La Milano del futuro riparte dall’AREA EXPO: quali sono i progetti e a che punto siamo?

Roberta Caccialupi milanocittà stato.it 28.2.19
da expo a mind

Da qui è partito tutto. È innegabile infatti che Expo abbia dato inizio a quel processo virtuoso che in questi ultimi anni ha trasformato il volto e l’immagine internazionale di Milano, portandola ad essere un modello e una delle principali mete turistiche del nostro paese. Per immaginare la Milano del futuro non si può dunque che ripartire da qui. Ma come sarà l’Area Expo (ora Arexpo) del futuro?

da expo a mindMilano INnovation Distrct: il quartiere del futuro

Lo scorso primo maggio (2018) l’Albero della Vitaè tornato ad accendersi di luci, musiche e colori per celebrare il passaggio di consegne ufficiale. L’area su cui sorgeva l’esposizione universale infatti diventerà MIND, ovvero Milano Innovation District, un distretto della Scienza, del Sapere e dell’Innovazione in grado di promuovere le eccellenze del territorio nei campi della ricerca scientifica, medica, farmaceutica e delle life sciences. In una parola, un distretto avveniristico, ovviamente SMART, che nelle intenzioni dovrà essere in grado di attrarre investimenti e generare ritorni economici per tutto il territorio.

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Il paradiso degli scienziati

Sarà un distretto autosufficiente, una città nella città che ospiterà lo Human Technopole (il polo tecno-scientifico di ricerca sul genoma), il nuovo Ospedale Galeazzi e le facoltà scientifiche dell’Università Statale, oltre ad aziende private legate al mondo della ricerca scientifica, medicae farmaceutica, e un “Lab-Hub” per l’Innovazione Sociale e lo Sviluppo Sostenibile della Fondazione Triulza. MIND sarà dotato di tutte le funzioni primarie – ricreative, culturali, sportive, residenziali, produttive e terziarie – a formare un habitat metropolitano di nuova concezione e, si promette, sostenibile. Dove la mobilità sarà “leggera”, governata da vetture elettriche a guida autonoma, mentre l’approvvigionamento energetico avverrà grazie alla realizzazione di un centro tecnologico dedicato.

da expo a mindE non potrebbe essere diversamente, date le dimensioni dell’area interessata. Per farsene un’idea non si può quindi che partire dai NUMERI.

I numeri di Mind

1.000.0000: sono i metri quadrati di proprietà Arexpo SpA, una società partecipata da Stato, Regione Lombardia e Comune di Milano cui appartiene l’intera area sulla quale quali sorgerà la citta della Scienza.

Quasi due miliardi gli investimenti privati già raccolti, e altrettanti fondi pubblici, per riprogettare ed edificare l’intera area, per un totale di circa 800 mq di slp (superficie lorda di pavimento): un volume due volte è mezzo più ampio di Porta Nuova per intenderci.

60.000: i visitatori giornalieri previsti (circa 100.000 sono stati quelli di Expo), tra docenti, ricercatori e studenti della Statale, ricercatori dello Human Technopole (in parte già insediati all’interno dell’ex Palazzo Italia), il personale medico e i pazienti del Galeazzi e il personale degli uffici privati.

3: le università milanesi coinvolte a vario titolo, che avranno tra l’altro il compito di definirne l’identità e le strategie di comunicazione e promozione: la Statale, lo Iulm e il Politecnico.

Tre anche le fermate della metro che dovrebbero servire l’area: Rho Fiera, Mind Cascina Merlata e Stephenson, per le ultime due al momento sono in corso le analisi di fattibilità. Si tratterebbe di un passo importante verso la famosa Circle Line, una linea ferroviaria che da San Cristoforo dovrebbe giungere sino a Rho Fiera collegando i quartieri lungo il suo percorso come una vera e propria metropolitana.

da expo a mindIn sintesi l’intera area ex EXPO assumerà l’aspetto di un reticolato continuo di spazi per la fruizione collettiva aperti al pubblico, con attrezzature verdi  (giardini, viali alberati) e azzurre (canali e altri specchi d’acqua), progettati per promuovere l’incontro e lo scambio di idee tra chi abiterà il Parco: studenti, ricercatori e aziende.

A che punto siamo?

Il nuovo Galeazzi: uno degli ospedali più alti del mondo

Nell’aprile 2018 la società di progettazione australiana Lendleasing, che si è aggiudicata la gara internazionale per lo sviluppo dell’ex area Expo, ha presentato al Politecnico uno studio preliminare di realizzazione di Mind. I primi lavori a partire sono stati quelli dell’Ospedale Galeazzi,che si svilupperà verticalmente per una superficie complessiva di 150.000mq: con i suoi 16 piani per quasi 90 metri altezza, si candida ad essere uno tra gli 8 ospedali più alti d’Europa e tra i 75 ospedali più alti del mondo. Particolare attenzione dovrebbe essere dedicata all’impatto ambientale, con l’impiego di materiali ecocompatibili, l’uso delle energie rinnovabili e il massimo impegno nella riduzione delle emissioni. La fine dei lavori è prevista entro la fine del 2021.

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La Statale Bis (con il campus Science for Citizens)

Per quanto riguarda l’Università Statale,l’obiettivo è di trasferire le facoltà scientifiche dal polo attuale di Città Studi, con un insediamento previsto di 18mila studenti e duemila ricercatori, realizzando un campus denominato Science for Citizens che si estenderà su un’area di oltre 150mila metri quadrati. Il progetto, proposto dallo studio Carlo Ratti Architetti su incarico di Lendlease, prevede un campus universitario di tipo aperto, quale terreno di sperimentazione di forme innovative d’insegnamento e di trasferimento tecnologico tra l’attività didattica e le future funzioni che sulle rimanenti aree di Expo.

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Dal punto di vista architettonico, questo punta a riprodurre in chiave contemporanea lo schema tipologico della storica sede di Ca’ Granda: ci saranno cinque chiostri organizzati attorno a una grande piazza centrale, a copertura dei quali saranno utilizzati, come ulteriore omaggio allo storico edificio milanese, dei mattoni raffiguranti immagini e simboli capaci di comunicare anche in forma tridimensionale. Infine, una sequenza di giardini botanici, serre sperimentali e campi sportivi si collegherà al lungo parco lineare di Mind (un chilometro e seicento metri la sua lunghezza complessiva) e alle vie d’acqua che attraversano l’ex area Expo.

Il 26 febbraio il cda dell’ateneo avrebbe dovuto approvare la pubblicazione del bando per la gara a evidenza pubblica per la costruzione del campus, i cui lavori dovrebbero iniziare nel 2019/2020 e terminare in tempo per l’apertura del primo anno accademico, nel 2023-2024. Sul bando del Campus in area Mind, l’Ateneo ha formulato richiesta di vigilanza collaborativa all’ANAC, richiesta regolarmente accolta lo scorso 8 febbraio. Sulla base del protocollo Unimi/ANAC, il bando e gli atti di gara saranno sottoposti all’approvazione del Consiglio di Amministrazione dell’Ateneo solo a seguito dell’approvazione preliminare da parte di ANAC.

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Lo Human Technopole nell’ex Palazzo Italia e in due nuovi palazzi

Lo Human Technopole sarà invece il nuovo centro di ricerca italiano che fungerà da polo di attrazione per i migliori talenti nazionali ed internazionali, un punto di riferimento, in Europa e non solo, per la ricerca biomedica, la genomica e per il futuro della medicina.  Il progetto  prevede una rifunzionalizzazione dei palazzi esistenti, in particolare dell’ex Palazzo Italia, simbolo di Expo 2015, e la realizzazione altri due: un edificio che ospiterà uffici e laboratori e una struttura realizzata con elementi prefabbricati in cui avrà sede il datacenter con i suoi supercomputer, per un totale di circa 30.000 mq.  Per novembre dovrebbero essere completati i cantieri e insediati altri 300/400 ricercatori, mentre l’entrata a regime è prevista per il 2024.

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E il verde?

Rimane forse la questione più controversa. Il Masterplan prevede 445.000 mq di verde, ricavati ai bordi del complesso e nella parte centrale, ricucendo i vari settori. Non si tratterebbe di un unico parco compatto quindi, bensì di cinque parchi tematici gestiti da diverse strutture.

Come ha osservato Michele Sacerdoti in un recente articolo su Arcipelago Milano, non ci sarebbero in realtà più di 80.000 mq di parco tematico, costituiti dal Parco del Cibo e dall’orto botanico, il resto sarebbe verde tra gli edifici, boulevard, piazze alberate, canali, campi sportivi e auditorium all’aperto. Il Parco della salute sarà collocato sopra il parcheggio sotterraneo dell’ospedale Galeazzi, il Parco lineare sopra la piattaforma di cemento del Decumano e non potranno ospitare alberi di alto fusto. Anche la Cascina Triulza sembrerebbe essere conteggiata nel verde mentre contiene un auditorium, degli uffici e dei laboratori.

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Il consumo di suolo sarebbe in sostanza molto elevato. Non male per un’area che, nelle intenzioni inziali, avrebbe dovuto costituire un  ampio parco agro-alimentare con l’obiettivo di mantenere una corona di verde intorno a Milano.

 

ROBERTA CACCIALUPI

Secondo il protagonista «reale» del film The Big Short, sta per arrivare una nuova crisi

Massimo Bordin micidial.it 27.2.19

Se il film The Big Short – adattamento del regista Adam McKay del libro di Michael Lewis sulla crisi finanziaria del 2008 –  ti ha fatto incazzare l’anno scorso, ti starai probabilmente chiedendo cosa pensa oggi  Michael Burry, l’indovino economico ritratto nel film dall’attore Christian Bale.

In un’e-mail, che i lettori del libro riconosceranno come il suo metodo di comunicazione preferito, il capo nella vita reale di Scion Asset Management Michael Burry, ha risposto ad alcune delle domande del magazine NYMAG. Un’intervista a dir poco inquietante, che vi alleghiamo in abstract. Lasciamo al lettore individuare gli aspetti più preoccupanti dell’intervista.

D. Il film ritrae tutti voi come una sorta di eroi spericolati in qualche modo, ma il regista McKay mi ha riferito di essere molto turbato da quello che è successo. È il caso?

R. Sentivo che stavo guardando un incidente aereo. In realtà ho avuto quel sogno ancora e ancora. Sapevo cosa stava succedendo, ma non c’era nulla che io o chiunque altro potessi fare per fermarlo. L’ultimo giorno del 2007, non potevo tornare a casa. Ero in ufficio fino a tarda notte, non riuscivo a calmarmi. Ho scritto a mia moglie un’email e ho appena detto: “Non posso tornare a casa; è proprio troppo sconvolgente quello che sta succedendo, e non volevo tornare a casa dai miei figli in questo modo “. Per quanto riguarda la punizione dei responsabili, i mutuatari sono stati puniti per le loro eccedenze – hanno perso case e vite. Non dimentichiamolo. Ma i dirigenti dei prestatori si sono semplicemente arricchiti.

D. Eri sorpreso che nessuno andasse in prigione?

R. Sono scioccato dal fatto che i dirigenti di alcuni dei peggiori prestatori non siano stati puniti per quello che hanno fatto. Ma questa è la natura di queste cose. Quelli che gestiscono la macchina non sono stati puniti neanche dopo la bolla delle dot-com – tutti quei VC e dirigenti di dot-com vivono ancora nelle loro dimore lungo il corridoio 280 della penisola di San Francisco. I piccoli pagheranno per questo – il piccolo investitore, il mutuatario. Questo è il motivo per cui il piccoletto deve essere avvisato. Deve imparare ad essere più diligente e più sospettoso nei confronti delle clausole delle società che offrono denaro gratis. Sarà sempre seducente, ma quello è il diavolo che vuole la tua anima.

D. Quando ho parlato con alcuni degli altri personaggi della vita reale di The Big Short, sono stato sorpreso di sentire che pensavano che la riforma finanziaria fosse piuttosto efficace e che il sistema fosse molto più sicuro. Michael Lewis però non è d’accordo. Secondo te, l’incidente del 2008, ha provocato cambiamenti positivi?

R. Sfortunatamente, non molti che riesco a vedere. La più grande speranza che ho avuto è stata quella di entrare in una nuova era di responsabilità personale. Invece, abbiamo raddoppiato l’abitudine di incolpare gli altri, e questo è tragico a lungo termine. Anche la crisi, incredibilmente, ha fatto crescere le banche più grandi. E ha reso la Federal Reserve, un corpo non eletto, ancora più potente e quindi più rilevante. La principale legislazione sulla riforma, Dodd-Frank, è stata intitolata a due ragazzi comprati e venduti da interessi speciali, e uno di loro dovrebbe assumersi una buona dose di responsabilità per la crisi. Le banche sono state costrette, dal governo, a salvare alcuni dei peggiori prestatori della bolla immobiliare, quindi il governo si è girato e ha gettato le basi delle banche per i crimini delle società che erano state costrette ad acquisire. La politica del tasso di interesse zero ha infranto il contratto sociale con generazioni di americani instancabili che hanno risparmiato per la pensione, solo per scoprire ora che i loro risparmi non sono abbastanza. E l’interesse che la Federal Reserve paga sulle riserve in eccesso delle istituzioni di credito ha rotto il moltiplicatore monetario e ha ammanettato i prestiti alle piccole e medie imprese, dove si verifica la maggior parte della creazione di posti di lavoro e la mobilità verso l’alto dei salari. Le politiche e le regolamentazioni governative nell’era postcrisi hanno svuotato l’America molto più di ogni altra cosa. Questi cambiamenti hanno anche ampliato il divario di ricchezza rendendo i proprietari di beni più ricchi a spese degli affittuari. Forse ci sono dei cambiamenti positivi, ma sembra proprio che non riesca a vedere oltre l’assurdità.

D. In che modo pensi che tutto questo abbia influenzato la percezione del sistema da parte delle persone, in generale?

R. La percezione postcrisi, almeno nei media, sembra dirci che gli americanisono  bloccati da Wall Street, dalle grandi compagnie nel settore privato e dai ricchi. Il capitalismo è sotto processo. La vedo un po’ diversamente. Se qualcuno del mondo della finanza mi offre denaro gratuito, non devo prenderlo. E se lo prendo, mi sforzerò di capire meglio tutti i termini, perché non esiste una cosa come il denaro gratuito. Questa è solo la responsabilità personale di base e il buon senso. I fattori abilitanti di questa crisi sono stati vari, e non parte dalla banca, ma dalle decisioni prese dai singoli per finanziarsi una vita migliore, e questa è una decisione molto pesante. Questa crisi è stata un’ondata di 100 anni in buona fede che il mondo intero sta ancora cercando di scavare nel fango sette anni dopo. Eppure così pochi si sono presi la responsabilità di averne parte, e la ragione è semplice: tutte queste persone hanno trovato altre persone da incolpare, e in tale misura, è stata creata una narrativa inutile. Sia che si tratti dell’uno per cento o degli hedge fund o di Wall Street, non penso che la società sia ben servita non riuscendo a incoraggiare ogni americano a guardarsi dentro. Questa crisi ha veramente divorato una comunità, e la maggior parte degli abitanti del villaggio non sono senza una responsabilità personale per le circostanze in cui si sono trovati. Dovremmo insegnare ai nostri figli a essere cittadini migliori attraverso la responsabilità personale, non dando solo la colpa agli altri.

D. Dove siamo adesso, economicamente?

R. Bene, ci siamo tornati: proviamo a stimolare la crescita con denaro facile. Non ha funzionato, ma è l’unico strumento che la Fed ha. Nel frattempo, le politiche della Fed allargano il divario di ricchezza, che alimenta l’estremismo politico, costringendo lo stallo a Washington. Sembra che il mondo sia diretto verso tassi di interesse reali negativi su scala globale. Questo è tossico. I tassi di interesse sono utilizzati per determinare il rischio di prezzo, e quindi nell’attuale contesto, il meccanismo di determinazione del prezzo del rischio si è rotto. Non è salutare per un’economia. Stiamo accumulando terrificanti tensioni nel sistema, e qualsiasi linea di guasto ci danneggerà sicuramente le prospettive.

D. Cosa ti rende più nervoso per il futuro?

R. Debito. L’idea che la crescita risolverà i nostri debiti è così avvincente per i politici, ma i cittadini finiscono col pagare un prezzo. Il settore pubblico si è veramente rafforzato come consumatore di debito. Il bilancio della Federal Reserve ha un effetto leva su 77: 1. Come ho già detto, l’assurdità mi disturba.

D. L’ultima riga del film, stampata su un cartello, è “Michael Burry sta concentrando tutto il suo commercio su una merce: l’Acqua.” Sembra molto inquietante. Puoi descrivermi questa posizione?

R. Fondamentalmente, ho iniziato a guardare gli investimenti in acqua circa 15 anni fa. L’acqua fresca e pulita non può essere data per scontata. E non lo è – l’acqua è politica e litigiosa. Trasportare l’acqua è impraticabile per ragioni sia politiche che fisiche, quindi acquistare diritti idrici non aveva molto senso per me. Ciò che è diventato chiaro per me è che il cibo è il modo migliore di investire nell’acqua. Cioè, coltivare cibo in aree ricche di acqua e trasportarlo in vendita in aree povere di acqua. Questo è il metodo per ridistribuire l’acqua che è meno controverso e, in ultima analisi, può essere redditizio, il che garantirà che questa ridistribuzione sia sostenibile. Una bottiglia di vino necessita di oltre 400 bottiglie d’acqua per essere prodotta – l’acqua incorporata nel cibo è ciò che ho trovato interessante.

D. Che cosa, se non altro, ti fa sperare nel futuro?

R. L’innovazione, specialmente in America, continua a ritmi vertiginosi, anche in aree che si trovano di fronte a notevoli ostacoli politici o normativi. I progressi della sanità in particolare sono mozzafiato – così tante anime altruiste stanno lavorando per far progredire la scienza, e questo è incoraggiante. A lungo termine, questo è un bene per gli umani in generale. Gli americani hanno tanta naturale spinta imprenditoriale. L’avvertenza è che è la tecnologia che dovrebbe essere uno strumento che rende le vite migliori nel mondo reale e in linea con lo spirito americano di migliorare sempre di più in qualcosa, sia che si tratti di curare il cancro o di creare un servizio taxi migliore. Sono meno impressionato dai valori di mercato assegnati alla tecnologia che aumenta la distrazione. Non vogliamo il mondo di Orwell, ma non vogliamo neanche il mondo di Huxley. (fonte: Nymag)

Giro di valzer alla Cr Alessandria

lospiffero.com 28.2.19

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Si profila una successione in casa al vertice della fondazione. L’attuale direttore Sovico potrebbe prendere il posto di Taverna che però rimarrebbe come presidente “onorario” per poi rientrare successivamente. Sotto l’occhio vigile di Palenzona

Il direttore che diventa presidente e il presidente che resta tale sia pure “onorario” potendo continuare a sedere del consiglio di amministrazione. Il valzer delle poltrone nella Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria sembra avere il suo carnet già scritto, pronto forse già per il prossimo 15 marzo quando potrebbe riunirsi il board della cassaforte mandrogna chiamata a rinnovare la sua presidenza.

Entro aprile si deve, infatti, concludere il secondo e non più rinnovabile mandato di Pierangelo Taverna al vertice della fondazione dal 2009 e dopo mesi in cui si sono rincorsi diversi nomi per la sua successione, incominciando da quello di Fabrizio Palenzona, la soluzione che circola nella maniera la più riservata possibile nelle austere sale dello storico palazzo di Piazza della Libertà arrivando sottovoce in più spartane stanze della politica cittadina suscitando reazioni differenti, pare connotarsi di due caratteristiche di non poco conto: essere tutta interna all’istituzione e a dir poco all’insegna della continuità.

Lo schema più accreditato, ma non immune da possibili soprese dell’ultimo momento, prevede che l’attuale direttore generale Pier Luigi Sovico, lasci a brevissimo la potente poltrona di grand commis, senza peraltro restare senza un’altra e senza neppur dover uscire dal palazzo. Avvocato, classe 1943, una carriera incominciata da impiegato nella Cassa di Risparmio di Alessandria di cui arriverà ad essere il vicedirettore generale, dal 2005 al vertice operativo della fondazione, Sovico entrerebbe nel cda al posto di Taverna e, forse già nella stessa seduta, verrebbe nominato al vertice della fondazione.

Una scelta, quella che cadrebbe sull’attuale direttore (il cui figlio è stato recentemente assunto dalla società Palazzo del Governatore, braccio strumentale della fondazione) certamente arrivata dopo la definitiva uscita di scena dal novero dei papabili di Big Fabrizio. E dire che era stato proprio Taverna alla fine dello scorso anno ad annunciare pubblicamente: “A prendere il mio posto sarà Fabrizio Palenzona”. Era il periodo in cui il risico per l’Acri e altre poltrone importanti era ancora aperto e la fondazione alessandrina sarebbe tornata utile a Furbizio. Il quale, secondo rumors, non avrebbe tuttavia gradito troppo quell’investitura da parte di Taverna, forse per l’occasione, forse per i tempi.

Sta di fatto che sulla strada lasciata sgombra dal camionista di Tortona, Taverna avrebbe avviato il suo direttore generale. Una scelta in continuità si direbbe in casi come questo. Ancor di più se si tiene conto di un’innovazione introdotta nello statuto e chi riguarda i presidenti emeriti. Di ex, dopo la scomparsa anni fa di Gianfranco Pittatore, c’è solo Taverna. Il quale, in virtù di quell’articolo 20, potrà essere nominato presidente onorario e in base a questo titolo continuare a sedere del board, pur senza diritto di voto, ma ovviamente di parola.

Chi pensa male la vede eccome la continuità. E chi non rinuncia a disegnare scenari che si spingono più avanti, spiega pure che Taverna nella sua nuova veste oltre magari a poter rappresentare la fondazione in enti e società collegati, alla fine del mandato di Sovico potrebbe tornare a fare il presidente. Senza quel titolo onorifico che, tuttavia, ora gli consentirà di rimanere nella stanza dei bottoni della cassaforte alessandrina.

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Il direttore che diventa presidente e il presidente che resta tale sia pure “onorario” potendo continuare a sedere del consiglio di amministrazione. Il valzer delle poltrone nella Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria sembra avere il suo carnet già scritto, pronto forse già per il prossimo 15 marzo quando potrebbe riunirsi il board della cassaforte mandrogna chiamata a rinnovare la sua presidenza.

Entro aprile si deve, infatti, concludere il secondo e non più rinnovabile mandato di Pierangelo Taverna al vertice della fondazione dal 2009 e dopo mesi in cui si sono rincorsi diversi nomi per la sua successione, incominciando da quello di Fabrizio Palenzona, la soluzione che circola nella maniera la più riservata possibile nelle austere sale dello storico palazzo di Piazza della Libertà arrivando sottovoce in più spartane stanze della politica cittadina suscitando reazioni differenti, pare connotarsi di due caratteristiche di non poco conto: essere tutta interna all’istituzione e a dir poco all’insegna della continuità.

Lo schema più accreditato, ma non immune da possibili soprese dell’ultimo momento, prevede che l’attuale direttore generale Pier Luigi Sovico, lasci a brevissimo la potente poltrona di grand commis, senza peraltro restare senza un’altra e senza neppur dover uscire dal palazzo. Avvocato, classe 1943, una carriera incominciata da impiegato nella Cassa di Risparmio di Alessandria di cui arriverà ad essere il vicedirettore generale, dal 2005 al vertice operativo della fondazione, Sovico entrerebbe nel cda al posto di Taverna e, forse già nella stessa seduta, verrebbe nominato al vertice della fondazione.

Una scelta, quella che cadrebbe sull’attuale direttore (il cui figlio è stato recentemente assunto dalla società Palazzo del Governatore, braccio strumentale della fondazione) certamente arrivata dopo la definitiva uscita di scena dal novero dei papabili di Big Fabrizio. E dire che era stato proprio Taverna alla fine dello scorso anno ad annunciare pubblicamente: “A prendere il mio posto sarà Fabrizio Palenzona”. Era il periodo in cui il risico per l’Acri e altre poltrone importanti era ancora aperto e la fondazione alessandrina sarebbe tornata utile a Furbizio. Il quale, secondo rumors, non avrebbe tuttavia gradito troppo quell’investitura da parte di Taverna, forse per l’occasione, forse per i tempi.

Sta di fatto che sulla strada lasciata sgombra dal camionista di Tortona, Taverna avrebbe avviato il suo direttore generale. Una scelta in continuità si direbbe in casi come questo. Ancor di più se si tiene conto di un’innovazione introdotta nello statuto e chi riguarda i presidenti emeriti. Di ex, dopo la scomparsa anni fa di Gianfranco Pittatore, c’è solo Taverna. Il quale, in virtù di quell’articolo 20, potrà essere nominato presidente onorario e in base a questo titolo continuare a sedere del board, pur senza diritto di voto, ma ovviamente di parola.

Chi pensa male la vede eccome la continuità. E chi non rinuncia a disegnare scenari che si spingono più avanti, spiega pure che Taverna nella sua nuova veste oltre magari a poter rappresentare la fondazione in enti e società collegati, alla fine del mandato di Sovico potrebbe tornare a fare il presidente. Senza quel titolo onorifico che, tuttavia, ora gli consentirà di rimanere nella stanza dei bottoni della cassaforte alessandrina.

RIFIUTI TOSSICI / OTTIMI E ABBONDANTI PER LE AUSTRADE

 di: Cristiano Mais lavocedellevoci.it

Sempre più alla ribalta delle cronache, soprattutto giudiziarie, i traffici di “monnezze” tossiche che dalla Campania arrivano in Lombardia e in Veneto (soprattutto nel padovano). E ora si scopre che per asfaltare non poche superstrade del Nord ai bitumi sono stati allegramente mescolati gli ubiqui rifiuti tossici.

Peccato che le prime storie siano cominciate trent’anni fa e passa, quando ad esempio da Napoli partivano le band dei Casalesi, capeggiati da Francesco Bidognetti, alias Cicciotto ‘e Mezzanotte, in direzione Villa Wanda, la maison aretina del Venerabile Licio Gelli. Una band di cui faceva parte anche l’avvocato-faccendiere Cipriano Chianese, il “colletto bianco” per anni e anni libero di trafficare monnezze tossiche e solo una decina d’anni fa finito sotto i riflettori degli inquirenti.

La storia degli asfalti che profumano di monnezza, invece, è parecchio più recente. La Voce scrisse la prima inchiesta a maggio 2007, quando al ministero delle Infrastrutture sedeva l’ex pm Antonio Di Pietro, fiore all’occhiello nel governo Prodi.

Ecco l’incipit: “16 aprile 2007. Il ministro Di Pietro tiene a battesimo l’Alba-Asti, 18 chilometri di autostrada, sognata per decenni e realizzata con la lentezza di una lumaca. Pochi giorni prima il pm Vincenzo Paone aveva provato a rovinare la festa all’ex pm: una pattuglia delle fiamme gialle aveva messo i sigilli a 6 chilometri del tracciato perché la pavimentazione non era conforme a quanto previsto dal capitolato d’appalto”. E gli inquirenti avevano scoperto che “sotto il sottile manto di asfalto sarebbero state interrate tonnellate di rifiuti, forse anche tossici. Insomma, sotto l’autostrada un’autentica discarica”.

Ed infatti, i più festosi ad accogliere il ministro Di Pietro furono stormi di gabbiani, che quando sentono l’odorino di monnezze planano bassi.

Un’ANAS del resto in quegli anni nel mirino degli inquirenti, come per fare un solo esempio ha testimoniato l’inchiesta “Robin Hood” dei pm milanesi Giovanna Ichino e Corrado Carnevali,che avevano scoperchiato una vera e propria cupola d’affari, e mazzette al 5 per cento per gli appalti Anas. All’epoca finirono in galera una trentina di personaggi tra cui 10 funzionari della stessa Anas. A ricostruire quelle storie di assalto alle casse pubbliche e lavori al solito malfatti, era stata una gola profonda, ovvero un ottimo funzionario che da anni denunciava quelle ruberie e per questo venne marginalizzato e poi fu costretto a far fagotto dall’Anas: Antonio Lombardo, che ne raccontò di cotte e di crude anche sulla gestione ministeriale e all’Anas griffata Di Pietro, che con la scusa dei “cambi geografici dei funzionari per evitare episodi di corruzione” aveva piazzato tutti i suoi uomini nei posti chiave!

Titolo di quell’inchiesta “Variante 1 a Variante 2”, cui fece seguito, dopo soli due mesi, luglio 2007, un altro reportage, “Anas – Munnezza Way”, dove vengono ancora puntati i riflettori su quella miscela davvero esplosiva, rifiuti tossici mescolati ai materiali bituminosi per realizzare un elegante manto stradale. Questo il sommario: “Una bufera di inchieste giudiziarie investe la società autostradale, impegnata in appalti milionari e fresca di restyling dopo il varo del nuovo organigramma di vertice, capeggiato da Pietro Ciucci e caldeggiato dal ministro Antonio Di Pietro”. Quel Ciucci che regnerà incontrastato per anni, stella polare l’ex pm, fino ad essere cacciato alcuni anni fa per i troppi guai combinati.

Non è finta. Perché il cocktail che sa tanto di malavita organizzata e odora soprattutto di clan dei casalesi va in onda qualche anno fa anche a Firenze, in occasione dei lavori per la nuova stazione TAV, super contestata dagli ambientalisti e soprattutto dalla battagliera associazione gigliata Idra, nata 25 anni fa proprio per denunciare fatti & misfatti targati Alta Velocità. Un’inchiesta delle Procura di Firenze, infatti, ha portato alla luce uno scenario sconvolgente: un paio d’imprese provenienti dall’area di Casal di Principe hanno provveduto a trasportare, mescolare al punto giusto e interrare rifiuti super tossici, un bell’impasto in vista della realizzazione della stazione Tav.

E solo oggi i media scoprono quei gabbiani con la passione per autostrade e stazioni…

 

Le pagine delle due inchieste

 

 

 

Banco Bpm, Castagna sospende il dg.La truffa dei diamanti e il vaso di Pandora

affariitaliani.it 28.2.19

Banco Bpm, Castagna sospende il dg.La truffa dei diamanti e il vaso di Pandora

“A parte il dare qualche piccolo problemino all’operatività della banca, visto che ben tre figure apicali fra cui il direttore generale sono state sospese, siamo sicuri che ora Faroni non tirerà in ballo magari ‘pressioni dall’alto sulla vendita dei diamanti’?”, ci si chiede nella City milanese dopo il comunicato di ieri sera di Banco Bpm.

Faroni
Maurizio Faroni

Mercoledì, in serata, dopo il decreto di sequestro preventivo notificato dalla Guardia di Finanza in relazione alla vicenda diamanti che ha visto coinvolta Piazza Meda, da cui emerge che le indagini in corso da parte della Procura di Milano riguardano alcuni manager o ex manager del gruppo, il consiglio di amministrazione di Banco Bpm guidato dal CeoGiuseppe Castagna ha disposto la sospensione cautelare dal servizio del direttore generale Maurizio Faroni, dell’ex capo del marketing retail Pietro Gaspardo e dell’ex responsabile compliance della banca Angelo Lo Giudice.

Giuseppe Castagna

Giuseppe Castagna

Le accuse, nell’inchiesta milanese sullo scandalo della vendita diamanti a prezzi gonfiati rispetto al loro reale valore, vanno dalla truffa aggravata fino all’autoriciclaggio e all’ostacolo agli organi di vigilanza. Banco Bpm ha precisato che le operazioni di vendita dei diamanti si riferiscono al periodo 2003-2016 e dunque prima della mega-fusione fra la milanese Bpm e il veronese Banco Popolare che ha dato vita alla terza banca italiana, istituto la cui direzione è stata affidata a Giuseppe Castagna e presieduto dall’ex presidente del Banco Carlo Fratta Pasini.

Dunque Faroni, secondo l’accusa, avrà anche fatto pressing sulla rete per la vendita di diamanti ma la sua attività risale al periodo in cui l’attuale direttore generale di Banco Bpm era il braccio operativo a Verona di Fabio Innocenzi prima e di Pierfrancesco Saviotti poi, ex amministratori delegati dal Banco prima delle nozze nella Superpopolare del Nord.

Con il comunicato di ieri sera Castagna ha brutalmente mollato i propri dirigenti, screditandoli, anche alla luce, secondo alcuni rumors che circolano, della mai sopita guerra santa in atto in banca fra le due anime dell’istituto, quella veronese e quella milanese.

Le accuse nei confronti di Faroni, con tanto di donazioni a cinque zeri da parte della Italmarket diamond business, sono pesanti. Ma chissà se l’inchiesta che ha portato la Gdf a sequestrare preventivamente oltre 700 milioni di euro anche carico di UniCredit, Intesa Sanpaolo, Mps e Banca Aletti non scoperchi un vaso di pandora che in Banco Bpm ha anche il sapore di un antico regolamento dei conti. Intanto, in Borsa il titolo accusa il colpo. 

Banco – Bpm – sospesi tre dirigenti – ma lo stipendio lo prendono lo stesso

L’inchiesta sulla truffa dei diamanti costringe Banco Bpm a “disporre la sospensione cautelare dal servizio” di tre Dirigenti – il Direttore Generale Faroni – Piero Gaspardo – Angelo Lo Giudice.

Qualcuno si sarebbe atteso un gesto spontaneo.

LA SOSPENSIONE NON COMPORTA IL CONGELAMENTO DELLO STIPENDIO E NON PARLIAMO DI PICCOLE CIFRE.

E GLI AZIONISTI COSA NE PENSANO?

Non solo bail-in, ecco tutti i ricatti della Germania

Giuseppe Liturri startmag.it 28.2.19

L’approfondimento di Giuseppe Liturri

“…Anche la Banca d’Italia si oppose a questo bail-in. Dalle notizie che si hanno l’Italia, allora era ministro Saccomanni, (almeno) ho letto una sua dichiarazione che fu praticamente ricattato dal ministro delle Finanze tedesco, che se l’Italia non accettava si sarebbe diffusa la notizia che l’Italia non accettava perché aveva il sistema bancario prossimo al fallimento, il che significava avere il fallimento del sistema bancario…”

Queste le testuali parole pronunciate, ieri pomeriggio in Commissione Finanze del Senato, dal ministro dell’Economia, Giovanni Tria, parlando a proposito del famigerato bail-in.

Nulla di particolarmente nuovo, infatti in un’intervista apparsa sul Corriere del 10 giugno 2017, il Governatore Ignazio Visco rimproverava sostanzialmente a Saccomanni (senza mai nominarlo) di essersi fatto fregare dai tedeschi che gli avevano promesso l’avvio contemporaneo di bail-in ed assicurazione comune sui depositi, senza poi attuarla. Visco sosteneva che

“…in altri termini abbiamo sempre sostenuto il bail-in per via contrattuale e sempre respinto il bail-in per via legale e applicato in modo retroattivo. Ma nella fretta della discussione o nella difficoltà di arrivare a un accordo sull’unione bancaria, questi tre punti non sono passati». Che il bail-in sia stato anticipato di due anni al 2016 comporta che chi lo voleva, la Germania, abbia fatto concessioni per indurre chi non lo voleva, l’Italia, ad accettare. Vi avevano promesso che sarebbe scattata anche l’assicurazione europea sui depositi?«È possibile, ma la Banca d’Italia non partecipa alle trattative tra i governi a Bruxelles. Può essere che ci fu questo impegno e poi non fu attuato…”

Ma, soprattutto, Tria si riferisce a quanto dichiarato da Saccomanni il 21 dicembre 2017 nel corso dell’audizione presso la Commissione d’inchiesta sul sistema bancario.

In quella sede Saccomanni, al termine di una lunga relazione, si sofferma su quanto accaduto in quelle convulse giornate del dicembre 2013, in preparazione del Consiglio Ecofin del 18. In sostanza, pur non pronunciando mai la parola ‘ricatto’, Saccomanni afferma che quel negoziato si svolse in condizioni di urgenza dettate dall’imminente rinnovo del Parlamento Europeo del giugno 2014. Bisognava chiudere in fretta e l’Italia non disponeva di alcun appoggio negli altri Paesi per fare passare una versione del bail-in più morbida e, soprattutto, non retroattiva. La posizione della Germania era egemone e premeva verso l’adozione di una forma di bail-in estesa a tutte le passività bancarie. Saccomanni afferma che quella trattativa si svolse sotto la minaccia della reazione dei mercati verso un ritardo o, peggio, un fallimento dei negoziati. Ciò avrebbe comportato lo slittamento di ogni provvedimento di almeno 1 anno, a causa del rinnovo del Parlamento e della Commissione Europea.

“…Che cosa poteva succedere all’Italia, al debito pubblico, al nostro spread, in un periodo di tale durata? Era effettivamente un rischio importante… Pertanto, questa combinazione di fattori, con diversa composizione delle posizioni all’interno del consiglio ECOFIN, ha fatto sì che anche le argomentazioni che noi avanzavamo venissero accolte privatamente dicendo: sı`, in effetti voi avete ragione, questa situazione rischia di essere difficile da gestire, pero`… Lascio i puntini di sospensione per non dire cose più sgradevoli…”.

Addirittura arriva a citare De Gasperi, per testimoniare la drammaticità del momento: “…nei confronti dell’Italia in quel momento c’era una situazione quasi degasperiana, cioè c’era il rispetto per le persone che erano lı`, che rappresentavano l’Italia, ma non di più. Come disse De Gasperi: posso contare solo sul vostro rispetto personale…”.

Saccomanni termina dicendo che “…si era in una situazione in cui non c’era alcuna possibilità di bloccare il negoziato e, se anche ci fosse stata, sarebbe stato molto probabilmente più dannosa che altro…”.

Alla luce di questo resoconto, le parole di Tria risultano clamorose, non tanto per il contenuto (noto) quanto per la sede in cui le ha rese e per la logica conclusione che trae dalle parole di Saccomanni. Sembra quasi una voce dal sen fuggita. In altre parole, se c’era un clima di urgenza e di pressione per evitare il fallimento dei negoziati e la soluzione da adottarsi era quella tedesca chi, se non il ministro tedesco, aveva interesse a far notare al collega italiano che, se non si fosse piegato, i mercati avrebbero picchiato inesorabilmente sull’Italia?

Ma c’è un altro, a suo modo ancora più clamoroso documento che rende plausibile il clima di ricatto in cui si svolse quel negoziato. In una lettera del 13 dicembre 2013 (soli 5 giorni prima dell’Ecofin del 18), Saccomanni sollevava numerosi dubbi sul negoziato in atto. In particolare, esprimeva perplessità sui fondi a disposizione del Fondo di Risoluzione Unico (altra gamba dell’Unione Bancaria) e concludeva dicendo che non bisognava correre per creare un’unione bancaria imperfetta ma piuttosto prendersi il tempo necessario per averne una ben funzionante. Si sa com’è finita. Il bail-in è stato approvato ed il fondo di risoluzione è rimasto ben poca cosa rispetto alle dimensioni del sistema bancario europeo.

Soli 5 giorni dopo, Saccomanni commentava trionfante su twitter “con l’Unione Bancaria risparmiatori meglio tutelati, possibilità più credito e costo denaro più basso”. Cosa gli ha fatto cambiare idea in soli 5 giorni? Accettando regole che tutti, Banca d’Italia in testa, sapevano essere letali per il nostro sistema bancario?

Ma non finisce qua. Per capire cosa possa essere accaduto nelle segrete stanze dell’Ecofin, viene in nostro soccorso quanto scritto da Varoufakis nel suo libro Adulti nella stanza, uscito in italiano nell’estate scorsa. Sono circa 500 pagine di dettagliate descrizioni delle riunioni di Eurogruppo ed Ecofin da febbraio a luglio 2015 e ne emerge un dato inequivocabile. Tutte le decisioni sono adottate sfruttando il potere coercitivo della BCE e dei mercati, opportunamente imbeccati. La linea è sempre dettata dalla Germania o dall’asse franco-tedesco, con la maggioranza dei Paesi coagulati intorno a questo asse, o per convinzione o per convenienza, allo scopo di non finire vittime del potere tedesco. La gravità delle accuse e delle ricostruzioni di conversazioni private riportate da Varoufakis è dirompente e, non a caso, poco o nulla è mai trapelato sulla grande stampa.

Uno dei passaggi più clamorosi di tale libro riguarda proprio l’Italia e Padoan. Quando questi chiese a Schauble cosa fosse possibile fare per smussare la sua aggressività, si sentì suggerire la riforma del lavoro poi nota come Jobs act. Quando quella legge passò in Parlamento, si sciolse il gelo tra i due. Padoan a quel punto suggerì a Varoufakis ‘perché non fai anche tu qualcosa del genere?’.

Dopo un episodio del genere, qualcuno ha ancora dei dubbi sui rapporti di forza che determinano le decisioni a livello europeo e sulla voce dal sen fuggita del Ministro Tria, seppur piuttosto goffamente rettificata e derubricata ad ‘espressione infelice’, addirittura ‘taggando’ il Ministero delle Finanze tedesco ed il portavoce del Governo per blandire pietà?

Se il clima è questo, l’unica ragionevole possibilità che l’Italia riesca ad ottenere decisioni meno sfavorevoli in sede europea è quella di mettere sul tavolo, con promessa di usarlo effettivamente e non per fare un bluff alla greca stile luglio 2015, il deterrente nucleare dell’uscita dall’euro e dall’Unione.

Solo così si potrà sfruttare tutto il nostro peso di contributori netti dell’Unione, e di Paese secondo solo alla Germania come produzione industriale ed attivo di bilancia commerciale.

È l’unico modo per rispondere efficacemente al ‘se ci dicono di no’ ma, per farlo, è necessaria una solida maggioranza politica che non appare esserci. Nel frattempo, ci accontentiamo di gridare al ricatto, con qualche malpensante che si spinge a credere che tale ricatto sia tuttora in corso. Ma, si sa, a pensar male, si fa peccato, ma…

Il “salvataggio” delle banche venete: 10 cose da sapere

Di Jack Sparrow adviseonly.com 26.6.17

10 fatti da sapere sul "salvataggio" delle banche venete


“Eravamo bravi ragazzi, ragazzi svegli.” – Henry Hill, in “Quei bravi ragazzi” di M. Scorsese

Qui in AdviseOnly abbiamo sempre guardato con sospetto e senso di nausea alle banche venete, a partire dal 2013, quando Veneto Banca collocava allegramente improbabili obbligazioni subordinate convertibili, passando per il coinvolgimento del fondo Atlante, fino alle ultime convulsioni, prima del rigor mortis. Ed eccoci qua, all’epilogo.

Me ne sono stato buono buono per vedere come finiva il gran ballo in maschera: in fondo fino a qualche giorno fa si trattava di un valzer di ipotesi, chiacchiere e balzane dichiarazioni di forma del Ministro Padoan (ormai ridotto ad una grottesca macchietta). E poi è finita come in un film distopico di Stanley Kubrick.

Cos’è successo?

Ma, bando alle ciance, cosa bisogna davvero sapere di questa vicenda? Sarò breve ed incisivo, tenetevi forte.

  1. Nell’ultimo weekend di questo caldo giugno un fulmineo Consiglio dei Ministri ha approvato un decreto legge fatto su misura per Intesa Sanpaolo, autorizzando la banca all’acquisizione di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza per la cifra simbolica di 1 euro.
  2. Intesa Sanpaolo, che è un po’ choosy, rileverà però solo la parte sana dei due istituti veneti (qui il comunicato stampa), mentre il resto è messo in liquidazione. Lo Stato verserà subito a Intesa Sanpaolo 5,2 miliardi per aiutarli ad avviare l’operazione – dopotutto ‘so ragazzi, vanno aiutati.
  3. Ma attenzione, l’operazione cuba in totale 17 miliardi di euro di spesa pubblica, che corrispondono all’1% circa del PIL italiano. Soldi dei cittadini. Cioè voi. Anche se il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan sottolinea in preda a convulsioni che “Le cifre non impattano sui saldi di finanza pubblica, non impattano sul deficit”, voi pagherete. (E, se vi mettete una mano sul cuore, forse dovreste fare qualcosa per quell’uomo, un tempo stimato economista).
  4. È stata applicata la classica formula che prevede il trasferimento di risorse dalla sfera pubblica al privato: cioè la privatizzazione dei profitti (Intesa Sanpaolo potrà continuare a pagare i suoi dividendi mantenendo intonsi i suoi ratios bancari, il CET1 e via dicendo) e la digestione pubblica delle perdite. Cari contribuenti, aprite il vostro portafoglio e aiutate Intesa Sanpaolo e lo Stato a cauterizzare la voragine delle banche venete.
  5. Solo una cosa, scusate: si noti che, procedendo come da manualetto delle regole bancarie europee, sarebbero bastati 1,2 miliardi di euro da privati e 6,5 miliardi di ricapitalizzazione pubblica per mandare avanti le due banche venete, com’è nello spirito della normativa europea (che sarebbe: salvare il salvabile, far pagare azionisti e creditori, non i contribuenti). Invece, si è preferito procedere con 17 miliardi di spesa pubblica e liquidare le banche venete.
  6. Si noti che un gruppo di quattro fondi d’investimento internazionali aveva offerto un’iniezione di capitali freschi per 1,6 miliardi in Popolare di Vicenza e Veneto Banca a fine maggio, con meccanismo in linea con la normativa europea. Apparentemente da manuale, insomma. Ma i fondi in questione non hanno ricevuto alcun riscontro dalle autorità italiane, come riporta Reuters; preferendo la soluzione creativa all’italiana, difficilmente inquadrabile, che favorisce Intesa Sanpaolo nell’ottenere la porzione sana delle banche venete, offrendo d’altro canto scivoli grassi e burrosi a dipendenti delle due banche venete. Tutto con il generoso supporto dei contribuenti italiani. Una meravigliosa vicenda da House of Cards. Ma gli Underwood non sono nessuno, al confronto. Beninteso: è legittimo che Intesa Sanpaolo si sia mossa come si è mossa, trattandosi di un’azienda e non di un ente di beneficenza (ha già messo un bel po’ di soldi in quel bidone di Atlante, sì, quello che doveva rendere il 6% e passa ah ah ah). Quello che mi pare assurdo è che la Commissione Europea e la BCE abbiano permesso tutto ciò. La soluzione è stata trovata nelle pieghe normative italiane ed europee, invocando il fallimento delle due banche venete per far ricadere la loro liquidazione sotto la legge italiana e regolare poi il tutto con un bel decreto legge ad hoc che carica i costi sui contribuenti. Si temeva il rischio sistemico che poteva derivare dal coinvolgimento delle obbligazioni senior… e così la copertura contro il rischio sistemico l’avete pagata voi, cari contribuenti italiani. Per questo un sentito grazie da tutti. In particolare dagli obbligazionisti senior, che ci piacerebbe vedere in faccia.
  7. Il resto del mondo ci guarda basito. In realtà in Spagna sono un filo irritati, sottolineando come l’operazione Italian style sia di taglio opposto a quello riguardante il Banco Popular ed equivalga nei fatti a far saltare per aria le regole europee che loro hanno invece rispettato. Si credeva che ora fosse di moda il bail-in, ma quei simpatici buontemponi e trend-setter degli italiani hanno rispolverato il bail-out
  8. Ma parliamo di soldi. In pratica, questo sarà l’impatto immediato sui vostri investimenti o finanziamenti:
    • azioni (sostanzialmente il favoloso Fondo Atlante e gli ex soci) – valore azzerato;
    • obbligazionisti junior – azzerato il valore dei bond subordinati, anche se potrebbe essere prevista una somma a copertura parziale delle perdite subite (almeno questo si vocifera);
    • obbligazionisti senior – non verranno toccati, il rapporto di debito-credito passa a Intesa Sanpaolo;
    • conti correnti – zero rischi, dato che il rapporto passerà a Intesa Sanpaolo;
    • fondi d’investimento – tutto a posto, non creano un rapporto di credito con la banca che ve li ha venduti; sono sempre soldi vostri e tali resteranno;
    • cassette di sicurezza – anche qui non c’è rapporto di credito con la banca, che è solo custode; quindi tranquilli, i gioielli di famiglia non sono in pericolo;
    • mutui e prestiti buoni – anche in questo caso il rapporto passa a Intesa Sanpaolo e tutto procederà come da programma, anche perché siete debitori, e quindi state tranquilli che la banca si ricorderà di voi, e non sarà per gli auguri di Natale;
    • crediti problematici – se siete un debitore che non pagava, del rapporto se ne occuperà lo Stato, che cercherà di recuperare il recuperabile con la liquidazione. Vi cercheranno loro, state sereni.
  9. Ed ecco alcune considerazioni sull’impatto a lungo termine sui vostri risparmi e investimenti.
    • Il quadro italiano resta incerto, si è creato un precedente confuso, con altre banche in dissesto da gestire, per esempio MPS e Carige. Quindi la situazione del sistema bancario italiano mi pare tutt’altro che risolta. Se invece vi piace credere che sia risolta, in un Paese dove se ti guardi intorno è più facile trovare uno sportello bancario che una farmacia, bé, auguri. Però forse starei alla larga dai titoli del settore bancario italiano.
    • Aumenta il rapporto tra debito pubblico e PIL italiano, il che peggiora il quadro della sostenibilità del debito italiano: con tassi d’interesse destinati a risalire nell’Eurozona, una crescita economica enfisematica, un sistema bancario messo così come vedete e un quadro politico caotico, insomma, capite bene come l’Italia sia una bella mina vagante, direi IL principale focolaio di rischi nell’Eurozona. Siamo l’hot-spot della faglia sismica economica europea.
    • Pertanto, anche se al momento lo spread BTP-Bund è basso, per me dovrebbero essere obbligatorio un test sulle capacità di intendere e di volere di chi acquista titoli di Stato trentennali italiani che ora rendono meno del 3%, o peggio i BTP 2067 al 3,2%. Ma vedete voi…
  10. I colpevoli di tutto questo casino che fine faranno? Questo ditemelo voi, ciurma. Ormai dovreste essere esperti.

“Sistema bancario più solido…”

Vi lascio con una dichiarazione di un annetto fa dell’eroico Padoan al Festival dell’Economia, che mette sempre di buon umore, per la sua lisergica leggerezza.

Pier Carlo Padoan@PCPadoanIn risposta a @PCPadoan

In due anni sistema bancario più solido grazie a riforme, gestione sofferenze, fusioni e acquisizioni, ricapitalizzazione #festivaleconomia1518:44 – 4 giu 2016Informazioni e privacy per gli annunci di Twitter94 utenti ne stanno parlando

Banco Bpm: sospende Faroni per caso diamanti (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Il caso diamanti lascia il segno nella prima linea di Banco Bpm , uno degli istituti coinvolti nell’inchiesta della Procura di Milano insieme a Unicredit , Intesa Sanpaolo e Mps . 

Ieri, scrive MF, il consiglio di amministrazione dell’istituto ha deciso la sospensione cautelare fino a nuova data del direttore generale Maurizio Faroni, dell’ex responsabile pianificazione e marketing retail Pietro Gaspardo e dell’ex responsabile compliance Angelo Lo Giudice, tutti provenienti dall’ex Banco Popolare. La misura di fatto sospende il servizio lavorativo dei tre dirigenti fino al giudizio. 

«Nel ribadire la natura cautelare del provvedimento assunto», spiega l’istituto in una nota, «la banca è pienamente confidente nell’operato dell’autorità giudiziaria, a tutela di tutti i soggetti coinvolti». Il provvedimento arriva a una settimana dalle contestazioni della procura di Milano che ha indagato Faroni per truffa aggravata, autoriciclaggio e ostacolo all’esercizio delle funzioni di vigilanza, assieme a un’altra settantina di persone. Banco Bpm , che si è visto sequestrare 84,6 milioni e ha fatto appositi accantonamenti nel bilancio 2018, ha già avviato un’ampia ricognizione in merito al caso che riguarda la fallita Intermarket Diamond Business (Idb), maggior broker nazionale del settore, che ha portato alla costituzione in tempi rapidissimi di una task force ad hoc composta da 100 funzionari. 

La struttura, secondo quanto scritto nei giorni scorsi da MF-Milano Finanza, ha il compito di gestire tutte le procedure di conciliazione legate a istanze e cause promosse dalla clientela. E l’elevato numero di personale destinato a questo dossier dimostra come il caso della truffa dei diamanti sia, in questo momento, particolarmente sensibile per Castagna e i vertici di Piazza Meda. Se è vero che dei 345,3 milioni di accantonamenti netti ai fondi rischi del 2018 ben 300 milioni sono relativi alla vicenda Idb. Anche se va ricordato che i fatti oggetto d’indagine si riferiscono al periodo che va dal 2003 al 2016, antecedente quindi alla fusione tra il Banco Popolare e la Bpm . Va detto che finora già un terzo dei reclami presentati agli sportelli del Banco Bpm sono stati chiusi con accordi transattivi, con una percentuale di ristoro in numerosi casi vicina al 100%. 

red/lab 

 

(END) Dow Jones Newswires

February 28, 2019 02:28 ET (07:28 GMT)

Università italiane tra le migliori al mondo. Peccato per la fuga dei cervelli …..

Università
greenme.it 27.2.19

Come stanno messe ‘in salute’ le Università italiane? Molto bene, almeno secondo il QS World University Rankings 2019, la classifica universitaria mondiale per facoltà-disciplina.

Indovinate un po’? L’Italia è ben al 4° posto in Europa, dopo Regno Unito, Germania, Francia. A livello mondiale, invece, siamo al 7° posto nel mondo.

La performance delle Università italiane è, quindi, nettamente migliorata e scala posizioni importanti nella comparazione delle performance tra 1200 atenei nel mondo, divisi per ben 48 materie.

Le università Italiane occupano 521 posizioni nella classifica, una presenza incrementata notevolmente rispetto allo scorso anno.

Peccato per la fuga di cervelli…

Ben Sowter, Responsabile Ricerca e Analisi di QS, ha commentato: “Questa edizione della classifica rivela una fotografia positiva per l’eccellenza accademica Italiana. Il trend è degno di nota, specialmente se consideriamo la feroce competitività globale. Per mantenere le stesse posizioni, le università devono continuamente migliorare l’impatto della propria ricerca, coltivare collaborazioni accademiche internazionali e conferire lauree e titoli post-lauream che siano spendibili nel mondo del lavoro e apprezzati dai recruiter internazionali.”

Sowter ha aggiunto: “Questo risultato incoraggiante, deve però tenere conto di una sfida: la fuga di cervelli. L’OCSE segnala come l’Italia sia tornata ai primi posti nel mondo per emigrati; per la precisione all’ ottavo. Si stima che un terzo siano giovani laureati. Sebbene L’Italia spenda quasi un punto percentuale in meno (4% del PIL) rispetto alla media Europea (4.9% del PIL) per l’istruzione, il paese investe mediamente 164 mila euro per formare un laureato e 228 mila euro per un dottore di ricerca, (dati OCSE). Di questo investimento, beneficiano sempre più altri paesi. Su 521 posizioni conquistate nella nostra classifica dalle vostre università, il punteggio ottenuto dal sondaggio dei recruiter internazionali è superiore a 75/100 in 105 casi. I laureati Italiani sono tenuti in alta considerazione dai recruiter internazionali e la loro propensione ad assumerli é elevata. Questo dimostra che la preparazione dei laureati italiani è competitiva. Il mio augurio è che il vostro paese preservi il ritorno sull’investimento di risorse e talento, offrendo alle attuali e alle prossime generazioni di studenti le opportunità che meritano, affinché emigrare sia una scelta elettiva e non una necessità.”

Quali sono le migliori Università italiane?

Balza agli occhi la posizione importante dell’Università romana La Sapienza, che risulta essere l’unico ateneo italiano classificato in prima posizione mondiale. L’Università della Minerva la fa da padrone, neanche a dirlo, in Studi Classici e Storia. Antica.

Bene anche il Politecnico di Milano, sesta posizione in Arte e Design, settimo in Ingegneria civile e settimo in Ingegneria meccanica.

La Bocconi, poi, è ottava al mondo per Business & Management, mentre è al sedicesimo in Economi e al diciottesimo in Finanza.

La Sapienza, l’Università di Bologna (Unibo) e Università degli Studi di Padova sono le università più rappresentate in classifica.

Roberta Ragni

Intervento di Salvatore Rossi sull’educazione finanziaria

dirittobancario.it 27.2.19

ALLEGATI

Il Direttore generale della Banca d’Italia e Presidente dell’Istituto per la Vigilanza sulle Assicurazioni (IVASS), Salvatore Rossi, è intervenuto alla tavola rotonda: “Educazione finanziaria per la crescita dell’Italia, l’informazione, la tutela del risparmio, la sostenibilità e la cultura”, organizzato da Associazione Bancaria Italiana (ABI), Associazione di Fondazioni e di Casse di Risparmio (ACRI) e Fondazione per l’Educazione Finanziaria e al Risparmio (FEduF) per riflettere e fare il punto sullo stato di diffusione dell’educazione finanziaria in Italia.

Scandalo diamanti, Banco Bpm sospende il dg Faroni

FRANCESCO SPINI la stampa.it 27.2.19
AFP

La sede milanese del Banco Bpm

La truffa dei diamanti rifilati a molti risparmiatori a prezzi gonfiati – tra di loro diversi volti noti dello spettacolo come Vasco Rossi e Federica Panicucci, ma anche dell’industria, come Diana Bracco – fa rotolare le prime teste in banca. Il consiglio di amministrazione del Banco Popolare ha deciso infatti di sospendere il suo direttore generale Maurizio Faroni e altri due manager come lui coinvolti nelle indagini. Il consiglio, si legge in una nota, «ha preso atto dei contenuti del decreto di sequestro preventivo notificato dalla Guardia di Finanza in relazione alla vicenda diamanti, da cui emerge che le indagini in corso da parte della Procura di Milano riguardano alcuni manager o ex manager del gruppo», tra cui, per l’appunto il dg Faroni.

Per lui, come per Pietro Gaspardo che in precedenza era responsabile pianificazione e marketing retail della banca, e per Angelo Lo Giudice, ai tempi dei fatti responsabile compliance della banca, il cda ha disposto la sospensione dal servizio. «Nel ribadire la natura cautelare del provvedimento assunto, la banca è pienamente confidente nell’operato dell’Autorità Giudiziaria, a tutela di tutti i soggetti coinvolti», si legge in una nota.

I diamanti venduti a prezzi gonfiati rispetto al loro valore reale, con false quotazioni pubblicizzate sui giornali e con l’intermediazione anche di alcuni istituti di credito hanno portato a un’indagine della Procura di Milano. Che nei giorni scorsi ha disposto un sequestro preventivo da oltre 700 milioni di euro, anche carico di cinque banche indagate (in quanto hanno distribuito le pietre) ossia Banco Bpm, Unicredit, Intesa Sanpaolo, Mps e Banca Aletti. Il sequestro era stato eseguito a carico di 7 persone e di 7 enti indagati per la legge sulla responsabilità amministrativa, ossia le 5 banche e le due società Intermarket Diamond Business spa (IDB) e Diamond Private Investment spa (DPI).

“Tutti gli esseri umani sono imprenditori”

Sandro Moiso carmillaonline.it 28.2.19

Silvio Lorusso, ENTREPRECARIAT. Siamo tutti imprenditori. Nessuno è al sicuro. Prefazione di Geert Lovink. Postfazione di Raffaele Alberto Ventura. Progetto grafico e layout di Francesco D’Abbraccio e Andrea Facchetti, Krisis Publishing, Brescia 2018, pp. 228, euro 18,00

Ancora una volta Francesco D’Abbraccio e Andrea Facchetti, con la loro Krisis Publishing, centrano l’obiettivo pubblicando un testo che è allo stesso tempo interessante, provocatorio, bello e graficamente elegante. Entreprecariatnasce dall’omonimo blog lanciato da Silvio Lorusso nel 2016. Da allora il termine imprendicariato e il suo corrispettivo inglese si sono man mano diffusi in Italia e all’estero tra giornalisti, teorici e artisti. Oggi si parla di imprendicariato a proposito del disagio dei Millennials, dello sfruttamento creativo del popolo degli Hackathon, del logorio prodotto da una socialità ormai convertita in investimento.

Come il precedente Atlante dei classici padani, edito anch’esso dalla Krisis Publishing (qui), aveva contribuito a destrutturare l’immaginario leghista delle eccellenze padane, così l’attuale testo contribuisce alla demolizione di un immaginario lavorativo-imprenditoriale in cui, ancora una volta, il capitalismo e le sue regole sembrano costituire l’unico orizzonte possibile per il futuro, oltre che per il presente, della specie umana. 

Imprenditore o precario? Sono questi i termini di una dissonanza cognitiva che fa apparire tutto come una mastodontica startup. Silvio Lorusso ci guida alla scoperta dell’“imprendicariato”, un universo fatto di strumenti per la produttività, di poster motivazionali e di tecniche di auto-aiuto per risultare ottimisti. Un mix di ideologia imprenditoriale e precarietà diffusa che regola social media, mercati online per il lavoro autonomo e piattaforme di crowdfunding.

La figura dell’imprenditore precario, autentico ossimoro fattosi carne attraverso una spericolata e sfacciata operazione di restyling dell’ideologia capitalista basata sull’esaltazione del lavoro, è posta al centro di un’analisi acuta che, suddivisa in tre parti ben distinte (Core Values, Assets e Platforms), affronta nella prima la definizione di cosa è un imprenditore e cosa significa l’esser precario.
Nella seconda la trasformazione antropologica e culturale che nel corso degli ultimi decenni, e in particolare dopo la crisi del 2008, ha portato il lavoratore, specialmente quello che un tempo si sarebbe detto “intellettuale”, ad essere più che occupato in un lavoro regolare ad essere busy (indaffarato) per la maggior parte del suo tempo di vita.
E, infine, nella terza lo sviluppo di alcune piattaforme molto diffuse nell’uso dei social network (come LinkedIn e Fiverr), destinate a costituire, in forme diverse, un’autentica “piazza” mondiale su cui porre in vendita, a costi sempre più ridotti, servizi e competenze prodotti da una forza lavoro disgregata e costantemente posta in competizione con tutti gli altri membri della stessa categoria.
Spesso riferibile a quella dei cosiddetti “creativi”, ma non solo.

Un’autentica corsa al ribasso e alla svalutazione di ogni competenza cognitiva e lavorativa travestita da concorrenza imprenditoriale che scarica sull’individuo solo, isolato e privo di “alleati”, il costo economico e psicologico di una crisi di valorizzazione dl capitale che soltanto dall’intensificazione dello sfruttamento del lavoro svolto dagli esseri umani e dalla sua contemporanea svalutazione economica (sempre più lavoro da svolger in tempi sempre più ridotti per retribuzioni sempre più contenute) può trarre momentaneo sollievo. 

Entreprecariat parla quindi di imprenditorialità, ma non è un manuale di auto-aiuto per «farcela». E anche se sullo sfondo rimangono le immagini degli imprenditori di successo, oggi divenute autentiche icone anche della cultura di massa attraverso la diffusione di produzioni cinematografiche e televisive che ne esaltano le “imprese” e l’individuale capacità di affrontare le difficoltà, non si tratta nemmeno della solita agiografia di “visionari” del business come Steve Jobs o self-made man come Flavio Briatore. Al contrario, il libro descrive la realtà che circonda i cosiddetti «imprenditori di se stessi»:, freelancer, disoccupati spinti o costretti a sviluppare una mentalità imprenditoriale per non soccombere alla precarietà crescente che coinvolge l’ambito professionale, quello economico nonché quello esistenziale.

Anche se la prima parte del testo sviscera completamente la problematica di cosa significa essere precari oggi, attraverso le analisi di autori e studiosi quali Guy Standing, Richard Sennett, Raffaele Alberto Ventura e Alex Foti, sono le due parti successive ad aprire, davanti agli occhi del lettore, un autentico oceano di manipolazioni del reale, delle coscienze e dell’idea di vita e di lavoro che lo costringono a riflettere su quali siano le autentiche e profonde trasformazioni in atto nella società a livello mondiale. Non solo sul piano economico ma anche, e forse soprattutto, antropologico.

Se infatti già il lavoratore salariato del tardo Ottocento e del Novecento era stato spinto a confondere l’esser salariato e sfruttato con una forma di orgoglio professionale che lo legava alla sue autentiche catene, rappresentando forse uno dei maggiori ostacoli ideologici all’affermazione della classe per sé in opposizione ai rapporti di produzione capitalistici1 , oggi lavoratori privi di qualsiasi certezza di continuità lavorativa sono spinti a vivere avvinghiati al lavoro anche quando questo, per periodi più o meno lunghi, non c’è oppure non è certo sufficiente per il loro sostentamento economico.

Costretti a lavorare in spazi e con strumenti che non sono forniti loro dal datore di lavoro, ma che devono procurarsi essi stessi nell’illusione di essere liberi.
Nomadi come spesso si sente dire. Ma questo nomadismo precario, caratterizzato spesso da uno zainetto in cui contenere tutti gli strumenti di lavoro trasportabili (PC, tablet, smartphone, cellulari di ultima o ultimissima generazione) spinge quegli stessi ad essere spesso i primi a sperare nel precariato altrui, sia per sfruttarlo come servizio a basso costo, sia come opportunità per una propria, e quasi sempre impossibile, affermazione individual-imprenditoriale. Ecco l’autentica magia, l’autentica fake fattasi verità incontestabile che si muove come un fantasma nella mentalità diffusa e devastante, soprattutto a causa dello stress psicologico che ne consegue, di milioni di giovani aspiranti a un lavoro sempre più proteiforme ed inafferrabile. Rovesciando la famosa affermazione di Warhol in cui si diceva che un giorno tutti sarebbero stati famosi per pochi minuti, oggi si potrebbe dire che tutti potranno essere prima o poi lavoratori creativi, oppure più drammaticamente semplicemente lavoratori, per poche ore.

Come è però possibile che tale drammatica realtà possa reggere su gambe così fragili come quella costituita dal possibile successo imprenditoriale futuro in cambio di una vita di stenti e quasi priva di pause dall’ossessione lavorativa?
Uno strumento importante e determinante è stato forse quello della diffusione di una generale visione positiva della vita, in cui ogni negatività deve essere rimossa perché potrebbe essere sinonimo dell’insuccesso personale e in cui ogni delusione e sconfitta dell’individuo è vista sostanzialmente come attribuibile ad errori pregressi del soggetto stesso.

Ecco allora, anche se Lorusso non ne parla, che si comincia a comprender l’importanza della diffusione fin dagli anni ’80 del secolo scorso delle ideologie New Age, di una visione positiva dell’esistente ispirata da fasulle meditazioni trascendentali tratte da filosofie asiatiche ricucinate in salsa occidentale, di canzoni con versi quali “penso positivo perché son vivo, perché son vivo”, oppure a collane editoriali come quella offerta in questo periodo dal Corriere della sera dedicate alla Mindfulness ovvero alla capacità di controllare e “sfruttare” appieno la propria mente.

Una gigantesca rimozione della teoria critica, e quindi negativa, dell’esistente e del capitalismo che oggi giunge a sfiorare i movimenti sedicenti antagonisti, oltre che aver impregnato le mentalità precarie, là dove si afferma che non si può sempre dire No, ma occorre saper essere propositivi. Dimenticando così che, ormai, qualsiasi proposta in positivo ma di segno contrario a quello dell’organizzazione sociale ed economica dominante non può che passare attraverso la negazione e/o la distruzione dell’esistente. Compresi i social di cui oggi si blatera tanto senza capire l’intrinseca funzione ultima di raccolta dati e profili individuali al fine dello sfruttamento commerciale e lavorativo degli utenti.

Come esempi imprenditoriali e filosofici estremi di tale fasulla positività l’autore cita una frase di Ayn Rand, teorica dell’Oggettivismo molto apprezzata in ambito imprenditoriale ma spesso sbeffeggiata in ambito filosofico, che in età avanzata, a proposito del la morte, dichiarò: “Io non morirò. Sarà il mondo a finire”.
E in seconda battuta, e forse ancora più significativa, la testimonianza di Jody Sherman, energico fondatore di una startup dedicata alla vendita di prodotti per l’infanzia, la cui ricetta per risollevare le sorti dell’economia era costituita dall’impedire ai media di dare notizie negative in modo da produrre un’iniezione di fiducia nei cittadini.

“« Devi in un certo senso alterare la tua realtà per far sì che alla fine diventi realtà», spiegava l’imprenditore. Certe volte però le cose si mettono davvero male e l’ottimismo diventa crudele, per usare il titolo di un fortunato libro di Lauren Berlant. Dopo qualche mese dall’intervista la startup di Jody è fallita a causa di un grosso buco finanziario. E quando il peso della realtà si è fatto schiacciante, questo imprenditore di mezza età si è tolto la vita.”2

Che si tratti di autentica fuffa ideologica, come tutto ciò che oggi circonda il mito delle startup oppure dei doers (coloro che fanno o che si danno da fare comunque), non vi è e non può esistere alcun dubbio, eppure tali visioni e dichiarazioni esercitano ancora sicuramente un peso determinante su tutti coloro che, più o meno fiduciosi e non sempre soltanto giovani come si potrebbe credere, si affidano a piattaforme come LinkedIn o Fiverr per individuare o reinventarsi, soprattutto tra i più anziani, un percorso lavorativo.

Percorso e attività lavorative che attraverso queste piattaforme le cui modalità d’uso sottintendono, come sostiene Lorusso, una specifica visione del mondo di cui le interfacce vanno a comporre la superficie. Una delle quali interfacce è proprio quella del diluire anche le specificità del lavoro creativo in lavoro in generale.
Così mentre il lavoro di qualsiasi tipo si trasforma realmente nel marxiano lavoro astratto, perdendo definitivamente qualsiasi caratteristica e competenza specifica per affidarsi unicamente al basso costo oppure alla cifra più bassa per la quale si è disposti a fare o prestare qualsiasi servizio (ad esempio i 5 dollari minimi, di cui uno alla piattaforma, su cui si basava inizialmente la proposta della israeliana Fiverr), l’illusione che l’imprenditorialità sia il modo di esistere della specie, come ha affermato Muhammad Yunus, fin dalle sue origini trionfa, nascondendo il fatto che nella generale diffusione del lavoro astratto si afferma la possibilità, per il capitale e suoi funzionari e/o detentori, la possibilità infinita di trarre profitto da qualsiasi tipo di skill, abilità, sia essa innata o acquisita, fisica o mentale.

Moltissimi sarebbero ancora i temi e le riflessioni da sottolineare e segnalare in un dei libri più interessanti e utili usciti negli ultimi anni, soprattutto qui in Italia, sui temi del lavoro, del precariato, dell’imprenditorialità, senza mai dimenticare però come un Marx già avanti negli anni, nel 1875, affermasse che :

“Il lavoro non è la fonte di ogni ricchezza. La natura è tanto la fonte dei valori d’uso quanto il lavoro, che è esso stesso solo l’espressione di una forza naturale, della forza-lavoro umana.[…] Il lavoro dell’uomo diventa fonte di valori d’uso, e quindi anche di ricchezza, solo nella misura in cui l’uomosi comporta fin dal principio come proprietario nei confronti della natura, la fonte prima di tutti i mezzi e oggetti di lavoro, e la tratta come cosa di sua proprietà. I borghesi hanno i loro buoni motivi per affibbiare al lavoro una forza creativa soprannaturale, perché […] ne consegue che l’uomo, il quale non ha altra proprietà all’infuori della propria forza-lavoro, deve essere, in tutte le condizioni di società e di civiltà, lo schiavo di quegli altri uomini che si sono resi proprietari delle condizioni oggettive di lavoro. Egli può lavorare solo con il loro permesso e solo con il loro permesso può quindi vivere […] Questa è la legge di tutta la storia che si è avuta fino ad ora, Quindi, invece di offrire delle frasi fatte generiche su “il lavoro” e “la società”, si doveva dimostrare concretamente come si sono finalmente costituite, nell’attuale società capitalistica, le condizioni materiali ecc. che rendono capaci e costringono i lavoratori a spezzare quella maledizione storica.”

Ue boccia la manovra, perché votiamo se la Commissione decide per l’Italia?

politicamentescorretto.info 27.2.19

Investimenti fermi, una ‘quota cento’ che non farà crescere l’occupazione, un aumento dei consumi dovuto al reddito di cittadinanza limitato allo 0,15%: queste le principali considerazioni formulate dalla Commissione Ue nel rapporto sull’Italia che sarà reso noto domani. Secondo quanto appreso dall’Ansa, dal documento emerge un giudizio negativo sulla situazione economicapoiché, per Bruxelles, gli interventi messi in campo non sosterranno la crescita ma potrebbero invece far aumentare il debito.

Tra gli elementi causa di preoccupazione evidenziati nel rapporto c’è la dinamica degli investimenti, segnalata in discesa sia per quelli nazionali che per quelli provenienti dall’estero. E questo senza che all’orizzonte, si osserva a Bruxelles, ci siano azioni che facciano prevedere una inversione del trend in atto. Ma la misura più contestata dal documento è quella su ‘quota cento’. Soprattutto perchè la Commissione non crede che, specie in un contesto recessivo, tutti coloro che lasceranno il lavoro saranno rimpiazzati. Mentre la crescita del deficit strutturale dovuta a questa misura – che va contro le raccomandazioni rivolte ripetutamente a tutti i Paesi in questi ultimi anni in materia di sostenibilità dei sistemi pensionistici nazionali – viene data per scontata.

Meno duro è invece il giudizio, che resta però tendenzialmente negativo, sul reddito di cittadinanza. In attesa di vedere come la misura sarà applicata, la Commissione lascia aperta la sua valutazione limitandosi a indicare che l’intervento avrà un impatto sulla crescita dei consumi limitato allo 0,15% su base annua. Nel rapporto vengono poi anche ribaditi i ‘classici’ mali del ‘sistema Italia’ già evidenziati più volte dalle analisi dell’Ue: dalla lentezza del sistema giudiziario, ai punti deboli del sistema bancario, alla necessità di rilanciare l’efficienza della pubblica amministrazione e di facilitare l’accesso al credito.  ANSA EUROPA

UE vs ITALIA/ Campiglio: le ricette dell’Europa ci hanno già portato al collasso

Ieri è stato pubblicato il Country Report della Commissione europea sull’Italia. Nel mirino di Bruxelles l’alto debito e le poche riforme

La Commissione europea, attraverso il Country Report sull’Italia, ha espresso nuova preoccupazione sull’andamento della nostra economia e dei nostri conti pubblici. Sia Valdis Dombrovskis che Pierre Moscovici, durante la conferenza stampa tenutasi ieri a Bruxelles, hanno in particolare puntato il dito sull’elevato debito pubblico e sulla scarsa crescita del Pil. Insieme a Grecia e Cipro, l’Italia è quindi tra i paesi membri che mostrano squilibri economici “eccessivi”. Bruxelles continuerà a monitorare la situazione del nostro Paese e farà una nuova valutazione in primavera, annunciando poi possibili misure necessarie. «Questo Country Report – ci dice Luigi Campiglio, Professore di Politica economica all’Università Cattolica di Milano – rispecchia una conoscenza più accurata del solito della nostra situazione economica, ma mi sembra anche che contenga dei sintomi di quello che si potrebbe definire un disturbo bipolare».

Nel senso che da un lato vengono fatte analisi e considerazioni corrette e condivisibili, ma emerge tra le righe un discorso del tipo: cavatevela da soli. Il che non sarebbe neanche sbagliato se non fosse che dal 2011 facciamo esattamente quello che da Bruxelles ci chiedono di fare. Per la Commissione la priorità per il Paese rimane il debito pubblico a prescindere dal contesto.

Qual è secondo lei la priorità del Paese?

La produttività totale dei fattori, cioè lavoro e capitale, è cresciuta solo della metà rispetto alla media europea. Questo è davvero un problema. L’utilizzo efficiente delle risorse, a partire dal lavoro, con il complemento necessario di una dotazione di capitale produttivo, è la strada per riprendere a crescere. Dobbiamo fare investimenti buoni, pubblici e privati. Questo è quello che in altri paesi europei ha funzionato benissimo. È chiaro che se ciò non avviene è anche per negligenze nostre, visto che non riusciamo a utilizzare i fondi europei disponibili.

La Commissione europea sembra anche evidenziare la mancanza di riforme che sarebbero invece necessarie da parte del nostro Paese. Cosa ne pensa?

Qualche riforma l’Italia l’ha fatta, il problema è che quella più importante degli ultimi anni, relativa al mercato del lavoro, si è rivelata un disastro: ha creato solamente precarietà e non ha diminuito la disoccupazione, specie giovanile. La visione europea assomiglia molto a quella che una volta veniva chiamato Washington Consensus. 

Ovvero?

Un insieme di direttive e indicazioni piuttosto standard che veniva dato ai paesi in via di sviluppo da parte delle istituzioni di Washington come il Fmi. Il problema è che ha prodotto solamente grandi disastri. Le riforme che si possono fare sono tante ed è chiaro che ne serve ad esempio una nella giustizia per accorciarne i tempi, ma si tratta di provvedimenti che impiegano molto tempo per mostrare qualche effetto tangibile.

Più che altro sembra che Bruxelles non abbia gradito la riforma delle pensioni con Quota 100…

In effetti nel rapporto si parla di un passo indietro sul fronte previdenziale. Ma non si può dimenticare che chi va in pensione oggi prenderà un assegno in base ai contributi che ha versato. Non c’è quindi un’evidenza così forte del fatto che ciò abbia effetti disastrosi. Quello che si può discutere semmai di Quota 100 è l’effetto sostituzione nel mercato del lavoro, specie in una situazione di rallentamento economico. Mi lasci dire che in questo senso sono rimasto colpito da un’importante indicatore.

Quale?

La dinamica dei tassi di inflazione: restiamo sotto l’1% quando il target della Bce è del 2%. E poi non si può dimenticare che la locomotiva che trainava un po’ di paesi si è inceppata, perché l’incidenza stratosferica delle esportazioni sul Pil tedesco che finora era stata una manna dal cielo, adesso, in un momento di tensioni geopolitiche, sta portando a una frenata per tutti. È chiaro però che la Germania, grazie anche agli stabilizzatori automatici, potrebbe uscirne fuori senza traumi, a differenza di altri.

La Commissione europea ha parlato dell’alto livello del nostro debito pubblico e qualche giorno fa Clemens Fuest, direttore dell’istituto Ifo, ha evidenziato che per ridurlo dovremmo realizzare un avanzo primario intorno al 4% del Pil per i prossimi 10-15 anni: un livello altissimo. Per questo ha detto che forse, se ci sarà una recessione in Europa, bisognerà cominciare a mettere sul tavolo europeo il tema della ristrutturazione del nostro debito. Cosa ne pensa?

Io credo nell’idea di Europa, ma penso altresì che occorra stare attenti a non perdere una visione autenticamente europea: se non si sta insieme quando c’è una crisi, quando lo si fa? L’Italia è un Paese stremato e se anche non si arrivasse formalmente a ripetere quanto accaduto con la Grecia, ma ci si comportasse allo stesso modo riguardo l’idea di ristrutturazione del debito, non è che cambierebbe molto: avremmo un disastro. Oggi noi abbiamo un debito pubblico al 132% del Pil e lo considero un miracolo. 

Perché?

Perché data la situazione di stagnazione in cui stiamo vivendo dal 2011 mantenere il rapporto stabile a questi livelli è qualcosa di miracoloso. Visto che il rapporto debito/Pil non è esploso, diamoci una chance, perché se l’economia cresce il debito su Pil rientra. Parlare di ristrutturazione del debito quando il debito si è fermato lì, con una crescita sostanzialmente anemica, credo che sia una manifestazione di poco senso di responsabilità. Dall’Europa sarebbe più corretto che ci venisse posta un’altra questione: dove sono finiti gli imprenditori, dov’è finita la capacità di competere sulla qualità piuttosto che sul costo del lavoro? Questo è l’appunto che ci dovrebbero fare e che dovremmo farci anche noi stessi. 

(Lorenzo Torrisi)