B.Carige: Camera, non ha dati per capire se ha chiesto garanzia sufficiente

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

La Camera dei Deputati in un documento di “Verifica delle quantificazioni” delle Misure urgenti a sostegno di Banca Carige (cioè del decreto che ha predisposto il paracadute dello Stato sull’istituto ligure) solleva un interrogativo sul procedimento che ha portato alla determinazione dell’importo stanziato e “ritiene opportuno acquisire nuovi dati ed elementi di valutazione”. 

La relazione tecnica predisposta, infatti, “non consente di verificare il procedimento” che ha portato all’individuazione della cifra predisposta per la rete di protezione della banca. 

Va ricordato che le norme prevedono fino al 30 giugno 2019 la garanzia dello Stato su passività di nuova emissione di Banca Carige, nel rispetto della disciplina europea in materia di aiuti di Stato, fino a un valore nominale di 3 mld di euro. 

Nel documento di oltre 20 pagine si specifica che, “mentre per l’eventuale ricapitalizzazione è fissato, un limite massimo di 1 miliardo, per le garanzie è previsto che le stesse possano essere concesse su passività di Banca Carige fino a un valore nominale di 3 miliardi. 

Andrebbe quindi chiarito se, in relazione a tale valore nominale, l’importo che si presume possa essere destinato a far fronte ad un’eventuale escussione delle garanzie debba intendersi pari a 300 mln di euro, scontando, in via prudenziale, la possibilità di un utilizzo per intero delle disponibilità per la ricapitalizzazione. In tal caso, sarebbe opportuno esplicitare le ipotesi e i parametri di rischio considerati ai fini della determinazione degli effetti ascrivibili alla possibile escussione delle garanzie. Correlativamente, andrebbe altresì chiarito se il limite dei 3 miliardi di valore nominale massimo delle passività che possono essere garantite sia riferito solo a quelle di nuova emissione ovvero anche ai finanziamenti Ela”. 

cce/glm 

 

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January 23, 2019 12:30 ET (17:30 GMT)

Il boicottaggio di D&G in Cina continua

ilpost.it 23.1.19

Il marchio italiano ha fatto un errore “mai visto”, non ha saputo arginarlo e ne sta ancora pagando le conseguenze

Nel mondo della moda i boicottaggi non sono una cosa rara e se vengono gestiti con un po’ di attenzione – chiedendo scusa e ritirando i prodotti che li hanno causati – solitamente rientrano nel giro di qualche settimana. Quello di Dolce & Gabbana in Cina però continua a distanza di due mesi dal motivo che lo aveva fatto iniziare: tre video pubblicitari percepiti come razzisti e i commenti offensivi dello stilista Stefano Gabbana, seguiti da scuse goffe e poco convincenti da parte sua e di Domenico Dolce, l’altro fondatore del marchio. In particolare, i video mostravano una ragazza cinese in abito da sera che cercava di mangiare tre tipici piatti italiani – pizza, spaghetti e un cannolo siciliano – con un paio di bacchette, tra molte difficoltà; in uno dei video, a un certo punto, una voce maschile fuori campo ironizzava sul cannolo chiedendo “è troppo grande per te?”. Dopo le polemiche che ne erano seguite, Gabbana aveva scritto in un messaggio privato su Instagram, poi reso pubblico, cose come «la Cina è un paese di merda» e «Cina Ignorante Mafia sporca puzzolente». Tra mille proteste venne cancellata una costosissima sfilata organizzata da D&G a Shanghai e i principali rivenditori online cinesi ritirarono i prodotti dell’azienda.

Il sito di moda Business of Fashion scriveche ancora oggi in Cina i rivenditori online, come TMall, JD.com e gli occidentali Net-a-Porter e Farfetch, non offrono articoli di Dolce & Gabbana. A dicembre su Weibo, il principale social network cinese, D&G è stata nominata il 97 per cento di volte in meno rispetto alla media dei quattro mesi precedenti mentre negli ultimi due anni e fino allo scorso novembre D&G era l’azienda di lusso più nominata su Weibo: secondo la società di ricerca Gartner L2 generava il 41 per cento di engagement nella categoria. Ancora adesso il profilo Instagram del marchio è pieno di commenti offensivi mentre le poche celebrità che ancora ne indossano gli abiti vengono insultate sui social. La scorsa settimana alcune foto su WeChat, un servizio simile a WhatsApp ma con molte più funzioni, mostravano i negozi di D&G a Shanghai e a Hong Kong con dentro soltanto i dipendenti, mentre lunedì le scuse pubblicate su Weibo dalla modella cinese protagonista del video sono state accolte da molti con durezza.

In Occidente invece Dolce & Gabbana non ha patito molte conseguenze: i suoi prodotti sono disponibili sui soliti rivenditori online in Europa e negli Stati Uniti, a Milano ha presentato la collezione uomo per il prossimo autunno-inverno e a Natale la prestigiosa vetrina della Rinascente a Milano era dedicata a Dolce e Gabbana, rappresentati da pupazzetti al lavoro in atelier.

È vero che contrariamente ad altre aziende del lusso D&G è meno radicata in Cina, ma le vendite non erano comunque indifferenti: nel 2018 il fatturato complessivo era stato di 1,29 miliardi di euro, di cui il 25 per cento, cioè 320 milioni, provenienti dall’area asiatica e in particolare dalla Cina, dove il marchio ha una sede a Shanghai e una a Pechino. Soprattutto si tratta di un mercato in espansione che D&G stava provando a sfruttare: ha 54 negozi nel paese, nell’ultimo anno ne aveva aperti altri in altre quattro città e la sfilata cancellata in seguito alle proteste voleva essere un sontuoso tributo alla Cina, con 500 abiti e sei mesi di organizzazione.

Secondo un rapporto del 2017 dell’agenzia McKinsey, la Cina spende ogni anno circa 72 miliardi di dollari nel lusso: copre il 30 per cento del settore a livello mondiale e, stando alle proiezioni più recenti, ne diventerà il principale mercato entro la fine dell’anno. Liz Flora, direttrice del settore Asia e Pacifico per Gartner L2, ha commentato che «in questo caso siamo in un territorio inesplorato. Nei tempi moderni non abbiamo mai visto un marchio di lusso fare un errore di questa grandezza nel mercato cinese». Secondo l’agenzia di consulenza londinese Brand Finance il guaio potrebbe costare a D&G fino al 20 per cento del suo valore, pari a 937 milioni di dollari.

Il danno è stato peggiorato anche dall’incapacità di gestirlo. Già nel 2017 D&G era stata criticata per una campagna pubblicitaria giudicata poco lusinghiera nel raffigurare gli abitanti comuni di Pechino ma reagì con prontezza: la pubblicità venne ritirata e sostituita da un’altra con celebrità cinesi. Questa volta le scuse sono arrivate dopo giorni, con un video quasi amatoriale considerato da alcuni un’ulteriore presa in giro: Gabbana e Dolce parlavano senza troppa convinzione, come se leggessero da un gobbo, si impappinavano e dicevano altre cose inappropriate (Gabbana diceva a un certo punto di voler chiedere scusa ai cinesi «che sono tanti»). Le celebrità cinesi, come il cantante Wang Junkai e l’attrice Dilraba Dilmurat, hanno rescisso i loro contratti pubblicitari, lasciando il marchio senza grossi testimonial. Dal 23 novembre l’azienda non ha pubblicato più nulla su Weibo e sembra non avere una strategia chiara per rimediare.

Non ha aiutato infine un rinnovato patriottismo cinese: l’impressionante crescita economica è andata di pari passo con un rinnovato orgoglio culturale. Fino a pochi anni fa le aziende straniere erano viste con una certa deferenza e un errore sarebbe stato perdonato più morbidamente; ora invece errori come quello dei tre video sono considerati una mancanza di rispetto per un paese che si sente di nuovo una grande potenza, desiderosa di essere riconosciuta tale.

Popolare Bari, il nuovo temuto caso Carige. Sarà una fusionne a salvarla?

Occhio all’inchiesta dell’Espresso sul caso Popolare di Bari e sugli intrecci tra politica e banche.

La via di salvezza per Popolare di Bari, altra banca anello debole del sistema finanziario italiano, è una fusione? E’ la domanda che si pongono da tempo in tanti, in un contesto tra l’altro in cui il tema del risiko bancario torna protagonista in Europa. (Occhio tra l’altro alle indiscrezioni che vedono protagonista la stessa UniCredit).

E mentre continuano a circolare rumor sui possibili cavalieri che potrebbero salvare le due banche quotate più al centro dei riflettori da inizio anno e non solo (Carige e MPS), due fonti interpellate da Reuters riportano che Popolare di Bari starebbe considerando l’opzione della fusione con altre banche del sud Italia.

Pronto ad aderire alla riforma delle banche popolari lanciata dal governo Renzi nel 2015, l’istituto starebbe puntando a diventare una società per azioni attraverso la creazione di una holding, che manterrebbe lo status mutualistico attuale e di una sub-holding che rappresenterebbe invece la vera società per azioni.

Una delle due fonti ha precisato a Reuters che la banca potrebbe procedere a uno spin off dei suoi crediti deteriorati, creando un veicolo separato, e trasferire i suoi asset in buone condizioni di salute nella sub-holding.

Popolare di Bari è osservata speciale di Bankitalia, sia per la mole di crediti andati a male che zavorrano il suo bilancio, che per la necessità -collegata- di rafforzare la propria solidità finanziaria.

Tuttavia, è stato lo stesso istituto ad ammettere di avere difficoltà a raccogliere mezzi freschi sul mercato.

Nelle ultime ore, è arrivata anche la notizia relativa alla decisione della Corte di Appello di Bari di confermare lo stop delle sanzioni imposte dalla Consob. Così si legge nella nota del tribunale:

“La Corte di Appello di Bari, con provvedimento del 22 gennaio 2019 ha confermato la sospensione delle sanzioni irrogate dalla Consob nei confronti della Banca Popolare di Bari e dei suoi esponenti aziendali”. “Il provvedimento, che conferma quello già adottato dal Presidente della Corte il 16 e il 26 ottobre 2018 ha ritenuto ‘non pretestuosi’ gli argomenti addotti dalla Banca. Il merito sarà discusso nel prossimo mese di marzo”.

Sono giorni sicuramente cruciali per la banca più grande del Mezzogiorno controllata dalla famiglia Jacobini, con il consiglio di amministrazione che sta valutando il piano presentato dal nuovo amministratore delegato Vincenzo De Bustis, tornato a prendere le redini di Popolare di Bari qualche settimana fa. (a tal proposito, sul caso il settimanale l’Espresso ha pubblicato una inchiesta).

L’obiettivo del piano è duplice: procedere a un rafforzamento patrimoniale e lanciare un nuovo piano industriale.

A tal proposito, secondo alcune indiscrezioni, la banca che è tornata a far parlare di sé anche come possibile prossimo caso bancario dopo Carige starebbe meditando l’emissione di nuove azioni per un valore fino a 300 milioni di euro, e il collocamento di debito subordinato fino a 200 milioni di euro. Un rafforzamento patrimoniale per un valore totale di 500 milioni di euro, dunque, stando alle fonti raccolte dal Messaggero una decina di giorni fa.

Un’altra fonte di Reuters ha riportato intanto nelle ultime ore che, nella giornata di oggi, il cda di Popolare di Bari si riunirà in via soltanto preliminare, in vista della decisione finale sul nuovo piano che dovrebbe essere presa il prossimo 30 gennaio.

Inchiesta Espresso su Pop Bari e sul caso De Bustis

Così L’Espresso sul caso Popolare di Bari e sugli intrecci tra politica e banche:

“Un mese fa, la Popolare di Bari, grande banca del Sud che naviga da tempo acque tempestose, ha richiamato in servizio il suo ex direttore generale, multato a settembre dalla Consob. Ci è scappata pure una promozione, mentre un giudice d’appello ha per il momento sospeso l’efficacia del primo verdetto. Vincenzo De Bustis, questa volta con i gradi da amministratore delegato, è così tornato al vertice dell’istituto pugliese che ad aprile del 2015 lo aveva congedato senza troppi complimenti, per altro gratificandolo con una buonuscita vicina al milione di euro. A richiamarlo in servizio è stato Marco Jacobini, patron della famiglia che da decenni tiene in pugno l’istituto pugliese. De Bustis, 68 anni è un banchiere di lungo corso e dalle sette vite. Il suo nome compare nelle cronache di due decenni fa spesso associato a quello dell’allora potentissimo Massimo D’Alema, suo amico personale. L’ascesa del manager era partita dalla Banca del Salento, da cui nel 2000 spiccò il volo verso il vertice del Monte dei Paschi, a lungo riserva di caccia del Pds -Ds-Pd. Una volta lasciata la poltronissima di Siena, dopo alterne vicende professionali l’ex pupillo di D’Alema è approdato nel 2011 alla corte degli Jacobini”.

L’Espresso fa notare con la sua inchiesta che “l’aspetto più paradossale della vicenda è che proprio De Bustis tra il 2013 e i 2015 gestì l’affare che, oltre a innescare l’indagine della Consob, ha provocato gran parte dei guai in cui ora si dibatte la Popolare pugliese. E cioè l’acquisizione della disastrata concorrente abruzzese Tercas. Dopo un primo stop ordinato dalla Commissione di Bruxelles, la complicata operazione è andata in porto con il pieno sostegno di Bankitalia ai primi del 2016 e ha avuto l’effetto di scaricare sul compratore una montagna di spazzatura finanziariarivelatasi molto difficile da smaltire”.

B.Carige: Bankitalia, entro 2 mesi piano ristrutturazione

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

“Entro due mesi dalla data di concessione della garanzia da parte del Ministero dell’economia e delle finanze, Banca Carige è tenuta a presentare un piano di ristrutturazione per confermare gli obiettivi di redditività e la capacità di raccolta a lungo termine senza ricorso al sostegno pubblico. Il piano è comunicato alla Commissione europea”. 

Lo ha detto Fabio Panetta, Vice Direttore Generale di Banca d’Italia durante l’audizione su Banca Carige alla Camera all’indomani del via libera del Mef alla garanzia statale su nuove emissioni di bond per 2 mld. “Il decreto legge disciplina le condizioni per accedere alla garanzia, la relativa remunerazione che Banca Carige dovrà corrispondere allo Stato italiano (determinata in base a criteri definiti nel decreto stesso in conformità con la Comunicazione della Commissione europea sugli aiuti di Stato nel settore bancario), le caratteristiche che le passività garantite devono avere nonché gli impegni che la banca sarà tenuta ad assumere a fronte del loro rilascio. La garanzia potrà essere concessa fino al 30 giugno prossimo”. 

Poi, in base al decreto su Banca Carige, “la richiesta di garanzia deve essere presentata da Banca Carige alla Banca d’Italia e al Mef. La Banca d’Italia è successivamente chiamata a comunicare al Mef una serie di elementi. In particolare: la congruità delle condizioni e dei volumi dell’intervento; l’importo dei fondi propri di Carige a fini di vigilanza; l’ammontare della garanzia richiesta; la misura della commissione dovuta; l’attestazione da parte della Banca centrale europea della condizione di solvibilità di Banca Carige”. 

Infine, la richiesta della banca va notificata alla Commissione europea, la cui approvazione – basata sulla compatibilità dell’intervento con la disciplina sugli aiuti di Stato – è necessaria ai fini della concessione della garanzia. “Questi passaggi sono stati completati e la Commissione ha rilasciato un parere positivo il 18 gennaio”, ha concluso Panetta. 

pev/liv 

 

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January 23, 2019 08:51 ET (13:51 GMT)

Truffa bancaria con i diamanti, fallisce IDB. Consumatori attivi: insinuazioni al passivo entro l’8 marzo

 Giovanni Coviello Vicenzapiu.com 23.1.19

Barbara Puschiasis di Consumatori attivi

Barbara Puschiasis di Consumatori

Dopo la nostra intervista all’avvocato Sergio Calvetti grazie anche alle informazioni ricevute dal consulente thienese Massimo Sandonà e in contemporanea con l’esplosione mediatica a livello nazionale della truffa bancaria sui diamanti, di cui ci eravamo occupati già il 25 gennaio 2018 ci arriva la nota, che di seguito pubblichiamo, di Consumatori attivi , da tempo nota ai nostri lettori anche per le sue battaglie per il Fondo Indennizzo Risparmiatoribanche.

Il “bidone” dei diamanti da investimento, Consumatori attivi: fallita Intermarket Diamond Business. Scade l’8.03.19 il termine per il deposito delle domande di ammissione al passivo

La truffa dei diamanti da investimento è stata purtroppo la rovina di molti. Solo in Friuli Venezia Giulia si parla di molte centinaia. Ricordiamo come l’Antitrust con due pronunce gemelle, confermate poi dal Tar del Lazio, sia giunta nel 2017 a sanzionare la IDB (Intermarket diamond business) e la DPI (Diamond private investment) nonché gli istituti di credito che si erano prestati alla vendita di tali diamanti (Unicredit, Intesa Sanpaolo, MPS, BPM) per pratiche commerciali scorrette.

In estrema sintesi le multe comminate ammontavano a 12,45 milioni di euro nei confronti delle predette banche e 3 milioni di euro nei confronti delle due società perché quello che veniva presentato come un bene rifugio dal valore costante nel tempo veniva venduto a prezzi stellari e fuori mercato, tacendo le reali caratteristiche del bene nonché le commissioni applicate, tanto poi da comprendere i risparmiatori dopo diversi anni come quelle pietre, i diamanti per l’appunto, valessero il più delle volte solo 1/3 del prezzo pagato.

Un vero e proprio “bidone” che ha mandato in fumo i risparmi di molti ignari cittadini i quali, sfiduciati dagli strumenti finanziari da investimento caratterizzati dalla volatilità, cercavano un bene rifugio sul quale depositare i propri soldi senza correre il rischio di trovarsi a perdere i propri denari in investimenti speculativi.

Ebbene nei primi giorni di questo freddo gennaio 2019 il Tribunale di Milano con la sentenza n. 40/19 dichiarava il fallimento della IDB, la società che vendeva i diamanti attraverso Banco BPM e MPS.

Consumatori Attivi ha definito diverse posizioni di risparmiatori che avevano investito anche diverse decine, se non centinaia di migliaia, di euro facendo loro riottenere tutto quanto all’epoca pagato per acquistare i diamanti.

Purtroppo però diverse persone, clienti di Banco BPM e che attraverso questa avevano acquistato i diamanti, si trovano ancora oggi a rivendicare le loro ragioni a causa di una banca sorda verso i diritti dei propri depositanti e che al massimo in via stragiudiziale era giunta a riconoscere tra il 20 e il 40% di quanto pagato per l’acquisto.

Con il fallimento della IDB cambia in parte lo scenario per chi vuole una risposta ai propri diritti lesi, e cioè, rivuole i suoi soldi. Infatti sarà sempre possibile agire nei confronti della Banca mentre invece dovrà essere proposta istanza di ammissione al passivo fallimentare entro il 08.03.19 per poter tentare di recuperare un giorno qualcosa dal fallimento IDB. Importante è evidenziare che chi ha in deposito presso la IDB i propri diamanti dovrà rivendicarne la proprietà sempre entro tale termine!

Ricordiamo il caso di Milena, nome di fantasia, caso seguito da Consumatori attivi, che aveva acquistato 6 diamanti per circa 66000,00 €. Lei, residente in un piccolo paesino della pedemontana friulana, giunta all’età di 65 anni abituata a risparmiare e a vivere di quello che la terra le offriva, veniva avvicinata dalla sua storica banca e da quel consulente che da sempre era stato il suo riferimento.

Le veniva rappresentato nel 2011 come fosse possibile riporre i propri risparmi nei diamanti da investimento, bene rifugio per eccellenza. D’altra parte un diamante è per sempre! Ed ecco che lei, abituata per educazione e per natura a fidarsi delle cose materiali e che si vedono, assolutamente ignara della materia bancaria e finanziaria, si determinava a seguire i consigli del suo fidato consulente bancario e acquistava i predetto diamanti, per altro mai consegnati a Lei ma tutt’ora nella detenzione di IDB.

Oggi scopre che in realtà quei diamanti sono carbone, non valgono nulla e hanno mandato in fumo anni di sacrifici e di duro lavoro nelle campagne.

Consumatori Attivi resta al fianco dei risparmiatori traditi al fine di aiutarli a presentare le domande di ammissione al fallimento per i danni subiti al fine di far riottenere tutto quanto perduto senza alcuno sconto a causa di pratiche commerciali scorrette poste in essere sia dalle banche che dalle società IDB e DPI.

Banca Privata Leasing: cartolarizzazione portafoglio crediti per 200 mln

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Banca Privata Leasing ha perfezionato nei giorni scorsi una cartolarizzazione derivante da un portafoglio crediti leasing, per un valore nominale complessivo fino a 200 milioni euro. 

Banca Privata Leasing, spiega una nota, opera come intermediario specializzato nel settore del leasing e della cessione del quinto dello stipendio. Sviluppa principalmente il suo giro d’affari nel Nord Italia, in particolare in Emilia Romagna ed in Lombardia. 

L’operazione, strutturata da Banca Imi (Investment Bank del Gruppo Intesa Sanpaolo), è stata perfezionata dalla società veicolo TRICOLORE 2019 SRL e prevede un periodo di accumulo di 18 mesi durante il quale Banca Privata Leasing avrà la facoltà di cedere alla società veicolo ulteriori crediti sino all’importo massimo di 200 milioni. 

La documentazione legale è stata curata dallo studio Allen & Overy. Lo studio Giliberti Triscornia e Associati ha assistito Banca Privata Leasing in tutte le fasi dell’operazione. Zenith Service Spa ricopre i ruoli di Back Up Servicer, Corporate Servicer; Calculation Agent e Representative of the Noteholders. I ruoli di Cash Manager, Paying Agent e Account Bank sono svolti da Deutsche Bank Spa. 

I titoli sono stati emessi in tre classi: una classe senior per un importo pari a 130 milioni, una classe mezzanine pari a 30 milioni e una classe junior per un importo pari a 42 milioni. I titoli della classe senior sono stati sottoscritti dalla piattaforma conduit del Gruppo Intesa Sanpaolo, mentre i titoli mezzanine e junior sono stati sottoscritti dall’originator. 

“L’operazione è la quarta del genere perfezionata dalla nostra Banca”, dichiara l’a.d. Paolo Caroli, “dopo le precedenti esperienze positive concluse nel 2002, nel 2005 e nel 2014 e rientra in una scelta di diversificazione delle fonti di finanziamento come previsto dal nostro piano strategico di impresa”. 

I crediti a garanzia dei titoli emessi derivano da contratti stipulati principalmente con piccole e medie imprese dell’Emilia Romagna e della Lombardia, il portafoglio presenta complessivamente un seasoning medio di 4,5 anni. 

com/lab 

 

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January 23, 2019 07:58 ET (12:58 GMT)

Banche: Tria; no crisi sistemica da Mps, Carige e Pop Bari (milanofinanza.it)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

di Francesca Gerosa – Milanofinanza.it 

Le situazioni di B.Carige, B.Mps e B.P.Bari sono molto diverse tra loro, ma nessuna di queste implica una crisi sistemica. E’ quanto ha assicurato quest’oggi il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, in un’intervista all’agenzia Reuters rilasciata a margine del World economic forum di Davos. 

“Nessuno di questi casi può implicare una crisi sistemica, noi stiamo intervenendo e monitorando per non avere impatto territoriale anche sull’economia e da questo punto di vista c’è l’interesse pubblico”, ha affermato Tria a proposito dei tre istituti considerati gli anelli deboli del sistema bancario italiano. 

In particolare, scrive milanofinanza.it, il governo sta monitorando la situazione della Banca Popolare di Bari, di cui oggi si riunisce il cda per analizzare anche il piano industriale, mentre per quanto riguarda Carige , messa in amministrazione straordinaria dalla Bce, l’esecutivo privilegia una soluzione di mercato, ma “è pronto evidentemente ad affrontare anche altre situazioni”, ha sottolineato Tria. 

Chiaro il riferimento al paracadute del governo che può assumere il controllo dell’istituto ligure, come lo stesso ceo di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, ha fatto presente oggi in un’intervista a Bloomberg, assicurando che Ca’ de Sass non ha subito “nessuna pressione per rilevare Banca Carige. Abbiamo una quota di mercato in Italia che supera il 25% e dunque non ci sono spazi per fare acquisizioni nel Paese”, ha spiegato Messina. 

Per quanto anche Ubi B., Unicredit e Banco Bpm si siano chiamati fuori da un intervento sulla banca genovese, alcuni gruppi potrebbero essere spinti a un’integrazione dalla presenza di un supporto pubblico che neutralizzi l’effetto sui coefficienti patrimoniali e favorisca la fase di riorganizzazione, soprattutto per quanto riguarda la riduzione del personale. 

Secondo Deutsche Bank, una mossa del genere sarebbe politicamente più cara per lo Stato rispetto alla ricapitalizzazione precauzionale e quindi allo stato attuale sembra avere poche probabilità di realizzazione ma, replicando lo schema utilizzato nel caso dell’intervento di Intesa Sanpaolo sulle banche venete, gli analisti della banca d’affari tedesca hanno simulato la separazione di Carige in “good bank”, con 11,6 miliardi di crediti performanti e 10,8 miliardi di asset ponderati per il rischio (Rwa), e “bad bank” e hanno stimato il contributo pubblico necessario per consentire all’acquirente di conservare i propri ratio patrimoniali. 

Nel caso di un intervento di Ubi B., il supporto è stimato in 1,28 miliardi di eurp, se si optasse per Unicredit in 1,32 miliardi, se fosse Banco Bpm a scendere in campo 1,43 miliardi. A questo si aggiungerebbe un sostegno per l’integrazione dell’information technology e le uscite del personale, stimato da Deutsche Bank tra il 20% e il 50% del totale, 150-300 milioni di euro. 

E a proposito del personale di Banca Carige, il segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni, oggi ha appoggiato la proposta della First Cisl, secondo la quale, per prevenire tensioni occupazioni in Carige, una possibile soluzione è l’intervento del Fondo per l’occupazione dei bancari (Foc), sfruttando in particolare 165 milioni di euro inutilizzati a causa delle mancate assunzioni da parte delle banche. 

“L’utilizzo del Fondo per l’occupazione dei bancari come strumento possibile per rilanciare Carige ed evitare perdite di posti di lavoro, proposto dal segretario generale della First Cisl, Riccardo Colombani, è un progetto politicamente positivo. È ovvio che nel concreto va approfondito sotto tutti i punti di vista, ma è chiaro che in linea di principio non abbiamo nulla in contrario”, ha dichiarato Lando Maria Sileoni. 

Quei fondi, ha osservato la Fabi, potrebbero essere destinati alla sottoscrizione di un bond per circa 80 milioni, integrando i 320 milioni sottoscritti a novembre dal Fondo di tutela dei depositi, anche per compensare il mancato aumento di capitale. L’idea è, di fatto, coinvolgere tutti i lavoratori della categoria in una “grande operazione di solidarietà” verso i colleghi di Carige che produrrebbe anche un’iniezione di fiducia verso la clientela. Si eviterebbe, tra l’altro, la ricapitalizzazione di Stato “che costringerebbe la banca a svendere i crediti deteriorati con conseguenze negative per l’occupazione e per i contribuenti”. 

“È giusto, quindi ,che l’utilizzo del Foc “sia valutato e analizzato senza alcun pregiudizio, anche perché la First Cisl fa una proposta nell’esclusivo interesse dei posti di lavoro e della stessa banca”, ha concluso Sileoni, d’accordo con Colombani quando sostiene che “l’operazione è messa a disposizione delle altre organizzazioni sindacali e dell’Abi, perché serve la condivisione di tutti per realizzarla e porterebbe benefici collettivi: non grava sui cittadini e salvaguarda l’occupazione e la comunità”. 

In questo contesto Deutsche Bank continua a puntare (rating buy) su Banco Bpm (target price a 3 euro), Unicredit (target price a 15 euro), Intesa Sanpaolo (target price a 2,9 euro) e Mediobanca (target price a 11 euro), mentre ha un rating hold su Mps (target price a 1,8 euro), Credem (target price a 5 euro) e Ubi Banca (target price a 2,8 euro). 

red 

 

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January 23, 2019 08:06 ET (13:06 GMT)

B.Mps: al via collocamento bond garantito a 5 anni (fonte)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Un consorzio di istituti di credito composto da Barclays, Bnp Paribas, Credit Suisse, Mps Capital Services, NatWest 

Markets e Unicredit sta collocando per conto di B.Mps un nuovo bond quinquennale garantito e denominato in euro, atteso di taglio benchmark. 

La scadenza dell’obbligazione è fissata per il 29 gennaio 2024, a fronte di un regolamento atteso per il prossimo 29 gennaio. 

La nuova carta, secondo quanto riferito a MF-Dowjones da una fonte a conoscenza dell’operazione, dà diritto a ricevere una cedola a cadenza annuale. Le prime indicazioni di prezzo sono nell’area intorno a 200 punti base sotto il Midswap. 

L’emissione dovrebbe essere valutata A1 da Moody’s, A + da 

Fitch e Aal da Dbrs. Il bond è riservato a investitori qualificati e 

professionali, con un taglio minimo di 100 mila euro. 

Lo strumento viene emesso nell’ambito di un programma di obbligazioni garantite da 20 miliardi di euro. 

cce 

claudia.cervini@mfdowjones.it 

 

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January 23, 2019 03:58 ET (08:58 GMT)

STARTUP: nato a Milano 1* FoodTech hub a livello globale

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Sono state presentate ieri a Milano le 7 startup internazionali, scelte tra più di 300 candidate, che seguiranno il percorso del FoodTech Accelerator coordinato da Officine Innovazione di Deloitte in collaborazione con Amadori, Cereal Docks e Gruppo Finiper. 

L’iniziativa, spiega una nota, è sostenuta anche da Innogest, Digital Magics, Italian Angels for Growth, Seeds&Chips e Federalimentare Giovani in qualità di supporting partner, ai quali si aggiunge, a partire dal mese di gennaio, Campari Group. 

Le 7 startup, provenienti da Italia, Israele e Stati Uniti, sono state selezionate tra oltre 300 candidate da 41 Paesi grazie a uno scouting attivo avvenuto durante un roadshow durato 4 mesi che ha toccato 12 nazioni e che ha individuato 7 trend emergenti del settore Food: healthy lifestyle, agritech, qualità e tracciabilità, circular economy, nuovi modelli di delivery, nuove proteine e superfood, e omnichannel. 

Le startup accedono a un programma di 15 settimane durante il quale hanno la possibilità di consolidare il proprio modello di business e si preparano ad affrontare investitori, mercato e i propri obiettivi di crescita affiancati da oltre 50 mentor specializzati su tematiche di innovazione – quali l’identificazione delle esigenze del mercato, la definizione di strategie di internazionalizzazione e di customer acquistion e la validazione della scalabilità della soluzione a livello industriale. 

Luogo fisico del programma di accelerazione è il nuovo “FoodTech Hub”, uno spazio ideato e creato per loro all’interno del Centro Commerciale “Piazza Portello” di Milano e messo a disposizione da Finiper. 

L’hub è un luogo vivo in cui ogni giorno le startup lavoreranno insieme ai partner dell’iniziativa con l’obiettivo di co-sviluppare i loro progetti. Inoltre, il FoodTech Hub diventa punto di incontro per la FoodTech community in Italia, ospitando un nutrito calendario di eventi, che coinvolge esperti del settore a livello nazionale e internazionale. 

Il percorso di accelerazione si concluderà con un DemoDay durante la quinta edizione di Seeds&Chips – The Global Food Innovation Summit, in programma a maggio a Milano. In quella sede le startup esporranno i propri progetti davanti a una platea di investitori ed esperti del mondo FoodTech. 

P er arrivare a questo traguardo, le 7 startup avranno accesso a un investimento iniziale in equity di 150.000 ? complessivi, e un supporto in termini di servizi e di consulenza pari a un controvalore pari a 350.000 ?. Inoltre, i partner del progetto hanno già confermato la volontà di effettuare ulteriori investimenti fino a 1 milione ?- al termine del programma di accelerazione. 

Queste le 7 startup selezionate per partecipare al programma: 

– ReOlì. Italiana, produce una crema a base di olio extravergine d’oliva da utilizzare al posto del burro o della margarina. Il prodotto è ottenuto attraverso un processo innovativo brevettato, che permette la solidificazione dell’olio. La startup ha l’obiettivo di espandersi sui mercati internazionali. 

– Wasteless. Israeliana, utilizza un algoritmo di intelligenza artificiale scalabile offrendo una soluzione di dynamic pricing per i supermercati, basata sulla data di scadenza dei prodotti grazie al monitoraggio real-time della merce venduta. L’obiettivo della startup è la creazione di un progetto-pilota in-store. 

– Planetarians. Statunitense e con l’ambizione di validare la tecnologia e studiare i processi di industrializzazione e di fattibilità, ha messo a punto il processo e la composizione di un nuovo prodotto innovativo. Si tratta di una farina ricca di proteine e poco costosa ricavata dai semi di girasole già utilizzati per la produzione. 

– Petzamore. Italiana, produce e vende cibi pronti human grade per cani, utilizzando materie prime di qualità e bilanciando ingredienti e proprietà nutritive grazie a un algoritmo proprietario. Ha l’obiettivo di rinforzare la propria strategia di brand e go-to-market. 

– Inspecto. Israeliana, ha sviluppato uno scanner portatile per l’analisi della contaminazione nella materia prima vegetale da parte di eventuali sostanze nocive. I dati scansionati sono archiviati sul cloud e protetti da un sistema strutturato su un protocollo blockchain. Inspecto mira a testare il loro prodotto sulle coltivazioni italiane. 

– FeatFood. Italiana, è un operatore integrato multichannel che produce, vende e distribuisce cibi salutari e bilanciati soprattutto per una dieta a sostegno di una vita sportiva. È attualmente venduta online ed è distribuita su canali dedicati (centri fitness). Lo scopo della startup è di individuare nuovi canali di distribuzione. 

Rise. Statunitense, produce una farina organica pensata per le preparazioni dell’industria dolciaria. Nutriente e poco costosa, questa farina viene prodotta riciclando le rimanenze di orzo dei birrifici. Con il programma di accelerazione, Rise vuole testare il proprio prodotto sul mercato europeo e rafforzare ulteriormente il modello di business. 

com/fus 

marco.fusi@mfdowjones.it 

 

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January 23, 2019 02:24 ET (07:24 GMT)

La recessione mondiale che non c’è

Le ultime stime dell’Fmi certificano un rallentamento dell’espansione. Che succederà ora? Certo, il quadro potrebbe peggiorare. Ma ci sono anche segnali che inducono all’ottimismo. Tanto più che le banche centrali continuano a vigilare sulla situazione.

Il mondo rallenta ma non si ferma

Meglio dirlo chiaro e tondo: il mondo non sta sprofondando in una recessione stile post-Lehman. Lo spiega bene il Fondo monetario internazionale nell’aggiornamento delle sue stime del World Economic Outlook, fresco di diffusione. Nel riassunto del rapporto si menziona infatti solo un “indebolimento dell’espansione”: la traduzione del fatto che nel 2019 il Pil del mondo – al netto dell’inflazione – crescerà del 3,5 per cento e non del 3,7 per cento come previsto tre mesi fa. Una limatina dello 0,2 per cento, sostanzialmente derivante da minor crescita in Europa (soprattutto per Germania e Italia) e in Asia, dove la crescita della Cina – il cui Pil nel 2017 contava per il 15 per cento del Pil del mondo in dollari – è data al 6,2 per cento invece del precedente 6,6 per cento.

La crescita va peggio del previsto soprattutto in Europa 

Il Fondo monetario spiega anche il perché dell’indebolimento. Sempre nel suo rapporto di gennaio si legge infatti che l’inizio della guerra tariffaria tra Usa e resto del mondo (ma soprattutto tra Usa e Cina) iniziata dal presidente Trump ha già pesato sulla crescita, ma gli effetti negativi del conflitto erano già stati contabilizzati nella riduzione della crescita stimata per il 2019 (essenzialmente per l’economia americana) nel World Economic Outlook di tre mesi fa. L’ulteriore revisione al ribasso delle stime attuali nasce dunque altrove, in Europa e in alcuni mercati emergenti.

Tabella 1 – La crescita del Pil secondo il World economic outlook(variazioni %)

Per l’Europa i paesi che rallentano di più sono due: Germania e Italia. Il peggioramento della crescita tedesca – ora ridotta all’1,3 per cento, con un netto ridimensionamento rispetto all’1,9 per cento di tre mesi fa – è attribuito dagli economisti del Fondo all’introduzione di nuovi standard per l’emissione di gas inquinanti per le automobili che obbligano i produttori tedeschi a una conversione produttiva difficile anche per una macchina – è il caso di dirlo – ben rodata quale quella del settore automotive tedesco. Per l’Italia i problemi visti da Washington – una crescita 2019 prevista allo 0,6 per cento, circa la metà di quanto previsto dal governo italiano –  nascono altrove, dato che nel rapporto si parla esplicitamente di “preoccupazioni relative a rischi finanziari e relativi al debito pubblico”. Come dire che la strategia scelta dal governo italiano di andare a un iniziale aspro confronto con l’Europa sulla legge di bilancio per il 2019 sembrano aver lasciato tracce nei dati macroeconomici ancora prima dell’approvazione di una versione annacquata del disegno di legge presentato ai primi di settembre. Come si è visto nel drammatico peggioramento degli indici di fiducia delle imprese e nelle opinioni dei manager responsabili degli acquisti del secondo semestre 2018, il mero annuncio di politiche economiche inadeguate può avere effetti molto reali sull’economia anche prima della loro approvazione. Quindi i segni meno osservati nel secondo semestre 2018 non sono stati una gran sorpresa per chi fosse disposto a leggere i dati che si sono resi via via disponibili.

Potrebbe andare anche peggio di così ….

Nel suo rapporto il Fondo monetario prova anche a sollevare la domanda più importante: e ora che succede? La risposta è che il rischio che le cose vadano peggio di quanto indicato nelle stime di inizio anno è concreto. A pesare sui dati dei prossimi mesi c’è l’incognita di una Brexit al buio, cioè senza accordo, per ora prudentemente non contabilizzata nelle stime dell’istituto di Washington. E c’è anche il rischio di un ulteriore avvitamento della guerra dei dazi tra America e Cina che si ramificherebbe in giro per il mondo contribuendo a pregiudicare la convenienza delle catene globali di creazione del valore delle multinazionali. Insomma: malgrado gli appelli delle istituzioni multilaterali (del Fondo, ma non solo), Usa e Cina potrebbero non risolvere le loro controversie commerciali, l’Europa potrebbe ripiegarsi verso la protezione del (non più) esistente sotto le spinte dell’euroscetticismo e il Regno Unito potrebbe decidere davvero di andarsene dall’Europa, allargando di molto la Manica. Non è uno scenario impossibile. E sarebbe drammatico.

… Ma ci sono le banche centrali

Eppure, nascosto nelle pieghe delle stime del Fondo si possono trovare elementi che potrebbero indurre a maggiore ottimismo. Il rallentamento tedesco potrebbe essere solo temporaneo. E il governo italiano – nella versione della legge di bilancio approvata in fretta e furia dal Parlamento a fine anno – è addivenuto a più miti consigli. In ogni caso, il rallentamento dell’economia mondiale – in particolare se più pronunciato di quanto visto fino a questo momento – è monitorato con grande attenzione dalle banche centrali. E così rimane che, di fronte all’incapacità della politica di risolvere i problemi (ammettiamolo: complessi), le banche centrali hanno pur sempre l’opzione di schiacciare il freno sul processo di normalizzazione delle politiche monetarie annunciato e intrapreso da qualche tempo. La Federal Reserve potrebbe rallentare il passo nell’aumento dei tassi rispetto a quanto riportato nelle tabelle del Fondo monetario. E anche la Banca centrale europea potrebbe riconsiderare la scelta di portare a conclusione il suo piano di acquisto di titoli iniziato nel marzo 2015. Non sarebbe la soluzione del problema, ma almeno una sua attenuazione e un rinvio a domani. Di sicuro, a giudicare dal ritorno dell’ottimismo sui mercati di inizio anno, le borse e gli investitori hanno già cominciato ad aggrapparsi agli scenari di speranza.

Edizione: Benetton al bivio, Ipo o nuovo socio (Sole 24 Ore)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

A distanza di tre mesi dalla scomparsa di Gilberto Benetton e in vista di scadenze importanti, Edizione si trova a un bivio sia sul piano industriale sia sul fronte della governance. Dal punto di vista strategico, per la holding è centrale scegliere se proseguire il percorso di sviluppo in “solitaria” oppure se optare per un modello diverso che ricalchi la struttura di Exor, dunque con la quotazione in Borsa, o quella della holding di casa Gavio che ha aperto il capitale a un socio finanziario forte come il fondo di private equity Ardian. 

Lo scrive il “Sole 24 Ore” precisando che la priorità oggi, però, resta l’assetto di comando. Un tassello che, una volta sistemato, a cascata definirà anche la strategia futura della finanziaria di Ponzano Veneto. A marzo scadranno i consigli di amministrazione di Edizione e di tutte le controllate. Sarà un test chiave per la famiglia e più in generale per capire in che direzione la dinastia vorrà muoversi. Il valore delle partecipazioni supera i 10 mld. 

gug 

 

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January 23, 2019 02:06 ET (07:06 GMT)

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Aquisgrana, due piccoli avvoltoi sul cadavere dell’Europa

libreidee.org 23.1.19

Il Trattato franco-tedesco di Aquisgrana, antica capitale del Sacro Romano Impero (la città-simbolo dove si assegna il Premio Carlo Magno) formalizza quell’idea di Europa «che finora aveva avuto cittadinanza solo a livello finanziario». E gli altri paesi? O vassalli, o colonie da tenere in riga, meglio se più povere di prima. Fantasie? No, basta leggere il testo predisposto da Emmanuel Macron e Angela Merkel, ultra-sovranisti alla bisogna. Secondo Alessandro Mangia, costituzionalista dell’Università Cattolica di Milano, il nuovo trattato «accelera il processo di disgregazione dell’Unione Europea». Fino al 2016, aggiunge, il Regno Unito è stato «il solo contraltare alla coppia franco-tedesca a livello politico e di occupazione degli spazi burocratici». Usciti di scena gli inglesi, «che assieme a Italia, Spagna ed altri paesi potevano fare da contrappeso», gli equilibri di potenza in Europa sono saltati. E l’Europa si è improvvisamente contratta. Intervistato da Federico Ferraù per il “Sussidiario”, il professor Mangia insiste: «Senza Gran Bretagna, l’Unione non ha capacità di proiezione esterna. E il suo spazio di manovra sullo scenario mondiale, che nemmeno prima era granché, si è ulteriormente ristretto». Il nuovo patto «è una manovra classica da arrocco: la mossa difensiva di due potenze diverse, ma entrambe in grande difficoltà fuori dallo scenario europeo», a cominciare dagli Stati Uniti.

Di fronte alle pressioni americane (e alle minacce di disimpegno degli Usa dalla Nato, a meno che i paesi europei non incrementino l’acquisto di forniture militari americane nei prossimi anni), Francia e Germania se ne escono con questo Merkel e Macrontrattato che, almeno sulla carta, «disegna una struttura di tipo quasi confederale, imperniata su organi e meccanismi stabili di collaborazione in tema di difesa, sicurezza interna, operazioni militari all’estero, industria militare, posti in Consiglio di Sicurezza Onu e concertazione sulle politiche europee». Secondo Alessandro Mangia siamo di fronte a una struttura polifunzionale, «destinata a operare come patto di controllo all’interno dell’Unione in attesa che Trump se ne vada». Oppure, se lo sfaldamento dell’Ueaccelera dopo le elezioni europee, Francia e Germania hanno già messo in cantiere questo possibile Piano-B: un disegno «che riduca tutto a Germania, con baltici e Olanda al seguito, e Francia, con esercito, nucleare e colonie della zona franco Cfa», tuttora sottoposte a un severo regime di sfruttamento colonialistico. E ora? L’Unione Europea«diventa qualcosa di obsoleto o, nel migliore dei casi, una struttura destinata ad essere funzionale, in chiave subordinata, ad un asse politico che ha pretese di egemonia continentale».

Qui si va molto al di là di una classica cooperazione rafforzata, sottolinea il professor Mangia: si tocca la sfera militare, e dunque politica per eccellenza. «La verità è che a fomentare squilibri e conflitti all’interno dei paesi dell’Unione è stata la politica mercantilista tedesca, che non si è limitata ad operare all’interno del continente, ma ha cominciato a infastidire gli stessi Usa. Se si pensa che la sola Germania ha un surplus sull’estero superiore a quello cinese – osserva Mangia – si capisce perché la proposta di Trump di livellare le spese militari al 2% dei paesi aderenti non fosse poi tanto peregrina, almeno dal suo punto di vista». Al di fuori di armi e tecnologia militare, aggiunge Mangia, non è che gli Usa abbiano ormai molto da esportare in Europa. «E infatti questo trattato è un “no” chiaro e tondo alle richieste americane: e si propone, non so con quale efficacia, di sviluppare un’industria militare e una forza di intervento esclusivamente franco-tedesca, che possa prendere il posto del fornitore americano». Scenario realistico? Manca esprime forti dubbi: «Il mercato mondiale delle armi è soprattutto in mano Merkel e Trumpad americani e russi, che ne hanno fatto un volano economico. Andarlo a sfidare senza avere la capacità economica – e la volontà di spesa – di Usa e Russia è a dir poco velleitario. Eppure, il segnale che si vuole lanciare è esattamente questo».

Quanto al testo del trattato, il livello di cooperazione (sulla carta) è molto stretto. Si parla di un Consiglio franco-tedesco di difesa e sicurezza comune, di un Consiglio dei ministri franco-tedesco, di partecipazione su base regolare di membri del governo francese o tedesco ai Consigli dei ministri dell’altro Stato. Ma ci sono anche dei passaggi meno generici, avverte Manca: nell’articolo 6 si parla di “unità comuni per operazioni di stabilizzazione in paesi terzi”. E si prevedono interventi tanto in Europae in Africa: e cioè nelle zone del franco Cfa. «E’ chiaro che, se queste non restassero solo parole, ci si troverebbe di fronte ad un fatto politico piuttosto rilevante». Tradotto: «Se ci si ferma a riflettere su cosa si intende per “sicurezza interna” si finisce per leggere “ordine pubblico”. E si capisce che qui si va oltre il Trattato di Velsen del 2004 che istituisce Eurogendfor come piattaforma di Gendarmeria Europea. Potenzialmente la base giuridica per interventi diretti delle rispettive polizie oltre confine qui ci sarebbe. Non so se rendo l’idea».

Nella sostanza, sottolinea Manca, il trattato si prefigge di formalizzare quell’idea di “Europa core” che finora aveva avuto cittadinanza solo a livello finanziario. «Sullo sfondo c’è l’idea di passare dalla sfera economico-commerciale alla sfera militare, e cioè politica per definizione». Non è casuale, infatti, che sia stata scelta Aquisgrana come sede per la firma: il luogo-simbolo del Sacro Romano Impero. «Appunto. Nella cattedrale è sepolto Carlo Magno che aveva unificato Franchi e Germani; è la città dove viene attribuito quel Premio Carlo Magno che, negli ambienti europeisti, ha un fortissimo valore simbolico. Quando si passa a curare i simboli – aggiunge il professore – ci si muove in una dimensione apertamente politica. Ricordate le piramidi o le stelle a cinque punte di Macron? Siamo sempre lì». E partendo da Aquisgrana dove si può arrivare? La Merkel, «quasi dimissionaria in patria», ha delle mire precise sulla prossima Commissione Europea. Dall’altra parte c’è Macron, «che è Gilet Gialliriuscito nella non facile impresa di battere i livelli di impopolarità di Hollande», e che da dieci settimane si trova la città messe a ferro e a fuoco, nel weekend, dai Gilet Gialli. La sua unica strategia? «Lanciare le consultazioni con i sindaci e aspettare che i rivoltosi si stufino, nel più puro stile d’Ancien Régime».

Merkel e Macron, per Alessandro Manca, «sono due figure deboli in patria, deboli sullo scenario mondiale, che riescono ad imporsi solo nei confronti degli altri paesi dell’Unione». Sul breve periodo, hanno ogni convenienza a sostenersi a vicenda. Ma il professore insiste ancora sul profilo militare: in Germania, oltre che sulle infrastrutture, si è giocato al risparmio anche sulle spese militari per la Bundeswehr, che soffre di sottofinanziamenti cronici. Ma dall’estate scorsa, «dopo lo scontro con Trump, si è iniziato a parlare, sulla stampa tedesca, dell’opportunità di divenire una potenza nucleare, in barba ai trattati di non proliferazione del dopoguerra». E qui, il partner ideale è la Francia. «Sì, perché la Germania è una potenza economica, ma un nano militare». La Francia ha un’industria militare di qualche rilievo, storicamente sovralimentata dallo Stato, e dispone di capacità e tecnologia nucleare sia civile che militare. «Ha qualcosa da vendere, insomma, che i tedeschi non hanno e non possono avere a breve. In cambio – aggiunge Portaelicotteri francese classe MistralManca – la Francia può ricevere accoglienza al vertice politico dell’Unione come “regina consorte” e vantare un rapporto privilegiato con il paese con il più grande surplus commerciale al mondo. Sembra uno scambio utile ad entrambi».

Quanto all’impegno della Francia a favorire il riconoscimento della Germania come membro permanente del Consiglio di Sicurezza Onu, Alessandro Manca sorride: ve le immaginate le risate, al Dipartimento di Stato e al Foreign Office inglese, il giorno che la Francia proverà a tener fede a questo impegno preso con i tedeschi, «con quello che stanno facendo passare al governo britannico sulla Brexit?». Per non parlare di Russia e Cina, «che “non aspettano altro” di avere la Germania seduta a quel tavolo a metter bocca sulle questioni internazionali». Come dire: uno scenario solo virtuale, del tutto irrealistico. Poi però ci siamo noi, l’Italia, insieme agli altri paesi esclusi dall’accordo: che conseguenze avrà, sulla nostra pelle, questo evidente progetto di dominio? «Questa è la nota più dolente, almeno a breve». Un asse franco-tedesco «che costituisca una struttura intrecciata anche militarmente ha poco rilievo fuori dal continente, ma ha molto rilievo al suo interno, soprattutto per il competitor naturale di Francia e Germania, che è poi l’Italia». Siamo «l’unico paese che, nonostante tutto, ha ancora una manifattura e un’industria militare capace di confrontarsi con Francia e Germania». L’Ue ha sgretolato le antiche alleanze. La prima vittima del Trattato di Aquisgrana, secondo Manca, sarà proprio l’industria militare italiana, «che è diretta concorrente dell’industria francese».

SPY FINANZA/ Qualcuno vuole l’Italia epicentro della crisi

Qualcuno vuole l’Italia epicentro della crisi, dentro e fuori l’Europa. Solo Matteo Salvini può evitare il peggio staccando la spina al Governo

23.01.2019 – Mauro Bottarelli il sussidiario.net

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Giuseppe Conte e Matteo Salvini (LaPresse)

Una cosa è nota, visto che la tiepidezza di giudizio non mi appartiene come dote: non mi piace questo Governo. Anzi, ritengo che stia compiendo una serie di errori sesquipedali in tema di politica economica, oltretutto in un momento di enorme delicatezza a livello globale. Altresì, sapete quale sia la mia convinzione: proprio per questo, è stato mandato al potere, altrimenti avremmo Carlo Cottarelli con il suo bello zainetto in spalla a palazzo Chigi. Serve l’incidente controllato, quindi occorre mettere un neo-patentato, quasi cieco e affetto da labirintite, alla guida. E, in effetti, candidati migliori a quel ruolo della circo Barnum rappresentato dalla pattuglia parlamentare dei 5 Stelle in giro non ce ne sono proprio. Nemmeno improvvisandosi Diogene e cercandoli con il lanternino. 

Sono perfetti, aprono bocca – qualsiasi sia l’argomento, dal maltempo alla fusione nucleare alle infrastrutture – e magicamente ogni cattivo pensiero sulla Prima e anche la Seconda Repubblica sparisce, inondando corpo e mente del rassicurante torpore della nostalgia. Ho sempre guardato a gente come De Mita o Cirino Pomicino come al male assoluto, ora li guardo con la tenerezza con cui si guarda al proprio nonno materno. Ma, ripeto, è tutto pianificato. Anche gli incidenti gratuiti e le idiozie da blog complottista della polemica sul franco Cfa, di fatto una mera questione tecnica di bilanciamento su base volontaria di riserve fra Banche centrali, cui quella francese offre la garanzia sui tassi di cambio con l’euro e, per questo servizio, viene addirittura pagata. Dove sarebbe lo scandalo? Pensate che i soldi che Parigi ottiene da quegli Stati siano in grado di tenere in piedi il baraccone pubblico dell’economia francese, Paese dove la spesa pubblica si ciuccia mediamente il 65% del Pil? E sapete perché se lo ciuccia? Perché opera politiche di welfare e assistenza come quelle che i 5 Stelle vogliono, cialtronescamente, introdurre anche in Italia!

Siete troppo intelligenti per cascare a queste panzane, ottime per i Di Battista di turno, ma non per gente con un minimo di intelligenza cui far ricorso. E poi, scusate: ma se la Francia fosse così ricca grazie all’Africa che ne mantiene in attivo artificiale e coloniale la bilancia dei pagamenti e i conti pubblici, perché avrebbero i gilet gialli in piazza da dieci sabati di fila (escluso quello di Natale, ça va sans dire, anche i rivoluzionari tengono famiglia)? E se questo sistema fosse così ingiusto, visto il suo carattere di adesione volontaria, perché gli Stati africani continuerebbero ad accettarlo, invece di abbandonarlo in massa per ritrovare la loro agognata e salvifica sovranità monetaria? Ma soprattutto, pensate che tolto l’argine del franco Cfa, i Paesi africani non cercherebbero comunque di cautelarsi dalle fluttuazioni delle loro monete nei confronti dell’euro? Preferite quindi che lo faccia una Banca centrale come la Banque de France, ultra-controllata e controllabile perché pubblica e sotto disciplina Bce o magari la Goldman Sachs di turno, attraverso un bel contratto swap come quello offerto – e pagato profumatamente – al governo greco post-Olimpiadi, il vero vaso di Pandora che, una volta scoperchiato, ha dato vita al caos che conosciamo, austerity compresa? 

Per favore, le stupidaggini buoniste sul neo-colonialismo e i buoni sentimenti verso l’Africa depredata lasciateli ad altri, voi siate seri. Perché il mito del buon selvaggio ha rotto l’anima e fatto più danni della grandine: a quei governi va benissimo che le cose vadano così, come sono felicissimi che la Cina stia colonizzando l’intero continente a colpi di miliardi di dollari e che gli Usa stiano aprendo basi militari ovunque, con la scusa sempreverde della lotta al terrorismo e al fondamentalismo. Come mai di quello non ci si indigna? Forse perché, come ci hanno detto gli stessi protagonisti, ovvero il primo ministro Conte e il ministro Tria, a Usa e Cina si vorrebbero far comprare un po’ di Btp durante l’anno appena iniziato? È questa la base dell’indignazione contro la Francia, il servizio del nostro debito pubblico e l’interesse particolare? 

Sapete dei 143 miliardi di dollari stanziati in investimenti in Africa dal governo di Pechino dal 2010 a oggi quanti ne vanno a istruzione, salute e alimentazione, direi le priorità per quella gente? L’1,6%, dati di una ricerca al riguardo dell’African Initiative della John Hopkins e di Credit Suisse, verificabili facilmente sul web. Non fa più schifo questo che il franco Cfa e la commissione che i governi africani pagano alla Banque de France per il suo ruolo quasi da clearing house? A me sì. E tanto. Ma si sa, io ho il difetto di non essere ipocrita. E infatti, al netto di un Governo che avverso come il caldo agostano a Milano, dico che sulla questione migranti non ha ragione: ne ha mille. Solo uno stupido o uno in malafede può non accorgersi del timing perfetto con cui sono ripresi gli sbarchi e della strana contemporaneità di queste emergenze con la presenza di navi Ong nel Mediterraneo: basta signori, farsi prendere per i fondelli dai libici – notoriamente popolo diviso in tribù e clan, quindi affidabile come una bomba a mano senza spoletta – e oltretutto pagarli profumatamente per esserlo, mi pare troppo. Con buona pace di Marco Minniti. 

Ecco un argomento su cui varrebbe la pena andare allo scontro con Parigi, la politica in Libia. E non da oggi, dai tempi dei raid criminali di Nicolas Sarkozy contro Muhammar Gheddafi, applauditi a scena aperta dalla sinistra italiana che oggi si strappa le vesti per i migranti alla deriva. Su questo si deve chiedere conto – e in tutti gli ambiti ufficiali possibili – alla Francia, non per un’idiozia come il franco Cfa, di fatto poco più che una commissione bancaria, in prospettiva come i 2 euro per prelevare in una banca non vostra o per fare un bonifico. Siamo seri, signori. Perché il mondo sta andando un’altra volta a zampe all’aria e se i 5 Stelle sono stati messi al governo per rendere ancora più rumorosa la nostra caduta, al fine da renderci il perfetto capro espiatorio e la prossima nazione-outlet da spolpare, non è detto che la maggioranza degli italiani che non li ha votati – se la matematica non è diventata un’opinione – debba per forza seguirli nel loro suicidio assistito per conto della Casaleggio Associati. 

Guardate questi grafici, il primo dei quali è stato pubblicato nel silenzio più assoluto di tutti i grandi media dal Financial Timesvenerdì scorso: l’indice di incertezza politica globale tracciato da Deutsche Bank ha appena toccato il suo massimo record. Mai come oggi, il mondo è politicamente fuori controllo. Come direbbe Mao, riferimento inconfessabile del peggior capitalismo, molta la confusione sotto il cielo, quindi la situazione è eccellente. 

E il secondo grafico compara questo trend con quello dell’incertezza del mercato azionario, attraverso il proxy del Vix, l’indice di volatilità (in questo caso, implicito). Come vedete, già oggi la linea di andamento verde è in rialzo, nonostante il rally post-natalizio di cui vi ho parlato nel mio articolo di ieri. Ma, altrettanto, vedete che se si dovesse arrivare a una correlazione diretta, da mercato sano che segue i fondamentali macro, ci sarebbe spazio per una crescita ben ulteriore di tensione sui mercati. 

Ecco come l’analista di DB che ha seguito il report, Torsten Slok, ha sintetizzato questa dinamica: «Questo ambiente generale di maggiore incertezza significa che davanti a noi dobbiamo attenderci un atteggiamento più da “colombe” da parte delle Banche centrali a livello globale». Et voilà, si svelano gli alterini. È tutto un incidente controllato, dal Brexit all’elezione di Trump fino alla guerra commerciale Usa-Cina. Il mondo è talmente tossicodipendente da denaro a costo zero che se glielo togli o ti limiti al metadone del reinvestimento, come fatto finora dalla Fed o come farà la Bce (a proposito, come mai a vostro modo di vedere lo spread non si è più mosso? Ma non era finito il Qe?), comincia a contorcersi in crisi di astinenza stile crolli azionari di ottobre e dicembre. 

Ricordate cosa vi dissi il giorno dopo il mea culpa di Jean-Claude Juncker sull’austerità in Grecia, riproponendo le parole del senatore Mario Monti? Attenzione al suo riferimento al Fmi come artefice principale di quell’accanimento contro Atene. Certo, in parte voleva pararsi politicamente le terga, visto che a fine maggio si vota per le europee, ma un fondo di verità, molto serio, esiste. E guarda caso, Christine Lagarde, capo del Fmi, nel giorno di apertura del Forum di Davos ha inserito l’Italia nientemeno che nella lista degli agenti destabilizzanti globali, insieme al rischio di hard Brexit e alla guerra commerciale fra Washington e Pechino. Tu guarda che coincidenza! 

Jean-Claude Juncker sa come stanno per andare a finire le cose, non a caso la disputa sulla nostra manovra economica è terminata, dopo molto mostrare i denti e flettere i muscoli come bulli al bar, sostanzialmente con un compromesso da tarallucci e vino. Qualcuno vuole l’Italia epicentro della crisi, dentro e fuori l’Europa. Perché signori, non pensiate che Usa e Cina non abbiano in seno all’Unione e ai Paesi che ne sono membri delle quinte colonne prezzolate che ne fanno gli interessi economici, politici e finanziari. E mentre Israele si prepara a garantire il moltiplicatore bellico del Pil globale come extrema ratio, in caso qualcosa andasse fuori controllo rispetto ai piani, scaldando i motori del conflitto finale con l’Iran, ecco che di colpo reddito di cittadinanza e quota 100 diventano, per il Fmi, pericolosamente e potenzialmente destabilizzanti quanto tariffe e dazi globali per centinaia di miliardi di dollari o addirittura l’hard Brexit, in vista del quale in Gran Bretagna ammassano alimenti in scatola e medicine, come se stesse per scoppiare la guerra. Credibili quanto la polemica sul franco Cfa. 

Stanno per fregarci, signori. E in maniera molto pesante: peggio del 2008, direi un qualcosa di molto simile e forse peggiore del biennio horribilis 1992-1993. Matteo Salvini vuole dimostrare di essere politico di razza, nuovo e credibile leader del centrodestra e, soprattutto, in buonafede quando parla di interesse dell’Italia come unico riferimento del suo agire? Bene, mandi all’aria il piano di lorsignori: faccia cadere il Governo adesso, prima delle europee. Subito. Tanto elettoralmente è in una botte di ferro e il suo elettorato storico sopporta sempre meno l’assistenzialismo cialtrone dei 5 Stelle: faccia saltare il banco, adesso. E si renderà magicamente conto di quanto il nemico vero e giurato dell’Italia gli fosse più vicino di quanto pensasse. Altrimenti, si prepari anche lui a pagare un prezzo. Politicamente alto. Molto alto. 

CARIGE/ Clienti, Npl e Ue: gli snodi fondamentali per il futuro della banca

La situazione di Carige non è delle più facili. Le soluzioni, poi, dovranno anche superare il non semplice vaglio dell’Europa

23.01.2019 – Fabio Accinelli il sussidiario.net

Lapresse

La secca dove si è arenata la “barca Carige” è stata quella della concessione di prestiti facili poi non restituiti. Oggi la banca deve fare una grande pulizia di sofferenze eliminandone almeno altre per 850 milioni netti e quindi cercare 200 milioni di capitale fresco da sommarsi al prestito da 320 milioni concesso a suo tempo da altre banche che andrà, per forza, rinegoziato visto che il tasso debitore è schizzato a un improbabile 16%, gravando così i costi di ulteriori 52 milioni di interessi lordi all’anno. Ci potrebbe essere l’idea auspicata da molti della nazionalizzazione, ma questa azione brucerebbe quasi due terzi dei capitali privati.

A questo punto, facendo un calcolo economico di tutti i pacchetti di crediti deteriorati ceduti  nell’ultimo trimestre del 2018 (366 milioni lordi di “unlikely to pay” – incagli e crediti ristrutturati), il Texas ratio di Carige è stimato al 101,6%, valore di poco al di sopra del livello definito “di guardia”. Non bisogna poi dimenticarsi che dal 2015 a settembre 2018 Carige ha accumulato  perdite per 996,6 milioni di euro, peraltro i depositi dovrebbero pareggiare gli impieghi per mantenere la banca in equilibrio e tenere sotto controllo il rischio reale che non ci sia abbastanza liquidità per soddisfare improvvise richieste di restituzione del capitale. A tal proposito, il “loan to deposit ratio”, ovvero il rapporto tra crediti verso clienti e i depositi, a fine settembre risultava essere più del 123% e questo ancor prima che saltasse il fondamentale aumento di capitale.

Oggi il salvataggio di Carige è, in ordine di tempo, l’ultimo di una serie di dissesti bancari che ha colpito il nostro Paese, anche se il “monte crediti” in sofferenza non si è ancora esaurito. Anche a causa delle precedenti gestioni quanto meno “disinvolte” Carige è stata commissariata dalla Bce il 2 gennaio. Il decreto del Governo che ha assicurato a Carige  una garanzia pubblica di 3 miliardi sulle nuove obbligazioni e 1,3 miliardi per un’eventuale ricapitalizzazione è del tutto simile a quello che nel dicembre 2016 venne approvato per salvare Monte Paschi di Siena con 5 miliardi di soldi pubblici, oppure impegnando 4,8 miliardi per l’acquisizione, a condizioni molto ma molto vantaggiose, da parte di Intesa Sanpaolo delle Banche Venete.

È quanto meno scioccante vedere che il gruppo bancario ligure nel 2007 valeva 6 miliardi di euro e oggi, prima della sospensione in borsa, il suo valore si è disintegrato fissandosi a 80 milioni di euro! Il tema preminente per Carige in questa sua fase storica così complicata non può essere rapportato semplicemente al capitale, ma deve fondarsi sul suo grado di liquidità, valore creato dal fondamentale rapporto con i clienti. Solo così potrebbero avere successo le nuove emissioni di bond peraltro anche garantite dallo Stato. A ciò si affianca l’altra faccia della crisi della banca, dove le sofferenze vedono la vendita dei crediti difficili che la Bce ha indicato come obbiettivo primario entro e non oltre il 2026.

In questo contesto un ruolo determinante sarà ricoperto dalla Sga (società per la gestione degli attivi) creata nel 1997 per gestire il salvataggio del Banco di Napoli, a oggi divenuta una società controllata al 100% dal Tesoro. Tutto però dovrà passare sotto gli occhi dell’Ue, dove il piano tecnico di ristrutturazione si sovrappone al piano politico in cui lo scontro politico tra Roma e Bruxelles è sempre molto difficile. 

Odiano il popolo e non vedono che l’Italia non li regge più

libreidee.org 23.1.19

Da diversi giorni su “La Repubblica” va in scena il teatrino dell’assurdo: la Casta spiega al popolo perché ha perso e perché hanno vinto i loro nemici. Fanno autocritica perché non accettano critiche, gli unici abilitati a criticarli sono sempre loro stessi. Hanno la presunzione di sapere solo loro come sono andate effettivamente le cose, perfino la loro sconfitta la capiscono solo loro che l’hanno pur causata, almeno in buona parte. La loro autocritica esclude il presupposto di ogni serio bagno di umiltà: ascoltare. Ascoltare gli altri, ascoltare chi ha vinto e chi ha decretato la vittoria dei populisti e dei sovranisti, ascoltare la gente, ascoltare chi già prima del collasso spiegava le ragioni del cambiamento in corso. Macché. Gli altri non esistono, non hanno diritto di parola, sono plebe, o fascisti, reazionari, sovranisti o loro complici. La stessa cosa ha fatto il Pd. Ma tutta questa presunzione – che il loro Papa laico definisce in modo altrettanto presuntuoso come “albagia” (Eugenio Scalfari dixit di Sé stesso, col Sé maiuscolo) per non confonderla con la volgare arroganza – spiega il crollo delle élite molto più di quanto si possa immaginare.

Infatti cosa si può rimproverare alle élite, il fatto di esistere e dunque per ciò stesso di tradire la democrazia, cioè l’autogoverno del popolo? Ma no, questo è lo schema puerile, simil-rousseauviano, di chi crede alla favola della democrazia diretta. C’èEugenio Scalfarisempre stato un governo d’élite, non si conoscono paesi e sistemi politici in cui i governati coincidano coi governanti, nemmeno a rotazione, e tutto si decide a colpi di referendum e di plebiscito, persino le manovre economiche si fanno al balcone e poi si firmano in piazza tra bandiere, abbracci e tric-trac. Il problema vero, la malattia del sistema, è che non si sono viste in campo le élite, al plurale, in competizione tra loro, come si addice a una vera democrazia, ma una sola oligarchia, un blocco di potere compatto e uniforme benché ramificato. I teorici delle élite, da Mosca a Pareto, parlavano di circolazione delle élite, per loro la storia è un cimitero di aristocrazie; sono le minoranze che governano, ma sono minoranze in competizione, che si rinnovano.

Da noi invece è avvenuta la stipsi delle élite. O se preferite una metafora meno cacofonica, l’arteriosclerosi delle élite, l’indurimento delle arterie che non consentivano la loro fluida circolazione. Si formano i trombi nel sangue e i tromboni nella società. E fermano il flusso. È lì che la classe dirigente si è chiusa a riccio, diventando solo classe dominante, e casta sovrastante. Non c’è stata circolazione, non c’è stata competizione tra élite divergenti, e non c’è stato filtro selettivo per consentire il ricambio tramite la meritocrazia. Si è bloccato l’ascensore sociale, si è chiuso l’accesso dei capaci e dei meritevoli. Alessandro BariccoSi accedeva alle élite solo per cooptazione, per affiliazione alla cupola elitaria, per conformità di idee, metodi, linguaggi e idolatrie. Ma per avere circolazione, selezione, competizione, devi ammettere che non esista solo un Modello, una via di sviluppo, un solo codice politico, culturale e ideale. Devi accettare le differenze e il vero antagonismo.

E invece chi non era conforme a quella precettistica, era messo fuori legge, fuori sistema, si poneva di volta in volta fuori dalla modernità, dalla democrazia, dall’Europa e in certi casi perfino fuori dall’umanità. Poi non si spiegano perché l’odio sia diventato un fatto sociale diffuso. Dopo aver insegnato Odiologia verso chi dissentiva dal loro canone, non potete poi meravigliarvi se la gente ha ricambiato, magari con la rozzezza dovuta a chi è carente di cultura e buone maniere. D’altra parte la buona educazione, dal ’68 in poi, fu cancellata e se non sbaglio da quella storiaprovenite pure voi. Una società volgare, sboccata, primitiva, nasce Venezianiproprio da quella “liberazione”, dal mancato nesso tra diritti e doveri, che dal ’68 in poi è diventato il discorso dominante (“il diritto di avere diritti”).

Ora, non dico che quel che è accaduto sia solo colpa della casta: anche dalla parte opposta si è fatto poco per far crescere e formare élite adeguate, qualificate e competitive. Però negando ogni cittadinanza alle idee diverse, ai modelli politici e culturali diversi, riducendo tutto a fascismo e paraggi, e soprattutto negando perfino l’esistenza di chi la pensava diversamente perché chi divergeva non poteva avere pensiero, hanno di fatto avallato il loro essere un Blocco Unico e Chiuso, che si autoriproduce. A differenza loro, io per esempio leggo Ezio Mauro e Alessandro Baricco, Michele Serra e Ilvo Diamanti, Eugenio Scalfari e altre loro firme culturali, e ne apprezzo in generale la qualità intellettuale. Li critico, polemizzo. Per loro, invece, chi non la pensa come loro o è una bestia o non esiste. Poi non si sanno spiegare perché alla fine parlano solo tra loro e a Sé stessi, col sé maiuscolo, dimenticando il mondo. Che alla fine fa volentieri a meno di loro, o si rivolta contro di loro.

(Marcello Veneziani, “La Casta fa autocritica e si autoassolve”, da “La Verità” del 15 gennaio 2019; articolo ripreso dal blog di Veneziani).