Rimborsi illegittimi a piè di lista

Andrea Giambartolomei12:47 Martedì 22 Gennaio 2019 lospiffero.com

Severissime le motivazioni della Corte d’appello per le condanne di 24 ex consiglieri regionali, tra cui l’ex presidente Cota e gli attuali parlamentari Molinari e Tiramani. Accumulavano scontrini anche per acquisti non attinenti: “Nessuna buona fede”

Sono 413 pagine molto dure e meticolose quelle nelle quali la Corte d’appello di Torino, quarta sezione penale, spiega le ragioni con cui ha stabilito di condannare l’ex presidente della Regione Roberto Cota, l’attuale capogruppo della Lega alla Camera Riccardo Molinari, altri ventidue ex consiglieri regionali e la dipendente di un gruppo consiliare. Molti degli imputati, tra cui lo stesso Cota (condannato a un anno e sette mesi per peculato in quanto ha ottenuto illecitamente rimborsi per 11.659 euro), erano stati assolti dal tribunale nel processo di primo grado e i giudici di secondo grado hanno sottolineato alcune mancanze dei colleghi. Ad esempio analizzando la posizione dell’ex governatore, la Corte di appello di Torino bacchetta il tribunale per “l’elusione del vaglio in concreto di notevoli rimborsi ottenuti dall’imputato”.

Secondo il collegio presieduto da Piera Caprioglio, la difesa dell’avvocato Domenico Aiello non è attendibile: “L’elevata frequenza di scontrini non inerenti di cui si afferma la presentazione erronea in buona fede è con tutta evidenza logicamente non credibile”. In questa maniera la Corte d’appello di Torino ha bocciato la difesa di Roberto Cota, ex presidente del Piemonte, condannato a a un anno e sette mesi per peculato in quanto ha ottenuto illecitamente rimborsi per 11.659 euro. Un esempio, la vicenda delle famigerate “mutande verdi” (in realtà dei bermuda) acquistati a Boston: “Non si vede come possa ritenersi erronea la presentazione di uno scontrino per l’acquisto di un capo di abbigliamento avvenuto addirittura dagli Stati Uniti, per poi inserirlo – dopo un volo transoceanico – nella cartellina dei rimborsi” perché “la conservazione dello scontrino e la sua consegna alla segreteria palesa già di per sé l’intenzione di ottenere il rimborso”. I magistrati ribadiscono anche “l’assoluta illiceità di regali natalizi ai collaboratori. Ma anche ai politici”, come il libro antico regalato all’ex ministro dell’economia Giulio Tremonti o Enzo Ghigo, oppure il vassoio d’argento regalato all’allora assessore alla cultura Michele Coppola.

I giudici ricordano la testimonianza di un capitano della Guardia di finanza nel corso del processo di primo grado: “In ben 115 casi su 592 acquisti verificati il luogo della spesa non coincideva con quello ove i tabulati collocavano l’imputato”. 

È stato condannato a undici mesi per una cifra molto inferiore, 1.241 euro, il suo compagno di partito Molinari, attualmente capogruppo Lega alla Camera, a cui la procura di Torino contestava rimborsi illeciti per circa novemila euro, ma il tribunale lo aveva assolto. Anche per lui non vale lo scaricabarile sulla segretaria, “non titolare di alcun potere-dovere di sindacato e controllo”, ragione per cui la corte “esclude la possibilità che i rimborsi siano riconducibili ad errori materiali” per le spese di ristorazione avvenute “in località di interesse turistico e nei weekend in assenza di specifici e comprovati concomitanti eventi di interesse per il gruppo”. Per i giudici si tratta “senza dubbio di spese che per le circostanze di tempo e di luogo non devono ritenersi strettamente personali e non rimborsabili”. I giudici non gli hanno abbonato alcune spese per il carburante e il pernottamento a Torino in occasione delle riunioni perché “percepiva mediamente tra gli oltre quattromila ed i settemila euro al mese tra gettoni di presenza e rimborsi spese forfettari o per missioni, emolumenti che già largamente coprivano tutte le spese inerenti all’esercizio della sua funzione”. 

Questo principio viene richiamato anche per Tiramani, a cui la procura contestava spese per 34.445 euro, ma che è stato condannato a un anno e cinque mesi di reclusione per 12.232 euro di rimborsi. E anche qui la Corte d’appello bacchetta il Tribunale: “La sentenza appellata ha omesso di considerare che l’imputato già percepiva oltre all’ordinaria indennità di carica anche cinque-seimila euro mensili tra gettoni di presenza, rimborsi spese e rimborso forfettario”.