L’Italia non è un Paese per grandi industrie: storia di insuccessi

firstonline.info 24.1.19 Ernesto Auci

La grande industria è quasi scomparsa in Italia eppure siano il secondo Paese manifatturiero d’Europa: come si spiega questo paradosso? Prova a rispondere il libro di Beniamino A. Piccone “L’Italia: molti capitali, pochi capitalisti” edito da Vitale & Co. con la prefazione di Francesco Giavazzi – Ci vorrebbe una politica per l’industria ma anche che gli imprenditori non chiudano gli occhi davanti alla deriva del Paese

L’Italia non è un Paese per grandi industrie: storia di insuccessi

L’Italia non è un Paese per grandi industrie: quella privata è praticamente scomparsa, mentre quella pubblica, a parte Leonardo-Finmeccanica, è ben piazzata solo nel settore dei servizi, soprattutto nell’energia. Eppure nonostante la crisi strutturale alla quale si è aggiunta negli ultimi dieci anni una profonda e prolungata crisi congiunturale, il nostro è ancora il secondo Paese manifatturiero d’ Europa dopo la Germania e sembra tenere abbastanza bene sui mercati internazionali come dimostra il volume delle esportazioni e il forte attivo della bilancia commerciale.

Come si spiega questo straordinario fenomeno e come riesce il nostro paese a stare in Piedi nonostante le gravi carenze strutturali che hanno portato alla scomparsa della grande industria che in tutti i paesi avanzati è comunque l’asse portante dell’innovazione e della conquista dei mercati più lontani? Un libro di Beniamino A. Piccone edito dalla Vitale & Co. illustra con ampiezza di dati e citazioni l’evoluzione dell’industria italiana negli ultimi 30-40 anni, risale alle cause di fondo delle nostre debolezze, ma indica anche quali sono i nostri punti di forza e come potremmo valorizzarli ulteriormente per tornare a crescere a tassi almeno simili a quelli degli altri paesi europei a noi vicini.

Il volume che si intitola con un pizzico di polemica L’Italia: molti capitali, pochi capitalistiè curato da Piccone che non è un ricercatore universitario, ma un operatore finanziario che si dedica con passione allo studio delle cause di fondo che hanno portato il nostri sistema industriale e bancario nella situazione in cui si trova.

La spinta che continua a venire dall’industria è notevole ma da sola la manifattura non riesce a trainare l’intera economia italiana verso tassi di crescita più elevati, necessari a sanare i tanti squilibri che ancora gravano sul nostro paese.

Una spiegazione interessante delle ragioni per le quali è crollata la nostra grande industria è offerta da Francesco Giavazzi nella prefazione del volume. A suo parere l’impetuoso sviluppo delle nostre grandi imprese avvenuto soprattutto nel secondo dopoguerra era basato su processi imitativi, cioè sulle importazioni delle tecniche e dei prodotti più moderni da altri paesi più avanzati e riuscendo a fornire il mercato con manufatti a prezzo concorrenziale. Ma esaurita quella fase la nostra grande impresa avrebbe dovuto imboccare la strada dell’innovazione per la quale si richiedevano capitali, assetti organizzativi e proprietari superiori a quelli fino ad allora messi in campo dalle famiglie.

Un salto che le nostre grandi imprese non hanno voluto o saputo fare. I nostri capitalisti si sono chiusi in difesa, si sono arroccati intorno a Mediobanca che insieme alle aziende difendeva anche gli assetti proprietari pensando che le due cose fossero strettamente legate, mentre a volte era proprio l’arrocco proprietario che limitava la crescita dell,’impresa.

Naturalmente il contesto politico-legislativo ha giocato contro la crescita. Il mercato finanziario non è stato sviluppato sia per miopia politica sia per l’opposizione delle lobby bancarie che vedevano come un pericolo l’affermazione di un canale alternativo nel finanziamento delle imprese.

Il libro di Piccone esamina i vari aspetti del sistema produttivo italiano partendo dal risparmio delle famiglie che è stato per lungo tempo abbondante, ma che non ha trovato i canali adatti per finanziare la produzione innovativa. Spesso è stato intermediato dallo Stato che non lo ha usato per investimenti capaci di innalzare la competitività dell’intero sistema. Poi la forte presenza dell’industria pubblica ha indotto i privati ad un atteggiamento difensivo basato anche sulla richiesta allo Stato di agevolazioni capaci di compensare gli “svantaggi ambientali” che lo Stato stesso creava o che non era in grado di rimuovere.

Insomma l’Italia, come affermano Stefano Zamagni ed Innocenzo Cipolletta, è un paese di inventori ma non di innovatori, perché il sistema blocca e soffoca l’azione di coloro che vogliono innovare tanto da spingerli ad andare ad attuare le loro idee all’estero.

Ci vorrebbe non una politica industriale pubblica, come spesso si sente dire, ma una “politica per l’industria” che è cosa ben diversa. Non ci vuole cioè una indicazione statale su cosa e dove produrre, ma un cambio del sistema che deve diventare “amico” di chi intraprende ed è disposto a rischiare. Occorre, come afferma Guido Roberto Vitale un diverso ordinamento politico meno invadente ma più efficiente e quindi una maggiore certezza del diritto ed una assicurazione credibile sulla stabilità fiscale nel tempo.

In mancanza di questi requisiti generali da noi si è sviluppato un capitalismo relazionale, teso a proteggersi dal mercato e dalla concorrenza, portato a trattare con il potere politico sulla base della spartizione delle relative sfere di influenza.

Le banche hanno trascurato il merito di credito ed anch’esse concedevano prestiti sulla base delle relazioni amicali o delle operazioni più speculative. Ne è sorta una diffidenza della opinione pubblica verso il business in generale che ha portato, non appena le cose volgevano al peggio, alla denuncia della speculazione e del complotto ordito di volta in volta dai banchieri o da occulte potenze estere al fine di distruggere la competitività dell’Italia.

Favole che negli ultimi anni sono state ben cavalcate dai partiti populisti e sovranisti e che hanno offerto una piattaforma per la vittoria politica alimentata da invidia, rancore, e nostalgia di un passato che, essendo ormai lontano nel tempo, nessuno ricorda più bene.

Per fortuna la scomparsa della grande impresa non ha lasciato il deserto. Al suo posto si sono piazzate le imprese medio-grandi, che hanno saputo innovare sia dal punto di vista tecnologico che da quello del marketing. Si tratta di alcune miglia di aziende che oggi sono la spina dorsale del sistema Italia, che andrebbero sostenute non con i classici incentivi, ma con misure generali quali il buon funzionamento della giustizia, il funzionamento della PA sulla base dei risultati raggiunti, l’istruzione e la ricerca poste al centro dell’azione pubblica per rendere disponibile il capitale umano alle nuove tecnologie ed ai nuovi lavori.

Molti imprenditori che operano in questo tipo di aziende sono talmente assorbiti dal loro business che guardano poco al quadro generale in cui devono muoversi. Il rischio è che non si accorgano in tempo che questa nuova classe politica, ora al governo, si propone di distruggere proprio ciò di cui essi vivono: il lavoro, il merito, la concorrenza.

È importante ricordare quello che scrisse Luigi Einaudi nel 1924 quando il fascismo stava costruendo il regime: “Contro l’illegalismo, le minacce, la soppressione della libertà di stampa, hanno protestato i giornalisti,. gli avvocati, i liberali che sono all’opposizione. Soltanto i capitani dell’Italia economica tacciono.”

Ora per la verità negli ultimi mesi si sono sentite voci di aperta e forte critica degli industriali del Nord, disposti a resistere alle velate minacce di esponenti del Governo. Ci si augura che abbiamo la fermezza di resistere per tutto il tempo necessario ad evitare politiche disastrose per l’intero Paese.