29 punti percentuali alla media delle banche europee. Il grado di copertura delle posizioni dubbie lorde, pari al 21,4 per cento, risulta inferiore di quasi 26 punti a quello medio europeo, risultando inoltre in progressiva flessione dal 2010. Dalla situazione patrimoniale emerge anche il minor livello di capitalizzazione dell’insieme delle Landesbanken rispetto alle banche europee, con un capitale netto delle prime a fine 2016 pari al 4,9 per cento del totale attivo, rispetto al 6 per cento delle seconde.

Eppure nei dieci anni precedenti le banche regionali hanno ricevuto dai soci 26,9 miliardi di euro in forma di aumenti di capitale e altre contribuzioni (in gran parte concentrati nel biennio 2008-09), una somma pari al 69 per cento dei mezzi propri di inizio periodo, a fronte di soli 3,8 miliardi di dividendi distribuiti (per 1,6 miliardi nel solo biennio 2007-08). Inoltre, hanno potuto beneficiare di garanzie, concesse dallo Stato e dai Land loro soci, per complessivi 95,95 miliardi di euro, di cui 13,6 miliardi ancora in essere a fine giugno 2017. Le bandiere della stabilità, sociale, economica e politica, si sono trasformate in fonte di allarme per la Germania e per il resto d’Europa. Sembra un paradosso, ma non lo è. Il sistema bancario tedesco, infatti, è stato il primo ad essere colpito dalla grande crisi.

Nell’aprile 2006, un trader di punta invia una e-mail ai vertici della Deutsche Bank per metterli in guardia dai subprime di Ameriquest Mortgage, tra i principali operatori americani. “Sono solo escrementi”, scrive senza giri di parole. Eppure, i suoi capi concedono un finanziamento di tre miliardi di dollari all’ottimo cliente e dicono al giovanotto di darsi da fare nell’impacchettare e cartolarizzare i mutui purulenti. Lo scambio di messaggi viene pubblicato dal Senato degli Stati Uniti nel rapporto di 650 pagine intitolato “Wall Street e la crisi finanziaria: anatomia di un collasso”. Pochi ricordano che la prima banca a saltare non è stata la britannica Northern Rock, ma la tedesca IKB Deutsche Industriebank, con sede a Düsseldorf. Sulla carta, era specializzata nel credito alle piccole e medie aziende, in realtà grazie ai suoi prestiti sono stati realizzati interi quartieri nella Florida del boom edilizio. Finché il marcio non è venuto a galla. E’ il 31 luglio 2007. E la virtuosa Buba si affretta a orchestrare un salvataggio lampo grazie al KfW, Kreditanstalt für Wiederaufbau, il braccio finanziario del governo (simile all’italiana Cassa depositi e prestiti) che possiede il 38 per cento dell’istituto. Figuriamoci quando si tratta di un pezzo da novanta come Dresdner Bank. Il colosso assicurativo Allianz la vende a Commerzbank nel 2008, ma ancora una volta la moneta cattiva caccia quella buona. La seconda banca del paese, così, viene a sua volta salvata da Berlino grazie al fondo pubblico SoFFin creato per puntellare il sistema creditizio. E adesso cerca un compratore. L’ipotesi di una fusione con la Deutsche Bank equivale al matrimonio di un cieco e di uno storpio.

La DB, la più grande istituzione finanziaria, che ha sostenuto il complesso militar-industriale guglielmino prima e hitleriano poi, è diventata una bomba a orologeria. Ha cavalcato più di ogni altra banca europea la globalizzazione, ha modificato almeno un paio di volte il suo modello di business, tanto da trasformarsi in una banca d’affari e riducendo al minimo l’attività di prestiti, si è riempita di derivati e prodotti finanziari ad alto rischio (sia pur dilazionato nel tempo) sperando di trasformare la carta in oro, ha dovuto cercare capitali sul mercato che non gli sono mancati finora, ma non le bastano mai. Adesso cerca di tornare indietro, anche se può essere troppo tardi. La numero uno e la numero due in serie difficoltà, le Landesbanken alla resa dei conti (o meglio dei prestiti facili), tutto questo mentre la congiuntura economica peggiora e la produzione industriale rallenta. Anche in Germania sono in molti ormai a mettere in discussione le conseguenze dei salvataggi pubblici: lì per lì sembrano una panacea, ma alla lunga nascondono solo la polvere sotto il tappeto.

Secondo la Commissione europea, i governi nazionali hanno immesso circa 750 miliardi di euro nel settore bancario. A questi si aggiungono circa 1.200 miliardi di garanzie statali sulle passività delle banche. Le perdite registrate dagli stati europei per salvare le banche ammontano a 218 miliardi. Berlino ha speso 238 miliardi, Madrid 52, Dublino 42, Atene 40, e poi via via 36 miliardi in Olanda, 28 in Austria, 23 in Portogallo. In Italia, compresa Carige si arriva a 27 miliardi di euro a carico dei contribuenti, anche se le crisi bancarie nel loro insieme sono costate finora 60 miliardi di euro se si calcolano anche gli stanziamenti del fondo interbancario e l’apporto di capitali privati. In dettaglio: per Mps 5,4 miliardi dal governo e 2,8 dai privati; le quattro banchette dell’Italia centrale sono costate 4,7 miliardi a carico dei privati; le banche venete 17,2 miliardi allo stato e 1,2 ai privati; infine, per ora Carige 4,3 mld dal tesoro (3 sotto forma di garanzie), ma se avvenisse una nazionalizzazione come chiedono sia la Lega sia il M5s, gli oneri salirebbero ancora.

Nonostante tutti questi salvataggi, le banche europee sono ancora fragili e troppo piccole rispetto a quelle americane, per non parlare dei mastodonti asiatici. La taglia non è tutto, ma allora ci vuole la specializzazione. La combinazione peggiore è restare piccoli e generalisti senza poter sfruttare né l’economia di scala né gli alti prezzi caricati sui servizi sofisticati. Le banche europee fanno meno profitti, sono meno efficienti e meno moderne. Quelle italiane, con pochissime eccezioni, stanno nella fascia inferiore della scala. Mediobanca ha messo a confronto le maggiori banche europee e americane, dallo studio emerge che le prime hanno costi operativi più alti, maggiori svalutazioni dei crediti (7,2 per cento dei ricavi contro il 6,6 per cento); sono meno redditizie (con un rendimento del capitale pari al 5,7 per cento contro il 7,3 per cento), hanno una raccolta sui depositi inferiore e persino una maggiore leva finanziaria: 18,9 contro 12,9. La turbofinanza, dunque, sta nel Vecchio Continente ancor più che nel Nuovo, al contrario di quel che si sente dire.

Anche zio Sam è intervenuto, eccome. Tra la fine del 2008 e il 2009, prima George W. Bush poi Barack Obama hanno lanciato una colossale ciambella di salvataggio con il Tarp (Troubled asset relief program) pari a 700 miliardi di dollari. Il governo ha liberato così le banche dai titoli tossici in cambio di una partecipazione azionaria, tutto ciò a patto che le somme stanziate dai contribuenti venissero restituite. E’ stato un intervento massiccio, una tantum, coordinato, accompagnato da una sorta di selezione concordata per favorire fusioni e acquisizioni, oltre a una ristrutturazione industriale vera e propria. Ha funzionato benissimo, il programma è finito nel dicembre 2014 quando il Tesoro ha venduto l’ultimo pacchetto azionario rimasto nelle sue mani, quello della Ally Finance. Hanno partecipato tutte le grandi banche, da Citigroup a Bank of America, da JPMorgan a Goldman Sachs, e non sono mancate le polemiche, le accuse di frode, gli attacchi ai banchieri, la richiesta di tagliare le teste dei “re di denari” ritenuti responsabili del grande crac. Salvare il sistema creditizio non è un pranzo di gala e non è nemmeno un pranzo gratis come vorrebbero far credere in Italia i gialloverdi. Ma la lezione del Tarp non è stata appresa in Europa, dove fin dal 2008 i governi nazionali hanno rifiutato un approccio comune.

Dunque, 700 miliardi di dollari negli Stati Uniti, 750 miliardi di euro nella Ue, la somma spesa è grosso modo la stessa, ma i contribuenti americani hanno riavuto indietro con gli interessi i quattrini prestati, quelli europei no. Non ancora dicono gli ottimisti, mai più secondo i realisti. C’è salvataggio e salvataggio, c’è mano pubblica e mano pubblica, c’è mercato e mercato.

L’idea di creare una cosiddetta bad bank europea, cioè un contenitore finanziato dai vari governi nel quale trasferire i crediti in sofferenza, seguendo l’esempio americano, era stata lanciata nel bel mezzo della grande crisi, da Christine Lagarde, nella sua veste di ministro delle Finanze francese, ma nessuno l’aveva raccolta. La proposta è stata ripresa in più occasioni e sempre lasciata cadere, l’ultimo a riproporla è stato Pier Carlo Padoan, ma anche lui ha perso la battaglia. Eppure si sarebbero potute evitare molte crisi bancarie e non solo in Italia. Tanto più dopo che è stato introdotto il bail-in, grazie al quale a pagare le crisi non sono solo gli azionisti ma anche i detentori di obbligazioni. La normativa sta suscitando un’ondata di proteste e di cause giudiziarie. La Corte dei conti europea ha calcolato che sono in corso ben 650 contenziosi riguardanti le procedure di risoluzione degli istituti a rischio di fallimento. Con l’eccezione della Spagna, si è sempre seguito un approccio caso per caso, sperando di spuntare condizioni più favorevoli. Così i rischi non sono stati rimossi, ma soltanto trasferiti nel tempo. L’impressione è che siamo arrivati ormai al redde rationem.

Le banche europee non hanno ancora smaltito le tossine accumulate e non si sono liberate di tutta la zavorra che le impiomba, nel frattempo il ciclo economico si è invertito. Mentre molti ormai (a cominciare da Lawrence Summers sempre più profeta di sventura) parlano apertamente di una nuova recessione. Il rischio è di ingolfarsi di altri crediti ad alto rischio, così non resta che la politica della lesina: meno prestiti nel timore che non verranno restituiti con la conseguenza di peggiorare la situazione. E’ il solito circolo vizioso, la giostra della crisi è pronta a ripartire e nessuno sa quando si fermerà. Si leveranno sempre più alte le voci che chiedono ai governi di intervenire, i politici lo faranno mettendo ancora una volta a rischio il progresso futuro nella speranza di placare il furore odierno. L’abbiamo già visto e ancora lo vedremo; gli antichi avevano torto, la storia non insegna proprio nulla, soprattutto se non si ha voglia di imparare.

Istituzioni economicamente delicate e politicamente sensibili: attraverso i loro sportelli passa il sostegno al sistema di potere

La prima banca a saltare, con la crisi dei subprime, non è stata la britannica Northern Rock, ma la IKB Deutsche Industriebank



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