Perché tante parole e pochi fatti da Bankitalia su bail-in, Npl, Popolare Vicenza, Veneto Banca, Mps e Carige?

Giuseppe Liturri startmag.it 28.1.19

Che cosa ha detto il vice direttore generale della Banca d’Italia, Fabio Panetta, su bail-in e non solo? Il commento di Giuseppe Liturri: c’è una certa stanchezza dello stupore e dell’aurorale meraviglia del ‘Fanciullino’ che alberga a via Nazionale.

Sabato 26 gennaio, il vice direttore generale della Banca d’Italia, Fabio Panetta, è intervenuto a un convegno a Bologna per parlare di credito e sviluppo. Sarebbe stato un convegno come un altro, se non fosse stato per le eclatanti parole sull’Unione Bancaria e sulla stabilità delle nostre banche, seppur avvolte nell’abituale linguaggio felpato di via Nazionale.

In sintesi, Panetta ha detto che le regole europee rendono il nostro sistema bancario instabile. Anche il Sole 24 Ore ha colto la portata dirompente di tali affermazioni, dedicandogli un titolo in prima pagina. Avrebbe meritato un “FARE PRESTO” a caratteri cubitali, ma bisogna accontentarsi.

Panetta parla di “aspetti critici” che renderebbero “problematica” l’applicazione delle nuove regole. Due in particolare.

l’esperienza mostra che l’applicazione del bail-in rischia di minare la fiducia nelle banche e generare instabilità; non è un caso che le autorità in più paesi tendano a evitare di applicare tale strumento, sinora utilizzato sporadicamente. Avendo presente che le norme europee riducono drasticamente i margini per l’azione pubblica e che nella lunga fase di transizione le passività bancarie previste dalla BRRD per far fronte al bail-in non saranno pienamente disponibili, è auspicabile che un tale rischio sia tenuto in conto dal legislatore e dalle autorità responsabili degli interventi”

Quindi apprendiamo dalla viva voce di un regolatore che:

  • la fiducia, il bene più prezioso per una banca, è messo a rischio dal bail-in che genera inoltre instabilità.
  • Si tende ad evitare l’applicazione della norma, tanto sono dannose le sue conseguenze.
  • Non essendoci ancora passività bancarie specificamente emesse per assorbire le perdite, è meglio andarci piano con questo bail-in.

Tutto ciò è davvero stupefacente. Dopo oltre 3 anni da quel novembre 2015, quando furono mandate in risoluzione 4 banche medio-piccole e fu impedito al Fondo Interbancario di intervenire perché avrebbe costituito un illegittimo aiuto di Stato, dopo il 60% di capitalizzazione bruciato in Borsa nel primo semestre 2016, dopo centinaia di miliardi di crediti deteriorati svalutati o ceduti forzatamente, dopo le vicende di Popolare Vicenza e Veneto Banca, dopo Monte dei Paschi di Siena, dopo Carige, dopo… (mettere una banca a piacere), bene, dopo tutto questo tsunami siamo a ancora a parlare di rischio? Ma davvero?

Panetta certamente sa che un elemento comune alle banche citate, aldilà delle singole vicende di malversazione e mala gestio, è la crisi di fiducia che le ha messe in ginocchio. Carige, da ultima, ha visto raccolta ed impieghi calare del 20/25%, così come Mps, e le due venete (Popolare di Vicenza e Veneto Banca). È la mancanza di fiducia che ha aggravato irrimediabilmente la situazione di tutte le banche finite finora in dissesto.

Nessuna banca può reggere ad una consistente perdita di volume di attività ed i conti si deteriorano rapidamente nella più classica della profezia autoavverante. Quali rischi? È (quasi) tutto già accaduto!

Ma il bello deve ancora venire.

l’orientamento che si va affermando a livello europeo secondo cui la procedura di risoluzione va applicata a poche decine di grandi intermediari dell’eurozona mentre gli altri – quasi 3.000 – andrebbero sottoposti a liquidazione ordinaria può avere conseguenze negative. La liquidazione disordinata – in gergo, “atomistica” – di una banca distrugge valore, infligge costi altrimenti evitabili ai clienti degli intermediari coinvolti, lacera la fiducia del pubblico nel sistema bancario, generando rischi di contagio. Anche su questo sono auspicabili interventi che prevedano meccanismi – quali l’intervento dei fondi di garanzia dei depositi – in grado di assicurare l’uscita ordinata dal mercato delle banche in crisi. Altri paesi dispongono di un assetto che ha consentito di gestire un numero elevato di crisi di banche – oltre 500 negli Stati Uniti nell’ultimo decennio – con ripercussioni trascurabili sull’economia e sui risparmiatori”

Qui Panetta si sofferma sul fatto che la risoluzione consente alla banca di continuare ad operare, previo bail-indi azioni, obbligazioni e depositi maggiori di €100 mila, fino all’8% delle passività, solo nel caso in cui sia necessario salvaguardare la stabilità sistemica, cioè se la banca sia sufficientemente grande. Negli altri casi (la gran parte) la banca va liquidata con gli strumenti ordinari. Così come è successo con le due Venete. Anche su questo tema, le parole sono di fuoco. Si spazia da fiducia lacerata a rischi di contagio. E qui Panetta fa l’esempio degli Usa, dimenticando (perché lo sa benissimo) che strumenti di quel tipo, perdipiù di natura privata come il Fondo Interbancario, sono stati esplicitamente vietati dalla Ue. Sembra davvero che Panetta sia appena sbarcato da un’altra galassia.

Ma l’acuto finale è da standing ovation (o da lancio di ortaggi assortiti, dipende dai punti di vista).

Affinché il nuovo assetto normativo conferisca stabilità al sistema creditizio europeo e nazionale occorre completare l’Unione bancaria, attivando con rapidità un solido sostegno (backstop) per il fondo di risoluzione unico e una assicurazione comune dei depositi. Sono iniziative che, nel condividere i rischi nell’area dell’euro, ne faciliterebbero la riduzione. Ma la condivisione è auspicabile se si riducono tutti i rischi – non solo alcuni – ai quali le banche europee sono esposte. I rischi creditizi, tipici delle nostre banche, sono da tempo al centro dell’attenzione delle autorità e degli analisti e sono in forte calo… Al contrario, il contenimento dei rischi di mercato derivanti dal possesso di strumenti finanziari opachi e illiquidi registra progressi insufficienti: l’esposizione delle maggiori banche dell’area dell’euro agli strumenti cosiddetti “di secondo e terzo livello” – che includono strumenti derivati – è ancora dell’ordine di 6.000 miliardi di euro, un multiplo elevato sia del capitale delle banche che li detengono, sia dei crediti deteriorati netti di tutte le banche dell’eurozona. Nell’ambito del SSM abbiamo recentemente avviato una ricognizione approfondita su questa tipologia di rischi.”

Panetta è convinto che la stabilità potrebbe arrivare dal completamento dell’Unione Bancaria. In particolare, dotando il fondo di risoluzione di risorse sufficienti (il backstop) per affrontare crisi bancarie ed attivando l’assicurazione comune sui depositi. Anche in questo caso, finge di non sapere che sono entrambe misure finite da tempo su un binario morto.

E là rischiano di rimanerci, ma non per le perplessità dei tedeschi sui rischi delle nostre banche, ma per le nostre perplessità sui rischi, enormi e difficilmente valutabili, delle loro banche. Qualche progresso si è fatto per il fondo di risoluzione, ma l’assicurazione dei depositi è sepolta. Quindi, di quale stabilità sta parlando, se è noto che gli strumenti per ottenerla non ci sono e non ci saranno mai?

Infine per salutare degnamente il pubblico con il bis, Panetta denuncia che la condivisione dei rischi è finora avvenuta soltanto riducendo quelli delle nostre banche, via bombardamento a tappeto dei loro conti. Una lieve pagliuzza, in confronto alla trave degli strumenti ‘opachi ed illiquidi’ per ben €6.000 miliardi detenuti soprattutto da banche tedesche e francesi. Su cui hanno appena avviato una ‘ricognizione approfondita’. C’è da capirli quelli della Vigilanza della BCE. Sono così impegnati con le nostre banche, che trovano appena il tempo per una “ricognizione”, anziché rivoltargli i libri contabili come un calzino…

A via Nazionale sanno tutto da tempo, ma continuano a recitare la parte di chi appare appena giunto sulla scena. Volete una delle tante conferme?

Ecco alcuni stralci dell’audizione del Capo della Vigilanza della Banca d’Italia, Barbagallo, resa davanti alla Commissione Finanze della Camera il lontano 9 dicembre 2015, appena dopo la risoluzione delle 4 banche ed a pochi giorni dall’entrata in vigore del bail-in.

Non aggiungerò alcun commento, se non che sono passati oltre 3 anni da queste parole e c’è una certa stanchezza dello stupore e dell’aurorale meraviglia del ‘Fanciullino’ che alberga a via Nazionale.

È a questo punto emersa la disponibilità del Fondo Interbancario di Tutela dei depositi a farsi carico di tale aspetto, assorbendo i rischi relativi ai crediti deteriorati. L’intervento del Fondo avrebbe consentito, congiuntamente alle risorse apportate da altre banche, di porre i presupposti per il superamento delle crisi senza alcun sacrificio per i creditori delle quattro banche. Ciò non è stato possibile per la preclusione manifestata da uffici della Commissione Europea, da noi non condivisa, che hanno ritenuto di assimilare ad aiuti di Stato gli interventi del Fondo di tutela dei depositi.”

A fronte dei benefici che ho ricordato, il bail-in può acuire – anziché mitigare – i rischi di instabilità sistemica provocati dalla crisi di singole banche. Esso può minare la fiducia, che costituisce l’essenza dell’attività bancaria; comportare un mero trasferimento dei costi della crisi dalla più vasta platea dei contribuenti a una categoria di soggetti non meno meritevoli di tutela – piccoli risparmiatori, pensionati – che in via diretta o indiretta hanno investito in passività delle banche”

In Italia la funzione preventiva dei fondi di garanzia dei depositanti è stata la linea portante della soluzione delle crisi bancarie dall’approvazione della legge bancaria, nel 1936, a oggi. L’intervento preventivo condotto con queste modalità ha consentito la continuità aziendale, protetto il risparmio, tutelato le funzioni essenziali delle banche; esso ha realizzato, in sintesi, i medesimi obiettivi che sono ora alla base della normativa europea. Lo ha fatto senza che i risparmiatori italiani perdessero una lira o un euro in relazione a crisi, anche gravi, di singoli intermediari.”

Come ho già detto, questa modalità di intervento era stata attentamente considerata e definita nei dettagli dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (FITD) per gestire il dissesto delle quattro banche poi oggetto di risoluzione. La sua attuazione non è stata però possibile in quanto l’intervento del FITD è stato considerato dagli uffici della Commissione Europea come un aiuto di Stato, assimilando l’utilizzo del Fondo a quello di risorse pubbliche. Come ho osservato, non condividiamo questo assunto… Assimilarli ad aiuti di Stato significa, di fatto, impedire che essi possano essere effettuati, come è invece previsto dalla normativa europea vigente e come è auspicabile in un’ottica di complessivo coordinamento tra le disposizioni sulla concorrenza e quelle sulla gestione delle crisi. La Banca d’Italia, insieme al Governo, è impegnata a far valere queste ragioni. È necessario disporre di strumenti per gestire le crisi bancarie in maniera ordinata, anche al di fuori di procedure di risoluzione, come è nella nostra storia. Se la posizione della Commissione Europea sul ruolo del FITD dovesse essere confermata, sarà necessario ricercare altre strade.

Se, dopo 3 anni, a via Nazionale ripetono ancora le stesse parole sui rischi di instabilità, devo arguire che siano ancora alla ricerca di “altre strade”. Nel frattempo, la casa brucia.