B.Carige: M5S; loro salvano banche, noi tuteliamo risparmiatori

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

“I soliti media stanno cercando di fare terrorismo psicologico: ‘il Governo regala soldi alle banche’. La verità è un’altra. Non abbiamo messo un solo euro nelle banche. Per tutelare i risparmiatori, come già abbiamo fatto con la legge di bilancio stanziando 1,5 miliardi per i truffati a differenza del Governo Renzi-Boschi che li ha azzerati dal giorno alla notte, abbiamo offerto una garanzia su eventuali emissioni di titoli della Banca Carige”. 

E’ quanto si legge in un post pubblicato sulla pagina ufficiale Facebook del MoVimento 5 Stelle. “Non saranno i risparmiatori a pagare per i banchieri – continua il post -. Nessun euro pubblico sarà più usato per salvare i banchieri. Se dovessero essere messi soldi pubblici in una banca sarà solo per nazionalizzare. La banca diventerebbe di proprietà dello Stato! Sia chiaro a tutti: è finita l’epoca dello Stato al servizio dei banchieri, degli interessi di pochi, dei politici asserviti che la mattina regalavano soldi pubblici per salvare gli amici banchieri e la sera azzeravano i risparmiatori. È finita quell’epoca, per sempre”. 

liv 

 

(END) Dow Jones Newswires

January 08, 2019 06:40 ET (11:40 GMT)

Bond Carige, convocato il consiglio del Fondo Interbancario

themeditelegraph.it 8.1.19

Milano – È stato convocato per domani in tarda mattinata il consiglio di gestione dello Schema volontario del Fondo interbancario di tutela dei depositi.

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Milano – È stato convocato per domani in tarda mattinata il consiglio di gestione dello Schema volontario del Fondo interbancario di tutela dei depositi. Sul tavolo del consiglio ci sarà la richiesta dei commissari di Carige di rinegoziare le condizioni del bond subordinato da 320 milioni di euro emesso dall’istituto ligure e sottoscritto dallo Schema volontario. È quanto ha appreso l’Ansa in ambienti bancari.

Anche i populisti salvano le banche

Maria Carla Sicilia ilfoglio.it 8.1.19

Il governo ha disposto per decreto il salvataggio di Carige. Se l’aumento di capitale fallisce, i gialloverdi sono pronti a garantire nuovi bond e un’eventuale nazionalizzazione

Anche i populisti salvano le banche

Foto LaPresse

“Disposizioni urgenti per la tutela del risparmio nel settore creditizio” è il decreto legge a firma gialloverde che ieri sera il Consiglio dei ministri ha rapidamente approvato per intervenire in soccorso di Banca Carige, in crisi dopo il fallito aumento di capitale del 22 dicembre scorso. Gli strumenti previsti sono gli stessi utilizzati durante la crisi delle banche venete – la garanzia di stato sulle emissioni dei nuovi bond della banca – e del Monte dei Paschi, con la possibilità di una nazionalizzazione attraverso una ricapitalizzazione a carico del Tesoro. Il ricorso a entrambi è subordinato a un nuovo tentativo di ricapitalizzazione interno ai soci, che solo se dovesse fallire aprirebbe la strada agli altri due scenari. In ogni caso aver previsto diversi livelli di intervento potrà permettere l’avvio tempestivo di ognuno di questi, così che risparmiatori e correntisti di Carige risultino coperti in ogni eventualità. 

La lunga crisi di Carige

Cattiva gestione, crediti deteriorati, scontri ai vertici e ora i commissari della Bce

Fino a ora il silenzio del governo sulla questione aveva preoccupato gli osservatori, viste le posizioni assunte dai due partiti di maggioranza Lega e M5s nei casi delle precedenti crisi bancarie. Ma di fronte alla realtà del rischio default dell’istituto genovese, i due vicepremier in carica non hanno potuto rigettare la proposta di intervento del ministro Giovanni Tria e del premier Giuseppe Conte, nonostante questo significhi contraddire ogni precedente posizione assunta in tema di salvataggi bancari. Il decreto, ha spiegato Conte in una nota, serve per “offrire le più ampie garanzie di tutela dei diritti e degli interessi dei risparmiatori della Banca Carige, in modo da consentire all’amministrazione straordinaria di recente insediata di perseguire in piena sicurezza il processo di consolidamento patrimoniale e di rilancio delle attività dell’impresa bancaria”. 

Carige, commissariata dalla Banca centrale europea che ha scelto Pietro Modiano, già presidente, Fabio Innocenzi, amministratore delegato, e Raffaele Lener, potrà quindi “accedere a forme di sostegno pubblico della liquidità” con lo stato garante sulle nuove emissioni e su finanziamenti eventualmente erogati dalla Banca d’Italia. Se le cose dovessero peggiorare è poi prevista, in via “precauzionale” l’ipotesi nazionalizzazione: “In considerazione degli esiti del recente esercizio di stress cui la banca è stata sottoposta, viene prevista la possibilità per Carige di accedere – attraverso una richiesta specifica – a una ricapitalizzazione pubblica a scopo precauzionale, volta a preservare il rispetto di tutti gli indici di patrimonializzazione anche in scenari ipotetici di particolare severità e altamente improbabili (cosiddetti scenari avversi dello stress test)”, si legge nel comunicato del Cdm, che specifica come le misure siano state prese “in stretto raccordo con le istituzioni comunitarie”, “nel pieno rispetto della normativa in materia di aiuti di stato”.

Valide lezioni a banchieri e sovranisti dalla Bce in Carige

Così Francoforte ha tolto un problema a un governo “nemico delle banche” ed euro-contrario. Parla Bini Smaghi

L’intervento del governo è arrivato dopo l’incontro, nella giornata di ieri, dei commissari di Carige con rappresentanti del Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd), che attraverso il meccanismo dello schema volontario ha sottoscritto a novembre il bond subordinato da 320 milioni per rimettere in sicurezza i requisiti patrimoniali della banca. Un bond che rischia di essere troppo caro e diventare insostenibile senza un aumento di capitale. Per questo il decreto garantirà ai commissari di poter intraprendere “iniziative utili per preservare la stabilità e la coerenza del governo della società, completare il rafforzamento patrimoniale già avviato con l’intervento del Fondo Interbancario dei Depositi, proseguire nella riduzione dei crediti deteriorati e perseguire un’operazione di aggregazione che consenta il rilancio della banca, a beneficio della clientela”. 


Non salvate Carige. Salvate l’Italia dal rapporto incestuoso tra Stato e banche

linkiesta.it 8.1.19


Da più di dieci anni passiamo da una crisi del debito a una del credito. Da più di dieci anni banche e Stato si sostengono a vicenda, provando a risolvere l’una la crisi dell’altra. Da più di dieci anni, la situazione peggiora. Carige è solo l’ultimo atto della commedia

Siamo ancora qui, alla faccia del cambiamento. A un governo che in un consiglio dei ministri lampo, per salvare una banca – Carige – dal fallimento, decide di mettere la garanzia pubblica sulle nuove obbligazioni e di aprire a una futura nazionalizzazione. Siamo ancora qui, ed è sinceramente stucchevole vedere quelli che hanno salvato le banche ieri fare la morale a quelli che salvano le banche oggi, così com’era stucchevole ieri vedere Cinque Stelle e Lega fare la morale al Pd, come se il problema delle banche italiane si chiamasse Maria Elena Boschi. Le banche si salvano, anche coi soldi pubblici, perché le ricadute sistemiche del fallimento di quella che un tempo era la quinta banca italiana sono incalcolabili, per un Paese in equilibrio precario come l’Italia, con la crescita a zero, il debito pubblico al 132% del Pil, un rating sovrano a un passo dalla spazzatura e una quantità enorme di crediti deteriorati ancora in pancia agli istituti di credito.

Le banche si salvano, ma non si risolve nulla salvandole. Perché siamo ancora qui, nell’eterno ondeggiare che ci portiamo avanti dal 2008. Sono ormai dieci anni abbondanti che ondeggiamo tra una crisi del debito pubblico a una crisi degli istituti di credito. E sono dieci anni abbondanti che facciamo finta di non vedere che queste due crisi sono intimamente connesse l’una con l’altra. E che più passa il tempo, più questo abbraccio mortale rischia di stritolare l’economia italiana. Banalizziamo: lo Stato offre denaro alle banche per sopravvivere. Quando è in crisi lo Stato, le banche usano quel denaro per comprare titoli di Stato. Quando sono in crisi le banche, lo Stato usa il denaro preso a debito per salvare le banche, garantendo per loro e nazionalizzandole. Le altre banche comprano i titoli di Stato per finanziare il nuovo debito dello Stato, e la giostra ricomincia.

Pure un bambino di terza elementare potrebbe arrivare a capire che nessuno sta salvando nessuno. Le banche non stanno salvando lo Stato dal suo elefantiaco debito pubblico, comprandoglielo. Lo Stato non sta salvando le banche dalla loro inefficienza, garantendo per loro ed entrando nel loro capitale

Questa spirale perversa, questo rapporto incestuoso tra Stato e banche, vien da se, prima o poi si romperà e ci faremo malissimo. Perché pure un bambino di terza elementare potrebbe arrivare a capire che nessuno sta salvando nessuno. Le banche non stanno salvando lo Stato dal suo elefantiaco debito pubblico, comprandoglielo. Lo Stato non sta salvando le banche dalla loro inefficienza, garantendo per loro ed entrando nel loro capitale. Le banche, al contrario, comincerebbero a salvarsi da sole se non fossero “obbligate” a comprare debito pubblico italiano, e se cominciassero davvero a ristrutturarsi e a gestirsi senza far finta di essere ancora nel secondo millennio, con migliaia di sportelli inutili e tecnologie da medioevo. Lo Stato, al pari, comincerebbe a salvarsi da solo se si mettesse a ridurre il proprio debito pubblico, anziché chiedere aiuto al sistema bancario, salvo poi correrne in soccorso, appena entra in difficoltà. Tutto questo con la droga del Quantitative Easing di Mario Draghi, che comprando direttamente titoli di Stato, ha alleggerito le banche da quest’incombenza.Immaginatevi senza, tra qualche mese.

Questo sarebbe cambiamento vero. Non fare politiche pseudo-keynesiane con il debito che vale il 130% e rotti del Pil, autocondannandosi a dipendere dal debito ancora più di quanto non lo siamo oggi. Non salvare le banche in difficoltà con quei soldi, riparandole sotto l’ombrello dello Stato, magari proponendo fusioni senza senso come quella tra Mps e Carige, senza aprire a una ristrutturazione vera e radicale del sistema bancario, affinché torni a essere la locomotiva e non una zavorra del sistema economico italiano. In questo, il Pd, Forza Italia, il Movimento Cinque Stelle, la Lega, sono la stessa cosa: pezzi di una politica incapace di fermare il pendolo e di affrontare il vero grande nodo al collo dell’economia italiana.Ricordatevelo, quando ci saremo fatti male sul serio.


Carige e il grande ritorno dei soldi pubblici alle banche

@Alessandro D’Amato 8 Gennaio 2019 nextquotidiano.it

apollo carige

Il governo apre alla garanzia pubblica per CarigeIl decreto legge partorito ieri dal consiglio dei ministri e dal titolo “Disposizioni urgenti per la tutela del risparmio nel settore creditizio” prevede sostanzialmente due misure. La prima è la possibilità di accedere alla garanzia statale sui bond di nuova emissione e sui finanziamenti erogati discrezionalmente dalla Banca d’Italia. La seconda misura è «la possibilità per Carige di accedere — attraverso una richiesta specifica — a una ricapitalizzazione pubblica a scopo precauzionale, volta a preservare il rispetto di tutti gli indici di patrimonializzazione anche in scenari ipotetici di particolare severità e altamente improbabili».

La garanzia pubblica per Carige

Il CdM lampo che in dieci minuti ha approvato la garanzia pubblica per Carige arriva in una giornata in cui erano arrivati altri segnali da Malacalza sulla volontà di sottoscrivere l’aumento di capitale. Evidentemente non sono bastati e il governo ha utilizzato la stessa garanzia del predecessore con le banche veneteBPVI e Veneto BancaAlessandro Barbera sulla Stampaspiega che le indiscrezioni della vigilia parlavano del varo di garanzie pubbliche sulle nuove obbligazioni o dell’intervento della pubblica Sga per smaltire le sofferenze quelle sì sopra la media – della banca genovese.

Ma interventi più limitati – come appunto quello a sostegno dello smaltimento delle sofferenze – avrebbe potuto spingere altri istituti a fare la stessa richiesta, mettendo in imbarazzo il governo. Meglio allora ricorrere all’argomento dell’emergenza sistemica, e tirare fuori dal cassetto le risorse inutilizzate del fondo salvabanche varato dal governo Gentiloni. Il risultato però – così commentavano in tarda serata alcuni banchieri – rischia di risultare controproducente, alimentando l’allarme.

carige malacalza
Carige e la gestione Malacalza (Corriere Economia, 7 gennaio 2019)

Non solo: il messaggio è contraddittorio rispetto ai proclami dei partiti, in particolare dei Cinque Stelle che nella scorsa legislatura si è scagliato contro gli interventi a favore di Monte dei Paschi e delle ex popolari venete.

I soldi pubblici alle banche

Il decreto è arrivato dopo un incontro di Tria con Innocenzi, Lener e Modiano, oggi al vertice della banca genovese, e con il Fondo Interbancario che ha puntellato l’istituto di credito prima del voltafaccia di Malacalza.  Al vertice in Via XX Settembre ha partecipato anche Alessandro Rivera, nella doppia veste di direttore generale del Tesoro e di presidente della Sga, la ex società di recupero crediti del Banco di Napoli rilevata nel 2016 dal ministero dell’Economia. E proprio la Sga, in un altro parallelismo con la vicenda delle due banche venete, potrebbe avere un ruolo chiave nella gestione di un pacchetto da almeno 2,8 miliardi di Npl.

carige conto economico
I conti di Carige

Si punta a trovare un partner nella rosa dei tre che erano stati nominati nei giorni scorsi, ovvero Unicredit, Ubi Banca o Banca Popolare di Milano. Un acquisto risolverebbe i problemi di Carige in un solo colpo ma non è detto che il sistema bancario se la senta di muoversi in questo scenario di mercato e con la recessione in arrivo. In caso di necessità, spiega oggi il Sole 24 Ore, tornerebbe in scena la «ricapitalizzazione precauzionale» già sperimentata da Mps e tentata senza successo per Veneto Banca e Popolare di Vicenza. La ricapitalizzazione con la mano del Tesoro avverrebbe su richiesta di Genova, e potrebbe assorbire una fetta della quota inutilizzata del fondo da 20 miliardi creato dal decreto Gentiloni di fine 2016. Una mossa, questa, che inciderebbe sul debito pubblico. E sui nervi dei ministri a 5 Stelle.

Carige, il governo sceglie il modello Mps. Allarme dopo esito stress test

Rosario Murgida finananzareport.it 8.1.19

L’esecutivo Conte vara un decreto di “tutela del risparmio” per mettere in salvo la banca. In casi estremi previsto un aumento di capitale precauzionale sull’esempio senese. Per ora concesse garanzie mentre è pronta a intervenire la Sga

Carige

Il governo Conte ha deciso di seguire l’esempio di Banca del Monte dei Paschi di Siena per mettere in salvo Carige ma solo come extrema ratio in caso di sviluppi drammatici.

Il consiglio di ministri, riunito ieri sera in via straordinaria per affrontare il dossier della banca ligure e porre le condizioni per evitare un nuovo contagio al sistema bancario italiano, ha varato un decreto dal titolo emblematico: “Disposizioni urgenti per la tutela del risparmio nel settore creditizio”.

“In considerazione degli esiti del recente esercizio di stress cui la banca è stata sottoposta, viene prevista la possibilità per Carige di accedere – attraverso una richiesta specifica – a una ricapitalizzazione pubblica a scopo precauzionale, volta a preservare il rispetto di tutti gli indici di patrimonializzazione anche in scenari ipotetici di particolare severità e altamente improbabili (cosiddetti scenari avversi dello stress test)”, si legge nella nota diffusa ieri sera dall’esecutivo Conte al termine di una giornata che ha visto anche incontri tra i commissari straordinari Pietro Modiano, Fabio Innocenzi e Raffaele Lerner con i rappresentanti del Tesoro prima e quelli del Fondo Interbancario dopo.

In pratica l’obiettivo, in caso di un peggioramento della crisi, è replicare quanto fatto tra il 2016 e il 2017 con Mps attraverso una ricapitalizzazione precauzionale da 8,3 miliardi di euro (accompagnata da burden sharing, ossia dalla condivisione delle perdite da parte degli obbligazionisti subordinati) che ha portato il Ministero del Tesoro ad assumere il controllo della banca senese.

Il possibile intervento è legato, come affermato nella nota, all’esito degli stress test, che, secondo il Messaggero, hanno visto Carige chiudere la prova, in caso di scenario avverso, con un Core Tier 1 tra il 2 e il 3%. In tal caso sarebbe necessaria non solo l’aumento di capitale da 400 milioni saltato per l’astensione in assemblea di Malacalza ma anche una nuova ricapitalizzazione.

In tal caso si seguirebbe la strada di Mps con il cosiddetto burden sharing, ossia l’azzeramento dei soci e di alcuni obbligazionisti, e la una conversione del bond subordinato da 320 milioni sottoscritto dallo Schema Volontario del Fondo Interbancario. Si tratta comunque di un’ipotesi estrema che al momento viene esclusa da Palazzo Chigi.

Intanto, però, è stata concessa a Carige la possibilità di “accedere a forme di sostegno pubblico della liquidità che consistono nella concessione da parte del ministero dell’Economia della garanzia dello Stato su passività di nuova emissione ovvero su finanziamenti erogati discrezionalmente dalla Banca d’Italia”. Le garanzie, decise in “stretto raccordo” con le istituzioni comunitarie, “saranno concesse nel pieno rispetto della normativa in materia di aiuti di Stato”. In tal caso l’esempio seguito è quello del salvataggio delle due popolari venete, Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza.

L’intervento statale non si ferma qui. La Sga del Tesoro, già intervenuta nell’aumento di capitale da 500 milioni di euro dell’autunno del 2017 e protagonista del salvataggio dei due istituti veneti, potrebbe infatti acquisire buona parte dei 3,7 miliardi di euro di crediti deteriorati della banca genovese e quindi agevolare quella pulizia di bilancio necessaria per rimettere in carreggiata i conti, porre le migliori condizioni per la ricerca di un partner d’aggregazione e magari spingere i Malacalza a dare seguito alle loro aperture verso l’aumento di capitale funzionale a rimborsare il Fondo Interbancario nel più breve tempo possibile. Del resto non sembra ci sia la possibilità di una revisione dei termini del prestito obbligazionario che consenta di abbassare gli elevati rendimenti garantiti. Ieri non sono emerse aperture in tal senso a causa delle “difficoltà oggettive” sollevate dal presidente del Fitd, Salvatore Maccarone, e legate alle condizioni iniziali dell’intera operazione.

Intanto il titolo Carige rimane sospeso in Borsa.

Carige, Intesa Sanpaolo, Unicredit. Cosa succede alle banche (mentre il governo si muove su Carige)

startmag.it 8.1.19

Che cosa il mercato intravvede per le banche italiane come Intesa Sanpaolo e Unicredit, e che cosa sta succedendo a Carige. Il commento di Gianfranco Polillo

Dalla nascita del governo Conte la Borsa italiana, nel suo indice generale, ha perso più del 25 per cento. Diversi i fattori che vi hanno contribuito, specie di natura internazionale: dal rallentamento in atto in tutte le principali economie, alla guerra dei dazi intrapresa da Donald Trump. Fenomeni che non hanno interessato solo l’Italia, ma che, nei confronti delle altre economie, hanno avuto un impatto meno devastante.

COME VA LA BORSA ITALIANA

Più o meno nello stesso periodo la Borsa di Parigi ha perso circa il 15 per cento, quella tedesca un po’ di più a causa del peso che la componente esportazioni ha sull’economia del Paese. Tuttavia il maggior calo della Borsa italiana (circa 10 punti in più) è rilevante, specie se paragonato all’indice Eurostoxx, che rappresenta i principali gruppi europei. Nulla a che vedere tuttavia con l’andamento dei titoli del comparto bancario italiano che perdono circa il 40 per cento del loro valore. Al punto che la relativa capitalizzazione di borsa è, ormai, inferiore all’entità del patrimonio netto.

CHE COSA SUCCEDE A INTESA SANPAOLO E UNICREDIT

Le due principali banche italiane mostrano uno scarto sul patrimonio netto pari al 10 per cento per Intesa Sanpaolo e addirittura del 27,4 per cento per Unicredit. Cosa tutt’altro che normale. Se si considera che la capitalizzazione di borsa di Enel è, seppur di poco, superiore al patrimonio netto: 51,9 miliardi contro 51,7. Le banche italiane, quindi, perdono più degli altri gruppi italiani. E perdono maggiormente anche nei confronti dei propri concorrenti esteri. Bnp Paribas, tanto per fare un confronto, nello stesso intervallo di tempo ha lasciato sul terreno il 23 per cento della sua capitalizzazione, dando un forte dispiacere ai propri azionisti. Molto meno, tuttavia, del salasso toccato a quelli di Intesa, che perdono circa il 36 per cento e di Unicredit che piangono un meno 42 per cento.

IL CASO CARIGE E LE PAROLE DI DI MAIO

In un contesto generale che non induce all’ottimismo, la crisi italiana si nutre, quindi, di fattori specifici. Nell’ottobre del 2018, Luigi Di Maio aveva dichiarato in modo stentoreo: “Non torneremo indietro sulla questione del 2,4% per 7-8 banche in difficoltà”. La profezia si è realizzata solo a metà. Rispetto al 2,4 per cento è stato un “indietro tutta”. Mentre le difficoltà non di 7 o 8 istituti, ma dell’intero sistema del credito stanno emergendo con particolare evidenza. Il caso di Carige, costretta all’amministrazione controllata ed al commissariamento da parte della Bce, ne è la più recente dimostrazione. All’origine della crisi della banca ligure è una lunga storia. Da tempo in sofferenza, per una gestione tutt’altro che brillante, doveva essere ricapitalizzata. L’assemblea del 22 dicembre era stata convocata per deliberare un aumento di capitale da 400 milioni di euro. Ma il suo principale azionista di riferimento – Malacalza Investimenti – astenendosi ha mostrato tutta la sua contrarietà all’operazione.

I SUBBUGLI IN CASA DI BANCA CARIGE

Una dichiarazione di sfiducia nei confronti dell’amministratore delegato Fabio Innocenzi che lo stesso Vittorio Malacalza aveva scelto nel 2005, dopo aver investito nella banca 423 milioni di euro, andati più o meno in fumo. Da qui il ripensamento, dopo settimane di trattative in cui sembrava che la soluzione del puzzle fosse a portata di mano. E con il fallimento dell’operazione le dimissioni del consiglio d’amministrazione e quindi l’intervento della Bce, volta a congelare la situazione nella speranza della discesa in campo di un cavaliere bianco in grado di incorporare la struttura dell’istituto in un gruppo più forte. Fatti specifici, come si può osservare. Ma anche un più generale campanello d’allarme. L’operazione di consolidamento, dopo un lungo travaglio, era rischiosa fin dall’inizio. Ma a renderla impossibile ha contribuito la scarsa liquidità che oggi connota il sistema bancario, le cui obbligazioni, stante gli aumenti dello spread sui titoli di Stato, conducono una magra esistenza.

I NODI DEL SISTEMA BANCARIO E IL RUOLO DELLA BCE

Ed ecco allora il punto di saldatura con gli andamenti più generali di cui si è parlato in precedenza. Se il patrimonio netto complessivo delle maggiori banche italiane è più basso dei valori di capitalizzazione in borsa, non sono certo queste ultime che possono tentare operazioni di consolidamento. Si può sperare in qualche fondo o banca estera, con tutti i rischi del caso. Oppure puntare sul supporto attivo, com’è già avvenuto, della Bce. Ciò che fa più rumore è, tuttavia, la totale assenza di iniziativa da parte del Governo. Semplici dichiarazioni di attenzione, che lasciano il tempo che trovano. Per altro accompagnate da precedenti interventi che non hanno fatto ben sperare. Figlie di un’ostilità, quasi infantile, nei confronti del sistema bancario italiano (i poteri forti), che hanno contribuito, e non di poco, a spiegare il continuo collasso di borsa.

LE PAROLE DEL GOVERNO

Parole come quelle che si sono sentite a Gioia Tauro, da parte di Luigi Di Maio (“Il sistema bancario la deve pagare perché ha avuto un atteggiamento arrogante infischiandosene dei risparmiatori e dello Stato ed è stato protetto da ambienti politici sia in questa regione che a livello nazionale. Se vogliamo sostenere le imprese dovremo ridurre l’arroganza di certe organizzazioni, quelle illegali e anche di alcune legali”, Ansa del 18 luglio) mostrano quale sia il livello di consapevolezza che aleggia nelle stanze dell’esecutivo. Ieri sera, comunque, il consiglio dei ministri ha approvato una rete pubblica di salvataggio potenziale di Carige tra garanzie statali sui bond e piani eventuali di ricapitalizzazione precauzionale.

DOSSIER SPREAD E TITOLI DI STATO

In sofferenza per le perdite di capitale dovute a quei 300 miliardi di titoli di stato posseduti, a seguito dell’aumento degli spread, la maggior parte delle banche italiane ha tirato i remi in banca. Li conserverà nel proprio portafoglio, con il beneplacito della Bce, fino alla scadenza, per ottenere un rendimento che non peserà sui rispettivi bilanci. Essendo il rimborso alla pari. Il modo più semplice per non dare ulteriori dispiaceri ai propri azionisti. Ma non sarà un’operazione indolore. Trasformare un investimento di tesoreria in uno a più lunga scadenza, significa avere minore risorse a disposizione per finanziare l’intera economia. Con un vantaggio aggiuntivo per gli istituti di credito: quello di un maggior rendimento, derivante dal minor rischio, rispetto ai prestiti concessi ad imprese e famiglie, in un momento di crescente difficoltà economica. Ed ecco allora spuntare le corna del credit crunch: di quella stretta del credito destinata a fare ancora più male. Se fossimo all’interno di un giallo di Agatha Christie diremmo che la vendetta va servita come un piatto freddo. Ma qui siamo nel fantastico mondo dei 5 stelle.

PER DIFENDERE LA VERITA’ UN GIORNALISTA ATTACCA IL PROPRIO GIORNALE. IL CASO CORRIERE DELLA SERA

  scenari economici.it 7.1.19

Se un giornalista deve attaccare il proprio quotidiano ed il proprio direttore per difendere la verità, vuol dire che siamo alla frutta, eppure sta accadendo anche questo in quello che era il più glorioso quotidiano italiano: il Corriere della Sera.

Il corrispondente da Bruxelles, proprio quello che dovrebbe occuparsi delle trattative europee, ha messo il luce in una lettera alla Redazione, pubblicata da SENZABAVAGLIO, la situazione di oggettiva distorsione della verità che si vive in quel giornale. Il coraggioso giornalista, forse ex giornalista a questo punto, Ivo Caizzi, si rivolge in modo secco e puntuale al direttore Fontana e vi proponiamo uno stralcio della sue parole:

 

“Inizio dall’1 novembre scorso, quando Fontana apriva il giornale titolando in prima pagina su una “procedura d’infrazione” Ue contro l’Italia (foto 1) inesistente, oltre che tecnicamente impossibile, in quella data. In trenta anni non ricordo un’altra “notizia che non c’è” simile in quella collocazione sul Corriere. Anche perché Fontana potrebbe aver dato il massimo risalto possibile a quello “scoop” pur sapendo che non si era mai arrivati nemmeno alla fase iniziale della proposta tecnica dei commissari Ue. Aggiungeva, infatti, in piccolo in prima: “a meno di cambiamenti di rotta sostanziali”. In pratica si strilla nel titolo “L’ITALIA PERDERA’” e si infila tra le righe “se non vince o pareggia”. In questo modo si potrebbero fare “scoop” simili in serie: “IL PREMIER CADRA’, se non resterà in sella”, “L’IMPUTATO SARA’ CONDANNATO, se non verrà assolto”, “QUEL PRETE SARA’ BEATIFICATO, se non è un pedofilo”, “TIZIO MORIRA’, se non vivrà”. “

Ora noi sappiamo che la procedure di infrazione non c’è stata. Del resto l’urogruppo aveva subito dato mandato per una trattativa con l’Italia e lo stesso Juncker aveva detto: “Trattare Trattare Trattare”. Quindi con  Eurogruppo e Commissione pro accordo, da discutere, comunque sembrava tutto risolto, o avviato alla risoluzione, eppure….. . Riprendiamo la lettera del giornalista:

 

“Ma Fontana, lo stesso 7 novembre, faceva pubblicare – con risalto e ampio spazio – un retroscena che iniziava con una incredibile smentita del pezzo della pagina precedente e degli altri due del Corriere già usciti sulla trattativa in corso perché le notizie non sarebbero esistite nell’Eurogruppo e nell’Ecofin (nonostante le conferme dei due presidenti).

Lo so, sembra incredibile. Ma leggete la foto 5: “Gli incontri dei ministri finanziari di questi giorni a Bruxelles hanno prodotto il risultato previsto e non ciò che, al contrario, NON E’ MAI NEPPURE STATO IN DISCUSSIONE. Non c’è stato nessun passo verso un compromesso fra la Commissione europea e l’Italia, né alcun vero negoziato. Al contrario, dall’Eurogruppo e dall’Ecofin è emerso solamente il sostegno di 18 Paesi dell’area euro e di tutti gli altri esterni alla moneta unica per la posizione della Commissione contro il bilancio del governo di Giuseppe Conte”.”

Incredibile, con un giornalista che gli scrive i fatti, pensiamo con fatica di raccogliere le informazioni dalle fonti dirette, il diretto pubblica una sorta di smentita del giornalista stesso. Perchè lo ha fatto, di quali fonti dirette disponeva ? Oppure ha fatto un proprio “Wishful thinking” facendo diventare la speranza di rottura una notizia. 

Caizzi giustamente chiama a rispondere il direttore Fontana, ma riteniamo che saranno gli stessi lettori, presi in giro, a chiamarlo a rapporto, semplicemente non comprando più il giornale. Del resto pare che il Corrierone sia sceso a 120 mila copie, cartacee e digitali, venute (per fare un paragone S.E. fa  tra i 15 ed i 20 mila singoli visitatori), per cui, a furia di compiacere i poteri forti, si va verso l’estinzione.

Comunque complimenti a Ivo Caizzi, che, per lo meno, sa ancora fare il suo lavoro.

Non ha subito perdite nel 2018: che cretino! Fa rabbia al Sole 24 Ore chi difende i propri risparmi.

6 Gennaio 2019 :: Beppe Scienza ilrisparmiotradito.it

Il 2018 si è chiuso con rendimenti nominali negativi per quasi tutte le alternative d’investimento. Fra i pochi rimasti indenni, chi ha tenuto i soldi su “depositi bancari”: conti correnti, conti deposito, libretti ecc. Marco lo Conte li accusa di “scelte subottimali”“bassa alfabetizzazione finanziaria”.

Dovevano anch’essi rimetterci in termini nominali e quindi ancor più in termini reali con “altri asset a maggio rischio”. Così, per far piacere a lui.

La conferma che la c.d. educazione finanziaria è finalizzata a danneggiare i risparmiatori, cioè a farli smettere di difendersi con il fai-da-te.

Che poi “i due terzi di quanto lo Stato paga in termini di interessi sul debito, circa 65 miliardi di euro […] derivino dalla scarsa educazione finanziaria” è affermazione priva di qualunque fondamento.

Sole 24 Ore, Plus24, 29-12-2018 p. 8

Carige, verso il primo “bail-out del popolo”

Angelo Baglioni lavoce.info 7.1.19

Il commissariamento di Carige mette una pezza alla situazione di grave crisi della banca. Ma se ciò non bastasse, dovrà intervenire il governo, eventualmente utilizzando denaro pubblico. Con quale strategia? Nessuno, per ora, lo sa.

La crisi e le prospettive di Carige

L’anno nuovo si è aperto col botto sul fronte bancario. Con una decisione senza precedenti, la Banca centrale europea ha deciso di “commissariare” l’italiana Carige, sostituendo il consiglio di amministrazione (peraltro largamente dimissionario) con tre commissari straordinari e un comitato di sorveglianza, nominati dalla stessa Bce. La finalità del provvedimento è quella di “assicurare che la banca ripristini il rispetto dei requisiti patrimoniali in modo sostenibile” (si veda il comunicato della Bce). Carige è una banca che ha “bruciato” diversi aumenti di capitale: “fra il 2014 e il 2017 Carige ha già avuto ricapitalizzazioni per 2,7 miliardi, mentre oggi la sua capitalizzazione in borsa non supera i 100 milioni” (si veda l’articolo di Rony Hamaui). L’ultimo aumento di capitale per 400 milioni era stato proposto il mese scorso dal Consiglio di amministrazione fresco di nomina, ma respinto dalla assemblea degli azionisti alla vigilia di Natale. Nel frattempo, il rispetto dei requisiti patrimoniali imposti dalla Bce (per il 2018) è stato affidato all’emissione di un bond subordinato, convertibile in azioni, sottoscritto interamente (per 320 milioni) dal “braccio volontario” del Fondo interbancario per la tutela dei depositi (Fitd), cioè dalle altre banche italiane, che si sono tassate per evitare guai peggiori.

Quali sono adesso le prospettive di Carige? È prevedibile che i commissari straordinari cerchino in primo luogo di portare a termine l’aumento di capitale, andato in fumo prima di Natale, eventualmente anche grazie alla conversione del bond subordinato in azioni. Tuttavia, non è affatto detto che ciò sia sufficiente ad assicurare la stabilità della banca in un orizzonte temporale più lungo, tenendo conto delle perdite che continua ad accumulare. Sembra evidente che una soluzione più drastica vada trovata. L’opzione sul tappeto, caldeggiata anche dalla Bce, è la ricerca di un’altra banca disposta ad acquistare Carige. Ma a supporto dell’operazione potrebbe rendersi necessaria una iniezione di denaro pubblico, come è già avvenuto per le due banche venete: Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, il cui acquisto da parte di Intesa Sanpaolo è avvenuto grazie al fatto che il Tesoro ha staccato a favore dell’acquirente un assegno di 5 miliardi (si veda qui per una ricostruzione di questo e di altri salvataggi bancari nostrani). L’ipotesi di una fusione con il Monte dei Paschi di Siena, circolata nei giorni scorsi e attribuita a fonti governative, sembra assai strampalata: sia perché Mps è a sua volta impegnato in una difficile fase di risanamento, sia perché avrebbe ben poche possibilità di essere approvata dalla Commissione europea. Più realistica sembra la strada di cedere buona parte dei crediti deteriorati alla Sga, Società di gestione degli attivi di proprietà del Tesoro, già impegnata in una operazione di questo tipo per le due banche venete.

Per ora non ci sarà bail-in

Alcuni depositanti e obbligazionisti di Carige si staranno chiedendo se il commissariamento della banca preluda a una forma di bail-in. La risposta è: per ora no, ma in futuro ciò potrebbe avvenire. Secondo la direttiva europea Bank Recovery and Resolution Directive (Brrd), il commissariamento fa parte di quelle misure di intervento tempestivo (“early intervention”) volte a evitare la procedura di risoluzione, che a sua volta può comportare il bail-in di alcuni strumenti finanziari emessi dalla banca, secondo il noto ordine: azioni, obbligazioni subordinate, obbligazioni ordinarie, depositi (oltre i 100 mila euro). Il punto è che, se i commissari non dovessero riuscire nel loro intento, la Bce sarebbe prima o poi costretta a dichiarare la banca “failing or likely to fail” (“in dissesto o a rischio dissesto”), passando la palla al Single Resolution Board (Srb). Questo, a sua volta, potrebbe decidere di avviare la risoluzione, qualora ritenga che ciò sia nell’interesse pubblico, oppure rimandare la gestione della crisi alla procedura nazionale. In quest’ultimo caso, si aprirebbe la strada della liquidazione, che potrebbe avvenire salvando gli sportelli della banca (che verrebbero ceduti a un’altra banca, sul modello dei due istituti veneti) e imponendo costi agli azionisti e obbligazionisti subordinati, in omaggio al principio europeo del burden-sharing (condivisione degli oneri).

Finora, la gestione della crisi di Carige è rimasta nelle mani delle autorità di vigilanza (Bce e Banca d’Italia) e il costo del salvataggio è stato confinato all’interno del sistema bancario, con l’intervento del Fitd. Tuttavia, se quanto fatto finora dovesse rivelarsi insufficiente, il governo italiano dovrà entrare nella partita, come è stato per gli altri casi di crisi recenti, e prepararsi a versare denaro pubblico per evitare il fallimento vero e proprio di Carige. Sarà bene che agisca tempestivamente e secondo una strategia precisa. Non sarà facile per una maggioranza governativa che ha fatto degli anatemi contro i poteri forti della finanza una delle sue bandiere populiste. Se il governo procedesse con l’improvvisazione e le contraddizioni che lo hanno caratterizzato finora, sarebbero guai seri: la fuga dei depositanti sarebbe un esito assai probabile, e la crisi della banca potrebbe precipitare rapidamente.

Carige, Popolare Vicenza, Veneto Banca e non solo. Tutto quello che non vi hanno detto sulle banche dissestate

Giuseppe Liturri startmag.it 7.1.19

L’analisi di Giuseppe Liturri sul caso Carige. I dossier Npl, il ruolo della Bce e non solo

Il 2 gennaio, la Vigilanza Bce è entrata a piedi uniti imponendo una svolta nella vicenda Carige.

Quasi un atto obbligato, considerando che se un amministratore propone un aumento di capitale e l’azionista glielo boccia, è normale che il primo si dimetta e che, non trattandosi di una qualsiasi srl di provincia ma di una banca significativa, la Vigilanza intervenga con gli strumenti disponibili per assicurare il governo aziendale, nominando dei commissari.

Ma come si è giunti fin qui? Come è possibile che un azionista non dia seguito ad una proposta avanzata da amministratori da lui stesso nominati?

Bisogna necessariamente fare qualche passo indietro e tornare almeno a quel fine settimana di novembre 2015, quando furono poste in risoluzione 4 banche di medio-piccola dimensione (Banca Etruria, Banca Marche, CariChieti e CariFerrara), i cui depositi erano pari solo al 1% circa del mercato nazionale.

Il semestre successivo vide un crollo dell’indice bancario di Borsa di circa il 60% ed il concretizzarsi di altre crisi bancarie. A gennaio 2017, 3 delle 4 banche avviate in risoluzione a novembre 2015, furono cedute alla simbolica cifra di 1€ ad Ubi Banca, dopo averle adeguatamente ripulite dalle sofferenze e con un consistente apporto di capitale del Fondo di Risoluzione. Nel frattempo, a fine 2016, esplodeva la crisi della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca, il Fondo Atlante (il nome evidentemente non è bastato…) raccoglieva capitale che veniva rapidamente azzerato dalle perdite dei due istituti che finivano in liquidazione coatta amministrativa nel giugno 2017 con Intesa Sanpaolo che acquistava il ramo d’azienda sano, al solito simbolico 1€ oltre a qualche miliardo di provvidenze pubbliche ed alla protezione contro cause intentate da creditori ed azionisti delle banche liquidate. A tali vicende si sovrapponeva quella della banca Monte dei Paschi di Siena, definita a gennaio 2016 da Renzi “un buon affare”, lasciata errabonda per tutto il 2016 alla ricerca di un fantomatico investitore (Jp Morgan, fondo del Qatar…) per l’aumento di capitale, salvo poi prendere atto del fatto che fosse appunto un fantasma e ricorrere alla ricapitalizzazione precauzionale da parte dello Stato ad inizio 2017.

Sette banche in circa 2 anni, un fatto senza precedenti nel nostro Paese, con un suicidio, migliaia di azionisti ed obbligazionisti per strada, vittime di misselling da parte degli istituti finiti in dissesto e valori di Borsa del settore in discesa verticale. Probabilmente l’inizio della fine delle fortune politiche di Renzi ma anche Padoan ne usciva piuttosto malconcio.

Le vicende elencate sono piuttosto diverse l’una dall’altra, per dimensione dei soggetti coinvolti, presenza di più o meno diffusa di mala gestio, quotazione in Borsa di alcuni ed altri specifici aspetti. Ma tutti hanno un minimo comune denominatore: la presenza di  ingenti crediti in sofferenza (Npl, Non Performing Loans), la loro valutazione, gli accantonamenti e le conseguenti perdite.

Qui entra in campo la Vigilanza Bce che, da fine 2014, è subentrata agli organismi nazionali nella supervisione di oltre cento istituti significativi (quelli con oltre €30 miliardi di attivo). Sin da subito il suo obiettivo è stato quello della eliminazione, a qualsiasi costo, degli Npl dai bilanci bancari. A nulla rileva il fatto che Bankitalia abbia più volte evidenziato i danni prodotti ai bilanci bancari da tali dismissioni a tappe forzate e le sue perplessità sulla effettiva necessità di ridurre così in fretta gli Npl.

Niente da fare, la Signora Nouy è stata irremovibile. Vendere tutto ed in fretta. Giammai farsi sfiorare dal dubbio che entrare in Italia con regole uniformi per tutti senza tenere conto della specificità di un Paese investito dalla recessione più grave dal dopoguerra, sarebbe equivalso all’ingresso di un elefante in una cristalleria. Con il prevedibile risultato di produrre sacrificio della marginalità delle banche, eccellenti ritorni sugli investimenti a favore di pochi investitori internazionali e crollo della capitalizzazione delle nostre banche a quel punto cotte a puntino per finire in pasto, per il solito simbolico 1€, ad altre banche italiane o straniere.

La montagna di €360 miliardi di crediti deteriorati (di cui oltre 200 di sofferenze) si è così drasticamente ridotta e, solo tra 2017 e 2018, sono stati ceduti Npl per €164 miliardi. I prezzi di cessione nel 2017 sono stati pari al 26,2% per crediti assistiti da garanzie reali e 9,9% per crediti senza garanzie che, se confrontati con il tasso di recupero delle banche per posizioni non cedute, pari al 44%, mostrano quanto grande sia stato il sacrificio imposto al nostro Sistema. Una impressionante forbice di quasi 20 punti che è stata trasferita dai bilanci delle banche a quelli di un manipolo di grandi operatori specializzati.

Banca Carige è stata investita in pieno da questa devastante politica. Cessioni, accantonamenti e conseguenti aumenti di capitale come se non ci fosse un domani. Non sono bastati ben 3 aumenti di capitale per circa 2,2 miliardi dal 2014, di cui l’ultimo appena un anno fa, per soddisfare i criteri stabiliti dalla Bce. Emergono sempre nuovi accantonamenti e svalutazioni da fare. A fine 2018, si è reso necessario emettere un bond interamente sottoscritto dallo Schema Volontario del Fondo Interbancario per soddisfare le richieste della Bce per tale esercizio. Quel bond era destinato ad essere rimborsato con l’aumento di capitale la cui mancata esecuzione ha aperto il casus belli.

A questo punto, l’azionista di riferimento ha giustamente puntato i piedi, chiedendo di capire quali fossero i programmi ed i numeri per il 2019, prima di mettere nuovamente mano al portafoglio (e magari ritrovarsi con nuove perdite e nuove richieste di capitale per il 2019) e la Vigilanza Bce non gli ha lasciato scampo, prendendo di fatto il controllo della banca.

In questo contesto, l’intervista ad Ignazio Angeloni di sabato 5 gennaio sul Sole 24 Ore giunge come esplicita conferma delle politiche perseguite, noncuranti dei rilevanti danni collaterali.

In apertura, a proposito di Carige Angeloni, membro del Consiglio di vigilanza del Meccanismo di Vigilanza Unica e rappresentante della Bce nel Meccanismo di risoluzione (Single resolution board), ha affermato che “…La Bce ha suggerito in passato di considerare la possibilità di aggregazione con un altro istituto, per sfruttare sinergie e diversificare meglio i rischi. Spetta agli amministratori e agli azionisti scegliere la via più opportuna nell’ambito del percorso di risanamento…”. Sì, aggregazioni, avete letto bene. Proprio quelle che la Vigilanza Bankitalia favoriva con la famosa ‘moral suasion’ e che aveva vissuto i suoi ultimi fasti con le vicende del ‘bacio mai dato’ (cit. De Andrè) al Governatore Fazio, Fiorani ed i ‘furbetti del quartierino’.

Quindi, lungi dall’avere nostalgie per metodi poco trasparenti che sono finiti sotto la lente dei magistrati, si deve prendere atto che, dopo oltre 10 anni, gli strumenti sono sempre quelli, con l’unica ma fondamentale differenza che la banca ‘nubenda’ in genere si presenta al matrimonio più tardi del solito, dopo aver passato alcuni mesi per strada (il Mercato!) per essere preventivamente spogliata di ogni avere e senza alternative di sorta (‘ci ammazzano tutti’ del presidente Modiano passerà alla storia).

Angeloni prosegue dicendo che “…N ella vigilanza Bce abbiamo sempre monitorato con attenzione i rischi di mercato (inclusi quelli insiti in strumenti finanziari complessi e non negoziabili), … La nuova fase ciclica potrebbe rendere i fattori di rischio più rilevanti, e favorire fenomeni di contagio che le condizioni di abbondante liquidità degli ultimi tempi avevano scoraggiato…”.

Suona come un, invero poco scaramantico, mettere le mani avanti per non cadere indietro. È una di quelle affermazioni che converrà tenere da parte quando esploderanno i problemi di qualche banca francese o tedesca, imbottiti di strumenti finanziari complessi e non negoziabili. All’improvviso scopriremo che la valutazione di quegli strumenti è caratterizzata da discrezionalità, modelli interni ed autovalutazione.

Poi pone firma e timbro della Vigilanza sulla dismissione a tappe forzate degli Npl, dimenticando forse che, proprio a causa di quelle vendite, la capitalizzazione delle banche italiane è nettamente al di sotto dei valori di fine 2015.

“…Le banche italiane hanno ridotto i crediti deteriorati (NPLs) e hanno aumentato gli accantonamenti a copertura di essi, seguendo le indicazioni della vigilanza europea e dei regolatori. Grazie a questo stanno riconquistando parte della fiducia dei mercati che avevano perso… A volte in Italia si parla di una prevenzione della vigilanza contro le banche italiane. È vero il contrario: specie ultimamente negli ambienti della vigilanza europea c’è apprezzamento per il percorso di risanamento che esse stanno facendo…”.

Se la Bce apprezza e brinda, lo stesso non può dirsi degli azionisti ed obbligazionisti, specie subordinati. Sarebbe proprio il caso di dire ‘confessio regina probationum’ e chiedersi se possa esistere una terza via, intermedia tra le pratiche del passato, poco trasparenti e di dubbia liceità, ed una vendita forzosa di attivi, seguita da aggregazioni (o meglio annessioni) che lasciano solo macerie per gli azionisti e lauti profitti per pochi compratori. Il tutto all’insegna del ‘ce lo chiede l’Europa’.

Il signor dietrofront

7 Gennaio 2019 di: Luciano Scateni lavocedellevoci.it

Sono partiti con un promettente avanti-march i 5Stelle e il più lesto a sposare il passo svelto è stato Luigino Di Maio, che Grillo ha eletto leader dei 5Stelle per la sua modestia, condizione preliminare per continuare a menare la danza dall’esterno senza doversi confrontare con un soggetto tosto. La “vulnerabilità” del vice premier pentastellato, indotto dal “ce l’aveva duro” Salvini a innestare ripetutamente la marcia indietro, ispira il nuovo attributo con cui di qui in poi, lo citeremo: Di Maio sarà il signor “Dietrofront”. L’ultimo suo exploit è il via libera alle trivellazioni in oltre duemila chilometri nel mar Ionio, che fa esplodere una nuova contraddizione della sua personalità dissociata. Da capo del movimento si è opposto alle trivellazioni di un’azienda americana, come ministro firma l’autorizzazione e per placare l’incazzatura dei grullini pugliesi dichiara che la decisione di cercare il petrolio lungo le coste pugliesi si deve al governo precedente. Omette di dire che sarebbe bastato un decreto legge per fermare le trivellazioni.

L’ondivago ministro della salute, che solo per caso si chiama Grillo come il comico genovese, una ne fa dieci ne pensa. Nota per aver tollerato la discrezionalità nel vaccinare i bambini, ha esternato di aver vaccinato la sua prole. Ora è stata scoperta come mandante di un’indagine che plagia iniziative analoghe del fascismo. Ha sguinzagliato i suoi 007, spulciato i curricula dei 30 membri del Consiglio Superiore della sanità e li ha licenziati. Avesse potuto, avrebbe limitato l’epurazione a sei componenti, ma avrebbe rivelato clamorosamente il perché politico dell’inchiesta. L’indagine, tipo gestapo, non intendeva accertare la loro qualità scientifica, ma simpatie politiche estranee al governo gialloverde. Epurato tra gli altri il famoso farmacologo Garattini. La Grillo grullina è tra quanti del movimento sbandierarono lo slogan “siamo il governo del cambiamento”. Aveva ragione, più cambiamento di così…Ecco un suo elevato pensiero: “Il passato politico dovrebbe far parte per legge (!) del curriculum”. Il “go home” include Francesco Bove, docente alla Sapienza, reo, agli occhi della Grillo di essere giornalista (pubblicista), e soprattutto collaboratore dell’odiata Repubblica. Falso. Ha scritto negli anni 70 per Paese Sera, L’unità, il Secolo XIX. La Grillo raggiunge il culmine della discriminazione con il licenziamento del chirurgo Colombo, che a suo giudizio ha sulla coscienza il peccato mortale di aver operato Berlusconi.

Trieste, a nome dell’Italia dell’accoglienza risponde al vice sindaco leghista Polidori, titolare di iniziative razziste seriali contro i migranti. L’ultima bravata è di questi giorni di freddo intenso, particolarmente critici per i senza dimora. Il soggetto in questione si è impossessato della coperta e di vestiti di un clochard e li ha gettati in un cassonetto dei rifiuti. La città ha reagito nel più intelligente e generoso gesto di riparazione. Ha donato al “barbone” coperte e abiti.

Moltiplicate per 30 il milione di cittadini napoletani e il totale dirà quanti sono gli abitanti cinesi di Shanghai, la città più popolata del mondo: sono trenta milioni di anime. Solidarietà convinta ai suoi amministratori, alle prese con i problemi del traffico, dello smaltimento dei rifiuti, delle scuole per tutti. Il consiglio ai sindaci di città italiane che amministrano trentesimo o poco più dei cittadini della città cinese, è di organizzare stage per imparare come fanno o Shangai a liberarsi della spazzatura, a garantire l’asilo a un esercito smisurato di bambini, ad affrontare il problema sicurezza e dell’accoglienza. Un suggerimento ad personam è per la sindaca di Roma: affidi il governo della città a vice sindaco e assessori, si conceda un anno sabatico e si trasferisca a Shanghai, partecipi a corsi intensivi di aggiornamento, con specifica attenzione alla strategia di una megalopoli contro l’effetto gruviera delle sue strade.

VACCINI – LA LETTERA APERTA DEL CORVELVA AL MINISTRO DELLA SALUTE GRILLO

7 Gennaio 2019 di:  Redazione lavocedellevoci.it

Il testo della lettera trasmessa al ministro della Salute Giulia Grillo dal Corvelva

LETTERA APERTA AL MINISTRO DELLA SALUTE GIULIA GRILLO

Egregio Ministro Giulia Grillo
Da agosto 2018 la nostra associazione ha iniziato a pubblicare i risultati di diverse analisi commissionate a laboratori indipendenti ed accreditati
su alcuni lotti di vaccino. Questi stessi risultati sono sempre stati inoltrati anche al Suo Ministero, nonché all’ISS, all’AIFA, all’Ema e
alle case produttrici.
Duole constatare che, nonostante i risultati contengano dati preoccupanti e ravvisino diversi profili di rischio, nessuna risposta sia arrivata da
parte Sua né di alcun funzionario del ministero da Lei presieduto.
Eppure, fu proprio Lei, come componente della Commissione Parlamentare di Inchiesta “Uranio Impoverito”, a firmare insieme agli altri membri le
seguenti considerazioni:

“Il completamento dell’analisi documentale sui dossier di registrazione fin qui svolta, richiede la verifica
sperimentale su vaccini da prelevare a campione, nell’ambito di una attività ispettiva da svolgere nelle
sedi dove  vengono effettuate le vaccinazioni ai militari. Solo in tal modo è possibile controllare la conformit�
alla scheda tecnica nonché la presenza di componenti non dosati, e di cui non è stato dato conto.
Questo obiettivo, già prefissato dalla legge istitutiva della Commissione non ha trovato attuazione
a causa delle limitate risorse economiche a disposizione della Commissione”

Ebbene, la nostra associazione è composta da genitori, e noi stiamo portando avanti, con umiltà ma tenacemente, quegli obiettivi da voi posti.
Stiamo pagando di tasca nostra ciò che la politica non ha finanziato. Noi stiamo ottemperando ad uno degli scopi che la Commissione stessa si era
prefissata.

A fronte di questo, il silenzio delle Istituzioni, tutte, ma in particolare del Ministero che Lei presiede, è assordante.
Le chiediamo di voler dedicare attenzione a questi risultati, Le chiediamo di dare una Sua interpretazione agli stessi, essendo Lei anche medico ed
essendo Lei stata membro della Commissione summenzionata.
È dunque consapevole del fatto che alcuni componenti dei vaccini possono e devono essere verificati?
È consapevole che la conformità di questi prodotti dovrebbe essere verificata e a quanto pare nessuno lo sta facendo?
È consapevole che dalla legge tuttora in vigore che istituisce l’obbligatorietà di ben 10 vaccini possano derivare anche dei rischi?

Noi genitori sentiamo forte il dovere di provare a fare chiarezza, perché siamo costretti a difenderci da troppi attacchi da due anni a questa parte;
noi genitori siamo preoccupati del fatto che vi siano rischi sottovalutati e siamo preoccupati della deriva che la discussione sulle vaccinazioni
obbligatorie ha fatto scaturire. I genitori che lottano per la libertà di scelta sono sotto attacco (mediatico e legislativo) da troppo tempo e più
aumenterà questo clima persecutorio nei confronti di chi si pone legittimi dubbi e chiede di attuare il principio di precauzione, più noi ci
sentiremo costretti a difenderci, quotidianamente, per tutelare il nostro diritto alla salute e alla libera scelta democratica di sottoporsi o meno ad
un trattamento sanitario che – Lei ne è stata testimone – non è esente da rischi e necessita di approfondimenti che nessuno, a livello
Istituzionale, ha intrapreso.

Siamo dunque a chiederLe di voler approfondire quanto da noi pubblicato, non sono analisi conclusive, sono l’inizio di un’attività di verifica
sul contenuto dei vaccini in uso nel territorio italiano e non solo. A breve vi saranno nuovi approfondimenti e stiamo lavorando alacremente per
produrre altri dati che testimonino -tra le altre cose – l’affidabilità di quanto finora rilevato.

Il nostro obiettivo era quello di portare dati che potessero far scaturire un sano dibattito sulla sicurezza di questi prodotti e che riportassero il
dialogo e la possibilità di confronto al centro dell’attenzione, a livello scientifico ed istituzionale. Ci siamo trovati di fronte una realtà ben
peggiore di quella ipotizzata, e non ci è possibile farla passare nel silenzio. Non basterà liquidare la questione con un semplice (quanto assurdo)
“hanno sbagliato metodica” o etichettandoci come  “NoVax”: ciò che abbiamo appurato presenta problematiche serie e dubbi sulla conformità di
alcuni prodotti farmaceutici, vaccini, rendendo impossibile garantire sicurezza ed efficacia. I dati pubblicati sul nostro sito, in ogni caso, stanno
facendo il giro del mondo, nel totale disinteresse delle nostre istituzioni e degli organi di controllo; la società civile merita risposte e
ignorarci non risolverà il problema.

Ringraziandola in anticipo per la cortese attenzione, vorremmo concludere la presente con una sola domanda:

E se i dati fossero corretti?

Grumolo delle Abbadesse (Vicenza) 6 gennaio 2019

E’ nata Banca Lazio Nord

tusciaweb.it 7.1.19

Dal 1° gennaio operativo l’istituto bancario nato dalla Banca di Viterbo e dalle BCC di Ronciglione e Barbarano Romano – On line il nuovo sito

Banca Lazio Nord

Banca Lazio Nord

Viterbo – sponsorizzato – Dal 1° gennaio operativo l’istituto bancario nato dalla Banca di Viterbo e dalle BCC di Ronciglione e Barbarano Romano. On line il nuovo sito.

Nel segno del rinnovamento nella continuità e raccogliendo l’eredità di due realtà bancarie che da oltre 100 anni accompagnano imprenditori, artigiani, professionisti, ecc.. nella crescita e nello sviluppo delle loro attività, martedì 1° gennaio 2019 è nata Banca Lazio Nord.

33 filiali, oltre 980 milioni di raccolta, 180 dipendenti, 4.850 soci; questi, in sintesi, i numeri che fanno del nuovo istituto – nato dalla Banca di Viterbo Credito Cooperativo e dalla BCC di Ronciglione e Barbarano Romano – la principale realtà bancaria locale della provincia di Viterbo.

Tre storiche banche da sempre protagoniste nello sviluppo economico della Tuscia, si uniscono e si rafforzano per restare le stesse e confermare quelle peculiarità che le hanno rese nei decenni un punto di riferimento per le realtà produttive del Lazio settentrionale.

Cambiamo per restare gli stessi è il messaggio della campagna di promozione della nascita di Banca Lazio Nord.

Cambiano il nome, il logo e l’immagine aziendale; restano i nostri dipendenti e il rapporto diretto con soci e clienti; si rafforza la presenza su territorio; si conferma il supporto al terzo settore e alla cultura con il sostegno a numerose iniziative.

E gli imprenditori della Tuscia – da sempre accompagnati nelle loro attività dalla Banca di Viterbo e dalle BCC di Ronciglione e Barbarano Romano – sono I protagonisti del territorio che Banca Lazio Nord ha scelto come testimonial della campagna spot in programma nei cinema e sul web.

All’indirizzo www.bancalazionord.it, infine, è on line il rinnovato sito aziendale e di home banking.