L’FMI è al servizio della finanza

di Andrea Scaraglino – 23 Gennaio 2019 lintellettualedissidente.it

Dopo aver distrutto la Grecia, ora il Fondo Monetario Internazionale punta il dito contro l’Italia e il governo giallo-verde. Il messaggio è chiaro e suona come una minaccia: andare controcorrente è sempre più rischioso.

Immediatamente dopo la bocciatura delle stime di crescita del nostro paese per il 2019, ecco arrivare anche le previsioni negative del FMI. Tramite il suo direttore, Christine Lagarde, l’istituto di Washington ci fa sapere che per quest’anno la nostra crescita non supererà lo 0,6% del PIL. Una stroncatura netta delle prospettive del governo che, al contrario, attestavano la crescita italiana intorno al 1%. Secondo la Lagarde, l’Italia, non solo pagherà più delle altre nazioni la negativa congiuntura economica mondiale che sta sempre più prendendo forma, ma ne è addirittura una delle cause. È la nuova capoeconomista del Fondo, Gita Gopinath, a dirlo a chiare lettere, nella conferenza stampa di presentazione dell’aggiornamento delle stime sull’economia globale a margine dell’incontro di Davos: “Il costoso intreccio tra rischi sovrani e rischi finanziari in Italia rimane una minaccia”. Tradotto, per i funzionari del FMI il nostro debito sovrano e la nostra capacità di ricapitalizzarlo rimangono, se non delle incognite, sicuramente degli assilli fastidiosi.

Insomma, niente di nuovo sul fronte occidentale, i grandi attori della finanza internazionale continuano imperterriti nella loro recitazione tecnica di un copione economico superato abbondantemente dalla realtà. Del resto, è stato lo stesso presidente della Commissione Europea, Junker, ad ammettere che aver dato ascolto al FMI sul caso greco è stato un errore: “Mi rammarico di aver dato troppa importanza all’influenza del Fondo monetario internazionale (…) Se la California è in difficoltà, gli Stati Uniti non si rivolgono al Fondo monetario internazionale e noi avremmo dovuto fare altrettanto”.

Al netto dell’ipocrisia di certi burocrati europei, che si ricordano di dire la verità solo in funzione elettorale, è impossibile non notare come certe “istituzioni” finanziarie agiscano con finalità politiche ben evidenti. Siamo già entrati in campagna elettorale e di uscite come questa ne commenteremo molte altre, l’importante è tenere sempre a mente quello che il “Sole 24 ore” e non il “Popolo d’Italia” ha scritto riguardo all’intervento del FMI in Grecia: “La Grecia, umiliata, accettò i patti ed il 20 agosto è uscita dal terzo piano di salvataggio con il ritorno sui mercati, ma senza avere nemmeno una linea di credito precauzionale così come richiesto dal capo della missione della Bce in Grecia (…)” Alcune cifre per capire cosa avvenuto: “in 8 anni, la Grecia ha beneficiato di 326 miliardi di euro di crediti a disposizione, di cui 273,7 miliardi di euro erogati, e di cui 241,6 miliardi a carico dagli stati membri dell’area dell’euro. Una cifra enorme.
In cambio di questi prestiti, la Grecia ha attuato un’ondata di austerità senza precedenti e un maxi pacchetto di riforme. Il Pil è stato ridotto del 25%, le pensioni hanno subito tagli per 13 volte e al primo gennaio 2019 ce ne sarà un altro con un altro aumento delle imposte dirette. L’Fmi ha ammesso di aver sbagliato i calcoli del moltiplicatore sottostimando gli effetti recessivi che hanno aumentato le fasce di povertà nella popolazione e ha chiesto inutilmente anche nell’ultimo report del 29 giugno 2018 di rendere sostenibile il debito con un secondo taglio del capitale. In altri termini l’Fmi dice che nel medio lungo termine il debito greco non è ancora sostenibile”.

Ancora oggi, un quinto della popolazione greca non ha un lavoro e 500mila persone hanno dovuto emigrare dall’inizio della crisi, in maggioranza giovani e ben istruiti (5% della popolazione). La contrattazione collettiva è stata congelata e il salario minimo ridotto. La povertà e l’insicurezza economica restano alte, a certificare la morte della nazione e di qualunque idea di giustizia sociale. È mai possibile basare le nostre convinzioni economiche su dati partoriti da enti del genere? Può il dibattito politico italiano prendere spunto da queste “imbeccate”?La risposta ce la indica il nostro ambasciatore per l’Unesco: “Disgrazieti maledetti!”