PROCESSO PER IL SANGUE INFETTO / IL 21 GENNAIO LA REQUISITORIA DEL PM

 di: PAOLO SPIGA lavocedellevoci.it

Udienza clou, il 21 gennaio, al tribunale di Napoli per il processo sulle morti da “sangue infetto”. Il pm Claudio Giugliano, infatti, terrà la sua requisitoria.

Regolarmente oscurato sia dai media nazionali (tranne il Fatto quotidiano, grazie alle corrispondenze di Vincenzo Iurillo) che locali, il processo è cominciato quasi tre anni fa, ad aprile 2016: era iniziato a Trento nel lontano 1999, per poi passare a Napoli, dove i faldoni sono rimasti a marcire per anni negli scantinati del centro direzionale, sede sia del tribunale che di parecchi uffici giudiziari.

Sotto i riflettori i traffici e la distribuzione di sangue non testato ad hoc (quindi infetto) che hanno causato la morte di migliaia di pazienti (le cifre più attendibili parlano di circa 5 mila vittime): ma al processo partenopeo sono presenti solo nove parti civili. Un processo comunque “storico”, anche per la memoria dei tanti morti che non potranno mai avere uno straccia di giustizia.

Alla sbarra ex funzionari e dirigenti del gruppo Marcucci, all’epoca dei fatti (gli anni ’80, fino al ’91) oligopolista nella distribuzione di emoderivati, ed oggi ancor più solido, con la corazzata Kedrion che, dopo la morte del patriarca Guelfo Marcucci, è oggi capitanata dal figlio Paolo, mentre il fratello Andrea Marcucci è il capogruppo del Pd al Senato, dopo gli esordi politici e la prima elezione nel 1991 sotto i vessilli del Pli di Sua Sanità Francesco De Lorenzo.

Tra gli imputati anche l’allora Re Mida Duilio Poggiolini, il braccio destro di De Lorenzo al ministero e vera eminenza grigia, entrambi condannati ad un maxi risarcimento danni, 5 milioni di euro a testa, per la Farmatruffa.

Il vero nodo processuale, che dovrà essere “sciolto” dal presidente della sesta sezione penale Antonio Palumbo, riguarda il nesso di causalità intercorrente tra l’assunzione degli emoderivati infetti e la morte dei pazienti. Nesso “minimizzato” dai consulenti d’ufficio nominati dal tribunale, i quali in pratica si sono rifatti alle tesi del primo teste sentito a processo, l’ematologo milanese Piermannuccio Mannucci: un teste in palese conflitto d’interessi, dal momento che è stato consulente di Kedrion e relatore (gettonato) a non pochi simposi nazionali e internazionali organizzati dalla stessa corazzata di casa Marcucci.

Non solo: Mannucci ha confessato – vera viola mammola – di essere del tutto all’oscuro circa la provenienza di quel sangue: “mi avevano detto che arrivava dai campus universitari e dalle casalinghe americane”! Quando era ben noto negli ambienti scientifici all’epoca (e gli avvocati delle parti civili – Stefano Bertone ed Ermanno Zancla – hanno documentalmente provato) che quel sangue proveniva anche dalle carceri americane, in particolare dell’Arkansas. Lo ha ribadito un teste chiave che ha verbalizzato un anno fa: il regista americano Kelly Duda, autore dello choccante docufilm “Fattore VIII” sui traffici di sangue nelle carceri a stelle e strisce, senza alcun problema e alcun controllo esportato in Europa, ovviamente anche in Italia.

Il pm, nei quasi tre anni di processo, non ha particolarmente brillato per grinta, come ritualmente ci si attende da un pubblico ministero: “non è stato un centravanti, piuttosto uno stopper”, commentano non pochi al palazzo di giustizia partenopeo.

Mostrerà una maggior determinazione il 21 gennaio in occasione della sua requisitoria?