Come la politica della nostalgia sta plasmando l’Italia (e l’Europa)

Paolo Mossetti wired.it 19.1.19

Secondo un sondaggio, gli italiani sono tra i più “passatisti” d’Europa. Adoperato come strumento politico dai populisti, il richiamo al passato è uno dei temi centrali della vita politica di quest’epoca

ITALY - CIRCA 1952:  Italian beauty Giovanna Mazzoni riding past the Colosseum on a motor scooter w. her date.  (Photo by David Lees/The LIFE Picture Collection/Getty Images)

Una coppia romana del 1952. (foto: David Lees/The LIFE Picture Collection/Getty Images)

Ops! Questo con il buon vecchio 3310 non sarebbe mai successo… Voi ce l’avevate?“. Il vicepremier e ministro Luigi Di Maio pubblica queste parole su Facebook, insieme all’immagine di uno smartphone in frantumi. Il riferimento, chiarissimo, è a un modello di Nokia passato alla storia non solo come uno dei telefoni cellulari più venduti di sempre, ma anche per la suaincredibile resistenza. Il post è apparso dopo che l’altro vicepremier, alleato di governo e il ministro degli Interni Matteo Salvini aveva mostrato per giorni piccole finestre sulla sua vita quotidiana, vera o presunta, tra bucatini conditi col ragù in scatola e serate passate davanti al Grande Fratello, una trasmissione nata ormai quasi vent’anni fa.

Un’attività socialmediale, quella dei due leader politici più popolari del momento, che si basa su una forma di carisma in negativo, come a voler segnalare una vicinanza della classe politica alla gente comune. Ma dietro un atteggiamento apparentemente puerile c’è, soprattutto, un richiamo simbolico, fortissimo, alle corde della nostalgia.

E la storia degli ultimi anni ci racconta che la nostalgia è diventata un potente strumento politico. Non solo in Italia, in verità. Le immagini di un passato migliore sono impiegate con razionalità e astuzia da diversi leader populisti in Occidente per sollecitare l’insoddisfazione verso il presente e l’ansia nei confronti del futuro, e così accrescere le proprie basi elettorali. Ma a chi si rivolge questa particolare forma di comunicazione sentimentale?

L’Italia passatista
Il concetto di nostalgia applicato alla politica è centrale in uno studio dell’istituto Bertelsmann Stiftung, intitolato The Power of the past – How nostalgia shapes European public opinion, in cui sono stati intervistati oltre 10mila cittadini dell’Unione europea. Gli è stata sottoposta la seguente affermazione: “Un tempo il mondo era un posto molto migliore”. Tra le possibili opzioni per rispondere c’erano: “Completamente d’accordo”, “d’accordo”, “in disaccordo”, e in “completo disaccordo”. Chi ha scelto una delle prime due risposte è stato valutato come nostalgico, e viceversa.

I risultati della rilevazione – effettuata nel luglio del 2018 in cinque paesi: Spagna, Francia, Italia, Germania e Polonia – danno un responso piuttosto chiaro: la maggioranza degli europei (67 per cento) pensa che nel passato le cose andasseo meglio. Se Francia, Germania e Spagna presentano percentuali di nostalgici simili (65, il 61 e il 64 per cento rispettivamente), la Polonia sembra il paese più proiettato verso il futuro (solo il 59 per cento è nostalgico). L’Italia è il paese più attaccato al passato (77 per cento).

L’analisi cerca di approfondire anche le caratteristiche degli elettori passatisti, dove si collocano nello spettro politico che va da destra a sinistra, e quali opzioni politiche favoriscono. Si è scoperto così tendono a essere più nostalgici gli elettori di sesso maschile, con più di 35 anni, e che si definiscono a destra nello spettro politico.

Sia la maggioranza (78 per cento) dei nostalgici, sia la maggioranza di quelli che non si identificano in questa categoria (63 per cento) sono convinte che l’immigrazione recente non si integri bene nella società, ma tra i nostalgici è molto più alta la percentuale di quelli convinti che gli immigrati tolgano lavoro ai nativi (il 53 per cento, contro il 30 per cento degli altri). Chi non si sente nostalgico è largamente favorevole a restare nell’Unione europea (82 per cento) mentre chi è nostalgico ha come prima priorità la guerra al terrorismo (60 per cento), seguita dal controllo dell’immigrazione (51 per cento).

Il caso della Brexit
Un evento epocale in cui si è discusso molto di passato e nostalgia è quello del referendum che ha portato il Regno Unito a un passo dall’uscire dall’Unione europea; e in questi giorni ne vediamo ancora le caotiche conseguenze.

Secondo lo storico Peter Ammon, molti elettori hanno votato per il Leave pensando agli anni gloriosi della Seconda guerra mondiale, alla grandeur di un popolo che riusciva a resistere all’assalto nazista e a isolarsi dall’Europa in fiamme prima di passare al contrattacco. Per il giornalista Gary Younge, invece, molti elettori hanno optato per l’Exit guidati da memorie ancora più sbiadite: quelle del tardo impero vittoriano, quando era Londra e non Bruxelles a dettare le regole del commercio e delle migrazioni mondiali (da qui la lente distorta dello slogan simil-trumpiano “Let’s put the Great back in Great Britain”).

Insomma, un paese che non si rassegna al suo ridimensionamento, e che sogna di tornare a un epoca più semplice, più lenta; più gentile forse, ma anche con meno immigrati e con un senso comune capace di resistere al politicamente corretto.

Una maggiore comprensione
Altri studi, però, indicano che la strada migliore per parlare di nostalgia e populismo non deve essere troppo tranchant. Questa ricerca accademica di Michael Kenny, del 2017, consiglia di non inquadrare la nostalgia unicamente come un virus, o una presenza aliena, che si radica tra i cosiddetti lasciati indietro dalla globalizzazione, ma come uno strumento che può avere risvolti teorici negativi e positivi. Inoltre Kenny sottolinea come, talvolta, gli argomenti politici che accusano gli avversari di essere troppo nostalgici ne impieghino le medesime modalità discorsive e motivi. Secondo la sociologa Sophia Gaston, per capire la nostalgia nel Regno Unito bisogna tener conto del fatto che il 63 per cento dei britannici è convinto che il proprio paese sia in declino, e che questo è in parte colpa di una classe politica incapace di guidare con successo la sua cittadinanza attraverso profondi cambiamenti sociali ed economici.

Chiunque abbia pensato di colmare questo smarrimento identitario ampliando i diritti civiliper le minoranze e sperando che il nazionalismo sparisse da solo, sembra suggerire l’autrice, ha fatto evidentemente i conti senza l’oste. Finché non si troverà un modo per rispondere a certe domande e allo stesso tempo trovare un modo per dire la verità (ovvero che tornare a un certo passato è praticamente impossibile: inutile parlare di boom economici, caro Di Maio) la nostalgia resterà ancora un potente vettore politico.