B.P.Bari: a caccia di 500 mln entro giugno (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Quattro mesi per rimettersi in piedi. Questo è 

l’ambizioso obiettivo che l’amministratore delegato Vincenzo De Bustis si 

è dato con il nuovo piano industriale approvato ieri dal cda della 

Popolare di Bari. 

Il documento, licenziato solo in serata, scrive MF, prevede alcune 

azioni decise per mettere in sicurezza asset quality e capitale e 

rispondere alle sollecitazioni arrivate da Banca d’Italia. In primo luogo 

la popolare punta a rafforzare i coefficienti patrimoniali entro giugno 

attraverso “adeguate iniziative di capital relief, anche mediante 

l’emissione di strumenti finanziari destinati a investitori qualificati”. 

Secondo quanto risulta, la banca avrebbe bisogno di una somma vicina ai 

500 milioni, che potrebbe essere raccolta in aumento di capitale o con 

l’emissione e la successiva conversione di un bond subordinato. 

red/lab 

 

(END) Dow Jones Newswires

January 31, 2019 02:13 ET (07:13 GMT)

La patria europea demolita dal sovranismo degli europeisti

libreidee.org 31.1.19

Dunque, la Germania al posto dell’Europa nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il franco francese anziché l’euro nei paesi africani. L’accordo economico-politico bilaterale tra Macron e la Merkel sulla testa dell’Europa e dei suoi accordi. Lo sfondamento dei limiti europei del debito da parte dei francesi, col placet dei tedeschi. La conquista dell’economia italiana soprattutto da parte di aziende francesi. Lo sfaldarsi di ogni piano comune europeo per affrontare i flussi migratori, e il deliberato sfilarsi di Germania e Francia dalle responsabilità che loro competono. E si potrebbe ancora continuare. Come giudicare complessivamente questi fattori, dove portano? Alla dichiarazione di fallimento dell’Europa, anzi all’autocertificazione, al prevalere degli interessi nazionali sugli interessi europei, all’egemonia delle potenze nazional-coloniali sull’unione tra Stati membri. In una parola, chi affossa l’Europa non sono coloro che escono, come i britannici; e nemmeno chi tuona, a volte in modo greve, contro chi comanda in Europa, come fanno gli italiani grilloleghisti. Ma sono proprio loro, i presunti padroni di casa.

Sono loro, quelli di Aquisgrana, quelli dell’asse carolingio, i franco-tedeschi, a uscire dall’Europa. O se preferite, si sentono i genitori d’Europa e considerano gli altri Stati come minorenni; loro possono uscire di casa e rientrare, loro possono avere le Macron e Merkelchiavi di casa, loro possono concedersi libertà che agli altri sono negate. Quando sento il solito refrain sugli amici e i nemici dell’Europa, la solita condanna dei nazionalismi e dei sovranismi, mi chiedo: e questi due sarebbero i garanti dell’Europa? Non sono loro i primi fautori di nazionalismo e sovranismo, con l’aberrante precisazione che lo sono a prescindere dai loro popoli, puro kratos senza demos, nonostante siano in palese, schiacciante minoranza nei loro paesi? Simbolicamente grave è l’accordo tra Macron e Merkel per chiedere che il seggio assegnato all’Europa nel Consiglio di Sicurezza venga invece dato alla Germania. È la sconfessione dell’Unione Europea, l’abdicazione dell’Unione, la vanificazione della rappresentanza europea nel mondo, nel timore che nuovi equilibri, nuove ondate “sovraniste” possano nominare rappresentati dell’Europa non conformi e non graditi all’establishment dominante.

Ora non si tratta d’inventarsi nuove crociate antifrancesi o antitedesche, né si tratta di alimentare la guerra civile europea e l’Eurexit, cioè l’uscita dell’Europa da se stessa, come se fosse posseduta da un demonio. Niente toni scomposti, nessuna caccia al nemico come capro espiatorio delle difficoltà interne. Si tratta prima di ricomporsi e poi di ricomporre, ovvero di assumere un contegno adeguato e poi puntare a una rigenerazione del patto europeo, una ridefinizione. Si tratta di pensare a una cosa: c’è bisogno d’inventarsi un sovranismo europeo, fondato su un patriottismo europeo. Cioè su un sentire comune, su un’appartenenza condivisa ad una civiltà. L’Europa di oggi, proprio come il governo Salvini-Di Maio, regge su un contratto. Ovvero su un patto economico-finanziario, sulla firma di un accordo e di alcuni obblighi legati a quell’accordo. Ma non c’è, e si Marcello Venezianivede a occhio nudo, nessun afflato europeo, nessun fervore identitario comune, nessuna percezione di vivere in una casa comune. Sarebbe quello il salto di qualità da compiere a questo punto.

Un patriottismo europeo, come un sovranismo europeo, non sostituirebbe il patriottismo e la sovranità delle nazioni, ma ne sarebbe in qualche modo la sintesi, il garante dei singoli Stati e dei loro patriottismi nazionali. Un patriottismo europeo, un sovranismo europeo, dovrebbe esercitarsi rispetto al mondo esterno prima che sugli Stati membri, e dovrebbe occuparsi della concorrenza commerciale esterna, della comune difesa europea, dell’egemonia planetaria delle superpotenze, dei flussi migratori e delle minacce all’Europa e agli europei. Insomma dovrebbe essere proiettato sull’esterno, più che essere vessatorio e oppressivo al suo interno. Dovrebbe proteggere i popoli europei più che sottometterli ai diktat economico-finanziari o ai dogmi dell’accoglienza. Ci sono tre patriottismi, uno dentro l’altro come matrioska e come cerchi concentrici: il patriottismo locale, vorrei dire a chilometro zero, quello del territorio più prossimo, della provincia e del proprio habitat; il patriottismo nazionale, fondato sulla storia, la lingua, gli Stati e le tradizioni nazionali; il patriottismo europeo, inteso come patriottismo delle civiltà europea e dei suoi confini verso l’esterno. Non si può pensare di sopprimere uno senza poi sopprimere o vanificare gli altri. E se il compito dei nostri giorni, paradossale ma non troppo, sia quello di difendere l’Europa dagli europeisti?

(Marcello Veneziani, “Francia e Germania contro l’Europa”, da “La Verità” del 25 gennaio 2019; articolo ripreso sul blog di Veneziani).

SPY FINANZA/ Il mosaico che unisce Brexit, gilet gialli e Italia

Sono state prese delle decisioni importanti a Londra sulla Brexit. Che mostrano però un atteggiamento piuttosto strano di Londra

Proviamo a fermarci e mettere le cose in prospettiva. Se la faccenda non fosse chiara, fra meno di due mesi la Gran Bretagna dovrebbe dire ufficialmente addio all’Ue. Non un annuncio, un addio. Ovvero, dalla mattina seguente a quella del 29 marzo, tutto dovrebbe essere cambiato. A livello commerciale, doganale, di rapporti bilaterali fra governi, diplomatici, di circolazione di uomini e merci. Tutto. Londra non sarà più membro dell’Unione, diventerà come gli Stati Uniti. Avete letto bene: gli Stati Uniti. Perché la questione qui non è meramente di eurozona, ovvero di adozione di una valuta differente dall’euro: Londra non l’ha mai avuta, si è sempre gelosamente tenuta in tasca la sterlina. Come la Svezia con la sua corona. Come la Polonia con il suo zloty. Ma queste ultime due, ad esempio, fanno parte dell’Ue e continueranno a farlo. Ma lo status cui andrà incontro a breve la Gran Bretagna non è nemmeno quello della Norvegia, la quale non fa parte dell’Ue e ha la sua valuta, la corona, ma è legata all’Europa politica-economica dall’adesione al Trattato Efta, allo Spazio economico europeo e al Trattato di Schengen sulla libera circolazione. Londra, al momento, no. Il Regno Unito fra meno di due mesi diverrà apolide, di fatto vivrà in un limbo. Sovranamente apolide, ben inteso. Perché dopo il voto di Westminster di martedì sera, tutto torna alla casella iniziale. Come in un Monopoli tragicomico. 

Quella ottenuta da Theresa May, infatti, è stata la classica vittoria di Pirro. Ma occorre conoscere bene i fatti, per capire dove stiamo andando come Europa. E cosa ci attende. Primo, il Parlamento britannico si è espresso su una serie di sette emendamenti legati alla legge che regola il Brexit, dopo la prima bocciatura di gennaio dell’accordo raggiunto dal governo con la Commissione Ue. Tre quelli fondamentali: l’emendamento Brady, l’emendamento Spelman e l’emendamento Cooper. I primi due approvati, il terzo bocciato. E proprio quest’ultima bocciatura è quella che ha spinto molti media a dipingere l’accaduto come una vittoria, una rivincita della zoppicante primo ministro sui suoi avversari, prima di tutto interni ai Tories. Si trattava infatti della proposta di modifica alla legge sul Brexit presentata dalla deputata laburista Yvette Cooper, attraverso la quale di fatto si rendeva possibile un rinvio del Brexit. Anticamera, a detta di molti, del voto anticipato, perché avrebbe messo sulla graticola a tal punto la May da costringerla a indire nuove elezioni. Queste ultime, a loro volta, anticamera di un secondo referendum sull’uscita dall’Ue, visto il vantaggio nei sondaggi dei laburisti, espressisi in tal senso proprio alla vigilia del passaggio parlamentare di martedì. Quindi, niente rinvio. Sarà comunque il 29 marzo il d-day di Londra, con l’accordo o in maniera disordinata, tipo salto nel buio. No deal, insomma.

C’è poi stato l’emendamento Brady, secondo tassello del mosaico vincente della May, visto che con la sua approvazione per 317 voti contro 301, garantisce alla primo ministro il mandato parlamentare per tornare a Bruxelles a trattare per un nuovo accordo da sottoporre poi nuovamente a Westminster, al più tardi il 13 febbraio prossimo. Alla base delle nuove trattative, la rimozione del cosiddetto backstop – la garanzia – sulle libere frontiere fra Irlanda del Nord britannica e Repubblica d’Irlanda, parte dell’Ue e la sua sostituzione con un accordo alternativo da concordare. Insomma, la May ha vinto? No, ha solo rimandato la sconfitta. Ha, di fatto, preso tempo. Calciato la lattina lungo il viale, sperando nel destino benigno. Bruxelles, nel frattempo, si è infatti affrettata a dire che l’accordo è quello già bocciato a gennaio dai parlamentari britannici, nessuna possibilità non solo di modifica ma nemmeno di riapertura del negoziato. 

Vero? Ne dubito, alla fine si arriverà a un compromesso. Anche perché tutti hanno ignorato colpevolmente il terzo emendamento votato martedì sera, dopo la decisione di porlo all’attenzione dell’Aula del pittoresco Speaker, John Bercow, ormai noto al grande pubblico televisivo per le sue cravatte imbarazzanti e il suo stentoreo grido Order! rivolto ai parlamentari per richiamarli alla calma. L’emendamento Spelman, appunto. E di cosa si tratta? Passata per soli otto voti di scarto, 318 a 310, questa modifica alla legge sul Brexit (non vincolante, ma simbolicamente fondamentale e destinata a fare giurisprudenza, se ignorata) prevede che alla fine dell’accordo di uscita dall’Ue venga posto un codicillo nel quale si certifica che il Parlamento rifiuta l’abbandono dell’Unione senza appunto che un patto di addio sia in vigore e in corso di validità. Sembra un gioco di parole, un mero calembour costituzionale, ma non lo è affatto. E non occorre scomodare Walter Bagehot per capirlo. 

Di fatto, se si arrivasse a un accordo raffazzonato, palesemente penalizzante per la Gran Bretagna o addirittura a nessun accordo, stante magari l’irremovibilità della posizione di Bruxelles, di fatto il Parlamento potrebbe esautorare la May e il governo, non riconoscendo quell’atto come valido. A quel punto, il voto del 13 febbraio (o prima, rappresentando quella data il termine ultimo) non sarebbe più soltanto la decisione definitiva sul Brexit, ma, di fatto, un palese voto di sfiducia alla premier e al governo. Un qualcosa, in mondovisione, che potrebbe tentare molto, più che i laburisti, gli stessi congiuranti interni ai Tories, Boris Johnson in testa. Insomma, per usare un francesismo elegante, un gran casino. 

Tutto da creare, oltretutto, perché il voto di martedì sera a Westminster, lungi dall’essere stato quello decisivo, è stato soltanto l’ennesimo reset della questione Brexit: di fatto, si ricomincia da capo. Certo, partendo da una bozza di accordo pre-esistente, ma con due criticità. Anzi, tre. La prima, quella bozza su cui lavorare è già stata bocciata da Westminster a gennaio. Quindi, non può essere riproposta solo con la modifica del backstop irlandese. Secondo, l’Ue ha già detto no a nuove trattative. Terzo, si lavora contro il tempo. E non con un orizzonte temporale di anni o semestri: meno di due mesi. E con l’Ue alle prese con un paio di grane da niente come le elezioni europee del 23-26 maggio prossimi e l’ipotesi, di fatto confermata lunedì da Mario Draghi proprio di fronte all’Europarlmento, di una recessione alle porte. Il tutto per il risultato di un referendum tenutosi il 23 giugno del 2016, quindi non esattamente la settimana scorsa. Due anni e mezzo fa, quasi. Per arrivare a cosa? A voti parlamentari tipo maratona, a un accordo bocciato clamorosamente da una delle parti in causa e all’azzeramento di tutto il processo a due mesi dalla sua deadline ufficiale, di fatto ribadita ridicolmente martedì sera con la bocciatura dell’emendamento Cooper che apriva le porte a un saggio (e, ormai, nei fatti e nei tempi) rinvio: proposta che aveva raccolto la firma di 139 deputati su 650, di cui 11 Conservatori. 

I mercati? Questa è stata la reazione del cambio della sterlina sul dollaro dopo la bocciatura dell’emendamento Cooper: schiantata dello 0,6% in un attimo, a quota 1,307. Insomma, chi investe scommetteva sul rinvio come viatico per un ritorno collettivo del buonsenso, basti vedere il buon risultato del Ftse 100 di Londra per tutta la giornata di martedì. E ieri? Identico, almeno fino all’ora di pranzo, quando veleggiava a +1,3%. 

Su cosa scommette, quindi, la City? Sulle tre criticità che ho appena elencato. Soprattutto, sul fattore tempo. Contemporaneamente, infatti, prosegue la battaglia parallela, quella denominata in gergo Project Fear, ovvero l’ormai parossistico ampliamento dei piano di emergenza del governo in caso di no deal, lo stesso che ha già portato a simulazioni di ogni genere: di scorte di alimentari, acqua e farmaci, di esercitazioni per blocchi al porto di Dover e per la mancanza di carburante nel Paese. Siamo arrivati all’undicesimo aggiornamento del piano, ormai siamo alle soglie dell’invasione delle cavallette. O degli alieni. E non manca molto, vi assicuro. 

Proprio ieri è stato pubblicato uno studio dell’Imperial College London e della University of Liverpool, elaborato su dati dell’Organizzazione mondiale della sanità e dell’Agenzia britannica delle dogane e modellato su scenari base per valutare l’impatto di un Brexit con un accordo di libero scambio con l’Ue e nazioni terze, uno solo con l’Ue e uno basato sul no deal. Il risultato? Fra il 2021 e il 2030 il Regno Unito potrebbe registrare un’impennata de decessi, addirittura più di 12mila oltre la media. La causa? Il Brexit senza accordo, il quale infatti porterebbe a un aumento automatico del costo dei generi alimentari freschi, tale da costringere moltissimi cittadini a diete non salutari. 

Fa ridere. Ma c’è da piangere. Non vi basta? Il meglio lo ha reso noto l’Associated Press, la quale sempre ieri riportava la notizia di un aumento vertiginoso delle richieste di cittadinanza tedesca in previsione del Brexit. A confermare il dato, 3.380 richieste inoltrate dal referendum del giugno 2016 a oggi, direttamente l’ambasciata tedesca a Londra, la quale raffrontava il dato con la media di sole 20 richieste annue prima del voto per l’addio. Il problema è chi starebbe richiedendo quella cittadinanza: britannici di religione ebraica, facendo riferimento all’articolo 116 della Costituzione tedesca che permette ai discendenti di chi fu perseguitato dal regime nazista per motivi religiosi di tornare a essere tedesco (la cittadinanza fu tolta agli ebrei fra il 1933 e il 1945). Dunque, il grado di isteria legato al Brexit è tale che oltre 3mila ebrei britannici preferiscono andare in Germania, Paese che ha visto perseguitati i loro avi e che a sua volta la narrativa ufficiale vuole in piena ondata di ritorno di antisemitismo e razzismo, che restare nel Regno Unito dell’addio a Bruxelles, anche se questo avvenisse attraverso un accordo. 

Capite che siamo in piena e totale distopia. Un po’ come in 1984 di George Orwell o ne Il mondo nuovo di Aldous Huxley o nell’Arancia meccanica di Anthony Burgess. Guarda caso, tutti e tre autori britannici. Sarà un caso? Cosa si nasconde dietro l’enorme recita collettiva conosciuta come Brexit? Davvero, come penso da sempre, è stato soltanto lo sfogatoio plebiscitario-mediatico della rabbia popolare, necessario a un processo di riverginizzazione delle élites post-crisi finanziaria? Com’è possibile che la gente non si accorga del paradosso, dell’inconciliabilità realistica dell’allarmismo che contorna la vicenda sotto tutti i punti di vista – economico, politico, sociale, finanziario – con l’atteggiamento da studente sconsiderato che, avendo mesi per prepararsi a un esame, si riduce invece all’ultima settimana di nottatacce e maratone a base di caffè tenuto dal governo britannico (e, in parte, dall’Ue)? C’è dell’altro. E potrebbe avere molto a che fare con la meteoritica ascesa e l’altrettanto rapido declino dei gilet gialli in Francia o con la quasi sparizione dal dibattito europeo di Alternative fur Deutschland o del “pericolo nero” del governo austriaco, di fatto rivelatosi tra i più rigoristi, europeisti e mainstream di tutti. 

Manca qualche tassello al mosaico, per capire meglio quale sia l’immagine finale? L’Italia gialloverde. Ma non manca molto, tranquilli. 

SPILLO/ I soldi persi dallo Stato con il passaggio dalla lira all’euro

La Banca d’Italia su 100 euro emessi oggi ne trattiene 92 euro, gli altri 8 li cede gratuitamente alla Bce. Quindi con il passaggio dalla lira all’euro lo Stato ci rimette l’1%

31.01.2019 – Paolo Tanga il sussidiario.net

(LaPresse)

Capire il meccanismo dell’euro non è facile, soprattutto per noi italiani, che siamo stati abituati ad avere le banche pubbliche. Se il sistema finanziario, assicurativo e bancario è di proprietà pubblica, i guadagni che questi sistemi realizzano rifluiscono nelle entrate dello Stato e contribuiscono a mantenere alto il livello dei servizi pubblici.

Se ci confrontiamo con la Francia e la Germania, in Europa siamo gli unici ad avere questi sistemi di proprietà privata e, peggio, a maggioranza partecipativa di capitali stranieri. Questo significa che più utilizziamo questi servizi (per inciso, dobbiamo riflettere sul fatto che siano stati imposti a tutti con una legge dello Stato) e più i loro proprietari guadagnano; siccome sono di proprietà estera, gli utili vengono dirottati nei Paesi proprietari, diminuendo la ricchezza dell’Italia. Avremmo bisogno di un giudice che andasse a Damasco e, come Saulo di Tarso, fosse illuminato per capire il sistema distruttivo della ricchezza italiana operato dalla Bce e dal suo euro.

Quando c’era la lira, la Banca d’Italia aveva il compito di emettere le banconote e godeva della sovranità monetaria, ma in cambio versava allo Stato l’1% del circolante, impiegando 100 anni per restituire il valore nominale di quello che guadagnava dal signoraggio diretto. Per quanto riguarda il rendimento della creazione monetaria, esso veniva rilevato nel conto economico dell’Istituto e, di conseguenza, copriva i costi di gestione, pagava le imposte allo Stato italiano e gli utili venivano girati secondo lo Statuto fino all’ammontare massimo del 10% del valore nominale delle quote (essendo, queste, pari a 300 milioni di lire, il dividendo distribuibile era quindi 30 milioni di lire, cioè poco meno di 15.500 euro) ai partecipanti (tutti organismi pubblici) e la più consistente differenza allo Stato.

Con l’euro questo versamento è venuto a mancare e la Banca d’Italia trattiene su 100 euro emessi 92 euro e gli altri 8 li cede gratuitamente alla Bce. Quindi con il passaggio dalla lira all’euro, lo Stato ci rimette l’1% e, poiché il sistema monetario è diventato straniero, ci rimettiamo anche gli interessi che lo Stato deve pagare alle banche creditrici e quello che i cittadini hanno contratto con le banche con capitale a partecipazione estera: la nostra moneta sarebbe costata molto meno, ma soprattutto non drenava la ricchezza reale del Paese.

Abbiamo finito? Assolutamente no! Tutto il valore delle banconote e dei depositi elettronici attribuiti all’Italia e della creazione bancaria, cioè il vero signoraggio, è diventato di colpo di proprietà estera. Quello che era nostro è diventato il nostro debito!

Ma c’è un’ulteriore tragedia, adesso che il Quantitative easing è cessato (e abbiamo visto che esso ha elargito tanto ai Paesi “no Pigs”, rendendoli partecipi della sovranità monetaria in capo alle banche centrali, mentre a noi è costato molto, tant’è vero che l’inflazione in Italia nel 2018 è stata dell’1,1%, mentre questa Europa ha fatto registrare l’1,7%) possiamo anche fare un bilancio dell’operato di questo Sistema europeo di banche centrali.

Innanzitutto, la Bce ha sempre sbagliato per difetto le previsioni sull’inflazione, che è stata sistematicamente inferiore all’obiettivo prefissato. Ma l’errore della Bce è tutto nei fondamentali dell’euro che, essendo emesso solo a debito, incorpora un effetto deflattivo: come ripeto continuamente, occorrerebbe che la Bce acquistasse beni e servizi nei Paesi debitori per un importo almeno pari agli interessi maturati a carico di tali Paesi; solo così si riequilibrerebbero i conti finanziari e non avremmo tracolli bancari (salvo le operazioni in derivati). Pertanto l’operato della Bce e dell’euro agisce a sfavore dei soggetti più deboli, perché la sua leva finanziaria impedisce che si determini la giusta quantità di inflazione che agevoli la riduzione naturale dei debiti.

Per l’Italia, poi, vige il divieto di attuare politiche anti-cicliche, il che la costringe a subire i condizionamenti sul debito, costringendo a pagare tassi d’interesse significativamente più elevati rispetto al dovuto, atteso che l’incremento grava non solo sul tasso nominale, ma anche sull’ammontare del capitale che, di fatto, subisce una rivalutazione reale su quanto naturalmente dovuto se l’inflazione avesse potuto esprimersi liberamente. Infatti, il debito e gli interessi svalutati agirebbero positivamente sulla regolarità dei rimborsi con grande vantaggio per le banche e per la finanza.

Da quanto detto appare chiaramente indifferibile l’adozione di decisioni coraggiose, almeno a livello nazionale. 

Cento anni di Bauhaus

Luca Giannelli – 29 Gennaio 2019 lintellettualedissidente.it

100 anni di Bauhaus

Walter Gropius e il sogno di una modernità impossibile.

Dozzine di mostre, concerti, tre nuovi spazi espositivi dedicati, un’immane serie di pubblicazioni che andranno ad ingrossare una bibliografia già di per sé monumentale forse addirittura sproporzionata rispetto all’oggetto di studio, che pure un monumento è, a tutti gli effetti. O perlomeno lo è stato, nel suo intento pedagogico di insegnare e diffondere bellezza.

Della scuola statale fondata nel 1919 da Walter Gropius, poi trasferita a Dessau nel 1925 e infine nel 1932 a Berlino (dove morirà l’anno seguente), si è già cominciato a celebrare in vario modo il centenario, e non poteva che essere così. Punta di diamante del Movimento Moderno, esaltata da una storiografia progressista arrivata perfino a individuarne l’antefatto illuminista – non senza forzature – nell’architettura “rivoluzionaria” del Settecento francese, il Bauhaus aveva tutti gli ingredienti per diventare, della Modernità, il mito estetico-hegeliano -rivoluzionario per eccellenza. 

La nascita nella “fragile democrazia” di una Weimar dove aleggiavano ancora romantici echi goethiani (sull’onda per di più di una rivoluzione sconfitta, quella spartachista del 1918); il legame indissolubile con un architetto, Walter Gropius, eretto da storici come Giedeon e Benevolo a granitico modello di sapienza progettuale ed esaltato dal comunista Argan come profeta di un progetto di trasformazione totale della società; la qualità altissima del modello scelto, quello del Vchutemas moscovita, le cui idee costruttiviste-suprematiste erano diffuse da artisti come El Lissitskij e László Moholy-Nagy; il nobile obiettivo di risolvere definitivamente il contrasto tra arte e industrializzazione su cui da tempo ci si arrovellava, soprattutto in Germania; l’ideale utopico-rivoluzionario di eliminare barriere nazionali di gusto producendo oggetti di design di alta qualità a costi accessibili a tutti; il carattere estremamente elitario di supergruppo, di comunità spirituale che lo stesso Gropius volle fin dall’inizio attribuirgli, chiamando intorno a sé come insegnanti i massimi esponenti dell’avanguardia artistica europea: non gli espressionisti tedeschi del momento come Grosz o Dix che raccontavano gli orrori di una Germania disperata che stava per consegnarsi al nazismo, ma il russo Kandinskij, lo svizzero Klee o l’americano sui generis Lyonel Feininger; il carattere più che di unicità di totale straniamento rispetto alla realtà circostante, esaltato dalle crescenti difficoltà che lo obbligarono a traslocare due volte; la definitiva chiusura in epoca nazista, che ha finito per fissarne definitivamente e ideologicamente la dimensione utopica, come grido di libertà represso sotto i colpi della dittatura, elevandolo poi a fulcro artistico ideale di una rivoluzione impossibile, esempio illuminante di tabula rasa contro un malinteso storicismo; infine, il suo valore germinale di marchio dal valore infallibile, tanto da germinare anche oltreoceano già negli anni Trenta (vedi il Black Mountain College diretto da Albers e la New Bauhaus School of Chicago diretta da Moholy Nagy.

Walter Gropius

Il Bauhaus, una volta realtà, oggi è favola, scriveva nel 1970 Thomas Maldonado, direttore dopo Max Bill della scuola di Ulm che del Bauhaus voleva proporsi come un prolungamento. A distanza di un secolo dalla sua fondazione e col mito del Movimento moderno già sfiancato da attacchi e revisionismi vari sferrati negli ultimi tre decenni, forse è giusto guardare anche ai vari paradossi che questa “favola” internazionale ha interpretato. 

Il primo è che la scuola ebbe breve vita (14 anni) e diffusione nel complesso circoscritta (circa 1250 allievi in tutto), con un’incidenza, nella Germania negli anni Venti, inversamente proporzionale allo spazio e alla rilevanza che studiosi e critici gli hanno sempre dedicato. Il secondo riguarda la modernità di Gropius, tutt’altro che scevra di riferimenti al passato, lanciata verso un futuro… medioevale e democratico, verso una società fondata sull’artigianato, non troppo distante in fondo da quella sognata da un Robert Morris, da adattare al sistema di produzione industriale, imparentato da vicino con il rifiuto della metropoli e il ritorno a quell’idea di Gemeinshaft condivisa da gran parte della Kultur tedesca; il continuo evocare cattedrali antiche invece che grattacieli danno la misura di quanto il progetto di opera d’arte totale gropiusiano insistesse ancora su quella modernità tedesca medievale sulla quale Alberto Savinio non aveva mancato di ironizzare. 

Il terzo elemento, direttamente collegato al secondo, è che almeno fino all’arrivo del marxista Hannes Meyer come direttore, la dimensione politica del Bauhaus non fece mai aggio su quella artistica. Il quarto, legato in parte al secondo e al terzo, è che non solo Albert Speer, l’architetto princeps di Hitler e del nazismo lo giudicò sempre marginale ma le stesse istituzioni non sembrarono mai troppo preoccupate dalle idee che vi circolavano, per quanto spingessero molti artisti e architetti a lasciare il paese.

Ma forse c’è un ultimo elemento che può suonare ancora più paradossale, il più inquietante: il fatto che il sogno estetico-rivoluzionario di questa selezionatissima élite comunitaria che viveva separata dal mondo in edifici da loro stessi progettati diventati simboli dell’architettura del Novecento, sia alla fine stato realizzato da industrie come l’IKEA; non da artisti che guardavano all’arte, cioè, ma da imprenditori che guardando al profitto hanno saputo creare una pratica omologante, una koiné buona per tutti, quella di un modernismo internazionale povero di significato ma vendibile dappertutto e perfettamente intonato a tempi di crisi come questi; ciò che fa di questo Vchutemas light, di questo monumento artistico della Modernità occidentale, l’involontario artefice di un’avanguardia sì, ma biodegradabile, soavemente accettabile dal gusto corrente.

VACCINI / BOTTA E RISPOSTA TRA IL 5 STELLE BELLA E IL CORVELVA

 di: MARIO AVENA lavocedellevoci.it

Continuano le roventi polemiche sul fronte dei vaccini. Ed in particolare sul recente studio condotto  per conto del Corvelva,l’associazione veneta che da diversi anni si batte per un uso “consapevole” dei vaccini. Cofinanziata dall’Ordine Nazionale dei Biologi, la ricerca ha evidenziato in due lotti la presenza di non poche “schifezze”, come i glifosati.

Le polemiche sono scoppiate una ventina di giorni fa, quando il presidente nazionale dell’Ordine, Vincenzo D’Anna, ha rilasciato un’intervista choc al direttore del Tempo, Franco Bechis. La stessa ricerca è stata illustrata da una delle autrici, Loretta Bulgani, il 25 gennaio, in occasione di un importante convegno organizzato a Roma dallo stesso Ordine (“La sicurezza nei vaccini”) al quale ha preso parte, tra gli altri, Giulio Tarro, a fine 2019 proclamato a New York “miglior virologo al mondo”.

A gettare benzina sul fuoco ora provvede “un professore universitario prestato alla politica”, come ama definirsi, Marco Bella, che insegna chimica organica alla Sapienza di Roma ed è stato eletto alla Camera tra i pentastellati.

Ecco cosa dice: “Si può discutere se la strategia migliore per aumentare le coperture vaccinali sia quella dell’obbligo o meno, ma le bufale sui vaccini non servono a nessuno”.

Sembrano, pari pari, le parole del Mago dei Vaccini, Roberto Burioni, il massone che dà del somaro a tutti quelli che non la pensano come lui.

Prosegue il Bella: “Tra le notizie infondate che girano su internet, c’è quella dei vaccini ‘sporchi’. Fino ad oggi tutte le informazioni di presunte ‘contaminazioni’ dei vaccini si sono inevitabilmente rivelate inattendibili. L’ultima notizia allarmistica, apparsa persino su un quotidiano a diffusione nazionale, riguarda le analisi commissionate dall’Ordine Nazionale dei Biologi, che avrebbero rilevato tutta una serie di sostanze chimiche tra cui addirittura i diserbanti”.

Osserva ancora il prof:” Se ne è parlato tanto, ma qualcuno è andato a leggersi il cosiddetto allegato tecnico? Durante la mia vita professionale, ho isolato e catterizzato diverse centinaia di sostanze chimiche diverse. Queste analisi sono state pagate dai biologi ben 10 mila euro. Qui offro gratuitamente le mie competenze per spiegare che se l’intenzione era di dimostrare una qualsiasi contaminazione nei vaccini, mi duole informare che chi ha commissionato queste analisi ha buttato via i soldi inutilmente”.

Segue una lunga dissertazione che cerca, in modo per niente chiaro, di smontare quella ricerca del Corvelva, che misteriosamente non viene mai citato; e così sentenzia il Bella “Sulla base dei ‘dati’ pubblicati, si tratta per adesso di un elenco di sostanze, qualche ricerchina su Wikipedia e diversi strafalcioni chimici”.

A stretto giro, il Corvelva ha replicato al prof che tutto sa – come Vate Burioni – sui vaccini. Ecco il testo della risposta.

 

Il problema è la metodica, sono le analisi, è Corvelva o ci sono altri interessi?

Come premessa alla risposta prettamente tecnica all’articolo del Deputato Bella, apparso su ilFattoQuotidiano (https://goo.gl/4UbjRB), l’Associazione
Corvelva deve sottolineare che il portavoce del Movimento 5 Stelle ha ricevuto, come tutti i Parlamentari delle Repubblica, diverse email con le
analisi allegate. È dunque facilmente appurabile da parte di chiunque e tanto più, dato il suo interesse, dal Prof. Bella, che la nostra
associazione non ha mai proposto questi risultati come conclusivi ed anzi, più volte si è sottolineato che si tratta di analisi di primo livello,
che tuttavia sollevavano già numerose problematiche e che proprio alla luce di questo abbiamo deciso di sottoporre all’attenzione di tutti i soggetti
coinvolti queste risultanze: per mettere a conoscenza le istituzioni, i cittadini, la politica, del possibile e concreto rischio per la salute che ci
si prospettava innanzi. Soprattutto, mai abbiamo portato verità assolute, anzi, eravamo e siamo pieni di dubbi e abbiamo sempre chiesto dialogo, su
un tema che ormai ha visto esacerbare gli animi e le posizioni.

Ci rammarica constatare come il deputato Bella abbia preferito rispondere ai quotidiani piuttosto che a genitori preoccupati che lo mettevano al
corrente già nei mesi scorsi delle criticità che man mano emergevano; ci impressiona invece vedere come un Professore di chimica, ora prestato alla
Politica, compia errori grossolani nel criticare una metodica che NON ha visto ed evidentemente NON conosce. Ora, di fronte a questo comportamento in
netta contrapposizione con ciò che il suo partito, il Movimento 5 Stelle, ha sempre dichiarato, la domanda che ci poniamo è la seguente: a nome di
chi parla Bella? E’ il deputato Bella ad ergersi a giudicante senza averne i presupposti, o è il Movimento 5 Stelle tutto ad avere qualche problema
di coerenza? Da una parte deputati che con piacere chiamiamo Onorevoli, come Sara Cunial, si mettono a disposizione del cittadino e si fanno portavoce
delle istanze di una parte della società civile, in continuità col modus operandi di cui il Movimento si è sempre ammantato; dall’altra suoi
colleghi come Bella dileggiano ed attaccano in maniera pretestuosa una serie di dati, senza fermarsi a pensare quale sia la forza che ci spinge come
genitori ad andare avanti, pagare metodiche di ultima generazione, per portare luce su una faccenda che ci interessa tutti, e che soprattutto
interessa la salute dei bambini italiani sottoposti a profilassi vaccinale.
Ebbene è evidente che il Prof. Bella ha motivazioni che ci restano ignote, ma che a quanto appare non riguardano il dialogo e il confronto civile nè
l’amore per la scienza, per lanciarsi all’attacco in maniera cieca e anche un po’ grossolana; anzi sembra farsi guidare da preconcetti personali.

Deputato Bella, perchè difende qualcosa che evidentemente non conosce?

BILDERBERG / QUEST’ANNO, A GIUGNO, APPUNTAMENTO IN CALIFORNIA

 di: PAOLO SPIGA lavocedellevoci.it

Il super meeting internazionale dei Bilderbergquest’anno si terrà a giugno in California. Lo fa sapere un sito a stelle e strisce di controinformazione, BSB, che sta per “Broad Street Beacon”.

Fino a questo momento filtrano pochissimi dettagli. Non si conosce la data precisa, né ovviamente  niente sui partecipanti, il cui elenco in genere comincia a circolare solo una settimana prima dell’evento. C’è appena una voce: tra le guest stars potrebbe esserci Bill Gates, grande amico di uno degli organizzatori di quest’anno.

La location, per la precisione, è quella dell’Herrington’s Sierra Pines Resort nel cuore delle Sierra Nevada Mountains. Una location assai poco accessibile, raggiungibile solo via elicottero e quindi ben al riparo dagli sguardi indiscreti. Zone meravigliose, dove sono stati ambientati decine di epici westerns.

A descrivere tali bellezze è il Chairman per l’occasione, Henry de Castris: “Un luogo ‘perfetto’ –  dipinge – immerso tra gli alberi e le belle montagne”. Tutto ok.

Ma ecco una nota stonata a far capolino. Perchè lo stesso de Castris nota: “It’s also the final resting place of Hitler”, che tradotto letteralmente significa “è anche l’ultimo posto in cui ha riposato Hitler”.

Che senso ha? Cosa vogliono intendere quelle parole?

C’è forse un qualche collegamento con il fatto che l’associazione dei “Bilderberg” è stata fondata nel 1954 da un ex ufficiale nazista, il principe olandese Bernardo de Lippe-Biesterfeld, uno dei non pochi assassini poi a zonzo per il mondo? Boh.

Fatto sta che il meeting dei Bilderberg è diventato un must annuale, un appuntamento che tutti i potenti della Terra annotano scrupolosamente nella loro agenda. La location cambia, ovviamente, ogni anno, alternando Europa e Stati Uniti. L’anno scorso, ad esempio, il summit si tenne ai primi di giugno a Torino.

Vi prendono parte, appunto ogni anno, i più potenti e influenti vip della politica, dell’industria, della finanza, dei media di tutto il mondo. Non pochi gli italiani presenti. Tra gli aficionados Lilli Gruber, nel cui salotto di Otto e mezzo di tanto in tanto si parla dei “Bilderberg”, in prima fila Emma Bonino, che nell’ultima apparizione ha detto: “Ma perchè alcuni giornalisti parlano di Bilderberg come se si trattasse del Ku Klux Klan?”. La radicale animatrice di + Europa, abituata ai super meeting dell’International Board della Open Society Foundation griffata George Soros, non ha proprio niente di cui stupirsi…

 

nella foto la zona dell’Herrington’s Sierra Pines Resort

Spagna, la fine ingloriosa dei minatori di carbone: eroi, ma solo per qualche giorno

Maje Muñiz euronews.com 30.1.19
Spagna, la fine ingloriosa dei minatori di carbone: eroi, ma solo per qualche giorno
  • L’impresa di scavo e ritrovamento del piccolo Julen ha nuovamente posto sotto i riflettori il duro lavoro dei minatori del carbone. Gli eroi di oggi sono stati accusati, in passato, di vivere di privilegi per gli “alti stipendi e il rapido pensionamento”
  • Questo dibattito è però storia passata: tutte le miniere spagnole hanno cessato di funzionare dal 1° gennaio 2019 come previsto dal patto firmato nel 2010 dal Comitato dei rappresentanti permanenti dei governi degli Stati membri dell’UE. Dopo 170 anni è calato il sipario anche sulla Carbosulcis, ultima miniera di carbone in Italia.

I bacini minerari sono sempre stati uno dei principali scenari di lotta della classe operaia. Tuttavia, quando Bruxelles ha decretato la chiusura di tutte le miniere sovvenzionate dallo Stato – 26 distribuite nel nord della Spagna tra Asturie, Aragona e Castilla y León – le barricate sono servite a ben poco.

L’ultima volta che una protesta ha fatto i titoli di un giornale nazionale è stata nel 2012. I minatori asturiani e di León hanno marciato a piedi fino a Madrid, illuminando la Gran Vía con le torce di migliaia di caschi sporchi di fuliggine. Chiedevano l’impossibile: il mantenimento di un’industria già ferita a morte.

La miniera a cielo aperto di Santa Lucía de Gordón, a nord di León

Il silenzio della notte a Ciñera de Gordón è quasi travolgente. Qui risiede Juan Carlos Lorenzana, minatore e sindaco del comune brevemente tra il 2015 e il 2016 con il partito Izquierda Unida (IU, sinistra unita). Lui stesso riconosce che le sue dimissioni da quell’incarico erano dovute ad una questione di coerenza: dopo aver appreso che la IU, alleata di Podemos, non avrebbe firmato il Patto del carbone, non aveva più senso una sua permanenza “ipocrita” in consiglio comunale.

Alla domanda eterna: “Dove sono finiti i soldi del fondo Miner per la riconversione e la reindustrializzazione della zona”, Lorenzana dice già nel 2011 non arrivava il becco di un quattrino. Alcuni progetti, come il Centro del Clima di La Vid, sono stati lasciati a metà.

Quando le lamentele sulle condizioni di vita in queste zone isolate hanno raggiunto il governo, si è deciso di creare la cosiddetta addizionalità di bilancio, ovvero voci aggiuntive per compensare la mancanza di fondi. Tuttavia, quello che nelle intenzioni sarebbe dovuto essere un fondo extra nelle pubbliche casse, in pratica si è rivelata essere un’altra promessa non mantenuta.

Ciñera de Gordón, León, nel nord della Spagna

“Zana”, come è soprannominato nella zona, critica anche quel blocco politico ad ogni altro tipo di occupazione nella zona, soprattutto negli anni di vacche grasse del carbone. “Quando c’era bisogno di noi, non volevano alcuna alternativa nella zona. Se alla Renault un quadro guadagnava 10mila pesetas, un miniatore avrebbe dovuto prendere di più per entrare in miniera”. Si riferisce a quelle voci per cui la Fasa, produttrice spagnola di pezzi per la casa automobilistica francese, avrebbe potuto stabilirsi a attualmente a León 52 anni or sono, invece che a Valladolid.

Con tutta l’occupazione dell’indotto, la moglie avrebbe potuto trovare un impiego. “Con due stipendi a casa, avremmo potuto fare a meno di andare ad uno sciopero perché avremmo avuto abbastanza per mangiare, pagare il mutuo e provvedere ai bambini”

“L’aspettativa di vita del minatore è più bassa”

Il minatore si scaglia anche contro quel mito del pensionamento anticipato a 40 anni a 2mila euro al mese. “Non devi fare altro che fare un giro al cimitero. Ogni volta che un giornalista viene a fare una storia qui, lo porto al campo santo e gli dico di scegliere cinque tombe a caso. L’aspettativa di vita di un minatore è più bassa, e coloro che continuano a vivere lo fanno con una qualità di vita peggiore. Il problema non è solo la silicosi, abbiamo anche dolori alla schiena, alle articolazioni…”.

Nel 2018 il numero di minatori attivi era di 2.046 unità, nel 1985 erano 51.420.

Santa Lucía de Gordón

Nelle strade e nei bar ancora si parla dell’incidente che ha ucciso sei minatori nell’ottobre 2013 al pozzo Emilio del Valle. Altri otto sono rimasti gravemente feriti. Il processo, cinque anni dopo, è ancora in corso. All’improvviso si è formata una sacca di grisù, un gas inodore e incolore che può portare alla morte per asfissia. In quel caso il livello di ossigeno scese all’1%. Persero la vita José Antonio Blanco (43), Juan Carlos Pérez (41), Manuel Antonio Moure (44), Roberto Álvarez (36), José Luis Arias (45) e Orlando González (44).

“Il carbone straniero non è di qualità migliore”

Il ruolo delle donne nelle zone minerarie è sempre stato marginale, la maggior parte di esse sono casalinghe. Le limitate possibilità di lavoro favorivano questo sistema. Tuttavia, con le proteste del 2012, hanno riacquistato un ruolo centrale. Lo sa bene Nuria Díaz de Geras che ha appena terminato gli studi in ingegneria mineraria (mentre lavorava part-time). L’associazione che ha fondato si chiama “Le donne del carbone”. Dai blocchi stradali alle denunce portate in tribunale a Madrid, hanno fatto di tutto.

La conversazione cade inevitabilmente sulla possibilità di prescindere dal carbone. “Solare, eolico, idraulico…..”. Non sono opzioni a lungo termine. Dipendono troppo da fattori esterni mutevoli. Il carbone continuerà ad essere generato e ne rimane ancora tanto”. Racconta come una miniera debba soddisfare una serie di requisiti di sicurezza e ambientali che rendono l’estrazione più costosa rispetto al trasporto dai paesi in via di sviluppo. “Non possiamo equiparare i prezzi in questo modo. La qualità è data dal tipo, non dall’origine geografica. Ci sono quattro tipi di carbone a seconda della loro capacità calorifica: antracite, carbone, lignite e torba”, spiega.

Santa Lucía de Gordón.

Lo scorso anno, dal carbone è stata prodotta il 14,1% dell’elettricità in Spagna, dietro all’energia nucleare ed eolica. Ma la produzione nazionale di carbone ha subito un forte calo nell’ultimo secolo. Secondo Carbounion, nel 2000 sono stati estratti più di 23,4 milioni di tonnellate, mentre nel 2016 la cifra si è ridotta a 1,7 milioni di tonnellate.

In Germania le miniere sono state chiuse con grandi cerimonie. Il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier ha ricevuto l’ultimo pezzo estratto dagli ultimi minatori di Bochum, nella regione del Nord Reno-Westfalia. Nel Paese rimanevano 3.000 minatori attivi, mentre in Spagna nel 2018 ce n’erano appena mezzo migliaio. Nella penisola iberica c’è solo freddo e oblio per questo mesitere. Una fine indegna, silenziosa, quasi passando per la porta sul retro, senza disturbare troppo. I confronti sono odiosi, ma professione e sovvenzioni per questo tipo di energia sono sempre andati di pari passo, in Europa e Spagna.

Lo spopolamento non è un fenomeno recente

La campana segna con i suoi rintocchi il tempo nel freddo dell’inverno leonese. Sono le due in punto, è venerdì: è ora di tornare a casa e godersi il fine settimana. Una trentina di bambini lasciano i locali della scuola pubblica San Miguel Arcángel a Ciñera de Gordón. Potrebbe accogliere il triplo degli studenti. Il suo preside da un decennio, Noemí González Díaz, ha visto che il numero dei bambini è rimasto più o meno sempre stabile. L’accompagna l’insegnante Mónica Cancedo López.

Il piano superiore è completamente abbandonato. La vecchia sala audiovisiva è ora una sala che viene utilizzata per le lezioni di spinning nel pomeriggio. Le altre aule sono vuote o piene zeppe di vecchi mobili. L’atmosfera è quasi spettrale. Il piano terra e il primo piano non sono neanche l’ombra di quello che erano più di dieci anni fa. È strano sentire tanto silenzio dopo la scuola, il venerdì.

Attualmente il centro ha un organico permanente di 3 insegnanti e 9 “itineranti”. Ci sono tre classi: il blocco di materna (da 3 a 6 anni), quello di 1º, 2º e 3º elementare e quello di 4º, 5º e 6º. Sette anni è stato aperto un servizio di asilo nido per i più piccoli ma il numero varia a seconda della domanda visto che anche il numero di bambini di Villamanín de la Tercia, un comune a pochi chilometri più a nord, è in calo.

Sono le 2:30. L’inserviente se ne va e chiede a Naomi di chiudere. Lo spopolamento non è un problema causato esclusivamente dalla situazione della miniera: il nord di León è una zona rurale che soffre degli stessi problemi infrastrutturali delle altre zone montane. Da decenni la gente se ne va e i tempi sono duri. Qualcuno per strada spera che quest’anno non nevichi troppo.

Perché il Venezuela deve essere distrutto?

cluborlov.blogspot.com 29.1.19

La scorsa settimana Trump, il suo vicepresidente Mike Pence, il direttore del dipartimento di stato americano Mike Pompeo e John Bolton, consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, più un gruppo di paesi centroamericani che sono praticamente colonie statunitensi e non hanno politiche estere proprie, hanno annunciato in modo sincrono che il Venezuela ha un nuovo presidente: una non-entità virtuale di nome Juan Guaidó, che non è mai stata nemmeno candidata a quell’ufficio, ma che è stata addestrata per questo tipo di lavoro negli Stati Uniti. Guaidó è apparso in una manifestazione a Caracas, affiancata da una piccola claque di licantropi altamente compensati. Sembrava molto spaventato quando si auto-nominò presidente del Venezuela e iniziò ad assolvere i suoi doveri presidenziali andando immediatamente a nascondersi.

La sua ubicazione è rimasta sconosciuta fino a molto tempo dopo, quando è emerso in una conferenza stampa, in cui ha dato una vaga non-risposta alla domanda se fosse stato fatto pressione per dichiararsi presidente o lo avesse fatto di sua spontanea volontà. C’è molto in questa storia che è allo stesso tempo tragica e comica, quindi smontiamo pezzo per pezzo. Poi passeremo a rispondere alla domanda su Perché il Venezuela deve essere distrutto (dal punto di vista dello stabilimento americano).

Ciò che spicca immediatamente è la combinazione di incompetenza e disperazione esibita da tutte le figure pubbliche e non tanto sopra citate. Pompeo, nel dare il suo riconoscimento a Guaidó, lo chiamava “guido”, che è un insulto etnico contro gli italiani, mentre Bolton faceva uno migliore e lo chiamava “guiado” che poteva essere spagnolo per “telecomandato”. (Era un freudiano scivolare o solo un altro dei momenti più importanti di Bolton?) Per non essere da meno, Pence ha dato un intero piccolo discorso sul Venezuela – una sorta di discorso al popolo venezuelano – che è stato intriso di qualche pudore spagnolo veramente pessimo-spagnolo e si è concluso con un totale incongruo “¡Vaya con Dios!” uscito da un western degli anni ’50.

Un po ‘più di intrattenimento è stato fornito al Consiglio di sicurezza dell’ONU, dove Vasily Nebenzya, rappresentante della Russia inarrestabile, ha sottolineato che la situazione in Venezuela non rappresentava una minaccia per la sicurezza internazionale e quindi non rientrava nell’ambito del Consiglio di sicurezza. Quindi ha chiesto a Pompeo, che era presente alla riunione, una domanda precisa: “Gli Stati Uniti stanno progettando di violare ancora una volta la Carta delle Nazioni Unite?”

Pompeo non è riuscito a dare una risposta. Si è seduto lì assomigliando a un gatto che sta fingendo che non sta masticando un canarino, quindi rapidamente ha fuggito la scena. Ma poi, più di recente, Bolton, presumibilmente uscendo da una riunione della sicurezza nazionale e dirigendosi verso una conferenza stampa della Casa Bianca, ha sbalzato accidentalmente il suo blocco note davanti alle telecamere dei giornalisti. Su di esso sono state scritte le parole “5000 truppe in Colombia” (che è una base militare statunitense / narco-colonia sul confine settentrionale del Venezuela). Era un altro dei momenti più importanti di Bolton? In ogni caso, sembra rispondere alla domanda di Nebenzia in senso affermativo. La nomina a inviato speciale in Venezuela di Elliott Abrams, un criminale condannato che fu complice nel precedente, fallì il tentativo di colpo venezuelano contro Hugo Chávez, rendendolo automaticamente persona non grata in Venezuela,

Sarebbe del tutto perdonabile per te confondere questa operazione di cambio di regime per una sorta di arte performativa assurda. È certamente un po ‘troppo astratto per le complessità del mondo reale dell’ordine internazionale. Qualche povero servitore spaventato viene spinto di fronte a una telecamera e si dichiara presidente di Narnia, e poi tre tirapiedi (Pence, Pompeo e Bolton) più Bozo il Trump saltano su tutti e gridano “Sì-sì-sì, questo è sicuramente lui!” E un fallimento in pensione viene tirato fuori dalla panchina, rispolverato e spedito in missione in un paese che non lo avrà.

Nel frattempo, nel mondo reale, l’esercito venezuelano e le corti venezuelane rimangono esattamente dietro al presidente eletto Nicolas Maduro e un elenco di paesi che comprendono la stragrande maggioranza della popolazione mondiale, tra cui Cina, Russia, India, Messico, Turchia, Sud L’Africa e molti altri parlano del sostegno di Maduro. Persino le persone nei paesi dell’America centrale radiocomandati sanno bene quale pericoloso precedente tale operazione di cambio di regime potrebbe stabilire se dovesse avere successo, e stanno pensando: “¡Hoy Venezuela, mañana nosotros!”

Per essere precisi, esaminiamo gli argomenti utilizzati per far avanzare questa operazione di cambio di regime. C’è la tesi che Nicolas Maduro non è un presidente legittimo perché le elezioni dello scorso anno, dove è stato sostenuto dal 68% di coloro che si sono rivelati, mancava di trasparenza e sono stati boicottati da alcuni partiti di opposizione, mentre Juan Guaidó è legittimo al 100% nonostante lui e la sua irrilevante assemblea nazionale si oppongono al 70% dei venezuelani secondo i numeri di voto dell’opposizione. Ci sono state anche alcune infondate accuse di “imbottitura di schede elettorali”, a parte il fatto che i venezuelani non usano le schede cartacee, mentre secondo l’osservatore delle elezioni internazionali e l’ex presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter, “il processo elettorale in Venezuela è il migliore del mondo “.

C’è la convinzione che Maduro abbia malamente gestito male l’economia venezuelana, causando l’iperinflazione, l’alta disoccupazione, la carenza di beni di base (soprattutto medicinali) e una crisi dei rifugiati. C’è qualche merito a questa tesi, ma dobbiamo anche notare che alcuni dei vicini venezuelani stanno facendo ancora peggio sotto molti aspetti nonostante Maduro non sia il loro presidente. Inoltre, molte delle difficoltà economiche del Venezuela sono state causate da sanzioni statunitensi contro di essa. Ad esempio, in questo momento circa 8 miliardi di dollari di denaro del Venezuela sono tenuti in ostaggio e sono destinati a finanziare un esercito mercenario che invaderebbe e tenterebbe di distruggere il Venezuela esattamente come è stato fatto con la Siria.

Infine, molta della situazione in Venezuela ha a che fare con la maledizione del petrolio. Il Venezuela ha le maggiori riserve di petrolio al mondo, ma il suo petrolio è molto viscoso e quindi costoso da produrre. Durante un periodo di alti prezzi del petrolio, i venezuelani divennero dipendenti dalla generosità del petrolio, che il governo usava sollevare milioni di persone dalla miserabile povertà e trasferirle fuori dalle baraccopoli e nelle abitazioni del governo. E ora i bassi prezzi del petrolio hanno causato una crisi. Se il Venezuela riuscirà a sopravvivere in questo periodo, sarà in grado di recuperare una volta recuperati i prezzi del petrolio (che faranno una volta che il regime di Ponzi fracking negli Stati Uniti ha corso il suo corso). Torneremo al tema dell’olio venezuelano in seguito.

Come commento a parte, molte persone hanno espresso l’opinione che i problemi del Venezuela siano dovuti al socialismo. Secondo loro, va bene se molte persone soffrono finché il loro governo è capitalista, ma se è socialista, questo è il tipo sbagliato di sofferenza e il loro governo merita di essere rovesciato, anche se tutti hanno votato a favore. Ad esempio, il sito ZeroHedge, che pubblica spesso informazioni utili e analisi, ha spinto questa linea di pensiero fino alla nausea. È sfortunato che alcune persone immaginino di essere dettate da principi e pensieri giusti, mentre sono semplicemente stupidi cretini nella migliore delle ipotesi e gli utili idioti di qualcuno nel peggiore dei casi. La politica delle altre nazioni non è per loro di decidere e dovrebbero smettere di sprecare il nostro tempo con le loro sciocchezze.

Questo nudo tentativo di cambiamento di regime avrebbe creato un precedente molto pericoloso per gli stessi Stati Uniti. La dottrina del precedente legale non è affatto universale. Ci viene dalle oscure epoche della common law inglese tribale e viene seguito solo nelle ex colonie britanniche. Per il resto del mondo è una forma barbara di ingiustizia perché concede poteri arbitrari a giudici e avvocati. Ai tribunali non deve essere consentito di scrivere o modificare le leggi, solo per seguirle. Se il tuo caso può essere deciso sulla base di un altro caso che non ha nulla a che fare con te, beh allora, perché non permettere a qualcun altro di pagare le tue spese legali e le tue multe e scontare la tua pena per te? Ma esiste un principio generale del diritto internazionale, secondo il quale le nazioni sovrane hanno il diritto di attenersi alle proprie leggi e tradizioni giuridiche. Perciò, gli Stati Uniti saranno vincolati dai precedenti che stabilisce. Vediamo come funzionerebbe.

Il precedente stabilito dal riconoscimento del governo degli Stati Uniti di Juan Guaidó consente a Nicolas Maduro di dichiarare la presidenza di Donald Trump come illegittima praticamente per tutti gli stessi motivi. Trump non è riuscito a vincere il voto popolare, ma si è guadagnato la presidenza solo a causa di un sistema elettorale corrotto e rovinato. Inoltre, alcuni candidati dell’opposizione sono stati trattati ingiustamente nell’ambito del processo elettorale. Trump è anche un disonore e un fallimento: 43 milioni di persone sono in buoni pasto; circa 100 milioni sono tra i disoccupati di lunga durata (circolarmente definiti “non in forza lavoro”); i senzatetto sono dilaganti e ci sono intere città di tende che spuntano in varie città degli Stati Uniti; numerose compagnie statunitensi sono sull’orlo della bancarotta; e Trump non sembra nemmeno in grado di mantenere aperto il governo federale! È un disastro per il suo paese!

Vladimir Putin potrebbe quindi costruire su questi due precedenti riconoscendo anche Bernie Sanders come il legittimo presidente degli Stati Uniti. In un discorso pubblico, potrebbe dire quanto segue: “Ammetto liberamente che abbiamo installato Donald Trump come presidente degli Stati Uniti come lo era il nostro diritto sulla base dei numerosi precedenti stabiliti dagli stessi Stati Uniti. Sfortunatamente, Trump non ha funzionato come previsto. Mueller può andare in pensione, perché questa unità flash contiene tutto ciò che è necessario per annullare l’inaugurazione di Trump. Donny, scusa, non ha funzionato! Il passaporto russo è pronto per il ritiro presso la nostra ambasciata, così come le chiavi di una camera da letto a Rostov, proprio accanto all’ex presidente dell’Ucraina Viktor Yanukovich, che è stato violentemente cambiato dal suo predecessore Obama. “

Perché la fretta insensata di far saltare in aria il Venezuela? La spiegazione è semplice: ha a che fare con il petrolio. “Farà una grande differenza per gli Stati Uniti economicamente se potessimo investire le compagnie petrolifere americane e produrre le capacità petrolifere in Venezuela”, ha affermato John Bolton su Fox News. Vedete, il petrolio venezuelano non può essere prodotto in modo redditizio senza alti prezzi del petrolio – così alto che molti consumatori di petrolio sarebbero in bancarotta – ma può certamente essere prodotto in quantità molto più elevate a causa di enormi perdite finanziarie.

Le enormi perdite finanziarie non fermerebbero certo le compagnie petrolifere americane che finora hanno generato una perdita di $ 300 miliardi attraverso il fracking finanziato dal saccheggio dei risparmi per la pensione, gravando le generazioni future con debiti onerosi e altri schemi nefandi. Inoltre, tieni presente che il singolo maggior consumatore di petrolio al mondo è il Dipartimento della Difesa statunitense, e se deve pagare un po ‘di più per il petrolio per continuare a far saltare in aria i paesi, così sarà. O, piuttosto, lo farai. È lo stesso per loro. Gli Stati Uniti sono già ben oltre il punto di rottura, ma i suoi leader faranno di tutto per far continuare la festa ancora per un po ‘.

Ecco il vero problema: la bonanza del fracking sta finendo. La maggior parte dei punti dolci è già stata sfruttata; i pozzi più recenti si stanno esaurendo più velocemente e producendo meno mentre costano di più; le prossime ondate di fracking, se dovessero accadere, sprecerebbero 500 miliardi di dollari, poi 1 trilione di dollari, poi 2 trilioni di dollari … Il tasso di perforazione sta già rallentando, e iniziò a rallentare anche se i prezzi del petrolio erano ancora alti. Nel frattempo, il picco del petrolio convenzionale (senza freni) si è verificato nel 2005-6, solo pochi paesi non hanno ancora raggiunto il picco, la Russia ha annunciato che inizierà a ridurre la produzione in appena un paio d’anni e l’Arabia Saudita non ha capacità rimasta.

Sta arrivando una scarsità di petrolio piuttosto grande, che influenzerà in modo specifico gli Stati Uniti, che bruciano il 20% del petrolio mondiale (con solo il 5% della popolazione mondiale). Una volta che il fracking si schianta, gli Stati Uniti passeranno dal dover importare 2,5 milioni di barili al giorno per importarne almeno 10 e quel petrolio non esisterà. In precedenza, gli Stati Uniti erano in grado di risolvere questo problema facendo saltare in aria i paesi e rubando il loro petrolio: la distruzione dell’Iraq e della Libia ha reso le compagnie petrolifere americane intere per un po ‘e ha impedito il crollo del mercato finanziario delle carte. Ma lo sforzo di far saltare in aria la Siria è fallito, e il tentativo di far saltare in aria il Venezuela rischia di fallire anche perché, tenete a mente, il Venezuela ha tra 7 e 9 milioni di Chavistas imbevuti dello spirito rivoluzionario bolivariano, un esercito numeroso e ben armato ed è generalmente un quartiere molto difficile.

In precedenza, gli Stati Uniti ricorrevano a vari sporchi trucchi per legittimare la sua aggressione contro i paesi ricchi di petrolio e il conseguente furto delle loro risorse naturali. C’era quella fiala di polvere di talco altamente tossica che Colin Powell ha scosso alle Nazioni Unite per farlo votare a favore della distruzione dell’Iraq e del furto del suo petrolio. C’era la storia inventata delle atrocità umanitarie in Libia per ottenere i voti per una zona di no-fly lì (che si rivelò essere una campagna di bombardamento seguita da un rovesciamento del governo). Ma con il Venezuela non c’è nessuna foglia di fico. Tutto ciò che abbiamo è aperta minaccia di aggressione nuda e menzogne ​​palese che nessuno crede, consegnato incompetentemente da clown, tirapiedi e vecchi fogies.

Se il Piano A (rubare il petrolio venezuelano) fallisce, allora il Piano B deve prendere tutti i tuoi rifiuti cartacei in dollari USA – contanti, azioni, obbligazioni, azioni, polizze assicurative, cambiali, ecc. – e bruciarli nei bidoni della spazzatura in uno sforzo per stare al caldo. C’è un chiaro soffio di disperazione per l’intera faccenda. L’egemone globale è rotto; è caduto e non può alzarsi.

Il Comitato azionisti della Banca Popolare di Bari si rivolge alla Banca, al governo Conte ed alle Autorità di vigilanza

andriaviva.it 30.1.19

Banca Popolare di Bari
Banca Popolare di Bari

La decisione assunta dopo che la BPB ha deciso di procedere unilateralmente alla definizione di un piano industriale.

Il Comitato degli azionisti della Banca Popolare di Bari, di cui fanno parte l’ ADICONSUM, l’ADUSBEF, l’ASSOCONSUM, il CODACONS, i CODICI, la ConfConsumatori e l’Unione Nazionale Consumatori, rivolge una serie di richieste alla Banca, al Governo ed alle Autorità di Vigilanza, nel giorno in cui è convocato il Consiglio di amministrazione della Banca.

“Da notizie di stampa di testate nazionali abbiamo appreso che la banca ha deciso di procedere unilateralmente alla definizione di un piano industriale (di cui ancora oggi non sono chiari i contenuti), senza coinvolgere minimamente i suoi azionisti.
Nella prospettiva della prossima assemblea dei soci, intendiamo ribadire con forza i punti essenziali che riteniamo essere il minimo necessario, per ridare fiducia ai soci, aumentare la redditività della Banca e quindi la liquidabilità delle sue azioni a prezzi più elevati e crescenti.
L’esito delle ispezioni Consob, culminate nelle tre recenti Delibere che hanno sanzionato la banca per varie violazioni delle regole in materia di collocamento e negoziazione delle azioni, ed anche le Decisioni favorevoli dell’Arbitro per le Controversie Finanziarie, ottenute dai legali dal Comitato, che hanno condannato la banca a risarcire 15 azionisti per vari inadempimenti riscontrati nella vendita delle azioni, fanno capire che la stragrande maggioranza degli azionisti della BPB non sono avidi speculatori, ma semplici risparmiatori che confidavano in un investimento sicuro ed invece sono stati vittime, proprio come accaduto in altre banche.

Per tali ragioni chiediamo al Governo di trattare in modo identico situazioni uguali:
1) gli azionisti della BPB devono poter accedere anche loro al Fondo Indennizzi Risparmiatori che è stato apprezzabilmente creato con l’ultima Finanziaria.
2) Come in Carige e MPS chiediamo che sia lo Stato a garantire l’emissione di obbligazioni subordinate, che servano eventualmente a ricostituire il capitale sociale necessario. La ricapitalizzazione precauzionale è già coperta dal Fondo da 20 miliardi creato nel 2016, usato solo in parte fino ad oggi per MPS e già messo a disposizione per Carige, laddove non ci siano investitori privati.
3) Cambiare il DL n.3/2015 e prevedere che in caso di trasformazione in S.p.A. e di recesso del socio, quest’ultimo deve avere diritto a ottenere dalla banca il rimborso del valore della quota, almeno nominale secondo ultimo bilancio noto (e quindi nel caso di BPB cinque euro).
4) Introdurre per legge (basterebbe un piccolo emendamento) la possibilità di usare la class action anche nei casi di risparmio tradito.

Alla banca chiediamo:
1) I proprietari delle azioni oggi in circolazione devono poter scegliere di convertire le loro azioni in altro titolo con un rendimento minimo certo e che per questo sia reso più liquido.
2) E’ necessario che il contratto di mutuo da noi suggerito e oggi introdotto tra i prodotti della banca (il c.d. mutuo break che consente al cliente la facoltà di sospendere unilateralmente i pagamenti per tre periodi, non superiori ad un anno ciascuno), avendo riscontrato il pieno gradimento di tanti risparmiatori, venga allargato ed applicato anche al mondo delle imprese ed applicato a tutte le forme di erogazione del credito.
3) Non svendere crediti deteriorati (NPL) e crediti incagliati (UTP) che sono attivi della banca, ma creare lo strumento societario che permetta il recupero all’interno del patrimonio della banca (non vogliamo un nuovo caso Banco di Napoli).
4) Stipulare una “convenzione soci” che attribuisca agli stessi una serie di diritti e servizi aventi valore economico, e che venga applicata a tutti, sia informando i propri funzionari della sua esistenza, sia informando la clientela dei vantaggi in essa contenuti. Fra i servizi contenuti a favore dei soci che hanno acquistatole azioni sino al 31.12.15, a titolo esemplificativo, vi dovrà essere una polizza quinquennale, il cui premio dovrà esser pagato dalla banca, e che alla scadenza, garantirà al beneficiario una somma pari al valore nominale dell’investimento azionario (sull’esempio di quanto fece banca Mediolanum in favore degli acquirenti di obbligazioni Lehman Brothers)..
5) Quando la banca perde dinanzi all‘Arbitro per le Controversie Finanziarie, deve pagare i suoi azionisti nei 30 giorni di legge, cessando l’attuale condotta di rimanere inadempiente e prender tempo, costringendo così l’azionista a chiedere al Tribunale di confermare la decisione chiarissima dell’ACF.
6) Creare un collegamento stabile fra l’ufficio reclami della banca ed il Comitato, anche con la creazione di un tavolo di conciliazione paritetico, nel quale esaminare per davvero i reclami, e che permetta di giungere a soluzioni e/o conciliazioni per i casi che rientrano nei Regolamenti Consob (sull’esempio della commissione paritetica di conciliazione, costituita da Banca Intesa per i titoli Parmalat).
7) Appare indispensabile che le operazioni ed iniziative che si vorranno prendere, vengano da parte del management della banca previamente condivise con la platea degli azionisti, in modo che questi si rendano conto della loro natura, anche per fugare dubbi e voci incontrollate ed essere davvero partecipi della proprietà di cui essi sono titolari.

Confidiamo altresì che le Autorità di Vigilanza siano vicine ai risparmiatori in questa vicenda”, conclude la nota del Comitato azionisti della Banca Popolare di Bari.

Intesa Sanpaolo, il patto di consultazione per il nuovo Cda

nuovasocieta.it 30.1.19

Il patto di consultazione tra le fondazioni azioniste porterà alla rosa dei candidati per il nuovo consiglio di amministrazione dei Intesa Sanpaolo. Francesco Profumo, presidente della Compagnia di San Paolo, ha chiarito le procedure su cui ci si sta muovendo per il rinnovo dei vertici.

«Stiamo avviando le procedure – ha spiegato Profumo – per fare un patto di consultazione. Dopo di questo i soci cominceranno ad incontrarsi. Dopodiché vedremo». Un passo avanti dunque, come ha sottolineato lo stesso Profumo, che porterà al patto tra le cinque fondazioni: Compagnia di San Paolo, Cariplo, Padova, Bologna e Firenze.

«Consentirà agli azionisti di cominciare a parlarsi – continua Profumo – È molto importante che ci sia una lista compatta, abbiamo globalmente circa il 18% della banca. Per poter portarci dietro i fondi è necessario fare un’operazione corretta e dobbiamo farla con grande attenzione alle regole che sono cambiate rispetto al passato».

«Abbiamo cercato di capire come fare il patto perché è la prima volta. È una nuova regola. Prima si faceva una specie di patto di sindacato che veniva sciolto il giorno successivo. Ora invece ci chiedono il patto per incominciare a parlarci. Poi il patto di consultazione si trasforma in patto di sindacato e viene sciolto il giorno dopo».

I tempi: «L’assemblea è il 30 aprile, le liste devono essere presentate il 5 aprile, ma è necessario che noi siamo pronti dieci giorni prima perché poi abbiamo il tema dei fondi. Il consiglio deve essere disegnato da tutti. Noi siamo le nostre indicazioni dieci giorni prima in modo che gli altri possano allinearsi rispetto a questo processo. I consiglieri sono 19, di cui 14 della lista di maggioranza e 5 di minoranza. Aspettiamo ancora i requisiti della Bce, sono più stringenti della persona sia per la persona sia per il mix di competenze».

«Non sarà semplicissimo. Dovremo fare una prevalutazione dei candidati, se no rischiamo di fare disastri», conclude Francesco Profumo.

Retroscena su Carige: Unicredit disponibile, ma da governo è arrivato un ‘niet’ a replica modello banche venete

30/01/2019  di Titta Ferraro finanzaonline.com

Giochi ancora aperti per il futuro di Banca Carige con tempi relativamente stretti per trovare una banca con cui fondere l’istituto ligure. Tanti sono stati i nomi circolati nelle ultime settimane, tra cui anche quello di Unicredit. Opzione che sembra sfumata con l’istituto di piazza Gae Aulenti potenzialmente interessato solo a determinate condizioni, ossia replicando lo schema con cui Intesa SanPaolo ha rilevato le banche venete, Popolare di Vicenza e Veneto Banca?

Alessandro Mazzucco, presidente di Fondazione Cariverona, conferma che UniCredit non ha presentato alcuna offerta sulla banca genovese commissariata dalla Bce all’inizio dell’anno. “Le condizioni avrebbero dovuto essere le stesse condizioni predisposte a Intesa Sanpaolo per le banche venete”, argomenta Mazzucco riferendo che lo stesso ad Jean Pierre Mustier era di quest’idea. Rispetto ai tempi delle banche venete il governo è cambiato.

“L’idea era legittima ma mi pare che nel governo non abbia trovato grande sponda”, ha concluso il presidente della Fondazione.

B.Mps: a fine febbraio sul mercato immobili per 600 mln (fonti)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Banca Mps si prepara a mettere sul mercato un pacchetto di immobili per un valore di circa 600 milioni di euro a fine febbraio. 

Lo confermano a Mf-DowJones fonti a conoscenza dell’operazione dopo che indiscrezioni di stampa hanno indicato in Duff&Phelps Reag l’advisor scelto dalla banca per la vendita degli asset. 

Secondo le fonti si tratta di circa 90 immobili situati tra Milano, Padova, Firenze, Siena e Roma, comprese le sedi del capoluogo meneghino in Via Santa Margherita e quella in via del Corso nella capitale. Nel portafoglio sono compresi alcuni palazzi storici ma anche diverse ex filiali dell’istituto. 

Non e’ prevista invece la vendita di Rocca Salimbeni, sede storica del Monte a Siena. 

Il processo di cessione di proprietà immobiliari per 500 milioni era previsto dal piano di derisking al 2021 concordato con la Commissione Ue al momento della ricapitalizzazione precauzionale che ha visto l’ingresso del Ministero delle Finanze al 68%. 

fch 

francesca.chiarano@mfdowjones.it 

 

(END) Dow Jones Newswires

January 30, 2019 11:27 ET (16:27 GMT)

Profumo guiderà le fondazioni, Torino rischia di perdere la banca (finanza&poteri)

lospiffero.com 30.1.19

Il grande vecchio della finanza bianca Guzzetti benedice l’ex ministro: sarà lui il suo successore all’Acri. Smentisce che la poltrona sia frutto di un baratto con la presidenza di Intesa, ma sotto la Mole cresce la preoccupazione per il dopo Gros-Pietro

first_picture

“Profumo sarà presidente dell’Acri e non c’entra niente” con la presidenza di Intesa Sanpaolo. Parola del grande vecchio della finanza bianca, Giuseppe Guzzetti. Il numero uno della Fondazione Cariplo e presidente uscente dell’associazione che raggruppa le fondazioni di origine bancaria lo ha detto a margine della presentazione delle linee guida per il 2019 della Compagnia di San Paolo, al Teatro Regio di Torino, confermando con decisione la candidatura di Francesco Profumo quale suo successore. Guzzetti ha attaccato chi “continua a inventarsi polemiche tra Torino e Milano che non giovano a nessuno, soprattutto a Torino” e in particolare “questa cosa di collegare la presidenza di Profumo, che è una presidenza che sta nelle cose, che sette-otto mesi fa in pour parler era già sul tavolo”, con quella di Intesa.

“Secondo voi c’è un rapporto tra la presidenza dell’Acri e quella di Intesa Sanpaolo?”, ha chiesto retoricamente Guzzetti, sfidando voci assai accreditate su trattative in corso che vedrebbero in verità assai intrecciate i futuri vertici di banca e associazione: a fronte di una rinuncia di Torino a rivendicare la presidenza di Ca’ de Sass – attualmente ricoperta da Gian Maria Gros-Pietro – per un candidato milanese, lo stesso Guzzetti avrebbe concesso al “torinese” Profumo il viatico per guidare le fondazioni italiane. Investitura che avverrà il prossimo 21 maggio.

Versione, ovviamente, smentita da Guzzetti. “La presidenza di Intesa è la presidenza del futuro di questa banca”, ha proseguito, mentre per la presidenza dell’Acri “è naturale che andandosene il presidente della Fondazione Cariplo arrivi la Compagnia San Paolo”. La fondazione torinese, ha chiosato, “sta all’avanguardia nel sistema Acri. E non è naturale che il presidente Profumo diventi presidente di Acri? Quindi smettano di scrivere che stiamo barattando. La mia cultura è molto diversa ed è quella di lasciare un buon ricordo nelle istituzioni dove ho operato”. Nessuna lotta di campanile: “Non è Torino o Milano – ha concluso – ma si tratta di scegliere quello che serve all’Acri e alla banca, quindi” i futuri presidenti “possono essere due torinesi o due milanesi”. Un ragionamento che non fa una grinza, peccato però ogni volta a rimetterci sia la parte torinese.

Cassa Centrale: dato incarico per impugnare delibera assemblea Iccrea

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Cassa Centrale Banca ha già conferito incarico a un collegio di legali “affinché la delibera” dell’assemblea dei soci di Iccrea Banca dello scorso 10 gennaio “sia impugnata, riconosciuto il diritto di recesso o altre forme di compensazione, e in ogni caso risarcito il danno patito”. 

E’ quanto si legge nella lettera indirizzata da Cassa Centrale Banca, una delle capogruppo del credito cooperativo, alle Bcc e casse rurali affiliate e alla Banca d’Italia Missiva che ha ad oggetto alcune modifiche statutarie recentemente approvate da Iccrea Banca. 

Al centro dello scontro c’è, ancora una volta, la quota (circa il 22%) che la capogruppo trentina delle Bcc e le banche ad essa affiliate detengono in Iccrea. Il nodo va risolto in quanto rappresenta un problema di concorrenza poichè Iccrea è l’altra capofila del credito cooperativo ad agire su scala nazionale. In particolare Cassa Centrale mette nel mirino il limite del 10% come tetto per la partecipazione al diritto di voto, una novità inserita nel nuovo statuto della capofila romana che ha ricevuto l’imprimatur dall’assise dei soci lo scorso 10 gennaio. 

La lettera spiega che “le modifiche apportate non sono propedeutiche né tanto meno necessarie ad adeguare lo statuto all’assunzione del ruolo di capogruppo da parte di Iccrea”. Nella missiva si spiega altresì che “la soglia ingiustificata e arbitrariamente indicata da Iccrea danneggia il valore delle azioni detenute da Cassa Centrale Banca e dalle Bcc del gruppo”. 

Secondo Cassa Centrale il contesto in cui le modifiche sono state assunte “preceduto dalla mancata evasione da parte del Cda di Iccrea delle numerose richieste di smobilizzo delle partecipazioni di Cassa Centrale e di alcune Bcc del gruppo Ccb conferma l’esercizio abusivo del diritto di voto della colazione di maggioranza a danno degli altri soci”. Da notare che la lettera è stata inviata soltanto alle Bcc affiliate, azioniste di Iccrea, e alla Banca d’Italia e non alla capogruppo concorrente. 

Per tutelare il patrimonio Cassa Centrale ha quindi conferito l’incarico a un collegio di legali e ha invitato le Bcc “a informare e coinvolgere con urgenza gli organi amministrativi alla prima occasione utile e comunque entro e non oltre dieci giorni dal ricevimento” della lettera datata 21 gennaio “affinchè deliberino le azioni legali in coordinamento con cassa Centrale”. 

cce 

claudia.cervini@mfdowjones.it 

 

(END) Dow Jones Newswires

January 30, 2019 08:16 ET (13:16 GMT)