“Lojacono potrebbe tornare in prigione”

ANDREA STERN Caffe.ch 20.1.19

Ricordi e analisi dei protagonisti del processo al brigatista
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È complicato, ma possibile. Alvaro Lojacono Baragiola potrebbe  tornare in carcere in Svizzera per scontare la condanna all’ergastolo inflittagli in Italia per la strage di via Fani a Roma, dove nel 1978 venne sequestrato il presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro e uccisi gli uomini della sua scorta. E lui, in un’intervista a Ticinonline, ha già fatto sapere che accetterebbe “senza obiezioni” di tornare dietro le sbarre.
Alvaro Lojacono Baragiola, nato a Roma 63 anni fa, padre italiano e madre svizzera, ha già trascorso undici anni in carcere, più precisamente alla Stampa, per un altro delitto: l’omicidio del giudice italiano Girolamo Tartaglione, avvenuto anch’esso nel 1978. “Lui aveva sempre respinto tutte le accuse – ricorda l’avvocato Venerio Quadri, che nel 1988, quando era procuratore pubblico di Lugano, venne incaricato dell’inchiesta su Lojacono Baragiola -. Per questo mi sorprende che nell’intervista a Ticinonline abbia in qualche modo ammesso il suo coinvolgimento nel delitto Moro”.
Torniamo al 1988. L’anno in cui la Svizzera scoprì la presenza sul proprio territorio del brigatista ricercato in Italia. Abitava a Castelrotto, insieme alla madre, e lavorava alla Rsi come ideatore di quiz. Prima di rifugiarsi in Ticino, aveva girovagato per mezzo mondo. Una volta riuscito a cambiare il proprio cognome da Lojacono a Baragiola e a ottenere il passaporto svizzero, il terrorista aveva iniziato una nuova vita. Come se nulla fosse mai accaduto. Ma poi, racconta l’avvocato Silvia Torricelli, segretaria del tribunale che processò Lojacono Baragiola, un articolo de La Stampa di Torino destò il sospetto di un dipendente del comune in cui viveva il brigatista. Partì la segnalazione e Lojacono Baragiola finì in manette, mentre usciva da un ristorante cinese a Molino Nuovo. “La vicenda fece incredibilmente scalpore – ricorda Torricelli -. La pressione mediatica fu enorme e durante il processo la tensione si tagliava col coltello”.
L’udienza si tenne a Lugano poiché l’imputato, ormai svizzero, non accettò l’estradizione in Italia. “L’unica soluzione fu quindi quella di fare un procedimento in Ticino – spiega Quadri -. Tra i vari reati che venivano addebitati a Baragiola ne estrapolammo uno, l’omicidio del giudice Tartaglione. Facendo la spola tra la Svizzera e Roma riuscimmo a raccogliere le prove e chiedemmo l’ergastolo”. Baragiola fu difeso dagli avvocati John Noseda, Carlo Verda ed Edy Salmina, che non commenta né gli avvenimenti passati né quelli più recenti riguardanti il suo cliente. Al termine di un processo durato quasi un mese la giudice Agnese Balestra Bianchi accolse la richiesta dell’accusa. Ergastolo ridotto in appello a 17 anni di carcere, di cui 11 vennero poi effettivamente scontati. 
“Fu un’inchiesta molto impegnativa – sottolinea Quadri -, ma alla fine riuscimmo a fare giustizia. Purtroppo non potemmo processarlo anche per il caso Moro, poiché la vicenda giudiziaria era ancora in corso in Italia. Ma il fatto che la Corte di Strasburgo confermò la sentenza ticinese dimostra la serietà del nostro lavoro. E almeno Baragiola è finito in carcere, al contrario del suo complice Alessio Casimirri, rifugiatosi in Nicaragua a fare la bella vita”. Non si può quindi dire che la Svizzera sia un rifugio dorato per i latitanti. “No – osserva Quadri -, in questo caso l’errore è stato concedergli la naturalizzazione senza fare le necessarie verifiche. Un errore colossale al quale non è più stato possibile rimediare”.
Oggi, come detto, Baragiola potrebbe tuttavia dover tornare dietro le sbarre per scontare la sua pena legata al delitto Moro. “L’estradizione chiesta dalla Lega è impossibile ma Roma potrebbe presentare una richiesta di “exequatur” (vedi articolo a fianco) – spiega Quadri -. È una procedura complicata ma che potrebbe andare a buon fine”. Un epilogo che l’ex procuratore sembra vedere di buon occhio. “Baragiola accusa l’Italia di agire con una logica di vendetta – afferma -, quando lui stesso ha seminato morte con una logica di vendetta. La situazione attuale è frutto solo del suo comportamento”.

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