RMC AL CAPOLINEA: FALLIMENTO.

andreagiacobino.com 1.2.19

Capolinea per Raffineria Metalli Capra (Rmc), storica fonderia di Castel Mella (Brescia) presieduta da Carlo Capra e controllata dall’omonima famiglia. Il giudice Angelina Baldissera del tribunale di Brescia, che pure nello scorso aprile aveva ammesso la società alla procedura di concordato con riserva, ora ne ha dichiarato il fallimento nominando commissari Leandro Di PrataDavide Felappi e Stefano Midolo.

Rmc, fondata nel 1947 e con un capitale di 10,1 milioni di euro, aveva chiesto il concordato per avere una moratoria al termine della quale presentare al tribunale un piano dopo che sono state presentate quattro istanze di fallimento di fornitori a nome dell’ungherese Femker e dalle italiane Laminazione Sottile, Ellepi Metal e Spurghi and Agro Green Service. Il ricorso ricordava che a luglio del 2016 fu firmato con le banche creditrici un piano di risanamento che però “si è rivelato non fattibile e il ceto bancario ha risolto l’accordo”. Di qui la richiesta di concordato per salvaguardare know how e 120 posti di lavoro verificando “le diverse manifestazioni d’interessi di soggetti terzi”.

Il bilancio 2017 di Rmc, che a metà dello stesso anno aveva varato un nuovo piano industriale e che opera con due insediamenti produttivi per un’area complessiva di 135.000 mq, si è chiuso con una perdita di quasi 41 milioni su 112 milioni di ricavi, in crescita dai 104 milioni dell’anno prima, una posizione finanziaria netta negativa per quasi oltre 22 milioni e un patrimonio netto negativo per circa 20,5 milioni. I debiti verso banche sono pari a 30 milioni: tra i creditori figurano Cassa Depositi e PrestitiMediocredito Italiano (Intesa Sanpaolo), Centrobanca (Ubi Banca) e Mps.

Auto in panne, Fca -21,6%

lospiffero.com 1.2.19

Parte male il 2019 per la casa del Lingotto. Pesante flessione, a gennaio, nelle immatricolazioni, in un mercato domestico in calo del 7,5%. Pesano incertezza dell’offerta di modelli e le politiche fiscali del governo

Comincia male il 2019 per il mercato italiano dell’auto. A gennaio – secondo i dati del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti – le immatricolazioni sono state 164.864, in calo del 7,55% rispetto allo stesso mese del 2018. E ancora peggio va a Fca che segna un tonfo ancor più consistente e perde quote di un mercato già di per sé asfittico. Il Lingotto, infatti, ha immatricolato nel mese scorso 39.773 vetture in Italia, con un calo del 21,64 per cento rispetto allo stesso mese dell’anno scorso, riducendo la propria quota di mercato dal 28,46 al 24,12% (-4,34%).

Un campanello d’allarme da non sottovalutare. Tradizionalmente, infatti, il mercato delle quattro ruote rappresenta un termometro della fiducia dei consumatori, rivela l’umore di imprese e famiglie, mostrando la propensione a fare acquisti di beni durevoli. Questo calo, dunque, rappresenta la conferma che l’Italia sta entrando in una nuova fase di recessione, i cui effetti rischiano di essere amplificati da provvedimenti del Governo come l’ecotassa, osteggiata da tutto il mondo dell’automotive, a partire proprio da Fca.

Secondo Gian Primo Quagliano, presidente del Centro Studi Promotor, “quadro economico e incertezza sulle prospettive dell’offerta frenano la domanda di auto”. “Nel nostro Paese, ma anche in altri mercati come quello tedesco – osserva Quagliano – i potenziali acquirenti avvertono che l’auto è sulla soglia della transizione verso nuove forme di alimentazione e vetture tecnologicamente più avanzate. Questa consapevolezza e l’incertezza sui tempi si traducono spesso in un rinvio delle decisioni di acquisto. Un secondo fattore è il fatto che, come nel 2018, alcune importanti case stanno privilegiando i canali di vendita più remunerativi e annullano o riducono l’offerta di vetture usate con chilometri zero. Il terzo fattore è la crescente consapevolezza da parte delle famiglie e delle imprese che l’economia italiana è in frenata. Questa situazione desta preoccupazione negli operatori del settore, ma è assolutamente da escludere che l’impatto sulle vendite possa essere anche lontanamente paragonabile al crollo che si ebbe nella crisi iniziata nel 2008”. Dall’inchiesta mensile condotta da Promotor sui concessionari emerge cautela sull’andamento della domanda, ma per gennaio viene segnalata una discreta tenuta degli ordini e una buona affluenza nelle show room. Per quanto riguarda le previsioni gli operatori manifestano giudizi in linea con quelli dell’ultima parte del 2018. Il 69% ipotizza a tre/quattro mesi domanda stabile o in aumento, mentre il 31% è pessimista. Per Promotor il quadro di inizio anno è coerente con la previsione di un mercato 2019 in moderato calo sull’anno precedente.

La dimostrazione che siamo in un mercato in evoluzione arriva anche dal fatto che per la prima volta, da settembre 2003, le vetture diesel, in calo del 31% e con una quota del 41% del totale immatricolato, perdono la leadership di mercato a favore delle auto a benzina, che rappresentano il 45% del mercato e, nel mese, registrano un aumento del 28%. Oltre alla benzina, crescono anche le alimentazioni alternative (+3,5% e una quota del 13,7%), con la sola eccezione del metano. La progressiva contrazione delle vendite di auto diesel, sulla scia di quanto accaduto negli altri maggiori mercati europei, sta cambiando il mix delle alimentazioni. “La campagna di demonizzazione del diesel tout court e i provvedimenti di limitazione del traffico nei centri urbani, con la penalizzazione di alcune tecnologie rispetto ad altre, sono tra le principali cause. L’anno si apre quindi in maniera non ottimale, sia per la situazione economica non favorevole, sia per le preoccupazioni legate all’entrata in vigore, a partire da marzo, del bonus-malus” osserva Paolo Scudieri presidente dell’Anfia.

Diverso il quadro, per la casa del Lingotto, negli Usa. Con 136.082 veicoli venduti nel mese di gennaio, Fca ha segnato un incremento su base annua del 2% nel mercato statunitense. A trainare la crescita è soprattutto il marchio Ram, con un rialzo del 24% a 39.649 unità vendute. Bene anche il Wrangler Jeep, modello che ha segnato un volume di vendite record a 13.024 unità nel primo mese dell’anno. Segnali di segno opposto per i marchi Chrysler e Fiat: il calo è stato rispettivamente del 14% a 9.054 veicoli, e del 39% a 751 veicoli. Alfa Romeo cede il 30% con 1.150 immatricolazioni.

Campione d’Italia nello spazio doganale Ue con esenzione dell’Iva

tvsvizzera.it 31.1.19

Il Parlamento europeo ha approvato la modifica del regolamento dell’Unione doganale per includervi anche Campione d’Italia, exclave italiana in territorio svizzero. 

Il Parlamento europeo ha deciso che il comune di Campione d’Italia e le acque italiane del lago di Lugano entreranno nello spazio doganale dell’Unione Europea, ma non vi verrà fatturata l’Iva. La Plenaria rispondeva a una richiesta avanzata da Roma nel luglio del 2017.

Ora manca solo l’ok finale del Consiglio dei ministri Ue per completare l’iter legislativo.

La deputata Lara Comi, del Partito popolare europeo, interpellata dalla Radiotelevisione svizzera, ha descritto l’accordo come un’opportunità, in un momento particolarmente difficile per Campione, in crisi dal fallimento del Casinò.

“L’obiettivo di mantenere l’esclusione dell’Iva serve ad aiutare Campione, che si trova in una situazione economica difficile e in un territorio geograficamente complicato – spiega Comi. “L’opportunità è quella per gli investitori e per gli imprenditori, che potrebbero investire a Campione d’Italia agevolati dall’esenzione dell’Iva. Speriamo anche nella riduzione delle accise, ma questo dipende da Roma”.

Pasta Zara ammessa al concordato preventivo. Banche e minibond soddisfatte al 33%

bebeez.it 28.1.19

Schermata 2019-01-28 alle 05.48.04

Pasta Zara è stata ammessa nei giorni scorsi dal Tribunale di Treviso alla procedura di concordato preventivo in continuità (si veda qui il decreto del tribunale), dopo che il produttore di pasta in difficoltà è stata ammessa al concordato in bianco lo scorso maggio (si veda altro articolo di BeBeez), ha ottenuto proroga dei termini per presentare il piano concordatario entro il 7 dicembre scorso e ha siglato con Barilla l’accordo per cedere per 118 milioni di euro lo stabilimento di Muggia in Friuli Venezia Giulia, incluso un contratto di co-packing (imballaggio, confezionamento ed etichettatura dei prodotti Zara) per un periodo di cinque anni (si veda altro articolo di BeBeez).

Pasta Zara, controllata dalla famiglia Bragagnolo, è partecipata dalla finanziaria regionale del Friuli Venezia Giulia, Friulia (11,25%), e da Simest (11,76%), e ha un debito finanziario lordo di  241 milioni, di cui 178 milioni nei confronti di varie banche e in particolare 73 milioni riferibili ad affidamenti ottenuti da Banca Popolare di Vicenza e da Veneto Banca e quindi finiti nel portafoglio della SGA. Il tutto senza dimenticare che a livello di holding (la lussemburghese Ffauf sa della famiglia Bragagnolo) ci sono altri 50 milioni di euro di debiti nei confronti di Bank of China.

Banche e bondholder (c’è un minibond da 5 milioni di euro) sono da tempo in trattative con gli azionisti per trovare una soluzione alla situazione di grave tensione finanziaria che aveva portato la società a chiudere il 2017 con una perdita di 25,7 milioni, dovuta in parte alla svalutazione di partecipazioni in Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza per 9 milioni di euro, a fronte di un patrimonio netto crollato a 77,3 milioni e di un debito finanziario netto di poco meno di 200 milioni. 

Nel decreto del tribunale si legge che il passivo complessivo di Pasta Zara è di 295,3 milioni di euro e che i crediti prededucibili e privilegiati sono di 101 milioni di euro. In particolare, ci sono 25 milioni di euro di nuova finanza prededucibile messa a disposizione dalla SGA (si veda qui il Corriere del Veneto)

La proposta concordataria è che i debiti finanziari (non leasing, ma compreso il minibond) vengano soddisfatti al 33% entro 12 mesi dall’omologa del concordato e che i crediti di SGA e di Bank of China vengano a loro volta soddisfatti al 33%, ma entro 5 anni dall’omologa. Infine, i crediti degli istituti di leasing saranno rimborsati al 100% entro 24 mesi dall’omologa. Toccherà ora ai creditori approvare o bocciare la proposta, nell’adunanza fissata dagli stessi magistrati della sezione fallimentare trevigiana per il prossimo 24 luglio.

Banche e diamanti, Codacons: “Attenzione a ciò che firmate”

ilcittadinoonline.it 1.2.19

“Lo scambio col denaro subordinato all’autenticità delle pietre. Ma che hanno venduto?”

SIENA. Avendo visionato alcune bozze di atti transattivi tra alcune banche ed i propri clienti con cui si tenta di trovare una soluzione transattiva alla vicenda DIAMANTI, il CODACONS si è reso conto che l’efficacia della transazione è subordinata all’autenticità dei diamanti e che sull’autenticità farà fede la valutazione insindacabile della banca.

Questo tipo di accordo presenta diverse criticità intollerabili, penalizzanti e pericolose a carico dei clienti, in quanto i diamanti venduti dalla Intermarket Diamond Business S.p.A. e dalle altre società che sono stati commercializzati dalle banche che dovevano per ciò stesso garantire la bontà di ciò che stavano commercializzando; per cui non è corretto condizionare la transazione alla verifica insindacabile della autenticità dei diamanti da parte della banca, perchè se le banche avessero anche inconsapevolmente commercializzato dei pezzi di vetro dentro dei blister sigillati, che tali sono ancora oggi, non possono oggi contestare alcunchè al cliente ma sarebbero in ogni caso tenute a risarcirlo.

Non solo ma nelle transazioni  che abbiamo letto sotto forma di bozza non si prevede neppure una verifica contestuale con la presenza di un perito gemmologo da parte  del cliente della autenticità del diamante e della integrità del blister che contiene i diamanti cosa che potrebbe far sì che la gemma venga sostituita con altro rispetto a quella nel blister e ad attività di danneggiamento anche involontario del blister da parte della banca che prende dal cliente in consegna il diamante per analizzarlo danneggiamento che potrà far mettere in dubbio il fatto che il blister sia sempre rimasto sigillato.   

Non solo ma con la vendita celata da transazione i clienti si privano della possibilità di agire non solo contro le banche ma anche contro la società Intermarket Diamond Business S.p.A. ( sulla cui futura solvibilità non è possibile avere garanzie)  per ottenere il danno ulteriore dato dal mancato guadagno ( danno da lucro cessante ) legato al mancato investimento della somma impiegata per acquistare i diamanti in altro strumento finanziario agendo ad esempio tramite la richiesta di vendita all’asta a proprio favore del diamante una volta tornato a seguito di una sentenza di risoluzione del contratto di compravendita nella titolarità della Intermarket Diamond Business.  

Il CODACONS ha inviato pertanto una lettera a tutte le banche coinvolte dalla vendita dei diamanti per contestare quanto sopra chiedendo di modificare in ogni caso le storture sopra denunciate.      

Si invitano quindi tutti i possessori di Diamanti acquistati dalle banche rimasti vittime della nota truffa di non firmare atti transattivi per loro pregiudizievoli e di rivolgersi al CODACONS  per avere la corretta tutela.  

Bruno Barbieri, vicepresidente azionale CODACONS

“Un’incapacità a girare”: Deutsche Bank scivola dopo aver segnalato guadagni spiacevoli

zerohedge.com 1.2.19

Quella fusione tra Deutsche Bank e Commerzbank, che dipende dalla maggiore incapacità del mutuante tedesco di trasformare le operazioni in giro, sembra sempre più probabile, perché in precedenza Deutsche Bank ha riportato utili che hanno confermato che, semplicemente, non è in grado di rendere il tanto necessario girare.

Deutsche Bank ha registrato un fatturato netto Q4 di € 5,58BN – la più bassa stampa trimestrale negli anni – e il 2,6% inferiore alla stima media dell’analista di € 5,73, guidata da un altro calo dei ricavi da negoziazione, con una perdita pretax di € 319 milioni in linea con stima di una perdita di € 331,0 milioni.

E mentre la banca si è contratta per un ottavo trimestre consecutivo negli ultimi mesi dello scorso anno, il CEO Christian Sewing ha promesso ancora più tagli dei costi, anche se è ormai chiaro che il taglio dei costi ha iniziato a intaccare i profitti.

A mio avviso, nel volatile quarto trimestre, in cui le rotazioni di mercato avrebbero dovuto aiutare il trading desk della società (nonostante le immagini della polizia che irrompevano nel quartier generale della banca a novembre), le entrate si sono ridotte di un altro 2,4%, guidate da un crollo nel mercato dei titoli a reddito fisso. affari che facevano anche peggio dei colleghi. L’unità di valori mobiliari della banca chiave è crollata, perdendo quote di mercato in particolare nel settore del reddito fisso, dove le entrate si sono ridotte del 23%, ma anche delle azioni, che sono diminuite dello 0,8%; entrambe le stime di consenso mancate. I peer statunitensi della banca hanno registrato in media un calo del 17% in FICC e un aumento delle entrate azionarie del 4%.

Ecco i risultati chiave in poche parole:

  • 4Q Fatturato FICC e ricavi di trading € 786 milioni, mancano i € 992,0 milioni di est
  • 4Q Equities vendite e ricavi di trading € 379 milioni, mancano il est € 372,0 milioni
  • Ricavi delle vendite e delle negoziazioni del 4 ° trimestre € 1,17 miliardi, mancano gli € 1,34 miliardi
  • Le entrate della 4Q Investment Bank sono state di € 2,60 miliardi, mancando la stima di € 2,72 miliardi

E così chiaramente non in grado di legittimare i ricavi della società, la banca si è concentrata sul tagliare ancora più costi. Per placare gli azionisti arrabbiati, il CEO Sewing ha incrementato il suo obiettivo di costi aggiustati, promettendo di mantenerli al di sotto di 21,8 miliardi di euro quest’anno, rispetto ai 22 miliardi di euro annunciati in precedenza, e ha affermato un piano per riportare almeno il 4% sul patrimonio tangibile “nonostante un difficile ambiente di mercato “.

Sewing ha anche detto che la banca tornerà alla crescita “controllata”, una promessa che ha eluso il suo predecessore, e ha detto che se le entrate continuano a deludere, troverà più risparmi. Ad un certo punto, però, anche lui dovrà ammettere che a questo punto DB ha tagliato fuori tutto il grasso e sta sempre più sminuzzando i muscoli, con ogni nuova terminazione che ha come conseguenza di colpire direttamente la linea di fondo.

“La gestione ha fornito ciò che è nel loro controllo a medio termine: ottimizzazione dei costi, dei capitali e della responsabilità”, ha detto l’analista di JPMorgan Chase, Kian Abouhossein. ” Tuttavia, per ora, rimaniamo preoccupati per l’incapacità di Deutsche Bank di cambiare il mercato del reddito fisso”.

Nonostante gli ultimi risultati lugubri, Sewing ha mantenuto un unico impegno: pubblicare il primo profitto annuale in quattro anni, con Deutsche Bank che registra entrate nette dopo gli interessi di minoranza di 267 milioni di euro per il 2018, nonostante una perdita superiore alle attese nel tre mesi. La banca ha anche raggiunto l’obiettivo di mantenere i costi, rettificati per gli elementi unici, a meno di 23 miliardi di euro.

Guardando al futuro, tuttavia, c’era poca chiarezza, con la società che si stava semplicemente concentrando su una riduzione dei costi anziché fornire una tabella di marcia verso ricavi più elevati: “Se l’ambiente delle entrate non si svilupperà come ci aspettiamo, cercheremo ulteriori risparmi”, ha affermato Sewing. . “Oltre il 2019, ci impegniamo ancora a ridurre ulteriormente i nostri costi e migliorare il nostro rapporto costo-reddito”.

Come nota Bloomberg, la prolungata contrazione dei ricavi sta aggiungendo pressione al CEO e al presidente Paul Achleitner per esplorare soluzioni alternative per il più grande istituto di credito tedesco. Sewing, che ha assunto l’incarico solo l’anno scorso, ha chiesto pazienza con la sua strategia di controllo delle spese e una banca d’investimento con una scala ridotta, ma il governo è preoccupato che non possa avere successo prima del prossimo rallentamento economico.

Per essere sicuro, il CFO di DB ha fatto del suo meglio per far girare i risultati in una luce favorevole: “Sentiamo di avere il controllo del nostro destino, stiamo eseguendo contro i nostri piani”, ha detto James von Moltke, responsabile finanziario della banca un’intervista a Bloomberg TV. “Tuttavia,” c’è un sacco di chiacchiere nel settore in generale, che nel tempo le fusioni e il consolidamento nel settore bancario europeo sarebbero sensibili per una serie di motivi. Abbiamo avuto la tendenza ad essere d’accordo. “

Von Moltke ha anche detto che il recente raid della polizia ha “assolutamente influenzato” gli affari a dicembre. Un gruppo di circa 170 funzionari delle forze dell’ordine ha perquisito la sede della banca e altri uffici a fine novembre, in un caso legato ai Panama Papers, alimentando le preoccupazioni del mercato in merito a potenziali multe legali. Il cucito ha detto al momento che la banca aveva considerato chiuso il caso, dopo averlo esaminato nel 2016, quando le notizie sui Panama Papers si sono interrotte.

“Essere chiaramente nei titoli di testa in questo modo non è di aiuto per la fiducia dei clienti “, ha detto von Moltke. “Siamo andati in qualche modo a ripristinarlo. C’è ancora del lavoro da fare per comunicare la natura di questi problemi “.

Il problema più grande del riciclaggio di denaro, tuttavia, è che la più grande banca tedesca ha dovuto affrontare un calo delle entrate per quattro anni, riducendo la contrazione, soprattutto nella divisione di investment banking più redditizia, tra le preoccupazioni principali degli investitori e degli analisti e provocando speculazioni che potrebbe alla fine cercherò una fusione con Commerzbank che potrebbe arrivare appena quest’estate.

Mentre un accordo è considerato da alcuni come una soluzione imperfetta, il governo tedesco – che mercoledì ha tagliato le previsioni di crescita economica per quest’anno – ha detto che vuole forti banche internazionali per sostenere le aziende orientate all’esportazione della Germania. Il paese possiede ancora una grande partecipazione in Commerzbank dopo un salvataggio. Non possiede una partecipazione in Deutsche Bank.

Per ora, tuttavia, sembra che gli investitori abbiano gettato la spugna, con le azioni della DB che inizialmente saltavano, scivolando del 3,4% dopo i risultati.

La buona notizia è che per ora almeno, DB, che è stato il membro Stoxx 600 con il risultato peggiore nel 2018, è ancora in crescita quest’anno. Non ci aspettiamo questo, soprattutto se il rendimento dei rendimenti europei a più lunga scadenza continua a scivolare e non c’è rimbalzo nell’economia tedesca, che dopo il terribile PMI del Mfg tedesco di oggi non sembra probabile.

B.Carige: advisor per gestione finanziamenti ricostruzione Ponte Genova

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Banca Carige affiancherà la Struttura Commissariale Straordinaria per l’emergenza Ponte Morandi e metterà a disposizione, a titolo gratuito, le proprie competenze in materia creditizia per la gestione dei finanziamenti necessari alla realizzazione delle opere di demolizione e ricostruzione del Viadotto sul Polcevera. 

L’incarico conferito alla banca dal Sub Commissario Straordinario, Ugo Ballerini, si legge in una nota, prevede che Carige assista la Struttura Commissariale nella valutazione delle offerte pervenute riguardanti l’erogazione del finanziamento che anticiperà le somme necessarie a coprire le spese per la ricostruzione del viadotto dopo il crollo del 14 agosto. Il Commissario Straordinario sta infatti sollecitando in questi giorni manifestazioni di interesse in merito da parte di istituti bancari e l’expertise degli uffici di Banca Carige – che, per evitare ogni conflitto d’interesse, rinuncia a prendere parte all’operazione di finanziamento – integreranno le competenze della Struttura Commissariale in fase di valutazione e nella miglior definizione dei termini contrattuali per l’erogazione del servizio aggiudicato. E’ inoltre previsto dall’incarico che Banca Carige offra il proprio supporto alla gestione dei rapporti con le banche finanziatrici, in particolare, per le richieste di erogazione fondi, rimborso quote finanziamento, pagamento interessi e fornisca inoltre un supporto tecnico alla Struttura Commissariale nella gestione amministrativa/contabile successiva all’aggiudicazione del servizio. 

“Dopo il crollo del 14 agosto Banca Carige si è messa immediatamente a disposizione della collettività per superare al più presto questa tragica emergenza, avviando diverse iniziative di solidarietà ed in ambito creditizio – commenta il Commissario Straordinario di Banca Carige, Fabio Innocenzi – L’incarico conferitoci dalla Struttura Commissariale ci consente di offrire alla nostra città, ed alla nostra regione, le competenze che abbiamo maturato nella nostra storia fatta di sostegno, vicinanza ed ascolto delle esigenze di questo territorio”. 

“Con il supporto offerto alla Struttura Commissariale – spiega il Commissario Straordinario per la Ricostruzione del Viadotto Polcevera, Marco Bucci – Banca Carige ha occasione di confermare ancora una volta la sua forte vocazione di banca del territorio”. 

com/mcn 

alessandro.mocenni@mfdowjones.it 

 

(END) Dow Jones Newswires

February 01, 2019 11:07 ET (16:07 GMT)

Banche: ex venete, partono le cessioni (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Accelera il processo di liquidazione degli asset delle due ex banche venete. Dopo 18 mesi di preparativi, in queste prime settimane dell’anno i commissari liquidatori stanno chiudendo alcune importanti cessioni di asset. Proprio ieri i liquidatori hanno annunciato la cessione a Fineco per circa 70 milioni dell’immobile milanese di piazza Durante, già sede legale della banca online di Unicredit. 

La struttura, scrive MF, era nel portafoglio di Immobiliare Stampa, la controllata di Bpvi attiva nel real estate, i cui asset potrebbero essere dismessi in tempi serrati sotto la regia dell’advisor Vitale & Co. Oltre alle prestigiose sedi di Milano e Roma della ex Popolare di Vicenza, nel portafoglio ci sarebbero anche Palazzo Thiene, quartier generale rinascimentale dell’istituto berico, Palazzo Repeta e Palazzo Negri, insieme a filiali in zone di lusso come quella che Bpvi aveva in Largo del Tritone, nel centro storico di Roma. Bisogna peraltro ricordare che una parte del patrimonio immobiliare è finita a Intesa Sanpaolo nell’ambito del processo di salvataggio. Si è trattato soprattutto degli immobili strumentali, organici cioè all’attività bancaria. Intesa si è aggiudicata anche gran parte degli asset della ex Veneto Banca: tra questi c’è villa Spineda, storica sede dell’istituto trevigiano, e il centro direzionale dell’istituto alle porte di Montebelluna. 

red/fch 

 

(END) Dow Jones Newswires

February 01, 2019 02:41 ET (07:41 GMT)

Bper: deal con Unipol Banca in Cda (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Dopo diverse settimane di lavoro l’operazione Unipol Banca arriverà presto al vaglio del vertice di Bper. Il consiglio di amministrazione dell’istituto dovrebbe esaminare le condizioni dell’offerta nella riunione di giovedì 7 febbraio, nell’ambito dell’approvazione dei risultati di bilancio. 

I termini generali, scrive MF, sarebbero già stati definiti, anche se mancano ancora dettagli decisivi. A partire dal prezzo che Modena (assistita da Citi, mentre Unipol si sta avvalendo della consulenza di Mediobanca e Credit Suisse) vorrebbe portare nella parte bassa della forchetta di 260-280 milioni emersa nelle scorse settimane, versando l’intero importo in contanti o comunque una buona parte. 

Bologna del resto è già socio di maggioranza relativa (al 15,06%) del gruppo modenese e non avrebbe motivo per incrementare la quota nel capitale nei prossimi mesi. La finalità industriale del deal? Unipol Banca, che verrebbe rapidamente fusa nella capogruppo, è un’opportunità di acquisto per Bper che, pur in un mercato di mercato critico come quello attuale, vede nell’operazione la possibilità di allargare la propria rete commerciale e di stringere ulteriormente l’alleanze industriale con il gruppo guidato da Carlo Cimbri. 

La preda del resto è una realtà molto diversa da quella di qualche anno fa quando era gravata dal fardello di quasi 3 miliardi di npl: il problema è stato infatti affrontato di petto con una scissione che ha separato i bad loans dagli attivi in bonis, abbattendo il costo del credito per gli esercizi a venire. Ci sono però spazi per un’ulteriore azione di turnaround che sarà portata avanti dal compratore: il cost/income a fine primo semestre era all’82,7%, un livello ancora al di sopra della media nazionale, mentre il gross npe ratio (rapporto tra crediti deteriorati lordi e impieghi) è al 10,1% rispetto al target del 5% che si sono dati molti istituti. 

red/fch 

 

(END) Dow Jones Newswires

February 01, 2019 02:20 ET (07:20 GMT)

La casa di vetro delle banche

Oscar Amalfitano – Gennaio 28, 2019 vocidallestero.it

La versione online di FAZ pubblica un approfondimento sull’attuale crisi bancaria, concentrandosi principalmente sulla situazione in Italia e Germania. Mentre i media tedeschi continuano a stigmatizzare la condizione di alcuni istituti di credito italiani, diversi importanti gruppi bancari tedeschi si trovano sull’orlo del collasso.

 Di Isabel Schnabel, Università di Bonn, 25 gennaio 2019

 

 

Ancora una volta, l’Italia! Nelle scorse settimane molti titoli dei giornali erano dedicati alla pessima salute del sistema bancario italiano. Ancora una volta, si parla di una banca la cui situazione drammatica è nota da tempo. E ancora una volta si parla di salvataggio. Molti tedeschi in questo momento pensano a quanto siano fortunati a non essersi invischiati in un’eccessiva condivisione dei rischi con l’Italia. Il rischio era quello di dover sostenere i costi del salvataggio bancario italiano. Fortunatamente le banche tedesche stanno meglio – giusto?

 

In realtà anche alcune aree del settore bancario tedesco si trovano in una crisi prolungata, ma l’opinione pubblica tedesca non ne è altrettanto scandalizzata. In questo caso la posta in gioco è ben più alta di quella della genovese Banca Carige, che mette sul piatto della bilancia “solo” 24 miliardi di euro. La travagliata Norddeutsche Landesbank è l’ottava banca tedesca, con un bilancio totale di circa 155 miliardi di euro. Nel caso fosse necessaria un’operazione di salvataggio, si tratterebbe del denaro dei contribuenti tedeschi.

 

Inoltre, il governo ora parla apertamente di una fusione tra Deutsche Bank e Commerzbank. Le due sono rispettivamente la più grande e la quarta più grande banca tedesca, con un bilancio totale di quasi duemila miliardi di euro, mentre sullo sfondo si delinea sempre più chiaramente la debolezza delle due banche. Il prezzo delle azioni di Deutsche Bank è vicino al suo minimo storico e si è ridotto di oltre il 90% dal picco del 2007. Per quanto riguarda Commerzbank, della quale lo stato tedesco detiene ancora oltre il 15%, la situazione non sembra migliore. Alla luce della difficile condizione delle due banche, ai più alti livelli si discute di una nuova politica industriale per il settore bancario. Una fusione sostenuta dallo Stato delle due principali banche private sembra essere una parte essenziale di questa strategia.

 

Tutto questo non è che un lontano ricordo delle nobili promesse gridate ai quattro venti da molti politici dopo la grave crisi finanziaria del 2008. Mai più una banca sarebbe stata salvata attraverso le entrate fiscali, si disse all’epoca. E mai più il settore bancario avrebbe potuto prendere in ostaggio lo Stato. A questo scopo è stato istituito il nuovo meccanismo di risoluzione europeo, istituzionalizzato a livello UE attraverso le nuove direttive sulla risoluzione e nell’area dell’euro con l’istituzione del meccanismo di risoluzione unico nell’ambito dell’unione bancaria.

 

E che dire della credibilità dell’impegno a non far pagare più i contribuenti per le colpe del settore bancario? Gli eventi recenti non lasciano ben sperare. Ma sarebbe sbagliato puntare il dito solo contro l’Italia. Il nuovo meccanismo di risoluzione può avere successo solo se tutti gli Stati membri, compresa la Germania, sono pronti a ripulire i rispettivi settori bancari.

 

Ancora un salvataggio in Italia?

Prima di tutto diamo un’occhiata all’Italia. Questa volta è Banca Carige una banca di medie dimensioni, attiva a livello regionale, a trovarsi al centro della scena. I “buchi” nel patrimonio capitale banca erano stati evidenziati da tempo. Già negli stress test del 2014, immediatamente prima dell’entrata in vigore dell’unione bancaria, la Banca Carige si era mostrata come una delle banche in maggiori difficoltà.

 

La crisi è diventata acuta quando Vittorio Malacalza, l’azionista di maggioranza, ha rifiutato di approvare un aumento di capitale, contrariamente agli accordi precedenti, e la maggioranza del consiglio di amministrazione della banca si è dimesso. Ciò ha spinto la vigilanza della BCE a sospendere temporaneamente la banca – un processo unico nella storia dell’unione bancaria. Per stabilizzare la banca, il governo italiano ha approvato un decreto che prevede una garanzia governativa per le obbligazioni emesse dalla banca in difficoltà. Allo stesso tempo, sono state introdotte disposizioni per una ricapitalizzazione preventiva della banca.

 

Già nel novembre 2018, il cosiddetto “schema volontario”, sotto l’egida della Cassa Depositi e Prestiti e finanziato attraverso il settore bancario italiano, aveva acquisito obbligazioni subordinate della banca per circa 320 milioni di euro, che ora hanno perso molto valore e probabilmente presto saranno convertite in azioni della banca. Ciò trasferisce le difficoltà della banca direttamente al resto del settore bancario italiano. In precedenza, un simile approccio, che aveva visto giungere aiuti a diverse banche italiane in crisi attraverso il Fondo Atlante, non aveva ottenuto il successo sperato, prolungando i problemi e indebolendo il sistema bancario italiano nel suo insieme.

 

Al momento le opzioni sul tavolo per risolvere i problemi di Banca Carige sono diverse. A questo proposito le banche italiane fungono da modello di riferimento, avendo in definitiva beneficiato del denaro dei contribuenti (non tedesco, ma italiano, intendiamoci) nonostante gli aiuti di stato e le regole di risoluzione. Il caso più clamoroso riguarda la banca del Monte dei Paschi di Siena, che con i suoi 130 miliardi di euro di bilancio è molto più grande di Banca Carige. Nel 2017 è stata ricapitalizzata da parte dello stato italiano con la partecipazione degli azionisti e dei creditori, operazione ritenuta inevitabile per via della sua rilevanza sistemica. Nonostante le enormi iniezioni di capitale, l’istituto ha ancora grandi difficoltà e la crisi sembra lontana dalla fine.

 

Un altro esempio è rappresentato da due banche veneziane più piccole, paragonabili per dimensioni a Banca Carige, liquidate a livello nazionale perché le loro piccole dimensioni non giustificavano una procedura europea. Le parti vitali della banca (good bank) sono state vendute al gruppo italiano Banca Intesa per un prezzo simbolico di un euro. Azionisti e creditori subordinati hanno subito una perdita totale. Tuttavia, come nel caso di Monte dei Paschi, i mutuatari senior e gli investitori al dettaglio sono stati ampiamente risparmiati.

 

Punti deboli delle nuove regole

L’approccio appena descritto non era in aperta contraddizione con le regole europee. Così, nel caso di Monte dei Paschi, fu usata solo una scappatoia, che fu deliberatamente incorporata nelle regole, anche su richiesta del governo tedesco. Per le banche veneziane, la legge europea non si applicava, a parte le norme sugli aiuti di stato. Lo spirito delle nuove regole, tuttavia, non corrispondeva alla procedura. Una più consistente condivisione delle perdite è stata ostacolata anche dal fatto che molte delle obbligazioni bancarie subordinate ad alto rischio erano state vendute agli investitori al dettaglio dopo che gli investitori istituzionali si erano ritirati, il che era apparentemente stato tollerato dalla vigilanza nazionale.

 

Questo rivela le debolezze del nuovo meccanismo di risoluzione. La nuova serie di regole contiene troppe eccezioni e poteri discrezionali per eludere la responsabilità di un creditore. Gli eventi degli ultimi anni mostrano quanto sia difficile, perfino in periodi relativamente tranquilli, prevalere politicamente davanti a un’unione globale di creditori. Se ci troveremo davanti a una vera crisi sistemica, la pressione politica per risparmiare i creditori sarà ancora più forte. Certo, in questa eventualità alcune eccezioni potrebbero essere funzionali alla risoluzione del problema. Tuttavia, gli strumenti per prevenire una situazione così eccezionale dovrebbero essere notevolmente rafforzati, definendo criteri rigorosi per affrontare un’eventuale crisi sistemica. Inoltre, andrebbe ricercata una maggiore armonizzazione dei regolamenti bancari a livello nazionale.

Una delle rivendicazioni più comuni in Italia, è che gli oneri ereditati dal sistema bancario dalla crisi precedente non siano stati rimossi in modo efficace prima del lancio dell’unione bancaria. La riduzione delle sofferenze negli ultimi anni era stata favorita dalla situazione economica eccezionalmente buona. Un nuovo rallentamento economico potrebbe aumentare rapidamente i prestiti in sofferenza e complicare ulteriormente il rapporto con le banche in difficoltà.

 

Si arriva ad oggi, con il sistema bancario europeo di nuovo instabile, dieci anni dopo la crisi della Lehman. L’aumento del patrimonio netto potrebbe rapidamente svanire, in particolare i coefficienti patrimoniali basati sul rischio potrebbero deteriorarsi rapidamente nel caso sopraggiungesse una nuova crisi. Un peggioramento della recessione diventerebbe probabile per via di prestiti bancari deboli. Ancora una volta ci si ritrova sprovvisti di un mercato europeo dei capitali integrato e funzionante che possa attenuare le debolezze del sistema bancario.

 

Per un sistema bancario stabile sarebbe necessaria un patrimonio netto molto più elevato, soprattutto nel caso delle banche più importanti e di rilevanza sistemica. Le perdite potrebbero essere assorbite in modo più sicuro, riducendo la pressione politica sul nuovo meccanismo di risoluzione. Ma non ci sarà un ulteriore inasprimento dei requisiti patrimoniali per il prossimo futuro, in quanto le associazioni bancarie sono riuscite a convincere la politica che un patrimonio netto più elevato restringerebbe eccessivamente la propensione al credito. Prove convincenti a sostegno di questa tesi al momento non sono pervenute.

 

Difficoltà delle banche tedesche

Finora, la Germania non ha dovuto fare i conti con le nuove regole di risoluzione perché, a differenza dell’Italia, ha usato il tempo a disposizione prima che le nuove norme entrassero in vigore per sostenere il settore bancario con fondi statali. Casi problematici come HSH Nordbank non sono quindi ancora caduti nella rete delle norme europee più severe. A detta del governo federale, i costi diretti del salvataggio delle banche durante la crisi finanziaria ammontano ad almeno 68 miliardi di euro – una somma che non include ancora gli ulteriori costi economici della crisi bancaria. Ciò pone la Germania tra i paesi europei che hanno investito più denaro nei salvataggi bancari.

 

Tuttavia, ampie parti del settore bancario tedesco non versano in buone condizioni. Ciò vale in particolare per le istituzioni che sono state maggiormente colpite dalla crisi delle spedizioni navali. E vale anche per Deutsche Bank, la cui redditività già bassa è stata ulteriormente gravata da notevoli rischi legali. Le difficoltà nel settore bancario tedesco sono per la maggior parte di natura strutturale e sono solo parzialmente dovute alla politica dei tassi di interesse bassi della Banca centrale europea. Tuttavia, la politica al ribasso dei tassi d’interesse le sta esacerbando, poiché la pressione sui margini di interesse aumenta l’incentivo ad agire in modo più spregiudicato, non spesso nella forma di maggiori rischi. In ogni caso, visti i problemi del settore bancario tedesco, non ci sono molti motivi per guardare dall’alto in basso all’Italia.

 

Particolare preoccupazione è destata al momento dalla Norddeutsche Landesbank. In caso di crisi questa banca ricadrebbe sotto le nuove regole di risoluzione. Nel recente stress test si è rivelata una delle banche peggiori, mentre non c’era stato nulla da segnalare nei test precedenti. La debolezza della banca è spiegata dalla combinazione di una capitalizzazione relativamente debole e un’alta concentrazione di finanziamenti verso il settore navale, molti dei quali considerati in sofferenza. L’acquisizione completa della disastrata Bremer Landesbank ha peggiorato ulteriormente le difficoltà.

 

La fusione con Hessische Landesbank, che inizialmente era stata notevolmente spinta, non si è poi conclusa positivamente. Un aumento di capitale da parte del principale azionista, lo stato della Bassa Sassonia, presuppone la partecipazione di investitori privati, nell’eventualità non sia prevista l’attivazione di una procedura di aiuto di stato. Similmente alla situazione in cui si trova Banca Carige, tuttavia, la ricerca di un investitore è estremamente complessa. Uno dei motivi potrebbe essere dato dall’incentivo degli investitori ad aspettare fino all’imminente transazione per comprare le banche claudicanti a condizioni più favorevoli. Allo stesso tempo, la BCE sta aumentando la pressione sulla Norddeutsche Landesbank perché presenti un piano per migliorare la sua capitalizzazione.

 

Esiste un forte rischio che notevoli oneri finanziari posssano essere sostenuti non solo dalla proprietà ma anche dal gruppo di responsabilità pubblica. Gran parte dei costi causati dai problemi della Nord LB cadranno quindi direttamente o indirettamente sulle spalle del contribuente.  Sebbene il governo tedesco non si stanchi di denunciare la stretta condivisione del rischio tra banche e stati di altri paesi, non sembra essere altrettanto infastidito da un’attività statale a sostegno del settore bancario nazionale che non è paragonabile a quella di nessun altro paese nell’Eurozona.

 

Nuove politiche industriali discutibili

Ora il governo federale chiede una nuova politica industriale per il settore bancario. Le aziende tedesche globali avevano bisogno di un istituto che potesse accompagnarle all’estero. Per quale motivo ciò vada fatto da una banca tedesca, resta un segreto ben custodito. In ogni caso, l’affermazione non è nuova. Già nel 2004, Gerhard Schröder aveva richiesto un “campione nazionale” nel settore bancario e quindi, tra le altre cose, aizzato la commissione di monopolio contro sé stesso.

 

Quest’ultima sosteneva a quel tempo che il governo federale avrebbe probabilmente dimenticato la lezione della grande crisi bancaria del 1931, in cui anche le principali banche tedesche avevano svolto un ruolo centrale. Nella situazione attuale è tutto ancora più sorprendente. Dopotutto, l’ultima grande crisi finanziaria è avvenuta solo dieci anni fa. Ci si è già dimenticati quali enormi costi sono stati associati a questa crisi – proprio perché non è stata possibile la risoluzione delle banche in crisi – e che Commerzbank si è trovata in tali difficoltà principalmente a causa della fusione con Dresdner Bank, dovendo ricorrere ad aiuti di stato?

 

Fa riflettere, inoltre, che si pensi che le difficoltà delle più grandi banche tedesche dovrebbero essere eliminate creando un’istituzione ancora più grande. I reali vantaggi economici di una fusione tra Deutscher Bank e Commerzbank, a dire il vero, non sono così immediatamente riconoscibili. Invece di preoccuparsi dei salvataggi bancari italiani a spese dei contribuenti italiani, i media tedeschi, l’opinione pubblica e, soprattutto, i politici dovrebbero volgere lo sguardo ai loro problemi. È difficile capire come mai i giochi politici del governo federale trovino obiezioni esclusivamente negli ambienti specializzati.

 

Finché i responsabili politici non sono disposti, anche in periodi relativamente tranquilli, a chiudere le banche in difficoltà, a coinvolgere pienamente i creditori nelle perdite, mentre promuovono invece “campioni nazionali”, di risoluzione ancora più difficile in caso di crisi, è improbabile che in futuro si riuscirà ad evitare ulteriori salvataggi. Siamo molto lontani da una vera disciplina di mercato nel settore bancario.

 

Progressi attraverso l’Unione bancaria

Ciononostante, la creazione di una vigilanza bancaria europea comune e le nuove norme sulla risoluzione sono stati un passo significativo nella giusta direzione. Sebbene nel nuovo meccanismo non sia stata raggiunta la piena condivisione delle perdite con i creditori, alcune delle autorità di vigilanza della BCE non hanno reagito abbastanza rapidamente alle difficoltà nel settore bancario. Senza l’unione bancaria, tuttavia, i casi problematici più recenti avrebbero probabilmente comportato una minore partecipazione dei creditori. Almeno gli azionisti e i creditori subordinati non sono stati risparmiati questa volta. Inoltre, le sole autorità di vigilanza bancarie nazionali avrebbero probabilmente agito in maniera tardiva, il che avrebbe ritardato ancora di più le misure necessarie. Dopotutto, gli stress test dei supervisori europei hanno contribuito a identificare tempestivamente molte delle banche più problematiche.

 

Il governo federale ha intrapreso ulteriori iniziative per approfondire l’unione bancaria mettendo in primo piano il settore bancario. Questo è fondamentalmente corretto. È ipocrita, tuttavia, riferirsi sempre agli altri paesi. Invece, si dovrebbe iniziare da casa propria. C’è molto da fare.

SPY FINANZA/ I guai seri in arrivo con il nuovo Qe globale

Manca solo la Bce, poi le Banche centrali, con una retromarcia repentina, saranno tutte tornate in modalità espansiva. C’è poco da essere allegri

01.02.2019 – Mauro Bottarelli il sussidiario.net

mario_draghi_bce_lapresse_2017
Mario Draghi (Lapresse)

Dopo lo spoiler di Giuseppe Conte in trasferta a Milano c’è la certificazione dell’Istat: l’Italia è recessione tecnica, visto che nel quarto trimestre del 2018 il Pil è stato in calo dello 0,2%. Ecchissenefrega! Signori, ve lo dico chiaro e tondo: nei prossimi giorni, alternato al Venezuela e al Brexit, il tema della nostra economia e dei nostri conti pubblici sarà la notizia del giorno pressoché ovunque e, soprattutto, l’argomento principale del dibattito politico. Direte voi, sintomo di una democrazia sana e di un confronto aperto. No, sintomo di una classe dirigente di incapaci, al Governo come all’opposizione (le cosiddette parti sociali, nemmeno meritano menzione). Per il semplice fatto che scatenare guerre civili su quel -0,2% equivale alla discussione fra due conoscenti che si ritrovano dopo tanti anni sul ponte del Titanic e riprendono a litigare per la fidanzatina contesa al liceo. Sicuramente tema di grande trasporto emozionale, ma interessante e di vitale importanza quanto un articolo del Sole24Ore sulle prospettive dei mercati. 

Eh già signori, mi tocca diventare sgradevole e lo faccio con enorme soddisfazione, questa volta: avevo ragione io. Non solo la ripresa era un farsa e i mercati che correvano soltanto una bolla in espansione, ma, udite udite, tutte le Banche centrali sono tornate in modalità espansiva. Sì, lo so che lo scrivo da settimane. Come da trimestri annuncio il redde rationem, puntualmente arrivato, fra le risatine di scherno degli economisti che contano, quelli bravi e con i titoloni accademici. Ma stavolta, la questione è differente. Perché all’appello manca solo la Bce e la riunione del board di marzo, a occhio e croce, potrebbe non limitarsi all’annuncio di nuove aste di rifinanziamento a lungo termine per il sistema bancario dell’eurozona, la cui necessità ormai impellente è stata certificata ieri dagli schianti del settore a Piazza Affari e da quello di Deutsche Bank, scesa sotto la soglia psicologica di 8 euro per azione e legato alle voci sempre più insistenti di fusione con Commerzbank, come mostra il grafico.

Probabilmente, si andrà oltre. Magari uno swap sulle scadenze dei bond in detenzione all’atto del reinvestimento, come Operation Twist della Fed, scegliendo scadenze più lunghe rispetto a quelle brevi, al fine di scudare dall’imminente rischio spread. Una cosa è certa, Mario Draghi manca all’appello. Le tre principali Banche centrali extra-Bce (Bank of Japan, Fed e Pboc cinese) sono infatti già tornate, a modo loro e con modalità differenti, in modalità espansiva. Il primo è stato, il 23 gennaio scorso, l’Istituto centrale nipponico, il quale nella riunione del board non si è limitato a mantenere invariata la politica monetaria, ma ha tagliato di netto – e per l’ennesima volta – le previsioni sull’inflazione, tanto che ora il Cpi atteso per l’anno fiscale che inizierà ad aprile è atteso a soltanto lo 0,9% dall’1,4% precedente, mentre quello per il 2020 è preventivato all’1,4% dall’1,5%. La ragione? L’impatto dei bassi prezzi petroliferi. 

Non c’è che dire, il senso dell’umorismo non fa difetto al buon Kuroda. Ma insieme all’inflazione, per stimolare la quale è stata posta in essere l’Abenomics, ovvero il più grande e fallimentare esperimento di Qe mai visto, la Boj ha tagliato anche le stime di crescita, con il Pil reale atteso in aumento per l’intero 2018 allo 0,9% dall’1,4% stimato solo a ottobre. E con l’export che a dicembre è calato del 3,8% su base annua, il doppio del -1,9% atteso dagli analisti e il minimo da ottobre 2016, il governatore Kuroda ha avuto gioco facile nel convincere il board che l’atteso processo di tapering dello stimolo, ovvero l’inizio di reale riduzione degli acquisti, già annunciato per la riunione di aprile, può tranquillamente andare in soffitta ancora per un po’. 

Il giorno dopo, 24 gennaio, è stata la Pboc a inviare segnali di brusco risveglio, dopo che i due tagli ai requisiti di riserva delle banche hanno sortito poco più che un effetto placebo sui mercati interni. Ed ecco che si torna al badile, allo stimolo, al tanto agognato – soprattutto dagli Usa, i quali hanno scatenato apposta la guerra di dazi e tariffe – impulso creditizio globale sotto forma di un nuovo schema di iniezione. La Pboc ha infatti annunciato che i primary dealers del Paese potranno operare swaps delle loro detenzioni di perpetual bonds (security ibrida fra azione e obbligazione, praticamente una subordinata di Popolare di Vicenza al cubo e sottoscritta in stato di ebbrezza) con titoli della Banca centrale, utilizzando poi direttamente quei bond come collaterale per ottenere acceso alle operazioni di liquidità della Pboc. 

Intermediando direttamente nel mercato, la Pboc diventa garante di quella carta igienica, abbassando praticamente a zero – almeno nel breve termine – il profilo di rischio e permettendo così alle banche di creare o aumentare i cuscinetti di capitali e rilassare i criteri di erogazione, i quali già oggi si stanno sostanziando in una contrazione della fornitura di credito all’economia. Che lo schema Ponzi con gli occhi a mandorla prosegua, si torna a stampare! 

Mercoledì poi è stato il giorno della grande capitolazione della Fed, il cui numero uno, Jerome Powell, non si è limitato a ribadire come il pilota automatico nella politica di aumento dei tassi sia stato del tutto disattivo, eliminando dal comunicato finale ogni riferimento a futuri rialzi, ma ha proferito la frase che ha messo il turbo all’ultima ora e mezza di contrattazione a Wall Street: Non vogliamo che la normalizzazione del bilancio causi turbolenze di mercato. Boom! Non solo si blocca il processo di normalizzazione del costo del denaro, ma anche le redemptions del debito detenuto e andato a scadenza, in ossequio al tapering dei vari cicli di Qe, ovvero il dimagrimento fino a livelli “normali” del bilancio della Banca centrale attraverso vendite di Treasuries e Mbs. E, conseguentemente, di drenaggio dai mercati di una media di 32 miliardi di dollari al mese per tutto il 2019, con picco fino a 50 miliardi nei quattro mesi centrali. Praticamente, il prodromo – già parecchio spinto, visto qual era la narrativa generalmente accettata e strombazzata fino all’estate sullo stato di salute dell’economia Usa – di un Qe4. D’ora in poi, ogni valutazione della Federal Reserve relativamente alla politica monetaria sarà basata soltanto sui dati macro che verranno comunicati e monitorati dalle varie agenzie federali. Fine del pilota automatico, ora si guarda alla realtà. 

E quella che ha osservato Jerome Powell nei giorni che hanno anticipato la riunione del Comitato monetario (Fomc) è stata decisamente dura: il dato della fiducia dei consumatori reso noto il 29 gennaio parlava della peggior lettura dal 2011, il tutto in un Paese la cui economia si basa al 70% proprio sui consumi. Ma, peggio ancora, la sottocategoria hope, ovvero la speranza di trovare più disponibilità di posti di lavoro nei sei mesi successivi, è precipitata al 14.7 dal 22.7, il peggior calo a due mesi dal 1968. In una nazione che festeggiava fino all’autunno il miracolo occupazionale. E non basta, perché l’indice delle aspettative del Conference Board negli ultimi tre mesi è calato di un volume sempre associato nei recenti precedenti storici a periodi di recessione ufficiale, tanto che l’attuale spread fra condizioni attuali e aspettative è quello che segnala la maggior divaricazione addirittura dal marzo del 2001, come mostra il grafico. 

E signori, se i colloqui previsti per oggi con la delegazione cinese non porteranno a un accordo e se entro metà febbraio non si troverà un compromesso con i Democratici sulla costruzione del muro con il Messico e tornerà lo shutdown, a marzo ci sarà da ridere. Calcolando che entro il 13 febbraio la Gran Bretagna deve decidere ufficialmente cosa fare il 29 marzo successivo. Potessi permettermelo, mi verrebbe voglia di mettermi in malattia fino a giugno. E a marzo, poi, toccherà anche alla Bce prendere una decisione. Di fatto, già scontata sia dal board che dai mercati, ma ancora non comunicabile en plein air, sia per motivi di decenza che per evitare panico autoalimentante. 

Colpa della recessione tecnica in cui è precipitata l’Italia? Non diciamo idiozie. Signori, siamo nell’anticamera di un nuovo Qe globale. Significa che siamo nei guai, davvero seri. E, in base alla logica perversa del capitalismo da Banca centrale, i mercati infatti festeggiano. Almeno per ora, perché vedrete che quando servirà più doping, più liquidità, ricominceranno i crolli. Come i bambini che battono i piedi e piangono, perché vogliono ancora gelato, anche se sanno che poi dovranno fare i conti con un doloroso mal di pancia da indigestione. Capite perché dico chissenefrega di fronte alla decrescita italiana del quarto trimestre, al netto del tasso non certo cinese garantito per anni – nonostante abbiano goduto delle condizioni macro e di mercato migliori dal Secondo Dopoguerra in poi, fra tassi di interesse, credito allegro e a pioggia e petrolio ai minimi storici – da chi ha preceduto l’attuale esecutivo? Nemmeno Houdini ci farebbe ripartire, senza un intervento della Bce. 

Noi, come la Germania o la Francia. Siamo tutti nella stessa barca ma continuiamo stupidamente a non capirlo, scambiando i nemici per amici e viceversa. In queste condizioni, a palazzo Chigi e a via XX Settembre potrebbero esserci anche dei cartonati o dei pupazzi del Muppet Show, non cambierebbe nulla. Decide Mario Draghi, insieme ai suoi colleghi che detengono le chiavi delle stamperie del mondo. È il nuovo ordine. E conviene abituarcisi in fretta, perché – come avrete notato – la situazione è mutata in peggio in tempi brevissimi. È l’effetto palla di neve e per correre più veloci della valanga, occorrono gambe d’acciaio. Che non abbiamo. Né noi, né gli altri. La sfida è tra chi viene travolto prima soccombe e chi, magari, riesce a salvarsi, seppur acciaccato. Meglio saperlo subito. 

Etruria, bancarotta: condannati ex vertici Fornasari e Bronchi/ 5 anni di pena: altri 27 imputati a processo

Bancarotta Etruria: 5 anni di pena per gli ex vertici Giuseppe Fornasari e Luca Bronchi, due all’ex vicepresidente Berni, uno al consigliere Soldini.

01.02.2019 – Carmine Massimo Balsamo il sussidiario.net

bancarotta etruria
Banca Etruria (da Wikipedia)

Bancarotta Etruria, è arrivata la sentenza del Gup di Arezzo Giampiero Borraccia per i quattro imputati che avevano richiesto il rito abbreviato: 5 anni in primo grado per l’ex presidente Giuseppe Fornasari e per l’ex direttore generale Luca Bronchi, imputati del reato di bancarotta fraudolenta. Per lo stesso capo d’imputazione due anni di reclusione per l’ex vice presidente Alfredo Bronchi, mentre l’ex consigliere Rossano Soldini è stato condannato a un anno. Rinvio a giudizio per gli altri 26 indagati: come sottolinea Repubblica, spicca anche l’ultimo presidente Lorenzo Rosi. Roberto Rossi, procuratore della Repubblica di Arezzo, ha sottolineato che «le sentenze non si commentano», mentre il legale Piero Melani Graverini ha sottolineato: «E’ solo un primo step. Adesso affronteremo il secondo e ci difenderemo», le parole del difensore di uno degli ex consiglieri rinviati a giudizio.

BANCAROTTA ETRURIA, FEDERCONSUMATORI: “PRIMO ATTO DI GIUSTIZIA”

Su Twitter è arrivato il commento del presidente della Commissione Antimafia Giuseppe Morra: «Bancarotta, fraudolenta o semplice è secondario. Chi ha gestito Banca Etruria l’ha fatto allegramente. Ora è stato condannato. Ma uno Stato serio impedisce i reati, prima ancora di sanzionarli». Queste, invece, le parole di Federconsumatori, che rappresentava 1500 posizioni di altrettanti risparmiatori ammessi come parti civili: «Un primo tratto del percorso di giustizia è stato fatta». Pietro Ferrari e Chiara Rubbiani evidenziano: «Occorrerà aspettare le motivazioni della sentenza per esprimere un giudizio più compiuto anche se, come Federconsumatori non ci appassiona l’entità della pena comminata, pensavamo che a uno degli imputati che aveva avuto il coraggio di denunciare i misfatti che accadevano in banca, venisse riservata miglior sorte. Con questa sentenza il Giudice ha così confermato, come denunciato da Federconsumatori di Arezzo fin dagli inizi di questa triste vicenda che ha travolto moltissimi risparmiatori ed ha creato disastri in pezzi importanti dell’economia aretina, che nel vertice amministrativo e in settori importanti del management della Banca, si annidavano modalità gestionali intrise di insipienza amministrativa, di conflitti di interessi e di comportamenti truffaldini miranti a garantire interessi personali e quelli di amici dei vari amici», riporta Arezzo Notizie.