L’economia è davvero “la scienza inutile”?

MARIA CRISTINA MARCUZZO firstonline.info 26.1.19

Il libro controcorrente di Francesco Saraceno, edito dalla Luiss, racconta la scienza economica a un pubblico non specialista smontando i luoghi comuni del mainstream ma, come direbbe Joan Robinson, “l’oggetto dello studio dell’economia non è di acquisire una serie di risposte preconfezionate alle questioni economiche, ma di apprendere come evitare di essere ingannati dagli economisti”

L’economia è davvero “la scienza inutile”?

“La scienza inutile” di Francesco Saraceno è un volumetto di poche pagine, ma denso delle idee e dei fatti che hanno coinvolto e sconvolto le economie mondiali da ormai più di un decennio, interpretati con l’aiuto delle teorie e dei concetti su cui si è costruita la scienza economica. La lente della storia del pensiero economico, per capire e valutare i dibattiti e i problemi in cui ci troviamo oggi, è strumento poco amato dai praticanti dell’analisi economica e anche per questo, oltre che per chiarezza e spessore, che di questo volumetto consiglio volentieri la lettura.

L’economista di professione non trova cose nuove, ma trova un modo nuovo di raccontarle, perché su molte questioni l’autore si mette contro la corrente del consenso accademico, senza cadere però in semplicismi e affrettate conclusioni. Anche per questo è un valido vademecum per il pubblico non specialista.

Alcuni esempi, tratti dai ”focus” (riferimenti al  dibattito attuale messi in rilievo come riquadri nel testo), possono servire a rendere l’idea. L’obiezione principale alle politiche di riduzione fiscale sostenute sia da Trump che da Macron è che l’insegnamento della storia ha ampiamente dimostrato che l’eccessiva disuguaglianza pone un freno alla crescita economica; i sostenitori dell’uscita dalla moneta unica non comprendono come l’adesione ad una zona monetaria non implica di per sé adesione a politiche liberiste, basate su aggiustamenti di mercato e su vincoli stringenti all’azione delle politiche monetarie e fiscali. Queste sono dettate dal clima intellettuale che è prevalso dalla fine degli anni Ottanta, grazie anche all’influenza della teoria economica diventata prevalente. Se il quadro di riferimento cambiasse, potrebbero cambiare anche quelle politiche.

La riduzione del “rischio” macroeconomico, tramite riforme e disciplina fiscale -la dottrina che Berlino ha imposto all’Europa- è una scorciatoia per individuare le cause della crisi e i responsabili (governi “spendaccioni”), ma l’evidenza empirica è tutt’altro che univoca.

Una spiegazione alternativa e plausibile è che i problemi derivino da squilibri strutturali della zona euro, che hanno condotto per anni a flussi di capitali destabilizzanti e eccessivo indebitamento privato. Infine un’analisi interessante riguarda la risposta alla domanda: quanto conta veramente la flessibilità sul mercato del lavoro?L’evidenza empirica sul legame tra istituzioni del mercato del lavoro e performance macroeconomica (crescita, occupazione etc.) è poco robusta e l’unica conclusione certa è che l’evoluzione dell’occupazione è determinata dall’interazione delle istituzioni del mercato del lavoro con fattori specifici di ogni paese. Perché allora tanto ostinata attenzione alle riforme sul mercato del lavoro? Saraceno offre una risposta interessante, citando un lavoro di Benoît Coeuré del 2016: “contrariamente al mercato del lavoro, sul quale piccoli cambiamenti possono produrre grandi effetti, le riforme del mercato dei beni e dei servizi sono in pratica costituite da molteplici norme ognuna di portata più limitata, applicate a settori in cui spesso le lobby sono potenti”.

Infine, il lettore potrebbe chiedersi quali sono le ragioni della scelta del titolo “scienza inutile”. Inutile, credo voglia dire, quando l’economia è interpretata come insieme di leggi che vanno bene in ogni circostanza e occasione; così intesa l’economia non serve a trovare soluzioni circostanziate e specifiche, che sono le sole utili a risolvere i problemi. Ma come poter credere allora nell’economia come scienza? La risposta l’autore la prende a prestito da Joan Robinson, che già alla fine degli anni Settanta, pur nella sfiducia in quello che era diventata la teoria economica ci ha dato una chiave per usarla:

“Per fare buon uso di una teoria economica, dobbiamo innanzitutto fare la cernita tra gli elementi propagandistici e gli elementi scientifici; poi verificando con l’esperienza, vedere quanto appare convincente la parte scientifica, e in definitiva combinarla con le nostre stesse idee politiche. L’oggetto dello studio dell’economia non è di acquisire una serie di risposte preconfezionate alle questioni economiche, ma di apprendere come evitare di essere ingannati dagli economisti.”